mercoledì 19 febbraio 2014

«Difendo il Cnel, ma serve un cambiamento per stare al passo con i nuovi tempi» in Avvenire 20 febbraio



«Difendo il Cnel, ma serve un cambiamento per stare al passo con i nuovi tempi»


GIUSEPPE PENNISI
D
a un canto, c’è un ampio arco politico che chiede l’abolizione del Cnel. Da un altro, un gruppo di economisti italiani residenti negli Usa ne ha proposto il rafforzamento perché diven­ga strumento di analisi, preparazione e valutazione di politiche economiche e sociali con un contributo delle parti sociali. Ne sono componente nella pic­cola pattuglia di esperti scelti direttamente dal Ca­po dello Stato. Condivido pienamente le proposte redatte dal colle­ga Tiziano Treu. Condivido, però, anche buona parte delle considerazioni del collega Gian Paolo Gualacci­ni, entrambe riassunte da Avvenire. Da tempo, alcu­ne categorie considerano il Cnel non per il lavoro di alta qualità tecnica e politica assegnato all’organo dal­la Costituzione, ma come strumento per dare una 'pensione integrativa' a loro esponenti spesso in quiescenza o ad essa vicini. Dalla documentazione sul sito del Cnel si vede chiaramente chi elabora do­cumenti e partecipa attivamente ai lavori delle Com­missioni, facendo analisi e ricerche e andando a Vil­la Lubin due-tre giorni la settimana, e chi appare so­lo saltuariamente alle Assemblee mensili.

Basta scorrere i verbali per sapere chi contribuisce con elaborati e analisi e chi con chiacchiere da bar o tirate tribunizie. Chi non partecipa mai dovrebbe a­vere il pudore di dare le dimissioni. Chi chiede fre­quentemente il supporto di consulenti perché poco avvezzo a tematiche che richiedono 'basi' tecniche, dovrebbe avere il buon senso di farsi da parte.

Un Cnel ben funzionante sarebbe il luogo ideale per preparare programmi e misure in materia economi­co- sociale o per dare pareri a governo e parlamento in queste materie. Per queste ragioni esistono 72 en­ti simili al mondo e il numero sta crescendo. Quello francese ha 220 componenti e si riunisce tre volte la settimana. Il Cnel deve cambiare perché il mondo è cambiato nella direzione indicata, con preveggenza, da John Maynard Keynes in una conferenza che fece a Madrid nel 1930. Keynes affermava che nei Paesi 'a­vanzati', prima della fine del secolo scorso, il lavoro salariato e il sindacalismo (che considerava un feno­meno temporaneo) avrebbero subito una drastica ri­duzione, mentre sarebbe cresciuto il lavoro autono­mo, il lavoro professionale, il lavoro semi-volontario. In Italia, questo processo è avvenuto ma la maggior parte degli iscritti alle tre maggiori organizzazioni sindacali sono pensionati, i quali, naturalmente, guardano più al passato che all’avvenire. Inoltre, pro­grammi e misure di politica economica e sociale han­no un forte contenuto tecnico. Ciò spiega le riforme attuate in altri Paesi dove gli 'esperti' di 'chiara fa­ma' e 'di riconosciuta indipendenza' sono in pro­porzione maggiore rispetto a quella nel nostro Cnel e dove è stato attuato un 'ribilanciamento' anche tra le varie categorie di lavoratori. Infine, le categorie che 'indicano' i consiglieri dovrebbero privilegiare persone con forte caratura o in diritto o in economia o in sociologia. Evitando chi confonde tasso d’at­tualizzazione con tasso d’interesse (come pure è ac­caduto).

Un Cnel siffatto potrebbe fare 'in casa' le analisi con il supporto del personale del Segretariato e dovrebbe ricorrere meno a consulenti esterni. Si risparmiereb­be e ne guadagnerebbero tutti.

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