giovedì 5 marzo 2009

Tremonti: "Credito come l'aria". Ma qual è il ruolo delle banche nella crisi in L'Occidentale del 5 marzo

Tremonti: "Credito come l'aria". Ma qual è il ruolo delle banche nella crisi



Le condizioni dell’economia peggiorano: "Il 2009 sarà un anno più difficile del 2008", ha detto il ministro dell’economia Tremonti aprendo la giornata dedicata al credito. Nella crisi economica il "rischio dei rischi" è la stretta creditizia, che stritola imprese, lavoratori e alla fine le banche stesse.
“Il credito per l'economia è un po' come l'aria per le persone - ha detto Tremonti - Ti accorgi quanto è importante quando viene a mancare. Il credito non è una variabile indipendente dal pil. Se il pil scende, scende la domanda del credito. Ma non è naturale che, con una discesa del pil, scenda l'offerta del credito". Ecco, quondi la ricetta del ministro: in questa fase è strategico aumentare il credito alle imprese sane, non ridurlo alle imprese in momentanea difficoltà.
Poi l'analisi (critica) del sistema: "Le banche sono utili solo se fanno le banche, non se il loro operato resta fine a se stesso”, è stato l'ammonimento di Tremonti, che ha comunque sottolineato come “le banche non devono avere un profilo di rischio oltre misura altrimenti si produce un rischio sul risparmio depositato”.
Sui cosiddetti Tremonti bond, lo stesso ministro ha affermato che è "inaccettabile dire che il tasso di interesse dell'8,5% è troppo elevato e quindi non servono a niente. Non è vero che alle imprese dovrebbe venire applicato un tasso dell'8,5% maggiorato dalla ricarica delle banche". Al contrario, sono "il canale dell'ossigeno per l'economia. Non sono un debito, ma uno strumento di patrimonializzazione delle imprese, è come se fosse un aumento di capitale che allarga il patrimonio delle banche".
Di certo, con i Tremonti bond, in Italia, si è deciso per un intervento più soft rispetto alla mano pesante dello stato negli altri Paesi.

Al costo di 25 miliardi di dollari per i contribuenti americani, il Tesoro Usa è diventato l'azionista di riferimento di Citigroup, di cui ora detiene il 36% del capitale. Il Tesoro britannico è da mesi il “major stockholder” di vari istituti di credito. In Belgio ed in Francia, ormai le Trésor è “le patron” di più di una banca. Era ancora caldo l’inchiostro sul comunicato dei maggiori Paesi europei (Francia, Gran Bretagna, Italia e Repubblica Federale Tedesca) riuniti a Berlino il 22 febbraio per definire un approccio comune dell’Ue al prossimo appuntamento del G20 (2 aprile 2009 a Londra), ma al termine di una colazione a Bruxelles dei 27 Capi di Stato e di Governo dell'Ue il primo marzo, l'Unione ha deciso di correre in aiuto (anche con nazionalizzazioni a go-go) dei neocomunitari in transizione dal piano al mercato. Su di essi grava un indebitamento a breve termine di 400 miliardi di euro ed il rischio che il contagio s'estenda al resto del continente- ed anche oltre.

Per entrare nel capitale di questa o quella banca, i Ministeri del Tesoro (o dell'Economia, a seconda del Paese) devono utilizzare risorse originariamente destinante ad altri scopi oppure aumentare i disavanzi dei conti pubblici. Devono, poi, privarsi dei dirigenti meglio addestrati in economia e finanza (merce scarsa pure nelle migliori burocrazie) per andare a guidare gli istituti o almeno avere voce in capitolo nei loro organi d'indirizzo e di gestione (i Consigli d'Amministrazione-CdA), nella speranza (o illusione) che saranno in grado di risolvere i problemi lasciati in sospeso dai supermanager, spesso in terre lontane a godersi il frutto di laute stock options (esercitate tempestivamente) oppure di liquidazioni concordate ed altre prebende. I “beaurocrats in business” non sono affatto lieti delle nuove giacchette che devono indossare. Parimenti, anche se con le tasche gonfie di liquidità, gli “ex” non sono per nulla contenti di essere fuori dalle stanze dei bottoni.

Agli uni ed agli altri viene un dubbio amletico: le banche sono complici o vittime della crisi? Un’analisi recente del Fondo medesimo sulla qualità della regolazione e della vigilanza su scala globale (IMF Working Paper n. 08/190) mostra che tanto la regolazione quanto la vigilanza abbiano lasciato molto a desiderare: tranne casi patologici (all'attenzione delle autorità giudiziarie), i manager degli istituti hanno, in linea di massima, operato nell'alveo della legge od hanno creato veicoli speciali per eluderla non per evaderla. Le ampie possibilità d'elusione (note alle autorità di vigilanza) sono la prova di quanto bucato fosse il secchio della regolazione (a livello sia nazionale sia internazionale). Se sono stati complici della crisi – molti di loro pensano- lo sono stati inconsapevolmente e soprattutto “legalmente”. Quindi, perché metterli alla porta e sostituirli con funzionari pubblici o ancora peggio tenerli (a compensi frantumati) a seguire le direttive da chi ha fatto un concorso per entrare nella Pa, ma non ha sudato e rischiato per la banca? Per gran parte dell'opinione pubblica, invece, i banchieri sono stati “furbetti di un quartierone internazionale” che, nelle pieghe della normativa e della correttezza, hanno innescato il patatrack?

Difficile dire chi ha ragione e chi ha torto. A me sembra che, nella corsa alle nazionalizzazioni bancarie, si sia perdendo di vista l'obiettivo centrale: definire un adeguato sistema per evitare il ripetersi di vicende analoghe in futuro. In primo luogo, una nota tecnica. Ho esaminato on line i conti di Citigroup (la più dissestata , secondo la stampa anche italiana, dei due istituti nell'occhio del ciclone negli Usa; l'altro è la Bank of America): accorgimenti tecnici (non pagare dividendi per un paio d’anni, cambiare gradualmente il rapporto tra azioni privilegiate ed azioni normali) potrebbe essere sufficiente a “salvare” i due istituti – oppure a dare loro l’opportunità di farlo – senza fare ricorso ai contribuenti . L’ingresso di Pantalone nel capitale delle due banche renderebbe la struttura della loro capitalizzazione ancora più complessa. Ciò potrebbe diventare un boomerang dato che spaventerebbe ulteriormente uomini, donne ed imprese, con effetti disastrosi su consumi ed investimenti. Il messaggio a giornalisti ed a politici è chiaro: andate a guardare con cura i conti delle banche prima di parlare (forse a vanvera) di nazionalizzazioni. Lo sottolinea anche un lavoro di Max Hellwig del Max Planck Institute , ancora inedito ma che, tra un paio di settimane, sarà nella collana dell’istituto in tedesco ed in inglese (MPI Collective Googs Preprint, N. 2008/43).

In secondo luogo, un’altra nota tecnica. Il Fondo monetario ha appena aggiornato la banca dati sulle banche in crisi (IMF Working Paper n. 08/224): analizza 42 crisi sistemiche (quindi, non di singoli istituti ma di aree o settori) nel periodo 1970-2007. Dall’analisi dei dati (disponibili a tutti on line) si ricava che solamente nel mondo anglosassone e nei Paesi in transizione (troppo veloce) dal piano al mercato ci sono istituti che richiedono intervento pubblico in conto capitale; anche in questi casi molto gravi, potrebbe essere sufficiente una garanzia od una forma di assicurazione.

In terzo luogo, una nota a carattere politico: le banche private – hanno scritto Javier Rodriguez e della Banca Bilbao Vizcaya Argentaria e Javier Santiso nel fascicolo di marzo 2008 della “International Political Science Review” – sono elemento fondante e della democrazia economica e della democrazia politica. Dunque, facciamo attenzione prima di ventilare nazionalizzazioni. E ancora più attenzione prima di metterle in atto.
Per saperne di più:

JAVIER RODRIGUEZ, Grupo Banco Bilbao Vizcaya Argentaria (BBVA)
Email: javier.rodriguez@bbva.com
JAVIER SANTISO, Organization for Economic Co-Operation and Development (OECD)
Email: javier.santiso@oecd.org

"Banking on Democracy: The Political Economy of International Private Bank Lending in Emerging Markets" in International Political Science Review, Vol. 29, No. 2, pp. 215-246, March 2008

LUC LAEVEN, International Monetary Fund (IMF), Centre for Economic Policy Research (CEPR)
Email: LLAEVEN@IMF.ORG
FABIAN V. VALENCIA,International Monetary Fund (IMF)
Email: fvalencia@imf.org

"Systemic Banking Crises: A New Database"
IMF Working Paper No. 08/224

ALEXANDER F. TIEMAN,International Monetary Fund (IMF)
Email: atieman@imf.org
MARTIN CIHÁK, International Monetary Fund (IMF)
Email: mcihak@imf.org

"Quality of Financial Sector Regulation and Supervision Around the World"

IMF Working Paper No. 08/190

MARTIN F. HELLWIG, Max Planck Institute for Research on Collective Goods, Department of Economics, University of Bonn
Email: hellwig@coll.mpg.de

"Systemic Risk in the Financial Sector: An Analysis of the Subprime-Mortgage Financial Crisis" MPI Collective Goods Preprint, No. 2008/43

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