domenica 15 gennaio 2017

FINANZA E POLITICA/ Italia, i timori che Trump deve smentire n IlSussidiario 16 gennaio



FINANZA E POLITICA/ Italia, i timori che Trump deve smentire

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Vivevo a Washington, capitale degli Stati Uniti, quando Ronald Reagan venne eletto quarantesimo Presidente. Leggevo un quotidiano italiano a cui collaboravo sotto pseudonimo (necessario in quanto dirigente della Banca Mondiale). L'elezione di un ex attore di film Western di serie B al più alto seggio degli Usa destava perplessità più in Europa che negli Stati Uniti. Pochi europei tenevano conto che Reagan, nella veste di Governatore della California, aveva risanato le finanze pubbliche di uno Stato della dimensione e della popolazione dell'Italia. Successivamente, dal 1981 al 1989, Reagan si rivelò un ottimo Presidente sotto tutti gli aspetti, specialmente sotto quello economico.
Ma Donald Trump , che si insedierà alla Casa Bianca il 20 gennaio, non ha il profilo di Reagan, che da attore di film a basso costo a vasta diffusione era diventato, dopo una carriera politica da grande impegno, un Governatore di livello di un grande Stato dell'Unione e aveva mostrato idee chiare soprattutto in finanza pubblica ed economia. The Donald è diventato Presidente degli Stati Uniti dopo una campagna elettorale controversa e densa di accuse reciproche di trucchi e brogli. In campo economico, ha proposto frammenti di programmi e di misure, al di fuori di un quadro politico coerente. Quindi, la sua elezione è stata presentata, principalmente sulla stampa liberal degli Stati Uniti come "An American Tragedy", titolo di un lungo articolo di David Remnick sul New Yorker del 9 novembre in cui chiama l'ingresso di Trump alla Casa Bianca come nulla di meno di una tragedia per la Repubblica Americana, una tragedia per la Costituzione e un trionfo per le forze, all'interno e all'estero, del "nativismo" (essere di stirpe americana), autoritarismo, misoginia e razzismo. Un quadro più nero non si poteva immaginare, a cui The Nation del 19 dicembre ha risposto con un ironico Trumpocalypse, un servizio ironizzando su coloro che vedono, e mostrano, Trump come i quattro cavalieri dell'Apocalisse.
Sotto il profilo economico, dato che, come ha scritto Luigi Zingales sul Corriere della Sera dell'8 gennaio, "Se Trump è pro business, non è mercato", è difficile congetturare una politica liberal-liberista come quella dei suoi predecessori di provenienza dal G.O.P. Manterrà e forse rafforzerà il liberismo in materia di economia dell'informazione e della comunicazione, come documentano Randolph Court e Rober D. Atkinson in "Trumpism and the New Economy" nel Washington Monthly. Ma la sua indole è essenzialmente protezionista, in materia di politica economica interna e internazionale: lo scrive molto efficacemente Nouriel Roubini in "American First and Global Conflict Next" , pubblicato il 2 gennaio sulla catena di giornali Project Syndacate.
È doveroso fare un'apertura di credito al nuovo inquilino della Casa Bianca e attendere il 21 febbraio, quando Trump dovrà presentare al Congresso il Discorso sullo Stato dell'Unione, ossia il proprio programma di Governo. Tuttavia dai brandelli e frammenti di politica economica, apparsi durante la campagna elettorale e nelle ultime settimane, appaiono emergere questi elementi:
- Disinteresse per il Continente vecchio, da non considerare più di un player di poco peso nel contesto internazionale avviluppato nei problemi che si è creato con le sue proprie mani, in primo luogo un'Unione europea in graduale disfacimento.
- Una politica commerciale e di investimenti internazionali in cui verrà utilizzata la leva tributaria (per proteggere gli interessi delle imprese americane) più di quella dei dazi e dei contingenti.
- Una politica molto selettiva in materia di immigrazione diretta a fare entrare (negli Usa) solo coloro della cui preparazione tecnica gli Stati Uniti hanno bisogno.
- Un'alleanza economica con la Federazione Russa, principalmente in materia di energia.
Non è un quadro incoraggiante. Aspettiamo il 21 febbraio con una certa ansia.
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sabato 14 gennaio 2017

Vi racconto la prossima cessione di sovranità nazionale in Europa im Formiche 14 febbraio



Vi racconto la prossima cessione di sovranità nazionale in Europa

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Vi racconto la prossima cessione di sovranità nazionale in Europa
L'analisi di Giuseppe Pennisi
Ne parlammo, su Formiche.net, circa un anno fa. Allora solo pochi barracuda-esperti in Italia sapevano di cosa si trattasse: un astuto sotterfugio per effettuare (in silenzio) un trasferimento di sovranità dagli Stati nazionali all’Unione Europea veniva fatto quasi in sordina, senza farsi notare, e utilizzando, come grimaldello, la politica e i negoziati commerciali internazionali. Il Trattato di Roma (e i trattati e accordi intergovernativi che si sono succeduti negli ultimi sessant’anni) affidano alla Commissione europea il compito delle trattative commerciali internazionali. Un’esigenza, in effetti, essenziale per negoziare riduzioni di dazi e aperture di contingenti quando i “padri fondatori” dell’Unione Europea volevano creare un mercato comune (con dazi e contingenti uniformi alla frontiera), diventato poi un mercato unico. In effetti, la Commissione esercitava una funzione di coordinamento e di portavoce.
Ricordo ai tempi del Kennedy Round degli anni Sessanta lunghe riunioni a Ginevra in quello che veniva chiamato il “bunker” per armonizzare le posizioni degli Stati membri di quella che allora si chiamava la Comunità economica europea in modo che il delegato (un dirigente della Commissione) le portasse al tavolo delle trattative. Allora una volta giunti a un accordo tecnico su un punto specifico, la soluzione veniva riportata, per una verifica al tavolo dei rappresentanti degli Stati membri. Arrivati al risultato complessivo la ratifica era compito, come sempre e ovunque, dei Parlamenti nazionali.
La prassi è stata mantenuta nei successivi negoziati multilaterali in sede Gatt prima e Wto successivamente. Terminata la fase dei negoziati “mondialistici”, è iniziata quella dei grandi negoziati per creare mercati comuni attraverso il Pacifico, nonché di movimenti di capitali, di investimenti e altro (in fase di una ratifica che non si presenta semplice) e attraverso l’Atlantico (per ora sospeso sine die).
È stata mutata, una prima volta, in seguito a insistenti pressioni della Commissione (basate sull’argomento che dopo l’ampliamento nel 2004 dell’Ue il numero dei Parlamenti era anch’esso aumentato e, quindi, la procedura delle ratifiche dei Parlamenti nazionali sarebbe stata troppo lunga e pesante). Inoltre – argomentò la Commissione – si trattava di un “emendamento puramente tecnico” relativo ai Trips (aspetti del commercio internazionale della proprietà intellettuale). Il Consiglio Ue dei ministri del Commercio internazionale cedette (nonostante alti dirigenti dei ministeri, esperti nella materia, avessero parere differente). E gli emendamenti entrarono in vigore senza neanche il vaglio, e la ratifica, del Parlamento europeo.
Il problema si è ripresentato al momento del negoziato (per ora sospeso) del trattato su commercio, investimenti e quant’altro attraverso l’Atlantico. Ancora una volta pressioni dalla Commissione per evitare ratifiche nazionali (non solo contravvenendo il Trattato fondatore dell’Organizzazione mondiale del commercio (Omc), ma effettuando, in sordina e in modo surrettizio, un vero e proprio trasferimento di sovranità. L’Italia non ha preso posizione ufficiale in materia, anche se ci sono state dichiarazioni del ministro Calenda sostanzialmente in supporto della posizione della Commissione e sulla sponda opposta esposti alla Procura e pareri giuridici dell’ufficio legale dell’Omc.
Circa un mese fa, si sono mossi un centinaio di economisti e giuristi con la “Dichiarazione di Namur” che si può firmare online. Alcuni nomi: Thomas Piketty, Philippe Maystadt, Carlos Closa Montera, Laszlo Andor. In essa si lamenta sia l’opacità delle procedure negoziali della Commissione sia il nuovo tentativo di trasferire la funzione di ratifica dei trattati dai Parlamenti nazionali alle autorità europee.
Mentre la “Dichiarazione” è stata oggetto di vivace dibattito sulla stampa dei Paesi europei, in Italia non se ne è quasi parlato perché – dicono alcuni – non si voleva disturbare la tentata trattativa renziana sulla flessibilità.
A questo punto, pare evidente che c’è un chiaro scollamento: o si modificano i trattati europei (trasferendo sovranità alla Commissione) o si modifica il Trattato Omc. Altrimenti si resta in una grande confusione propedeutica a vertenze legali.
C’è un punto, però, preliminare: perché in Italia non se parla? Non si apre un vero dibattito con giuristi ed economisti, propedeutico a un dialogo tra forze politiche? Il problema è di grande rilievo. Discuterne unicamente nei felpati corridoi dei ministeri non fa bene agli europeisti e soprattutto alla democrazia.

Chi c'era alla presentazione dell'ultimo libro di Giuseppe Pennisi "La buona spesa". Le foto
Giuseppe Di Taranto e Antonio Marzano
Giuseppe Pennisi e Giuseppe Di Taranto
Giuseppe Di Taranto e Antonio Marzano
Giuseppe Di Taranto e Antonio Marzano

Giuseppe Pennisi
Alberto Schepisi

Antonio Marzano
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Antonio Marzano
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giovedì 12 gennaio 2017

La Didone…ritrovata a Firenze: due recensioni a confronto un Musica 12 gennaio



La Didone…ritrovata a Firenze: due recensioni a confronto

http://www.rivistamusica.com/wp-content/uploads/2017/01/Roberta-Mameli-Didone-Carlo-Allemano-Enea-Didone-abbandonata-14-%C2%A9-Simone-Donati-TerraProject-Contrasto.jpg

VINCI Didone Abbandonata R. Mameli, C. Allemano, R. Pe, G. Costa, M. Pluda, G. Frasconi; Orchestra del Maggio Musicale Fiorentino. Basso continuo: A. Artifoni (clavicembalo), G. Bellini (tiorba) M. Tazzari (violoncello). Direttore Carlo Ipata regia Deda Cristina Colonna scene Gabriele Vanzini costumi Monica Iacuzzo luci Vincenzo Raponi impianto d’ombre Compagnia Altretracce
Firenze, Teatro Goldoni, 8 gennaio 2017
A circa trecento anni dalla sua prima esecuzione assoluta, al Teatro delle Dame a Roma nel gennaio 1726, Didone Abbandonata di Leonardo Vinci su libretto di Pietro Metastasio (dal Canto IV dell’Eneide) viene riscoperta e presentata in una sede appropriata. Il Teatro Goldoni di Firenze, costruito all’inizio dell’Ottocento, ha dimensioni (circa 350 posti distribuiti tra una elegante platea e quattro ordini di palchetti per non più di quattro persone ciascuno) che non dovevano essere dissimili da quelle del romano Teatro delle Dame nel 1726. Allora — ha ricordato in un saggio di molti anni fa Elena Ferrari-Batassi — a Roma infuriava una vera e propria guerra tra teatri: oltre al Delle Dame, il Tordinona, il Valle, l’Argentina ed altri in strutture temporanee. Erano istituzioni private in stretta competizione per avere i migliori autori ed i migliori interpreti dell’epoca. Vinci era napoletano, Metastasio romano: “il binomio Metastasio-Vinci fu tra i primi simboli nel nuovo melodramma – scrive sempre Elena Ferrari-Batassi — che in seguito (dopo la morte di Vinci in giovane età ed il trasferimento di Metastasio a Vienna) fu scalzato dal binomio Metastasio-Hasse”. Vinci è stato a lungo considerato esponente della scuola napoletana ed anche il “nuovo melodramma”, ossia l’opera seria, viene iscritto alla suddetta scuola napoletana, ma esso ebbe tappa obbligata a Roma per la sua affermazione nel resto d’Italia ed all’estero; sia per la concorrenza tra teatri, sia per la presenza a Roma di grandi musicisti stranieri (si pensi al giovane Händel) che avrebbero avuto importanti carriere internazionali.
La messa in scena di Didone Abbandonata è un evento importante per vari motivi. In primo luogo non viene presentato in un festival di opera antica, quali quelli di Innsbruck e Beaune, od il nostro Opera Barga arroccato in Garfagnana, ma è parte della stagione del Maggio Musicale Fiorentino. È coprodotto con il Teatro Verdi di Pisa dove avrà repliche in marzo e si parla d’interesse da parte di teatri tedeschi; quindi dalla riscoperta del lavoro potrebbe emergere una sua più ampia diffusione.
In secolo luogo, Didone Abbandonata (che ebbe enorme successo nel Settecento) è uno di quei lavori che meglio esprimono i canoni dell’opera seria settecentesco, che soppiantava il Barocco con le sue improvvisazioni vocali, il suo misto di generi, i suoi momenti comici anche nelle opere più drammatiche (si pensi alla Incoronazione di Poppea di Claudio Monteverdi). Didone Abbandonata presenta quella che potremmo chiamare la sintassi dell’opera seria: l’azione articolata in recitativi secchi od accompagnati interrotta da arie chiaramente codificate: due arie per atto per i protagonisti, ed una per atto per gli altri interpreti, scrittura musicale asciutta non solo per distinguersi dalle fioriture del barocco ma anche e soprattutto per tenere tesa l’azione e lo sviluppo psicologico dei personaggi. In terzo luogo, dato che delle numerose opere tratte dall’argomento, Didone Abbandonata fu, all’epoca, quella di maggior successo, girò per tutta Europa ed indusse l’Imperatore d’Austria a invitare a Vienna Pietro Metastasio, il quale vi resto per tutta la vita con la carica di “poeta cesareo”. Metastasio scriveva solo ed esclusivamente in italiano i suoi melodrammi, i suoi oratori, i suoi libretti di ispirazione religiosa; contribuì, quindi, in misura non secondaria alla diffusione della lingua, che diventò quella delle maggiori Corti europee. Una tradizione che si estese a lungo: si pensi che in Egitto si parlava italiano a Corte sino agli anni Cinquanta del ‘900 e Faruq fu il primo Re ad utilizzare l’arabo.
In questa produzione i tre atti della versione metastasiana, sono divisi in due parti, con un breve intervallo per una durata di poco più di tre ore. La regia (Deda Cristina Colonna), le scene (Gabriele Vanzini) ed i costumi (Monica Iacuzzo) sono semplici ed austeri (come dovevano essere nel Settecento per lavori destinati a girare per più teatri in mezza Europa). Efficaci i giochi di luce di Vincenzo Raponi e le ombre cinesi’o silhouette della Compagnia Altretracce; con pochi tratti e chiaroscuri mostrano vari ambienti del palazzo di Didone, la costruzione ed il successo incendio di Cartagine, le navi di Enea, le tempeste di mare. Un allestimento scenico a costi contenuti ma, anche grazie alla buona recitazione, piacevole a vedersi ed a seguirsi.
Carlo Ipata, maestro concertatore, è uno specialista di questo repertorio con cui anima l’Auser musici di Pisa ed in estate Opera Barga; ha diretto con grande precisione un’orchestra con strumenti modellati su quelli dell’epoca. Molto efficace il gruppo del basso continuo, basato su cembalo, tiorba e violoncello: insieme producono un suono scuro che ben si adatta al clima teso del’opera.
L’episodio virgiliano è, inevitabilmente in un’opera seria, reso più complicato di quello dell’Eneide con intrighi, amori incrociati, duelli e quant’altro. In sintesi, all’inizio dell’opera Didone sta costruendo Cartagine (che nelle ultime scene verrà incendiata) sulle terre del Re dei Mori, Iarba (a Palazzo sotto finte vesti), il quale la vuole come sposa. La sorella di Didone, Selene, è innamorata di Enea. La vicenda termina con la partenza di Enea verso l’Italia e la morte di Didone nell’incendio di Cartagine, posto in essere da Iarba, a cui la Regina non ha voluto cedere.
Roberta Mameli è una vibrante Didone, che rende giustizia alle sue bellissime arie, da quella di apertura (Son Regina e Sono Amante) a quella, modernissima, finale (Vado, ma dove?). Il controtenore Raffaele Pe è uno Iarba, innamorato ma infido: applauditissimo dopo Così dotto in Amor esser non curo e dopo Cadrà fra poco in cenere, è stato uno dei trionfatori della serata. Carlo Allemano è il prototipo settecentesco del tenore eroico con bei Do rotondi. Bravi Gabriella Costa, Marta Pluda e Giada Frasconi. Insomma, una riscoperta che merita di essere conservata su CD o DVD.
Giuseppe Pennisi

http://www.rivistamusica.com/wp-content/uploads/2017/01/Raffaele-Pe-Iarba-Carlo-Allemano-Enea-Didone-abbandonata-38-%C2%A9-Simone-Donati-TerraProject-Contrasto.jpg
Firenze, Teatro Goldoni, 10 gennaio 2017
C’è ancora un incomprensibile alone di mistero intorno alla figura di Leonardo Vinci. Incerti data e luogo di nascita (Strongoli o Napoli, 1690 o 1696), probabile invece la morte per avvelenamento (1730). Scarse le notizie sulla sua vita: libertino e biscazziere, morì in assoluta povertà nonostante molte sue opere (sia comiche che serie) fossero state applaudite a Napoli, Roma e Venezia. Collaboratore prediletto di Metastasio prima di Hasse e Jommelli, Vinci segnò la sua epoca, affermando un’opera concepita come successione ininterrotta di recitativi secchi ed arie.
Di questa fatta è la Didone abbandonata, che debuttò nel 1726 al romano Teatro Alibert o delle Dame (a due passi da Trinità dei Monti), ripescata ora per la prima volta in età moderna a Firenze sotto la vigile direzione di Carlo Ipata: pochissimi i recitativi accompagnati, nessun duetto nonostante la ben districata azione. Intorno al contrastato amore tra il troiano Enea, chiamato a maggior gloria dal suo destino ai lidi laziali, e la disperata regina cartaginese ruotano tutta una serie di altre dinamiche amorose: oltre all’amore rabbioso del vendicativo Iarba re dei Mori (inizialmente nei mentiti panni dell’ambasciatore Arbace) per Didone, c’è quello sottaciuto per Enea della sorella della regina, Selene, della quale è poi innamorato a sua volta Araspe, confidente di Iarba. Cui va aggiunto il ruolo del traditore Osmida, ambiguo confidente di comodo di Didone.
Vinci dispensa quasi in realtà a tutti i ruoli agilità belcantistiche a piene mani, sicché alla fine a ben vedere a prevalere è più il lato eroico che quello patetico. Fanno eccezione il bel recitativo accompagnato e la lunga aria di Didone (lamento e perorazione “Se vuoi ch’io mora” non a caso l’unica di modo minore) ed il sorprendente finale (una sequela di recitativi accompagnati) che sembra quasi in dissolvendo, questo sì davvero innovativo.
Il cast vocale era di prim’ordine, con una straordinaria Roberta Mameli, carismatica Didone, Gabriella Costa pastosa Selene, il controtenore Raffaele Pebrunito e stizzito Iarba, Marta Pluda nitido Araspe; più in ombra l’Osmida di Giada Frasconi e quel pezzo di Marcantonio di Enea, brizzolato e poco eroico, del tenore Carlo Allemano.
Discutibile poi l’allestimento, invero miserello, con semplici strutture di tubi Innocenti a significare una scalinata a sinistra ed un parallelepipedo abitato da vele o teli a destra. Dinanzi a tanto verosimile plot drammaturgico, Deda Cristina Colonna, apprezzata coreografa di danze storiche, opta invece registicamente per un poco consono stile surreale e fantastico con ombre cinesi che proiettano navi e movimenti en ralenti. C’è insomma poco eroismo in quest’opera seria di blasonati natali, che come molte altre gemelle metastasiane, unisce invece indissolubilmente eroismo ed erotismo, dovere e passione. Apprezzabili nel complesso la direzione di Ipata e la riscoperta di un’opera che incoraggia a saperne di più di questo troppo poco frequentato Vinci.
Lorenzo Tozzi  
Crediti fotografici: Pietro Paolini/TerraProject/ Contrasto
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