venerdì 20 novembre 2009

Musica contemporanea, a Roma il Festival di Nuova Consonanza Il Velino 20 Novembre

Musica contemporanea, a Roma il Festival di Nuova Consonanza
Roma, 20 nov (Velino) - Con il 46esimo Festival di Nuova Consonanza si chiude il 2009 di musica colta contemporanea a Roma. La Capitale, nell’anno che sta per terminare, ha dedicato a questo genere artistico più ore di Berlino e adesso assieme a Parigi rappresentano le tre capitali europee del pentagramma contemporaneo e della sperimentazione. L’Accademia di Francia ha ospitato l’inaugurazione, mercoledì scorso, omaggiando Gérard Grisey a dieci anni dalla scomparsa, con il duo Claude Delangle al sassofono, e suo figlio Rémi Delangle, al clarinetto. Il concerto è stato il primo dei dieci appuntamenti che compongono la nuova edizione dello storico festival romano, quest’anno incentrato sul tema “La musica da vedere”. Divisa in due parti, la manifestazione, che si avvale del contributo e del sostegno del ministero per i Beni e le attività Culturali - Direzione Generale dello Spettacolo dal vivo, e del Comune di Roma - assessorato alle Politiche culturali, presenta una prima serie di concerti fino al 2 dicembre dedicati al rapporto fra musica e nuove tecnologie; la seconda parte, dal 9 al 21 dicembre giorno della conclusione del Festival, indagherà le possibili relazioni della musica con altri linguaggi. Come in ogni edizione, all’interno dell’evento sarà ospitata la finale del concorso di composizione “Franco Evangelisti”, che per il 2009 accoglierà le partiture per voce ed elettronica e un workshop di composizione che quest’anno è affidato a Salvatore Sciarrino. Sarà proprio Sciarrino a chiudere il Festival con un “Portrait” nel quale si eseguiranno suoi lavori dal 1975 ad oggi, con una prima esecuzione assoluta per voce e strumenti dal titolo “L’Altro Giardino”.

Appuntamento atteso e sempre molto seguito da qualche edizione a questa parte, è la Festa d’autunno, una vera e propria maratona musicale a Villa Aurelia, bellissima sede dell’American Academy of Rome, che la ospiterà domani dalle 16,30 alle 23. Titolo della giornata “Crossing sounds”. Si aprirà con “Multipla” di Ennio Morricone e proseguirà con una serie di concerti, presentazioni di libri, esposizione dell’archivio storico di Nuova Consonanza nelle diverse sale della villa e del giardino dell’Accademia. Ci sarà anche un omaggio alle poesie di Mirella Thau Coen ispirate a Morricone, Petrassi, Scelsi, Bortolotti e Guaccero. Il concerto serale ospiterà “Performing sounds” con la prima italiana, dopo il debutto londinese, dello spettacolo audio-visuale “Lucrezio” ispirato al De Rerum Naturae. Da sottolineare la partecipazione straordinaria del newyorkese Don Byron, uno dei maggiori clarinettisti e sassofonisti contemporanei, ospite dell’American Academy in quanto vincitore del prestigioso “Samuel Barber Rome Prize for Composition”. I due appuntamenti successivi del Festival di Nuova Consonanza sono dedicati alla musica e all’elettronica: mercoledì 25 novembre alle ore 21 alla Sala Casella (via Flaminia 118) è la volta di “Electroshop”, da un’idea di Anna Troisi e Antonino Chiaramonte prodotto in collaborazione con la University of Plymouth (Gran Bretagna). L’altro evento si terrà il 2 dicembre, sempre alla Sala Casella, con il titolo “Pianoforte & Electronics” della pianista argentina Nora Garcia e la regia del suono di Gustavo Adolfo Del Gado.

La seconda parte del Festival di Nuova Consonanza, dal 9 al 21 dicembre, si compone di sei concerti volti a indagare le possibili relazioni della musica con altri linguaggi. Una novità per la manifestazione è il teatro musicale da camera contemporaneo con due omaggi a Pier Paolo Pasolini (“Dicevo di te Pier Paolo” e “La mia Eternità”) su testi di Elsa De Giorgi, musica di Enrico Marocchini e “Ormond Brasil 10” tratto da “Der Tunnel” di Friedrich Dürrematt, musica di Fabio Cifariello Ciardi. Altro appuntamento di rilievo “Animali e Bestie” con Anna Proclemer, sul palco insieme al pianista Antonio Sardi de Letto e la musica di Fabrizio de Rossi Re. Inoltre, El Cimarron Ensemble interpreterà “Memoirs of Elagabalus” opera in un atto e cinque scene con la musica di Stefano Taglietti. Nella seconda parte della serata, “Storia di Giona” per baritono-basso, flauto, chitarra e percussione, ultimo lavoro di Luca Lombardi compositore romano dal linguaggio musicale fortemente connotato e completamente immerso nella contemporaneità. “Storia di Giona” debutterà in prima assoluta ad Hallein (Salisburgo) il prossimo 8 dicembre e sarà presentata subito dopo da Nuova Consonanza in prima rappresentazione italiana. Il rapporto fra suono e immagine sarà infine il tema di un “Viaggio con foto - Suoni romani” del Duo Alterno (Tiziana Scaldaletti soprano e Riccardo Piacentini pianoforte) dove alcune “fotografie sonore” ci restituiscono il paesaggio sonoro di Roma.

(Hans Sachs) 20 nov 2009

E' allarme debito e lavoro. La ripresa c'è ma bisogna accelerarla, L'Occidentale 20 novembre

Gli ultimi dati dell’Ocse e dei 20 centri internazionali di analisi econometrica -tutti privati, nessuno italiano, colloquialmente chiamati “il gruppo del consensus”- forniscono un quadro poco entusiasmante della ripresa di cui si vedono i primi spiragli.

Specialmente preoccupanti le previsioni Ocse:” la disoccupazione italiana salirà all'8,5% nel 2010 e all'8,7% nel 2011; il Pil italiano calera' del 4,8% quest'anno per poi tornare a crescere dell'1,1% il prossimo e dell'1,5% nel 2011; l'attività ha ripreso nel terzo trimestre, con il miglioramento delle condizioni finanziarie che ha ''aiutato a ricostituire la fiducia e spingere la domanda interna', ma ''sia il timing sia la forza della ripresa sono incerte''; salirà il debito pubblico italiano che nel 2011 sarà' al 120% con un deficit che resterà sopra il 5%.

In sintesi, secondo Château de la Muette (l’elegante sede parigina dell’Ocse), "sforzi significativi di consolidamento fiscale saranno dunque necessari (all’Italia) dal 2011 in poi, quando la crescita riprenderà'''. Più ottimistiche, almeno ad una prima lettura, la analisi del “consensus”. La nota riassuntiva precisa che “la recessione nell’area dell’euro è terminata poiché nei tre mesi conclusisi il 30 settembre, Il Pil della zona è aumentato dell0 0,4%”. “La crescita è stata sostenuta soprattutto in Germania (0,7%), ma anche Francia ed Italia hanno fatto la loro parte, con una crescita rispettivamente dello 0,3% e dello 0,6%, mentre le economia di Spagna e Grecia hanno continuato a contrarsi”. Una lettura attenta dei dati – i 20 modelli econometrici sono tutti della famiglia dello strumento neo-keynesiano sviluppato dal Premio Nobel Lawrence Klein, anche se hanno specifiche differenti l’uno dall’altro- non induce certo a stare allegri. Per l’Italia prevedono mediamente una crescita dello 0,8% rispetto all’1,2% della media dell’area dell’euro ed un aumento di coloro che cercano lavoro senza trovarlo analogo a quanto profetizzato a Château de la Muette.

Questo contesto generale suggerisce che la priorità del Governo e del Parlamento deve essere l’accelerazione della ripresa - obiettivo sul quale dovrebbero convergere le differenti “scuole di pensiero” (un tempo le si chiamava “anime” ) di cui è composta la maggioranza. Il nodo è come farlo, tenendo presente che la politica della moneta è ormai competenza del Sistema europeo di banche centrali (Sebc) guidato dalla Banca centrale europea (Bce) e che la finanza pubblica deve essere orientata a tornare a rispettare il “patto di crescita e stabilità”.

In primo luogo, occorre notare che, a ragione della recessione mondiale, 20 dei 27 Paesi dell’Ue e quasi tutti i Paesi dell’area dell’euro sono al di fuori dei limiti posti dal “patto”, specialmente in tema di indebitamento netto della Pa. Oggi, neanche gli interpreti più rigorosi dei trattati si sentono vincolati al “patto” (si veda la politica espansionista della Germania). Al tempo stesso, però, occorre rientrare con prudenza nei binari poiché ne va della credibilità dell’unione monetaria. Le stime Ocse e “consensus” pongono al 5% il rapporto tra indebitamento netto della Pa e Pil in Italia (invece del 3% posto come limite massimo dal “patto”).

E’ auspicabile non solo che il tetto non venga ulteriormente superato ma si rientri nell’alveo. Ciò comporta un interrogativo: ove si volesse o dovesse agire ulteriormente sulla politica di bilancio è preferibile aumentare la spesa o ridurre la pressione tributaria? Alberto Alesina e Silvia Ardagna hanno diramato in questi giorni a Harvard un paper (l’Harvard Institute of Economics Research Paper N. 2180) – in corso di pubblicazione – in cui si passano in rassegna una cinquantina di episodi di politica di accelerazione della crescita nei Paesi Ocse tra il 1970 ed il 2007: la riduzione del carico fiscale risulta più efficiente e più efficace dell’incremento della spesa pubblica. E’ un’indicazione chiara per Governo e Parlamento.

C’è anche spazio, però, per misure che non riguardano i conti pubblici. Alcuni mesi fa un lavoro econometrico del servizio studi della Bce avvertiva che le liberalizzazioni dei servizi potrebbero portare in Italia ad un aumento del Pil dell’11% su cinque anni di cui almeno la metà nei primi tre anni. Il 19 novembre il CEPR ha diramato uno studio condotto da una squadra di economisti italiani (il Discussion Paper N. 7470) da cui si evince che una più marcata azione antitrust nei confronti di posizioni dominanti grandi e piccole – la base empirica dell’analisi sono 22 comparti in 12 Paesi Ocse - darebbe un impulso alla produttività totale dei fattori di produzione e, quindi, alla crescita. Un invito questo alle varie autorità di settore, specialmente pregnante in momento in cui si discute sul futuro della rete di telecomunicazioni.

mercoledì 18 novembre 2009

Come i russi vedono la crisi finanziaria II Il Velino 18 novembre

Electronic copy available at: http://ssrn.com/abstract=1503579
Financial crisis of 2008-2009 and
other financial crises: how to cope
with them?
Andrey Artemenkov,
Member of the Standards and Methodology Committee
at RF National Valuation Council,
Senior Economist, The Russian Society of Appraisers
artemenkov@rambler.ru
http://ssrn.com/author=806294
Department of Economic Measurements,
The State University of Management
April 2009

Come i russi vedono la crisi finanziaria Il Velino 18 novembre

Roma, 18 nov (Velino) - Sulla stampa italiana, ed internazionale, pochi anzi pochissimi si sono interessati a come i russi vedono la crisi finanziaria e le possibili exit strategy. È un errore poiché, a mio avviso, la Federazione Russa rappresenta, con l’Italia, la Francia, la Germania, l’Egitto e la Turchia l’Esagono che, dopo il superamento della crisi, potrà essere il fulcro della crescita in Europa e nel Bacino del Mediterraneo. Per questo motivo mi sono rivolto al mio collega ed amico Andrei Igorrevitch, Artemenko, titolare della cattedra di politica economica e finanziaria alla Scuola superiore della pubblica amministrazione della Federazione, per saperne di più. Artemenko mi ha inviato le dispositive che utilizza per insegnare la tematica ai dirigenti dell’amministrazione centrale – quelli maggiormente in contatto sia con gli argomenti del caso sia con le loro controparti europee ed americane.

Mi è parso utile, in questa rubrica, non dare la mia opinione personale ma riassumere la diapositive di Artemenko, il quale parte dall’assunto che la crisi finanziaria non è la determinante di quella dell’economia reale ma, al contrario, la finanza è saltata a ragione della contrazione delle attività reali. Le sfasature tra economia reale ed economia finanziaria derivano dal fatto che mentre la prima ha le caratteristiche cicliche analizzati da Keynes - ed approfondite da Minski (più volte citato da Artemenko) -, la seconda comporta l’espansione del credito totale interno ad interesse composto - a ritmi superiori in ogni caso rispetto a quelli dell’economia reale, specialmente in fase di recessione. Nonostante la sfasatura tra economia reale ed economia finanziaria ci sono periodi anche lunghi di calma relativa - quelli caratterizzati dalla “grande moderazione” di Minski- ma il giorno della resa dei conti non può essere posposto indefinitivamente. Il sottosistema monetario finisce, per auto sostenersi, nell’area dell’economia “virtuale” (la Borsa), che – avverte Artemenko – i proponenti della teoria dell’efficienza dei mercati finanziari considerano uno specchio fedele dell’economia reale. “Ne è, invece, un miraggio ingannatore” e “uno strumento per gonfiare rendimenti di breve periodo”, mentre nel lungo periodo crea inflazione non produzione reale di beni e servizi e la associa a scarsa utilizzazione delle risorse, quindi a disoccupazione. A questo punto, “una manovra keynesiana impostata e gestita con acume” è l’unico rimedio per rimettere in moto il sistema.

Ciò non è, però, sufficiente. Una discrepanza analoga si ha tra economia monetaria e consumi, come dimostrato dall’espansione di credito al consumo, anche nei confronti di soggetti non in grado di fare fronte ad ammortamenti ed interessi. Per controbatterla, occorrono misure keynesiane rivolte direttamente ai consumatori, coniugate con controlli sui prezzi del tipo di quelli più volte proposti da Galbraith. “In questo contesto è da considerarsi positivamente il rilancio del piano di Chicago per la riforma del sistema monetario internazionale” - di tassi di cambio che rispecchino le parità interne di potere d’acquisto e di una moneta internazionale (come il Bancor di keynesiana memoria).

In breve, il settore monetario e il settore dell’economia dovrebbero essere gestiti in modo da evitare persistenti disparità tra i due. Il settore monetario, inoltre, dovrebbe essere “servente” di quello reale e “dovrebbe, democraticamente, rendere conto alle esigenze dell’economia reale, della produzione e dell’occupazione”. I vincoli allo sviluppo dovrebbero essere le risorse reali ed umane, non la situazione monetaria. “In questo contesto aver passato il testimone dal G7 al G20 è un segnale positivo a ragione della maggiore attenzione all’economia reale da parte di molti Paesi del G20 sino ad ora esclusi dal G7”.

Queste idee sono meno confuse di quel che sembrano. C’è una buona dose di interventismo pubblico (keynesianismo, temperato da controlli sui prezzi) unito a nostalgie di un’economia monetaria internazionale agganciata a materie prime o a beni preziosi come l’oro. Nonché una dose di sfiducia nei confronti di banche centrali, rating agenzie e finanza in generale. Un mondo, quindi, distante da quello che ci circonda. Dato che è ciò che viene insegnato ai dirigenti russi, è bene esserne consapevoli.

(Giuseppe Pennisi) 18 nov 2009 11:11

• La Russia e la crisi, le dipositive di Artemenko

LA SCENA DRITTA Il Foglio 18 novembre

Le polemiche sul Fondo Unico per lo Spettacolo (Fus) , di cui alla lettera del Ministro Sando Bondi a “Il Foglio” del 13 novembre, devono essere poste nel contesto appropriato. Non solamente il Paese sta cominciando ad intravedere l’uscita da una gravissima crisi economica, ma l’amministrazione dei beni culturali ha una capacità di spesa limitata. Pure nel campo dominato dalla musa più bizzarra e più altera, e quindi, più costosa (così un musicologo tedesco definì la lirica) nella stessa Italia degli sprechi non mancano esempi virtuosi.
Lasciamo ad altra sede l’analisi dei “barlumi” di ripresa e, quindi, di aumento delle entrate (con conseguente possibilità di incremento della spesa pubblica, la cui voce principale – le pensioni – sta viaggiando verso il 18-20 percento del Pil, togliendo spazio ad altri campi d’intervento). Pur ipotizzando che le risorse siano disponibili, negli ultimi 15 anni (quale che fosse il Ministro ed il Governo), la capacità di spesa del Ministro dei Beni Culturali ha raramente superato la metà delle disponibilità. Nonostante lo scorso maggio, il Consiglio Superiore per i Beni Culturali abbia espresso una raccomandazione unanime sulle misure da adottare per aumentarla, i dati dell’ultimo rendiconto suggeriscono che alla fine del 2009 i resti effettivi di cassa supereranno il 55% delle disponibilità. Il Tesoro sarà tormentato dal dubbio se prevedere uno stanziamento qualsiasi per il 2010. Il nodo è amministrativo, anche in base alle “leggi Bassanini” degli Anni 90. Aumentare la capacità di spesa è pure essenziale allo scopo d’ invogliare i privati a fornire contributi liberali: un’apposita commissione ha formulato proposte a metà gennaio 2008.
Veniamo adesso agli esempi “virtuosi” nel campo della musa che assorbe oltre la metà del Fus. Una rappresentazione lirica in Italia (artisti, masse orchestrali e corali , amministrazione) ha un costo pari al 170% della media di quella che era l’Ue a 15 – si andrebbe ad oltre il 250% rispetto l’Ue a 27. E’ la punta di un iceberg che dovrebbe fare riflettere chi ha avuto responsabilità nel settore.
A fronte di questo iceberg dovrebbero spiccare ancora di più i teatri nazionali che, dopo grandi crisi (ad esempio, La Scala, il Massimo di Palermo, il Lirico di Cagliari, - l’elenco non ha la pretesa di essere esaustivo), sono riusciti a presentarsi per anni consecutivi con conti in ordine, con produzioni di qualità, con aumento del pubblico anche straniero, con masse artistiche motivate e disciplinate. Dovrebbero fare riflettere le “buone prassi” attuate da circuiti regionali per co-produrre (tra loro ed anche con teatri esteri), per valorizzare giovani talenti (non solo nostrani), per contenere i cachet (che in Italia raggiungono il triplo di quelli praticati a Vienna e Monaco ed i quadruplo di quelli del Metropolitan di New York). Ai circuiti “toscano”, “emiliano” e “lombardo”, si è aggiunto di recente un circuito “veneto” (Padova, Bassano, Rovigo) che con regie innovative e scoperte di artisti (quali la giovanissima, bellissima e bravissima Kristin Lewis del lontano Kansas). Meritevoli pure i tentativi della Fondazione Pergolesi-Spontini a Jesi (bilanci sempre in pareggio o in attivo) di attivare un circuito analogo nelle Marche; hanno avuto risultati incompleti (a ragione di localismi) ma è in queste settimane in giro (Jesi, Fermo, Udine, Ravenna) un godibilissimo “Barbiere” rossiniano (al costo complessivo di € 80.000 a recita) cantato da giovani coreani, americani, russi, e italiani (in gran parte provenienti dall’Accademia del ROF) con una regia felliniana di Damiano Michelietto ed un apparato scenico composto solo da una ventina di sedie, una dozzina di ombrelli, una scala, e qualche pallone.
Questi comportamenti virtuosi si basano su prassi simili: co-produzioni e competizione. Anche a regole attuali, la musa bizzarra e altera, e le altre muse delle arti sceniche, potrebbe ridurre costi, aumentare qualità ed espandere la produzione con tre piccole clausole: a) almeno il 70% degli spettacoli in co-produzione; b) ingaggi più lunghi per gli artisti ma cachet non superiori alla media dell’Ue a 15; c) una premialità a chi presenta consuntivi finanziari ed artistici migliori sulla base del giudizio di una commissione internazionale non di chiara, ma di chiarissima fama (per evitare giochi di bottega).

LA BELLEZZA TI FA RICCO Il Tempo del 18 novembre

“Non è bello quel che è bello ma è bello quel che piace”. “Beauty is in the eye of the beholder”. Questi due proverbi , uno in italiano ed uno in inglese, sintetizzano quanto sia difficile (ove non impossibile) dare un valore ad un “bene intangibile” quale la bellezza, come ben sa chi opera nel campo dei beni artistici e culturali.
Negli ultimi vent’anni metodi e tecniche per la stima del bello sono state applicate anche al valore della avvenenza fisica, con particolare attenzione al significato che può avere nel mercato del lavoro in termini di assunzioni e carriera (quindi di reddito). Molto importanti a riguardo gli studi condotti dagli economisti Hamermesh e Biddle negli Anni 90. Le analisi prendono l’avvio da cosa vuole dire avvenenza fisica in Paesi industriali ad economia di mercato ai giorni d’oggi; ha senza dubbio caratteristiche molto differenti da quella che aveva all’epoca di Rubbens od in alcune regioni del mondo dove, per ragioni culturale, il bello maschile e femminile viene associato ad essere particolarmente bene in carne. La definizione viene ricavata dai due economisti da analisi delle preferenze dei consumatori condotte in Canada: “bello” vuol dire snello, slanciato.
Una prima verifica empirica riguarda una coorte di lavoratori dipendenti in una grande impresa , la cui carriera retributiva viene seguita per tre lustri. Il risultato è che in effetti i maschi “belli” hanno un vantaggio statistico sui maschi “non belli”. Per le donne, invece, non c‘è differenziale apprezzabile, ma quelle “belle” invece tendono a lasciare il mercato del lavoro (oppure a dare meno peso alla carriera retributiva) in quanto sposano uomini “belli”. La grande impresa, però, segue una serie di complesse regole interne che possono falsare il funzionamento del mercato del lavoro nel suo interno. Un’ulteriore analisi di Hamermesh e Biddle riguarda il valore dell’avvenenza fisica in un mercato, quello dei giuristi, in cui si ha lavoro sia dipendente sia autonomo. Una coorte viene seguita, ancora una volta, per tre lustri (sulla base delle fotografie del giorno della laurea). Non c’è differenza per genere nelle carriere tra “belli” e “non belli”. I “belli”, però, tendono ad andare alla professione libera, mentre i “non belli” ad optare per il lavoro dipendente, specialmente nella pubblica amministrazione.
Un lavoro più recente non utilizza come parametro il reddito da lavoro ma prende in esame un vasto campione d’insegnanti e correla avvenenza con i risultati dei loro allievi all’esame di stato (computerizzato e corretto , in via centralizzata dal lettore ottico); in breve, gli studenti di docenti maschi e belli sono quelli che hanno gli esiti migliori.
E nel mercato della politica? Il tema è oggetto di un saggio nell’ultimo fascicolo della rivista scientifica “Kyklos”. E’ curato da economisti di Oxford e dell’Università Nazionale dell’Australia. Si basa sugli esiti delle elezioni federali in Australia nel 2004. I risultati sono statisticamente “robusti”: i candidate “belli” hanno un margine tra un punto percentuale e due punti percentuali di elettori rispetto ai “non belli” (in un sistema uninominale ciò può assicurare la vittoria). Al margine, la bellezza conta di più per i candidati uomini che per le candidate donne.
Questo spiega la crescita del business del “wellness”.

lunedì 16 novembre 2009

Tra riforma del sistema finanziario internazionale e scenari globali Ffwebmagazine 16 novembre

Barack Obama e Hu Jintao
Tra riforma del sistema finanziario internazionale e scenari globali
Ma un G2 fra Usa e Cina
metterebbe all'angolo l'Europa
di Giuseppe Pennisi È possibile cominciare a tirare un consuntivo preliminare del tour del presidente degli Stati Uniti in Asia. Gli elementi importanti sono due: un intesa molto al ribasso (rispetto alla attese, probabilmente eccessive, di alcuni) in materia di ambiente e clima (siamo alla vigilia della Conferenza di Copenhagen); un accordo implicito molto più sostanziale in materia di tasso di cambio (la moneta cinese verrà rivalutata gradualmente, ma leggermente, rispetto a quella Usa pur restando agganciata al “greenback” ). Questi due elementi suggeriscono che forse sta nascendo un G2 (Usa-Cina) che farà da superdirettorio in seno al G20, mettendo sostanzialmente in un angolo l’Europa?Per rispondere, vale la pena prendere l’avvio dal G20 tenuto poche settimane fa a Pittsburgh. Mentre i Grandi del G20 si congratulavano a vicenda, all’interno della delegazione Usa, si diceva che quello raggiunto è un equilibrio di Nash (dal nome del Premio Nobel, reso noto grazie al film A Beautiful Mind, che ha teorizzato equilibri dinamici, e quindi instabili). In seno alle delegazioni europee, invece, si faceva riferimento a una commedia settecentesca messa in musica da Antonio Salieri (Prima le parole, poi la musica), in altri termini se si potessero redigere le nuove regole mondiali sulla finanza (le parole) se non si fosse in precedenza risolto il nodo degli squilibri finanziari mondiali e dei tassi di cambio, specialmente del dollaro, di cui si teme un tracollo (la musica). Le due battute esprimono, in modo differente, lo stesso dilemma: è possibile un profondo riassetto delle regole in una fase in cui c è la minaccia di una tempesta valutaria? Nonostante gli appelli del segretario al Tesoro Usa a favore di un dollaro forte, l’Amministrazione Obama continua a seguire ancora la politica del benign neglect (trascuratezza voluta) nei confronti del valore internazionale del dollaro, nonostante, con un debito totale interno (famiglie, imprese, settore pubblico) pari a tre volte il Pil il prossimo scossone finanziario potrebbe venire dall’estero (un dollaro a picco che provochi un ondata di sfiducia nonostante il quadro macro-economico paia migliorare). Il rapporto di cambio con la moneta unica europea si pone a 1,5 dollari per euro – livello che secondo il maggiore istituto di analisi economica tedesca (Diw Berlin) rappresenta il livello di soglia oltre il quale la sofferenza dell’export diventa eccessiva. In parallelo, uno studio ancora inedito di un giovane economista bolognese (ma di ruolo a Los Angeles) , Piero Cinquegrana, circola al ministero delle Finanze tedesco; nel lavoro, viene dimostrata la stabilità delle relazioni monetarie Usa-Cina nel lungo periodo. In aggiunta, le ultime stime di Angus Maddison, un economista che ha dedicato tutta la propria vita allo studio della contabilità economica nazionale, sostiene che in termini di parità di potere d’acquisto il Pil della Cina è pari all’80% di quello Usa (non al 50% come valutato dalla Banca Mondiale). Un rallentamento della crescita della Cina (inevitabile in caso di rivalutazione dello yuan) frenerebbe, quindi, l’intera economia mondiale, in una fase, per di più, delicatissima.Ciò, unitamente alle alte riserve in dollari Usa presso la Banca centrale cinese, spiega perché gli Usa non insistano più perché Pechino riveda le loro politiche valutarie e chiedono, invece, aiuto all’ Ue perché insista affinché l’Asia acceleri la propria crescita interna. Nell’Ue, però, nonostante la discesa in campo di Angela Merkel (più verbale che sostanziale) a favore del Lecce Framework , ossia del programma in gran misura italiano per modificare le regole della finanza internazionale, aumentano gli scetticismi sulla possibilità di effettuare cambiamenti radicali sino a quanto non si è definito un percorso per uscire dal crescente disavanzo dei conti con l estero Usa. Con schiettezza, il ministro francese dell’Economia e delle Finanze, Christine Lagarde, ha affermato: «Abbiamo portato a casa quello che volevamo, ovvero vincoli alle retribuzioni dei supermanager della finanza in linea con quelli ora in vigore in Francia». La schiettezza minimizza quanto si è raggiunto in altre aree: rilancio del negoziato sugli scambi, la via per modificare (entro il 2011) i regolamenti Basilea II, la priorità alle politiche di crescita e l’ampliamento del direttorio mondiale a tutti i 20.Resta, però, il dilemma: si possono cambiare le regole mentre si pone mano al riassetto degli squilibri? A cui se ne aggiunge un altro: con tanti temi sul tappeto, un accordo a 20 è praticamente impossibile da raggiungere. Lo dimostra matematicamente un lavoro di Paul R. Masson e John C. Pattison della Joseph Rotman School of Management (si può chiedere a paul.masson@rotman.utoronto.ca, oppure a johnpattison@rogers.com ), il cui sunto troneggia sulla scrivania di Obama alla vigilia del G20. In tal senso, un eventuale G2 (che darebbe all’Europa un ruolo di comprimario nel processo decisionale mondiale) è figlio del G20.L’Europa stessa, però, sta facendo molto poco per darsi un ruolo maggiore: il confuso negoziato sulle nomine europee (presidente del Consiglio Ue per i prossimi due anni e mezzo, Alto rappresentante per la Politica estera e vice presidente della Commissione per i prossimi cinque anni), la bagarre sulle poltrone europee al Fondo monetario e in Banca mondale, la disorientante strategia mediterranea e quella nei confronti dell ex-Urss, stanno dando al resto del G20 l’idea che la sigla Ue sia poco più di un sito web e di alcune tonnellate di carta intestata.16 novembre 2009

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