domenica 24 settembre 2017

DEF E POLITICA/ La grana già pronta per il dopo Gentiloni in IlSussidirio 25 settembre



DEF E POLITICA/ La grana già pronta per il dopo Gentiloni

Il debito pubblico dell’Italia resta alto, soprattutto rispetto agli impegni presi e considerate le scarse azioni intraprese per ridurlo negli ultimi anni. GIUSEPPE PENNISI
25 settembre 2017 Giuseppe Pennisi
Paolo Gentiloni (Lapresse)Paolo Gentiloni (Lapresse)
Di fronte al Documento di economia e finanza e alla Legge di bilancio in confezione, l’interrogativo principale è se si può abbattere il debito pubblico, senza farsi troppo male. In un’unione monetaria (anche se imperfetta e ben distinta da un’area “valutaria” quale teorizzata ad esempio dal Premio Nobel Robert Mundell nel 1961) non si può adottare, ad esempio, la strategia attuata nel dopoguerra da Luigi Einaudi: una forte dose d’inflazione culminata con una riforma monetaria con cui si portò il debito pubblico dal 200% del Pil circa al 25% e si posero le basi del “miracolo economico” degli anni Cinquanta e Sessanta. Si verrebbe immediatamente espulsi e dall’unione monetaria e dalla stessa Unione europea.
Si sono verificati alcuni casi di Stati Usa che hanno dichiarato “insolvenze” temporanee per ridurre il peso del loro debito pubblico; si è quasi sempre trattato di default concordati con i maggiori creditori da cui gli Stati in questione sono rientrati entro relativamente poco tempo, assoggettandosi a regimi di severa austerità. Dato che gli Stati Uniti sono un’area valutaria ottimale hanno sofferto forti emorragie di capitale finanziario, fisico e umano. Basti pensare che dopo la guerra di secessione del 1861-65, numerosi Stati “confederati” dichiararono “fallimento tecnico”, subendo una tracollo del 70% del Pil che sarebbe tornato ai livelli del 1860 solo nella prima decade del Novecento.
Non è neanche possibile smaltire il debito con la crescita: ci vorrebbe un tasso di incremento del Pil tra il 7,5% e l’8% l’anno per quindici anni al fine di portare il rapporto debito/Pil dal 132,4% di questi giorni se non al 60% (che abbiamo sottoscritto, e ratificato, con il Trattato di Maastricht), almeno all’80-90%. Ed esultiamo se quest’anno e il prossimo il tasso di crescita del Pil sarà attorno all’1,5% l’anno! Quindi, crescere per ridurre il debito è pura illusione, perché nessuno considera realistici i tassi di crescita che sarebbero necessari.
I Governi che si sono succeduti nella legislatura che volge al termine hanno avuto opportunità di ridurre il peso del debito, che, a sua volta, frena la crescita, avvitandoci in un declino che sembra inarrestabile. I mercati finanziari erano tranquilli, i tassi d’interesse bassi, non mancavano occasioni per operare sulla riduzione del debito che, invece, ogni anno cresceva. Il Governo Letta ha chiesto al Cnel di fare un confronto le varie proposte in campo e al centro di ricerche Astrid di redigere un rapporto delineando possibili opzioni. Il Governo Renzi sembrava ossessionato dal desiderio di chiudere il Cnel (anche se gli italiani hanno mostrato che la pensavano diversamente) e ovviamente non si è rivolto a Villa Lubin; non si è rivolto a nessun altro e ha utilizzato la flessibilità ottenuta dall’Ue per aumentare disavanzi e debito al fine di elargire quelle che molti hanno chiamato mance elettorali. Il Governo Gentiloni non ha affrontato il problema perché sapeva di essere di breve durata.
Il ministro dell’Economia e delle Finanze considera di essere “in sicurezza” perché il rapporto debito/Pil pare stabilizzato. Non la pensano così né la Commissione europea, né la Banca centrale europea, né la Banca d’Italia. Per ragioni sia di breve periodo, sia più profonde. Nel breve periodo, la preoccupazione è la fine del Quantitative easing e la situazione politica internazionale. Ambedue minacciano un aumento dei tassi e una conseguente fuga” da titoli a rischio, come quelli dei Paesi ad alto debito.
Due economisti del servizio studi Bce, Marek Jarocinski e Bartosz Mackowiak, hanno esaminato a fondo la situazione: suggeriscono una politica monetaria e di bilancio che includa “eurobonds sempre solvibili” (non defaultable), ma saranno i nostri partner europei pronti ad accettarli? Non più ottimista David Goldberg dell’Università del Texas. Nel suo lavoro più recente esamina il nesso tra le ragioni di scambio (per noi peggiorate a ragione dell’apprezzamento dell’euro) e lo spread, di cui dobbiamo aspettarci un aumento, con ripercussioni sul debito.
Nell’immediato, c’è un altro aspetto: a ragione dell’alto debito (indice di poca affidabilità dato che a Maastricht ci siamo impegnati a portarlo dal 103% del Pil, come era allora, al 60% nel più breve lasso di tempo possibile), siamo stati di fatto esclusi dal negoziato franco-tedesco su come rimodellare l’architettura finanziaria europea.
Cosa fare? Il prossimo Governo dovrebbe porre la riduzione del debito tra gli obiettivi prioritari della legislatura, aggiornando le proposte formulate ai tempi del Governo Letta (e iniziando un serio programma di privatizzazione, specialmente del “capitalismo municipale e regionale”).
© Riproduzione Riservata.

Def, un aggiornamento tinto di rosa in Formiche 24 settembre



Def, un aggiornamento tinto di rosa
0
Def, un aggiornamento tinto di rosa
Il commento dell'economista Giuseppe Pennisi
Nel corso di una campagna elettorale lunga diversi mesi, il governo ha approvato un aggiornamento del Documento di Economia e Finanza rassicurante (Def): definitiva uscita dalla recessione a due gobbe che ha caratterizzato quasi un decennio, un consolidamento della ripresa graduale, ma costante, nei prossimi due anni, un accordo con l’Unione europea (per avere un maggior margine di manovra in materia di indebitamento delle pubbliche amministrazioni), una leggera riduzione del rapporto debito/Pil, segno comunque di un’inversione di tendenza, l’allontanamento delle clausole di salvaguardia (aumento di Iva ed accise in caso di non raggiungimento degli obiettivi di finanza pubblica concordati con l’Ue).
I “gufi” lamentano che si tratta di un aggiornamento Def elettorale per dire che si cominciano a vedere i risultati del “buon governo” degli ultimi anni. Forse non hanno tutti i torti ma è doveroso riconoscere che la ripresina è in atto e che tanto l’Istat quando il Csc (Centro Sudi Confindustria) hanno pubblicato analisi e previsioni analoghe a quelle confluite nell’aggiornamento Def. L’Istat è l’istituzione statale deputata a questo fine e la Confindustria è l’organizzazione degli imprenditori, che, per definizione, dovrebbe avere un buon naso nel fiutare dove va l’economia.
È pur vero che, nonostante un aggiornamento Def tinto di rosa, non si è ancora fatta la quadra sui conti pubblici. Mancherebbero ancora 5 miliardi per evitare che il disavanzo del 2018 superi l’1,6% del Pil concordato con l’Ue. Ci sono, però, ancora un paio di settimane per negoziare tra ministri (e con le parti sociali) e risolvere il problema contabile.
Più difficile di questa “discrepanza” sono due aspetti: a) la divergenza tra le previsioni italiane e quelle dei gruppo del consensus (i venti maggiori istituti di analisi econometrica e previsionale, tutti privati, nessuno italiano); b) il problema del debito pubblico.
Il gruppo del “consenso” non prevede un rafforzamento della ripresa nei prossimi anni, ma un rallentamento. La media aritmetica delle previsioni 2018 dei venti istituti parla di un aumento del Pil italiano solo dell’1%, nel contesto di un rallentamento dell’eurozona e dell’Ue. A sua volta, tale rallentamento sarebbe causato da determinanti sulle quali né l’Ue né l’eurozona, né, tanto meno l’Italia, hanno controllo. La frenata verrebbe dall’Asia (che per anni ed anni è stata il motore dello sviluppo mondiale) per cause sia economiche sia, soprattutto, geopolitiche. È difficile sapere quanto, nell’aggiornare il Def, se ne sia tenuto conto.
Il debito è l’altro aspetto. La strategia del Def è una riduzione graduale grazie all’aumento del denominatore. Perché funzioni, il Pil dovrebbe aumentare non del’1,5-1,7% l’anno ma del 6-7% l’anno (inconcepibile in una demografia anziana ed in un’economia a bassa produttività); anche se ciò avvenisse, ci vorrebbe più un decennio per raggiungere quel 60% del Pil stipulato nel Trattato di Maastricht. Lo stesso Segretario del Pd, Matteo Renzi, presentando, a destra ed a manca, il suo libro, parla di una patrimoniale straordinaria (che graverebbe principalmente sul patrimonio immobiliare), con toni da “oro alla Patria!”. Ci sono strade migliori. Mi auguravo che l’aggiornamento Def le avesse esplorate.
0

venerdì 22 settembre 2017

Perché Visco ha lanciato un avvertimento sul debito pubblico un Formiche 23 settembre

Perché Visco ha lanciato un avvertimento sul debito pubblico

Perché Visco ha lanciato un avvertimento sul debito pubblico Al momento in cui viene redatta questa nota, l’aggiornamento del Documento di Economia e Finanza (Def) non è stato esaminato dal Consiglio dei ministri. Quindi, non è stato pubblicato e il vostro chroniqueur, ovviamente non ha il testo. Prassi e garbo, invece, richiedono che il Governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco (in foto), ne abbia un’anteprima. Ciò spiega il suo richiamo, cortese ma fermo, sul debito pubblico. Il ministro dell’Economia e delle Finanze ha risposto ricordando che negli ultimi 12 mesi il fardello del debito è diminuito (di un valore impercettibile) e che ormai è sostenibile. Le preoccupazioni del Governatore, quindi, sarebbero eccessive?
Chi ha ragione? Un lavoro con interessanti novità negli Economics Research Papers di Bath (N. 61/17) può essere utile a dirimere la questione. Ne sono autori due economisti spagnoli Marta Gomez-Puig e Simon Sosvilla Rivero, che sovente lavorano come consulenti della Bce e sono comunque distinti e distanti sia da Via Nazionale sia da Via Venti Settembre. Si intitola “Heterogeneity in the Debt-Growth Nexus. Evidence from EMU Countries” (Eterogeneità nel nesso tra debito pubblica e crescita. Prova dai paesi dell’Eurozona). E ci riguarda da molto vicino. Sulla base di dati e analisi più recenti, i due economisti mettono in discussione circa venti anni di scritti secondo cui, sulla base del lavoro pioneristico di Carmen M. Reinhart e Kenneth S. Rogoff, il debito pubblico frena la crescita se supera il 90% del Pil (quello dell’Italia supera il 130%, nonostante la leggerissima flessione dell’ultimo anno).
Sulla base di un’analisi relativa ai Paesi dell’unione monetaria europea dal 1961 al 2015, Marta Gomez-Puig e Simon Sosvilla Rivero pongono l’asticella molto più in basso utilizzando tecniche di analisi più raffinate di quelle di Carmen M. Reinhart e Kenneth S. Rogoff. Secondo i loro calcoli, in tutti i Paesi dell’unione monetaria, il debito pubblico comincia ad avere effetti negativi sulla crescita dell’economia reale quando raggiunge il 40% del Pil nei Paesi dell’Europa centrale e il 50% in quelli dell’Europa meridionale. Implicitamente, quindi, l’obiettivo, nel trattato di Maastricht, che il debito non superi il 60% del Pil, dovrebbe essere rivisto al ribasso. Secondo i due economisti spagnoli, le politiche di austerità devono continuare a essere applicate nell’unione monetaria, ma dato che non sembra abbiano inciso sul debito, urge che siano accompagnate da politiche strutturali (liberalizzazioni, denazionalizzazioni, riduzione del perimetro del settore pubblico, ecc.) tali da aumentare le produttività e i rispettivi Pil potenziali. Tuttavia, l’asticella varia da Paese a Paese, una media generalizzata sarebbe poco utile. L’analisi conclude che l’aggiustamento dovrebbe essere più lento in Grecia e Spagna e più veloce in Italia.
A queste analisi si aggiunge un lavoro di Irem Demirci (Università di Mannheim), Jennifer Huagn (Cheung Kong Graduate School of Business) e Clemens Sialm (University of Texas, Austin) che rappresenta un altro avvertimento “Goverment Debt and Corporate Leverage. International Evidence” (Debito pubblico e capacità di indebitamento aziendale. Dimostrazione internazionale), Nber Working Paper No. w23310. L’analisi riguarda 40 Paesi ad alto reddito e copre il periodo 1990-2013 e documenta una relazione negativa: quanto più elevato il debito pubblico, tanto maggiore è l’effetto di spiazzamento sugli investimenti aziendali. Lo studio esamina in particolare l’evoluzione del mercato. Che, finito il Q.E. e con un aumento dei tassi dovuto alla politica americana ed alla situazione internazionale (Corea del Nord, Iran) potrebbe diventare molto volatile con attacchi mirati ai Paesi più a rischio, e soprattutto a quelli che sembra non abbiano mantenuto le promesse (come quella di ridurre da 8000 a mille le aziende del ‘capitalismo municipale’.
Sul fondale, poi, ci sono le prospettive di crescita economica. I più recenti dati Istat e del CSC (Centro Studi Confindustria) suggeriscono che è in corso una ‘ripresina'; restiamo pur sempre il fanalino di coda dell’Unione monetaria ma ci sono buone probabilità che nell’anno in corso l’aumento del Pil non sia solo qualche decimale ma l’1,5%. Dall’interno dei ministeri competenti giungono ‘spifferi’ secondo cui nei prossimi due anni si potrebbe arrivare all’1,7%. Al di là di questi numeri si pone una questione di fondo: la ripresina è l’inizio di una tendenza di fondo che ci riporterebbe ad un tasso di crescita del 2 2,5% degli anni Ottanta od un fenomeno di breve durata (un tempo lo si sarebbe chiamato ‘congiunturale’) a rimorchio dell’eurozona (che sta crescendo al 2%) e soprattutto della Germania (2,5%)? I 20 istituti del consensus (centri di analisi econometrica e previsionale internazionali privati e di grande prestigio), non vedono il rafforzarsi della ripresa in Italia, ma un rallentamento più o meno marcato, anche nell’ipotesi di un buon traino del resto d’Europa. Per l’Italia, la stima media dei 20 istituti è che nel 2018 il pil crescerebbe dell’1%. Il rallentamento potrebbe avere implicazioni immediate sul debito.
0

giovedì 21 settembre 2017

London Philarmonica vs Filarmonica della Scala im Sussisiario 21 settembre



FESTIVAL ENESCU/ London Philarmonica vs Filarmonica della Scala

Tra l’ottantina di concerti al Festival Enescu (erano presenti le maggiori orchestre sinfoniche ed i più noti ensemble cameristici del mondo) ne ho scelti due. GIUSEPPE PENNISI
Foto Andrei Gindac
Tra l’ottantina di concerti al Festival Enescu (erano presenti le maggiori orchestre sinfoniche ed i più noti ensemble cameristici del mondo) ne ho scelti due che coincidevano con il mio soggiorno nella capitale romena. Il primo nello splendido auditorium (di piccole dimensioni) costruito a fine Ottocento ed un vero gioiello della città, Il secondo nella enorme sala di concerti probabilmente edificata per riunioni politiche, come i congressi dei partiti, che, adattata a luogo di spettacolo, contiene quattro mila spettatori.
Si svolgevano nella stessa data, 14 settembre. Il primo con inizio alle 16,30, il secondo alle 19,30. Ambedue sold out ossia esauriti. Nel primo suonava la London Philarmonica diretta da Vladimir Ashkenazy con Micheal Barenboim (uno dei figli di Daniel) come solista al violino. Nel secondo la Filarmonica della Scala diretta da Riccardo Chailly con David Garrett al violino. Nel secondo non solo i quattromila posti della Sala Palatului erano stipati ma erano stati ammessi spettatori in piedi ed accovacciati tra i gradini delle poltrone. Brani essenzialmente del repertorio russo, Prokof’ev,  Tchaikovsky e Šostakovic. Interessante ascoltare la stessa serata la decima e la dodicesima sinfonia di Šostakovic, la prima un’esaltazione di gioia per la morte di Stalin, la seconda un ricordo di Lenin (nei suoi aspetti migliori).
Andiamo con ordine. Il primo concerto per violino e orchestra  fa parte della grande letteratura concertistica per violino del Novecento. Iniziato nel drammatico 1917, portato a termine in pochi mesi, viene eseguito per la prima volta nel 1923 a Parigi , dopo l’espatrio del compositore. Contiene un’unica novità formale: l’inversione dei primi due movimenti rispetto alla struttura formale. Ashkenazy ed il giovane Barenboim ne hanno offerto una lettura appassionata dando risalto al crescendo che sfocia in un fortissimo in cui il solista riprende la parte iniziale ed i legni il cantabile in apertura del ‘ moderato’ . Al termine della prima parte, Micheal Barenboim, a richiesta del pubblico, ha eseguito tre bis  di pura bravura delle letteratura solistica di inizio Ottocento.
La ‘decima’ di Šostakovic ha una collazione storica precisa. E’ stata composta subito dopo la morte di Stalin (5 marzo 1953) ed ha avuto la prima esecuzione il 17 dicembre dello stesso anno in quella che allora si chiamava Leningrado ed era la città più amata del compositore, Ashkenazy e l’orchestra ne hanno sottolineato l’architettura grandiosa ed i toni trionfali, nonché il segno della definitiva autoaffermazione del musicista ed il suo alto raggiungimento in campo sinfonico. Molti romeni in sala hanno probabilmente avvertito sentimenti analoghi da loro avvertiti alla fine di Ceausescu.
Sala con 4000 poltrone stipata  e con posti in piedi. Il concerto era articolato in due parti. La prima era il notissimo concerto in ‘re ‘ per violino ed orchestra Pyotr Ilyich Tchaikovsky. Solista David Garrett, chiamato  cross-over star per gli stili musicali (dal rock, ai Beatles, alla solistica più ardita) che abbraccia. Sul podio Riccardo Chailly. Una struttura classica, tripartita con il primo tempo in forma di sonata ed il terzo bravuristico e brillante, incentrato quasi interamente sul solista. Tre  brevi bis (a forte richiesta del pubblico) e dieci minuti di ovazioni prima dell’intervallo.
La seconda parte era dedicata alla sinfonia n. 12 in ‘re’ ‘L’anno 1917’ di Dmitri Šostakovic, opera rivolta non tanto a celebrare la Rivoluzione d’Ottobre quanto la figura di Lenin. Devo ammettere che la dodicesima non è la sinfonia di Šostakovic che più amo. Come in ogni lavoro celebrativo, ha a mio avviso qualcosa di artefatto. La considero inferiore alla settima sinfonia in ‘do’ ‘Leningrado’ che trasuda di amore di Šostakovic per la sua città, specialmente durante i nove mesi di assedio tedesco. Chailly e la Filarmonica della Scala sono riusciti a farmela apprezzare soprattutto il breve terzo movimento (‘Aurora’ dal nome dell’incrociatore da cui venne sparato il primo colpo di cannone, a salve, contro il Palazzo d’Inverno). Alle ovazioni ed alle richieste di bis, Chailly e l’orchestra hanno risposto con la sinfonia de ‘I Vespri Siciliani’.
© Riproduzione Riservata. \

Caravaggio in musica. Al Festival Pergolesi Spontini di Jesi in Artribune 21 settembre



Caravaggio in musica. Al Festival Pergolesi Spontini di Jesi
By
-
20 settembre 2017
Il noto festival marchigiano ha da poco calato il sipario sulla diciassettesima edizione. Fra gli spettacoli andati in scena compare anche l’opera ispirata a un “falso d’autore”: il diario del soggiorno di Caravaggio a Malta e in Sicilia, narrato da Camilleri nel romanzo che dà il titolo alla pièce.
Il colore del sole. Regia Lucio Gregoretti. Festival Pergolesi Spontini, Jesi 2017. Photo Stefano Binci
Quando diciassette anni fa, Jesi (e vari comuni dell’area) diedero vita al Festival Pergolesi Spontini in onore dei due musicisti lì nati, molti pensarono che l’iniziativa avrebbe avuto il fiato corto: Pergolesi è morto a 26 anni (e la sua produzione non è, quindi, molto vasta) e le opere composte da Spontini per le corti imperiali di Francia e di Prussia richiedono mezzi che anche la Scala e il Teatro dell’Opera di Roma hanno difficoltà a mettere in campo. Tuttavia, in questi diciassette anni, il festival ha prodotto l’integrale di Pergolesi (disponibile in un elegante cofanetto dvd) e riesumato le opere del periodo napoletano e del primo periodo francese di Spontini. Questa edizione riguarda “il falso d’autore”, ossia lavori quasi certamente apocrifi ma di artisti di livello.
Un “falso d’autore” è il diario del soggiorno di Caravaggio a Malta e in Sicilia, quale visto nel romanzo di Andrea Camilleri Il colore del sole, da cui Lucio Gregoretti ha tratto un’opera in un atto. Il lavoro ha debuttato l’8 settembre al Teatro Pergolesi di Jesi, l’opera è coprodotta con il Teatro Luciano Pavarotti di Modena dove sarà in scena in ottobre ed è stata realizzata in collaborazione con il complesso Roma Sinfonietta e l’Accademia d’Arte Lirica di Osimo.
Il colore del sole. Regia Lucio Gregoretti. Festival Pergolesi Spontini, Jesi 2017. Photo Stefano Binci
CARAVAGGIO, UN UOMO IN FUGA
Nell’opera si ricostruisce uno dei periodi più oscuri e burrascosi della vita di Caravaggio, quello da lui trascorso tra Napoli, Malta e la Sicilia fra il 1606 e il 1608. Sul pittore, inseguito dalle guardie del Papa e dell’Ordine di Malta, pende infatti una condanna alla decapitazione per l’omicidio di Ranuccio Tommasoni, avvenuto a causa di una discussione sorta durante una partita al gioco della pallacorda. L’artista è un uomo in fuga, perseguitato da mille ossessioni (tra cui il sogno ricorrente di un cane feroce che tenta di assalirlo) e condizionato da una sorta di fotofobia, probabilmente di natura psicosomatica, che lo costringe a vedere “il sole nero” e a vivere le sue giornate come in una eclissi di sole permanente.
L’aspetto più interessante del lavoro è quello musicale. L’organico è costituito da un attore e da un doppio coro di voci soliste che amplifica e sottolinea l’umanità tormentata di Caravaggio. Le voci sono usate alternativamente come soliste, come evocative di personaggi autentici o simbolici, tutte voci interiori di Caravaggio, ovvero come coro, utilizzato principalmente in modo onomatopeico, come un’estensione degli strumenti, che a volte sviluppa brevi frammenti di testo in forma madrigalistica ma non ha quasi mai una funzione narrativa vera e propria. Il coro serve soprattutto a stabilire la cifra sonora tipica della musica polifonica rinascimentale e barocca. Pur trattandosi di musica interamente nuova, la scrittura musicale del coro farà comunque a volte riferimento a moduli antichi, richiamando qua e là in maniera straniata la musica dell’epoca, come il testo ne evoca il linguaggio verbale.
Il colore del sole. Regia Lucio Gregoretti. Festival Pergolesi Spontini, Jesi 2017. Photo Stefano Binci
LA MESSA IN SCENA
Direttore de Il colore del sole è Gabriele Bonolis sul podio dell’Ensemble Roma Sinfonietta; regia, scene, drammaturgia video sono di Cristian Taraborrelli, costumi di Angela Buscemi, video di Fabio Massimo Iaquone, mentre il light designer è Alessandro Carletti. Nel cast figurano l’attore Massimo Odierna e un gruppo di giovani cantanti: Cristina Neri, Anastasia Pirogova, Daniele Adriani, Renzo Ran, Claudia Nicole Calabrese, Natsuko Kita, Jaime Canto Navarro, Carlo Feola.
Come a tutte le opere nuove, con un tocco sperimentale, le auguriamo di circuitare e di venire affinata da ripresa a ripresa.
Di grandissimo interesse la messa Horme Armè ascoltata, nell’ambito del festival, alla Basilica di Loreto la sera del 9 settembre. È musica di chiesa per “uomini armati”, ossia in procinto di andare in guerra. È musica borgognona fiamminga del Quattrocento e del Cinquecento per un complesso di soli uomini (tre controtenore, quattro tenori, due bassi). È stata verosimilmente composta in occasione della scomparsa del compositore fiammingo Johannes Ockeghen da suoi allievi come Josquin Desprez, Pierre de la Rue, Antoine Brunel e Loyset Compère. È una esaltazione delle polifonia che il complesso Odhecaton diretto da Paolo Dal Col ha reso stupendamente.
Giuseppe Pennisi