giovedì 13 ottobre 2011

COSA CI DEVE ESSERE NEL DL SVILUPPO (QUALSIASI ALTRA COSA CI SIA) in Il Velino 13 ottobre

COSA CI DEVE ESSERE NEL DL SVILUPPO (QUALSIASI ALTRA COSA CI SIA)
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Roma - Può sembrare futile commentare un decreto che non c’è. E farlo, per di più, la sera prima di un importante voto di fiducia. Ossia senza neanche sapere se il Governo ora in carica lo sarà ancora quando detto decreto dovrà andare al vaglio del Consiglio dei ministri, prima, e del Parlamento, poi. Tuttavia, tutti ipotizzano contenuti su questo e su quello aspetto del decreto che sarebbe in cottura.

Mi sono posto il problema in modo differente: cosa deve esserci nel decreto qualsiasi altra cosa ci sia e quale che sia il Governo che lo confeziona e il Parlamento che lo valuta. È un po’ il problema rawlsiano della identificazione dei “beni primari” (ciò che tutti vogliono qualsiasi altra cosa essi vogliano) nella “Teoria della Giustizia” del lontano 1971. Riprendendo in mano la letteratura sulla crescita economica degli ultimi vent’anni ci si accorge che c’è un filone comune: crescono i Paesi e le regioni con i costi di transazione più bassi, ossia quelli ove le transazioni possono essere fatte pagando meno in procedure, bolli e quant’altro e dove, quindi, c’è una forte fiducia reciproca, essenziale per effettuare transazioni senza troppi marchingegni che ne aumentano il costo. È questo il filo conduttore nel rigoglio di nuovi approcci (molti ancora in nuce, alcuni a livello solo teorico ed altri ancora non molto più di uno slogan o di mera affabulazione). Ciò implica il rilancio del neo-istituzionalismo, utilizzando, però, i metodi quantitativi d’analisi sviluppati nei decenti precedenti.


È il nesso che collega le teorie dello sviluppo endogeno a quelle basate sull’applicazione della teoria economica dell’informazione allo sviluppo, a quelle ancora ancorate all’analisi dei costi economici e politici di transazione, alla revisione di alcuni paradigmi di base dell’economia internazionale, all’utilizzazione, a fini esplicativi, di alcuni paradigmi tecnico-economici derivanti dalle nuove tecnologie dell’informazione e della comunicazione. Ad esempio, sono marcatamente e chiaramente neo-istituzionalisti i concetti di fondo degli ultimi “World Development Reports” con i quali si cerca di sistematizzare il fiorire di nuovi approcci. È anche neo-istituzionale il concetto di “social capital”, inteso come il complesso di norme e di reti che consentono agli individui di agire collettivamente. Siamo alle prese – dice acutamente O.E. Williamson – con un “calderone di idee”, molte in competizione le une con le altre, sia in materia di storia economica e sviluppo di norme sociali e quindi di capitale sociale sia in materia di costi di transazione, sia nel campo della comprensione e modellizzazione dei rapporti semi-contrattuali informali sia in quello dell’economia evoluzionaria.
Pure un concetto di base sia alle teorie dello sviluppo endogeno sia ai vari filoni dell’economia neo-istituzionale, quale quello del “sentiero pre-determinato” (“path dependence”), viene interpretato in modo giustapposto e divergente dalle varie scuole di pensiero. Ciascuna di esse, infine, pare seguire un proprio filone distinto di analisi e ricerca nell’ambito di una vasta area neo-istituzionale interdisciplinare in cui gli strumenti dell’economista devono fondersi con quello dello scienziato della politica, dello storico, dello psicologo e dell’esperto in problemi dell’amministrazione e della gestione. Un filone, paradossalmente, particolarmente consono alla formazione interdisciplinare del giornalista economico.
Ma torniamo a come ridurre i costi di transazione che in Italia sono più alti che negli altri Paesi dell’eurozona e di buona parte dei Paesi Ocse. Non basta costituzionalizzare che è lecito tutto ciò che non è vietato per legge. Occorre: a) costituzionalizzare che tutte le leggi (e regolamenti e circolari varie) siano “a termine” (una “sunset regulation” generalizzata) per impedire il formarsi di un Himalaya di norme; b) dimezzare il numero degli eletti (a tutti i livelli); c) mettere in soffitta il bicameralismo; e d) incidere sui comportamenti di individui, famiglie, imprese, pubblica amministrazione e politica. Douglas Cecil North ha preso il Nobel per avere dimostrato non solo che è possibile ma che negli ultimi cinquecento anni chi lo ha fatto è corso più rapidamente degli altri. Sotto il profilo teorico lo si ottiene con “giochi ripetuti” in modo che tutti si abituino a seguire le stesse regole - se possibile quelle di chi è più produttivo e più competitivo.
Senza una drastica riduzione dei costi di transazione, qualsiasi altra misura presente nel decreto sviluppo, non riuscirà a mordere. (ilVelino/AGV NEWS)
(Giuseppe Pennisi) 13 Ottobre 2011 17:50

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