domenica 28 agosto 2016

FESTIVAL DI CITTA' DEL CASTELLO/ La Grande Guerra e la musica francese inIl Sussidiario del 28 agosto



FESTIVAL DI CITTA' DEL CASTELLO/ La Grande Guerra e la musica francese

Pubblicazione:
Katia (a sinistra, con giacca nera) e Marielle (a destra, con giacca bianca) Labèque. Foto di Monica Ramaccioni Katia (a sinistra, con giacca nera) e Marielle (a destra, con giacca bianca) Labèque. Foto di Monica Ramaccioni
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JUSTIN BIEBER / News: la Gomez ancora innamorata di Justin? (oggi, 27 agosto 2016)

Il Festival dell’Edizione di Città di Castello è giunto quasi alla cinquantesima edizione: festival, principalmente di musica da camera ma da un decennio, anche di musica sinfonica, ciascuno dedicato a una Nazione straniera e alla sua musica in un specifico momento storico.
Da alcuni anni, il focus è la musica di un Paese negli anni precedenti e immediatamente successivi alla Grande Guerra. Negli ultimi due anni, l’attenzione è stata rispettivamente sull’Armenia (manifestazione il cui successo ha superato ogni attesa) e sull’Austria, Quest’anno (23 agosto-3 settembre) il tema è la Francia, dalla fine delle belle époque alla quarta Repubblica. L’anno prossimo sarà la Germania della Repubblica di Weimar.
Non è un festival facile da organizzare perché alla fine dell’estate i maggiori artisti, specialisti del periodo specifico, sono difficili da reperite. Programmarlo è molto più complesso di quanto non sia ‘acchiappare’ grandi orchestre o grandi solisti che, nel periodo di una manifestazione, sono ‘nei dintorni’ (come spesso fa anche MiTo) ed invitarli per una serata. Città di Castello è una dei pochi comuni umbri privi di un teatro agibile. I concerti di sinfonica vengono eseguiti nel grande complesso domenicano; quelli di cameristica in altre chiese e palazzi. Nonché in altri comuni (Sansepolcro, Umbertide, Montone) che collaborano con la manifestazione.
E’ stato inaugurato dall’orchestra sinfonica di Digione- Borgogna, (un complesso nato nel 1987 ma che ha già affrontato il wagneriano Ring), concertato dal proprio direttore stabile; Gergely Madaras (classe 1984) che si distingue per il suo braccio largo quasi alla Daniel Harding. Nelle prima parte due ‘chicche’ tardo ottocentesche di raro ascolto in Italia (Le Tombeau de Couperin di Ravel e le musiche di scena di Bizet per l’Arlesienne di Daudet)) seguite della scintillanti suite di ouverture di operette di Offenbach: A richiesta del pubblica sia l’ultimo  struggente brano di Bizet sia i can can di Offenbanch sono stati bissati e tutto l’uditorio ha partecipato ad un breve ritornello borghignone a favore delle virtù del buon vino.
Di grande spessore il concerto delle due sorelle Katia e Marielle Labècque, due virtuose del pianoforte, di fama internazionale che suonano o a quattro mani oppure in due pianoforti. Hanno offerto con virtuosismo e maestria nella prima parte della serata la riduzione per piano a quattro mani di Ma Mère l’Oye,  sue due pianoforti la Rapsodie Espagnole di Ravel – due lavori che esprimono la borghesia del periodo antecedente e successivo alla prima guerra mondiale. Nella seconda, hanno proposto la riduzione per due pianoforti di Le Sacre du Printemps di Stravinsky che nel 1913 segnò l’inizio di una nuova epoca musicale in Francia. E non solo. Le sorelle Labècque hanno ricevuto vere e proprie ovazioni. Tra i bis, hanno suonato Fourth Movement, composto da Philip Glass, specificatamente per loro.
Altro evento di rilievo domenica 28 agosto nei saloni di Palazzo Vitelli della Cannoniera: L’Argent La Banca Universale (nel testo italiano), primo lavoro musicale su testo di Sandro Cappelletto (che ha anche il ruolo di narratore) e musica di Pierre Thilloy) eseguito dall’Ensemble (cinque elementi) Suono Giallo. Commissionato dal Festival, il tratto da un romanzo di Zola (oggi attualissimo) riguarda la speculazione finanziaria nel mondo globalizzato. Thilloy è un compositore eclettico di mezza età (classe 1970) che vive tra Parigi, Asia Centrale ed il Medio Oriente. Incorpora in una struttura essenzialmente tonale elementi di musiche orientali, facendoci toccare il nesso tra speculazione finanziaria e globalizzazione.


© Riproduzione Riservata.



Kara Walker all’Opera in Artribune 27 agosto



Kara Walker all’Opera. A Venezia la Norma di Bellini con regia, scene e costumi dall’artista americana
Al Teatro alla Fenice l’opera belliniana nata come progetto speciale della 56. Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia
Scritto da Giuseppe Pennisi | sabato, 27 agosto 2016 · 0 
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La Norma di Bellini secondo Kara Walker (foto Daniele Crosera)
La Norma di Bellini secondo Kara Walker (foto Daniele Crosera)
Grande evento a Venezia per gli amanti sia della lirica che dell’arte contemporanea. Al Teatro alla Fenice arriva infatti la Norma di Vincenzo Bellini nella messa in scena firmata per regia, scene e costumi dall’artista americana Kara Walker, con la direzione musicale di Daniele Callegari e Mariella Devia nel ruolo della protagonista. Kara Walker si confronta con originalità e passione con le intense suggestioni dell’opera belliniana: la lacerazione di Norma, divisa tra il suo ruolo di sacerdotessa e l’amore tradito per il nemico Pollione, la speranza infranta di riuscire a comporre un’identità minata da un ineludibile rapporto di subordinazione, il tentativo di infanticidio e infine il suicidio come sola via d’uscita da un conflitto identitario insostenibile. Lo spettacolo è una ripresa di un lavoro che ha debuttato la stagione scorsa, suscitando dibattiti, ma anche una grande richiesta da parte del pubblico che ritorni presto in laguna. Novità, a Venezia è la presenza di Mariella Devia come protagonista: soprano dal dominio tecnico prodigioso e dalla splendida musicalità, la Devia è osannata stella del mondo lirico e voce di riferimento per il repertorio belcantistico.
PROGETTO SPECIALE DELLA BIENNALE D’ARTE DI VENEZIA
Il debutto nel ruolo di Norma è relativamente recente, nel 2013 a sessantacinque anni di età, e si inserisce all’apice di una carriera – incredibilmente ricca di riconoscimenti, il più recente è la sua elezione a «personaggio dell’anno» da parte dell’Associazione culturale «a Lecca» di Chiusavecchia, sua città natale – che l’ha vista inarrivabile interprete di ruoli belliniani e donizettiani, su tutti Lucia di Lammermoor. La sua presenza aggiunge dunque un interesse tutto particolare a questo allestimento veneziano del capolavoro belliniano, progetto speciale della 56. Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia. La direzione musicale del capolavoro di Bellini sarà affidata a Daniele Callegari che dirigerà l’Orchestra e il Coro del Teatro La Fenice, quest’ultimo preparato da Claudio Marino Moretti. Di assoluto prestigio il cast che, oltre alla Devia nel ruolo del titolo, vedrà impegnati il tenore Roberto Aronica nel ruolo del proconsole Pollione, il mezzosoprano Roxana Constantinescu in quello della sacerdotessa Adalgisa e il basso Simon Lim in quello di Oroveso, capo dei druidi e padre di Norma. Il soprano Anna Bordignon sarà Clotilde e il tenore Antonello Ceron Flavio. Prima in programma sabato 27 agosto, poi altre 3 repliche fino al 18 settembre.
Giuseppe Pennisi

venerdì 26 agosto 2016

Festival Salisburgo in Musica settembre

Il 28 luglio, la manifestazione e` stata
aperta dall’attesissima prima
mondiale di The Exterminating
Angel (L’Angelo Sterminatore), terza
opera di Thomas Ade` s, il quale
ha anche concertato l’Orchestra
Sinfonica della Radio di Vienna. Il
lavoro e` coprodotto con il Covent
Garden di Londra, il Metropolitan di
New York e il Teatro Reale di Copenaghen.
Al pari delle due opere
precedenti di Ade`s (Powder her Face
tratta da un fatto di cronaca e
The Tempest da Shakespeare) e`
probabile che nei prossimi anni si
vedra` nei maggiori teatri europei,
americani ed asiatici. L’opera, presentata
con un solo intervallo, e`
tratta dal film eponimo di Luis Bun
˜ uel del 1962: dopo una serata a
teatro, un gruppo di persone appartenenti
all’alta borghesia si riunisce
a cena. Quando uno dei commensali
si mette al piano per suonare, e
tutti si accorgono che si sta avvicinando
l’alba, non riescono piu` ad
uscire dalla villa. Restano reclusi,
come bloccati da incantesimo (nonostante
polizia, esercito ed anche
religiosi tentino di tutto per dar loro
una via d’uscita). Dopo qualche
giorno di prigionia, alcuni danno il
peggio di loro stessi. Riescono ad
uscire, ma sara` una liberazione di
breve durata: restano «naufraghi».
Una parabola mista fra realismo,
surrealismo e religiosita` , simbolo –
secondo Bun˜ uel – della «condizione
borghese intrappolata in se stessa
ed incapace di comprendere il mondo
». L’opera di Ade` s e Cairns e` , per
Salisburgo, Haus fu¨ r Mozart, Stiftskirche St. Peter, Grosses Festspielhaus,
Kollegienkirche, Felsenreitschule, 28 luglio - 2 agosto 2016
ADE`
S The Exterminating Angel A. Echalaz, A. Luna, A. S. von Otter, S. Matthews, C. Rice, S.
Bevan, C. Workman, F. Antoun, D. A. Moore, I. Davies, E. Lyon, S. Byriel, T. Allen, J. Tomlinson;
ORF Radio-Symphonieorchester Wien, Salzburger Bachchor, direttore Thomas Ade` s regia
Tom Cairns scene e costumi Hildegard Bechtler
MOZART Messa in do minore C. Gansch, C.E. Craig, M. Schmitt, M. Walser; organo Michaela
Aigner Salzburger Bachchor, Camerata Salzburg, direttore Adam Fischer
EO¨ TVO¨ S Halleluja - Oratorium balbulum I. Vermillion, T. Lehtipuu, P. Simonischek BRAHMS Variazioni
su un tema di Haydn op. 56a MAHLER Adagio della sinfonia n. 10 Coro della Radio
Ungherese, Wiener Philharmoniker, direttore Daniel Harding
STRAUSS Die Liebe der Danae K. Stoyanova, T. Konieczny, N. Ernst, W. Ablinger-Sperrhacke,
R. Hangler, G. Siegel, P. Kolgatin, A. Fru¨ h, R. S. Green, J. Park, M. Celeng, O. Bezsmertna, M.
Selinger, J. Johnston; Wiener Philharmoniker, Konzertvereinigung Wiener Staatsopernchor, direttore
Franz Welser-Mo¨ st regia e scene Alvis Hermanis costumi Juozas Statkevicˇus
EO¨ TVO¨ S Shadows, Sonata per sei, A Chinese Opera flauto Vera Fischer clarinetto Olivier Vivare`
s Klangforum Wien, direttore Pe´ ter Eo¨ tvo¨ s
MOZART Cosı` fan tutte J. Kleiter, A. Brower, M. Jankova` , M. Peter, A. Arduini, M. Volle; Morzarteumorchester
Salzburg, Konzertvereinung Wiener Staatsopernchor, direttore Ottavio Dantone
regia e scene Sven-Eric Bechtolf costumi Mark Bouman
vo, con Froh che entrava in scena
come un giocatore di golf, Donner
come un lanciatore del martello,
Fasolt come un giocatore di football
americano, Fafner bardato da
portiere di hockey su ghiaccio; e
poi Bru¨ nnhilde vestita da fantino,
Hunding e Fricka da motociclisti, le
walchirie che giravano per il palcoscenico
in mountain bike. C’era anche
qualche tratto ironico, piu` scanzonato
che dissacrante: ad esempio
nella scena « siderurgica di Siegfried
alle prese con Nothung, dove
l’eroe piu` che fondere una spada di
metallo sembrava cucinarsi un uovo
al tegamino. La regia calcava anche
la mano sull’idea di Siegfried
come eroe bambino, con una grande
quantita` di rimandi al mondo
dell’infanzia e ai giocattoli: c’erano
ragazzini che sbucavano in ogni
scena; la natura era popolata da
animali di legno, orsi, uccelli, rane,
cavalli, e anche il drago appariva
come una buffa concrezione lignea,
con una grande dentiera; Siegfried
si inoltrava nel bosco con il suo inseparabile
orsetto di peluche. Lo
spazio scenico si espandeva in tutte
le direzioni: le tre Ondine volteggiavano
inerpicate in cima a grandi
scale semoventi; nella scena del Nibelheim
le incudini erano disposte
(e suonate) lungo tutto il perimetro
del teatro, i suoni dei corni echeggiavano
ovunque; e nella Go¨tterda
¨mmerung Alberich entrava in
scena dall’alto, calato con una corda
sulla testa di Hagen. Sul podio,
Kuhn dimostrava la sua dimestichezza
con le partiture wagneriane,
offrendo una lettura solida, ricca di
colori, sempre attenta al canto, in
un crescendo di tensione e coinvolgimento,
dal Rheingold (un po’ impreciso)
a una sontuosa Go¨tterda¨mmerung,
caratterizzata da grandi
propulsioni dinamiche. Sempre interessante
la scelta dei cantanti, reclutati
all’Accademia Montegral.
Tra i migliori c’erano l’Alberich di
Thomas Gazheli (anche nel ruolo di
Wanderer), dalla voce rotonda e
molto espressiva; il Wotan di Vladimir
Baykov (nella Walku¨re), che
nonostante un registro grave poco
sonoro, si ammirava per il timbro
caldo e la finezza del fraseggio; la
Bru¨ nnhilde di Nancy Weissbach,
che nel finale di Siegfried dominava
la scena con una voce copiosa,
ricca di sfumature, di grande personalita`
; Andrea Silvestrelli, magnifico
Fafner, cavernoso e terrificante,
meno convincete come Hagen. Il tenore
neozelandese Andrew Sritheran,
un Siegmund di grande qualita`
e molto credibile in scena, era affiancato
dall’ottima Marianna Szivkova,
una Sieglinde di temperamento
e ottima attrice. Da segnalare
l’eccellente Fricka di Hermine Haselbo
¨ ck, l’autorevole Loge di Johannes
Chum, l’Erda di Rena Kleifeld
(nel Siegfried), che sfoggiava un’autentica
voce di contralto, e due
Waltraute di lusso: Rita Lucia
Schneider, vera leader delle cicliste
nella Walku¨re, e Svetlana Kotina,
trascinante e appassionata nel duetto
della Go¨tterda¨mmerung.
Gianluigi Mattietti
16 musica 279, settembre 2016
certi aspetti, ancora piu` esplicita e
piu` dura del film, soprattutto per la
raffinatissima scrittura musicale, tonale
e fortemente polifonica (in
scena ci sono 15 personaggi), e con
arie, duetti e concertati, ma anche
con molto declamato. Richiede una
grande orchestra con strumenti non
convenzionali; ad esempio, l’introduzione
e` costituita da suoni di
campane e per la prima volta in
Ade` s compare la musica elettronica,
nonche´ le onde martenot, col loro
suono delicato e profondo a rendere
un angelo sterminatore al tempo
stesso seducente e distruttore.
Lenta e quasi ossessiva nella prima
parte, l’opera assume un ritmo incalzante
nei due intermezzi e nella
seconda parte per concludersi con
un finale liberatorio (pur se sappiamo
che sara` di breve durata). Alcuni
degli interpreti (quali Anne Sofie
von Otter, Charles Workman, John
Tomlinson e Thomas Allen) calcano
da moltissimi anni le scene e fanno
valere il proprio carisma. Tra gli altri,
tutti molto bravi anche come attori,
spicca Audrey Luna, nel ruolo
di Leticia, la cui aria dolcissima e
trasparente della seconda parte
porta alla liberazione (temporanea)
dei «naufraghi».
La proposta della Messa di Mozart
era la controparte musicale del
dramma mistico Jedermann di Hugo
von Hofmannsthal che ogni anno
apre il festival sulla piazza del Duomo.
Risalente al 1783, venne per la
prima volta eseguita proprio nella
Chiesa di San Pietro il 26 ottobre di
quell’anno. Molti studiosi la considerano
come un dono di nozze a
Costanze, da poco diventata sua
moglie. La partitura ritrovata negli
archivi e` incompleta: il musicologo
Peter Quantrill la paragona alla mai
terminata Sagrada Familia di Gaudı`.
Il 29 luglio, la Camerata Salzburg,
diretta da A´ da´m Fischer, il
Bachchor di Salisburgo ed i quattro
solisti (Christina Gansch, Claire Elizabeth
Craig, Maximilian Schmitt e
Manuel Walser) hanno offerto un’esecuzione
traboccante di amore e
di devozione. Quest’anno la sezione
di musica contemporanea del festival
di Salisburgo e` stata dedicata a
due autori: Thomas Ade` s e l’ungherese
Peter Eo¨ tvo¨ s. A ciascuno stati
dedicati tre eventi: ad Ade`s la prima
mondiale dell’opera The Exterminating
Angel e due concerti (rispettivamente
uno di musica sinfonica
ed uno di musica da camera),
ad Eo¨ tvo¨ s, la prima mondiale di un
oratorio e due concerti
Halleluja di Eo¨ tvo¨ s, sottotitolato
oratorium balbulum (ossia oratorio
balbuziente), si basa sulla vicenda
di un musicista monaco di St. Gallen
del 900 dopo Cristo, Notker Balbulus,
successivamente canonizzato,
che a causa della balbuzie aveva
difficolta` a comunicare. Nell’oratorio
un narratore racconta come un
angelo (mezzosoprano) ponesse domande
al profeta (tenore) che non
riusciva a rispondere tempestivamente.
Nel contempo, il coro intona
un Alleluja con citazioni di Monteverdi,
Ha¨ ndel, Mozart, Mussorgski e
Bruckner: ancora una parabola della
difficolta` di comunicazione del
nostro tempo balbuziente e della
necessita` di affidarsi all’Alto per capirsi.
Un’orchestra di grandi dimensioni
si presentava su tre piani sulla
sinistra del palcoscenico, mentre il
coro era su piu` livelle alla destra.
Nella seconda parte Daniel Harding
ha diretto, con molta maestria, i
Wiener nelle brahmsiane Variazioni
su un tema di Haydn e nell’Adagio
della Decima di Mahler.
Die Liebe der Danae (L’amore di
Danae) e` una delle opere meno rappresentate
di Richard Strauss: allo
stesso festival di Salisburgo e` stata
messa in scena solo due volte (se si
escluse la prova generale del 1944
quando la prima e le repliche vennero
sospese a ragione della guerra).
E `
un’opera che Strauss amava
moltissimo, e a cui lavoro` per oltre
quindici anni: il canovaccio venne
predisposto da Hugo von Hofmannsthal,
prima di morire per un
attacco cardiaco. Strauss chiese al
poeta Stefan Zweig di redigere il libretto
clandestinamente (Zweig era
ebreo e, quindi, persona non gradita
al nazismo). La censura intercetto`
la corrispondenza (sul libretto)
tra Strauss e Zweig: il poeta emigro`
in Messico (dove morı` tragicamente)
e il compositore perse l’incarico
di Presidente della Camera dei Musicisti
del Reich. Strauss allora affido`
la stesura del testo all’allora giovane
drammaturgo e poeta Joseph
Gregor. L’opera richiede un cast
enorme (con due tenori eroici e
uno lirico), un soprano dalla scrittura
vocale impegnativa, una quindicina
di solisti in ruoli minori, mimi e
ballerini, nonche´ un’orchestra smisurata.
Scritta durante le devastazioni
della Seconda guerra mondiale,
nel congedarsi dai Wiener Philharmoniker,
Strauss ottuagenario
scelse di eseguire l’intermezzo sinfonico
in do maggiore del terzo atto
di Die Liebe Der Danae e, al termine,
abbassata la bacchetta disse:
«Spero di rivedervi tutti in un mondo
migliore». Il regista e scenografo
Alvis Hernanis situa la vicenda in
un Rajastan come puo` essere immaginato
da un pittore Jugendstil (ad
esempio Klimt), un mondo da Utopia
in cui Danae, assetata di oro al
primo atto, trova l’amore nella vita
povera nel secondo e nel terzo, con
grande rincrescimento di Giove.
Nonostante non ci siano stati cenni
di dissenso in sala, alla prima del
31 luglio non tutti hanno apprezzato
questa scelta, connotata da suoi forti
colori e in un’atmosfera quasi da
film storico prodotto a Bombay. Di
grandissimo livello, pero` , l’esecuzione
musicale: Franz Welser-Mo¨ st, alla
guida dei Wiener Philharmoniker,
ha ben reso la struggente bellezza
della partitura, in equilibrio tra ironia
e melanconia. Fra le grandissime
voci, doveroso ricordare almeno
Tomasz Konieczny, Krassimira
Stoyanova, Gerhard Siegel e Regine
Hangler
Interamente dedicato a Eo¨ tvo¨s era
il terzo concerto diretto dal compositore
stesso nella Chiesa dell’Universita`
. L’orchestra era il Klangforum
di Vienna, un complesso specializzato
in musica contemporanea,
elettronica ed elettroacustico,
che curiosamente andava a pennello
con l’elegante barocco bavarese
del luogo di culto. I tre brani precedono
l’attivita` operistica di Eo¨ tvo¨ s,
molto intensa negli ultimi anni e di
grande successo in Francia, Germania
e Stati Uniti. Sono, pero` fortemente
teatrali. Il primo, per flauto,
clarinetto e orchestra risale al 1995-
96. Si intitola Shadows: interagendo
con l’orchestra, i due strumentisti
danno vita ad un vero e proprio teamusica
279, settembre 2016 17
Assente dal Costanzi addirittura dal
1913 (un’unica recita con la Storchio),
Linda di Chamounix di Gaetano
Donizetti vi e` rientrata con
qualche prestigio di voci e di messa
in scena. Quella d’aver locandine illustri
sembra, da sempre, la sorte
della Linda: dalla sua creazione
viennese nel maggio del 1842, con
la Tadolini, Moriani, la Brambilla,
Varesi e De´ rivis, all’edizione scaligera
del 1972 (la Rinaldi, la Zilio,
Kraus, Bruson, Dara, Gavazzeni) e
ben oltre. Fino al debutto della presente
coproduzione, al Liceu di Barcellona
nel 2011, con la Damrau, la
Tro Santafe´ , Flo´ rez, Spagnoli, De Simone
ed alla sua attuale riproposta
romana, tutt’altro che in subordine.
Il problema della Linda di Chamounix
(che´ dell’esistenza d’un
« problema » relativo a questo prodotto
della maturita` donizettiana
deve parlarsi) non e` tanto legato a
suoi impervi tornanti esecutivi,
quanto alla stessa partitura. Curata
allo spasimo dal Bergamasco, orchestrata
in modo favoloso (Haydn,
Beethoven e Rossini dietro l’angolo),
ricchissima come obbligatorio
per Vienna e il Teatro di Porta Carinzia,
e` in realta` ipertrofica, se non
a tratti obesa: arie a non finire, dieci
duetti, ensembles, cori, stesi per
ben piu` di tre ore, non sempre son
stati latori d’interesse, qualita`, idee
catturanti. Che pur negli imminenti
Don Pasquale o Dom Se´bastien verranno
a iosa e con ben altre sortite
da un convenzionale di lusso, che
qui invero abbonda. Ne´ soluzione a
cio` e` stato tagliare la bellissima Sinfonia:
il classico lavoro di editing di
Gavazzeni alla Scala faceva ascesi
di quaranta minuti di musica (pur
tenendo la Sinfonia), una volta tanto
con lodevoli risultati. Tuttavia e
senza dubbio alcuno (oltre a certe
pagine corali, precipua la Preghiera
che chiude il primo atto) restano
memorandi due ritratti: Linda, la
protagonista e il marchese de Boisfleury.
Lei e` figura molto piu` articolata
della consueta « fanciulla martire
» da opera semiseria (o da romanzo
popolare), trascorrendo lungo
il proprio arco vocale e drammatico
dall’ingenua villageoise uso Giselle
o Amina, alla gran mantenuta
parigina uso Manon o Violetta (ma
castissima); dal lirico puro e soave
alla piu` astrale coloratura drammatica;
dal pudore allo slancio appassionato
alla follia. E proprio la scena
della pazzia, in fine del secondo
atto, resta la pagina di piu` nuova,
genialissima, sconvolta invenzione.
L’attempato nobiluomo sembra di
suo rispondere alla tipologia del
buffo con velleita` seduttive: ma siamo
al tramonto del genere e Donizetti
ci tiene a farcelo sapere. Sı`
che le intenzioni di subentro nelle
tro di ombre. Il secondo, Sonata
per 6, e` del 2005, composto per il
125 ° anniversario della nascita di
Barto´ k, il maestro viene commemorato
con un concerto in cui un pianoforte
digitale dialoga con un pianoforte
tradizionale, mentre un impianto
elettronico raddoppia i suoni
ed interagisce con il resto dell’orchestra.
Infine Chinese Opera, che
risale al 1985-86 quando Eo¨ tvo¨s si
stava avvicinando al teatro musicale
e ricorda quattro registi (Peter
Brook, Luc Bondy, Klaus Michael
Gru¨ ber e Patrice Che´ reau) che lo
incoraggiavano in tale direzione.
Una serata affascinante.
Cosı`fan tutte dal 1920 ad oggi e`
stato messo in scena ben 45 volte
a Salisburgo: nel 2013 ero stato deluso
dalla regia di Sven Eric-Bechtolf,
che aveva collocato l’azione in
un ricco ed elegante giardino d’inverno
di fine Settecento, rendendo
l’opera leggiadra ma privandola
della sua crudelta` . Avevo quindi
dubbi se andare a vedere la sua
nuova regia con i costumi di Mark
Bouman, tanto piu` che la messa in
scena non era nella Haus fu¨r Mozart
(una sala di normali proporzioni)
ma nella enorme Felsenreitschule.
Bechtolf ha ripensato lo
spettacolo da capo a fondo e ne ha
fatto una bella e ingegnosa messa
in scena. Al centro del palcoscenico,
con l’ausilio unicamente di scene
dipinte si svolge l’azione principale,
con coro e comparse nei lati
del palcoscenico e nei tre ordini di
palchi da dove (ai tempi del Principe-
Cardinale) l’aristocrazia ammirava
gli esercizi ginnici, mentre gli affiliati
alla loggia massonica «Zur
Wohlta¨tigkeit» (Alla Beneficenza) a
cui apparteneva il compositore, assistono
all’intreccio. Don Alfonso e`
uno dei capi della loggia: illuminista,
razionalista. Lo sono anche
(ma senza troppa convinzione) i
due ragazzi (Guglielmo e Ferrando).
Non lo sono – alle donne non
era consentito esserlo in Austria e
Baviera – Fiordiligi e Dorabella. La
regia quindi non esplora solo i doppi
tradimenti, ma il contrasto tra la
simmetria teatrale e, per molti
aspetti anche musicale, e la vera e
propria esplosione di affetti (ed anche
di ormoni), contro le aspettative
razionali di Don Alfonso, nel
gioco di tradimenti da lui architettato.
Un’interpretazione geniale, ed
in linea con Mozart: arie quali Come
scoglio e Un’aura amorosa trasudano
di eros. E la stessa cameriera
Despina suggerisce a Fiordiligi
e Dorabella di far l’amor come
assassine.
Ottavio Dantone ha offerto una
splendida concertazione, piena di
sfumatura e di colori, per di piu`
senza tagliare una singola nota,
neppure nei recitativi, cosı` essenziali
alla comprensione del lavoro.
In buca c’era l’orchestra del Mozarteum,
mentre il coro era quello dell’opera
di Vienna. Ottimi – anche
come attori – i sei cantanti: Julia
Kleiter, Angela Brower, Martina
Jankova´ , Mauro Peter, Alessio Arduini
e Michael Volle.
Giuseppe Pennisi

Charles Darwin va all’opera In Musica settembre

&Charles Darwin va all’opera
Per la musica lirica
si profila
un futuro darwiniano,
in base al
quale resisteranno
soltanto i piu`
forti? Se l’andamento
dei festival estivi (giugnoagosto)
e` un’indicazione, pare
proprio che questo sia il sentiero
che si delinea anche per le fondazioni
liriche. Certo, e`difficile fare
un censimento completo dei festival
lirici o di teatro musicale. Un
anno fa, la sezione professional (a
cui si accede pagando) del sito
Operabase, il maggiore del settore,
indicava circa 35 festival lirici in
Italia per il 2015 ed ora, per lo
stesso periodo del 2016, ne indica
17. Il mercato si vendica sempre,
come amava ripetere Luigi Einaudi.
Sono praticamente spariti
un paio di festival viaggianti, organizzati
da impresari e sovvenzionati
dai comuni dove facevano
spettacolo (al costo di 10-20mila
euro a seconda del numero di rappresentazioni);
portavano allestimenti
« da spiaggia » di opere
molto note (Cavalleria e Pagliacci,
Traviata, Rigoletto) con un’orchestra
all’osso e cantanti in gran
misura asiatici. E` preferibile introdurre
il pubblico alla musica,
senza avere troppe pretese di qualita`,
che fare una fiera paesana.
Molte amministrazioni, con l’acqua
alla gola, hanno deciso che
sarebbe stato piu` saggio impiegare
la somma, anche se piccola, per
servizi sociali, per attivita` estive
per i bambini. Sono nati alcuni
festival in parchi archeologici e
teatri antichi ma Operabase
neanche li cita, nonostante abbiamo
riempito di pubblicita` quotidiani
nazionali; forse sono considerati
irrilevanti. Altre fonti elencano
solo sei festival estivi dimenticando,
ad esempio, che il Chigiana
International Summer Academy
and Festival offre anche teatro
in musica e che ad Arezzo in luglio
si e`svolta una mini stagione
con la messa in scena di cinque titoli
(L’Incoronazione di Poppea, Alcina,
Suor Angelica, L’Elisir d’Amore,
Cosı` fan tutte) grazie al Comune
che ha messo a disposizione il
Teatro Petrarca e, per un’opera, la
piazza centrale, nonche´illuminazione
e pulizia delle strutture ad
un costo di 3000-5000 euro. Il festival
e`stato interamente organizzato
da uno dei migliori conservatori
americani (l’Oberlin College);
cantanti, strumentisti, registi
hanno affollato per un mese alberghi,
bed & breakfast e trattorie di
Arezzo.
Poche fondazioni liriche si sono
accorte che il processo darwiniano
tocca anche loro molto da vicino.
Nelle pieghe del decreto legge sulla
finanza locale, licenziato dal Senato
alla vigilia delle vacanze, c’e`una
norma che subordina dal 2018 l’erogazione
dei contributi FUS al rispetto
di precisi paletti in materia
di bilancio ed efficienza. Nasce da
un emendamento presentata dalla
Senatrice Magda Zanoni (PD). Ad
esempio chi, entro il 31 dicembre
2018, non raggiungera`il pareggio
di bilancio, dimostrandosi poco
virtuoso, verra`declassato a « teatro
lirico-sinfonico » con conseguente
decadenza delle sovvenzioni per le
fondazioni. Non e`un’idea nuova,
circola da anni a Via Santa Croce
in Gerusalemme (sede della Direzione
Generale dello Spettacolo dal
Vivo). In questa ultima edizione,
oltre al pareggio di bilancio e dunque
al risanamento dei propri conti,
le fondazioni verranno valutate
in termini di indicatori di efficienza
gestionale e grado di internazionalizzazione
(ossia garantire
un certo numero di spettacoli e
produzioni coprodotti con teatri
stranieri di chiara fama). Dato che
alcune delle maggiori fondazioni
(Roma, Cagliari, Napoli, Bologna,
Firenze, Palermo e Trieste) sono
alla prese con un delicato processo
di risanamento, propedeutico all’ottenimento
di complessivi 160
milioni previsti dalla cosiddetta
Legge Bray, senza risanamento il
declassamento e`sicuro a partire
dal 2018. C’e`naturalmente tensione
nel settore ed allarme nel sindacato:
il nodo di fondo, pero`, e`che
secondo Via Santa Croce in Gerusalemme,
oggi solo nove italiani su
cento vanno all’opera, mentre secondo
l’Istat un italiano su cinque
diserta regolarmente mostre e teatri.
E`essenziale, quindi, diffondere
la cultura musicale anche incoraggiando
riviste come la nostra
che hanno questo compito istituzionale
specifico.
Giuseppe Pennisi
28 musica 279, settembre 2016

Le Olimpiadi hanno reso i carioca più felici? in Centro Studi Impresa Lavoro 23 agosto



Le Olimpiadi hanno reso i carioca più felici?
23 agosto 2016
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Con la chiusura il 21 agosto delle Olimpiadi di Rio è tempo di bilanci e di meditare sulla proposta di tenere a Roma i Giochi nel 2024.
E’ arduo pensare che sotto il profilo economico e finanziario siano positivi. Si tratterebbe di un eccezione clamorosa alle esperienze degli ultimi lustri. Le Olimpiadi non sono affatto “un affare” in termini di ricavi finanziari (giustapposti ai costi finanziari) per la città, o le città, che le ospitano. Lo ha ricordato il primo agosto un editoriale del New York Times Tre economisti greci hanno condotto una valutazione ex-post delle Olimpiadi di Atene del 2004 (è pubblicata sulla rivista Applied Financial Economics, Vo. 18 n. 19 del 2008); finanziariamente, hanno guadagnato solo gli sponsor, le azioni delle cui imprese hanno avuto una rapida ma breve impennata quando la capitale greca è stata scelta – quindi, un effetto annuncio. Di recente, economisti greci hanno individuato nelle Olimpiadi del 2004 una delle determinanti dell’impennata del debito pubblico greco.
Interessante una dettagliata valutazione dei giochi invernali: i costi superano i benefici, anche senza contabilizzare le spese per le infrastrutture (perché permanenti e non connesse solo all’evento) e quantizzando “l’orgoglio della città e della Provincia” di ospitare le gare. In effetti, stime analitiche dei probabili flussi turistici sono modeste (ed i costi associati al turismo olimpico superano i ricavi) come peraltro già rilevato in occasione di altre Olimpiadi, ad esempio quelle tenute nel 1996 ad Atlanta in Georgia).
Uno dei lavori sugli esiti economici non brillanti delle Olimpiadi di Atlanta è intitolato: “Perché gareggiare per essere sede di Giochi?”. La risposta viene data da due saggi relativi uno alle Olimpiadi di Pechino del 2008 (pubblicato nello Sports Lawyer Journal) e l’altro alla Coppa del Mondo giocata in Germania nel 2006 (CESifo Working Paper No. 2582). I costi per la collettività vengono in questi casi superati, anche di molto, dai benefici per la collettività perché l’evento riguarda l’intera Nazione e contribuisce al “Nation Building”.
Indubbiamente ci possono ritorni politici, spesso a caro prezzo. Le Olimpiadi di Roma del 1960 vengono considerate come una delle determinante (non la principale) dell’ingresso dell’Italia in quello che allora si chiamava il consesso delle Nazioni.
I Giochi rendono più ‘felici’ coloro che li ospitano. Il 17 luglio, il DIW di Berlino ha pubblicato un discussion paper (il No. 1599) in cui nove accademici della London School of Economica, della Sorbona, e delle Università di Chicago, del Michigan e di Cornell University a Ithaca si chiedono se le Olimpiadi aumentano la felicità dei cittadini delle città dove si svolgono. La ricerca raffronta Londra, Berlino e Parigi nell’anno dei Giochi londinesi tramite una complessa indagine statistica e sociologica, con questionari discussi con 26.000 persone nel 2011, 2012 e 2013. In breve , c’è un forte balzo in avanti per i cittadini di Londra che, su una scala da 1 a 10) hanno visto aumentare la loro felicità da 1 a 4, nei mesi ‘olimpionici’ . L’effetto è stato di breve periodo: dopo nove mesi si era di nuovo in fondo alla scala.