mercoledì 19 luglio 2017

“La Rondine” pucciniana al Festival Torre del Lago in Formiche 19 luglio



“La Rondine” pucciniana al Festival Torre del Lago
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“La Rondine” pucciniana al Festival Torre del Lago
Il 63esimo Festival Puccini a Torre del Lago (15 luglio-30 agosto) offre un programma ricchissimo: otto opere, di cui una prima mondiale, balletti, un’opera rock, concerti e soprattutto numerose collaborazioni internazionali con teatri della Russia, della Cina, della Georgia e della Francia. Vale senza dubbio un viaggio.
Delle due opere inaugurali (“Turandot” e “La Rondine”) riferisco della seconda perché nel catalogo pucciniano è tra le meno conosciute e rappresentate, nonostante specialisti come Alfredo Mandelli e Fedele D’Amico la considerassero il vero capolavoro del compositore lucchese. È solo la terza volta che approda al Festival il suo nome.
Cosa rappresenta “La Rondine” nella storia della musica e per quale motivo ha avuto, sino a tempi recenti, così poco successo che se ne contano rari allestimenti e ci sono in commercio solo quattro edizioni in dischi?
Nasce – lo sappiamo – verso il 1914 come tentativo di scrivere (con Giuseppe Adami)  un’operetta che piacesse al grande pubblico e, quindi, tirasse al botteghino. Dopo una gestazione faticosa (la “prima” avviene a Montecarlo nel marzo 1917)   anni di guerra in cui la scena lirica cominciava a essere minacciata dal cinema. Non è, però, un “Die Fledermaus”, con qualche spruzzatina di “Der Rosenkalier”, nonostante si riscontri elementi sia del primo (soprattutto nella situazione scenica del secondo atto) sia del secondo (nella scrittura musicale). Non è neanche una “Traviata dei poveri”, come definita, con toni sprezzanti, da alcuni critici negli anni Venti e Trenta, prima che sparisse quasi dal repertorio per rientrarvi poco più di un quarto di secolo fa. È opera modernissima sia nell’argomento sia nella partitura.
Ha come tema centrale un’avventura con finale ambiguo ed aperto, proprio come quella del film di Michelangelo Antonioni di circa sessanta anni fa. Magda, bella donna sulla trentina, è legata a Rambaldo, ricco cinquantenne che la mantiene, un “fidanzamento stagionale” (come quello tra Franco e Anna nel film di Antonioni) o poco di più. Incontra quasi per caso Ruggero, venticinquenne o giù di lì appena sbarcato dalla borghesia di provincia nel bel mondo parigino (così come, in una gita in barca, Franco incrocia Claudia). Se ne invaghisce e decide di portarselo a letto,  come si addice in un contesto in cui “si vive in fretta: ‘mi vuoi? ti voglio’. È fatto”. Oggi si scambierebbero numeri di cellulari; allora, lo rimorchia in una sala da ballo. Però “imperversa una moda nel gran mondo elegante: l’amor sentimentale”. L’avventura (come quella di Franco e Claudia) non dura una notte sola: i due finiscono in Costa Azzurra sino a quando Magda si accorge che Ruggero è un gran bravo ragazzo che fa sul serio (come Claudia rispetto a Franco). Tanto sul serio da considerarla “non l’amante ma l’amore”, e di scrivere al padre per chiedere il “consenso” (alle nozze) e alla madre “la santa protezione”. Di fronte a qualcosa di molto di più di un “fidanzamento stagionale”, nonché a confronto con il proprio passato, Magda se ne va. Non sappiamo dove, lasciando tra i singhiozzi un Ruggero che, prima o poi, tornerà a Montauban, dove “le ragazze son molto belle e semplici e modeste” (ed impalmerà una di loro). A questa avventura quasi contemporanea, Puccini affida una partitura anch’essa modernissima: l’orchestra richiede un grande organico (altro che operetta!) e le voci devono avere incorporato la lezione del “chiacchierar cantando” di quel “Der Rosenkavalier” che solo da poco più di un lustro prima aveva riformato, quasi senza volerlo, il modo di fare teatro in musica.
Il pregio dell’allestimento (già presentato al piccolo Teatro del Giglio di Lucca, nonché al Goldoni di Livorno e al Verdi di Pisa) è quello di puntare sull’ambiguità lievissima (ma non per questo meno aspra) sia del libretto sia della musica de “La Rondine”. Una scena unica (una rotonda, girevole, con una scala a chiocciola) il cui fondale è il Lago Massaciuccoli. Una regia delicata del bulgaro Plamen Kartaloff, una scena funzionale di Giuliano Spinelli, costumi d’epoca molto eleganti di Floriana Benedettini e Diego Fiorini, Soprattutto, una bacchetta giovane (Beatrice Venezi) che, anche in una serata ventosa in un enorme teatro, sa trovare l’equilibrio giusto tra buca e palcoscenico ed i colori appropriati per questa musica centenaria ma così moderna. Ottimo il numeroso cast: Donata D’Annunzio Lombardi è un’affascinante Magda, Leonardo Caini tenore lirico, con una voce leggermente brunita, Ruggiero.
Ci auguriamo che “La Rondine” torni a volare anche a Roma, Milano, Napoli, Palermo e tante altre parti.
GUARDA LA GALLERY DE “LA RONDINE”
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martedì 18 luglio 2017

Grande successo della nuova Turandot a Torre del Lago in il sussidiario del 18 luglio



OPERA/ Grande successo della nuova Turandot a Torre del Lago
Il nuovo allestimento di Turandot (in programma sino al 12 agosto; il festival dura sino al 30 agosto) era molto atteso per due ordini di motivi. Ce ne parla GIUSEPPE PENNISI
18 luglio 2017 Giuseppe Pennisi
TurandotTurandot
Il nuovo allestimento di Turandot (in programma sino al 12 agosto; il festival dura sino al 30 agosto) era molto atteso per due ordini di motivi; a) sostituisce quello curato da Maurizio Scaparro, Enzo Figerio e Franca Squarciapino che, varato nel luglio 2008, ha avuto grande successo non solo al Festival Pucciniano ma in una dozzina di teatri in tutto il mondo (prova che Puccini esporta e rende); b) rappresenta una prova coraggiosa  in quanto lo spettacolo è stato affidato non ad un regista di professione, ma ad un giornalista melomane (Alfonso Signorini, direttore del settimanale ‘Chi’). 
Signorini è affiancato da Carla Tolomei (scene), Cristina Gaeta (coreografia), Fausta Puglisi (costumi) e Valerio Alfieri (luci). Sul podio il Presidente della Fondazione Alberto Veronesi. I giornalisti sono versatili e spesso amano la lirica; Cristiano Chiarot, dopo avere rialzato le sorti de ‘La Fenice’, è stato chiamato a rilanciare il Maggio Musicale Fiorentino. Per Signorini questa bellissima edizione di Turandot può essere l’inizio di una nuova carriera.
Anche ad un profano di architettura, la struttura (una cavea di circa 3400 posti, un teatro al coperto di 400 posti, ampi spazi per prove e servizi) non è certo un teatrino per principianti: immersa in un parco curatissimo e con vista (da tutti gli ordini di posti) del lago, dell’Appenino e delle Alpi Apuane come fondale palcoscenico, attraente e funzionale. Per l’intenditore di musica, invece, in questi dieci anni sono stati fatti sforzi per migliorare ancora l’acustica  ora ai livelli di grandi teatri all’aperto come lo Sferisterio di Macerata e l’Arena di Verona.
La vicenda di Turandot è nota: la principessa di ghiaccio (che manda al capestro tutti i pretendenti non in grado di risolvere i suoi tre indovinelli) si sgela (e si innamora) di fronte alla prova di amore della schiava Liù pronta a morire per il principe Calaf. Simbolismo e tardo romanticismo si intrecciano in un lavoro in cui Puccini incorpora le lezioni del Pelléas et Melisande di Debussy e de La Donna senz’ombra di Richard Strauss.
L’ allestimento è molto accattivante sotto il profilo visivo e drammaturgico. La scena unica si apre mostrando il lago da ambedue i lati dell’impianto fisso (una Pechino del regno delle favole basata su reperti antichi ancora visibili della capitale cinese- quali la Porta della città proibita). Colore dominante il rosso delle masse ed il bianco di Turandot. 
Le masse si muovono con agilità encomiabile :il coro di bambini e quello femminile, meno rodati quello maschile. Sbandieratori e mimi accentuano il carattere colossal dello spettacolo in un teatro così vasto e per una produzione concepita con aspettative internazionali –è realizzato in collaborazione con l’Opera Nazionale della Georgia), Signorini ha colpi innovativi e magistrali. Specialmente nei due duetti Turandot-Calaf (la scena degli enigmi ed il finale) e nell’uso delle maschere Ping-Pong-Pang (segnatamente nel primo quadro del secondo atto).
Nei due duetti Turandot-Calaf, in cui i registi sovente si affidano alla musica e lasciano quasi immobili i protagonisti, si avverte l’avanzare dell’eros e della passione. Altro colpo geniale la vera e propria sfida tra Liù e Turandot al terzo atto, Molto intelligentemente il sipario sul boccascena per il Nessun Dorma, facilita il tenore e mostra il soprano che nella sua fredda stanza guarda alle stelle che tremano d’amore e di speranza.
Sotto il profilo musicale, due sono i punti salienti. Nel finale Veronesi (che dirige con rigore) re-introduce alcune di tagli di quello composto da Franco Alfano sugli appunti di Puccini (morto prima di completare il lavoro) - e non come ritoccato da Toscanini. Sarebbe stato preferibile fare un vero salto e proporre la versione integrale del finale di Alfano, non soltanto la più fedele alle intenzioni dell’autore ma anche la più efficace tra quelle correnti. Stefano La Colla nel ruolo di Calaf conferma come è dei pochi in grado di affronta ruoli di tenore con il registro di centro e l’acuto squillante del repertorio italiano a cavallo tra Ottocento e Novecento; ciò spiega la sua rapida carriera internazionale. 
Hanno meritato applausi a scena aperta anche la Liù di Carmen Giannatasio e la Turandot di Martina Serafin un soprano lirico ed un soprano drammatico già molto affermati.
Pubblico delle grandi occasioni, con grande partecipazione di esponenti dei media e della politica.
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lunedì 17 luglio 2017

Cosa può fare il governo Gentiloni su economia e conti pubblici in Formiche 17 luglio



Cosa può fare il governo Gentiloni su economia e conti pubblici
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Cosa può fare il governo Gentiloni su economia e conti pubblici
Il commento dell'economista Giuseppe Pennisi
L’ultimo Bollettino della Banca d’Italia (di cui nei giorni scorsi la stampa ha riportato ampi stralci) dice essenzialmente che siamo sul percorso di una ripresa lenta, incerta e soprattutto difficile. Lenta dato che, a oltre metà anno solare, la Banca d’Italia stima che la crescita economica del 2017 raggiungerebbe l’1,4%, un netto miglioramento nei confronti della crescita zero degli ultimi due lustri, ma non certo un dato tale da rilanciare l’occupazione, ridurre la povertà e far diminuire il peso del debito (un mostruoso 2.278.9 miliardi di euro) sul Pil. Molto inferiore comunque alla media Ue (2,1%, Spagna 3%, Germania 2,1%).
Incerta perché la realizzazione della stima-obiettivo dipende da numerose determinanti (geopolitiche o di mera politica interna), di cui l’Italia non ha nessun controllo. Inoltre è quasi interamente trainata – come rileva acutamente Dario Di Vico sul Corriere della Sera del 16 luglio – dal settore dell’auto, ed in secondo luogo, dall’export, settori molto sensibili al contesto politico interno ed internazionale. E restano nodi gravissimi nell’occupazione (per i giovani e per gli ultra cinquantenni) e nel sociale.
Difficile perché lo stesso Bollettino ne prevede un rallentamento nei due anni successivi (1,3% nel 2018; 1,2% nel 2019). Quindi se si ipotizza un rallentamento, non ci sono motivi per essere allegri.
Il documento è stato accolto come un segnale che le politiche economiche degli ultimi anni (senza, però, specificare i punti salienti di dette politiche ed il periodo specifico di riferimento) stanno avendo un effetto positivo. Dovrebbe invece essere considerato come un monito: una ripresa lenta, incerta e difficile può essere rafforzata o indebolita dall’azione di governo. Anche di un governo che ha pochi mesi di vita a ragione della scadenza naturale della legislatura.
Per rafforzarla, e renderla (quanto meno in prospettiva, ossia nel 2018-19) meno lenta, è pericoloso pensare ad una politica di bilancio espansiva (quale quella tratteggiata nel libro del segretario del Pd, Matteo Renzi): i riflessi sul debito pubblico potrebbero essere immediati con un’ondata di sfiducia nei confronti dei titoli di Stato (e non solo) di emittenti italiani. Si dovrebbe, invece, contenere la spesa corrente e dare spazio agli investimenti. Tuttavia, le varie spending review non hanno dato risultati apprezzabili perché non hanno seguito un metodo analogo a quello adottato da altri Paesi. Anzi, la stessa Scuola Nazionale d’Amministrazione ha smesso di effettuare corsi in materia, pure di mero aggiornamento del centinaio di cicli formativi tenuti dal 1995 al 2008.
Occorre puntare su riforme che non costino (ai contribuenti), privatizzare gran parte del capitalismo municipale e regionale e rivedere il sistema tributario (esaminando anche la flat tax). Un programma per un governo di legislatura e non per un esecutivo i cui partiti sono già in campagna elettorale. Nell’immediato, si deve però giungere in porto con la legge sulla concorrenza depurandola dai numerosi particolarismi clientelari inseriti durante il lunghissimo iter parlamentare.
Nei restanti mesi della legislatura poco si può fare per aumentare le certezze. Il governo in carica, tuttavia, potrebbe fare quanto è in suo controllo. Predisporre, approvare in Consiglio dei Ministri e lasciare in eredità al suo successore due programmi: una per disboscare le selva oscura delle partecipate ed uno per ridurre il debito pubblico. Il tempo non manca. C’è però la volontà politica in una campagna elettorale che si presenta all’insegna delle mance?

Quel voto che può penalizzare le nostre imprese in il Sussidiario 17 maggio



IL CASO/ Quel voto che può penalizzare le nostre imprese
Gli investimenti esteri sono certamente importanti per un Paese come l’Italia. Ma rischiano di venir meno se peggiora il rating sul debito pubblico, ricorda GIUSEPPE PENNISI
17 luglio 2017 Giuseppe Pennisi
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L’Italia sta diventando più “attraente” per gli investimenti dall’estero o si tratta di una “fake new”, in volgare una bufala? Circa un mese e mezzo fa è stato lanciato, con certo clamore, un rapporto di Ernst & Young secondo cui nel 2016 gli investitori esteri avrebbero incrementato i loro investimenti diretti in Italia del 62%. Da un rapporto della società di consulenza, l’Italia si collocherebbe al 16mo posto delle economie mature (non proprio da esserne orgogliosi, a nostro giudizio). La performance sarebbe, inoltre, stata la migliore di sempre, anno su anno, tra le grandi economie europee. L’aumento riguarda anche l’occupazione con 2.654 posti creati nel 2016, con una crescita del 92%. Per quanto riguarda i paesi di provenienza degli investimenti, si tratta soprattutto dagli altri paesi europei, anche se le imprese statunitensi restano i maggiori investitori (27%). La quota di investimenti cinesi nel nostro Paese è invece ancora marginale (2%), in un quadro che, nel 2016, vede le imprese cinesi più attive in Europa.
Occorre dire, però, che il documento ha avuto molta meno di eco di quella che ci si attendeva avrebbe avuto. L’ex Presidente del Consiglio Matteo Renzi ne ha preso spunto per una delle sue dichiarazioni su quelli che sarebbero stati i successi del governo da lui presieduto. La stampa economica ha riportato il comunicato diramato dall’ufficio relazioni pubbliche della Ernst & Young. Ma poco di più, anche in quanto alcuni commentatori economici ne hanno criticato l’impostazione metodologica e la qualità dei dati.
Molto equilibrato a riguardo il commento di Paolo Ermanno dell’Università di Udine, in premessa di una ricerca promossa dal Centro Studi ImpresaLavoro: “Negli ultimi anni, probabilmente a causa delle paure suscitate dalla crisi economica - scrive Ermanno -, gli organi d’informazione nazionali hanno più volte riportato notizie di aziende straniere che facevano ‘shopping’, questo è il termine comunemente utilizzato, nel nostro Paese, comprandosi imprese rilevanti del panorama economico italiano. L’effetto percepito dalla cittadinanza è stato quello di una sorta di colonizzazione economica: le imprese di paesi considerati fino all’altro giorno poveri, Cina o India, o di paesi troppo forti con cui confrontarsi, come la Germania, erano rappresentate come invasori, quasi a voler risvegliare l’atavica paura di un popolo che dalla fine dell’impero Romano ha troppe volte subito il dominio altrui. I casi, molto eclatanti, di Pirelli acquisita da China National Chemical Corporation e di ItalCementi venduta al gruppo tedesco Heidelberg Cement, hanno riacceso la polemica sul presunto colonialismo straniero verso le imprese italiane. È il caso di sottolineare che l’immagine di un Paese colonizzato non solo non risulta veritiera, in quanto gli italiani sono, in questi termini, più colonizzatori che colonizzati, ma il fatto che aziende straniere investano nelle nostre imprese può anche essere un ottimo segnale per il sistema Paese”.
In effetti, come mostra il grafico costruito da Ermanno su dati della Banca d’Italia, negli ultimi 25 anni, gli investimenti italiani all’estero hanno preso una strada marcatamente differente da quella degli investimenti esteri nel nostro Paese:
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La letteratura economica evidenza quattro motivi - conclude il lavoro di Ermanno - per cui un’impresa dovrebbe investire all’estero: primo, ricercare vantaggio in termini di costo di produzione, per esempio grazie a manodopera a basso costo; secondo, avvicinarsi ai clienti nei mercato, superando barriere doganali e riducendo i costi di trasporto; terzo, assicurarsi l’approvvigionamento di materie prime o risorse scarse; quarto, investimenti volti ad acquisire brevetti, tecnologie, conoscenze. Gli investimenti diretti dall’estero verso l’Italia rispondono al secondo e al quarto motivo: siamo un mercato interessante per le aziende straniere e un sistema ricco di competenze. Mantenere vivo l’interesse verso gli investimenti dall’estero, il famoso “shopping”, può implicare sia ravvivare il mercato italiano, sostenendo ad esempio la domanda interna, sia arricchire ancor di più il sistema di personale qualificato e di aziende competitive: non è un caso che il Paese col più alto stock di investimenti dall’estero in entrata rispetto al totale degli investimenti dall’estero siano gli Stati Uniti (17,2% nel 2012).
L’attenzione dell’opinione pubblica dovrebbe orientarsi su come favorire le imprese italiane nell’acquisizione di partecipazioni all’estero. Ricorda la Banca d’Italia che le aziende che investono in partecipazioni all’estero risultano essere in termini di valore aggiunto in media tr volte più grandi delle aziende esportatrici e cinque volte più grandi di quelle orientate al solo mercato interno. Se vogliamo continuare a essere investitori attivi e non vittime della globalizzazione, la chiave è sempre e solo una: investire in capitale umano, in conoscenza, in efficienza del sistema produttivo. 
Le ragioni che frenano gli investimenti diretti dall’estero verso l’Italia sono state indicate più volte: troppi lacci e lacciuoli, incertezza delle regole e della loro applicazione, un sistema amministrazione e un sistema giudiziario che aumentano detta incertezza e rendono molto farraginoso operare. Se si guarda con attenzione al grafico si nota che la divergenza tra investimenti diretti dall’Italia all’estero e dall’estero al nostro Paese è diventata molto marcata a partire dalla metà del primo decennio di questo secolo. Si sono aggravate le disfunzioni citate in precedenza o sono intervenute altre determinanti?
Indirettamente si ha una risposta in uno studio sul nesso tra il rating del debito sovrano e gli investimenti diretti dall’estero appena diramato. Ne sono autori tre economisti finanziari dell’Università di Sidney (Peilin Cal, Qua Gan, Suk Joong Kim - si noti l’origine cinese). Il lavoro esamina il nesso tra rating del debito sovrano e gli investimenti diretti dall’estero utilizzando dati di 31 Paesi Ocse e 72 Paesi emergenti che non fanno parte dell’Ocse nel periodo 1985-2012. La prima conclusione è che i rating sul debito sovrano sono un motore importante del flusso di investimenti privati diretti bilaterali. La seconda è che, normalmente, gli investimenti vanno da Paesi con rating bassi a Paesi con rating alti. La terza è che un Paese Ocse riceve investimenti privati da Paesi emergenti ricchi in risorse unicamente se il rating del suo debito è alto. Sono risultati importanti in una fase in cui il debito sovrano italiano è sotto attento scrutinio.
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