domenica 18 gennaio 2009

RIFORME SOCIALI, FATTE APPOSTA PER SUPERARE LA CRISI ECONOMICA Il Tempo del 18 gennaio

Prima superare la crisi e poi fare le riforme, oppure vicecersai. Pare l’inizio della commedia (Prima le parole, poi la musica) dell’Abbate Casti messa in musica, a fine Settecento, da Antonio Salieri. E’, invece, il tema centrale di un dibattito tra “scuole di pensiero” economico in questo primo scorcio di 2009.
Un testo di culto della sinistra riformista – “Come fare passare le riforme” di Albert Hirschmann (scritto negli Anni 60 ma pubblicato in italiano da Il Mulino nel 1990)- sostiene che le riforme necessitano anni di vacche grasse in quanto i riformatori devono disporre di risorse con cui compensare le categorie danneggiate (anche quando il danno altro non è che una perdita di privilegi). La bassa crescita economica dell’Italia e le severe restrizioni finanziarie sono state addotte (dai Governi dell’epoca) dalla primavera 1996 a quella 2001 e dalla primavera 2006 a quella-2008 come ragioni per posporre riforme o fare marcia indietro su alcune di quelle varate in precedenza (il caso più evidente è la previdenza). Con la crisi finanziaria che s’inasprisce e la stagnazione che diventa recessione siamo in una situazione analoga?
Non necessariamente. Già nel 1991, in un libro a quattro mani con un altro commentatore de Il Tempo (G. Pennisi e G. Scanni “Debito, crisi, sviluppo”, Marsilio) venne dimostrato che in numerosi Paesi la crisi del debito estero dell’ultima fase degli Anni 80 è stata la molla per riforme, spesso coraggiose , quasi sempre predisposte da anni; documentammo anche che tali riforme avevano successo se “socialmente compatibili”. Pochi mesi dopo, tra il settembre 1992 ed il marzo 1993, a fronte di una crisi tale da comportare il deprezzamento del 30% della lira, il Governo Amato attuò un programma di riforme drastiche (previdenza, mercato del lavoro, pubblico impiego). Analogamente, nella primavera 1995, quando la lira traballava e si temeva per l’ingresso dell’Italia nell’euro, il Governo Dini riuscì a fare salpare la riforma della previdenza in cantiere sin dal 1978 (“Commissione Castellino). Ancora, le riforme del mercato del lavoro, degli incentivi industriali, del bilancio dello stato e l’inizio di quelle della scuola ed università sono state varate negli “anni difficili” che hanno fatto seguito all’11 settembre 2001.
Per Governo e Parlamento, quindi, la crisi finanziaria ed economica dovrebbero – come affermava una vecchia pubblicità- mettere un turbo del motore delle riforme, specialmente di quelle “socialmente compatibili”. In primo luogo, tornare allo spirito iniziale del riassetto della previdenza, utilizzando eventuali risparmi per ammortizzatori sociali per i più deboli. In secondo luogo, attuare a pieno la modernizzazione della Pa per renderla più efficiente e più efficace. In terzo luogo, rivedere, una volta per tutte, contabilità speciali e fuori bilancio (spesso fonte di privilegi corporativi) e, se del caso, chiuderle. In quarto luogo, rompere con il “contratto unico” le barriere tra i precari e gli altri. Sono solamente prime indicazioni. Il dibattito è aperto.

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