Beppe Grillo
e la patrimoniale. Governo Letta come il governo Amato?
19 - 07 - 2013Giuseppe Pennisi
Va evitato il pericolo di un Fiscal Cliff all’italiana. Siamo su sentiero
stretto ed in salita che richiede riforme istituzionali (con urgenza una nuova
legge elettorale), un’effettiva revisione della spesa di parte corrente, forse
misure straordinarie sul debito, e soprattutto stimoli alla crescita dal lato
sia della domanda sia dell’offerta. Necessità principalmente di uscire dal
clima di sfiducia in noi stessi in cui ci siamo messi da alcuni anni.
Siamo al Fiscal Cliff? Ossia sull’orlo di un baratro in cui siamo destinati
a cadere nell’estate-autunno 2013 così come avvenne nell’estate-autunno 1992
quando il governo Amato introdusse in agosto un prelievo forzoso sui conti
correnti e la notte del 17 settembre chiese la “sospensione” per sei mesi dagli
accordi europei di cambio (vi restammo fuori per quattro anni) con il risultato
che la lira si deprezzò del 30% rispetto al marco?
Il post di Beppe Grillo
Ieri 18 luglio questo scenario è stato tracciato da due fonti di analisi
molto seguite e molto distanti politicamente (pur se ambedue all’opposizione):
il Blog di Beppe Grillo e “L’Opinione” di Loris Palmerini (considerato molto
vicino alla Lega Nord). Sarebbe troppo semplice negare che le analogie non
mancano: a) un governo nato debole e che appare ulteriormente fiaccato dalle
vicende delle ultime settimane; b) una contrazione severa dell’economia reale;
c) un aumento del debito pubblico ed in prospettiva della spesa per interessi
ed ammortamento (dato i tassi a lungo termine segnano un rialzo); d) incertezze
sulle politiche di finanza pubblica (ad esempio, sul futuro di IMU ed IVA); e)
una pubblica amministrazione che sembra senza guida ed incartata in operazioni
di piccolo cabotaggio.
Tuttavia, sotto il profilo delle politiche economiche, la situazione è molto
differente. Ed i mercati (molto più integrati di quanto non fossero nel 1992)
guardano alle politiche ed alla loro attuazione più che a indicatori sporadici
relativi a questo o quello.
Differenze e analogie
La differenza principale riguarda il contesto: a differenza dell’unione
monetaria (che comporta una moneta unica e una politica della moneta
strettamente coordinata), gli accordi europei dei cambi prevedevano soltanto
garanzie creditizie tra banche centrali. L’Italia fu costretta alla
svalutazione quando tutte le garanzie creditizie del resto del sistema
(principalmente della Bundesbank) erano state esaurite. Come mai si arrivò a
tale esaurimento? In primo luogo nel novembre 1989 era stato fatto un grave
errore tecnico: abolire le ultime restrizioni sui controlli di capitale ed
entrare simultaneamente in quella che, in gergo, veniva chiamata “la fascia
stretta” degli accordi europei di cambio. Logica economica avrebbe richiesto
aspettare alcune settimane o meglio ancora alcuni mesi, prima di entrare nella
“fascia stretta” al livello a cui la lira si sarebbe assestata. Ci trasciniamo
ancora il peso di questo errore; in un’unione monetaria possiamo curarlo solo
con maggiore produttività e competitività. In secondo luogo, firmato il
Trattato di Maastricht ed ottenuta (grazie all’’emendamento Carli’, ossia il
requisito che si andasse verso una riduzione del debito pubblico non che tale
debito scendesse al di sotto del 60% del Pil), demmo segnali che non avremmo
attuato le politiche economiche richieste dal percorso a tappe per entrare
nella moneta unica.
Il confronto
Ci fu una lunga e difficile campagna elettorale, seguita dalle stragi di
mafia, dallo scoppio di Tangentopoli e dalle difficoltà di formare un governo i
cui ministri non cadessero uno dopo l’altro in indagini giudiziarie. Il
panorama europeo era ancora più complesso; per referendum, la Danimarca
aveva voltato le spalle all’unione monetaria. Svolte analoghe erano state
annunciate da Gran Bretagna e Svezia. In breve, i mercati
internazionali pensarono che l’euro non sarebbe stato mai creato e cominciarono
a svendere valute dei Paesi più deboli per acquistare marchi. In Italia, la
politica economica latitava dal 1990; non si era riusciti a varare neanche la
più timida riforma della previdenza. Quando nel 1992 venne formato il Governo
Amato, l’unico strumento a disposizione furono alcuni decreti legge che,
per la loro attuazione, richiedevano numerosissimi decreti delegati da parte di
un Governo e di un Parlamento sotto lo schiaffo della magistratura.
Le riforme fatte e il livello di indebitamento
Il quadro odierno non è certo roseo, specialmente a ragione del cattivo
andamento (da sette anni) dell’economia reale e della contrazione della
produzione industrial-manufatturiera. Tuttavia, in comparti critici alla base
della crisi del 1992 (pensioni, mercato del lavoro, riorganizzazione del
settore bancario, ed anche sanità e istruzione) sono state fatte riforme che
cominciano a dare i propri frutti in termine di decelerazione della spesa di
parte corrente. L’indebitamento netto delle pubbliche amministrazioni è ben al
di sotto del 3% del Pil. Se la barra di politica economica è tenuta dritta (e
se alcune norme europee vengono interpretate in misura più favorevole alla
crescita) possiamo anche prefigurare una graduale riduzione del rapporto
debito: Pil.
Le differenze con il ’92
Per frammentato e confuso che sia il quadro politico non è come quello del
1992 quando i maggiori partiti si liquefacevano; anzi, dopo essersi osteggiate
violentemente per anni le due maggiori forze politiche stanno cercando di
traghettare insieme l’uscita dalla crisi. La prova più eloquente è che non
abbiamo fatto ricorso ai vari fondi Salva-Stati istituiti nell’unione monetaria
ma vi abbiamo versato 60 miliardi di euro, mentre nel 1992 avevamo esaurite le
garanzie nonostante avessi dato in pegno le nostre riserve.
Un Fiscal Cliff all’italiana?
Ciò non vuol dire che non c’è il pericolo di un Fiscal Cliff all’italiana.
Siamo su sentiero stretto ed in salita che richiede riforme istituzionali (con
urgenza una nuova legge elettorale), un’effettiva revisione della spesa di
parte corrente, forse misure straordinarie sul debito, e soprattutto stimoli
alla crescita dal lato sia della domanda sia dell’offerta. Necessità
principalmente di uscire dal clima di sfiducia in noi stessi in cui ci siamo
messi da alcuni anni.
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