venerdì 1 ottobre 2010

- Opera, a quando la trilogia delle regine Tudor di Donizetti? Il Velino primo ottiobre

CLT - Opera, a quando la trilogia delle regine Tudor di Donizetti?


Roma, 1 ott (Il Velino) - Torna all’Opera di Roma, dopo 22 anni, “Roberto Devereux” di Gaetano Donizetti, l’ultimo dei lavori dedicati dal compositore bergamasco alle regine Tudor nell’arco di tempo 1830-1837. Si tratta di quattro opere di cui tre (“Anna Bolena”, “Maria Stuarda” e, per l’appunto, “Roberto Devereux”) a carattere decisamente tragico, mentre la quarta (“Elisabetta al castello di Kenilworth”) è quasi al confine della commedia drammatica con lieto fine. Le prime tre rappresentano una vera e propria trilogia, con un forte significato sia politico-sociale sia musicale, anche per l’unità di stile pur nello sviluppo dal “belcanto” ai presagi del “melodramma verdiano”. Della “Elisabetta al castello di Kenilworth” si ricorda una unica messa in scena, a Bergamo nel 1989. Il suo punto di forza è la pirotecnica aria di apertura della regina, affidata in quella esecuzione (di cui esiste una registrazione della Casa Ricordi) a Mariella Devia. Nel rappresentare le vicende della Casa Tudor da Enrico VIII alla rinuncia al trono di Elisabetta la Grande in favore di Giacomo I, Donizetti non solo copre una fase importante della storia della Gran Bretagna (con un piglio che ritroveremo decenni più tardi nel “Don Carlos” di Verdi) , ma mostra come nella prima parte dell’Ottocento, il “femminismo” fosse una dinamica sociale importante della società degli stati e degli statarelli che sarebbero diventati Regno d’Italia. Nelle tre opere, infatti, primeggiano vocalmente e drammaturgicamente le donne. Enrico VIII è un capriccioso “bamboccione”. Leicester e Essex sono meri “sex objects”. Ne vengono fuori opere di grande modernità. Sotto il profilo musicale, Donizetti evolve da un stile quasi belliniano in “Anna Bolena” (1830) a uno alle soglie di Verdi in “Devereux” nel 1837. Ricordiamo che solo alcuni anni prima Giacomo Rossini aveva trattato parte delle stesse vicende in “Elisabetta regina d’Inghilterra” con un taglio molto differente.

Le tre opere circolarono con successo in Italia e all’estero sino alla fine dell’Ottocento, per sparire con il verismo ed avere una renaissance negli anni Sessanta grazie a Maria Callas (Bolena, Stuarda), Leyla Gencer e Monserrat Caballé (Devereux). Tuttavia, poterono essere apprezzate in maniera completa unicamente quando Beverly Sills le portò, prima separatamente poi insieme, alla City Opera nella prima metà degli anni Settanta (la contemporaneità dell’affermarsi del movimento femminista Usa non è una mera coincidenza). Nelle tre registrazioni Emi ora purtroppo fuori catalogo, si può apprezzare l’unitarietà del disegno drammaturgico pur se i librettisti erano differenti e musicale pur nel progredire dello stile. Da anni si attende che un sovrintendente coraggioso o il Festival di Bergamo ripropongano la trilogia nella sua unitarietà. Nel’ultimo lustro, “Anna Bolena” e “Maria Stuarda” si sono viste ed ascoltate più volte nei maggiori teatri. Non così “Devereux”, erroneamente considerato “opera minore” del catalogo donizettiano. Infatti se ne ricorda, nel lontano ottobre 1973, un’edizione adeguata in un cinema-teatro di Seul in Corea del Sud (allora paese con un reddito pro-capite di 300 dollari l’anno) e da qualche tempo trionfa a Monaco di Baviera in un allestimento in abiti moderni in cui Edita Gruberova veste i tailleur di Margaret Thatcher. Due testimonianze, insomma, dell’importanza del lavoro. “Devereux” è incentrata sulla tragedia della regina, in solitudine assoluta nella gestione del potere e costretta, con l’inganno, a far condannare a morte l’uomo che ama e, quindi, a lasciare, disperata per il proprio fallimento come donna e come politica, lo scettro.

L’edizione a Roma sino al 6 ottobre è il ritorno di un fortunato ed efficace, pur se un po’ polveroso, allestimento di Alberto Fassini che si ispirò al clima e alle scenografie del famoso film “Il conte di Essex” con Bette Davis. Lo riprende Joseph Francioni Lee. Il cast offre un grande scintillio di voci con cantanti di fama internazionali: il soprano Carmela Remigio (che debutta nel ruolo di Elisabetta), il mezzosoprano Sonia Ganassi (Sara), il tenore Massimiliano Pisapia (Devereux) e il baritono Alberto Gazale (Nottingham). Completano il cast Virna Sforza (Elisabetta, nelle repliche del 2 e 5), Devid Cecconi (Nottingham, nella replica del 2), Gianluca Terranova (Devereux il 2, 3 e 6), Bruno Lazzaretti (Cecil), Ezio Maria Tisi (Releigh). Bruno Campanella dirige l’Orchestra dell’Opera, maestro del Coro Gea Garatti Ansini, scene e costumi di David Walker. Bruno Bartoletti concerta evidenziando tutta la “modernità” della partitura. La bella e giovane Carmela Remigio, truccata da anziana, è imponente nelle arie di agilità e nel filato. La sua rivale è la veterana Sonia Ganassi con tonalità gravi quasi da contralto. Un po’ fibroso Massimiliano Pisapia, il Conte di Essex che le due si contendono. Alberto Gazale dà corpo e voce alla fierezza e all’implacabilità vendicativa di Nottingham. Spettacolo tradizionale ma di grande gusto.

(Hans Sachs) 1 ott 2010 12:43

Nessun commento: