sabato 28 febbraio 2009

CULTURA E SPETTACOLO UNA MANO DAI RICCHI, Il Tempo del 28 febbraio

Il problema non è unicamente romano anche se due “fatti” relativi alla capitale hanno scatenato l’attenzione nazionale (ed estera): a) il Teatro dell’Opera è in difficoltà perché sulla stagione 2009, indicata come quella della “svolta”, si staglia la minaccia di un forte disavanzo (tra i 5 e gli 11 milioni di euro) a ragione della riduzione dello stanziamento del Fondo unico per lo spettacolo (Fus); b) gli 80 teatri di prosa della città sono in affanno poiché oltre alla riduzione dei contributi, la recessione colpisce gli spettatori (una contrazione del 4% dei ricavi da biglietteria nel gennaio-settembre 2008, rispetto allo stesso periodo del 2007). Tre delle 13 fondazioni lirico-sinfoniche del Paese sono commissariate (ed altre due ne sono sull’orlo). Compagnie di prosa grandi e piccole piangono alla lettura dei dati di botteghino e di “impegni” per contributi pubblici (erogati dopo diversi mesi dallo stanziamento).
Come disse Piero Bargellini (allora Sindaco di Firenze) con il fango sino alle ginocchia negli Uffizi, durante l’alluvione del 1966, “la situazione è tanto grave che non c’è tempo per piagnistei”. L’assessore alla Cultura del Comune di Roma, Umberto Croppi, dichiara che è necessario dare “più spazio ai privati per gestire il sistema”. Numerose le esperienze positive all’estero. In Francia, il “patronage” è tale che festival come quelli di Avignone e Aix en Provence- sono finanziati al 30% da sponsor privati. In Gran Bretagna, interessante il sistema degli “angels”, a supporto di attività di teatro di prosa sperimentale o di autori (ed attori) giovani; “angeli” incoraggiati da detrazioni tributarie. Negli Usa ed in Canada, la prassi è il “matching grant”: contributi pubblici “equivalenti” all’apporto privato (mentre in Italia, spesso il pubblico si fa da parte se si avvicina il privato – come avvenuto per la sinfonica sponsorizzata dalla Fondazione Roma).
Il Ministro dei Beni Culturali Sandro Bondi invita una maggiore partecipazione privata allo sforzo per cultura e spettacolo (indagini econometriche provato che rende in termini di crescita): tra le prime misure adottate da quando è al Collegio Romano, ha istituito una commissione tecnica per riesaminare i nodi delle agevolazioni tributarie alle attività culturali. Quelle in vigore (varate quando il centro-sinistra aveva maggioranza e Governo), da un canto, sono macchinose e, dall’altro, ipotizzano (dato che prevedono una detrazione non superiore al 19% dell’imposta sul reddito) che siano le fasce basse le più propense ad elargizioni liberali. Individui e famiglie con un’aliquota marginale del 19% sono quelli che hanno maggiori difficoltà a mettere insieme il pranzo con la cena; analogamente, imprese ai livelli più bassi di utili non hanno spazi per elargizioni e difficoltà ad ottenere i fidi necessari per la loro operatività. La commissione tecnica ha concluso da alcune settimane il proprio lavoro proponendo sgravi in linea con le direttive europee. Azione a livello politico sarebbe un segnale utile e tempestivo.

TUTTE LE RAGIONI DEL NUCLEARE, FFwebnagazine del 28 febbraio

L’intesa Italia-Francia in materia di cooperazione per lo sviluppo del nucleare a fini civile non può non risvegliare ricordi ad un economista che ha dedicato parte importante della propria vita professionale su temi attinenti alle fonti d’energia. Ho cominciato ad operare in questo campo quando ero giovane, al centro studi Cespetrol (negli Anni 60) sia in Banca Mondiale (negli Anni 70) sia più di recente in vari incarichi per la pubblica amministrazione italiana. Alla fine degli Anni 60, appena entrato in Banca Mondiale, nell’ambito dello studio sulla convenienza di utilizzare energia nucleare nei Paesi in via di sviluppo; l’analisi costi efficacia effettuata con la metodica dell’epoca diedi risultati piuttosto incerti ed il possibile supporto dell’istituzione a progetti elettronucleari venne in pratica abbandonato.
Negli Anni 80, all’allora Ministero del Bilancio e della Programmazione Economica, a dover coordinare il lavoro di una commissione per decidere il ri-finanziamento di due progetti sperimentali, il Pec ed il Cirene. Non solo le stime dei costi erano aumentate di vari multipli (rispetto a quelle iniziali) ma la tecnologia era ormai obsoleta; i proponenti (all’epoca l’Enea) aveva come unico argomento quello di completare i progetti per cederli al Ministero degli Affari Esteri (Mae) che avrebbe potuto utilizzarli per l’addestramento di personale di Paesi in via di sviluppo a valere sui fondi della cooperazione. Ovviamente, non se fece nulla.
Interessante ed ancora attuale l’analisi per la riconversione della centrale termonucleare di Montalto di Castro anche come esempio di analisi costi benefici relativamente a investimenti o politiche in cui l’elemento rischio è di grande rilievo e la tecnica del “valore di rovesciamento” rappresenta un’utile scorciatoia operativa.
Alla fine degli Anni 80, i risultati di un referendum, tenuto dopo l’incidente all’impianto termonucleare a Chernobyl in Ucrina, venne interpretato come un esito chiarissimo di un’analisi costi benefici politica in materia di sviluppo dell’energia nucleare a fini produttivi: un forte e netto “no”. Le implicazioni erano semplici per impianti piccoli ed obsoleti (quali quello di Borgo Sabotino) – da dismettere – o per impianti in progettazione (quali il secondo lotto della centrale di Trino vercellese), ma complicate per impianti in costruzione (quale quello di Montalto di Castro) dove per di più era già stato effettuato un forte investimento che altrimenti non avrebbe avuto utilizzazione economica. Il Parlamento diede mandato al Ministro dell’Industria di studiare “la fattibilità tecnica e la utilità economica” della conversione dell’impianto (Ministero dell’Industria, 1988).
Un’apposita commissione (di cui facevano parte anche esperti di nome e livello internazionale- la presiedeva il Prof. Spaventa ora alla guida del Monte dei Paschi di Siena e ne faceva parte il Prof. Draghi oggi Governatore della Banca d’Italia) decise di fare ricorso all’analisi costi benefici per affrontare il problema. Era un’impostazione corretta in quanto si trattava di progetto “marginale” (nel senso che la sua realizzazione o meno non incideva sulla struttura di produzione del Paese) e si cercava una risposta dicotomica: accettazione o rigetto dell’operazione. La commissione, però, non affrontò mai quale analisi condurre, se dal punto di vista della collettività (a prezzi “economici” e nell’ambito di una funzione di benessere sociale anch’essa “economica”) o dal punto di vista dell’ente produttore (l’Enel) e dei consumatori. Ammesso che il referendum aveva dato una risposta all’analisi dei costi e dei benefici “politici”, si sarebbe dovuto optare per un’analisi finanziaria od economica oppure meglio ancora per ambedue. Sotto il profilo dell’analisi economica, poi, si sarebbe dovuto affrontare il problema del valore economico da dare al bene pubblico “sicurezza” (nel senso di “assenza di rischio”) ed al bene meritorio o sociale “innovazione”. Il primo, in particolare, nel caso di una centrale nucleare ha una caratteristica peculiare: la probabilità di un incidente è molto bassa, ma in caso di incidente i danni a cose e persone sono vastissimi. Sotto il profilo dell’analisi economica, la commissione avrebbe dovuto anche chiedersi quale numerario (e quale sistema di prezzi ombra) adottare. La commissione produsse un documento in cui si faceva, essenzialmente, un’analisi costi benefici dal punto di vista dell’ente produttore (l’Enel, che aveva comunque fornito i dati tecnici) e delle eventuali sovvenzioni dall’erario all’ente – quindi qualcosa di intermedio tra analisi “finanziaria” ed una ”fiscale”. L’assunto implicito di base era che la convenienza, o meno, all’ente produttore ed all’erario era rappresentativa anche della convenienza, o meno, alla società. Questo è assunto rudimentale e riduce la funzione di benessere sociale ad una esprimente gli obiettivi dell’Enel.
Nel documento si raffrontava il completamento dell’impianto nucleare con una centrale a gas ed una policombustibile, quantizzando i costi relativi sia di investimento sia di esercizio, per ciascuna soluzione, nell’ipotesi di una produzione equivalente di energia. Sotto questo profilo, si seguiva una prassi standard di metdo e tecnica di analisi sin dagli Anni 60 per l’analisi di progetti di produzione di energia elettrica e di altri servizi di pubblica utilità (van der Tak 1966, Saunders, Warford e Wellenius, 1983, Commissariat au Plan 1986). Depurato da alcuni errori contabili (ad esempio, i costi per il contenzioso e gli interessi sul capitale vengono considerati costi “economici”), il confronto concludeva che l’alternativa nucleare era quella più “conveniente” sia per l’ente sia per l’erario, ossia la pubblica amministrazione ed ergo, nel documento della commissione, per la collettività (Ministero dell’Industria, 1988).
Un centro studi economici privato, invitato informalmente dal Ministro del Tesoro dell’epoca a verificare il lavoro della commissione, ne corresse gli errori contabili ed ordinò le alternative in base al Saggio interno di rendimento (Sir): 18,5% per il nucleare, 10% per il gas ed 11% per il policombustibile (Leon e Tenenbaum, 1988 a e b). Anche se il problema di fondo consisteva nel raffronto non di progetti differenti ma di alternative tecniche per raggiungere il medesimo obiettivo progettuale (ossia la produzione annua di una determinata quantità di energia elettrica), l’analisi avrebbe dovuto ordinare le alternative non in base al Sir ma in base al Valore attuale netto (Van) per ragioni note a chiunque abbia dimestichezza con la metodologia, e la teoria ad essa sottostastante . Inoltre né l’analisi della commissione né quella del centro studi affrontavano i quesiti di fondo: come valutare il bene pubblico “sicurezza” (assenza di rischio) ed il bene meritorio o sociale “innovazione”.
Questi errori vennero colti da Francesco Forte che, per avere rivestito ruoli pubblici e in politica economica e in particolare nel settore dell’energia, aveva peso nel dibattito; affidò la sintesi delle sue analisi al più diffuso quotidiano italiano (Forte, 1988) . Il suo lavoro affrontava correttamente la valutazione in quanto problema di minimizzazione dei costi complessivi e proponeva, per quantizzare il bene pubblico “sicurezza”, l’utilizzazione, ai fini dell’analisi, di stime di costi aggiuntivi (all’alternativa nucleare) quali derivati da un recente rapporto sulla sicurezza nucleare all’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (Aiea) al Governo italiano. Su questa base, concludeva che il policombustibile sarebbe stata l’alternativa tecnica che avrebbe minimizzato i costi totali all’ente ed all’erario e fornito , al tempo stesso, un livello di sicurezza adeguato alla collettiva. Le alternative venivano correttamente raffrontate sulla base del Van non del Sir ; il Sir veniva computato utilizzato il saggio (8%) allora utilizzato per la valutazione dei progetti d’investimento pubblico presentati al Fondo Investimenti ed Occupazione (Fio).
In un’analisi parallela, anch’essa pubblicato in forma riassuntiva (Pennisi, 1988), seguì la stessa strada di Forte con alcune caratteristiche aggiuntive. Sotto il profilo della stima dei benefici e dei costi economici, raffrontavo i costi per il bene pubblico “sicurezza” quali derivanti dal rapporto Aiea con le tecniche allora in vigore negli Usa (Spranger, 1987) e giungevo alla conclusione che le stime quantitative sarebbero state approssimativamente le stesse (per la due alternative, nucleare e policombustibile) in termini di costo pro-capite nell’area potenzialmente a rischio, pur molto basso. Tentai anche di affrontare il tema della quantizzazione del bene meritorio-sociale “innovazione”, concludendo che a tale voce si doveva dare un valore nullo in quanto la tecnologia termonucleare utilizzata per l’impianto di Montalto era già superata da quella adottata per impianti in costruzione in Svezia e Svizzera. La stima del Van veniva rielaborata utilizzando un saggio di attualizzazione al 5%, considerato meglio rappresentativo del saggio di interesse sui consumi (Pennisi, 1989; Vatter, 2008); in tal modo, si rendeva l’intera analisi compatibile con l’obiettivo di crescita dei consumi e soprattutto con un sistema di prezzi di riferimento che, nel vincolo dei dati e del tempo disponibile, aveva i consumi come numerario implicito. I risultati confermavano che il policombustibile appariva come l’alternativa tecnica preferibile se la “sicurezza” veniva stimata seguendo le procedure Aiea-Usa e considerando nullo il valore dell’innovazione. Al saggio di attualizzazione del 5%, il test di accettazione o rigetto avrebbe dato risultati rovesciati (ossia favorevoli all’alternativa nucleare) se non si fosse aggiunto il costo delle ulteriori misure di “sicurezza” e, come richiesto dall’ente produttore, si fosse invece inclusa una valorizzazione positiva per l’innovazione, considerando l’impianto come “presidio” per l’innovazione nel settore.
Quali implicazioni per le politiche energetiche del XXI secolo? Il metodo risulta valido anche oggi come strumento per valutare le scelte in materia di politiche e progetti, specialmente se arricchito con le nuove tecniche di analisi per affrontare irreversibilità e incertezza (Pennisi, Scandizzo 2003; Chirinko, Shaller 2008; Vatter, 2008). Dato il progresso tecnologico in materia di “sicurezza” è altamente probabile che oggi i risultati siano “rovesciati”, rispetto a 21 anni fa, a favore del nucleare.

Riferimenti


Commissariat au Plan (1986) Evaluer les politiques publiques , Parigi
Chrinko R., Shaller H. (2008) “The Irreversibility Premium” CESifo Working Paper n. 2265
Forte F. (1988) “La verità su Montalto di Castro” in “Corriere della Sera” 18 marzo
Leon P. e Tenenbaum M. (1988 a) “Montalto: conti per chiudere il cerchio” in “Politica ed economia” marzo
Leon e P. Tenenbaum M. (1988b) “Politica e numeri divisi dall’atomo” in “Il Sole-24 Ore” 30 marzo
Ministero dell’Industria (1988) “Relazione della Commissione Ministeriale sulla possibilità tecnica e sulla convenienza economica della conversione della centrale nucleare di Montalto di Castro” Roma
Pennisi G. (1988) “I conti di Moltalto” in “Mondoperaio” maggio
Pennisi G. (1989), “Economic Appraisal of Environment-related Project. Many Certainties and a Few Uncertainties” in “ Economia delle Scelte Pubbliche – Journal of Public Finance and Public Choice”
Pennisi G., Scandizzo P.L. (2003) “Valutare l’incertezza” Giappichelli 2003
Saunders R. , Wardorf J. E Wellenius B. (1983) “Telecomunication and economic development” The Johns Hopkins University Press, Baltimora
Spranger M. B. (1987) “De minimis rirsk concepts in the Us nuclear regulation commission: as low as reasonably achievable“ in “Project Appraisal” December
Van der Tak H. (1966) “The economic choice between hydroelectric power and thermal power development” The Johns Hopkins University Press, Baltimore
Vatter M. (2008) “Social Discounting with Diminishing Returns on Investment”, in “Economic Insight”

NUCLEARE, MERCATI, CREDITO:L'ITALIA ALZI LA VOCE, Libero 28 febbraio

Domani primo marzo 2009, i Capi di Stato e di Governo dell’Unione Europea (Ue) si sono dati appuntamento a colazione nel piuttosto anonimo palazzone Justus Lipsius (un filologo ed umanista fiammingo del XVI secolo) per ciò che, in sostanza, è una seduta straordinaria del Consiglio Europeo. La sessione è stata preceduta, domenica, 22 febbraio, da una colazione di lavoro analoga, ma a Berlino, tra i quattro “grandi” dell’Ue. L’obiettivo di questi incontri ravvicinati consiste nel forgiare una posizione comune per l’appuntamento del G20 il 2 aprile a Londra. Tra la colazione a Berlino del 22 febbraio e quella a Bruxelles del primo marzo, il Presidente degli Stati Uniti Barack Obama ha presentato al Congresso Usa il “messaggio sullo Stato dell’Unione”, discorso annuale che equivalente alla esposizione del programma d’indirizzo politico dell’Esecutivo al Legislativo. Ha, quindi, scoperto alcune delle carte della posizione Usa al G20: la recessione sarà lunga (probabilmente tre anni, pur se, con un colpo d’ala, se ne potrebbe uscire già nell’ultimo scorcio 2010), il mondo economico sarà differente (come avvenne dopo il Grande Panico del 1873 quando la recessione terminò dopo cinque anni e senza interventi di rilievo da parte della mano pubblica).
Cosa si diranno i Capi di Stato e di Governo dell’Ue durante la colazione a Justus Lipsius? E’ soprattutto cosa può portare l’Italia al tavolo del lunch? E’ probabile che prevalgano i temi di breve periodo- ossia i tempi ed i modi per uscire del tunnel. Le previsioni econometriche non sono incoraggianti; secondo indiscrezioni che corrono nei corridoi di Bruxelles, il pil dell’area dell’euro subirebbe una contrazione del 2,1 nel 2009 e dell’1,8% nel 2010; il tasso di disoccupazione passerebbe dall’8% circa al dicembre 2007 al 10% al dicembre 2010. Ci sarebbe una forte mortalità di piccole e medie imprese e in alcuni settori maturi (metalmeccanica, chimica, editoria), le grandi aziende dovrebbero fare ricorso, per salvarsi, a Pantalone.
In questo quadro generale, è critica la definizione della politica economica tanto a livello macro quanto dei principali comparti. Sul piano della politica monetaria, la Banca centrale europea (Bce) sosterrà che sta facendo tutti il possibile: i tassi d’interesse sono rasoterra, l’offerta di moneta è abbondante, i finanziamenti non arrivano a imprese e famiglie perché gli intermediari finanziari non si fidano gli uni degli altri. Sul piano della politica di bilancio, ormai il patto di crescita e di stabilità, con i suoi indicatori e vincoli, è, se non messo in soffitta, quanto meno sospeso sino a quando ci sarà luce chiara e trasparente alla fine del tunnel della crisi. Sul piano della politica dei prezzi e dei redditi (la “concertazione” nelle sue varie guise e fogge), nessuno (a parte qualche sindacalista nostalgico) ritiene che essa possa essere uno strumento di grande utilità. Sul piano della crescita, infine, dopo essere stata messa da parte la “strategia di Lisbona” n.1 (che nel marzo 2000 aveva promesso di fare diventare l’Ue l’area più dinamica del mondo entro il 2010 ormai alle porte), nessuno parla più del Lisbona n. 2 (più agile e più flessibile – nei modi e nei tempi- ma anch’esso ormai appartenente al passato).
Ci sono comunque nodi immediati da risolvere; e l’Italia può dare un contributo. In primo luogo, domenica 22 febbraio i quattro “grandi” hanno delineato una strategia diretta a giungere a nuove regole internazionali per i movimenti di capitale e la valutazione di titoli strutturati (potenzialmente “tossici”) ed un potenziamento delle risorse e dei compiti del Fondo monetario. Ciò è, tra l’altro in linea con un’analisi del Fondo medesimo sulla qualità della regolazione e della vigilanza su scala globale (IMF Working Paper n. 08/190). La Commissione Europea starebbe, invece, per varare una direttiva che prevede la nazionalizzazione della banche più in difficoltà e negli Usa, dopo il tracollo dei titoli azionari di Citigroup e di Bank of America il Tesoro starebbe pensando di entrare alla grande nel capitale dei due istituti. Su Libero Mercato del 24 febbraio ho indicato le condizioni, davvero estreme, che potrebbero comportare una nazionalizzazione temporanea (piena comunque di rischi) e spezzato una lancia a favore di un miglioramento della regolazione (e vigilanza) internazionale. Inoltre, i conti degli istituti vanno esaminati con cura prima di parlare di nazionalizzazione (totale o parziale). Lo sottolinea anche un lavoro di Max Hellwig del Max Planck Institute , ancora inedito ma che, tra un paio di settimane, sarà nella collana dell’istituto in tedesco ed in inglese (MPI Collective Googs Preprint, N. 2008/43). Per Citigroup e Bank of America si può indicare un menu vasto di soluzioni prima di ipotizzare l’ingresso di Pantalone nel loro capitale. Molto più complicata (e, territorialmente, molto più vicina a noi) la situazione delle banche di molti Stati neo-conunitari (entrati nell’Ue nel 2004 e nel 2007). E’ un panorama a macchia di leopardo – lo tratteggia efficacemente uno studio ancora in corso del Center for European Policy Studies . Sono stati già varati piani di salvataggio per le banche ungheresi e lituane; altre sono in fila. L’Italia (che ha numerose interazioni finanziarie con l’Europa centrale ed orientale) deve fare sentire la propria voce e cominciare a mettere in dubbio l’efficacia di una strategia europea che ha caricato (forse eccessivamente) di questi compiti la Banca Europea per gli Investimenti (Bei) e la Banca Europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo (Bers). In questo campo, una regolazione Ue (od una semplificazione del groviglio di regolazioni nazionali) potrebbe essere utile; e l’Italia avrebbe, senza dubbio, qualcosa da dire.
Altro campo in cui l’Italia ha qualcosa da dire e da offrire sono le misure che stiamo prendendo per utilizzare la Pa non come una mano morta ma come uno strumento di crescita. A riguardo, varrebbe la pena aggiornare il P.I.C.O. (Programma per l’Innovazione, la Comepitività, lo Sviluppo e l’Occupazione) predisposto, sotto la guida tecnica di Paolo Savona, alla fine del 2005 (ricevette, in Italia, meno attenzione di quanto meritasse a ragione dell’avvicinarsi delle elezioni, ma nell’Ue venne considerato il miglior documento nazionale su questi temi) ; il Business Plan preparato dal Ministro Brunetta rappresenta un’ottima base da cui prendere avvio.
Infine, il nucleare: dopo l’intesa con la Francia, possiamo vantarci di esserci messi sul percorso di una riduzione dei costi di produzione compatibile con la sicurezza e con l’ambiente.
Un ultimo punto: alla colazione aleggerà lo spettro di “una nuova Bretton Woods”. Qualche barracuda-esperto fornisca a Berlusconi ed a Tremonti il Nber Working Paper No w14731 in cui Micheal P. Doodley (University of Virginia), David Folkerts-Landau (Deutsche Bank) e Peter M. Garber (Brown University) spiegano perché, tutto sommato, la lex mercatoria di Bretton Woods è ancora alla base del sistema monetario internazionale.

MORTO STRAUSS, NOI LO ABBIAMO SEPOLTO, Il Domenicale 28 febbraio

In Italia passano quasi inosservati i 60 dalla morte di Richard Strauss, la cui vita (1864-1949) coincise con il trionfo dell’industrializzazione e dei movimenti d’unità nazionale in Germania ed in Italia e con il declino della democrazia in Europa, oltre che con due guerre mondiali. Dopo che il Teatro Lirico di Cagliari ha sostituito il “Der Rosenkavalier” (programmato per fine 2009) con una meno dispendiosa “Bohème”, unicamente il Teatro Carlo Felice di Genova mette in scena un’opera – “Ariadne au Naxos”. L’Accademia di Santa Cecilia ha appena eseguito la “Sinfonia delle Alpi”, al Lingotto l’Orchestra Nazionale Rai ha in programmi vari concerti, tra cui un’esecuzione del grandioso “Morte e Trasfigurazione”. Non mancano altre iniziative per ricordare chi aveva “Hofbusenschangle”- “sempre in seno imperiale” poiché l’Imperatore tedesco, pur amandone la musica, lo considerava “una serpe in seno” per il carattere “indecente” di alcune sue opere. Lo erano? Forse sì, se lette con gli occhiali bigotti della Corte Guglielmina. Strauss, uomo di rara avvenenza e d’enorme successo, corteggiatissimo dalle belle donne di tutto il Vecchio Continente, era credente e fedele: il matrimonio è centrale in tutte le sue opere (“Die Frau ohne Schatten” è un’apoteosi dell’amore coniugale coronato dalla procreazione di figli) e scrisse e compose una deliziosa commedia in musica autobiografica (“Intermezzo”) sulla gelosia della moglie di un direttore d’orchestra super-corteggiato ma leale alla sposa.
A Strauss ed al declino dell’Europa vecchia visto attraverso il “Der Rosenkavalier”, “Il Dom” ha dedicato un intervento l’8 novembre 2008 (Matteo, verifica; forse era il 15 nov).Prendendo spunto da “Ariadne” in scena a Genova sino al 28 febbraio e da due opere raramente rappresentate in Italia (“Die Ägyptische Helena” ed “Arabella”) colte a Berlino ed a Francoforte (nell’ambito dei due dei tanti festival organizzati in Germania per la ricorrenza) vediamo come Strauss lesse l’approssimarsi della fine della democrazia. La prima (di cui esistono due versioni rispettivamente del 1912 e del 1916) corrisponde al suicidio dell’Europa (la prima guerra mondiale); le altre due (rispettivamente del 1928 e del 1933) al tramonto della borghesia in Germania.
Coproduzione tra Teatro Carlo Felice di Genova, Teatro dell’Opera di Atene e Opera di Oviedo, l’”Arianna” genovese propone un cast di specialisti, tra i quali spiccano l’attore Franz Tscherne nel ruolo recitato del Maggiordomo, Vesselin Stoykov in quello del Maestro di Musica, Elena Belfiore in quello del Compositore, Warren Mok in quello di Bacco, Oksana Dyka in quello di Arianna, Elena Mosuc in quello di Zerbinetta. Sul podio, Juanjo Mena, rende la preziosità di una scrittura in cui l’orchestra è un raffinato giocattolo cameristico di 36 strumenti. Il regista Philippe Arlaud punta sul teatro totale, giocando su forme architettoniche curvilinee e sull’utilizzo di suggestive visualizzazioni. Nella versione del 1916 dell’opera, la satira alla borghesia, centrale all’edizione del 1912, passa in secondo piano. Il vero elemento fondante è la vittoria di Eros su Tanatos, capovolgendo l’assunto classico e romantico della vittoria del secondo sul primo. In “Ariadne” Eros, nel “Prologo” configge la “Dea Musica”, e nel resto dell’opera trascina la virtuosa Arianna tra le braccia di Bacco.
Nelle “settimane straussiane” della Duetches Oper Berlin si alternano sette titoli tra cui due nuovi allestimenti. “Die Ägyptische Helena” è una nuova produzione firmata da un regista italiano relativamente giovane (Marco Arturo Marelli) tra i più noti in Europa e negli Usa. Dopo la guerra di Troia, Menelao vuole passare a vie di fatto con Elena (che lo ha tradito con Paride - e non solo). La trova in Egitto, dove viene persuaso che a Troia era giunto un simulacro (oggi si direbbe un clone) della bella, la quale invece lo attendeva da dieci anni castamente. Dopo una travolgente notte d’amore, Elena riprende le vecchie abitudini; mentre Menelao sonnecchia, lo tradisce con un beduino. Nuova ira dello sposo, che viene convinto di avere fatto (lui) un sogno erotico; si riappacifica con la moglie alla vista della loro dodicenne figliola (concepita prima della guerra di Troia). Naturalmente, c’è più di un pizzico di Freud e molta ironia sul perbenismo borghese alla vigilia della Grande Depressione. Il dialogo è scintillante, la partitura lussureggiante. Marco Arturo Marelli trasporta la vicenda alla fine degli Anni Venti in una “maison de plaisir” al Cairo. Andrew Litton dà una lettura briosa della partitura. Robert Chalin (Menelao) è un tenorone eroico che prende in giro dei tenori wagneriani, tanto robusto (nel canto e nell’aspetto) quando credulone. La giovane Ricarda Merberth è una Elena sensuale e dal vasto registro vocale. Eccezionale Laura Aikin (di casa alla Scala ed al Maggio Fiorentino) per come è transitata da soprano di coloratura a soprano lirico puro con un fraseggio chiarissimo in un ruolo terrificante per durata e equilibrismi vocali. Ancora una volta, il significato: nel declino di una classe dirigente, pare restare solo la famiglia (od il suo simulacro).
“Arabella” è una commedia lirica con “il bazar sublime d’ogni possibile ed impossibile impegno vocale” (lo scrisse Fedele D’Amico) di uno Strauss quasi settantenne. Una famiglia sull'orlo della bancarotta che, nella Vienna sconfitta degli anni immediatamente successivi alla guerra austro-prussiana, gioca le ultime carte puntando su di un buon matrimonio della figlia Arabella. Per questa ragione la sorella piu' giovane, in attesa che un ricco cavaliere si presenti, e' costretta a vivere travestita da ragazzo. Nasce in questo modo un equivoco sul quale si fonda l’intreccio che si conclude con un lieto fine e con una musica del tutto innovativa: un organico ristretto, addio per sempre ai wagnerismi , nessuna concessione alla dodecafonia, una scrittura (scrive Mario Bortolotto) fatta di “schegge e tessere sonore” che “scorrono , riapparendo in momenti del tutto imprevedibili” in cui anche i ritmi di danza hanno una funzione importante.
L’allestimento di Francoforte (coprodotto con il Teatro Reale di Götegorg in Svezia) trasferisce la vicenda ai giorni d’oggi: la crisi è quella finanziaria, il mondo che sta sparendo è quello della finanza à go-go. Una scena unica con pareti mobili. Il bianco e nero è di rigore; si staglia sul resto il magnifico abito da sera azzurro della protagonista. Una regia efficace di Christof Loy. Una direzione musicale cesellata di Sebastiane Weigle. Un cast giovane con voci stupende; Anne Schwanewilms è un Arabella di grande avvenenza fisica e vasta estensione vocale, Robert Hayward (Mandryka) un vero baritono di agilità, Alfred Reiter e Helena Döse i genitori decaduti della protagonista e di sua sorella.

venerdì 27 febbraio 2009

“LUCIA” (QUASI) INTEGRALE E CONTROVERSA. Milano Finanza 27 febbraio

“Lucia di Lammermoor” di Gaetano Donizzetti è una delle opere più amate dal pubblico. L’edizione approdate al Regio di Parma da più di un lustroi. L’edizione, la cui “prima” è stata giovedì 19 settembre e le cui repliche si estendono sino al primo marzo (prima di riprendere a viaggiare), viene dal Teatro Lirico di Cagliari. “Lucia” rappresenta un anello di transizione essenziale dal melodramma di inizio Ottocento a quello verdiano. Da un lato, l’orchestra evoca l’atmosfera delle brume scozzesi in un notturno quasi infinito . Da un altro, le parti vocali richiedono grande maestria: vennero scritte per Gilbert-Louis Duprez, il tenore che ha inventato il “do di petto”, Fanny Persiano, un soprano, al tempo stesso, dalla vocalità leggera e dalla coloratura raffinatissima, e Domenico Coselli, baritono agilissimo. Nelle edizioni in circolazione (anche in quella recente di Roma) vengono operati tagli copiosi principalmente nei ruoli maschili e la vocalità della protagonista, inoltre, viene portata a soprano drammatico. I tagli hanno l’effetto di imperniare tutta l’opera su Lucia, dimenticando che si svolgono due azioni parallela: una tra i quattro uomini (Edgardo, Enrico, Arturo e Raimondo) e l’altra tra l’aspro mondo maschile (dove le fanciulle, pure le sorelle, sono oggetto di compravendita) e quello della fragile Lucia, tanto debole da diventare assassina e pazza non appena l’uomo a cui è stata venduta (Arturo) si abbassa i pantaloni per avere ciò che ha pagato. La “Lucia” di questa edizione (regia, scene e costumi di Denis Krief) è quasi integrale e si svolge in una Scozia atemporale e marina (i costumi sono di metà Novecento- forse il periodo della guerra di Spagna data la foggia delle uniformi).
Parte del loggione del Regio di Parma non ha apprezzato questo stacco da una tradizione che vuole “Lucia” non solamente opera “femminile” ma anche chiaramente incastrata in un Seicento di maniera. A mio avviso, la lettura di Krief legge correttamente il dramma a due livelli dell’opera e propone una messa in scena che può avvicinarlo al pubblico più giovane. Qualche protesta ha avuto anche la direzione serrata, quasi novecentesca, di Stefano Ranzani, maestro concertato più adatto al tardo ottocento ed al novecento che al melodramma donizettiano. La protagonista è una delle migliori belcantiste su piazza, Desirée Mancatore; si è meritata tutti gli applausi ricevuti. Ottimo Stefano Secco corso a sostituire un collega ammalato e a dare voce e corpo alla difficile parte di Edgardo. Di buon livello, Gabriele Viviani (Enrico), Carlo Cigni (Raimondo) e Francesco Marsiglia (Arturo).

LA CRISI FINANZIARIA MINACCIA L’UE PIU’ DI QUANTO POSSA PENSARE L'Occidentale 27 settembre

Quando, domenica primo marzo 2009, i Capi di Stato e di Governo dell’Unione Europea (Ue) si incontreranno a colazione nel piuttosto anonimo palazzone Justus Lipsius (un filologo ed umanista fiammingo del XVI secolo) per una seduta straordinaria del Consiglio Europeo, il loro obiettivo sarà quello di tentare di forgiare una posizione comune prima di presentarsi al resto del mondo alla riunione del G20 in programma il 2 aprile a Londra. I “quattro grandi” dell’Ue (Francia, Germania, Gran Bretagna, Italia) hanno svolto il loro compitino preparatorio con una colazione di lavoro la domenica precedente a Londra: ne è uscito un invito forte a chiaro a favore di una nuova regolazione internazionale- di cui sarebbe elemento servente una riforma del Fondo monetario, Banca mondiale, Financial Stability Forum ed un’altra mezza dozzina di organizzazioni internazionali. La posizione dei “quattro” è, senza alcun dubbio, utile poiché traccia una prospettiva ed indica una direttiva per i 27 – prospettiva e direttiva molto più chiare e molto più lineari da quelle che si deducono dal “Messaggio sullo Stato dell’Unione” presentato all’inizio della settimana dal Presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, al Congresso. Data la sua posizione nella comunità internazione, l’Ue ha senza dubbio un dovere, prima ancora che un titolo, a presentare i lineamenti di un percorso per uscire dalla crisi. Specialmente se, in materia, gli Usa obamiani sono contradditori, e guardano più ai loro problemi interni che al resto del mondo.
La colazione di lavoro – ci auguriamo, per i 27 Capi di Stato e di Governo, che i cuochi vengano dal raffinatissimo “La Maison du Cigne”, da lustri il miglior ristorante di Bruxelles (e dell’Europa)- dovrebbe servire ai Capi di Stato e di Governo per riflettere su un tema poco dibattuto: la crisi finanziaria sta minacciando l’Ue in quanto Unione oltre che i singoli Stati, alcuni settori (quello dei servizi finanziari in primo luogo, ma anche il manifatturiero), l’economia reale in senso lato e l’occupazione.
La crisi è una mina per le istituzioni dell’Unione. Proprio mentre i “grandi” a Berlino delineavano una strategia di regolazione “mondialistica” (e si mostravano contrari a nazionalizzazioni bancarie, ed a “bad banks” sia nazionali sia multilaterali) dai cassetti della Commissione Europea bozze di direttive che invece prevedevano proprio nazionalizzazioni bancarie e “bad banks”. La Gran Bretagna, a Berlino, si è mostrata uniti agli altri “grandi”; a Londra, a Washington ed a Bruxelles, invece, sfoggia (ed a volte ostenta) posizioni “atlantiche” in tema di nazionalizzazioni e “bad banks”. Quindi, in seno al Consiglio Europeo neanche i quattro “grandi” sono uniti; e c’è chi fa due parti in commedia. Inoltre, all’Ecofin nessuno ha ripreso in mano il dossier dal “rapporto Lanfalussy” del dicembre 2007, che contiene suggerimenti operativi concreti per rimettere ordine nel groviglio di regolazione e vigilanza in materia di servizi finanziari tra i 27 Stati Ue; un percorso verso un riordino (se non è fattibile effettuare almeno i primi passi del riordino) è indispensabile per mostrare che l’Ue è in grado di parlare con una sola voce (o almeno all’unisono) al G20 oppure in altre sedi dove si tenta di tamponare e, se possibile, curare la crisi. Ove ciò non bastasse, l’architettura tratteggiata dai quattro “grandi” e la riforma di Fondo monetario, Banca mondiale e via discorrendo non sfiora il nodo che da dieci anni blocca analoghi piani di riassetto: in tali sedi, l’Ue avrà un seggio a titolo di Unione? Oppure Francia, Germania e Gran Bretagna conserveranno, in perpetuità, i loro seggi permanenti (da cui spesso emergono posizioni differenti) e l’Unione sarà una sorta di “fantasma dell’opera”? E l’Italia dovrà accontentarsi di uno strapuntino a mezzadria con Polonia, Grecia, Cipro, Malta e via discorrendo? In aggiunta, ci sono una varietà di problemi immediati che riguardano i Paesi neocomunitari , alcuni indebitatisi sino al collo con titoli spazzatura nell’euforia di correre dal piano al mercato. Alcuni (Ungheria) pensano di risolverli con un ingresso accelerato nell’unione monetaria: l’euro farebbe da corazza socializzando il debito con gli altri membri del club (ma questi ultimi sono d’accordo?). Altri (Lettonia) progettano di dichiarare fallimento (come l’Islanda)- una mossa che, bene o male, inficerebbe la credibilità dell’Unione tutta. Dato che la crisi (sia finanziaria sia economica) morde soprattutto in Europa centrale ed orientale – l’allargamento frettoloso tanto voluto da Romano Prodi - , per tamponarne questo o quello aspetto si sono caricate la Banca europea per gli investimenti (Bei) e la Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo (Bers) con una marea di compiti nuovi (che non paiono fare parte di un programma organico e senza che Bei e Bers abbiano le risorse, soprattutto, in personale per svolgerli); Bei e Bers rischiano di finanziare operazioni avventati con danni collaterali al loro prestigio che minacciano di durare a lungo.
Un invito ai convitati: tra un “homard” ed una “crème patissère” riflettete su questi temi.

FONDAZIONI LIRICHE : I FANTASMI DELL’OPERA, Il Velino 27 febbraio

Nel mondo della lirica italiana sembra si aggirino fantasmi: quattro dei maggiori teatri (Scala, Opera di Roma, Accademia di Santa Cecilia, Teatri del Maggio Musicale Fiorentino) hanno lasciato l’Anfols (l’associazione delle 14 fondazioni lirico sinfoniche), di cui è stato appena nominato Presidente Salvatore Tutino (musicista di rango, noto in Italia ed all’estero ma non con una grande fama di manager – dato che al Teatro Comunale di Bologna, di cui è Sovrintendente, gran parte del personale si è espresso,di recente, contro di lui. Tre delle 14 fondazioni (San Carlo di Napoli, Arena di Verona, Carlo Felice di Genova) sono commissariate; sembra stia scivolando verso il commissariamento anche il Comunale di Bologna. Da alcuni giorni si parla di commissariamento pure per il Teatro dell’Opera di Roma.
La vicenda del teatro della capitale è difficilmente comprensibile. Dopo anni di disavanzi ed aumento del debito, negli ultimi dieci anni, con la guida dell’attuale Sovrintendente, si è tornati non solo a pareggio ma anche ad attivi di bilancio, di cui hanno scritto pure quotidiani economico-finanziari come “Il Sole-24 Ore”, “Italia Oggi” e “Milano Finanza” (oltre che alcuni dei principali giornali stranieri). Il 2009 presenta un preventivo in disavanzo (non è chiaro se si tratti di 5 o di 10 milioni di euro) a ragione – come per le altre fondazioni liriche- delle riduzioni apportate al Fondo unico per lo spettacolo (Fus). Ad esempio, per tentare di fare fronte alla situazione, a Bologna sono stati appena eliminati due allestimenti ed il Maggio fiorentino realizzerà un programma quasi dimezzato rispetto a quanto annunciato. Per Roma, il 2009 sarebbe dovuta essere la stagione della svolta con un cartellone da fare invidia ai maggiori teatri europei. Difficile pensare che, cambiando cavallo e carrozza all’inizio dell’anno, la situazione possa migliorare; è verosimili che chiunque sia alla guida del teatro dovrà, come peraltro già effettuato da altre fondazioni liriche, aggiustamenti al programma annunciato, salvaguardando gli spettacoli di maggiore importanza e quelli in abbonamento. Indubbiamente, se ci dovrà essere un cambiamento, l’esperienza di chi ha gestito l’istituzione negli ultimi dieci anni (risanandola), sarà di grande aiuto ad un eventuale successore.
Non è questa la sede per approfondire le ragioni dei fantasmi che si aggirano sui teatri italiani d’opera, mentre non si agitano (almeno con la stessa virulenza) su quelli di altri Paesi. Le determinanti sono state studiate in sede scientifica. E’ triste che “la musa bizzarra ed altera” (così è stata chiamata l’opera lirica da uno studioso tedesco), nata in Italia come prodotto che ha portato la lingua italiana in tutto il mondo, stia languendo (e rischiando di morire) proprio nel nostro Paese.
Ci sono rimedi. Il Fus finanzia circa 400 soggetti. Soltanto nel settore musicale, oltre alle 14 fondazioni lirico-sinfoniche ed ai 28 “teatri di tradizione”, supporta 160 associazioni filarmoniche. In Francia i soggetti coinvolti sono meno della metà. In Germania, il sostegno è responsabilità dei Länder e dei Comuni che fanno a gara a chi ha i programmi migliori. In Austria un fondo analogo dedicato, però, solo ai 4 teatri d’opera di Vienna ed al Festival di Salisburgo ha una dotazione pari a quattro volte quella del Fus. Inoltre, il Fus potrebbe essere integrato dai residui passivi che, da lustri, si registrano in altre aree della gestione dei beni culturali ed ambientali, riallocando le risorse da chi rischia l’interruzione delle attività a chi ha invece poca capacità di spesa. Occorre, poi, premiare l’efficienza, non ripartire a pioggia o ancore peggio incoraggiare chi spende in modo poco accorto. Anche con le regole in vigore ci sono fondazioni che producono molto e bene e che sono sostanzialmente sane sotto il profilo finanziario, mentre altre fanno acqua. A Milano e Torino ci sono importanti soci privati. A Roma, il Comune sostiene molto il Teatro e i privati sono entrati a ragione dell’ampiezza e della qualità della produzione. Il Massimo di Palermo, nel 2002 aveva un disavanzo di 13 milioni d’euro ed uno stock di debito di 26 milioni d’euro; il debito è stato ripianato tramite un mutuo (da rimborsare su un periodo di 20 anni). Una politica artistica basata su co-produzioni con i maggiori teatri italiani ed esteri, e presentazione di “prime” assolute per l’Italia, nonché ferree economia di gestione e l’aumento di rappresentazioni e di presenze, ha riportato in utile netto i consuntivi degli ultimi tre esercizi.
La “premialità” per chi gestisce bene deve essere accompagnata da un cartellone nazionale con forti risparmi negli allestimenti e nei cachet degli artisti, evitando che ciascun teatro miri a mini-festival. Gli allestimenti (scene e costumi) incidono sul 5% della spesa ma gli artisti (cantanti direttori d’orchestra) accetterebbero “cachet” più bassi se (come avviene in gran parte del mondo) venissero scritturati non per 5 repliche di “Tosca” ma per 30 in vari teatri di una Penisola il cui pubblico (tranne pochi appassionati) non viaggia da un teatro ad un altro.
Per l’Italia, dove 400 anni fa è nato il teatro in musica, perdere la lirica vorrebbe dire rinunciare ad una parte importante del patrimonio nazionale. Guardando a più lungo raggio, le soluzioni possibili sono le seguenti:
Una revisione drastica della normativa sulle fondazione che comporti un ripensamento del loro status giuridico ed una riduzione del loro numero (eliminandone un paio o per eccessiva contiguità territoriale con altre o perché hanno masse artistiche- orchestra, coro- qualitativamente al di sotto della media di buoni teatri europei).
Imporre per legge una gestione delle fondazioni restanti basata sul binomio cooperazione-competitizione. Cooperazione vuole dire dare vita ad un cartellone nazionale con forti risparmi negli allestimenti e nei cachet degli artisti ed evitare che ciascuna fondazione miri a stagioni simili a mini-festival autoreferenziali. Competizione vuole dire premiare le fondazioni che, in base ai risultati di biglietteria e le valutazioni tecniche di una commissione internazionale, sappiano coniugare consuntivi in pareggio ed alta qualità.
Trasferire, nell’ambito del federalismo, alle Regioni “i teatri di tradizione”, i l”lirici sperimentali”, le “scuola d’opera” e simili. Gli eletti regionali decideranno se dare priorità al patrimonio lirico nazionale od alle fiere del carciofo gigante. Ed i loro elettori li giudicheranno.

martedì 24 febbraio 2009

“Arabella” ossia l’incanto dell’amore, Il Velino 24 febbraio

Roma, 24 feb (Velino) - Nel febbraio 1992, recensendo l’ultima messa in scena in Italia di “Arabella”, alla Scala nell’ambito di una tournée dell’Opera di Monaco, l’allora critico musicale del Corriere della Sera Duilio Courir parlò di “incanto dell’amore”. Un giudizio azzeccato, mentre ancora oggi c’è chi, a proposito di questa magnifica commedia lirica con “il bazar sublime di ogni possibile e impossibile impegno vocale” (come scrisse Fedele D’Amico), parla di “Sklerosenkavalier” se non di “Prostatenkavalier”. Non mancano alcune assonanze tra il “Rosenkavalier” del 1911 e “Arabella” che è del 1933. Richard Strauss era quasi settantenne quando, dopo un lungo periodo di gestazione e la morte del poeta-librettista-coautore Hugo von Hofmannsthal, la “commedia lirica in tre atti” andò in scena. Ciò non toglie che “Arabella” sia forse la commedia in musica più deliziosa del Novecento, indubbiamente quella che meglio tratteggia l’innamoramento di un quarantenne per una ventenne in un contesto storico di crisi politica ed economica (l’Austria battuta dalla Prussia nel 1866).

Per questo motivo e anche perché così raramente rappresentata in Italia, merita una citazione particolare nel vasto menu delle opere straussiane in programma all’Opera di Francoforte in occasione dei 60 anni dalla morte del compositore. La vicenda è a metà strada tra nostalgia e commedia dei sentimenti. La storia è quella di una famiglia sull'orlo della bancarotta che nella Vienna degli anni immediatamente successivi alla guerra austro-prussiana, periodo quindi di incertezza politica e di dissesti finanziari, gioca le ultime carte puntando su un buon matrimonio della figlia Arabella per salvare una situazione assai compromessa. Per questa ragione la sorella più giovane, in attesa che un ricco cavaliere si presenti per Arabella, è costretta a vivere travestita da ragazzo. Nasce in questo modo l'equivoco sul quale si fonda lo svolgimento degli accadimenti scenici.

Uno svolgimento da teatro leggero, trattato con grande eleganza dalla penna di Hofmannsthal, si conclude con il lieto fine. Il cavaliere è un maturo gentleman from overseas, ricco possidente terriero e industriale di quella Croazia allora considerata dai viennesi ai confini del malmesso impero. Arabella ha corteggiatori tra aristocratici più o meno spiantati (un tenore, un baritono e un basso) della capitale, ma con il croato Mandryka è amore a prima vista. Una passione turbata da una serie di equivoci sorti a causa del “giovanotto”, cioè la sorella di Arabella travestita, in casa e nella stanza da letto, nonché da una serata un po’ folle del quarantenne al night club. Ma si risolve tutto in maniera dolce. E con una musica del tutto nuova e innovativa per un settantenne come Strauss, senza dubbio in pieno vigore: un organico ristretto, privo definitivamente dei “wagnerismi” (a cominciare dai leitmotive), senza concessioni alla dodecafonia che allora cominciava a fare strada, con una scrittura, scrive acutamente Mario Bortolotto nel suo recente saggio su Strauss, fatta di “schegge e tessere sonore” che “scorrono, riapparendo in momenti del tutto imprevedibili”, in cui anche i ritmi di danza (valzer lento, polacca, valzer brillantissimo) hanno una funzione importante.

L’allestimento di Francoforte (coprodotto con il Teatro Reale di Göteborg in Svezia e che speriamo sia portato in Italia da qualche sovrintendente intelligente) trasferisce la vicenda ai giorni d’oggi: la crisi è quella economica, il mondo che sta sparendo è quello della finanza allegra. Una scena unica con pareti mobili che aprono e chiudono i vari ambienti. Il bianco e nero è di rigore. Si stacca e staglia sul resto il magnifico abito da sera azzurro della protagonista. Una regia efficace di Christof Loy. Una direzione musicale cesellata di Sebastian Weigle. Un cast giovane con voci stupende: Anne Schwanewilms è un Arabella di grande avvenenza fisica e vasta estensione vocale, Robert Hayward (Mandryka) un vero baritono di agilità, Alfred Reiter e Helena Döse i genitori decaduti della protagonista e di sua sorella.

Molto bravi tutti gli altri componenti, in gran misura della compagnia stabile dell’Opera di Francoforte. Teatro stracolmo a prezzi accessibili; molti giovani in sala; si replica sino a marzo, poi, dall’anno prossimo, va in repertorio con quattro-dieci repliche ogni anno sino a quando lo spettacolo piacerà al pubblico. Nel mondo della lirica italiana si usa criticare il “teatro di repertorio” accusandolo di scarsa qualità, dal momento che maestri concertatori e artisti devono passare da un’opera all’altra di autori e stili differenti. Questa “Arabella” è un’ulteriore smentita che una stagione con pochi titoli, con la pretesa di essere un mini-festival, non possa condurre a un successo finanziario e artistico.

Sessant'anni fa moriva il compositore tedesco Strauss , FFwebmagazine del 24 febbraio

In Italia passano quasi inosservati i 60 dalla morte di Richard Strauss. Mentre l´anno scorso, in quasi tutti i nostri maggiori teatri sono state rappresentate opere del compositore (uno dei maggiori autori del teatro in musica del Novecento), nel 2009 unicamente il Teatro Carlo Felice di Genova mette in scena un suo lavoro per la scena - Ariadne auf Naxos. Ha debuttato il 17 febbraio e le repliche proseguono sino al 28febbraio. Non mancano concerti celebrativi delle maggiori formazioni sinfoniche; ad esempio, all´Accademia di Santa Cecilia ha appena eseguito la Sinfonia delle Alpi ed al Lingotto l´Orchestra Nazionale Rai farà ascolatre in aprile Morte e Trasfigurazione. Tutti i principali teatri tedeschi, invece, hanno veri e propri festival straussiani che si estendono per l´intera stagione.

Strauss amava specialmente le voci femminili. I protagonisti delle sue opere sono spesso donne - le più note sono Salomé, Elektra, la Marescialla del Rosenkavalier. Ariadne è incentrata sul confronto tra Arianna che, abbandonata da Teseo, vuole suicidarsi e la teatrante Zerbinetta che, invece, la convince a trovarsi un altro amante. Pure due opere, raramente rappresentate in Italia (Die Ägyptische Helena e Arabella) ma di cui si possono apprezzare nuovi allestimenti a Berlino e Francoforte, sono imperniate su donne. E su donne molto novecentesche, nonostante la prima si svolga ai tempi omerici e la seconda subito dopo la sconfitta (nel 1866) degli austriaci da parte dei prussiani. Elena tradisce ripetutamente Menelao (prima, durante e dopo la guerra di Troia) ma, aiutata dalle amiche, lo convince ad essergli rimasta castamente fedele. La giovane Arabella rimette in senso le scassate finanze della famiglia innamorandosi di un ricco quarantenne croato e facendogli perdere la testa alla follia. Un tratto comune dei tre allestimenti è che l´intreccio è attualizzato: le peripezie di Arianna e di Arabella sono portate ai giorni nostri (in Arabella si respira la crisi finanziaria mondiale) e le vicende di Elena in una maison de plaisir nella Cairo nel 1930 o giù di lì. Coproduzione tra Teatro Carlo Felice di Genova, Teatro dell´Opera di Atene e Opera di Oviedo, nel cast di Arianna spiccano Elena Belfiore in quello del Compositore, Warren Mok in quello di Bacco, Oksana Dyka in quello di Arianna, Elena Mosuc in quello di Zerbinetta. Sul podio, Juanjo Mena, rende bene la preziosità di una scrittura in cui l´orchestra è un raffinato giocattolo cameristico di 36 strumenti.

Nella Helena alla Duetches Oper di Berlino, il regista Marco Arturo Marelli punta su di un pizzico di Freud e molta ironia sul perbenismo borghese. Andrew Litton dà una lettura briosa della partitura. Robert Chalin (Menelao) è un tenorone eroico che prende in giro i tenori wagneriani, tanto robusto quando credulone. La giovane Ricarda Merberth è una Elena sensuale e dal vasto registro vocale. Eccezionale Laura Aikin (di casa alla Scala ed al Maggio Fiorentino). Nell´allestimento di Arabella a Francoforte (coprodotto con il Teatro Reale di Göteborg in Svezia), il bianco e nero è di rigore; si staglia sul resto il magnifico abito da sera azzurro della protagonista. Regia efficace quella di Christof Loy, cesellata la direzione musicale di
Sebastiane Weigle. Un cast giovane; Anne Schwanewilms è un Arabella di grande avvenenza fisica e vasta estensione vocale, Robert Hayward (Mandryka) un vero baritono di agilità, Alfred Reiter e Helena Döse i genitori decaduti della protagonista.

SPORTELLI DI STATO, SI MA A TRE CONDIZIONI, Libero del 24 febbraio

SPORTELLI DI STATO, SI MA A TRE CONDIZIONI


I “vertici” non finiscono mai; si susseguono al ritmo di uno la settimana, dando l’impressione che i “grandi” siano un rissoso condominio alle prese con i lavori di manutenzione straordinaria dell’immobile. La metafora ha un fondo di verità: i vari “Gqualcosa” sanno che l’economia e la finanza mondiale sono in gravi difficoltà e che – eloquenti le stime del 20 febbraio da parte dei 20 maggiori istituti econometrici privati internazionali (neanche uno è italiano) – ci resteranno a lungo. Ma l’eccesso di vertici e supervertici, ormai relegati nelle pagine interne dei quotidiani ed in coda ai notiziari televisivi, danno al pubblico “at large” l’impressione che si sia alle prese con un gruppo di malcapitati che non sanno dove andare a parare.
Tanto più che di tanto in tanto escono, dalle loro concitate riunioni, informazioni curiose: come quella della possibile nazionalizzazione “en masse” delle banche. Chiunque abbia seguito anche un corso per principianti di teoria economica dell’informazione e dell’informazione sa che in questo modo si terrorizzano individui, famiglie ed imprese. Martin Weitzman e William Nordhaus – ossia due che se ne intendono – hanno formulato, a riguardo, il “dismal theorem” (ossia il “teorema della tristezza”) – chi ne vuole una sintesi legga il Cowles Foundation Discussion Paper N. 1686, disponibile gratis on line - in base al quali si diventa eccessivamente prudenti di fronte ad eventi che hanno poche probabilità di realizzarsi ma che, se si verificano, hanno conseguenze vastissime (per i portafogli di molti).
Gli sherpa dei “grandi” – a cui Paolo Savona ha dedicato un bel manualetto (“Il governo dell’economia mondiale- Dalle politiche nazionali alla geopolitica: un manuale per il G8” Marsilio, Formiche 2009)- dovrebbero, ogni mattina, con le loro preci, rileggere i lavori di Weitzman e Nordhaus per contenere il proliferare di “news” che, anche se ispirate alle migliori intenzioni, creano danni. Dato che nel ricco e variopinto convoglio di accompagnatori dei “grandi” tra maggiordomi, cuochi e barracuda-esperti ci sono anche economisti, questi ultimi dovrebbero portare all’attenzione dei loro “superiori” un lavoro appena prodotto dal Fondo monetario (e di cui nessuno pare essersi accorto): il Working Paper N. 08/224 (lo danno gratis a chi lo richiede) “Sistemic Banking Crises: a New Database”. E’ uno studio che copre il periodo 1970-2007 e fornisce dati dettagliati relativi a 42 episodi di crisi bancarie di vaste proporzioni (e dei loro nessi con crisi valutarie e crisi del debito estero).E’ l’analisi più completa al giorno d’oggi; non tratta il 2008, ma per gli ultimi 12 mesi siamo alla cronaca non all’analisi statistica ed economica. Il vostro “choniqueur” ne ricava la netta impressione che le nazionalizzazioni delle banche (quando non chieste per ragioni puramente politiche – ad esempio dalla sinistra nel primo Governo Mitterand, all’inizio degli Anni 80)- hanno funzionato solamente quando si sono verificate queste tre condizioni: a) operazioni rigorosamente “a termine”; b) in Paesi ad alto tasso di risparmio; c) in Paesi con una pubblica amministrazione all’avanguardia, molto efficiente e ben formata in economia e finanza. Sono le condizioni delle “nazionalizzazioni temporanee” realizzate in Svezia e Giappone per smaltire “insolvenze” accumulatesi a cavallo tra la fine degli Anni 80 e l’inizio degli Anni 90. Tali condizioni non esistono in gran parte dei Paesi Ocse, men che meno in Italia, dove , per mutuare il titolo da un libro della Banca mondiale, di alcuni anni fa, non solamente – come sottolinea l’Abi- non solo non esistono i presupposti minimi (in termini di conti economici e di stato patrimoniale degli istituti) per la nazionalizzazione ma c’è il fantasma dei “beaurocrats in business” (di rimettere i burocrati, spesso digiuni delle cognizioni di base di economia e finanza) nelle stanze dei bottoni degli istituti (con esiti che potrebbero essere disastrosi, come lo furono sino ad un quarto di secolo fa). Anche in Francia la situazione è migliore di quanto non sembri scorrendo velocemente i nostri giornali: si legga “L’exception bancarie” sul blog dell’economista e banchiere socialista Jean Peyrelevade “La refondation du capitalisme”.
Ciò non vuol dire che in alcuni Paesi – quelli dove le banche hanno più spesso utilizzato “veicoli speciali” per fare finanza derivata eludendo la vigilanza – l’intervento pubblico a sostegno di questo o quello istituto – un totale di 400 miliardi di dollari – sia stato tale da richiedere la presenza dello Stato nella loro gestione sino al risanamento: i casi principali si sono verificati in Gran Bretagna, Stati Uniti, Germania e Belgio (Paesi le cui banche avevano un tempo la fama di sapere coniugare innovazione con prudenza). Ciò ha una conseguenza importante per gli sherpa: un’eventuale “bad bank” multinazionale (se ne parla, se ne parla……) dovrebbe avere un perimetro limitato e chiaramente delimitabile. Tanto più che dall’ultimo numero di “Economic Affaire” con tono tra l’icastico e l’iconoclastico, Terry Arthur afferma (in “Banking on Socialism”) che sono già “socialisti” tutti i Paesi (tra cui l’Italia) la cui banca centrale è nazionalizzata. Aggiunge olio sul fuoco, sullo stesso numero di “Economic Affaire”, Philip Booth: non esistono, in finanza, imperfezioni e fallimenti del mercato, ne esistono (e tanti) degli uomini- sono questi da contenere, facendo funzionare bene il mercato.

lunedì 23 febbraio 2009

NASCE LA TEORIA ECONOMICA DEL GIORNALISMO E SPUNTA L’IDEA DI TRASFORMARE I GIORNALI IN FONDAZIONI PER SALVARLI, Il Foglio 24 febbraio

NASCE LA TEORIA ECONOMICA DEL GIORNALISMO E SPUNTA L’IDEA DI TRASFORMARE I GIORNALI IN FONDAZIONI PER SALVARLI
Giuseppe Pennisi
I guai del giornalismo su carta stampata (in un’epoca di pubblicità calante e di acuita concorrenza da altri media) non sono minori negli Usa che in Europa ed in Italia. Negli ultimi cinque anni, il margine operativo lordo di The Washington Post ha segnato una flessione del 25% e quello del New York Times (che ha acceso un’ipoteca sulla propria sede) del 50%. Il Chicago Tribune, il Los Angeles Times ed altre sei testate un tempo importanti hanno dichiarato fallimento. Sono state effettuate riduzione drastiche d’organico e chiusi gran parte degli uffici di corrispondenza, soprattutto all’estero. In questo quadro, David Swensen, direttore della finanza alla Università di Yale, e Michael Schmidt, docente di finanza aziendale, hanno formulato una proposta non banale: dato che la carta stampata è essenziale alla democrazia (ne è il vero e proprio sale, secondo quanto scritto da Thomas Jefferson nel lontano 1787) trasformiamo la natura economica dell’editoria – da un settore industriale diretto all’utile d’impresa ad un comparto come le fondazioni non-profit (analogo alle università private , negli Usa ed altrove) il cui stock di capitale sia una dotazione, fornita da filantropi (agevolati da esenzioni tributarie) e le cui finalità siano quelle di fornire informazioni ed analisi (se si vuole pure di tendenza) ma svincolate dalle esigenze di breve periodo di rispondere a questa od a quella lobby, od a questo o a quel partito politico, per pubblicità, per acquisti d’abbonamenti all’ingrosso e per altre facilitazioni. Si tratterebbe di fondazioni svincolate solo in parte dal mercato: così come le università fanno pagare rette (direttamente proporzionali alla loro qualità e reputazione), i giornali andrebbero in edicola e farebbero a gara per il sempre più ridotto mercato pubblicitario. Potrebbero avere sovvenzioni pubbliche dirette a combattere “il morbo di Baumol” (vedi “Il Foglio” del 13 ottobre 2008). In giornali di proprietà di fondazioni non profit , i giornalisti guadagnerebbero in autonomia ed autorevolezza; come per le università, la pubblicità, i lettori e le sovvenzioni correrebbero verso chi è più autorevole. La proposta include un minimo di conti: per un’impresa come The York Times (che costa 200 milioni di dollari l’anno), la fondazione dovrebbe avere una dotazione di 5 miliardi di dollari, cifra elevata ma raggiungibile se raffrontata con le dotazioni delle grandi università.
La proposta potrebbe curare alcune disfunzioni contenutistiche. Ad esempio uno studio recente del Massachussetts Institute of Technology (Nber Working Paper N. w14598) analizza come negli ultimi dieci anni, 35 scandali politici Usa sono stati trattati dalla stampa: quella locale è violentemente di parte, mentre quella nazionale tende ad essere maggiormente oggettiva pur se i quotidiani di orientamento democratica danno maggior rilievo a scandali in cui sono coinvolti politici repubblicani e viceversa. Uno studio, ancora in versione provvisoria, dell’Università di Gottingen (CESifo Working Paper n. 2493) mostra che il fenomeno è generalizzato: l’analisi empirica quantizza come la stampa incide sulla spesa pubblica soprattutto a livello locale – e quindi sulle probabilità di ri-elezione.
E’ dalla Vecchia Europa che viene l’idea che potrebbe rendere vincente la proposta di Swensen e Schmidt. La lanciano, in uno degli ultimi numeri della rivista scientifica tedesca “Kyklos”, Susanne Fenger e Stephan Russ-Mohl (che non citano e non sembrano avere contezza del lavoro di Swensen e Schmidt). L’idea è di costruire una teoria economia del giornalismo, analoga alla teoria economica della democrazia, della politica, delle religioni, dell’arte e via discorrendo: mettendo gli strumenti più recenti della disciplina economica a servizio della professione, si possono curare una serie di malanni (quali l’influenza delle relazioni pubbliche sui media, la vera o presunta leggerezza- oppure l’eccesso- nel trattamento delle informazioni, il giornalismo “da rincorsa”, il giornalismo da “consigliere del principe”) che non hanno giovato al settore e sono anche causa di perdita di lettori e di pubblicità. Sussanne Fenger e Stephan Russ-Mohl tratteggiano quelle che potrebbero essere le basi di una teoria economica del giornalismo da cui scaturirebbero non tanto pandette di regole deontologiche quanto quelle prassi d’effettiva indipendenza, ed autorevolezza, che darebbero corpo alla proposta di Swensen e Schimdt sulle fondazioni.

E’ LA CLASSE MEDIA LA VERA VITTIMA DELLA CRISI MA NON SOLO IN OCCIDENTE , L'Occidentale 24 febbraio

Ogni crisi ha le sue vittime. Della crisi finanziaria ed economica in corso dalla metà del 2007 la prima vittima apparente, in ordine temporale, è stato il variegato mondo di banchieri (ai piani più alti) e di promotori finanziari (a quelli più bassi) colpiti dall’esplosione della “bolla” subprime. Quasi tutti, in un primo momento, hanno perso i premi di produzione. Molti, in un secondo, hanno perso anche il posto. In parallelo, crescevano, soprattutto negli Stati Uniti, altre vittime, per così dire, “immediate” della crisi: coloro che si erano illusi di comprare case (i cui valori sarebbero cresciuti senza cessa) grazie a facilitazioni finanziarie che si sono rivelate veri e propri bidoni; l’ascesa delle valorizzazioni dell’immobiliare si è, dapprima, fermata e, poi, trasformata in una rapida discesa, con molte case nuove di zecca che finivano all’asta pubblica. Successivamente, le vittime della crisi sono parse essere le banche, finite in un gioco più grande di loro: dopo avere creato una vasta gamma di strumenti (mirati a eludere regolazione e, soprattutto, vigilanza) si sono trovate come l’apprendista stregone di Paul Dukas (ancora più noto per la versione cinematografica datane da Wal Disney in uno degli episodi di “Fantasia”); a forza di tentare di essere più furbi del vicino, costrette a non fidarsi le une della altre ed a non avere alcuna certezza sulla consistenza dei loro portafogli, delle loro attività finanziarie ed anche dei loro stessi stock di capitale.
Adesso un dotto paper di Martin Ravallion della Banca Mondiale (World Bank Policy Research Working Paper N. 4816 , disponibile sul sito dell’istituto oppure richiedendolo a mravallion@worldbank.org ) pone l’accento sul fatto che la vera vittima di questa crisi è quella che possiamo definire la classe media dei Paesi in via di sviluppo. Il lavoro statistico di Ravallion definisce “classe media occidentale” dei Paesi emergenti coloro che non sarebbero classificati “poveri” se si seguissero gli standard degli Stati Uniti (in termini di reddito e quel che più conta livello e tipologia di consumi). Sempre secondo i calcoli di Ravallion (ampiamente utilizzati, ma con una certa disinvoltura, in un lungo servizio del settimanale britannico “The Economist”), nel 1990-2002, 80 milioni di uomini e donne dei Paesi in via di sviluppo sono entrati a fare parte della “classe media (di tipo) occidentale” ; un altro 1,2 miliardi di persone tuttavia (quattro quinti in Asia e metà in Cina) sono usciti dalla povertà estrema e diventati elementi della “classe media del Terzo Mondo” che vivono in standard in Europa e negli Usa considerati molto bassi ma che riescono, per la prima volta in millenni, a mettere insieme il pranzo con la cena. Sono un gruppo – dice Ravallion – molto “vulnerabile” dato una persona su 6 nei Paesi in via di sviluppo sopravvive con un reddito tra 2 e 3 dollari Usa al giorno. Al più piccolo fruscio, rischiano di tornare alla povertà estrema.
E’ questa nuova “classe media”, tra l’altro, che è stata il motore dell’export e degli investimenti dall’Europa e dagli Usa verso lande lontane, specialmente, in Oriente (sino a due decenni fa del tutto ignote alle piccole e medie imprese del Vecchio Continente e del Nord America). Secondo Daron Acemoglu del Massachussetts Institute of Technology, la retrocessione di coloro che hanno pensato di essere la nuova “classe media” mette a repentaglio il progresso verso regimi democratici, anche se tentennante, avvertitosi in questi ultimi anni in alcune regioni (dell’Asia ma non solo). Si sa molto poco ad esempio delle tensioni socio-politiche innescate in Cina dalla chiusura (negli ultimi sei mesi) di 20 milioni di posti di lavoro nell’industria manifatturiera e (secondo le notizie che appaiono sulla stampa internazionale) costretti a migrare verso campagne lasciate dai loro padri (ove non dai loro nonni) – dove non c’è occupazione produttiva per chi ha fatto il metallurgico od il chimico anche in quanto la rivoluzione tecnologica ha comportato un aumento delle rese agricole.
E’ un problema unicamente dei Paesi in via di sviluppo e della loro nuova “classe media”? Non ci sono – che io sappia – analisi analoghe a quelle di Ravallion per i Paesi Ocse; ne comparirà probabilmente una nel prossimo “Employment Outlook”, che verrà diramato in giugno. Tuttavia, l’aumento della disoccupazione colpisce principalmente la “classe media” dei Paesi ad alto reddito medio. Nella Penisola, stime della Banca d’Italia stimano in a 2,4 milioni i lavoratori particolarmente “a rischio” in quanto con confratti a termine (di vario tipo e natura) in una fase di domanda calante di beni e servizi e, quindi, di contrazione della produzione e dell’impiego. Acemoglu (lo abbiamo visto) vede nella retrocessione della “classe media” dei Paesi in via di sviluppo una minaccia nel cammino verso la democrazia. Una minaccia analoga nei Paesi Ocse – tanto più che, come sappiamo, la Grande Depressione degli Anni Trenta sfociò, in alcuni Paesi, in totalitarismi. Lascio la risposta ai politologi. Credo, però, che nel mondo occidentale ormai le tradizioni democratiche hanno radici profonde e non saranno messe in pericolo (soprattutto se sapremo ristrutturare i nostri sistemi di welfare). Più complesso formulare ipotesi per i Paesi dell’Europa centrale ed orientale (tra cui alcuni ora appartenenti all’Ue) in transizione dal piano al mercato ed il cui percorso da regimi comunisti alla democrazia non è ancora compiuto, oppure è stato terminato solo di recente.

sabato 21 febbraio 2009

VIAGGIO NELLA SPERANZA .PER LA MUSICA Il Domenicale 21 febbraio


Chi ricorda “Notte e Nebbia”, un documentario di 32 minuti con cui nel lontano 1955 l’allora giovane Alain Resnais aprì la “nouvelle vague” del cinema francese? Era per i nove decimi in bianco e nero, costruito su materiali d’archivio ed imperniato su tre date: 1933 (avvento del nazismo), 1942 (inizio del sistematico genocidio degli ebrei), 1945 (chiusura dell’ultimo lager). Per circa un decimo a colori girato in Polonia durante la preparazione del film. Statiche le immagini in bianco e nero. Inquadrature dinamiche quelle a colori. L'alternanza di bianco e nero e di colore, ed il differente uso della macchina da presa, contrapponeva passato e presente; mentre le immagini si facevano più drammatiche, la musica di commento diventava più dolce. Renais- aveva mutuato il titolo da una parola d’ordine Nacht und Nebel (appunto: notte e nebbia), che avrebbe dovuto significare come della Shoa non sarebbe dovuta restare traccia.

Il breve film di Renais mi è tornato più volte in mente nel corso della tournée dell’Orchestra Sinfonica-Fondazione Roma (Os.Fr) in Germania e Polonia. Non solamente perché la tournée ha comportato un concerto a Cracovia e una visita (da parte di tutta l’orchestra) ai campi di sconcertamento di Auschwitz e di Birkenau. Ma anche in senso metaforico: la musica colta italiana sta per essere avvolta da un manto di notte e nebbia che può essere rotto facendo leva su orchestre giovani e private, avvezze a lavorare non nel mercato dei sempre più esigui contributi pubblici ma in quello, molto più vasto, in cui l’apporto delle pubbliche amministrazioni è ingrediente di un disegno che fa leva sul mecenatismo, sulla biglietteria, sul confronto internazionale.

L’Os.Fr, da molti snobbata quando circa sette anni fa è nata a conclusione di un corso di formazione per giovani orchestrali, il 4 febbraio scorso, alla Philarmonie di Berlino (forse la più autorevole sala di concerti nel mondo, certamente la più prestigiosa in Europa) è stata invitata tra le prime formazioni di una serie di concerti per i 20anni dalla caduta del muro. Francesco La Vecchia ha diretto un concerto ispirato all’amicizia tra Germania ed Italia: nella prima parte, oltre alla notissima sinfonia de “I Vespri Siciliani” di Giuseppe Verdi, tre lavori di Giuseppe Martucci (colore orientale, notturno, tarantella), compositore su cui si è voluto calare una fitta coltre d’oblio; nella seconda parte il poema sinfonico di Richard Strauss (di cui ricorrono 60 anni dalla morte) “Aus Italien”(“All’ Italia). La sala, circa 1800 posti, era gremita. C’è stata una vera e propria “standing ovation”: tutti in piedi come in uno stadio (usanza niente affatto tedesca) a domandare bis. Quindi, l’Os-Fr ha eseguito pure l’”intermezzo” di “Cavalleria Rusticana” di Pietro Mascagni e la parte finale della sinfonia del “Guglielmo Tell” di Giacchino Rossini. I lavori di Martucci e di Strauss sono poemi sinfonici nello stile degli ultimi anni del XIX secolo; quelli di Verdi e Rossini sono inni alla libertà particolarmente adatti alla ricorrenza.

Quando è iniziata l’avventura dell’orchestra, pensare di fare nascere una formazione sinfonica privata con un gruppo di giovani appena usciti dai conservatori, era considerato poco credibile. Pure perché “i ragazzi” ed il loro animatore, Francesco La Vecchia non andavano con il cappello in mano dalle pubbliche amministrazioni ma speravano di farcela con il contributo di privati e con gli incassi. Il progetto era di portare altri giovani ad ascoltare la “musica colta” con una politica di bassi prezzi, coniugando il repertorio più popolare, del Settecento e dell’Ottocento con la sinfonica del Novecento, e con qualche spruzzo di contemporaneità.

La Fondazione Roma è il mecenate che ha creduto nel progetto: stanzia quasi 5 milioni d’euro l’anno( a titolo di raffronto il bilancio dell’Accademia di Santa Cecilia supera i 25 milioni d’euro l’anno, di cui due terzi da enti pubblici). Ora l’Os.Fr ha una stagione da novembre a giugno all’auditorium di Via della Conciliazione (1200 posti) a Roma: vi suona le domeniche pomeriggio alle 17,30 ed i lunedì sera alle 20,30. La sala strabocca di giovani (ed anche d’anziani) a ragione della politica di prezzi: per 30 concerti, l’abbonamento è € 280 (poco più di un posto in platea o palco per una sola serata alla Scala), ma per gli studenti è € 90 e per chi ha più di 65 anni € 160. Per i singoli concerti, il biglietto è € 18, quello ridotto € 10. La vera carica innovativa è nei programmi che combinano Nono con Schubert, Stravinskij con Bruckner, Casella con Brahms, Ciacovskil con Malipiero, Liszt con Shostakovich, Mahler con Dukas eseguiti da una formazione stabile di 90 strumentisti di cui due terzi circa hanno meno di 30 anni d’età. Una ventata d’aria nuova che mancava nella capitale da quando è stata chiusa la sezione romana dell’orchestra sinfonica della Rai. Una ventata che ha innescato competizione in un comparto spesso refrattario tanto alla concorrenza quanto alla cooperazione tra istituzioni. I costi di produzione sono tenuti bassi da un organico amministrativo all’osso. L’autorevolezza si è imposta a ragione della consacrazione internazionale. Da un canto direttori stranieri di livello (come Gunter Neuhold, Lior Shamdal, Amos Talmon) hanno spesso guidato l’Os-Fr. Da un altro, orchestre straniere importanti come i Berliner Sinfoniker sono state ospiti dell’Os-Fr. Da un altro ancora, l’orchestra è stata invitata ripetutamente ad esibirsi all’estero.

Il successo di Berlino si è ripetuto a Cracovia la sera del 6 febbraio. Il concerto è stato aperto dal “Carnevale Romano” di Hector Berlioz con il quale il compositore francese (che aveva studiato a Roma) intese salvare, nel 1844, almeno parte dell’opera “Benvenuto Cellini” che non trovava teatri disposti a rappresentarla. Dopo i tre brevi ma affascinanti poemi sinfonici di Martucci e la sinfonia de “I Vespri Siciliani” di Verdi, è stato suonato il grandioso, e difficilissimo, poema sinfonico “I Pini di Roma” d’Ottorino Respighi. Il lavoro di Respighi, relativamente poco noto a Cracovia, è quello che forse più ha colpito il pubblico polacco. E’ una partitura molto complessa, che richiede un organico molto vasto (e strumentisti in grado d’essere ciascuno un solista). Respighi prende l’avvio dai giochi di bambini a Villa Borghese, per poi evocare i pini che coprono con la loro ombra le catacombe e quelli al vento del Gianicolo e per finire con una marcia solenne di consoli, aristocratici e soldati della Roma antica filtrata attraverso i sentimenti di chi, nel 1924, passeggia sulla Via Appia. L’esecuzione ha scosso un pubblico avveduto: a Cracovia c’è un’intesa vita musicale: un teatro d’opera di repertorio (la cui architettura ricorda il Palais Garnier di Parigi) ed una sala di concerti in stile neoclassico (costruita all’inizio del XX secolo e restaurata ne 1980) a pochi passi dal Palazzo Arcivescovile dove ha vissuto per decenni Karol Wojtila.

Terza e ultima tappa Ludwigshaven, un centro industriale ai confini tra la Renania-Palatinato ed il Baden-Wuttemberg. Sede di una delle più antiche industrie chimiche, la BASF, ha un auditorium, costruito all’inizio del secolo scorso; in stile neoclassico, per mille spettatori. In passato, vi hanno diretto, tra gli altri, Richard Strass e Bruno Walter. Ora è al centro di un consorzio o associazione di sale da concerto (a Linburghof, Heidelberg, Mannhein, Landau, Speier, Bensheim) che offre una vasta gamma di musica (non solo sinfonica, ma anche cameristica, recital, lirica in versione da concerto ed anche operette e jazz) per soddisfare i gusti di varie categorie. Emergono due considerazioni: a) la collaborazione tra pubblico e privato; e b) la cooperazione-competizione che s’innesca tra le varie componenti del consorzio. La stagione comporta una cinquantina di concerti; è stata aperta da Gustav Dudamel ed eseguita dalla Sinfonica Venezuelana. La Mahler Chamber Orchestra è stata scelta come “orchestra di beneficenza” (i proventi dei concerti vanno in attività caritatevoli). L’Os.Fr è l’”orchestra ospite” della stagione (che si estende sino a fine maggio). Il programma presentato dall’Os.Fr a Ludwisghafen, è leggermente differente da quelli offerti a Berlino e Cracovia: include il raramente eseguito “Concerto gregoriano per violino ed orchestra” di Ottorino Respighi. Solista uno dei violinisti più apprezzati a livello internazionale, il russo Serghej Krylov – ascoltato tra l’altro all’auditorium Paganini di Parma. Il pubblico è stato entusiasta: ovazioni e richieste di bis sia a Krylov che a La Vecchia.

Dalla cronaca di un viaggio appassionante con circa 100 giovani entusiasti ed il loro direttore, tiriamo le somme in termini di politica culturale, riprendendo da quel riferimento alla notte ed alla nebbia in cui sembrano stare la arti dal vivo in generale e la musica in particolare. Striscioni di protesta sulla ormai imminente “morte della cultura” si leggono in quasi tutti i teatri. Tre delle 14 fondazioni lirico-sinfoniche sono commissariate, altre due sul punto di esserlo. Franco Zeffirelli ha proposto di chiudere i teatri per un anno. La notte non potrebbe essere più scura e la nebbia più fitta. L’esperienza ed il successo dalla Os.Fr mostrano che c’è uno sprazzo di luce da cui emergono indicazioni precise:

a) una maggiore collaborazione tra pubblico e privato. Il Ministro Bondi sta lavorando ad una revisione della normativa sugli sgravi fiscali per le donazioni alle attività culturali. Occorre pensare ad un sistema di “matching grants”: il contributo pubblico affianca quello privato in misura ad esso equivalente. I Festival di Aix-en-Provence e Glyndebourne si finanziano, ad esempio, per un terzo grazie al mecenatismo, per un terzo grazie al supporto pubblico, e per un terzo grazie alla biglietteria, le tournée e la vendita di spettacoli.

b) una più intensa cooperazione tra istituzioni al fine d’effettuare sinergie e proporre una gamma più vasta di offerta agli spettatori.

c) un incoraggiamento speciale per le orchestre giovani e per quelle che si dirigono ad un pubblico giovane.

d) prendere esempio infine da Piero Bargellini, sindaco di Firenze, quando nel novembre 1966, agli Uffizi con il fango sino alle ginocchia disse a voce alta: “Non è tempo di piagnistei”.

Con i piagnistei, la nebbia diventa più fitta.

venerdì 20 febbraio 2009

A QUALCUNO PIACE "LUCIA" SENZA TAGLI

“Lucia di Lammermoor” di Gaetano Donizzetti è una delle opere più amate dal pubblico ed è. una delle più rappresentate non solo dai principali teatri lirici ma anche da compagnie a volte improvvisate. Non approdava al Regio di Parma da più di un lustroi. L’edizione, la cui “prima” è stata giovedì 19 settembre e le cui repliche si estendono sino al primo marzo, viene dal Teatro Lirico di Cagliari – interessante, ed utile, cooperazione tra teatri in periodi di vacche non magre ma magrissime.

Tratta da uno dei romanzi storico- romantici dello scozzese Walter Scott, di cui La Pléiade ha appena pubblicato la collezione integrale (anche se in Italia è noto solo per le edizioni holliwoodiane e televisive di “Ivanohe”), “Lucia” rappresenta un anello di transizione essenziale dal melodramma di inizio Ottocento a quello verdiano. Da un lato, l’orchestra evoca l’atmosfera delle brume scozzesi in un notturno quasi infinito (al pari di quanto avviene nel capolavoro di Rossini ispirato ad un altro lavoro di Scott, “La donna del lago”). Da un altro, le parti vocali richiedono grande maestria: vennero scritte per Gilbert-Louis Duprez, il tenore che ha inventato il “do di petto”, Fanny Persiano, un soprano, al tempo stesso, dalla vocalità leggera e dalla coloratura raffinatissima, e Domenico Coselli, baritono agilissimo.

Portare “Lucia” sui palcoscenici “grandi” rappresenta una sfida per una ragione specifica connessa alla “tradizione” italiana. Nelle edizioni in circolazione dalla seconda metà dell’Ottocento vengono operati tagli copiosi (quasi un terzo della partitura), principalmente nei ruoli maschili; la vocalità della protagonista, inoltre, viene portata a soprano drammatico. I tagli hanno l’effetto di imperniare tutta l’opera su Lucia, dimenticando che si svolgono due azioni parallela: una tra i quattro uomini (Edgardo, Enrico, Arturo e Raimondo) e l’altra tra l’aspro mondo maschile (dove le fanciulle, pure le sorelle, sono oggetto di compravendita) e quello della fragile Lucia, tanto debole da diventare assassina e pazza non appena l’uomo a cui è stata venduta (Arturo) si abbassa i pantaloni per avere ciò che ha pagato. La “Lucia” tagliata della “tradizione” è un romanzetto romantico, invece del doppio dramma parallelo. Il vostro “chroniqueur” non è tra coloro che ritengono essenziale il rigore filologico (spesso impossibile in quanto mancano le voci o gli strumenti) ma tra una “Lucia” di “tradizione” ed una più vicina ad un’edizione quale pensata dall’autore preferisce la seconda. La “Lucia” in scena a Parma è quasi integrale. Vale la pena ricordare che circa dieci anni fa, Zubin Metha e Graham Vick portarono una “Lucia” quasi integrale al Maggio Musicale Fiorentino ed al Grand Théatre di Ginevra. Operazione coraggiosa che a Firenze, però, non venne approvata dal pubblico. La “Lucia” “di Vick”, vista anche al Teatro dell’Opera di Roma, era imperniata sul chiarore di luna. A Parma, la regia, le scene, i costumi e le luci di Denis Krief, invece, ci portano in un Scozia atemporale e marina (i costumi sono di metà Novecento- forse il periodo della guerra di Spagna data la foggia delle uniformi) .” Il mare è nell’opera – spiega il regista-;. bastava saperlo vedere. Si poteva già rintracciarlo nella fonte romanzesca di Walter Scott e perfino nelle indicazioni dello scenario e del libretto. Ma è il melodramma di Cammarano e Donizetti a evocare l’oceano, non appena si incontrano i due protagonisti. “Lucia di Lammermoor” racconta la passione fra un uomo in perenne fuga e una donna che sente l’irresistibile richiamo verso questa ombra. Nello spettacolo il mare è una proiezione. Incombe perché è la linea su cui Cammarano e Donizetti disegnano l’orizzonte del loro melodramma. L’orizzonte marino è l’orizzonte romantico per eccellenza, la linea frastagliata su cui disegnare infiniti approdi per l’immaginario ottocentesco. Qual è il destino di Lucia? Trovare la forza di ribellarsi, di compiere un gesto di libertà. Emblematico è quanto accade durante il drammatico confronto con il fratello, che le impone un matrimonio che lei non vuole. Con una sintesi straordinaria gli autori hanno la forza e il candore di farle dire: Sappiamo bene quanto Donizetti abbia approfondito la psicologia dei personaggi femminili e questa domanda così accorata avvalora la tesi”.

Parte del notorio loggione di Parma non ha apprezzato questo stacco da una tradizione che vuole “Lucia” non solamente opera “femminile” ma anche chiaramente incastrata in un Seicento di maniera. A mio avviso, la lettura di Krief legge correttamente il dramma a due livelli dell’opera e propone una messa in scena che può avvicinarlo al pubblico più giovane. Qualche protesta ha avuto anche la direzione serrata, quasi novecentesca, di Stefano Ranzani. La protagonista è una delle migliori belcantiste su piazza, Desirée Mancatore. Ottimo Stefano Secco corso a sostituire un collega ammalato e a dare voce e corpo alla difficile parte di Edgardo. Di buon livello, Gabriele Viviani (Enrico), Carlo Cigni (Raimondo) e Francesco Marsiglia (Arturo).

SBAGLIA CHI ATTENTE L’AIUTO MASSICCIO DEI FONDI SOVRANI DEI PAESI EMERGENTI, Il Velino 20 febbraio


E’ trascorsa poco più di una settimana dall’annuncio che i fondi libici hanno acquistato un’ulteriore quota di partecipazione all’interno del gruppo bancario italiano Unicredit- in particolare, la Central Bank of Lybia ha aumento la propria partecipazione in Unicredit, in occasione della ricapitalizzazione del gruppo bancario di 3 miliardi, sottoscrivendo cashes per 250 milioni di euro, circa la metà dell'importo rimasto scoperto dopo la rinuncia della Fondazione Cariverona. La banca libica ha così aumentato la sua partecipazione del 4,9% al 7%, divenendo il più grande azionista individuale del Gruppo italiano. La notizia dell’aumento di capitale della Libia in Unicredit, ha fatto subito il giro dei media europei, alcuni dei quali hanno rilanciato le rispettive ripercussioni all’interno dei mercati finanziari locali, dove il gruppo italiano detiene una porzione rilevante del mercato interno. Libero Mercato ne ha trattato ampiamente. “Il Corriere della Sera” ha addirittura parlato di nuova “mappa del potere”.

Torniamo sul tema per due ragioni. Da un lato, l’operazione non è un caso isolato (il fondo di Abu Dhabi ha da tempo il 2.04% del capitale azionario di Mediaset, ma non si sogna certo di scalare l’azienda); anzi, potrebbero verificarsi, in un futuro non troppo lontano, ingressi analoghi di fondi sovrani stranieri in imprese italiane oggi in serie difficoltà (a causa della crisi finanziaria ed economia internazionale) ma non prive di “fondamentali” robusti. Da un altro, quello dei fondi sovrani (specialmente di Paesi emergenti, quanto meno nel mercato finanziario globale) è argomento che alimenta punti di vista, ed emozioni, molto forti (animando polemiche) e, quindi, merita di essere affrontato con un certo distacco e con dati solidi.

I fondi sovrani sono, da un canto, il risultato di situazioni particolari (quelle, ad esempio, dei sovrappiù di riserve valutarie e dei conti con l’estero di Paesi produttori ed esportatori di petrolio) e, dall’altro, uno dei rovesci della medaglia dello squilibrio finanziario ed economico mondiale causato dal disavanzo della bilancia dei pagamenti Usa e dal relativo crescente stock di debito estero degli Stati Uniti. Non sono unicamente i Paesi petroliferi ed alcuni Paesi dell’estremo oriente ad avere creato fondi sovrani per operare anche all’estero. E’ del 16 febbraio scorso l’annuncio il fondo sovrano norvegese (che ha la reputazione di essere ben gestito) sta per investire circa 18 miliardi di dollari Usa in edilizia residenziale negli Stati Uniti ed in Gran Bretagna – due mercati dove oggi si comprano case a condizioni che sembrano particolarmente convenienti. L’istituto previdenziale svedese (l’equivalente di nostri Inps e Inpdap messi insieme) gestisce, da un quarto di secolo, un fondo sovrano le cui attività sono pari ad un quarto circa del pil del Regno scandivano.

C’è molta più informazione sui fondi sovrani e le loro operazioni di quanto non pensi chi scorre la stampa (e chi la redige): basta visitare il sito del Sovereign Wealth Fund Institute (www.swfinstitute.org) per avere un quadro abbastanza dettagliato ed iscriversi alla newsletter dell’istituto per essere informati, quasi ogni giorno, in tempo reale sulle vicende relative ad una cinquantina dei maggiori fondi sovrani. E’ dalla newsletter del 13 febbraio, ad esempio, che si ricava come il fondo sovrano della Libia ha l’intenzione di fare un bel po’ di “shopping” nei prossimi mesi nel continente vecchio poiché ha, sino ad ora, investito solamente il 23% dei 65 miliardi di dollari d’attività con un alto grado di liquidità di cui dispone (in gran misura, parcheggiate nel mercato monetario). Come saranno allocati? Seguendo unicamente criteri di efficienza economica od anche con un occhio alla politica estera del Paese, con tutti i suoi colpi e contraccolpi di breve periodo? La preoccupazione principale di molti osservatori (ad esempio di numerosi blog sorti per monitorare il fenomeno – tra cui uno di giovani economisti italiani sparsi in varie università Usa) è che la partecipazione di un fondo sovrano, specialmente se di un Paese emergente (ed ancor più se di un Paese con una visione del mondo piuttosto radicale) comporti il rischio di avere a che fare con azionisti (a volte in posizione di rilievo) che guardino non unicamente agli interessi dell’azienda ma anche a quelli del Governo del Paese d’origine (caratterizzati da alti e bassi a breve termine). Naturalmente, istituti come il Sovereign Wealth Fund Institute (alimentati dai fondi medesimi) non darebbero un quadro necessariamente oggettivo e sottovaluterebbero scientemente questi rischi.

La vasta letteratura in materia apparsa negli ultimi mesi è spesso priva di una base quantitativa; riflette, quindi, le opinioni dei propri autori. Di recente, il Centro per lo Sviluppo dell’Ocse ha diramato la prima analisi abbastanza esauriente della materia; se ne può ottenere copia, scrivendo all’autore (javier.santiso@oecd.org). Lo studio, intitolato "Sovereign Development Funds: Key Financial Actors in the Shifting Wealth of Nations" ( “I fondi sovrani :attori finanziari-chiave nei cambiamenti strutturali della ricchezza delle Nazioni”) , traccia la storia dei principali fondi e contiene un’interessante analisi quantitativa: ove i fondi sovrani destinassero il 10% del loro portafoglio in operazioni in Paesi in via di sviluppo , ciò genererebbe un flusso di 1.400 miliardi di dollari l’anno nei prossimi dieci anni verso i Paesi a basso reddito , una cifra ben superiore ai flussi di aiuto allo sviluppo o di finanziamenti privati verso le aree in ritardo da parte di tutti i Paesi Ocse messi insieme. Tuttavia, anche se sul piano interno (dei rispettivi Paesi da dove provengono) i fondi sovrani tendono a comportarsi come banche di sviluppo (e perseguono anche obiettivi di riequilibrio territoriale oppure di supporto a industrie nascenti nella speranza che diventino “campioni nazionali” ), nelle loro attività internazionali sono, di norma, guidati dalla ricerca di rendimenti solidi e duraturi. L’analisi giunge a sostenere che sarebbe appropriato chiamarli Fondi Sovrani di Sviluppo.

A conclusioni analoghe giunge un lavoro del Centre for European Policy Research (CEPR Discussion Paper N.DP6949): anche se si sa ancora poco sulle strategie precise d’impiego delle loro attività finanziarie, i dati disponibili sui loro investimenti in capitale di rischio suggeriscono che, pure se tendono a diversificarsi dai settori prevalenti nei rispettivi Paesi, preferiscono orientarsi verso Paesi che hanno culture e normative sugli investimenti simili alle loro. La azioni delle aziende in cui investono (anche solamente quando si tratta di acquisto di “opzioni call”, ossia di facoltà, non di obbligo, di acquistare entro una certa data , oppure ad una certa data – a secondo della procedura tecnica seguita) aumentano di valore (spesso perché gli impieghi sono sovente diretti verso imprese alla ricerca di capitali freschi). C’è grande attenzione a indicatori di redditività contabile , come il Roe ed il Roi. Nel medio e lungo termine, tuttavia, l’andamento finanziario di molti fondi sovrani tende a non essere brillante, spesso a ragione di composizioni dei propri portafogli lontani dall’essere ottimale e da una governance non di alta qualità. E’ a questi aspetti (più che al rischio di “politique d’abord” di corto respiro) che occorre guardare.

Quindi, non demonizziamoli. Ma non consideriamoli una panacea.

.

martedì 17 febbraio 2009

SE SI FERMA LA TIGRE ASIATICA SONO GUAI PER TUTTI, Libero 17 febbraio

Il comunicato del G7 appena tenutosi a Roma dedica un unico breve paragrafo all’Asia: l’auspicio che la Cina prosegua nell’adozione di misure espansionistiche e nella traghettata verso un tasso di cambio più flessibile. In effetti, come Libero Mercato ha preannunciato il 28 ottobre scorso, il continente è al centro delle preoccupazioni sia del G7 sia del più vasto G20; negli ultimi dieci anni, l’Asia (con un tasso medio di crescita del 7,5% l’anno- due volte e mezzo più sostenuto di quello del resto del mondo) ha trainato l’intera economia internazionale ed una sua recessione minaccia effetti devastanti sull’economia mondiale. Gli ultimi dati, suggeriscono che l’Asia sta andando a picco: nell’ultimo trimestre del 2008 (i consuntivi sono stati appena resi disponibili dall’ufficio statistico della Commissione Economica delle Nazioni Unite per l’Asia); Hong Kong, Singapore, la Corea del Sud e Formosa hanno accusato un tasso annuale di contrazione del pil bem del 15% e le loro esportazioni hanno segnato una riduzione (sempre annualizzata) del 50%. Un vero e proprio tracollo. Ancora più inquietanti le previsioni diramate dai 20 maggiori istituti ecometrici privati internazionali l’8 febbraio.
E la Cina? Occorre fare attenzione alle cifre: i dati ufficiali (riportati dalla Commissione Economica Onu) parlano di crescita ad un tasso annuo del 6,8% (un rallentamento pur sempre marcato rispetto all’oltre 9,5% dei tre trimestri precedenti) ma, destagionalizzate, espongo un tasso d’aumento dell’output impercettibile (attorno all’1% su base annua) per gli ultimi tre mesi del 2008. Quindi, dovrebbero rivedere le loro ipotesi tutti quelli che contano sulla fiera internazionale di Shanghai come strumento per andare al cuore dell’area a più rapida crescita allo scopo di mostrare i loro beni e servizi al resto del mondo. Se l’Asia non si rimette a marciare a passo spedito – su questo punto concordano Banca Mondiale, Fondo Monetario, Ocse e tutti gli altri maggiori osservatori internazionali – i tempi di una ripresa dell’economia internazionale saranno più lunghi e le modalità più penose.
Cosa ha causato la frenata in un continente dove, teniamolo presente, il “subprime” non è mai esistito e non ci sono disavanzi strutturali dei conti pubblici e delle bilance dei pagamenti? Circa sei anni fa, organizzata dalla Scuola superiore della pubblica amministrazione e dalla Banca mondiale, si tenne alla Reggia di Caserta un seminario a porte chiuse a cui parteciparono quasi tutti i consiglieri economici dei Primi Ministri o dei Ministri Economici dell’Asem (Asia Europe Meeting), un’associazione creata dopo la crisi dell’indebitamento estero del continente nel 1996-98. Ne scaturì un messaggio chiaro: l’Asia in generale e la Cina in particolare non avrebbero potuto sostenere a lungo saggi rapidi di crescita senza una rete di tutela sociale per i più poveri e senza un aumento del tasso di consumo. Da un canto, la rete di tutela si stava appena allestendo e, dall’altro, i consumi non crescono non tanto perché – come afferma la pubblicistica recente – gli asiatici sono iper-risparmiatori ma poiché i redditi da lavoro sono rimasti molto bassi ed in molti casi si sono contratti: in Cina (il Paese più importante se non altro per le sue dimensioni) nel 1998 i salari contribuivano al 53% del pil, nel 2007 al 40% e stime preliminari per il 2008 li portano a meno del 38%. Ciò non è solamente il risultato di un destino cinico e baro che nella Repubblica Popolare milita contro i lavoratori oppure il frutto di datori di lavoro (in primo luogo lo Stato nelle sue varie guise e forme) rapaci. I bassi tassi d’interesse, un tasso di cambio non rappresentativo del valore della valuta estera e sussidi ad industrie di vario tipo, unitamente ad una politica d’infrastturazione di base, sono all’origine di un nodo abbastanza simile a quello che Italia, Germania, Giappone ed Ungheria dovettero in vario modo affrontare al termine del miracolo economico, alla fine degli Anni 60. Fu difficile risolverlo nei nostri Paesi; è molto più arduo farlo in una realtà così vasta, e cosi tumultuosa, come quella della Cina.
Joshua Aizenman dell’Università di California a Santa Cruz lo aveva scritto alcuni mesi fa in un saggio pubblicato nel fascicolo di maggio 2008 di “The World Economy”: la Cina ed altri Paesi del Sud Est asiatico hanno adottato una strategia di tesorizzazione delle riserve internazionali analoga al mercantilismo europeo del XVII secolo con “effetti esterni negativi” sulla retribuzione del fattore di produzione lavoro e sui consumi. Tale “mercantilismo finanziario” si spiega in quanto precauzionale (dopo la crisi del debito estero alla fine degli Anni 90) ma se ne sono sottovalutate le implicazioni a lungo termine.
Le università australiane sono, a ragione della loro collocazione geografica, un ottimo punto di osservazione di quanto sta avvenendo in Asia. Uno studio di Peter Kriesler e di Moritz Cruz (UNSW Australian Business Research Paper N 2008 ECON 16) propone di smaltire adesso le riserve accumulate al fine di sostenere la domanda mondiale. Non è però una soluzione di facile attuazione. Un’analisi econometrica di Reuven Glick (Federal Reserve Bank of San Francisco) e di Michael Hutchinson (University of California, Santa Cruz) quantizza scenari alternativi; anche il più favorevole mostra che il prezzo (in termini d’inflazione interna – da costi, non da domanda) sarà elevato anche nel caso di riduzione della crescita economica. In un quadro di chiusura di fabbriche, di migrazioni di milioni di persone verso l’ignoto (le campagne lasciate dai loro padri al tempo delle “quattro liberalizzazioni”), di una rete di tutela sociale inesistente, ciò può diventare una miccia non solo per la Cina ma anche per il resto del mondo.

SI FESTEGGIA STRAUSS CON IL CALDO LETTO DI ELENA, Il Velino 17 febbraio

Ricorrono i 60 dalla morte di Richard Strauss, uno degli autori più importanti di teatro in musica del Novecento. Questa è una delle ragioni per cui suoi titoli sono presenti in numerose “stagioni” italiane. In Germania, sono in corso veri e propri festival per celebrare la ricorrenza. La Duetches Oper Berlin, teatrone Anni 50 sulla Bismarckstrasse costruito perché i maggiori teatri d’opera erano al di là del muro, ha aperto il 2008 con “settimane straussiane” dal 18 gennaio al 27 febbraio. Si alternano sette titoli tra cui due nuovi allestimenti. Abbiamo scelto “Die Ägyptische Helena” per tre ragioni: a) è una nuova produzione che verrà ripresa gli anni prossimi; b) la firma un regista italiano relativamente giovane (Marco Arturo Marelli) tra i più noti in Europa centrali e negli Usa ma raramente presente nei nostri teatri; c) è una commedia in musica rappresentata una sola volta in Italia (a Cagliari nel 2001) anche perché considerata “eccessivamente libidinosa” nei pudibondi anni 40 e 50.
Scritta (da Hugo von Hoffmansthall) e composta (nel 1928) si ispira ad un lavoro di Europide. Dopo la guerra di Troia, Menelao (gelosissimo) vuole passare a vie di fatto con Elena (che lo ha tradito con Paride - e non solo). La trova in Egitto, dove viene persuaso che a Troia era giunto un simulacro (oggi si direbbe un clone) della bella moglie, la quale invece lo attendeva da dieci anni castamente nel letto. Dopo una travolgente notte d’amore, Elena riprende le vecchie abitudini; mentre Menelao sonnecchia, lo tradisce con un bel beduino. Nuova ira dello sposo, che viene , questa volta, convinto di avere fatto (lui) un sogno erotico; si riappacifica con la moglie, per finire di nuovo nel suo caldo letto, alla vista della loro dodicenne figliola (concepita prima della guerra di Troia). Naturalmente, c’è più di un pizzico di Freud e molta ironia sul perbenismo borghese della Germania (e dell’Europa) degli anni alla vigilia della Grande Depressione. Il dialogo è scintillante, la partitura lussureggiante.
Marco Arturo Marelli (noto per allestimenti efficaci ma a basso costo) trasporta la vicenda dai tempi omerici alla fine degli Anni Venti; si svolge in una “maison de plaisir” dove l’Egitto (piramidi, oasi, deserto) è nella carta da parati dei vari ambienti: Troneggia, come è d’uopo, un enorme letto. Gran cura alla recitazione non solo dei protagonisti (oltre a Elena e Menelao, la maga- maitresse della maison- Aithra), ma nelle numerose parti secondarie. Molto eros (ovviamente) ma nessun nudo integrale.
Andrew Litton dà una lettura briosa della ricca partitura. Robert Chalin (Menelao) è un tenorone eroico; chiara presa in giro dei tenori wagneriani, tanto robusto (nel canto e nell’aspetto) quando credulone. La giovane Ricarda Merberth è una Elena sensuale e dal vasto registro vocale. Eccezionale Laura Aikin (di casa alla Scala ed al Maggio Fiorentino) per come è transitata da soprano di coloratura a soprano lirico puro con un fraseggio chiarissimo (non si perde una virgola) in un ruolo terrificante per durata (è quasi sempre in scena) e equilibrismi vocali.

lunedì 16 febbraio 2009

LA BOZZA DEL G7 DI ROMA TRASCURA IL PIANO OBAMA E LA CRISI ASIATICA L'Occidentale 16 febbraio

I comunicati di “vertici internazionali” grandi e piccoli sono redatti prima che si svolga la riunione pertinente. Le diplomazie internazionali stendono varie bozze, ne negoziano le virgole ed i punti e virgola ed alla conferenza stampa, al termine della sessione, presentano il testo come se fosse stato vergato nell’ultima mezz’ora. La procedura adottata per la preparazione del testo diramato, nei saloni “belle époque” dell’Hotel Excelsior di Roma, ha seguito questa prassi, ormai consolidata. Un’analisi attenta lo mostra a tutto tondo poiché, oltre alle pacche sulle spalle di prammatica (quanto Governi e Banche centrali hanno stato fatto per non fare mancare liquidità al sistema e per cominciare a depurarlo da attività finanziarie tossiche) ed agli auspici pure essi di prammatica (un secco “no” al protezionismo, azioni individuali dei singoli Stati ma coordinate in seno al G7, al G8, al G20 e chi-più-ne-ha-più-ne-metta), il comunicato non fa alcun riferimento ai temi centrali che, esplosi negli ultimi giorni, coloreranno il resto del dipanarsi di una crisi finanziaria ed economica prevista da alcuni (tra cui il vostro “chroniquer”) sin dall’estate 2006.
Questi temi sono i seguenti: a) l’efficacia della strategia messa in atto dagli Usa (il solo Paese che, per dimensioni economici e capacità tecnologica, può occupare la poltrona del conducente nel tirarci fuori dalla doppia crisi (finanziaria ed economica) e b) il vero e proprio tracollo dell’economia asiatica che negli ultimi dieci anni (con un tasso di crescita medio del 7,5% è stata il traino della carretta dell’economia internazionale).
Proprio mentre il G7 stava per terminare i lavori, è giunta la notizia che il Congresso Usa ha approvato il programma straordinario dell’Amministrazione Obama di 787 miliardi di dollari (per rilanciare l’economia). Il nuovo (ed aggressivo) Segretario al Tesoro Timothy Geithner ha anche ostentato di tendere la mano ai suoi colleghi dicendosi, magnanimamente, “disponibile” ad un lavoro comune. Ad un esame dettagliato del programma ci si accorge che oltre i due terzi (secondo alcune analisi quasi il 90%) del programma è di spesa sociale (sussidi alla disoccupazione, buoni alimentari e simili); quindi, agli investimenti produttivi ed all’innovazione tecnologica vanno le briciole. Inoltre, l’ala sinistra del Partito Democratico è riuscita a fare approvare, nell’ambito del programma, una versione restrittiva del “Buy American Act” (la legge in base alla quale si dà una preferenza al “made in Usa” negli acquisti pubblici). Il Brasile ha già reagito aggiungendo 3.000 voci alla lista d’import necessitanti licenze. In barba al “no” al protezionismo, altri Paesi (non solo in via di sviluppo) si stanno muovendo in modo analogo con il rischio di frammentazione del commercio mondiale. A Bruxelles si scalpita; si chiedono “dazi di ritorsione” (contro gli Usa) – e l’inizio dell’apposita procedura prevista dal trattato sull’Omc (Organizzazione mondiale del commercio). Ove ciò non fosse abbastanza, l’indebitamento netto della Pa Usa è pari al 12% del pil (quattro volte il tetto che gli europei si sono auto-imposti a Maastricht pur di fare l’unione monetaria); i tedeschi, e non solo, sono preoccupati che con una spesa federale orientata al sociale, un deficit di tali proporzioni sia una miccia inflazionistica per tutti.
All’Asia, il comunicato del G7 appena tenutosi a Roma dedica un unico breve paragrafo: l’auspicio che la Cina prosegua nell’adozione di misure espansionistiche e nella traghettata verso un tasso di cambio più flessibile. Pechino non solamente non ha alcuna intenzione di farlo perché si ricorda i dieci anni di stagnazione che subì il Giappone dopo l’accordo dell’Hotel Plaza del 1985 (quando Tokyo diede il proprio accordo ad una rivalutazione dello yen) ma anche a ragione dei gravi problemi interni connessi alla crisi. I dati ufficiali parlano di crescita ad un tasso annuo del 6,8% (nell’ultimo trimestre del 2008); destagionalizzati, espongono un tasso d’aumento dell’output impercettibile. Inoltre, mentre nel 1998 i salari contribuivano al 53% del pil dell’immenso Paese, nel 2007 erano al 40% e stime preliminari per il 2008 li portano a meno del 38%. La politica di crescita degli ultimi dieci anni ha quindi acuito le disuguaglianze. Ora che circa 20 milioni di lavoratori vengono espulsi dalle fabbriche per tornare all’agricoltura di sussistenza dei loro padri, il Paese è alle prese con gravi tensioni sociali. Se a Pechino si piange, nel resto dell’Asia non si ride. Secondo la Commissione Economica per l’Asia dell’Onu, nell’ultimo trimestre del 2008 Hong Kong, Singapore, la Corea del Sud e Formosa hanno accusato un tasso annuale di contrazione del pil ben del 15% e le loro esportazioni hanno segnato una riduzione (sempre annualizzata) del 50%. In breve quello che per oltre dieci anni è stato il motore dell’economia mondiale si è inceppato.
I Ministri del G7 ne parlano. Con apprensione. Il comunicato non vi dedica neanche mezza riga.

domenica 15 febbraio 2009

BARACK RAZZOLA MALE E PUNTA SUL MADE IN USA, Il Tempo del 15 febbraio

Gli esami – diceva Edoardo De Filippo – non finiscono mai. Verissimo. E’, però, forse ancora più importante definire quando cominciano. Il primo esame internazionale (molto più significativo di quelli su piano interno) del programma economico di Barack Obama si è svolto a Roma in occasione del G7 finanziario, presieduto dal Ministro dell’Economia e delle Finanze Giulio Tremonti.
L’economia mondiale- lo si sa- è in serie difficoltà. Al Fondo monetario (la cui prudenza è nota, anzi notoria) comincia a circolare un vocabolo che fa venire i brividi: depressione. All’Ocse si sottolinea come gli indicatori economici principali dei suoi 30 Paesi membri (il Gotha dell’economia e della finanza internazionale) “sono giunti a livelli visti per l’ultima volta ai tempi degli shocks petroliferi degli Anni 70”. E’ chiaro che condizione necessaria (anche se non sufficiente) della ripresa è il rilancio dell’economia Usa. Il programma economico di Obama (quantitativamente molto vasto –oltre 700 miliardi di dollari ) contiene molto poco direttamente orientato alla crescita . Un banchiere tedesco fa notare che il 90% della spesa aggiuntiva è a carattere sociale (sussidi alla disoccupazione e simili) mentre unicamente il 10% riguarda investimenti produttivi. In effetti, mentre la squadra di Obama non riusciva a fare la quadra, misure specifiche sono state, in gran parte, redatte dalla Camera dei Rappresentanti, dove l’ala sinistra del Partito Democratico ha la maggioranza. Ci si augura che il Senato ci rimetta mano, ma, a Washington, pochi sperano che ciò avverrà. Tanto che al G8 finanziario di Roma, la delegazione Usa si è, in materia, barcamenata.
In secondo luogo, negli Stati Uniti l’indebitamento netto della Pa è pari al 12% del pil (quattro volte il tetto che gli europei si sono auto-imposti a Maastricht pur di fare l’unione monetaria). Sino ad ora, il G7 finanziario ha posto l’accento sul disavanzo dei conti con l’estero degli Stati Uniti (un inquietante 7% del pil). Un programma di deficit di bilancio orientato quasi esclusivamente al sociale rischia di innescare, in America, una spinta inflazionistica che potrebbe estendersi al resto del mondo. A Roma il Segretario al Tesoro non ha dato risposte convincenti.
Inoltre, in novembre il G20 si era impegnato a dire un netto “no” al protezionismo ed a fare di tutto per concludere positivamente il negoziato multilaterale sugli scambi in corso dal novembre 2001. Obama ha razzolato male facendo approvare una versione restrittiva del “Buy American Act” (la legge in base alla quale si dà una preferenza al “made in Usa” negli acquisti pubblici). Il Brasile ha immediatamente reagito aggiungendo 3.000 voci alla lista di import necessitanti licenze. Altri si stanno muovendo in modo analogo con il rischio di frammentazione del commercio mondiale.
Infine, l’Ue (e soprattutto l’Italia che ha ospitato la riunione) chiedono una revisione dei meccanismi di regolazione e vigilanza della finanza internazionale. La squadra di Obama non ha dato assicurazioni a riguardo. Agli esami la bocciature sono utili se servono a fare correggere gli allievi prima che sia troppo tardi. Non resta che sperare in un ripensamento della posizione obamiana entro il G20 in programma ad inizio aprile a Londra.

sabato 14 febbraio 2009

TRIONFO ITALIANO IN GERMANIA E QUALCHE IDEA CULTURALE, Il Velino 14 febbraio

Chi sa dove è e cosa è Ludwigshaven? Per molti lettori, è solo un piccolo punto sulla carta geografica di quel lembo della Renania-Palatinato, separata soltanto dal fiume dal Baden-Wuttemberg ed a poche decine di chilometri dall’Assia. Per chi s’intende d’economia, è la sede ed il centro operativo di una delle più antiche e più note industrie chimiche tedesche , la BASF. Per altri, è invece uno snodo nei pressi di grandi e storiche università, prima di tutte quelle di Heidelberg e di Mannheim. Ludwigshaven (160.000 abitanti, accanto a Mannhein , 330.000 abitanti) è l’ultima tappa della tournée dell’Orchestra Sinfonica-Fondazione Roma (Os-Fr) seguita dal vostro chroniqueur. Prima di dare conto dei concerti della Os-Fr a Ludwigshafen, è bene trattenersi su alcuni spunti di politica culturale che emergono dalla visita e che possono essere utili in questo periodo di vacche magre.
Ludwigshaven ha un auditorium, costruito dalla BASF all’inizio del secolo scorso, distrutto durante la seconda guerra mondiale e ricostruito (con piccolo modifiche), secondo le specifiche architettoniche ed acustiche iniziali. E’ un auditorium elegante (in stile neoclassico- dominano il bianco e l’oro) per mille spettatori dove hanno diretto orchestre sinfoniche, tra gli altri, Richard Strass e Bruno Walter. Soprattutto è al centro di un consorzio o associazione di auditori (a Linburghof, Heidelberg, Mannhein, Landau, Speier, Bensheim) che nell’area offrono una vasta gamma di concerti (non solo sinfonica, ma anche e soprattutto cameristica, recital di solisti, musica lirica in versione da concerto ed anche operette e jazz). Alla vasta gamma di offerta fa riscontro una gamma parimenti vasta d’abbonamenti in modo da soddisfare i gusti di ciascuna categoria di pubblico. Emergono due considerazioni : a) la collaborazione tra pubblico e privato (in Italia iniziative supportate dal privato vengono spesso escluse da finanziamenti pubblici) ; e b) la cooperazione-competizione che si innesca tra i vari componenti del consorzio o associazione. Tutto ciò consente sinergie, alto livello artistico, economie di spesa. Indubbiamente, l’alta densità di popolazione di quel lembo di terra (e di fiumi) tra la Renania- Palatinato, il Baden Wuttemberg e l’Assia facilita organizzazioni di questa natura. L’elevata cultura musicale della popolazione è altro ingrediente essenziale. Alcuni circuiti teatrali e concertistici italiani – si dirà- seguono principi analoghi. Pur tuttavia, c’è qualche ideuzza da recepire.
La stagione di Ludwigshafen comporta una cinquantina di concerti; molti – si è detto- sono da camera o di solisti; c’è anche un’orchestra sinfonica stabile. Questa stagione è stata aperta dalla prima europea della seconda di Mahler diretta da Gustav Dudamel ed eseguita dalla Sinfonica Venezuelana – in co-produzione con il Festival di Lucerna. La Mahler Chamber Orchestra è stata scelta come “orchestra di beneficenza” (i proventi dei concerti vanno in attività caritatevoli), L’Os.Fr è l’”orchestra ospite” della stagione (che si estende sino a fine maggio). Quindi , il complesso sinfonico italiana è in una compagnia di tutto rispetto- anzi ai massimi livelli della sinfonica internazionale.
Ludwigshafen ha fatto le cose in grande: i concerti sono stati preceduti da “cene italiane” (con menu della Penisola) per gli abbonati. Il programma presentato, nei due concerti della Os.Fr a Ludwisghafen, è leggermente differente da quelli offerti a Berlino e Cracovia:aperto dal “Carnevale Romano” di Berlioz e chiuso (come bis a grande richiesta) con la seconda parte della sinfonia del “Guglielmo Tell” di Rossini, si concerta sulla sinfonica a cavallo tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo: quindi, Martucci (“Tarantella” e “Notturno”) e soprattutto Respighi (oltre a “I Pini di Roma”, il raramente eseguito “Concerto gregoriano per violino ed orchestra”). Il “concerto gregoriano” si ascolta di rado perché comporta un dialogo serrato tra un grande organico orchestrale ed un violinista avvezzo ai virtuosismi più raffinati. Qui il dialogo è stato tra l’Od.Fr, guidata con grande perizia da Francesco La Vecchia, e uno dei violinisti più apprezzati a livello internazionale, il russo Serghey Krylov – ascoltato di recente tra l’altro all’auditorium Paganini di Parma. Il pubblico è stato entusiasta: ovazioni in piedi (fatto del tutto inconsueto in Germania) e richieste di bis sia a Krylov (che si è cimentato con un raro capriccio di Paganini) e a La Vecchia (che ha offerto Martucci e Rossini).

venerdì 13 febbraio 2009

AL G7 CHIEDIAMO NUOVE REGOLE SULLA VIGILANZA, Libero 13 febbraio

Oggi venerdì 13 febbraio (Santa Maura martire) e domani 14 febbraio (San Valentino, Festa degli innamorati) si svolge a Roma il G7 economico e finanziario, ossia la riunione dei Ministri economici e finanziari dei principali Paesi della comunità internazionale. L’atmosfera sarà verosimilmente caratterizzata più da aria di martirio (è compito duro avere, in questa fase, responsabilità di governo dell’economia e della finanza) che d’innamoramento (a due anni circa dall’esplosione della crisi finanziaria ed ad un anno dall’inizio della recessione non ci sono ancora i lineamenti di un approccio condiviso per affrontare e risolvere i nodi dell’economia e della finanza internazionale). E’ una riunione specialmente importante in vista della richiesta dei Governi di Francia e di Germania di una convocazione di un G8 straordinario dei Capi di Stato e di Governo (la convocazione deve essere fatta dall’Italia che nel 2009 ha l’incarico di presiedere il Gruppo). La convocazione di un G8 straordinario, a poche settimane del G20 in programma a Londra il 2 aprile, deve essere ponderata con attenzione poiché potrebbero essere disastrosi gli effetti di un eventuale esito della riunione che non fosse interpretato come positivo dai mercati finanziari.
I temi all’ordine del giorno sono numerosissimi. “The Economist”, in edicola, dipinge un fosco quadro di nuovi nazionalismi e d’interventi pubblici in tutti i settori (dalle banche all’industria manifatturiera); la mattina del 12 febbraio, la stampa internazionale annunciavano che l’Irlanda, un tempo considerata “tigre celtica” per la sua crescita ed alto grado di libertà economiche , ha in pratica nazionalizzato le sue due maggiori banche, sull’orlo dell’insolvenza. Si è incrinata non soltanto la fiducia tra le istituzioni finanziarie ma anche nella capacità della professione economica di sapere fare il proprio mestiere d’analisi e di previsione. Occorre porre l’attuale crisi in prospettiva: quasi simultaneamente, due fonti molto differenti tra loro, il Rapporto 2009 sulla libertà economico della Heritage Foundation e del Wall Street Journal (edito per l’Italia dall’Istituto Bruno Leoni; IBL) e Jialiu Lu della Sun -Yat Sen University , una delle più antiche università cinesi in stile occidentale – è stata fondata nel 1924-) ricordavano che la crisi avviene dopo 15 anni di crescita senza precedenti dell’economia mondiale (non di quella dell’Europa vecchia) – in cui l’indice di povertà della popolazione, mondiale, è diminuito drasticamente (dal 31% al 26%) ed in cui i Paesi a più alto tasso di crescita e maggiore riduzione dell’indigenza sono quelli che hanno abbracciato l’economia di mercato. La crescita senza precedenti è stata accompagnata da un tasso d’innovazioni, e di loro diffusione, anch’esso senza precedenti tanto nell’economia reale (specialmente tramite innovazioni di GPT, general purpopose technology- tecnologie applicabili a tutti i settori) quanto nella finanza. Non solo, analisi recenti mettono in luce la forte correlazione tra le prime e le seconde: in breve, senza l’innovazione finanziaria non ci sarebbe stata l’innovazione, specialmente nel ramo della tecnologia dell’informazione e della comunicazione dell’economia reale. E tanto la crescita quanto la riduzione della povertà sarebbero state molto più contenute.
Ciò suggerisce che il G8 deve evitare di disperdersi su troppi temi, e concentrarsi, invece, su quelli attinenti al contenimento delle disfunzioni (pensare che possano essere “eliminate” o “sradicate”, come si legge su alcune testate, è mera illusione). Un lavoro importante è stato concluso, di recente, dal servizio studi del Fondo monetario (è il Working Paper n.08/190; si può richiedere a atieman@imf.og o a mchiak@imf.og) ed è auspicabile che sia a disposizione del G8 finanziario. Nello studio si esamina la qualità della regolamentazione e vigilanza finanziaria in quasi tutti i 180 Paesi che fanno parte del Fondo e della sua sorella (la Banca mondiale). Più importante delle graduatorie che se ne ricavano è interassente notare che, nonostante le differenze istituzionali e storico-culturali, mediamente, la qualità della regolamentazione finanziaria (e attinente vigilanza) è al di sotto del livello (contrassegnato con il numero cardinale 4) considerato con gli standards definiti dalle maggiori istituzioni finanziarie internazionali. Ciò indica , a tutto tondo, come questo è il nodo essenziale su cui concentrare gli sforzi del G8; se si riesce a risolverlo, si troveranno cure anche agli altri (come la forte ripresa del protezionismo, in barba agli appelli del G20 del novembre scorso e dei comunicati, ormai quotidiani, dell’Organizzazione mondiale del commercio in favore della libertà degli scambi).
Su come procedere si scontrano tre approcci: se cercare di operare a livello mondiale (dando, ad esempio, nuove funzioni a Fondo monetario e Banca mondiale, una volta riorganizzate) oppure regionale (Europa. Asia), oppure nazionale in linea, però, con standard internazionali. Sino ad ora il paradosso apparente è la globalizzazione dei mercati ed il carattere nazionale di regolazione e vigilanza (che, con l’attuale crisi, si sta accentuando). Non è facile trovare una quadra non solo per motivi ideologici (gli Usa si oppongono ad una regolamentazione mondialistica anche perché, al loro interno, soltanto alcuni aspetti spettano alle autorità federali e non a quelle dei singoli Stati dell’Unione).
Una proposta interessante è in un lavoro appena completato dall’European Corporate Governance Institute di Zurigo e dell’Oxford Finale Group (TILEC Discussion Paper N. DP 2009-01 da richiedere a gerard.hertig@recht.gess.ethz.ch ). Traccia un modello per l’unione monetaria europea, trasferibile, però, ad altre aree e, con gli adattamenti appropriati, a livello internazionale. Gli Stati della zona dell’euro potrebbero avere l’opzione di delegare parte delle loro funzioni di regolazione e vigilanza alla Banca centrale europea (Bce), pur restandone titolari, tramite non un trattato generale ma accordi specifici “su misura” dei singoli Stati, nell’ottica comunque di coerenza e parità di trattamento. Gradualmente, se il meccanismo funziona, potrebbe essere esteso e rafforzato. E’ un disegno gradualistico, molto più concreto di sogni nel cassetto sul tipo di quelli relativi ad un nuovo accordo del Plaza o di una nuova Bretton Woods.

giovedì 12 febbraio 2009

PERCHE’, PER USCIRE DALLA CRISI, IL TEATRO DEVE SMETTERSI DI PIANGERSI ADDOSSO Il Foglio del 13 febbraio

Il mondo dello spettacolo è in subbuglio. Il 28 gennaio si è riunita la Consulta dello Spettacolo per dare il proprio parere sulla ripartizione del Fondo unico per lo spettacolo (Fus). Il Fus ha subito una riduzione dai 460 milioni d’euro del 2008 a 380 nel 2009. L’aria si tagliava a fette. Pochi giorni prima, c’è stata una vera e propria crisi all’Anfols (l’Associazione delle 14 fondazioni lirico-sinfoniche): La Scala, l’Accademia di Santa Cecilia, il Teatro dell’Opera di Roma, i Teatri del Maggio Musicale Fiorentino hanno annunciato di lasciare il sodalizio. Il Sovrintendente del Teatro dell’Opera di Roma avrebbe dato le dimissioni e starebbe per essere sostituito: il sindaca della capitale, Gianni Alemanno, ha annunciato un’assemblea con i lavatori per il 16 febbraio. La metà del Fus è destinata alla “musa bizzarra e altera” (come l’opera lirica fu definita da Herbert Lindenberger) a ragione del “morbo di Baumol”, (vedi “Il Foglio” del 13 ottobre 2008); a causa del progresso tecnico, spettacoli a tecnologia fissa ( per rappresentare “Rigoletto” ci vuole oggi lo stesso organico richiesto ai tempi di Verdi) sparirebbero, e con essi parte della cultura nazionale. Striscioni di protesta sulla ormai imminente “morte della cultura” si leggono in quasi tutti i teatri. Si annunciano scioperi da parte della miriade di sigle in un settore in cui non si può andare in scena se solo un piccolo sindacato incrocia le braccia. C’è qualche ipotesi di soluzione possibile?
In primo luogo, prendere esempio da Piero Bargellini, allora sindaco di Firenze, nel novembre 1966, agli Uffizi con il fango sino alle ginocchia: “Non è tempo di piagnistei”. Con i piagnistei si è annebbiati, si vede meno chiaramente come uscire da quello che sembra un vicolo cieco ma non lo è.
In secondo luogo, ricordarsi che il Fus finanzia circa 400 soggetti. Soltanto nel settore musicale, oltre alle 14 fondazioni lirico-sinfoniche ed ai 28 “teatri di tradizione”, supporta 160 associazioni filarmoniche. In Francia i soggetti coinvolti sono meno della metà. In Germania, il sostegno è responsabilità dei Länder e dei Comuni che fanno a gara a chi ha i programmi migliori.
In terzo luogo, da un lato Sandro Bondi sta tentando di ottenere nuove risorse. Da un altro, da lustri il Ministro dei Beni e delle Attività Culturali registra, alla fine d’ogni anno, vasti residui passivi (non nel campo dello spettacolo ma in altre aree). Tali residui sono a volte il risultato d’accrediti di cassa ad esercizio finanziario avanzato e relative difficoltà di spesa. In qualsiasi Paese del mondo, qualsiasi Ministro dell’Economia chiederebbe una riduzione dei residui prima di mantenere le risorse fornite nel recente passato. Da oltre dieci anni, la normativa sul bilancio dello stato consente a ciascun Ministero di riallocare fondi da un comparto ad un altro.
In terzo luogo, occorre premiare l’efficienza, non ripartire a pioggia o ancore peggio incoraggiare chi spende in modo poco accorto. Nel comparto che conosco meglio (le fondazioni lirico sinfonico), pur nutrendo serie perplessità sull’attuale assetto (legge Veltroni del 1996), anche con le regole in vigore ci sono fondazioni che producono molto e bene e che sono sostanzialmente sane sotto il profilo finanziario, mentre altre fanno acqua. Tre sono commissariate (per impedire il fallimento di una delle tre, la normativa è stata cambiata ancora prima che per il salvataggio dell’Alitalia), una quarta è su una strada analoga. In effetti, solo La Scala, il Regio di Torino, il Teatro dell’Opera di Roma ed il Massimo di Palermo sono in buono stato. A Milano e Torino ci sono importanti soci privati. A Roma, il Comune sostiene molto il Teatro ed ha avuto fare un ulteriore intervento in seguito ai tagli al Fus.. Interessante il caso di Palermo. Nel 2002 aveva un disavanzo di 13 milioni d’euro ed uno stock di debito di 26 milioni d’euro. Il debito è stato ripianato tramite un mutuo (da rimborsare su un periodo di 20 anni). Una politica artistica basata su co-produzioni con i maggiori teatri italiani ed esteri, e presentazione di “prime” assolute per l’Italia, nonché ferree economia di gestione e l’aumento di rappresentazioni e di presenze, ha riportato in utile netto i consuntivi degli ultimi tre esercizi. La “premialità” per chi gestisce bene deve essere accompagnata da un cartellone nazionale con forti risparmi negli allestimenti e nei cachet degli artisti, evitando che ciascun teatro miri a mini-festival autoreferenziali. Gli allestimenti (scene e costumi) incidono sul 5% della spesa ma gli artisti (cantanti direttori d’orchestra) accetterebbero “cachet” più bassi se (come avviene in gran parte del mondo) venissero scritturati non per 5 repliche di “Tosca” ma per 30 in vari teatri di una Penisola il cui pubblico (tranne pochi appassionati) non viaggia da un teatro ad un altro.

L’ITALIA.IL G8 E IL G20, in Ffwebmagazine 4 febbraio

L’Italia ha il compito di guidare il G8 nell’anno più grave (da 75 anni) di recessione mondiale– in quello, inoltre, in cui le scelte di politica economica internazionale contribuiranno ad avviare la ripresa oppure a protrarre il ciclo negativo. Naturalmente il G8 non ha soltanto compiti economici ma nel 2009 appena iniziato, l’andamento dell’economia può gettare una luce (oppure un’ombra) sugli altri “dossier” (ambiente, Medio Oriente, e via discorrendo). Inoltre, i compiti del G8 si intersecano con quelli del più ampio 620, di cui fanno parte anche i maggiori Paesi in via di sviluppo.
Si è appena svolta una riunione di dirigenti di Ministeri economici e di Banche centrali del G20 che precede quella a metà marzo dei Ministri dell’Economia e delle Finanze – a sua volta preliminare all’incontro dei Capi di Stato e di Governo in calendario a Londra il 2 aprile. E’ probabile che prima di allora a Berlino, un vertice straordinario dei Capi di Stato e di Governo- dedicato specificatamente ai derivati; lo hanno anticipato Silvio Berlusconi e Nicolas Sarkozy. Tutto ciò indica che il vertice convocato da George W. Bush a metà novembre a Washington non è stato, come molti pensavano, inutile o peggio ancora (uno sfoggio mediatico d’un Presidente al termine del proprio mandato e dopo una severa sconfitta elettorale del suo partito). Il G20 sul Potomac ha messo in moto una macchina. Ora è cruciale che resta sulla corsia giusta e porti risultati concreti entro aprile.
L’Italia può dare un contributo chiave se, nella posizione di guida del G8, dà indirizzo in materia di una possibile agenda per il rilancio dell’economia internazionale.
Ciò vuole dire, in primo luogo, frenare il protezionismo, non più strisciante ma già invadente. Quasi tutta la stampa italiana ha ignorato che nonostante gli impegni (in senso liberista) assunti al G-20 di metà novembre, nelle ultime quattro settimane, la Russia ha aumentato i dazi sulle auto d’importazione e misure analoghe (nei confronti di questo o quel prodotto o di quell’area commerciale) sono state varate da India, Indonesia, Brasile ed Argentina. Il mondo rischia di andare verso la frammentazione commerciale. In Europa, Germania ed Italia ne sarebbero i Paesi più penalizzati. Il Governo italiano può svolgere un ruolo chiave e nell’Ue ed in ambito Wto/Omc (l’organizzazione mondiale per i negoziati commerciali) anche perché – ricordiamolo – Barack Obama è stato eletto in base ad un programma protezionista.
In secondo luogo, contribuire al riassetto monetario. Lo scenario migliore sarebbe quello secondo cui il forte dosaggio di ricostituenti fisco-monetari varato negli Usa porti entro metà anno ad un cambio di 1.20 $ per € e, nel contempo, la Cina rivaluti lo yuan (rispetto al $) del 20% circa. E’ un’illusione? Richiede un’intesa simile a quella raggiunta all’Hotel Plaza di New York nel 1985. Un’impresa difficile; ma l’Italia è, politicamente, in una posizione relativamente migliore di altri per tentarla.
In terzo luogo, la crisi ha proposto (specialmente negli Usa e nel Regno Unito) un’espansione dell’intervento pubblico, sia diretto (acquisizione di intermediari finanziari, aiuti a settori industriali) sia indiretto (definizione ed attuazione di regole più stringenti). L’Italia può mostrare come, nonostante il quadro mondiale, è riuscita a completare la privatizzazione di Alitalia, ad avviare quelle di Cinecittà Studios, Tirrenia e di altre partecipazioni statali. L’Italia può pure indicare che il “foro internazionale” sulla stabilità, guidato da Mario Draghi, non è caduto nella trappola di proporre regole tanto stringenti da soffocare il malato (invece di curarlo). Dunque, l’Italia può ammorbidire la tendenza internazionale ad allungare la mano di Pantalone (con interventi diretti ed indiretti).
Un’agenda in tre punti non è esile se si tratta dei temi quelli cruciali per uscire dalle pastoie di una recessione che minaccia di diventare depressione e se, pur nei limiti delle possibilità di un Paese dimensioni, ha una visione da grande potenza e da grande mediatore.
Il nodo centrale è quello del ruolo della Cina dato che la partita-chiave si gioca tra Usa e Cina: riguarda il riassetto dei cambi (come nell’altro “anno del bue”, quel 1985 dell’accordo del Plaza). Nel 1995 – ricordiamolo- la Cina ha svalutato lo yuan e lo ha agganciato al dollaro Usa al cambio di 8,3 yuan per dollaro tramite un meccanismo di “hard peg” (“aggancio duro” , sostenuto da barriere di ogni sorta). Ha mantenuto il cambio a 8,3 durante la crisi asiatica del 1996-98. Per anni, ciò conveniva un po’ a tutti: la sottovalutazione della divisa cinese corrispondeva all’alto tasso di risparmio in Cina rispetto al risparmio negativo negli Usa, i capitali cinesi tornavano sul mercato americano (e venivano in gran misura collocati in buoni del Tesoro), l’import di merci dall’Estremo Oriente frenava le tensioni inflazionistiche in Nord America. Al tempo stesso , le riserve di dollari controllate dai cinesi aumentavano da 200 a 2000 miliardi nell’arco di appena sette anni. Lo squilibrio, sempre maggiore, è stata una determinante del contagio della crisi finanziaria da Wall Street al resto del mondo. Non che gli Usa (ed il resto del mondo) non se fossero accorti, ancora prima che il detonatore della crisi facesse sentire tutto il suo fragore. Nel 2005, sotto continue pressioni e minacce Usa, la Cina ha rivalutato lo yaun . Ma appena del 2% (sic!). Un nuovo “accordo del Plaza” sarebbe necessario. La Cina è restia: ricorda che dopo l’accordo del 1985 (che portò alla rivalutazione dello yen), il Giappone ebbe un decennio senza crescita. Il rallentamento colpisce anche il nuovo Impero di Mezzo (si prevede una decelerazione del 25% del tasso di aumento del pil – dal 9,5% nel 2008 al 7,5% nel 2009 – concentrata, però, in aree industriali urbane dove fabbriche stanno chiudendo e sono da settimane in corso disordini). Senza un riassetto valutario, però, è difficile prevedere (a breve) una ripresa dell’economia internazionale. Quindi, è in questa partita che si deve inserire il G-8 guidato dall’Italia.

LA BAD BANK TEDESCA NON STA IN PIEDI. CHIAMATE L’FMI, Libero dell'11 febbraio

In riva al Meno, dove , d’inverno, il vino fatto con il succo di mele si assapora lentamente e leggermente riscaldato, si afferrano meglio le ragioni per cui sarebbero errati ulteriori interventi, a spese dei contribuenti, a favore di questa o di quella grande banca tedesca in difficoltà. A Francoforte l’atmosfera è ancora (e sempre) quella della vera capitale economica e finanziaria della Repubblica Federale. Pure nel ristorante di lusso costruito dove un tempo c’era il foyer del “vecchio” teatro dell’opera (distrutto dai bombardamenti durante la guerra) il clima è differente di Einstein. Nel primo si incontrano banchieri e finanziari; nel secondo, Unter Den Linden berlinese , tra Friederishstrasse e Charlottestrasse, a pochi passi a Est, quindi, dalla Porta di Brandeburgo, quello che un tempo era il ritrovo della nomenklatura, è oggi covo di sottosegretari di dicasteri economici e di responsabili economici della (scricchiolante) “grosse” coalizione.
Non ha peli sulla lingua, Jurgen Odenius, forse anche perché oggi è comodamente al riparo al servizio studi del Fondo monetario- quindi, senza alcun obbligo di piacere al mondo bancario tedesco. Delinea una vera e propria requisitoria delle riforme attuate dall’inizio degli Anni 90 nel sistema di “corporate governance” delle banche della Repubblica Federale. Vale la pena ascoltarlo perché in Italia una scuola di pensiero vorrebbe prendere a modello il metodo tedesco per mettere mano all’assetto funzionale delle nostre banche. In breve, secondo Odenius, non ha avuto gli esiti sperati il tentativo di coniugare lo “stakeholder system” tradizionale in Germania (e basato sulla partecipazione degli “aventi titolo” a vari gradi di gestione degli istituti) con lo “shakeholder system” mirato a massimizzare gli utili (sovente di breve periodo) per gli azionisti. Ne sono risultate rigidità. Oggi i guai non vengono soltanto dalla crisi internazionale subprime ma anche da rigidità in tre campi specifici:a) i meccanismi di controllo interno; b) autoreferenzialità; c) scarsa valutazione delle attività di acquisizione (di altri istituti)
A Francoforte ha avuto un notevole successo (negli ambienti tanto bancari quanto accademici) un lavoro dell’Università di Chicago firmato da Lubos Pastor e da Pietro Veronesi (Nber Working Paper N. w14646) in cui si passa in rassegna la letteratura recente sui mercati finanziari: numerosi fenomeni di questi ultimi anni sembrano “sconvolgenti”, ma diventano facilmente comprensibile quando riconosciamo che i parametri dei modelli finanziari sono “incerti” e “soggetti ad una buona dose di apprendimento”. In questa fase, quindi, è preferibile cercare di imparare piuttosto che correre verso soluzioni irreversibili (quali una nazionalizzazione, più o meno, all’ingrosso dei maggiori istituti). Altro testo anglosassone spesso citato,è il breve saggio “Banking on Socialism” di Therry Arthur “Banking on Socialism” pubblicato sul numero di dicembre di “Ecomomic Affaire”, diventata, con “Kyklos” rivista di culto del pensiero economico liberale tedesco. Nel lavoro, Arthur sottolinea che, dopo gli sviluppi degli ultimi mesi, il sistema bancario britannico rappresenta l’esatto opposto di quello consono ad un mercato libero, in cui non ci dovrebbe essere spazio per una banca centrale “nazionalizzata” che interviene per salvare i discoli e gli sprovveduti. Ove ciò non bastasse a Francoforte si cita un lavoro a più mani delle Università di Harvard, Paris I Panthéon, e Insee (l’Istat francese) in cui, ad un’analisi econometrica comparata, la regolazione bancaria attuale è fortemente correlata con il senso di “sfiducia” tra le banche scoppiato in occasione della crisi finanziaria emersa nel 2007 ma latente da anni.
Sino a qui le critiche alle ipotesi interventiste. C’è, però, anche una parte propositiva. In primo luogo, rimettere atto alla regolazione (ed alla relativa vigilanza) su piano nazionale ed internazionale. Un libro di Kenneth Rogoff, Eswar Prasad, Ayhan Kose e Shang-Jin Wei (poco letto in Italia ma studiato attentamente in Italia) lo sottolineava già nel 2007, sulla base di saggi scritti nel 2005-2006 (quando di crisi la stampa ancora non parlava): occorre passare da una regolazione “pro-ciclica” (in cui le banche allargano i cordoni della borsa quando pare che tutto vada bene) ad una “contro-ciclica”. Il nodo è come farlo? Se a livello nazionale od internazionale. Il livello nazionale è, senza dubbio, il primo e il più importante stadio di difesa. Proprio qui a Francoforte l’Ing. Jean-Claude Trichet vorrebbe aggiungere nuove frecce all’arco della Banca centrale europea , ma non sembra raccogliere molti applausi. Né sulle sponde del Reno né nel ristorante di quella che fu la Alte Oper.
Meglio guardare al Fondo monetario, come suggerisce Cynthia Crawford Lichtestein. Sempre che il Fondo si metta in grado di farlo

BANCHE STATALIZZATE A BERLINO: VERO O FALSO? Libero del 7 febbraio


Berlino. Per alcuni giorni i titoli dei principali quotidiani europei hanno indicato come sia allo studio un’eventuale nazionalizzazione delle principali banche tedesche. I nodi che affliggono gli istituti sono noti. Sotto il profilo generale, il comparto del credito e della finanza della Repubblica Federale non è in una situazione più preoccupante o peggiore di quella di altri Paesi (ad esempio, degli Usa e della Gran Bretagna) . Tuttavia, a fare scattare la molla (di un eventuale progetto in tal senso) è stata, all’inizio dell’anno, l’acquisizione (su impulso non tanto aziendale quando politico) della Dresdner Bank da parte della Commerzbank ; per portarla a termine la Commerzbank ha ottenuto un intervento del Governo federale per 10 miliardi di euro, pari al 24% del proprio capitale sociale. Ciò ha trasformato la seconda maggiore banca tedesca in un istituto non solo a partecipazione statale ma in cui lo Stato è diventato l’azionista di riferimento. L’intervento è gestito dal Soffin (Fondo speciale per la stabilizzazione del mercato finanziario), uno strumento creato di recente prendendo, più o meno, a modello il Tarp (programma per il risanamento delle attività finanziarie in difficoltà) del “piano Paulson” varato negli Usa a fine 2008 e che l’Amministrazione Obama vorrebbe rafforzare. Anche se il portavoce ufficiale del Governo tedesco, ha negato che ci sono intenzioni di estendere misure di questa natura ad altri istituti, sono corse voce di un disegno di legge organico che, invece, comporterebbe la nazionalizzazione , più o meno totale, dei principali istituti.
A Berlino per le celebrazioni del ventennale della caduta del muro – l’Italia è stata presente con un applauditissimo concerto, alla Filarmonica, dell’Orchestra Sinfonica della Fondazione Roma, una delle rarissime, forse l’unica, istituzione musicale del Paese interamente privata e che non riceve sostegno pubblico -, mi è parso utile approfondire il tema con una serie di conversazione di “background briefings” (ossia da non citare e tanto meno da virgolettare , data la delicatezza dell’argomento) con amici e colleghi della Repubblica Federale.
Alla Cancelleria, naturalmente, la versione (anche ufficiosa) è che si tratta di mera invenzione di giornali e di giornalisti. Differente l’atmosfera che si respira al Ministero delle Finanze. Si citano, naturalmente, gli esempi di nazionalizzazione “a termine”, e di breve periodo, attuati in Svezia, Giappone e Corea del Sud negli Anni 90 (in effetti il caso coreano è più recente poiché conseguenza della crisi del debito estero del 1996-98) e dei buoni risultati ottenuti. Alcuni dirigenti si spingono anche a citare la situazione (peraltro poco calzante) delle nazionalizzazioni delle banche francesi all’inizio degli Anni 80- un prezzo che Mitterand dovette pagare per l’ingresso del Partito Comunista Francese nella sua coalizione di Governo e che venne saldato (con la privatizzazione degli istituti) non appena l’Eliseo si reso conto che i comunisti non erano più necessari all’Esecutivo. L’ipotesi viene, quindi, valutata con una certa attenzione pur se non se ne disconoscono i rischi sia immediati (la paura di una nazionalizzazione ha polverizzato i titoli bancari in Gran Bretagna, Irlanda e Danimarca ed ha innescato ribassi anche in Repubblica Federale) sia di medio e lungo termine ( cosa fa pensare che funzionari pubblici siano più capaci dei banchieri di professione a gestire questa delicata fase della crisi finanziaria internazionale?). Con un pizzico di ironia c’è chi mostra l’ultimo fascicolo di “Economic Affaire”, il periodico del pensatoio britannico più marcatamente liberista) in cui si sostiene il paradosso che occorrerebbe nazionalizzare l’intero settore bancario sino a quando le banche centrali (anche la Banca centrale europea, Bce) restano sotto il controllo pubblico. C’è anche chi indica un lavoro ancora inedito della Nanjing University (si può averlo scrivendo,a mio nome, adameskly@gmail.com) secondo cui, sulla base di un campione di 188 Paesi per il periodo 1950-2003 dove si è aumentato il ruolo del settore pubblico nell’economia si è frenato lo sviluppo economico (soprattutto nel settore economico e finanziario). In sintesi, l’atmosfera generale è di attenzione all’idea (non ancora una proposta) ma di consapevolezza che creerebbe più problemi di quelli che eliminerebbe.
Alla Università con Humboldt viene sollevato il nodo cruciale: la compatibilità dell’eventuale progetto con l’unione monetaria. Ricordiamoci che quando venne approvato il Trattato di Maastricht, in Italia giuristi ed economisti di rango sottolinearono che non sarebbe stato fattibile realizzare salvataggi come quelli del Banco di Napoli e del Banco di Sicilia appena approvati in Italia. Da allora sono passati anni ed il mondo è alle prese con una grave crisi finanziaria. Ma, un intervento pubblico così pregnante non farebbe saltare non solo l’unione monetaria ma l’intera costruzione europea?

L'ITALIA ARRICCHISCE LA VITA MUSICALE DI CRACOVIA , Il Velino 9 febbraio

Cracovia è una città antica, rimasta in gran misura intatta (nonostante le devastazioni effettuate in Polonia durante la seconda guerra mondiale), poiché, sede del comando tedesco e di oltre 30.000 militari che rendevano impossibile una ribellione. Nel centro storico il barocco si incrocia con l’architettura medioevale una miriadi di viuzze che sboccano nella piazza del mercato più grande d’Europa sino all’epoca rinascimentale. Capitale della Polonia nel XIV e XV secolo, è stata per decenni uno dei centri delle cultura europea (patria, ad esempio di Copernico) nonché polo d’attrazione per artisti fiamminghi, tedeschi ed italiani, oltre che polacchi. Nelle sue strade (arricchite alla fine del XIX secolo dai primi esempi di architettura Art Nouveau) si respira questa atmosfera secolare di scienza, arte e cultura. Il regime comunista tentò di trasformarla in un centro siderurgico, la città (780.000 abitanti, con un centro storico piccolo ma incontaminato ed un superbo castello), ha ritrovato la propria vocazione di polo culturale , e di turismo culturale. Densa di studenti (provenienti non solamente dalla Polonia ma anche dalle maggiori università europee e americane), gode di un’intesa vita musicale: un teatro d’opera di repertorio (la cui architettura ricorda il Palais Garnier di Parigi e restituito di recente agli antichi splendori) ed una sala di concerti in stile neoclassico (costruita all’inizio del XX secolo e restaurata ne 1980) proprio a pochi passi dal Palazzo Arcivescovile dove ha vissuto per decenni Karol Wojtila, prima di assurgere alla guida della Chiesa di Roma. L’Italia è presente a Cracovia con un piccolo ma attivo Istituto di Cultura.
Mentre il teatro dell’opera collabora principalmente con altre istituzioni della Polonia e dell’Europa centrale , la Philarmonica di Cracovia ha un programma di scambi e collaborazioni internazionali e numerose serie di abbonamenti. In questo quadro, ha invitato l’Oschestra Sinfonica-Fondazione Roma (Os-Fs), una delle rarissime orchestre private italiane e l’unica ad avere raggiunto fama e reputazione internzionale.
Il concerto, tenuto la sera dei 6 febbraio in una serata in abbonamento e di fronte ad un auditorium gremito (la sala contiene mille posti ed ha un’acustica davvero eccezionale) comprendeva un programma interamente italiano o ispirato comunque all’Italia.. E’ stato aperto dalla briosa ouverture “Carnevale Romano” di Hector Berlioz con il quale il compositore francese, che aveva studiato a Roma, intese salvare, nel 1844, almeno parte dell’opera “Benvenuto Cellini” che, completata nel 1833, non trovava teatri disposti a rappresentarla, Successivamente, i tre brevi ma affascinanti poemi sinfonici di Martucci (di cui “Il Velino” ha trattato il 5 febbraio) e, nella seconda parte, dopo la sinfonia de “I Vespri Siciliani” di Verdi, il grandioso poema sinfonico “I Pini di Roma” di Respighi. Grande successo, da parte di un pubblico avvezzo alla grande musica classica, e richiesta di bis, concessi prendendo brami di cui l’Os-Fr ha dimestichezza.
Il lavoro di Respighi, relativamente poco noto a Cracovia, è quello che forse più ha colpito il pubblico. E’ una partitura molto complessa, che richiede un organico molto vasto (e strumentisti in grado di essere anche ciascuno un solista) . Respighi prende l’avvio dai giochi di bambini a Villa Borghese, per poi evocare i pini che coprono con la loro ombra le catacombe e quelli al vento del Granicolo e per finire con una grande marcia solenne di consoli, aristocratici e soldati della Roma antica filtrata attraverso i sentimenti di chi, nel 1924, passeggia sulla Via Appia ammirandone i pini. L’esecuzione , perfetta, ha davvero scosso il pubblico.
La tournée dell’Os-Fr prosegue al Festival di Ludwigshafen, nel Palatinato. Un’anticipazione:l’Os-Fr è stata scelta dal Ministero della Cultura austriaco per rappresentare l’Italia nell’evento culminante dell’ “anno di Haydn, di cui ricorre il 31 maggio 2009 il secondo centenario dalla nascita: il 31 maggio , in 20 capitali verrà eseguito uno dei suoi maggiori oratori – “La Creazione” – con collegamenti in mondovisione.

L’ARCA DI NOE’ MULTIMEDIALE, Milano Finanza del 6 febbraio

“Prima mondiale” all’Opera di Roma (Teatro Nazionale – la sala più piccola delle due a disposizione della Fondazione) di uno spettacolo multimediale che in marzo sarà Reggio Emilia, in aprile – maggio a Milano, in estate al Festival di Santander e forse in autunno negli Usa. Coniuga effetti speciali molto tecnologici (il palcoscenico è trasformato in una piscina con un il lembo sinistro riservato alla “Brigata Sinfonica”, un complesso di 5 elementi che suonano dieci strumenti- e gli spettatori sono circondati da schermi con scene acquatiche e marine) con prosa (in inglese, spagnolo, francese e qualche battuta in italiano) affidata ad un cast internazionale (Moni Ovadia, Hendrik Aerts, Dory Sánchez,) e canto (Helga Davis, Maria Pilar, Pèrez Aspa). Il testo è di Saskia Boddeke, la regia di Peter Greenway, la musica di Goran Bregović, notissimo anche in Italia per le musiche con cui ha accompagnato i film di Emir Kustarica.
The Blue Placet” è un “oratorio multimediale” in 90 minuti (senza intervallo). E’ strutturato in otto parti come una messa da requiem: tratta, infatti, della fine del mondo, creato da Dio (con la voce del soprano lirico Maria Pilar, Pèrez Aspa) e distrutto dall’uomo. Noè (Ovadia) costruisce l’arca nella speranza che dopo il diluvio universale, ne sorga uno migliore. La sua sposa (Helga Davis, cantante afro-americana la cui estensione va dal soprano lirico quasi al contralto) è scettica. Tuttavia, i loro figli (Aerts, olandese; Sánchez, spagnola, ambedue attori) raccolgono il messaggio di speranza.
Boddeke, Bregović, e Greenway raccontano il divenire del pianeta con un occhio ai rapporti tra Dio (il trascendente) e gli essere umani (dal quasi ignavo Noé, alla sua consapevolissima moglie, ai loro sensualissimi figli). Dio (pur cantando con voce di donna) assume le vesti d’uomo, d’ermafrodita, di serpente, di bambini. Tra i due giovani aleggia aria d’incesto per dare vita alla nuova (e migliore) umanità.
Lo spettacolo è, senza dubbio, innovativo ed interessante. La partitura di Bregović è, si potrebbe dire, “mediterranea”: incastra musica balcanica (e gitana), con il melanconico fado portoghesi, con echi di composizioni arabe e greche, andando anche nel gospel e nel blues per le vere e proprie arie affidate a Helga Davis. La musica è, però, solo un ingrediente del lavoro, il cui esito deve molto all’impianto scenico, ai costumi, alle luci ed ai disegni animati in stile Second Life (Annette Mosk, Marritt Van der Burgt, Marcello Lumaca, Luca Lisci). Un elogio meritano Aerts e Sánchez, che recitano ed anche danzano costantemente nell’acqua.
Un nuovo modo di fare teatro in musica? Attirerà pubblico giovane? E’ indubbiamente maggiormente in linea con quanto si vede a New York, Berlino, Parigi e Londra del “Freud, Freud, I Love You” di Luca Mosca, su libretto di Gianluigi Melega, in “prima mondiale” al Teatro Olimpico di Roma a metà gennaio.

LA FONDAZIONE ROMA INAUGURA LE CELEBRAZIONI PER II VENT’ANNI DALLA CADUTA DEL MURO DI BERLINO, Il Velino 6 febbraio

Non so quanti italiani lo sapranno, dato che se non sono fortemente etichettate (specialmente da una parte politica) sulle notizie importanti vige spesso il silenzio stampa. Tuttavia, noi de “Il Velino” pensiamo che la notizia sia importante e vada diffusa: alla Philarmonie in quel di Von Karajan Platz di Berlino (forse la più autorevole sala di concerti nel mondo, certamente la più prestigiosa in Europa), le celebrazioni per la ricorrenza dei vent’anni dalla caduta del muro non sono state aperte da un’orchestra sinfonica tedesca, ma da una italiana. E dall’unica probabilmente interamente privata e che non riceve contributi da Pantalone. La Orchestra Sinfonica della Fondazione Roma è stata scelta, tra tante, per iniziare, la sera del quattro febbraio, un programma che si articola su tutto il 2009. Ha diretto Francesco La Vecchia un concerto ispirato all’amicizia tra Germania ed Italia (proprio mentre a pochi passi in un simposio tra politologi si discuteva perché le relazioni tra i due Paesi non sono da qualche anno strette ed affettuose come lo erano un tempo). Il concerto prevedeva, nella prima parte, oltre alla notissima sinfonia de “I Vespri Siciliani” di Verdi, tre lavori purtroppo dimenticati di Martucci (colore orientale, notturno, tarantella), compositore su cui si è voluto , per troppi anni, calare una fitta coltre d’oblio perché “non allineato”; nella seconda parte il poema sinfonico di Richard Strauss (di cui ricorrono i 60 anni dalla morte”: “Aus Italien”(Agli Italiani). Il vostro “chroniquer” era nella sala, circa 1800 posti, gremitissima, e può testimoniare dell’entusiasmo con cui è stato accolta la Os-Fr. . A grande richiesta di bis, l’Os-Fr ha anche eseguito l’”intermezzo” di “Cavalleria Rusticana” di Mascagni e la sinfonia del rossiniano “Guglielmo Tell” Interessante notare come i lavori di Martucci e Strauss siano quasi coetanei , in sostanza poemi sinfonici nello stile degli ultimi anni del XIX secolo; quelli di Verdi e Rossini sono – è noto- inni alla libertà particolarmente adatti alla ricorrenza.
Più che la cronaca della serata (stupefacente il silenzio di alcune assenze istituzionali ed alcuni assordanti silenzi ministeriali incaricati di promuovere la cultura italiana all’estero) ed una recensione (il concerto è stato ascoltato di recente nella sede istituzionale romana dell’Orchestra, l’auditorium di Via della Conciliazione) è importante ricordare che quando, sette anni fa, è iniziata l’avventura, dell’Orchestra, molti non la hanno presa sul serio. Pensare di fare nascere un’orchestra sinfonica puramente privata con un gruppo di giovani appena usciti dai conservatori, era considerato poco credibile e verosimilmente non realizzabile. Anche perché “i ragazzi” ed il loro animatore, il direttore d’orchestra Francesco La Vecchia non andavano con il cappello in mano da Stato, Regione, Provincia, Comune ma progettavano di farcela con il contributo di privati e con gli incassi. Inoltre, il progetto era di portare i giovani ad ascoltare la “musica colta” con una politica di bassi prezzi, coniugando il repertorio più popolare, del Settecento e dell’Ottocento con la sinfonica del Novecento , e con qualche spruzzo di quella contemporaneità.
E’ stato trovato un mecenate, la Fondazione Roma, che oggi, visti i risultati, stanzia quasi 5 milioni d’euro l’anno per l’intrapresa ( a titolo di raffronto il bilancio dell’Accademia di Santa Cecilia supera i 25 milioni d’euro l’anno, di cui due terzi pubblici). Dopo qualche stagione al Teatro Argentina ed al Teatro Sistina, sono riusciti a fare rimettere a nuovo l’auditorium di Via della Conciliazione (1200 posti).migliorato sia nell’aspetto sia nell’acustica. Da novembre a giugno, l’Orchestra vi suona le domeniche pomeriggio alle 17,30 ed i lunedì sera alle 20,30; la sala strabocca di giovani (ed anche d’anziani) a ragione in gran misura della politica di prezzi: per 30 concerti, l’abbonamento intero è € 280 (poco più di un posto in platea o palco per una sola serata alla Scala), ma per gli studenti è € 90 e per chi ha più di 65 anni € 160. Per i singoli concerti, il biglietto intero è € 18, quello ridotto (per studenti ed anziani) € 10. La vera portata innovativa è nei programmi che combinano, nello stesso concerto, Nono con Schubert, Stravinskij con Bruckner, Casella con Brahms, Ciacovskil con Malipiero, Liszt con Shostakovich, Mahler con Dukas suonati da una formazione stabile di 90 strumentisti di cui due terzi circa hanno meno di 30 anni d’età. Una ventata d’aria nuova che mancava nella capitale dell’Italia da quando è stata chiusa la formazione romana dell’orchestra sinfonica della Rai e che ha innescato competizione nel mercato della musica. I costi di produzione sono tenuti bassi da un organico amministrativo all’osso (una decina di dipendenti).
. L’autorevolezza si è imposta anche in Italia quando c’è stata una sempre più accentuata consacrazione internazionale. Da un canto direttori stranieri di livello (come Gunter Neuhold, Lior Shamdal, Amos Talmon) hanno spesso guidato i “ragazzi di via della Conciliazione”. Da un altro, orchestre straniere importanti come i Berliner Sinfoniker sono state ospiti dell’Orchestra. Da un altro ancora, l’orchestra è stata invitata ad esibirsi all’estero - a San Pietroburgo, a Bruxelles, a Madrid (in un concerto presso l’Auditorio Nacional de la Musica a Madrid alla presenza della Regina), in Brasile , ad Atene, e Londra (nella sede della Royal Philharmonic Orchestra), ed alla Großer Saal della Philharmonie a Berlino. Essere stata invitata ad aprire le celebrazioni per la ricorrenza della caduta del muro pone un’orchestra (anche in quanto due terzi degli orchestrali hanno meno di 30 anni) tra le grandi orchestre sinfoniche italiana (Santa Cecilia, i Filarmonici della Scala, l’orchestra del Maggio Musicale Fiorentino). .
E’ importante che se ne conoscano storia e successi in una fase in cui nel mondo della musica tutti protestano a ragione delle ristrettezze finanziarie che hanno imposto riduzioni del Fondo unico per lo spettacolo (Fus). C’è aria nuova. Chi non se accorge è perduto. Lo diceva, in un suo film, anche Tinto Bras, non proprio esperto d’orchestre ma spesso dotato di sana saggezza contadina.

L’ORCHESTRA SINFONICA CONQUISTA BERLINO , Il Tempo 8 luglio

Berlino. Alla Berlinale, inaugurata il 5 febbraio, nessun film italiano è stato ammesso in concorso (ma figurano circa 90 titoli tedeschi). Non prendiamocela più di tanto: il 4 febbraio a pochi passi dal Palazzo del Cinema, nella più nota Großer Saal della Philharmonie (un vero e proprio tempio mondiale della musica) in quel di von Karajan Platz, un’orchestra di Roma (composta in gran parte di giovani al di sotto dei 30 anni) aveva il compito di inaugurare le celebrazioni organizzate dalla principale istituzione di Berlino per celebrare i 20 anni dalla caduta del muro di Berlino. Si tratta dell’Orchestra Sinfonica della Fondazione Roma( Os-Fr) guidata da Francesco La Vecchia. ). Il programma (che verrà, con alcune modifiche, replicato a Cracovia ed il Festival Internazionale di Ludwigshaven, nel Palatinato), prevedeva, nella prima parte, oltre alla notissima sinfonia de “I Vespri Siciliani” di Verdi, tre lavori purtroppo dimenticati di Martucci (colore orientale, notturno, tarantella), compositore su cui si è voluto , per troppi anni, calare una fitta coltre d’oblio perché “non allineato”; nella seconda parte il poema sinfonico di Richard Strauss (di cui ricorrono i 60 anni dalla morte”: “Aus Italien”(Agli Italiani). Il vostro “chroniquer” era nella sala,circa 1800 posti, gremitissima, e può testimoniare dell’entusiasmo con cui è stato accolta la Os-Fr. . A grande richiesta di bis, l’Os-Fr ha anche eseguito l’”intermezzo” di “Cavalleria Rusticana” di Mascagni e la sinfonia del rossiniano “Guglielmo Tell” Interessante notare come i lavori di Martucci e Strauss siano quasi coetanei , in sostanza poemi sinfonici nello stile degli ultimi anni del XIX secolo; quelli di Verdi e Rossini sono – è noto- inni alla libertà particolarmente adatti alla ricorrenza. . Per mera coincidenza, sempre a Berlino, si svolgeva un seminario di politologi:perché non sono buone e strette come un tempo, come fare per migliorarle. La risposta potrebbe essere semplice: fare ascoltare più spesso ai berlinesi la Os.Fr.
Quando è iniziata la loro avventura, molti hanno snobbato la Os-FR. Pensare di fare nascere un’orchestra sinfonica puramente privata, in grado di reggersi sulle proprie gambe, partendo con un gruppo di giovani appena usciti dai conservatori, era considerato poco realistico. Anche perché “i ragazzi” (così li chiamavano) ed il loro animatore, il direttore d’orchestra Francesco La Vecchia non andavano a bussare alla porta di Pantalone, nelle sue varie vesti e guise (Stato, Regione, Provincia, Comune) ma pensavano di farcela con il contributo di privati e con gli incassi. Ancora più grave, il progetto era di portare i giovani ad ascoltare la “musica colta” con una politica di bassi prezzi e con una programmazione che avrebbe coniugato il repertorio più popolare, del Settecento e dell’Ottocento con la sinfonica del Novecento , e con qualche spruzzo di quella contemporaneità che molti ritengono ostica agli italiani. L’esito strepitoso a Berlino consacra la Os-Fr tra le rare grandi orchestre italiane di statura internazionale.

martedì 3 febbraio 2009

SE MARX,SCHUMPETER E KEYNES AVESSERO RAGIONE Formiche Febbraio…….

Il 2009 sarà caratterizzato dal proseguire della crisi finanziaria ed economica esplosa nell’estate 2007. E’ probabile che la crisi continuerà anche per diversi mesi del 2010. Nell’ultimo numero della bella rivista di Columbia University “Capitalism and Society”, Edmund Phelps si chiede se alle radici del fenomeno dello scollamento tra finanza (alla ricerca d’utili sostenuti tramite un’ingegneria sempre più complicata) ed economia reale (in fase, da lustri, di rallentamento in molte parti del mondo e di stagnazione in Europa) non ci sia la scarsa integrazione tra micro e macro economia e la capacità stessa della professione di comprendere il funzionamento delle imprese. E’ una domanda pertinente ma dovrebbe essere portata al suo logico sviluppo: Marx, Schumpeter e Keynes avevano o non avevano ragione quando preconizzavano una riduzione secolare del tasso di profitto nelle economie capitalistiche? Per Marx e Schumpeter il passaggio al socialismo non sarebbe stato motivato da esigenza di giustizia sociale ma dall’incapacità del capitalismo di fornire un saggio di profitto adeguato a sostenere risparmi e, quindi, investimenti. Per Keynes, gli “aminal spirits” – l’espressione è sua non (come afferma la vulgata giornalistica) d’Adam Smith- avevano la necessità di una “socializzazione dell’investimento” (per mantenere un saggio di profitto tale da consentire il processo di accumulazione del capitale tramite risparmi ed investimenti).
Il tema è vasto e profondo. “Formiche” può aprire un dibattito, portando alcuni dati specifici all’Italia. Che io sappia c’è stato un unico studio empirico della produttività marginale dell’investimento nel nostro Paese: quello di Maurizio Tenenbaum dell’Università La Sapienza di Roma, condotto all’inizio degli Anni 80 su incarico del Ministero del Bilancio, e, in seguito, pubblicato dalla casa editrice Il Mulino in un libro curato da Fabio Nuti. Fuori catalogo da anni, il saggio esaminava l’investimento pubblico nel periodo 1950-80 con metodo aggregato e concludeva che la spesa in conto capitale aveva una produttività-marginale dell’8-12% - parametro utilizzato per lustri come riferimento (ad esempio, come tasso d’attualizzazione) nella valutazione di piani e progetti. Il periodo analizzato da Tenenbaum copre in larga misura gli anni del “miracolo economico” (1945-1968) quando, secondo analisi di Charles Kindleberger e Ferenc Janossy (due numi del pensiero economico, uno liberista ed uno marxista, distinti e distanti dalle nostre beghe) l’investimento in Italia aveva rendimenti particolarmente elevati poiché attivava l’utilizzazione di capitale umano potenzialmente molto ben addestrato e molto produttivo, ma costretto ad una relativa improduttività dal 1936 (guerra d’Africa) alla fine della seconda guerra mondiale.
Al termine degli Anni 80, seguendo un metodo differente da quello di Tenenbaum, arrivai, con l’economista finlandese Ernst Kula, a stimare un tasso molto più basso : 2,5-4,%. Alla fine degli Anni 90, l’economista americano Jaffey è giunto a conclusioni analoghe.
Di recente, il servizio studi della Banca centrale ha completato un’analisi che merita di essere meditata poiché, nonostante il lessico tecnico, è ricca di lezioni. In primo luogo, lo studio riguarda il periodo 1960-2005 – sui suoi risultati, dunque, l’eccezionalità del “miracolo economico” conta relativamente poco. In secondo luogo, è un’analisi comparata che include 14 Paesi dell’Ue, il Canada, Giappone e Stati Uniti. In terzo luogo, utilizza una metodologia VAR (una tecnica econometrica per esaminare serie storiche da non confondere con VaR – Value at Risk, una tecnica finanziaria per quantizzare valorizzazioni di titoli tenendo conto dell’elemento di rischio- sviluppata, in applicazioni operative, a partire dalla metà degli Anni 90). Quindi, il lavoro ha un contenuto informativo aggiornato e più utile di quelli condotti in passato. Infine, l’analisi entra anche nei tassi di rendimenti medi (tanto “parziali”, quindi del solo investimento pubblico, quanto “totali”, computando anche l’investimento privato attivato dalla mano pubblica). In Italia, Finlandia, Giappone e Svezia, i tassi di rendimento “parziali” dell’investimento pubblico risultano negativi. Il quadro cambia se si guarda ai tassi di rendimento “totali”; il tasso dei rendimenti privati diventa più basso se associato al pubblico generalmente in tutti i Paesi (la sola eccezione è la Francia) e diventa addirittura negativo in Austria, Finlandia, Grecia, Portogallo e Svezia. Questa seconda conclusione mette l’investimento pubblico in Italia in luce migliore di quanto non lo faccia la prima. Ma solleva, comunque, l’interrogativo di dove sta andando il tasso di profitto e se la sua contrazione non sia un fenomeno di lungo periodo da contrastare con misure differenti da quelle macro-economiche e monetaria attuate, nei maggiori Paesi Ocse, negli ultimi mesi.

Per saperne di più

Afonso A., St Aubyn M. “Macro-economic rates of returns of public and private investment – Crowding- in and crowing-out effects” Ebc Working Paper n. 864, 2008-12-25

Nuti F. “L’analisi Costi Benefici” Il Mulino, 1987

Kula E. “Modified Discounting Methods” in Project Appraisal Vol.4, n. 2 , 1988

Pennisi G. “Economic Appraisal of Environment Related Projects” in Journal of Public Finance and Public Choice, n. 1 1989

Phelps E. “Commentary. Revolutionary Times, Then and Now” in Capitalism and Society vol 3, n. 3, 2008

Yaffey M. “Modified Discount Method Revisited “ in Project Appraisal vol 3, n.3 1997.

lunedì 2 febbraio 2009

CHI HA PAURA DEI COSTI DEL FEDERALISMO FISCALE, L'Occidentale 2 febbraio

L’approvazione da parte della Camera della normativa-quadro sul federalismo fiscale, ed il suo imminente esame da parte del Senato, ha immediatamente sollevato polemiche sui costi del nuovo assetto dello Stato. Sono polemiche giustificate? Probabilmente sarebbe stato utile che la relazione tecnica con cui è stato presentato il provvedimento fosse più esplicita in materia. Tuttavia, anche un centro studi molto vicino all’opposizione, il gruppo Astrid presieduto da Franco Bassanini, ha documentato, nel suo commento al testo quale uscito dalla Camera (www.astrid-online.it/il-sistema1/indez-htlm) come l’articolo 119 contenga un’importante clausola di salvaguardia: Regioni ed enti locali devono avere risorse sufficienti al finanziamento delle loro funzioni, ma sotto forma di tributi propri e di compartecipazione al gettito erariale (integrate dal fondo perequativo del fondo per i territori con minore capacità tributaria). Inoltre, i livelli ed i costi standard verranno congegnati in modo di premiare i soggetti la cui gestione è più efficiente. A questi antidoti al rischio, per così dire, di “sbracamento” delle politiche di bilancio se ne devono aggiungere altri non citati nel lavoro di Astrid.
In primo luogo, i vincoli europei (ed il patto di stabilità interno) sono una prima linea di difesa nei confronti di comportamenti “peccaminosi” (sotto il profilo della disciplina di bilancio). Ove tali vincoli formali non fossero adeguati ce ne sono di sostanziali messi in luce per la prima volta da Robert Putman dell’Università di Harvad proprio come conclusione di uno studio sul funzionamento delle Regioni italiane , pubblicato una ventina di anni fa (“Making Democracy Work- Civic traditions in Italy” Princetton University Press) ma fondato su un’analisi di campo, nel nostro Paese, durata circa un quarto dL secolo: il controllo sociale innesca, da un lato, un circolo virtuoso nei singoli enti locali e, dall’altro, li pone in gara l’uno con l’altro (a chi fa meglio). Aspetto interessante (e poco noto in Italia) è come accentuando il federalismo due Paesi dell’Ue (Belgio ed Austria) sono riusciti a ridurre stock di debito e disavanzo dei conti pubblici che li affliggevano tanto quanto affliggono l’Italia. Il Belgio ha sostanzialmente utilizzato un “patto di stabilità interno” analogo al nostro. Più astuto (almeno mediaticamente) il programma dell’Austria : il Governo federale e quelli dei singoli Länder hanno riformato il bilancio in modo da dividerlo in tre categorie : spese l’amministrazione dell’esistente (da diminuire gradualmente), spese per il futuro quali istruzione ed innovazione (da espandere di pari passo che si riducevano le prime) e spese la manutenzione dello stock di capitale sociale (da valutare in termini quantitativi con l’ausilio dell’analisi costi benefici).
Nella stessa linea, Sean Michael Dougherty (sean.dougherty@oecd.org) del servizio studi economico dell’Ocse (quindi, non un ricercatore a titolo personale) e Robert H. McGukin hanno pubblicato, nel periodico “Management and Organization Review, Vol 4, N. 1, pp. 39-61) uno straordinario (nel senso etimologico di fuori dall’ordinario) studio empirico sugli effetti del federalismo sulla produttività delle imprese nella Repubblica Popolare Cinese . L’analisi riguarda 23.000 aziende e copre il periodo 1995-2005 (quello in cui si è passati da decentramento a federalismo fiscale ed economico). Lo studio anailizza micro-dati di contabilità aziendale sulla base d’un apparato statistico imponente: con il federalismo è migliorata la performance delle azione collettive, di quelle gestite direttamente dallo Stato (nelle sue varie articolazioni centrali e provinciali) e di quelle a proprietà mista (pubblica e privata). Gli autori concludono che l’analisi conferma il lavoro teorico sui Paesi in transizione (dal piano al mercato) anche europei. Rappresenta, in ogni caso, un’arma potente per coloro che sostengono la necessità (e la priorità) del federalismo fiscale. C’è , comunque, un “se” ed un “ma”. L’analisi di Dougherty e McGukin premette che il federalismo della Cina comunista è stato congegnato bene, nel senso che guarda alle imprese ed alla loro produttività.
Andiamo ad aree più vicine a noi, ma pur sempre distinte e distanti dalle nostre beghe. Un lavoro di Lorenz Blume (blume@wirstschaft.uni-kassel.de) dell’Università di Kassel e di Stefan Voight (voigt@wiwi-margurb.de) dell’Università del Margburg fa le bucce al federalismo tedesco: analizza criticamente gli indicatori utilizzati più frequentemente per “valutare” questa o quella tipologia di federalismo – vere e proprie batterie d’indici resi spesso promossi dalla Commissione Europea ed applicati, in Italia, dai seguaci di Robert Putman (e dei suoi lavori sulle differenze in capacità amministrative delle Regioni). Ancora una volta, è un lavoro rigorosamente statistico. La conclusione: occhio ai dettagli istituzionali ed alle “variabili latenti” che si celano dietro osservazioni spesso approssimative. Indicazioni importanti per l’esame del federalismo fiscale da parte del Senato.

IL DILUVIO UNIVERSALE AMBIENTALISTA E MULTIMEDIALE, Il Velino 2 febbraio

Il diluvio universale ha ispirato numerosi compositori – da Donizetti che sul tema ha composto un’opera in tre atti su commissione del San Carlo di Napoli a Malipiero, autore di un delizioso quartetto per archi a Stravinkji le cui ultima opera (The Flood) , la sua unica dodecafonica – è stata pensata per la televisione con un breve intervello per la pubblicità di un dentifricio la cui casa di produzione aveva pagato per la bisogna.
Adesso, in “Prima mondiale” all’Opera di Roma (nella sala, più raccolta) del Teatro Nazionale) ha ispirato Saskia Boddeke, Peter Greenway, e Goran Bregović I primi due hanno avuto l’idea e scritto il testo. Il terzo, notissimo anche in Italia per le musiche con cui ha accompagnato i film d’Emir Kustarica) è l’autore della musica. Non si tratta di un’opera lirica in senso stretto e neanche di teatro in musica. Siamo a metà strada tra l’”istallazione” degli Anni 70 (Xenakis, Stockhausen) ed il “teatro totale” degli Anni 30 (Brecht-Weill). Il tutto, però, con la gamma di tecnologia moderna: live electronics, immagini computerizzate, “Second Life”, e chi più ne ha più ne metta per 90 minuti (senza intervallo) che dopo le recite romane (sino all’8 febbraio) andrà a Reggio Emilia, Milano, al Festival di Santander e forse negli Usa (sarebbe perfetto nella deliziosa sala della Brooklin Academy of Music).
Il pubblico entra in qualcosa di simile all’Acquario di Genova : il palcoscenico è trasformato in una piscina con un piccolo lembo riservato alla “Brigata Sinfonica”, un complesso di 5 elementi che suonano dieci strumenti- e gli spettatori sono circondati da schermi con scene acquatiche e marine), su cinque grandi schermi corrono proiezioni acquatiche e sud-acquatatiche alternate con disegni animati stile “Second Life”. Il testo in prosa è in inglese, spagnolo, francese, con qualche battuta in italiano; recitano Moni Ovadia, Hendrik Aerts, Dory Sánchez. Helga Davis e Maria Pilar Pèrez Aspa cantano.
The Blue Planet” viene chiamato, dagli autori, “oratorio multimediale” poiché strutturato in otto parti come una messa da requiem. L’apologo è semplice e fortemente ambientalista: Dio (con la voce del soprano lirico Maria Pilar, Pèrez Aspa) ha creato il mondo, ma l’uomo lo ha distrutto, cementificando e accumulando montagne di rifiuti. Noè (Ovadia) è un sempliciotto ma viene indotto dall’Alto (che assume, di volta in volta, le vesti d’uomo, d’ermafrodita, di serpente, di bambino, pur cantando da soprano) costruisce l’arca nella speranza che dopo il diluvio universale, ne sorga uno migliore. Al pari di “The Food” di Stravinskji, sua moglie (Helga Davis) è scettica sul valore dell’intrapresa. Non lo sono i loro figli (Aerts, olandese; Sánchez, spagnola, ambedue attori) – belli, sensuali e leggermente incestuosi (ma hanno il compito di ripopolare la terra dopo il diluvio) raccolgono il messaggio di speranza in un mondo pulito. La “drammatizzazione” in senso tecnico è minima ed affidata quasi interamente ai due giovani, che non solo recitano ma anche danzano e nuotano, intrecciando i loro corpi. Si è fatto un certo chiasso sul nudo in scena; in effetti non c’è poiché Aerts e Sánchez sono in costume da bagno per tutto lo spettacolo (che si svolge in piscina); in una delle proiezioni sul maxischermo nuotano sul fondo dell’acqua e si scorgono i genitali di Aerts. Quindi, molto rumor per nulla. Soprattutto dopo i vescovi nudi nella processione di “Die Tode Stadt” in questi giorni a La Fenice.
La fine ed il risorgere del pianeta viene narrato con un occhio ai rapporti tra Dio (il trascendente) e gli essere umani (dal quasi ignavo Noé, alla sua consapevolissima moglie, ai loro sensualissimi figli). Non mancano battute escatologiche in americano da caserma (vengono dalla bocca della moglie di Noé).
Lo spettacolo è, senza dubbio, innovativo ed accattivante. La scrittura musicale di Bregović è molto “mediterranea”: incastra musica balcanica (e gitana), con il melanconico fado portoghese, con echi di composizioni arabe e greche, ma accetta anche il gospel e nel blues per le vere e proprie arie affidate a Helga Davis (voce straordinaria di soprano la cui estensione arriva a ottave da contralto). La musica è, principalmente d’accompagnamento come nei film d’Emir Kustarica. Il risultato complessivo dello spettacolo deve molto all’impianto scenico, ai costumi, alle luci ed ai disegni animati in stile Second Life (Annette Mosk, Marritt Van der Burgt, Marcello Lumaca, Luca Lisci). Aerts e Sánchez meritano un plauso per la capacità di recitare e danzare costantemente nell’acqua, utilizzando una vasta gamma di lingue.
Questo modo di fare teatro in musica attirerà pubblico giovane nei nostri senescenti teatri lirici? E’ maggiormente in linea con quanto si vede a New York, Berlino, Parigi e Londra del “Freud, Freud, I Love You” di Luca Mosca, su libretto di Gianluigi Melega, in “prima mondiale” al Teatro Olimpico di Roma a metà gennaio recensito su “Il Velino” due settimane fa. Merita di essere incoraggiato.

AIUTI ALLA FIAT MA CALCOLANDO COSTI E BENEFICI, Il Tempo 2 febbraio

In questi giorni, si sta mettendo a punto un programma di aiuti per la maggiore industria metalmeccanica del Paese - ove non la maggiore impresa manifatturiera tout court(se si escludono settori di pubblica utilità come l’energia),: la Fiat. Ciò avviene in un quadro in cui , a fronte della crisi finanziaria e della recessione mondiale, tutti i maggiori Paesi industriali (pure quelli asiatici) stanno correndo in supporto di un settore – basta scorrere il “Global Round-Up” di Datamonitor- in forte caduta di mercato e contrazione.
C’è una ragione fondamentale alla base di tale fenomeno: mentre nei Paesi emergenti l’auto è un bene di consumo durevole “di prima fascia” (che alle proprie qualità intrinseche aggiunge elementi di prestigio, di posizione sociale ed anche di relazione), nei Paesi industriali è un bene di consumo durevole “di seconda fascia” di cui si può ritardare l’acquisto ove non indispensabile. In una fase di restrizioni creditizie e di calo dei consumi anche di beni di prima necessità, i beni di consumo durevole “di seconda fascia” (gli economisti li chiamano, in senso tecnico non derogatorio, “beni inferiori”) ricevono seconda o terza priorità: non si rinnova se quella che si usa non casca a pezzi. Per tali beni la scure è molto pesante.
La Fiat è stata l’azienda prediletta da tutti i regimi e da tutti i Governi che si sono succeduti in Italia da quando è nata la metalmeccanica . Oltre a finanziamenti diretti (a carico di Pantalone), la politica dei trasporti ha sempre dato alta priorità alla gomma.
Quali sono i costi ed i benefici di un nuovo intervento? I primi sono facilmente calcolabili in termini di risorse pubbliche e di sgravi fiscali. Più difficile quantizzare i secondi. Si può stimare abbastanza agevolmente l’occupazione ed il valore aggiunto salvaguardato (o perduto) sia nell’azienda sia nell’indotto. Tuttavia, sarebbe un errore porre l’accento su questi aspetti. La ragione del supporto dovrebbe avere la propria ratio nel fare diventare la Fiat un’impresa multinazionale orientata ai mercati dove l’auto è, e resterà ancora per decenni, un bene consumo durevole “di prima fascia” (come si è visto ne Il Tempo del 25 gennaio). Ciò comporta un forte elemento di condizionalità: non solo maggiore attenzione all’ambiente (ormai diventato il prezzemolo di qualsiasi aiuto in qualsivoglia settore) ma un programma chiaro d’internazionalizzazione con partner in grado di aprire mercati ed un monitoraggio (da parte della pubblica amministrazione e delle parti sociali) della sua attuazione, dei suoi progressi e dei risultati raggiunti.
A supporto del programma ci vuole un’analisi economica e finanziaria ben articolata: un’analisi degli impatti di strategie alternative basate su modellistica econometrica (e su un’affidabile matrice di contabilità sociale) ed un serio calcolo dei costi e dei benefici alla collettività “Italia”, non solo all’azienda. Sono dati che l’ufficio studi della Fiat deve poter elaborare e la cui qualità dovrebbe essere esaminata dall’unità di valutazione del Ministero dello Sviluppo Economico, se necessario in collaborazione con l’Istat e l’Isae.