mercoledì 11 dicembre 2013

Per Maastricht questo sarà il più complicato dei tanti «tagliandi» in Avvenire 12 dicembre




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Per Maastricht questo sarà il più complicato dei tanti «tagliandi»


GIUSEPPE PENNISI
A
22 anni dalla sua firma ed a tre lustri del­la entrata in vigore dell’unione monetaria, il Trattato di Maastricht ha fatto, usando il gergo automobilistico, numerosi 'tagliandi', os­sia delle verifiche per vedere se funzionasse bene o si dovesse fare qualche operazione di manuten­zione (come cambiare la frizione o la cinghia di trasmissione).

Il 'tagliando' più complicato fu il primo, quando nel 2003 Francia e Germania superarono il 'fatidi­co' «tetto» del 3% del Pil all’indebitamento netto delle pubbliche amministrazione. Quel tagliando portò al Protocollo interpretativo del 2005 per 'am­morbidire' in vario modo il «tetto». Da quando è i­niziata nel 2008 la crisi finanziaria, da un lato mol­ti Governi della zona euro sono intervenuti a soste­gno delle loro banche, dall’altro la Bce ha adottato politiche monetarie anche con strumenti non con­venzionali. Da allora, c’è stato un 'tagliando' dopo l’altro. I principali sono il Fiscal Compact, un’inter­pretazione opposta a quella del Protocollo del 2005, e la creazione di nuove istituzioni di regolazione.

L’unione bancaria è il 'tagliando' più difficile. Da un lato, è arduo sostenere che sia in linea con il Trat­tato di Maastricht e che possa essere adottata sen­za una ratifica parlamentare (ed un referendum negli Stati dove ciò è richiesto). Da un altro, i suoi scogli tecnici non sono indifferenti. Per questo mo­tivo, alla fine delle lunghe notti di Bruxelles non sorge sempre il sole.

L’unione bancaria ha tre pilastri: un sistema di vi­gilanza uniforme incentrato sulla Bce, un metodo 'europeo' per i fallimenti di banche, una garanzia uniforme per i depositi in conto corrente. Sul primo pilastro si è giunti ad un accordo: la Bce ha varato un programma straordinario di assunzioni e sta co­struendo una nuova torre. Il terzo punto è stato ac­cantonato in attesa di un’intesa sul secondo. Ora l’osso duro è come trattare i fallimenti bancari e giungere ad un accordo prima di Natale. La bozza di compromesso preparata dalla Commissione Eu­ropea, (pur se 'secretata', circola nei Ministeri eco­nomici) consiste di ben 166 pagine a stampa fitta.

I nodi essenziali sono tre: a chi dare la responsabi­lità di decidere sulla procedura da adottare in ca­so di fallimenti bancari; se creare un fondo speci­fico (a tutela del risparmio); in che misura ammi­­nistratori, manager e grandi investitori debbano essere chiamati a coprire parte delle perdite con i loro patrimoni personali.

Sul primo e sul terzo punto, buon senso vorrebbe di­re affidare il compito ad un organo puramente tec­nico come la Commissione, distante dalla politica e quindi dai Governi – nel Consiglio della Bce sie­dono governatori di banche centrali nazionali, sog­getti, in molti Stati della zona euro, alle direttive del ministro del Tesoro pro-tempore – e considerare 're­sponsabili' amministratori, manager e grandi in­vestitori prima di rivolgersi ai contribuenti. Più com­plicato è giungere ad un giudizio sulla necessità creazione o meno di un nuovo fondo oppure di u­na 'rete' di accordi tra banche centrali che non fun­zionò male ai tempi degli accordi monetari europei (1978-1999).


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