martedì 21 ottobre 2008

TUTTI GLI ERRORI ANCHE QUELLI DEL "CORSERA" SULLA VECCHIA BRETTON WOODS, L'Occidentale del 21 Ottobre

Mai come oggi si parla di una “nuova Bretton Woods” senza avere le idee chiare sulla vecchia. Allora a riunirsi furono gli esperti internazionali e si parlò di “diplomazia del dollaro e della sterlina”. Stavolta saranno gli Stati e tra i protagonisti ci sarà anche l’Euro. Non sono pignolerie da erudito ma un benvenuto esercizio storico e filologico.
Mai come in questi giorni si parla, e quel che è peggio, si scrive di una “nuova Bretton Woods” (le cui base dovrebbero essere poste, tra circa un mese, da un G8 allargato ai principali Paesi emergenti) senza avere idee chiare sulla vecchia Bretton Woods, ossia su quella creata mentre stava per terminare la Seconda Guerra mondiale e le cui principali istituzioni finanziarie ed economiche sono ancora in piedi. Ad esempio, lo storico dell’economia Giulio Sapelli inizia un esteso commento sul “Corriere della Sera” del 20 ottobre affermando che “nel caldo luglio del 1944” , “le Nazioni Unite convocarono a Bretton Woods” la conferenza. Imprecisioni ancora maggiori in altri editoriali, frutto della penna di giornalisti che forse non si sono neanche presi la briga di verificare date e fatti sui principali siti Internet.
In primo luogo, quando venne tenuta la conferenza di Bretton Woods (1-22 luglio 1944), le Nazioni Unite erano ancora nel grembo degli Dei ; la conferenza istitutiva dell’Onu si svolse a San Francisco nel 1945 e la Carta istitutiva entrò in vigore il 24 ottobre dello stesso anno, dopo la ratifica da parte della Cina, degli Stati Uniti, della Francia, del Regno Unito, dell’Urss e di altri Stati che rappresentavano la maggioranza dei 50 rappresentati nella città della California. A Bretton Woods, invece, si erano dati convegno esperti di 44 Stati in base alla regola della “not committally representation”, ossia “non impegnavano” gli Stati d’origine: Lord Keynes, ad esempio, guidava una delegazione di britannici ma non rappresentava il Governo di Sua Maestà britannica. Gli esperti provenienti dall’Urss si sfilarono il giorno dopo la conferenza. E via discorrendo.
Non sono pignolerie da erudito (chi scrive ha lavorato per circa 20 anni per le istituzioni di Bretton Woods). Sottolineano che il G8 (allargato) è alla ricerca di qualcosa di profondamente differente: un accordo al massimo livello tra Capi di Stato e di Governo non un’intesa tra esperti. A Bretton Woods e soprattutto nella sua preparazione – è ancora valido il libro magistrale di Richard Gardner, Ambasciatore Usa in Italia nella seconda metà degli anni Settanta, “The Sterling Dollar Diplomacy” (Oxford University Press 1956) – il gioco venne retto da solo due aree: quella del dollaro e quella della sterlina, ossia gli Usa e i loro alleati più prossimi da un lato, e la Gran Bretagna e il Commenwealth dall’altro. La partecipazione degli altri “vincitori” (in primo luogo, quella dell’Unione Sovietica) fu marginale. Oggi si guarda invece ai Paesi emergenti (ed ai loro fondi sovrani) come strumento di riequilibrio.
Altro errore nei commenti di questi giorni è che il tema centrale di Bretton Woods fosse l’ordine finanziario internazionale e la liberalizzazione della circolazione dei movimenti di capitale. Nulla di più errato: basta leggere gli atti della conferenza (e gli statuti delle tre istituzioni che da essa sarebbero dovute nascere – in pratica ne sorsero solamente due) per toccare con mano che l’obiettivo era l’apertura dei commerci specialmente di manufatti e di semi-manufatti. Per raggiungere tale obiettivo, gli accordi di Bretton Woods creavano un sistema di cambi gestiti collegialmente (non fissi, come si scrive erroneamente) e una cassa di risparmio mondiale (il Fondo monetario) per concedere prestiti a breve termine, e a condizioni di mercato, a Paesi temporaneamente in difficoltà.
E’ fin troppo ovvio che il XXI secolo della globalizzazione (finanziaria, ancora più che commerciale) è molto differente dagli anni Cinquanta della Ricostruzione. Non solo la liberalizzazione dei mercati finanziari ha preso, di diversi multipli, il sopravvento su quello dell’apertura dei mercati commerciali (si veda il fallimento della "Doha Development Agenda"), il sistema di cambi gestiti collegialmente è crollato nel 1971-73 quando è stato reciso il nesso tra il dollaro Usa (il perno del sistema) e l’oro.
Tuttavia, la confusione su cose fosse la “vecchia” Bretton Woods non permette di vedere la lezione principale che oggi se ne può trarre. Allora – mi riferisco ancora allo splendido studio di Richard Gardner – il motore dell’assetto fu “la diplomazia del dollaro e della sterlina”. Oggi, al di là degli aspetti cerimoniali, è essenziale una “diplomazia del dollaro e dell’euro” che tracci il nuovo assetto e lo piloti. Lo dice, implicitamente, anche “un falco” come John B. Taylor, Vice Segretario al Tesoro Usa dal 2001 al 2005, nel suo ultimo libro “Global Financial Warriors”, Norton & Co. 2007.
E’ fattibile? Oggi più di quanto non lo fosse sei mesi fa. Nella gestione della crisi finanziaria internazionale, l’Europa ha mostrato una vitalità inattesa. Lo scrive tutta la stampa Usa: si guardi, ad esempio, all’inchiesta condotta da Nelson D. Schwartz sul “New York Times”. Berlusconi e Tremonti, quindi, hanno ottime carte da giocare.

Nessun commento: