venerdì 3 luglio 2009

LA SPINA IRANIANA NEL MAGLIONCINO FIAT Il Tempo 3 luglio

Le vicende in corso in Iran hanno implicazioni profonde sul mercato internazionale dell’auto e, quindi, sulla strategia in corso di rimodulazione al Lingotto.
E’ un elemento di cui poco si è trattato in Italia ma – speriamo– ben noto sia al Lingotto sia a Detroit. L’Iran ha l’industria automobilistica più importanti dell’Asia centrale ed il potenziale di espanderla e diventare uno dei “major players” nel mercato mondiale in grado di penetrare, alla grande, non solo nei mercati ancora chiamati “emergenti” ma anche in Europa orientale. Anche a ragione di partnership in atto con imprese francesi (Renault e Citroën), tedesche (Mercedes), giapponesi (Mazda e Nissan) e coreane (Daewo e Kia). L’industria iraniana dell’auto è iniziata negli Anni 50 e 60 con la creazione d’impianti Ford e Gm e con il supporto della britannica Hillman Hunter alla nascente Paykan (“freccia” in persiano), a cui si sono aggiunti più tardi la Mercedes e la Mazda (per la produzione di camion e bus non di automobili). In seguito alla rivoluzione del 1979, le aziende americane si sono ritirate ma sono state prontamente soppiantate da imprese francesi e coreane, nonché da una maggiore presenza dei giapponesi. Adesso, il settore è organizzato in tre grandi gruppi a partecipazione statale (la Kohdro, la Pars Khodro e la Saipa); gli azionisti francesi, coreani, giapponesi, e tedeschi pare convivano bene con i soci (statali) iraniani. Accanto a queste grandi aziende, nell’ambito del programma (pur limitato) di liberalizzazioni, sono nati piccoli produttori con auto caratterizzate da specifiche unicamente iraniane come la Anna e la Samad. In totale, nonostante le tensioni interne, oggi l’Iran produce 1,1 milioni di vetture l’anno (i due terzi della Chrysler), ed è il decimo produttore su scala mondiale. Uno studio econometrico di Javad Abedini e Nilocas Péridy, nell’ultimo fascicolo di The World Economy, basato su un raffronto con 40 Paesi esportatori (di auto) e 34 importatori, conclude che il potenziale d’export dell’Iran è vari multipli del valore attuale; suggerisce che la politica industriale del Paese guardi sempre più al mercato internazionale non solo alla Russia, alla Cina ed all’India ma anche ai “più piccoli vicini” (Turchia, Pakistan, Asia centrale).L’analisi di Abedini e Péridy (scritta diversi mesi prima delle elezioni) ipotizza che nell’arco di pochi anni, le pressioni della popolazione per un migliore tenore di vita porteranno ad un’accelerazione del programma attuale (una produzione di 2 milioni di auto nel 2015) ed un sempre maggiore accento sull’export.
Fantaeconomia coniugata con fantapolitica? Non proprio: è, invece, un percorso analogo a quello seguito da molti Paesi a reddito pro-capite intermedio (secondo le definizioni della Banca Mondiale)- dalla stessa Italia negli Anni 50 e 60.
Quali le implicazioni per Marchionne? Trovare un concorrente in più, agguerrito e di stazza simile alla Fiat, proprio nei mercati dove conta di crescere. Una spina in più nel maglione-talismano.

giovedì 2 luglio 2009

RILANCIARE “LISBONA” SI PUO’ FARE RIPARTENDO DAL PROGRAMMA PRESENTATO DALL’ITALIA, DSYNTHESIS giugno

Vi ricordate i “Protocolli di Lisbona” così denominati in quanto formulati ad un Consiglio Straordinario dei Capi di Stato e di Governo dell’UE (allora ancora a 15) tenuto sulle rive del Tago (il Portogallo aveva la Presidenza di turno dell’Unione) nel marzo 2000? I documenti esaminavano la crescita economica verificatasi nelle principali aree della comunità internazionali negli Anni Novanta, giungendo alla conclusione – per mutuare da un libro recente di Mario Baldassarri- che l’Europa era stata “la bella addormentata” in un mondo sempre più caratterizzato dalla “formica cinese”, dalla “cicala americana” e dall’”aquila russa”. La “bella addormentata”, in particolare, non aveva sfruttato (come avrebbe dovuto) le tecnologie della comunicazione e dell’informazione per ridurre drasticamente le distanze di tempo e di spazio ed aumentare competitività e produttività. In campi specifici come la banda larga, la diffusione di Internet, l’innovazione di processo e di prodotto si era rimasti pericolosamente indietro. In questo contesto, ed in questo spirito, il Consiglio Europea varava un piano ambizioso, incentrato sulla tecnologia, mirato a fare diventare entro il 2010 l’Europa l’area più dinamica del mondo.
Siamo alla vigilia del 2010: nella loro ultima tornata di previsioni (diramata il 23 maggio), i 20 maggiori istituti econometrici internazionali (tutti privati, nessuno italiano) anticipano che l’anno prossimo l’UE esporrà una crescita appena dello 0,3%, rispetto all’1,4% degli Usa , allo 0,6% del Giappone, al 2% della Russia, al 7% della Cina ed al 6% dell’India. A fronte di queste cifre, ciò-che-resta-degli-eurocrati di Bruxelles hanno imbarazzo quando si affronta il tema. Cambiano discorso sottolineando la crisi internazionale ed i suoi effetti, da cui però – come affermano le cifre citate – altre aree del mondo stanno uscendo prima e meglio dell’Europa.
La prima fase del programma di Lisbona – lo ha detto il rapporto Koch (dal nome dell’ex- Commissario Europeo Peter Koch) nel 2005 quando è stata effettuata una valutazione del primo lustro d’attuazione dei Protocolli – è stata afflitta da una malattia tipica di Bruxelles: il “mal d’indicatori” (il numero eccessivo di indicatori statistici, spesso di dubbia robustezza, richiesto dalla Commissione alle amministrazioni degli Stati membri al fine di “monitorare” politiche, piani, programmi, progetti e singole misure). E’ stata, quindi, varata una seconda fase che prevedeva una riduzione drastica degli adempimenti burocratici e dei relativi indicatori e la presentazione invece di programmi nazionali basati su 24 linee guida condivise dagli Stati membri dell’UE. Il ruolo della Commissione sarebbe cambiato: da controller a facilitator e coordinator.


L’Italia, infatti, è stata uno dei rari Paesi che ha presentato alla Commissione Europea il “Piano Nazionale per l’Innovazione, la Crescita e l’Occupazione” (il PICO, nel gergo comunitario) entro il termine previsto del 14 ottobre 2005. Lo ha fatto con discrezione, quasi con pudore. La discrezione ed il pudore, però, sono stati tali che la stampa e l’opinione pubblica quasi non si sono accorti del PICO (anche in quanto con la preparazione della campagna elettorale infuriava, ed infuria, la più aspra polemica politica su tutti e su tutto). Si tratta, invece, di documento che va letto, studiato e meditato il quanto, quale sarà il risultato delle elezioni politiche (ed amministrative) della prossima primavera, il PICO indica una strada, per molti aspetti al di sopra delle parti, da percorrere per riavviare il motore del sistema Italiana dopo circa tre lustri in cui la crescita è stata rasoterra e si è stati, a lungo, molto vicini alla stagnazione. I prossimi Consigli europei rappresentano un’occasione per ripartire dal PICO per definire una nuova strategia europea per l’innovazione, la crescita e l’occupazione.
Cosa è il PICO e come ha origine? La “strategia di Lisbona” sotto-intendeva una politica di crescita che avrebbe dovuto equilibrare (o meglio ancora controbilanciare) le politiche della moneta e di bilancio iscritte nel Trattato di Maastricht, prima, e nel “patto di stabilità”, poi – ambedue inerentemente restrittive. Dal 2000, lo sappiamo, l’attenzione è stata rivolta agli indicatori del “patto di stabilità” (comunque di più immediato impatto mediatico e politico) invece che alle strategie di trasformazione economica. Sotto il profilo istituzionale, il PICO italiano è stato definito da un Comitato di sei Ministri, coordinati dal Ministro per le Politiche Comunitarie Giorgio La Malfa. Sotto il profilo tecnico, l’anima ed il motore del PICO è stato Paolo Savona, rientrato per l’occasione nella pubblica amministrazione (nella veste di Capo Dipartimento delle Politiche Comunitarie), dove aveva già rivestito (circa un quarto di secolo fa) la carica di Segretario Generale della Programmazione.
Quale il metodo adottato per mettere a punto, in poche settimane, il PICO? Quali i contenuti? E cosa può maggiormente interessare imprese, famiglie ed individui? Oltre a passare al setaccio i capitoli dei bilanci delle pubbliche amministrazioni (ed i loro cassetti) per individuare i progetti effettivamente pronti e cantierabili nelle aree più incisive per la trasformazione tecnologica, l’allora Capo del Dipartimento delle Politiche Comunitarie, Prof. Paolo Savona ha svolto un vasto giro di consultazioni con le parti sociali (tutte le 37 organizzazioni con le quali il Governo di norma dialoga), con le Regioni e con le autonomie locali, nonché con numerosi economisti, al fine individuare cinque obiettivi che l'Italia considera prioritari: ampliare l'area di libera scelta dei cittadini e delle imprese; incentivare la ricerca scientifica e l'innovazione tecnologica; rafforzare l'istruzione e la formazione del capitale umano, nonché accrescere l'estensione dei relativi benefici alla popolazione, specie ai giovani; adeguare le infrastrutture materiali e immateriali; tutelare l'ambiente. Ciascun obiettivo prevede, nel Piano, una dettagliata ricognizione di programmi e progetti puntuali di intervento che spaziano dall'economico al sociale, al tecnologico, alla politica legislativa, alla qualità della regolazione.
In materia di contenuti, il PICO parte dalla constatazione che l’Italia presenta una preponderanza di imprese di piccole e medie dimensioni . Una categoria (principalmente a conduzione familiare) è vulnerabile alla competizione di prezzo, specialmente dai Paesi a bassi salari e bassa tutela sociale. Un’altra (il “made in Italy” di alta qualità) è vulnerabile alle contraffazioni. Sono, inoltre, presenti dualismi territoriali e settoriali accentuati. Infine, il Paese è caratterizzato da modi di soddisfazione delle esigenze di solidarietà tali da incidere sui bilanci delle pubbliche e delle imprese , già peraltro gravate da eccessiva regolamentazione.
Il PICO si articola in due vaste tipologie di strumenti da attivare: provvedimenti a carattere generale i progetti specifici. I primi riguardano : liberalizzazioni, segnatamente nei settori dei servizi; miglioramento delle prestazioni della pubblica amministrazione; creazione di un contesto normativo favorevole agli investimenti; valorizzazione della piccola e media impresa allo scopo di accrescere l’utilizzazione da parte loro delle tecnologie digitali, piena valorizzazione del capitale umano, creazione o completamento di reti infrastrutturali, un’incisiva attuazione della politica di seconda europea.
I secondi concernono : a) il completamento del progetto Galileo per una rete satellitare europea; b) la partecipazione ai progetti europei Egnos e Sesame per la gestione del traffico aereo; c) la realizzazione di piattaforme informatiche per la tutela della salute, lo sviluppo del turismo, l’infomobilità, la gestione delle banche dati pubbliche e territoriali; d) l’attuazione di 12 programmi strategici di ricerca nei settori della salute, farmaceutico e bio-medicale, dei sistemi di manifattura, della motoristica, della cantieristica navale e aeronautica, della ceramica, delle telecomunicazioni, dell’agroalimentare, dei trasporti e della logistica avanzata, dell’ ICT e componentistica elettronica e della microgenerazione energetica; e) la creazione di 12 laboratori di collaborazione pubblico-privata per lo sviluppo della ricerca nel Mezzogiorno nei settori della diagnostica medica, dell’energia solare, dei sistemi avanzati di produzione, dell’e-business, delle bio-tecnologie, della genomica, dei materiali per usi elettronici, della bioinformatica applicata alla genomica, dei nuovi materiali per la mobilità, dell'efficacia dei farmaci, dell’open source del software, dell’analisi della crosta terrestre; f) lo sviluppo di 24 distretti tecnologici, che estendono l’esperienza dei distretti industriali italiani a settori ad alto contenuto tecnologico e potenziale innovativo; g) l’ampliamento e l’uso razionale delle infrastrutture nel settore energetico e idrico; h) settori di rilevanza strategica aventi ricadute tecnologiche nei processi produttivi e nel benessere dei cittadini e in condizione di garantire una migliore tutela ambientale, con particolare attenzione alle fonti energetiche alternative.
Il PICO non è un Piano “chiuso”. Oltre a considerare ciò che già è stato fatto in attuazione della strategia di Lisbona, il PICO ha accolto provvedimenti e progetti di pronta attuazione, che incidono una tantum sulla spesa pubblica e sono capaci di attrarre risorse private, ma resta “aperto” ad accogliere nuovi contributi provenienti delle capacità progettuali del sistema economico e politico italiano ed europeo, anche perché il meccanismo di nuovi finanziamenti pubblici è basato sul gettito derivante dalla cessione di attività reali di proprietà dello Stato, secondo una logica di gestione patrimoniale (asset management), e trova attuazione nelle scelte che su queste disponiblità verranno effettuate dal CIPE. Le risorse finanziarie pubbliche messe al servizio del Piano sono in parte già incorporate negli stanziamenti di cassa previsti in bilancio fino al 2005 e in quelli di competenza previsti per il triennio 2006-2008, nonché nelle dotazioni aggiuntive per la politica di coesione comunitaria e, per la parte aggiuntiva, da fondi provenienti dalla cessione di attività reali dello Stato stimati nell’ordine dell’1% del PIL per il triennio di Piano (equivalenti a 13 mld di euro), di cui 3 mld nel 2006. Più importanti di questi dati quantitativi, che rappresentano ormai un mero documento di storia economica contemporanea, è sulk metodo consultativo del PICO e sui suoi risultati attesi che occorre porre l’accento. L’insieme dei provvedimenti e progetti avrebbero dovuto fare avvicinare le spese in ricerca e sviluppo (R&S) all’obiettivo del 3% del pil indicato dalla Commissione Europea. Più significativa appare invece la stima effettuata sull’impatto macroeconomico derivante dall’attuazione del Piano: l’innalzamento del reddito potenziale attuale è valutato nell’ordine dell’1%, con effetti disinflazionistici strutturali stimati in 30 centesimi di punto e un parallelo rafforzamento del potere di acquisto salariale. Il PICO avrebbe indotto un incremento dell’occupazione nell’ordine dei 200 mila posti di lavoro, con una significativa concentrazione tra i giovani.

Subito dopo la presentazione del PICO si è entrati in campagna elettorale, è cambiata la maggioranza parlamentare, si è avuto la più breve legislatura della storia della Repubblica e, subito dopo nuove elezioni, la nuova maggioranza si è trovata alle prese con la crisi finanziaria ed economica mondiale più grave dal dopoguerra e con emergenze nazionali come il terremoto dell’Abruzzo. Il PICO pare coperto da una coltre d’oblio anche al Dipartimento delle Politiche Comunitarie dove è stato preparato.

Tuttavia, mai come ora, è necessario aggiornarlo, riprendendone metodo ed obiettivi ed adattali alla nuova situazione europea ed internazionale. Ed offrirlo all’UE come proposta italiana per rilanciare la strategia definita dieci anni fa a Lisbona. Evitando che la bella addormentata , con il passare del tempo, diventi vecchia e grinzosa.


Giuseppe Pennisi, Vice Presidente del Comitato Scientifico dell’O.S.E.C.O, è Professore emerito della SSPA; insegna attualmente economia internazionale e politica economica europea all’Università Europea ed all’Università di Malta.

UNA NUOVA STAGIONE DI RIFORME Formiche Luglio

Questa lunga estate calda 2008 (contrassegnata da elezioni europee ed amministrative, oltre che da una crisi economica di cui si avvertono i riflessi sul tasto più dolente – l’occupazione - , nonché da polemiche personalistiche) potrà probabilmente essere ricordata come quella della preparazione di una nuova stagione riformatrice: gli esiti elettorali e le polemiche personali verranno presto dimenticate e la crisi, con i suoi pesanti contraccolpi occupazionali, potrà essere il grimaldello di riforme; se ne è toccata con mano la premessa già a fine maggio , alle assemblee della Confindustria e della CISL (dove si è in pratica riaperto il tavolo della “madre di tutte le riforme”, in tema di welfare, quella della previdenza) nonché nel dibattito (al di là di accenti fuorvianti) sul riassetto istituzionale (a cominciare dal bicameralismo perfetto e dal ruolo del Presidente del Consiglio).
La crisi finanziaria ed economica – ricorda Marco Patriarca nel suo saggio , scritto quando le deflagrazione del subprime stava scoppiando (e non se ne prevedevano ancora le complesse ramificazioni), ha reso tutti più consapevoli di regole autorevoli ed applicate con rigore per porre l’economia mondiale su un tracciato di lungo periodo di crescita sostenibile. Ancora più eloquenti le 350 pagine a stampa fitta in cui Bruno Costi, Presidente del Club dell’Economia, ripercorre, con pazienza e cura certosina, le proposte di politica economica presentate in Italia nei primi dieci anni del XXI secolo, quelli che secondo gli auspici degli euro-entustiasti sarebbero stati contrassegnati, grazie all’unione monetaria ed alle misure previste dal Trattato di Maastricht per promuovere riforme, da tassi di cresciti attorno al 5% ed invece, dopo un periodo di crescita rasoterra, sono slittati nella più grave recessione del dopoguerra. Costi sottolinea acutamente come il momento della proposta politica (quello per intenderci del Dpef) sia stato all’insegna “delle buone intenzioni rispetto a quello del realismo sovente consegnato alla legge finanziaria ed al bilancio annuale”. A livello di policy formation è essenziale colmare il divario tra “buone intenzioni” e “realismo” ed avere meccanismi che comportino decisioni spedite quale imposte (ci piaccia o non ci piaccia) dal forte grado di integrazione economica internazionale che caratterizzerà il mondo del “dopo-crisi”.
Sotto il profilo economico, la crisi non ha acuito l’esigenza di rimettere mano ai sistemi previdenziali solamente in Italia, i lavori di Nicholas Barr della London School of Economics, Peter Diamond del Massachusetts Institute of Technology, Ondrej Schneider a lungo all’Ocse ed ora alla Charles University di Praga tracciano i percorsi da effettuare in vari Paesi. Integrano e completano, quindi, l’analisi di Bruno Costi che dedica particolare attenzione alla riforma della riforma previdenziale varata in Italia dalla XIV Legislatura ed al contro-riforma pensionistica messa in atto, invece, nella XV Legislatura. d A casa nostra, siamo alle prese con un vero e proprio paradosso: dopo 17 anni dalle prime riforme della previdenza (quelle che presero il nome dall’allora Presidente del Consiglio Giuliano Amato) siamo tra i Paesi Ocse quello che destina maggiori risorse al sistema previdenziale pubblico (oltre 15% del pil nel 2008) ma la cui platea di pensionati è caratterizzata dalla più alta proporzione di persone “al minino”, un minimo inadeguato, secondo i dati Istat, per la mera sussistenza.
Non c’è una ricetta puntuale universalmente applicabile. Le simulazioni per differenti Paesi indicano però alcuni elementi da cui non si potrà eludere (quali che siano le specifiche tecniche) nel rimettere in moto il cantiere italiano delle riforme previdenziali: l’aggiornamento dell’età pensionabile (per tenere conto delle dinamiche demografiche), la revisione del tasso di copertura (ossia della percentuale dell’ultimo stipendio con cui si va in pensione), il rialzo dei trattamenti più bassi. I primi due elementi sono essenziali per attuare il terzo. Avere individuato questi tre punti è già un primo passo significativo per facilitare il dialogo tra parti sociali e tra queste ultimi ed le autorità di politica economica.







Per saperne di più
Barr N, Diamond P "Reforming Pensions" MIT Department of Economics Working Paper No. 08-22
Costi B. “Alla Ricerca dell’Exconomia Perduta- Le proposte di politica economica dal 2001 al 2008 I Quaderni dell’Economica Italiana, Unicredit 2009-
Patriarca M. “Come Riformare i Riformatori – Cosmopolitismo e Responsabilità Internazionale “ Guida 2008
Schneider O "Reforming Pensions in Europe: Economic Fundamentals and Political Factors"CESifo Working Paper Series No. 2572

mercoledì 1 luglio 2009

Una concertazione positiva per un'economia fiduciosa, Ffwebmagazine primo luglio

In questi giorni, si riprende a parlare di dialogo sociale e di concertazione – due termini che, per quanto mai dimenticati e spesso pronunciati da alcune forze di governo, sembrava finiti là dove stanno quelle vecchie signore che hanno avuto tempi molto migliori, in un passato, però, non molto recente. La spinta è la consapevolezza che le misure approntate e approvate dall’ultimo Consiglio dei ministri, per quanto utili (potranno contribuire alla crescita del Pil per un 0,3-0,5 nei prossimi 12 mesi), non sono il colpo d’ala che il paese si attende. E che tale colpo d’ala non potrà essere dato senza la partecipazione attiva di tutto il corpo sociale.

Della “concertazione”, definita 15 anni fa “un metodo per governare” in un libro del presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, ci sono numerose accezioni. Occorre tenerlo presente farne un breve bilancio e delineare come può essere utile nel contesto attuale. Un contesto – si badi bene – molto differente da quello in cui l’Italia era ancora un’economia relativamente chiusa alla concorrenza di paesi a demografia giovane, alta produttività e costi di produzione bassi.

Il termine viene dal francese, che, a sua volta, lo ha mutuato dal tedesco. Si riferisce ad accordi tra parti sociali (i rappresentanti dei lavoratori e dei datori di lavori) e tra questi ultimi e la mano pubblica per il raggiungimento di determinati obiettivi di politica o aziendale o settoriale o generale. L’Italia ha avuto una sua profonda esperienza di “concertazione”, sui generis, nel periodo tra le due guerre mondiali – con l’economia “corporativa”, studiata con grande attenzione, all’epoca, da economisti e sociologi di varie parti del mondo. Negli anni '60 e '70, non si parlava di “concertazione”, ma ci fu la lunga fase degli “accordi interconfederali”, spesso troppo prontamente tradotti in legge dal Parlamento: un frutto ne fu la normativa sulla previdenza del 1968-69 che, nel giro di pochi anni, ci regalò uno dei sistemi previdenziali più squilibrati (ed uno dei debiti previdenziali più alti in rapporto al pil) al mondo. Gli anni '80 sono l’epoca della “concertazione” propriamente quando il metodo è stato utilizzato per accompagnare il percorso di rientro dall’inflazione e di riassetto della finanza pubblica: il suo momento più alto è stato “l’accordo di San Tommaso” (dal nome del santo patronimico del giorno il cui è stato concluso), il “patto sociale” del 23 luglio 1993.

A poco più di 15 anni da allora, si può dire che il “patto sociale” ha avuto un ruolo chiave nella riduzione degli aumenti dei prezzi grazie, principalmente, all’introduzione del concetto di “inflazione programmata” come guida per la politica economica e per le relazioni industriali, mentre si è rivelato caduco in molti altri aspetti (la contrattazione collettiva a più livelli, la consultazione nella definizione dei documenti di politica economica). Si dovrebbe aggiornare alle nuove esigenze il “patto sociale” del 1993? Non proprio. Occorre guardare più indietro per andare più avanti. Alla metà degli anni '90 a un rapporto dell’Organizzazione internazionale del lavoro (un’istituzione non certo di parte e comunque distinta e distante dalle nostre beghe) differenziava nettamente tra “concertazione difensiva” e “concertazione aggressiva o positiva”.

La prima cerca di tutelare l’esistente, ove non di guardare al passato; la seconda era, invece, rivolta all’avvenire. Nel documento si sottolineava come le relazioni industriali avrebbero dovuto affrontare le sfide poste dalla trasformazione economica, l’innovazione e l’integrazione economica, pena il pericolo di diventare irrilevanti. Il primo e più significativo patto di “concertazione aggressiva o offensiva” in Europa è stato l'"accordo di Wasenaar" (dal nome della località dove è stata stipulata) conclusa in Olanda nel lontano 1984. I Paesi Bassi erano afflitti da quello che gli economisti chiamavano “il mal olandese” – bassa crescita dovuta al flusso di valuta, e sovrapprezzamento del cambio, derivante dal gas naturale del Mare del Nord. L’accordo comportò un nuovo disegno del mercato del lavoro e dello Stato sociale (in senso liberale) di fronte alla constatazione che, ad esempio, operando unicamente sull’età legale per la pensione (senza toccare contributi e livello degli assegni rispetto alle ultime remunerazioni) la si sarebbe dovuta portare a 80 anni.

Possiamo andare verso la “concertazione aggressiva”? Il documento sullo stato sociale di recente presentato dal governo sembra dire di sì. Lo ha riconosciuto anche un sociologo, esperto di relazioni industriali, da sempre vicino alla sinistra, come Arris Accornero. Anzi è solamente tramite la “concertazione aggressiva” che si può, da un lato, superare quel clima di sfiducia che frena l’economia con alti tassi di transazione ed elevata avversione al rischio e, dall’altro, ricostruire le regole da quelle interne (come la definizione dello “statuto dei lavori”) a quelle internazionali (quali le global rules per regolazione e vigilanza finanziaria). Tuttavia, ciò comporta per le parti sociali (principalmente per parte dei sindacati) passaggi difficili: acquisire la consapevolezza che la difesa dell’esistente non solamente perde sempre ma è spesso a svantaggio dei più deboli. Aiutiamo chi è più reticente a fare questi passaggi. A traversare il fiume chi è rimasto in mezzo al guado, non si rende conto che la vecchia sponda non c’è più e non vede con chiarezza l’approdo.

LIBERALIZZAZIONI: UN TIGRE NEL MOTORE DEL PIL Il Tempo del primo luglio

Di quanto l’Italia può crescere mettendo l’accento sulle liberalizzazioni (specialmente del settore dei servizi) ? Possono essere le liberalizzazioni la leva per la “exit strategy” dalla recessione di cui siamo tutti alla ricerca in questi giorni?
Le liberalizzazioni vengono invocate da lustri, specialmente dai rapporti annuali (come quelli dell’Associazione Società Libera) che da un decennio dimostrano come l’errore di fondo delle denazionalizzazioni all’italiana sia stato quello di privatizzare prima di liberalizzare. “L’Indice delle Liberalizzazioni 2009” appena pubblicato dall’Istituto Bruno Leoni (IBL) documenta , comparto per comparto, quanto poco è stato fatto e come si sia comparativamente indietro rispetto a gran parte degli altri Paesi occidentali.
Sino ad ora, però, a documenti, litanie e geremiadi è mancato un supporto econometrico che indichi, sotto il profilo quantitativo, se in che misura una strategia di liberalizzazioni può contribuire al benessere ed allo sviluppo del sistema Italia. Un’analisi effettuata all’interno del servizio studi della Banca d’Italia (gli autori sono gli economisti Lorenzo Forni, Andrea Gerali e Massimiliano Pisani) fornisce una prima utile risposta. L’analisi riguarda il settore dei servizi ed ipotizza che il “mark up” (ossia la rendita di posizione dovuta a varie forme di oligopolio od a regolamentazioni eccessivamente favorevoli ai produttori, a svantaggio, dunque, dei consumatori) venga non azzerato ma portato alla media prevalente nel resto dell’area dell’euro: ne risulterebbe un aumento di medio e lungo termine del pil dell’11% ed , a regime, del benessere (misurato in termini di consumi del 3,5). Inoltre, metà dell’aumento del pil (6,5%) verrebbe realizzato nell’arco dei primi tre anni. Gli effetti sarebbe maggiori portando il “mark up” alla media dei Paesi Ocse.
In parole povere, una “strategia di uscita” dalla crisi basata sulle liberalizzazioni n(in cima alla lista i servizi pubblici locali) darebbe un impulso alla crescita che da negativa nell’anno in corso e rasoterra nei 15 precedenti subirebbe , per tre anni, un balzo in avanti considerevole. Migliorerebbe, poi, a regime (ossia nel lungo termine) il benessere dei consumatori riattivando la dinamica della domanda interna compressa, tra l’altro, dai bassi salari medi, al netto in busta paga.
E’ una strategia, quindi, da perseguire specialmente in una fase come l’attuale in cui la recessione ha comportato un vero e proprio tracollo delle entrate e sia gli impegni europei sia, soprattutto, il fardello del debito pubblico non consentono una politica di bilancio espansiva, ma, al contrario, si sta cercando dove effettuare nuove riduzioni di bilancio, operando principalmente su spese programmate ma non ancora contrattualizzate (i residui). Una strategia imperniata sulle liberalizzazioni, inoltre, sarebbe anti-inflazionistica e rappresenterebbe una barriera nei confronti dell’uscita dalla crisi (tramite inflazione che pare sia invece programmata oltre-atlantico).

martedì 30 giugno 2009

TEMPO DI FESTIVAL Il Foglio primo luglio

Questa estate in Italia sono in scena 35 festival di lirica, rispetto ai 21 della Germania federale, ai 15 dell’ Austria, ai 16 degli Stati Uniti, ai 13 della Gran Bretagna agli e 11 della Francia. Questi dati vengono dal ai maggiori siti internazionali (www.operabase.com, www.operatoday.com) , il quadro non cambia: non vengono inclusi alcuni “festival” italiani (pur se così denominati) poiché frutto dell’attività di una compagnia di giro a basso costo (e di produzione e di biglietti), ma crescono quelli Usa. Se si guardano i dati americani con attenzione, molti festival nascondono saggi di fine corso (con più repliche) organizzati da Music Schools di Università per dare agli allievi il brivido del palcoscenico. Due “festival” del genere (non inclusi nei 35 citati in precedenza) sono in corso a Roma (vengono allestiti ciascuna estate) proprio con il medesimo obiettivo – dei due, uno è organizzato da un’intraprendente yankee docente in una scuola secondaria; all’ombra del Cupolone ha trovato l’America.
Nonostante musicisti e giornalisti si rotolino per terra, si strappino i capelli e protestino contro i “tagli” , consumiamo teatro in musica e melodramma più di altri. I festival” di Cianciano, Civita Castellana, Zavorrano, Massa Marittima, Ostia Antica, Pistoia, San Giminiano, San Vito al Tagliamento, Tarquinia, Veroli sono la tournee di un “Carro di Tespi” organizzato da un abile impresario con artisti dell’Europa orientale e dell’Asia centrale e titoli di sicuro richiamo, “Nabucco” e “Trovatore”; la qualità sarà simile a quella dei saggi delle Music Schools americane ma la cultura dell’opera lirica si diffonde o resta in vita. Ciò avviene nonostante le ristrettezze finanziarie; prima di tutto, del pubblico pagante e, successivamente, di un’amministrazione pubblica in cui negli ultimi dieci esercizi finanziari “il resto effettivo di cassa” (quanto non speso alla fine dell’anno) ha spesso superato quanto erogato.
Non mancano festival di qualità che attirano pubblico sia locale sia nazionale sia dal resto del mondo. Sono, soprattutto, quelli monografici (su un autore) o a tema (su un argomento). Tra i primi spiccano quelli imperniati su Puccini (Torre del Lago) e Rossini (Pesaro). Il Festival pucciniano ha condotto un’analisi economica dettagliata degli impatti (su valore aggiunto ed occupazione nell’area) delle attività connesse al 2008; il saldo economico è nettamente positivo. A Pesaro, il 70% del pubblico è straniero; al 20 giugno il 90% dei biglietti per la manifestazione (9-20 agosto) era già venduto, nonostante prezzi allineati su quelli tedeschi. Conti in attivo (e molti stranieri) pure nella piccola Jesi dove da circa un decennio si celebrano i due “genius loci”, Pergolesi e Spontini. Tra i Festival a tema spiccano Macerata (il tema del 2009 è “l’inganno”) e Ravenna (da sempre incentrato sulla spiritualità e l’incontro tra culture ed etnie). Il secondo è multidisciplinare (come quello di Spoleto)- la lirica è parte di un a serie di eventi in cui prosa, danza, cinema e mostre mobilizzano la città e l’area circostante.
Dalla esperienze di successo emergono alcune lezioni per chi sta operando al rilancio di quello che è stato il capostipite dei festival estivi italiani: quello dei “Due Mondi” di Spoleto, una manifestazione multidisciplinare a cui, di fatto, da dieci anni almeno Ravenna ha tolto lo scettro. In primo luogo, razionalizzazione d’amministrazione e direzione musicale: mentre Macerata, Ravenna, e Jesi (ed anche Perugia ed altre realtà) hanno integrato i festival con le attività dei locali teatri di tradizione (contenendo costi ed uniformando indirizzo artistico), a Spoleto convivono due strutture (il “Due Mondi” ed il “Lirico Sperimentale”, il cui management- unico caso al mondo- è a tempo indeterminato, tendenzialmente a vita), con evidenti duplicazioni e differenze di strategia. In secondo luogo, il finanziamento pubblico è essenziale ma se supera certi livelli trasforma il capitale umano da produttivo a improduttivo: a Ravenna e Torre del Lago (ed in Festival stranieri di prestigio come Aix en Provence e Glyndebuorne) vige la regola secondo cui un terzo del budget è finanziato dal contributo pubblico (di ogni ordine e grado) e due terzi da sponsor e biglietteria- un principio sano ed analogo a quello delle finanze “fogliane”. In terzo luogo, la capacità di attivare grandi co-produzioni internazionali (questa estate Ravenna lavora con Salisburgo e Parigi) e di vendere i propri allestimento ad altri teatri (il 20% circa degli introiti di Aix e Glyndebourne).

Ravenna Festival, bilancio lusinghiero per il 2009 Il Velino 30 giugno

CLT -
Ravenna Festival, bilancio lusinghiero per il 2009
Roma, 30 giu (Velino) - Sbarca il 3 luglio all’elegante Teatro “Dante Alighieri” di Ravenna l’ultima scoperta di Riccardo Muti: la quarta versione del “Demofoonte” di Niccolò Jommelli composta nel 1770 su libretto di Pietro Metastasio. E’, per alcuni aspetti, un ritorno poiché le prove dell’opera sono state condotte nell’elegante Teatro “Rossini” di Lugo di Romagna. Ha poi preso il volo al Festival di Pentecoste di Salisburgo e ha avuto a metà giugno una serie di repliche all’Opéra di Parigi. Dopo le rappresentazioni al Ravenna Festival (sino al 7 luglio) ci sarà, probabilmente, una tournee autunnale e invernale nell’Italia centrale. “Demofoonte” è un’“opera seria”: sgarbi fatti agli Dei, mostri inviati per punire i colpevoli (veri o presunti), amori tormentati e intrighi sino al lieto fine di prammatica. Jommelli, uno dei maestri della “scuola napoletana”, ebbe una grande influenza sui musicisti più giovani di lui, in particolare su Mozart. Di particolare interesse, nella partitura, i recitativi “accompagnati” che accentuano l’azione e anticipano le “tragedie liriche” d’inizio Ottocento. A Salisburgo, l’opera ha avuto un’accoglienza calorosa, nonostante le circa quattro ore di spettacolo. Muti ha diretto con una bacchetta agile e spigliata. La regia di Cesare Lievi e le scene di Margherita Palli sono efficaci nello spostare l’azione da una mitica Grecia alla fine del Settecento. Il successo è soprattutto merito dei giovani della Orchestra Cherubini (selezionati con molta cura) e dei sette solisti , anche loro tra le nuove generazioni del teatro in musica. Alle prese con arie molto ardue – l’“opera seria” della scuola napoletana era l’esaltazione del virtuosismo vocale – tutti reggono bene la prova. Spiccano, in particolare, Dimitri Korchak e Maria Grazia Schiavo.

“Demofoonte” ci porta a riflettere sul Ravenna Festival, manifestazione in cui pochi credevano quando è nata grazie alla determinazione di Cristina Mazzavillani Muti e che ora ha circa venti anni. Ha superato tutte le attese e in pratica ha fatto sparire dalla mappa dei festival pluridisciplinari italiani (in cui si declinano musica, prosa, danza e altre arti dal vivo) quel Festival dei “Due Mondi” di Spoleto che ne era stato il precursore. L’edizione 2009, cominciata il 14 giugno e che andrà avanti sino al 18 luglio, è giunta praticamente a metà percorso. Offre di tutto e di più: dall’opera lirica, in coproduzione con Salisburgo e Parigi, al balletto, alla concertistica sia sinfonica sia cameristica, a novità assolute di avanguardia, fino a un gemellaggio importante con la città di Sarajevo. Nonostante la crisi internazionale e le previsioni iniziali di circa 60 mila spettatori (nel 1999 furono 10 mila), se ne stimano adesso quasi 75 mila. Due terzi del budget (6 milioni di euro) provengono da sponsor e biglietteria; 500 carnet gratuiti vengono dati a giovani con meno di 25 anni per incoraggiare la cultura musicale; in crescita l’affluenza di stranieri (circa l’8 per cento del pubblico).

Tra i concerti fino adesso eseguiti, da menzionare in particolare quelli diretti da Pierre Boulez e Christoph von Dohnanyi, nonché una vera rarità: la “Missa Defunctorum” di Paisiello, concertata da Muti, che verrà replicata in vari auditorium italiani. Molto vasto il menu per le prossime settimane: per chi ama la danza appuntamenti da non perdere sono la Soirée Maja Plisetskaja (4 luglio) con i migliori danzatori russi del momento, Le Baccanti di Micha von Hoecke (10 luglio) e il Sutra con i monaci buddisti del Tempio Shaolin (17 luglio); per chi preferisce il teatro, “Rumi” un lavoro concepito, disegnato e diretto da Robert Wilson (15-17 luglio); per la grande sinfonica il punto forte è il concerto di Muti alla guida dei complessi del Maggio Musicale Fiorentino (Brahms e Beethoven) che il 12 luglio verrà eseguito al Palazzo De André e il 13 al Centro Zetra di Sarajevo. Tutti i dettagli e il calendario completo della manifestazione si possono consultare alla pagina www.ravennafestival.org.