martedì 27 gennaio 2009

I COEFFICIENTI NON SERVONO , BISOGNO VELOCIZZARE DELLE NUOVE PENSIONI, Libero 27 gennaio

Il Segretario (per ora) del Partito (che si definisce) Democratico ha fatto un’inattesa apertura in materia di previdenza. Ha scelto il quotidiano “Il Sole-24 Ore”, da sempre vicino alla grande industria italiana. Ha teso, dunque, la mano sia alla crescente schiera dei riformatori (in materia di previdenza) sia alle grandi imprese. Una volta tanto, il linguaggio di Walter Veltroni non è ambiguo: propone non “innalzamenti forzosi dell’età pensionabile” ma “flessibilità di scelta” e “il rispetto” di “quanto previsto per l’adeguamento dei coefficienti che darebbe un po’ di respiro ai conti pubblici”.
Veltroni , è noto, crede ne “la politique d’abord”. La sortita ha, quindi, senza dubbio lo scopo di mettere in difficoltà la maggioranza. Dall’inverno 1994-95, tutti sanno che Silvio Berlusconi condivide con Jean-Paul Sartre una sola cosa: certe parole che iniziano con la “p” non si scrivono per esteso ma all’iniziale si fanno seguire puntini, perché non pronunciabili di fonte a signore (per questo motivo, una celebre “pièce” di Sarte era intitolata la “La p…..respecteuse”). Sempre in un’ottica di “politique d’abord” , Veltroni pone paletti molto precisi a quanto è disposto a discutere al tavolo d’un’eventuale trattativa per giungere a misure riformatrici condivise: a) aggiornamento dei “coefficienti” (dimenticando di dire che avrebbe dovuto farlo il Governo Prodi il quale aggravò, invece, il peso della previdenza sui conti pubblici e sui giovani”) e b) “flessibilità” nell’età di pensionamento. Ciò vuol dire non solamente che la parte politica che (forse) rappresenta non è pronta né a che si dia attuazione alla sentenza della Corte di Giustizia Europea sull’età di pensionamento per i lavoratori di genere femminile né a affrontare il vero nodo del sistema previdenziale italiano sotto il profilo e dell’efficienza e dell’equità.
Andiamo con ordine. In primo luogo, la “politique d’abord” delle riforme previdenziali. Alcuni anni fa un sondaggio mostrò che, tutto sommato, gli italiani non erano affatto contrari ad un riassetto previdenziale che premiasse efficienza ed equità, principalmente tra generazioni ma anche tra generi (ossia tra uomini e donne). Il sondaggio non fu preso sul serio con il pretesto che è facile manipolare i questionari ed ancora più semplice somministrarli ad un campione non rappresentativo e, comunque, pilotarne i risultati. Il 21 gennaio 2009, è stato diramato (per ora on line ed unicamente agli abbonati ad un servizio specializzato) uno studio econometrico dell’Università di Tolosa da cui si evince (CEPR DP n. DP6993) che se in Francia si votasse oggi sui parametri di un sistema a ripartizione (come è quello italiano), la maggioranza della popolazione favorirebbe una riduzione alle spettanze piuttosto che un aumento dei contributi (quali quelli attuati dai Governi di centro-sinistra italiani ogni volta che sono stati nelle stanze dei bottoni) e sarebbe anche pronta ad un incremento dell’età della pensione se ciò comportasse maggiore efficienza ed equità. L’analisi dell’Università di Tolosa (distinta e distante dalle nostre beghe) mostra che gli ex-post-neo comunisti (nelle varie denominazioni del loro partito) e la Cgil hanno cavalcato il cavallo sbagliato. Pure Veltroni ormai se ne è reso conto. Ciò dovrebbe indurre il Cavaliere a salire, al più presto, lui stesso sul destriero della riforma.
In parallelo (quasi) con lo studio dell’Università di Tolosa, da Cà Foscari un bel lavoro quantitativo di Agar Brugiavini e Franco Peracchi (nessuno dei due contiguo al centro destra) – Research Paper n. 45/45/WP/2008- dimostra che nel caso dell’Italia la disoccupazione giovanile è inversamente correlata all’età in cui si va in pensione: in parole povere, quanto più tardi è l’età effettiva di pensionamento tanto più elevato è il tasso dei giovani che cercano lavoro senza trovarlo. La “flessibilià” di cui parla Veltroni dovrebbe indurre ad andare più tardi in quiescenza , quindi, perché in tal modo (se l’analisi di Brugiavini e Peracchi è corretta- nessuno, sino ad ora, lo ha messo in dubbio) non solo si facilita l’occupazione dei giovani ma gli anziani avranno trattamenti più pingui (specialmente man mano che avanza il sistema contributivo) . Lo documenta, tra l’altro, un lavoro appena uscito della Federal Reserve Bank of Chicago (Working Paper N. 2008-18) in cui si quantizza il “rischio di vivere più a lungo di quanto ciascuno di noi si aspetta”.
Sotto il profilo dell’onere sulla spesa pubblica e della capacità di attivare altri ammortizzatori sociali (ad esempio, per i senza lavoro), l’aggiornamento dei “coefficienti di trasformazione” (pur necessario) avrà effetti (d’efficienza e d’equità) solamente nel medio periodo (man mano che vanno a riposo coloro che al 31 dicembre 1995 avevano meno di 18 di contributi , nonché i loro superstiti) . Lo affermano non solo vecchi liberali incallitti come il vostro “chroniqueur” che in questi anni ha contribuito ad una piccola industria editoriale in materia (con saggi pubblicati in libri collettanei della Banca mondiale, della Banca interamericana per lo sviluppo, dellìOces e dell’Economist) ma anche un altro lavoro recente di Brugiavini e Peracchi (Cà Foscari, Research Paper Series n. 30/WP/2008), pur indicati, un paio di volte, dallo stesso Veltroni tra i suoi consiglieri economici. Il vero nodo è il lungo periodo di transizione – dai 18 ai 35-40 anni, secondo le ipotesi in materia d’età dei titolari di pensione di reversibilità nella veste di superstiti- per l’attuazione piena del sistema di calcolo secondo cui i trattamenti saranno interamente basati sui contributi (almeno figurativi) e non sulle retribuzioni.
E’ utile spiegare alcuni termini tecnici per fare il punto. I “coefficienti” di cui si parla in questi giorni – lo fa pure Veltroni – sono la formula in base alla quale il montante di contributi è convertito in rendita annuale (formula che dipende da parametri demografici ed economici). I contributi della normativa in vigore sono “figurativi” (poiché computati in base a norme e regolamenti); non vengono effettivamente versati in conti individuali di Tizio o Sempronio (servono a pagare le pensioni in essere di Caio , padre o zio di Tizio e Sempronio, poiché il sistema resta a ripartizione). Una transizione lunga (come l’attuale) non solamente non porta sollievo a finanza ed economia che tra alcuni lustri ma innesca, specialmente se come necessario, ogni tre anni, si cambiano i “coefficienti”) continui problemi di “pensioni d’annata” e di spinte corporative al galleggiamento. Dannose anche per chi crede nella “politique d’abord”. Per questo motivo, in Svezia (ed altri Paesi) si è adottato un periodo di transizione di tre anni (non 18-40 come da noi). Professori Brugiavini e Peracchi, spiegatelo a Veltroni. Noi lo spiegheremo al Cavaliere.

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