venerdì 6 novembre 2009

I graffianti fumetti di Janácek a Firenze

Dopo il successo di pubblico della trilogia verdiana, Firenze mette in scena, fino al 15 novembre, La piccola volpe astuta di Leó Janácek. Si tratta di un'operazione coraggiosa: il lavoro, infatti, è stato raramente rappresentato in Italia ed è proposto in un'edizione di lusso coprodotta con il maggior festival musicale nipponico. Il direttore d'orchestra è Seiji Ozawa. Regia e costumi sono affidati a Laurent Pelly, di cui si è appena vista una controversa Traviata a Torino. Negli Anni VentiJanácek prendeva spunto da un graffiante romanzo a puntate a fumetti per giustapporre il mondo piccolo borghese, gretto e ipocrita di una città di provincia, con quello libero e sensuale degli animali del poco lontano bosco. Mentre nel primo tutti trasgrediscono sotto una coltre di finto perbenismo, nel secondo vigono le prassi del rinnovamento imperniato sull'amore in tutta la sua fisicità. Ozawa estrae dalla partitura il magico equilibrio tra melodismo nostalgico slavo e sinfonismo pagano di Richard Strauss, con accenni a Debussy. Pelly non tenta di sbigottire, ma racconta l'eterno mormorio della foresta. Bravo il cast internazionale di 13 solisti. Musica e parole (in originale, con sovratitoli) si plasmano a vicenda. Su tutti i cantanti, a cui si chiede di essere abili attori e anche atleti, spicca la volpe, Isabel Bayrakdarian, giovane stella nota negli Usa, per la prima volta in scena in Italia. (riproduzione riservata)

QUATTRO PISTE DI RIFLESSIONE PER UNA PENSIONE PIU’ EQUA Avvenire 5 novembre

La disciplina economica non è una scienza sperimentale. Da qualche tempo, però, si moltiplicano le analisi economiche che utilizzano esperimenti “in vitru” come la fisica, la chimica e la biologia. Il 15 ottobre, proprio mentre la stampa pubblicava gli appelli dell’Ue e di Bankitalia affinché nel nostro Paese venga aumentata l’età “legale” per andare in pensione, l’Università di Monaco (di Baviera) pubblicava un’analisi empirica (CEsifo working paper n.2752) da cui risulta come in Germania - dove tale aumento è stato legiferato – il saper di essere “costretti” ad andare più tardi in pensione ha inciso negativamente sulla produttività del lavoro delle classi di età meno giovani.
Non sta a noi entrare nelle specifiche dell’analisi. E’ un’indicazione di come è complesso il problema. Inoltre, in Italia la previdenza ha problemi più gravi: l’aumento dell’età effettiva di pensionamento si sta verificando naturalmente dato che il sistema contributivo ed i meccanismi d’indicizzazione sono incentivi forti a restare sul mercato se non si vuole essere indigenti nell’ultima fase dell’esistenza terrena.
Ciò vuol dire non toccare nulla? Niente affatto. La spesa previdenziale sta avanzando al 5% l’anno mentre il pil sta subendo una contrazione tale che, solo nel 2014 si sarà tornati ai livelli del 2007. Mentre la riforma del 1995 presupponeva un aumento annuo del pil dell’1,5% , tra il 1996 ed il 2007 abbiamo avuti incrementi medi dello 0,8% l’anno e successivamente un tracollo da cui usciremo dopo sette anni di vacche magre. La previdenza ora assorbe il 15% del pil; se non si interviene, nel 2020 ne assorbirà il 20% togliendo risorse a investimenti, a scuola, a sanità, a difesa, a sicurezza interna, ambiente. Attorno al 2020, poi. andranno in pensione le prime leve a cui applica in toto il meccanismo contributivo: i loro assegni saranno circa la metà dell’ultimo stipendio. All’orizzonte, c’è una fascia di anziani a basso reddito (molto inferiore di quello dei loro padri e zii) se non hanno accumulato privatamente in vita attiva. All’inefficienza (spesa pensionistica troppo elevata rispetto alle altre esigenze del Paese) si aggiunge l’iniquità generazionale e la probabile esigenza di dovere aumentare la spesa per la sussistenza.
Si può evitare questo scenario? Una soluzione ipotizzabile può fare perno su questi punti:
• Ridurre drasticamente il periodo di transizione previsto dalla riforma Dini- la principale causa di inefficienza e di iniquità. In Svezia si è fatta una transizione analoga (da “retributivo” a “contributivo” in tre anni – 1996-99); da noi se ne sono previsti 18 – e circa 25-30 per le pensioni di reversibilità. Siamo già in grande ritardo: si dovrebbe stabilire il “contributivo” per tutti (“pro quota” per coloro in impiego prima del 1995) dal primo gennaio 2010.
• Mantenere flessibilità di uscita, ma rendere effettiva quella che gli statistici chiamano l’equivalenza attuariale (ossia, ottieni tanto quanto hai versato in funzione della aspettativa di vita per il tuo genere e la tua fascia di età) e consentire, se si vuole e se si è in grado, di restare al lavoro senza limiti di età (come negli Usa) oppure sino a 70 anni (come nei Paesi scandinavi delle flexsecurity).
• Rivedere i parametri e per il calcolo delle prestazioni e per la loro indicizzazione. Nell’Europa del futuro , sarà possibile accettare anche un forte taglio del reddito al momento in cui si va in pensione (poiché si è comprata la casa e si sono sistemati i figli) ma occorre un reddito crescente a partire dai 75 anni di età per fare fronte a cure, ad assistenza ed ad accompagnamento.
• Riformare la normativa sui fondi pensione (secondo linee più volte tracciate su “Avvenire” al fine di concentrare le risorse in pochi fondi robusti ed in grado di diversificare gli impieghi e non in oltre 700 fondi lillipuziani che comprano titoli di stato (aggravandone il costo del collocamento) o che spariscono alla prima tempesta finanziaria.

CLT - Roma, la musica contemporanea torna a conquistare la Capitale, Il Velino 6 novembre

Roma, la musica contemporanea torna a conquistare la Capitale
Roma, 6 nov (Velino) - La sera dell’8 novembre a Roma nella splendida sala di via dei Greci dell’Accademia di Santa Cecilia, si terrà un concerto ispirato alla contemporaneità più avanzata: elettroacustica, live electronics e strumentazione tradizionale. Il programma include “Haiku” di Riccardo Bianconi, “Studio per Ali” di Nicola Sani, “Tre corpi minimi” di Guido Baggiani, “The merest chance” di Larry Matthews Gaab, “Planet” di Alfredo Santoloci, “Poema de una vida tragica” di Alejandro Casales, “Transparencias” di Jorge Luis Dad Levi. Al VELINO Nicola Sani, sino a poco tempo fa alla guida della direzione artistica del Teatro dell’Opera, ha illustrato il suo lavoro, commissionatogli non dalla Rai ma dalla Radio Francese: ‘Studio per le ali’- spiega- , è un oggetto sonoro che si svolge nello spazio. Creato al GRM di Parigi, utilizza le nuove tecniche digitali che consentono di intervenire sulla costruzione dello spettro sonoro. In questo processo è particolarmente significativo il rapporto del suono con la dimensione spaziale, che diventa parametro compositivo. Ogni singolo suono è disarticolato, frammentato nello spazio; una de-composizione che permette all’ascoltatore di ricostruire una sintesi individuale durante l'esecuzione. Si creano rapporti di distanza soggettiva con l'insieme sonoro, che genera un ambiente in continua trasformazione. Per tale lavoro è fondamentale il sistema di ascolto in ottofonia, per riprodurre con precisione le traiettorie sonore ideate e rendere lo spazio il vero interprete protagonista della composizione. Il titolo del lavoro proviene dagli studi sulla dinamica del volo di Leonardo da Vinci. Ho pensato con questa espressione di indicare un rapporto ideale fra il suono concreto e il suono virtuale ottenuto a partire da esso, ma che da esso si distacca; come una proiezione spaziale, istante indefinito, tempo sospeso del volo vissuto attraverso una sonorità virtuale”.

La spiegazione di Sani è utile per cogliere i percorsi su cui si sta muovendo la contemporaneità a Roma. Tema per pochi eletti? Non proprio. Basti sapere che nel 2009, se non fosse stato necessario ridurre il programma del Teatro Nazionale per ragioni finanziarie, Roma avrebbe avuto una dozzina di ore in più di concerti ed opere contemporanee di Berlino. Si tratta di eventi spesso affollati, come si è visto al Teatro Olimpico, in occasione delle rappresentazioni della rielaborazione del mozartiano “Flauto Magico” in chiave interetnica e contemporanea, ma anche all’Istituzione universitaria concerti (Iuc), ogni volta che sono in programma prime mondiali e nazionali e in altre sedi concertistiche e sceniche universitarie. Pochi ricordano, inoltre, che alla fine degli anni Trenta, l’Italia è stato il primo paese a lanciare un festival mondiale di musica contemporanea, a Venezia, che nella normativa sui teatri lirici del 1936 La Fenice era deputata all’innovazione e alla sperimentazione e che grazie alla Filarmonica e all’Associazione Nuova Consonanza è stata all’avanguardia della musica contemporanea europea sino alla fine degli anni Settanta.

Nel 2003, con il volume “L’Orchestra del Duce”, Stefano Bigazzi ha raccontato come lo stesso Stravinskij avesse stretto un rapporto privilegiato con Palazzo Venezia considerato, piaccia o non piaccia, uno dei pochi “luoghi della politica” dove si dava rilievo e priorità alla musica contemporanea e d’avanguardia. Per toccare con mano quanto sia stata importante Roma nel periodo denominato “notte della Repubblica”, va segnalata una vera chicca editoriale appena uscita: “Marjorie Wright, una cantante fuori dal comune” (Zecchini Editore). La Wright, cantante irlandese specializzata nel repertorio della contemporaneità più impervia, prima da soprano di coloratura, poi da mezzo soprano e infine da contralto acuto, ha vissuto in prima persona successi e intrighi e conduce il lettore in un labirinto internazionale che aveva allora Roma come punto di riferimento. Una lettura da consigliare al sindaco Gianni Alemanno e all’assessore alla Cultura Umberto Croppi: la musica contemporanea è una leva importante che non va trascurata nel rilancio della Capitale.

(Hans Sachs) 6 nov 2009 11:52

LA BORSA DELLA FELICITA’ Il Tempo 6 novembre

Il legame tra buoni investimenti e bel tempo
LA BORSA DELLA FELICITA’
Giuseppe Pennisi
Dall’inizio dell’anno gli indici di Morgan Stanley dei mercati mondiali hanno segnato un aumento del 30% circa. La svolta è stata pronunciata dalla fine dell’estate tanto che alcuni osservatori paventano il rischio di nuove “bolle”. E’ una conseguenza dei primi segnali di ripresa? Oppure intervengono altre determinanti?
Sta riacquistando prestigio un’ipotesi lanciata alcuni anni fa: l’esistenza di una correlazione tra Borse e tempo – inteso ovviamente come condizioni meteorologiche non come testata del nostro giornale. Uno dei primi a lanciare l’ipotesi è stato Ben Jacobsen della Massey University in Nuova Zelanda (Paese dove piove quasi ogni giorno) in un paper scritto a quattro mani con Wessell Marquerin, dell’Università di Rotterdam (città nebbiosa, umida e piovosa). Jacobsen ha dimostrato, con un complesso lavoro statistico, che le Borse tendono a ristagnare (o a scendere) in estate mentre acquistano brio in inverno e primavera. Lo studio ha ricevuto, circa cinque anni fa, il Barclay’s Global Investors Prize, un’onorificenza accompagnata da un buon assegno. L’ipotesi innescò ironia da parte dei profani (siamo tornati agli aùguri o a guardare alla luna ed alle stelle prima di investire estire sui mercati?) ma pure un intenso dibattito tra gli specialisti di finanza. Uno dei maggiori motori di ricerca accademici elenca un centinaio di saggi scientifici pubblicati nell’arco degli ultimi cinque anni. Naturalmente c’è pure chi sui nessi tra tempo e denaro ha impiantato un’attività d’impresa: scrivendo a businessinfo@meteowatch.org o consultando meteowatch.org/financial_markets.html si possono acquistare abbonamenti oppure servizi personalizzati allo scopo di meglio giocare in Borsa dopo avere ascoltato o visto le previsioni meteorologiche nei programmi della radio e della televisione del mattino.
Dalla vasta quantità di analisi si trae anche un’altra conclusione: le giornate davvero buone sono quelle in cui, in inverno od in primavera, c’è un bel sole. Nulla a che vedere ovviamente con il fatto che i primi studi sono stati fatti nei cieli bigi della Nuova Zelanda e dell’Olanda.
Tutto ciò descrive nessi, ma non li spiega. E’ di questi giorni un lavoro di Cahit Guven ("Weather and Financial Risk-Taking: Is Happiness the Channel?" , SOEP Paper N. 218) che fornisce una spiegazione. Pure Guven lavora agli antipodi, alla Deakin University, non lontana da Mealbourne nell’assolata Australia. La spiegazione si basa su concetti e paradigmi molto contigui alla “economia della felicità”, di cui si è discusso molto di recente in Italia in occasione del”Rapporto Stiglitz” commissionato dal Presidente francese Sarkozy. In breve, secondo Guven il bel tempo (soprattutto le giornate piene di sole in inverno e primavera) rende felici . E la felicità rende più attenti nel prendere decisioni, di qualsiasi tipo, anche finanziarie, pure perché quanto più si è felici tanto più si conta di vivere. Il bel tempo, dunque, porta a decisioni più oculate in Borsa. Con vantaggi per tutto il mercato.

mercoledì 4 novembre 2009

NEWSPEAK IN THE 21ST CENTURY, Leonardo Reviews November 4

by David Edwards and David Cromwell
Pluto Press, London, UK, 2009
299 pp. Trade, £50.00; paper, £13.59
ISBN: 0745328946; ISBN: 0745328938.

Reviewed by Giuseppe Pennisi
Professor of Economics Università Europea di Roma
Rome, Italy

giuseppe.pennisi@gmail.com


Does the crisis of the press in general and of the printed press in particular have as one of its determinants in the lack of trust of what is printed? This not the thesis of David Edwards and David Cromwell but rather the feeling the reviewer is left after going through 299 pages where news and reports are documented to be slanted either in good or in bad faith. Good faith is when the journalist is in error for lack of accuracy, sloppiness, laziness and/or mere ignorance. Bad faith is when the articles appear objective but are deeply slanted and intend to deceive the reader and to influence his or her opinion. David Edwards and David Cromwell are the co-editors of Media Lens, a non-profit British organization. On its website the organization defines itself as such : “Media Lens is a response based on our conviction that mainstream newspapers and broadcasters provide a profoundly distorted picture of our world. We are convinced that the increasingly centralised, corporate nature of the media means that it acts as a de facto propaganda system for corporate and other establishment interests. The costs incurred as a result of this propaganda, in terms of human suffering and environmental degradation, are incalculable”.

This self-presentation is telling a lot: Mr. Edwards and Mr. Cromwell do not think very highly of the profession. They do not take on print at the start of their book; they go straight to the Myth of the myths , the BBC alleged objective, unbiased, balanced and truthful reporting. For 60 pages, they document “The Magnificent Fiction” of the BBC. Not only a large number of mistakes is quoted, but also links are established between each of these errors in reporting and dependence on some power. Statistically, it is difficult to agree with the analysis because billion of news items are on the BBC every week, and those chosen may very well be a biased sample themselves. More interesting is that since the BBC was founded by Lord Reith in 1922 , it has been used as a propaganda power house in favor of the Baldwin Government. Thus, why wonder that it has been a propaganda weapon for Tony Blair.

Most of the book deals with reporting on the wars of the last 10 years: the Middle East Israel-Palestinian conflict, the Iraq entanglement, the Iran nuclear weapons of mass destruction. A chapter focuses on the press reports on the world climate problems and how the media is handling Venezuela and its controversial Head of State. Another chapter is an upfront fire on the “liberal press gang” – how the Independent and the Guardian are qualified when they are not called “brilliant fools”.

Thus, the diagnosis is quite bleak. Any therapy to improve the condition of the poor sick journalism or to alleviate its pains? A quite passionate, yet entertaining, book does not set any clear path , but a set of appeals to compassion, awareness, and honest journalism, even with reference to Buddhist monks (a model for guys struggling to make the front page or for chaps concerned more about their career than the betterment of mankind?)––in short, a pleasant read that could, nonetheless, scare the audience away from the media.

Last Updated 3 November, 2009

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L’ECLISSI DEL DOLLARO Formiche Novembre

La conclusione principale del G20 dei Capi di Stato e di Governo, tenuta a Pittsburgh il 24 e 25 settembre, è che ci vorrà molto tempo per dare un abito giuridico alle “nuove regole globali” a cui tanto tiene il Vecchio Continente ma che meno sembrano interessare al Nord America ed ancor meno ai Paesi dell’Asia e dell’America Latina che fanno parte del gruppo: da tetti ai bonus dei maghi della finanza a nuove versioni della “Tobin Tax” (ripudiata, del resto dallo stesso Tobin una dozzina di anni fa) sulle transazioni finanziarie a breve, dare nuove mascelle e nuovi denti ad un Fondo monetario (una volta riformato) a varie forme di lotta alla non meglio definita “speculazione”.
Un saggio ancora inedito di Paul R. Masson e John C. Pattison della Joseph Rotman School of Management intitolato analizza rigorosamente il problema in termini di “teoria dei giochi” e giunge alla conclusione che in un club vasto e diversificato come il G20 è improbabile raggiungere le stesse premesse per un accordo che non sia tanto vago e tanto ambiguo da voler dire poco o nulla. Quindi meglio non perdere tempo e passare ad altro (mentre, per il momento, ciascuna area geo-economica badi a mettere le regole di casa propria in ordine senza troppe ambizioni mondialistiche). D’altronde, lo ha già fatto la stessa Ue, che pur preme per “regole mondiali” con il varo unilaterale, alla vigilia del G20, del nuovo sistema di vigilanza bancaria (imperniato sulla Bce e su nuove authority europee) nel loro continente. Tale mossa è stata un errore tattico poiché rafforza la tesi- sostenuta dagli Stati Uniti da altri Paesi (specialmente gli asiatici) del G20- secondo cui le “rules” dovrebbero essere al massimo regionali – e tra gruppi di Paesi omogenei – e non “global”.
Il vero nodo dell’economia internazionale (alla base della stessa crisi) sono gli squilibri finanziari mondiali. Un percorso per ridurli -afferma un documento del Tesoro Usa, chiamato “i principi di Geithner” quasi a contrapporlo ai “principi de L’Aquila”- è la premessa per” nuove regole”. Il documento non respinge i punti definiti dal G8 in luglio, ma propone una serie di misure per aumentare le “difese” delle istituzioni finanziarie (banche, assicurazioni) nei confronti di tempeste sui mercati (in sostanza incrementi del capitale e delle riserve). Tende la mano agli europei (al Congresso Usa) in materia di incentivi ai manager (bonus, opzioni convertibili in azioni) . Pone , però, soprattutto l’accento su come ridurre gli squilibri finanziari internazionale, ossia il disavanzo di conti con l’estero Usa e la caduta del valore internazionale del dollaro.
Un lavoro interno al Fmi , scritto da tre italiani (Pietro Cova e Massimiliano Pisani, e Alessandro Rebucci paper n. 09/64) è abbastanza esplicito; è in atto un rallentamento dell’incremento della produttività dei settori non aperti alla concorrenza internazionale (specialmente i servizi) nei Paesi emergenti dell’Asia ed, in parallelo, un aumento del livello di attività finanziarie straniere nelle riserve dei Paesi in questione. Il primo elemento ha inciso sul secondo che, a sua volta, ha avuto effetti importanti sugli Usa e sul resto del mondo. Un anno fa, in termini divulgativi, li ha illustrati Martin Wolf del Financial Times individuando nella strategia asiatica in tema di riserve una delle componenti maggiori della crisi (più importante dei mutui “subprime” per l’acquisto di case negli Usa).
Il leggero apprezzamento del valore internazionale della valuta cinese – si chiedono Ronald McKinnom dell’Università di Stanford e Gunther Schnabl di quella di Lipsia, in un saggio apparso su “China and the World Economy” – non ha avuto alcun impatto di rilievo: “La Cina deve smetterla di cincischiare con il cambio: è venuto il momento di stimolare alla grande l’economia interna e ridurre l’avanzo commerciale”. In uno degli ultimi fascicoli della “Pacific Asia Review”, tre economiste francesi, si domandano se non sia l’Asia ad avere la responsabilità dello squilibrio dei tassi di cambio all’interno del G20: i cinque maggiori Paesi del continente avrebbero tenuto artificialmente bassi i valori internazionali delle loro valute, specialmente dall’inizio del 2006. Sulla “Pacific Economic Review””, uno dei più noti economisti australiani, Rod Tyers, e due suoi allievi, Iain Bain e Yondxiang Bu, forniscono stime di quello che sarebbe dovuto il cambio dello yuan perché la Cina avesse avuto un saldo “normale” della bilancia commerciale. Ha una notevole eco negli Usa (ne ha parlato anche il “New York Times”) un lavoro di uno studioso italiano di storia economica, Antonio Mosconi del C.E.S.I di Torino. Lo studio riguarda la “supremazia mondiale del dollaro 1917-2008” ed avverte che il giorno del giudizio (“l’ultima convulsione internazionale della moneta Usa) sarebbe alle porte : con il 5% della popolazione ed il 20% del pil mondiale, nonché il 50% della spesa pubblica in difesa, gli Usa si sono assuefatti a stampare tra il 65 ed 70% delle riserve valutarie internazionali”. Il dollaro sarebbe davvero bucato. Saremmo alla vigilia di un drastico cambiamento negli equilibri del potere economico mondiale – e non solo.
Per saperne di più
P. Masson, J. Pattison "Financial Regulatory Reform: Using Models of Cooperation to Evaluate Current Prospects for International Agreement" (in corso di pubblicazione)
P. Cova, M. Pisani, A. Rebucci "Global Imbalances: The Role of Emerging Asia" IMF Working Paper No. 09/64

R. McKinnon, G. Schnabl "The Case for Stabilizing China's Exchange Rate: Setting the Stage for Fiscal Expansion" China & World Economy, Vol. 17, Issue 1, pp. 1-32, January-February 2009

Come alleviare la disoccupazione di massa Il Velino 3 novembre

Roma, 4 nov (Velino) - All’ultima tornata di previsioni econometriche (il 31 ottobre), i 20 maggiori istituti internazionali di analisi previsionale – il gruppo chiamato del “consensus” – paiono tracciare un quadro relativamente ottimista: dopo due anni di recessione il tasso di disoccupazione nell’area dell’euro è pari all’8,4% delle forze di lavoro mentre tocca il 10% negli Usa ed il 9,5% in Cina. Nell’Ue a 27, secondo l’Eurostat, il tasso di disoccupazione ha superato, pur se di poco, il 7% delle forze di lavoro. Il contenimento del tasso disoccupazione nell’unione monetaria si deve in gran misura all’Italia in cui coloro che cercano lavoro senza trovarlo sono il 7,4% della forza lavoro. Ciò dipende, in certa misura, dal sistema d’ammortizzatori sociali in vigore nel nostro Paese: con la “cassa integrazione” non si interrompe il rapporto di lavoro e, quindi, i cassaintegrati contano come occupati o comunque come uomini e donne che non sono alla ricerca di lavoro. Il quadro è meno incoraggiante se si guarda al futuro: l’Ocse prevede un tasso di disoccupazione almeno del 10% per i 30 Paesi che fanno parte dell’organizzazione. Due economisti indiani di rango , Ravi Jagannathan e Mudid Kappoor, hanno pubblicato, con Ernst Schaumburg, della Nortwestern University di Chicago, un saggio in cui sottolinea come la crisi finanziaria sia un sintomo, non una determinante, della recessione. Quindi, si rovescia il rapporto di causa ed effetto: non è la finanza a rallentare l’economia reale ma la seconda ed inviare segnali ai mercati. Una ripresa sostenibile – aggiungono – sarà possibile solo una volta risolti i nodi strutturali – primo tra tutti quello dei conti con l’estero Usa.

Questo è un compito di lungo periodo: cosa fare nel frattempo per alleviare il problema, pur senza avere la pretesa di risolverlo? Nello Iza Discussion Paper No. 4455, David Bell e David Blanchflower sostengano che la disoccupazione di massa può essere ben peggiore di quanto ci si aspetti oggi anche a ragione del moltiplicatore di disoccupazione che scatta in un mondo interdipendente (concetto relativamente nuovo coniato in università tedesche ed austriache, un’area dove il fenomeno morde già molto).Le idee di Bell e Blanchflower collimano con quelle delineate da Pierella Pac i, Ana Revenga, e Bob Rijkers in un lavoro in corso di pubblicazione da pare della Banca Mondiale ( "Coping with Crises: Why and How to Protect Employment and Earnings" World Bank Policy Research Working Paper No. 5094 ). In base all’esperienza di crisi precedenti di questa portata, lo studio afferma che “un atteggiamento miope e reattivo minaccia di essere controproducente: occorre invece un sistema automatico di protezione sociale e di reti di sicurezza”. Altrimenti, c’è il rischio di innescare “social unrest”, quale quello che si è già toccato con mano in Francia e Germania (per restare nell’Unione monetaria e senza tenere conto, per mancanza d’informazione, di quanto sta avvenendo in Cina dove i senza lavoro assommano, secondo stime della Banca Mondiale, a 150 milioni); lo sottolineano Oded Stark , Walter Hyll, e Doris Behrens, ancora tre accademici tedeschi ed austriaci – delle Università di Bonn e Klagenfurt. Segnale che là è dove le sofferenze sono maggiori.



Che conclusioni trarre da queste analisi? All’interno dello stesso schieramento di Governo c’è chi sostiene che abbiamo il più efficace sistema di ammortizzatori sociali e chi, invece, difende la tesi opposta. E’ utile, ed urgente, aprire una riflessione prima che il fantasma del “social unrest” si aggiri anche da noi.

(Giuseppe Pennisi) 4 nov 2009 09:02