domenica 20 aprile 2014

Da un semplice taglio agli sprechi pubblici alla spending di qualità in Avvenire 20 aprile



Da un semplice taglio agli sprechi pubblici alla spending di qualità


GIUSEPPE PENNISI
L
a spending review firmata da Carlo Cot­tarelli comincia a prendere corpo. È au­spicabile che non sia un episodio singo­lo, come lo state quelle condotte negli anni No­vanta da Fiorella Kostoris all’Ispe e in tempi più recenti da Piero Giara e da Enrico Bondi. Il presidente del Consiglio ha fornito più volte rassicurazioni a riguardo. Tuttavia, l’incarico del commissario alla review è triennale. So­prattutto, il compito deve essere svolto in via permanente da un organo dello Stato. E in a­nalogia con quanto avviene in altri Paesi dove tali operazioni hanno avuto successo, dovreb­be essere funzione di chi ha la responsabilità tecnica di formulare e monitorare il bilancio, ossia della Ra­gioneria genera­le.

Sarebbe in ogni caso limitativo considerare la revisione della spesa come un’operazione per individuare sprechi da elimi­nare o ridurre. L’obiettivo deve essere non solo diminuire il peso complessivo del­la spesa pubblica sul reddito nazionale, ma mi­gliorarne la qualità mirando a rendimenti ele­vati in termini economici e sociali. Ci sono da decenni metodologie e tecniche per migliora­re la qualità della spesa in parallelo con la sua riduzione. Il metodo adottato più di frequen­te è proprio l’analisi dei costi e dei benefici so­ciali: manuali operativi sono stati pubblicati negli anni Ottanta e Novanta e, nel 2007, una guida è stata edita dalla Scuola nazionale d’Amministrazione. Il Cnel ha provveduto a un aggiornamento dei parametri di base un anno e mezzo fa e l’Unità di valutazione del mini­stero per lo Sviluppo economico sta effet­tuando ulteriori affinamenti. C’è una vasta ca­sistica di esperienze italiane (dalle analisi per le grandi infrastrutture a quelle per la transi­zione dalla televisione analogica al digitale ter­reste). Dal 1999 una legge dello Stato richiede che la metodologia venga utilizzata per la spe­sa pubblica in conto capitale. La legge è però applicata solo per i grandi investimenti cofi­nanziati con la Commissione europea, mentre dovrebbe estesa alla spesa di parte corrente. Quel che più conta è l’esempio di esperienze straniere di successo, quali il Programme de ra­tionalization des choix budgettaire che negli anni Ottanta ha portato al riassetto della fi­nanza pubblica in Francia (i guai sono comin­ciati quando lo si è accantonato) e soprattut­to la legge americana del 1981 che la impone per tutte le norme di spesa, unica legge che in 33 anni non è stata soppressa o modificata no­nostante i cambiamenti di inquilini alla Casa Bianca e di maggioranze in Congresso.

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Il metodo adottato più di frequente all’estero è l’analisi dei costi e dei benefici sociali. Da noi vale solo per i cofinanziamenti Ue



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