martedì 27 gennaio 2009

LOHENGRIN SCUOTE IL MASSIMO DI PALERMO, Il Velino 27 gennaio

Roma, 27 gen (Velino) - Un nuovo allestimento di “Lohengrin” di Richard Wagner ha debuttato, con successo, sabato scorso al Teatro Massimo di Palermo dove viene replicato sino a inizio febbraio, prima di salpare per il “Carlo Felice” di Genova che lo coproduce. È la migliore inaugurazione di questa stagione 2008-2009. “Lohengrin” è stata la prima opera di Wagner rappresentata in Italia, nell’autunno del 1871, a oltre vent’anni dalla sua composizione e dalla prima esecuzione nel piccolo teatro di Weimar. Verdi era in uno dei palchi e la ascoltò con attenzione. Alla stazione ferroviaria, in attesa del treno per Parma e Busseto, incontrò il giovane Arrigo Boito entusiasta, mentre il buon Peppino era piuttosto perplesso, pur se ne recepì alcuni aspetti nei suoi lavori successivi. “Lohengrin” è l’opera di Wagner più rappresentata in Italia, sino a tempi recenti in una traduzione ritmica ripresa alcune stagioni fa in un circuito regionale. L’intreccio potrebbe sembrare quello di un “grand opèra padano”, allora in sviluppo.
La vicenda si svolge a Anversa, nel Brabante, quindi a rigor di geopolitica al di fuori della Germania. Enrico I di Sassonia detto l’Uccellatore vi si è recato per arruolare i brabantini contro una possibile invasione barbarica, allo spirare di un patto novennale di tregua con gli ungaro-unnici. Wagner si attarda sulle indicazioni di scena e sui costumi: compatti i sassoni e gli altri tedeschi, tutti con le stesse uniformi e gli stessi stendardi;, divisi in clan, ciascuno con la propria uniforme e il proprio stendardo, i brabantini che hanno appena perso tanto la loro guida quanto il di lui erede. La richiesta di Enrico I è accolta con freddezza dai vari clan, sino all’arrivo di Lohengrin, accettato come loro “Protettore” e al suo deciso appoggio alla difesa contro la minacciata invasione. Nonché soprattutto scelto in seguito a un “giudizio di Dio” (un duello contro il generale brabatino Telramundo) come sposo di Elsa, figlia del duca di Brabante e ingiustamente accusata dalla moglie di Telramundo, Ortroda, di avere ucciso l’erede al trono, Goffredo. Lohengrin è venuto da “una terra lontana” e non se ne conosce neppure il nome. Anzi, il patto per la difesa di Elsa e dei brabantini è quello di non chiedergli mai chi è e da dove viene. È nella “terra lontana” (il Castello del Gral) che il cavaliere ritorna quando, spinta dai subdoli inganni di Ortruda, Elsa gli pone le domande fatali. Lohengrin parte ma Goffredo riappare: era stato trasformato da Ortruda nel cigno che trainava la navicella dell’eroe.
In “Lohegrin” s’intrecciano, mirabilmente, vari elementi, ciascuno appartenente a un universo musicale differente, benché legati da un continuo flusso orchestrale dove dominano gli archi: il contesto storico dell’unità del popoli tedeschi di fronte all’invasione (diatonico quasi sino alla spasimo); il contrasto tra varie declinazioni del cristianesimo (e la visione lontana del Santo Gral e della Verità), dei sassoni e dei brabantini e il paganesimo di Ortrudae Telramundo, il soprano, o mezzo soprano, perfido e il baritono (denso di anticipi cromatici); l’incapacità di Elsa, il soprano lirico, di trasformare in vero amore il suo innamoramento per Lohengrin (con tratti ancorati allo Spontini del periodo prussiano) e di assimilare a pieno la Verità. Sino agli anni Sessanta, l’opera veniva messa in scena come una storia d’amore con uno sfondo storico. Solo più di recente è stata data centralità agli aspetti politici, psicologici e religiosi del lavoro. Altrove, sulla traccia d’Adorno e di Bortolotto, è la religio il fulcro dell’opera. I brabantini sono cristiani, ma di conversione relativamente recente. Nel Brabante, il cristianesimo convive con vecchie forme di paganesimo praticate con magie, filtri e l’insinuazione del dubbio rispetto alla Verità.
Secondo ricerche storiche recenti, il normanno Re Nollo, dopo essersi convertito, fece grandi donazioni alle chiese cristiane ma sacrificava i cristiani prigionieri agli dei pagani. Nella sala del trono di Re Redwald (padre di Ortruda) c’erano due altari, uno più grande per la messa e uno più piccolo per offrire sacrifici ai demoni. La stessa Elsa, pur purissima, soprano lirico di stupenda e struggente virtù, diventa spergiura, nella prima scena del terzo atto, scatenando il dramma conclusivo. Nel nuovo allestimento palermitano-genovese sia Hugo De Ana (regia, scene, costumi e luci) sia Günther Neuhold (direzione musicale) seguono con cura le indicazioni di Wagner (preziose quelle per il debutto a Monaco e per la prima italiana a Bologna). Wagner non era un grande bensì un grandissimo uomo di teatro e proprio con “Lohengrin” diede corpo alle proprie idee in materia di riforma di teatro in musica. I “tempi” musicali sono quali prescritti nella partitura, non “strascicati” come nel “Don Carlo” scaligero o sveltiti come nell’“Aida” romana.
Grazie a un abile gioco di luci e di proiezioni, si va dalla nebbiosa pianura d’Anversa alla cattedrale delle nozze tra Lohengrin ed Elsa fino alla stanza nuziale. Non mancano i duelli e, ovviamente, la navicella trainata da un magico cigno bianco. È un allestimento tradizionale. Ciò può non piacere a chi è alla ricerca dell’innovazione in qualsiasi nuova produzione. Sotto il profilo musicale, l’orchestra ed il coro (supportato quest’ultimo dal coro Orpheus di Sofia) danno un’ottima prova, applaudita dal pubblico palermitano meno del meritato. Nel cast internazionale prevalgono le due protagoniste femminili: Martina Serafin (la purissima Elsa) che canta regolarmente il ruolo a Vienna e in Germania e Marianne Cornetti (la perfida Ortruda seguace della magia nera del paganesimo teutonico). Zoran Todorovich è un tenore spinto serbo avvezzo al repertorio verdiano: ha un buon timbro e ha retto bene il difficilissimo terzo atto. Serghei Leiferkus è efficace nella parte di Federico (marito fellone d’Ortruda). Vocalmente, i punti deboli: il Re e il Messaggero.

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