Circa due settimane fa, commentando su L’Occidentale (del 12 maggio) l’evoluzione della situazione dell’Alitalia, scrissi che stavano iniziando i dieci giorni cruciali per il futuro della compagnia. Il 13 maggio, infatti, il CdA era chiamato ad approvare la relazione trimestrale per il periodo gennaio-marzo 2008 ed il 23 il consuntivo 2007. In effetti, erano ampiamente anticipate le perdite finanziarie nel primo trimestre dell’anno in corso aggravate dal disorientamento dei passeggeri e del cargo da mettere anche in relazione con lo spostamento di diversi voli da Malpensa a Roma (incerti sul futuro della s.p.a. hanno scelto altre imprese di trasporto aereo) e dall’aumento del costo del carburante (che colpisce l’intero settore, anche e soprattutto le low cost) . Il CdA in programma il 23 maggio è stato rinviato più volte. Ormai composto di tre sole persone è stato tenuto nella tarda sera del 28 maggio (al limite quasi di quanto previsto dalla normativa) ed ha approvato un consuntivo per l’esercizio che si chiude con perdita di 495 milioni ed una svalutazione della flotta di 97 milioni d’euro. Quasi per addolcire il comunicato, il CdA ricorda che nell’esercizio 2006, le perdite sono state ancora maggiori (627 milioni di euro, ossia circa due milioni di euro al giorno) e che la riduzione dei ricavi da traffico hanno subito un calo solo leggermente inferiore al 5%..
Molti osservatori (a conoscenza dei dati) pensavano che il CdA si sarebbe concluso con un coup de théâtre, ossia un colpo di scena: dimissioni di tutti per costringere il Governo a nominare un commissario ed iniziare una delle possibili strade che sembrano inevitabili: una procedura giudiziaria di fallimento o di liquidazione, la vendita di rami d’azienda promettenti (con scorporo della compagnia), un’operazione in base alle legge Marzano per corresponsabilizzare i creditori nell’eventuale rilancio di quel-che-resta della compagnia. Invece, si sono letti i soliti auspici che qualcuno individui un nuovo azionista od una cordata di nuovi azionisti disposti a portare risorse fresche. Le risorse fresche – alla Magliana nessuno lo cela – sono indispensabili in quanto l’operazione contabile (di cui peraltro la Commissione Europea mette in dubbio le basi giuridiche) per trasformare in capitale il recente prestito di 300 milioni ha il fiato corto. Per avere esiti positivi di medio e lungo periodo, tali risorse devono essere accompagnate da capacità organizzativa ed industriale che oggi sembrano fare difetto.
Riuscirà Bruno Ermolli (incaricato da Silvio Berlusconi di risolvere il puzzle) ad essere l’esorcista in grado di liberare Alitalia dalla maledizione che la affligge da tre lustri- essere troppo piccola perché possa competere con le major sui cieli mondiali ma troppo grande per operare unicamente su piano interno e regional-europeo? Non mancano – ma lo si dice ogni giorno con voce più sommessa – gli istituti di credito pronti ad affiancarlo, sempre che venga individuato un partner industriale adeguato. C’è un partner che si fa avanti da mesi – ed a cui non può essere imputato di essere entrato ed uscito dalla pasticciata procedura di ricapitalizzazione e privatizzazione messa in atto dal Governo Prodi: la AirOne. Tuttavia, molti si chiedono se AirOne a) sia all’altezza tecnico-industriale del compito e b) non stia scivolando verso una situazione finanziaria analoga a quella dell’Alitalia tanto che un’eventuale fusione tra i due vettori aggraverebbe i problemi invece di risolverli.
I dubbi sulla capacità tecnico-industriale sono sollevati (senza tanti se, ma o però) dai tedeschi di Lufthansa , alleati di AirOne, nella cordata commerciale Star Alliance. I dubbi sulla capacità finanziaria sono stati documentati da una serie di servizi su “Il Sole-24 Ore”, sino ad ora mai smentiti. A margine dell’assemblea della Confindustria, la settimana scorsa, il Presidente e Fondatore d’Air One, Carlo Toto, ha ribadito che l’interesse della impresa in Alitalia non è mai venuto meno. La decisione del Consiglio di Stato secondo cui si deve rifare nelle prossime due settimane la gara per l’acquisto di Volare (una lunga vertenza tra Carlo Toto e quella che viene ancora chiamata “compagnia di bandiera). Ciò sembra aprire nuovi spiragli per la giovane compagnia italiana con sede operativa a Chieti. Questi spiragli inducono certamente Air One a non cedere il passo. Potranno, però, portare ad una riconsiderazione da parte delle società internazionali del settore, senza il cui apporto è difficile che Alitalia possa andare lontano?
Questi oggi i termini del problema. In breve, se non c’è un colpo di scena, siamo all’epilogo. Un epilogo che non potrà non essere strumentalizzato da un’opposizione che, nella XV legislatura, ha ingarbugliato alla grande la già complicata vicenda.
mercoledì 28 maggio 2008
Ve lo dico io LOMBARDIA E LIGURIA BACIATE DAL PONTE Libero del 28 maggio
Alla fine degli Anni Settanta nelle vesti di dirigente di una divisione della Banca mondiali, visitai la diga d’Inga; scrissi nell’albo degli ospiti: “Mi spiace di avere bocciato il finanziamento anche se sono ancora convinto che non è un investimento tale da reggere ad un’analisi finanziaria ed economica”. La diga è un enorme complesso per portare elettricità dalle vicinanze della capitale di quello che allora era chiamato Zaire alla regione mineraria, lo Shaba. Aveva una capacità di produzione pari al 30% dei consumi effettivi d’elettricità degli Usa nel 1950; un miracolo d’ingegneria e di tecnologia, ma chiaramente sovradimensionato. Il suo costo (ed il suo finanziamento in gran misura tramite crediti concessi dai fornitori) fu una delle determinanti del collasso finanziario del Paese. La sua costruzione e la sua messa in opera sono, però, state un collante della “Nation Zairoise” (come si chiamava allora), un caleidoscopio d’etnie differenti che, pochi anni dopo il completamento della linea di trasmissione da Inga allo Shaba, esplosero in una guerra civile, peraltro ancora in atto. Ciò vuol dire che Inga non aveva una giustificazione economica ma aveva una non secondaria funzione politica: il tentativo di dare unità nazionale al mosaico di razze di cui era, ed è, composto il Congo (nome storico ed attuale del vasto Paese).
Non se giungerò mai a dare “uno sguardo dal ponte”. Non il mirabile testo di Arthur Miller, trasformato in film tre volte e in opera lirica almeno due. Ma da quello più prosaico sullo stretto di Messina di cui si parla sin dall’antichità e che adesso è promesso in funzione per il 2016 (o giù di lì). Verosimilmente a Villa San Giovanni in Calabria o nei pressi della laguna di Gazirri in Sicilia ci sarà un albo per i visitatori. Se ci andrò, vi scriverò qualcosa d’analogo a quanto vergato nell’ormai ingiallito album dei visitatori d’Inga.
Il dibattito sull’opera è ripreso in queste settimane. E’ tra le priorità del programma del Governo per le infrastrutture ma la stessa Presidente della Confindustria (non i “verdi” d’Alfonso Pecoraro-Scanio) ha messo in dubbio la priorità dell’investimento (rispetto a quella d’altri progetti come l’alta velocità ferroviaria). Un elegante libro pubblicato dalla Società Ponte di Messina (si veda nel box) solleva più interrogativi (sulla redditività economica e finanziaria del progetto, e sulla sua stessa sostenibilità) di quelli a cui risponde. In ogni caso, il general contractor (contraente generale) responsabile per l’opera complessiva è già in pista poiché la gara è stata svolta durante la XIV legislatura. E’ l’Impregilo. Il finanziamento dovrebbe essere attuato con una modalità parziale di “finanza di progetto” (40% pubblico, 60% privato). Ci sono dubbi sui costi finanziari (probabilmente lievitati da 5.130 milioni di euro (6.036 milioni di euro tenendo conto degli interessi capitalizzati durante il periodo di costruzione) a circa 6500 milioni di euro, a ragione dei ritardi subiti in seguito alla decisione del Governo Prodi di accantonare il progetto. Ciò comporta, quindi, un aumento del finanziamento pubblico (da 2.583 del programma originario a circa 3 miliardi d’euro) ed un aggiustamento conseguente di quello privato. In queste settimane l’attenzione, pure internazionale, è sul reperimento dei finanziamenti privati e delle condizioni a cui essi saranno messi in campo, data la turbolenza ancora in atto nei mercati finanziari mondiali.
Uno sguardo sul ponte dovrebbe, però, rivolgersi anche ad altri aspetti. In primo luogo, alla sostenibilità finanziaria. Ci sono due tipologie differenti d’analisi finanziaria: dal punto di vista del gestore e dal punto di vista degli utenti. Si tratta di definire tariffe tali da permettere al gestore di coprire i costi ed ottenere, dopo alcuni anni, un cash flow (flusso di cassa) positivo ed anche un buon margine operativo lordo ma anche da non scoraggiare gli utenti ad utilizzare l’infrastruttura. Ciò comporta un’attività di regolazione niente affatto semplice al fine di ricavare i tassi interni di rendimento (Tir) sia al gestore sia a varie tipologie di utenti. Nella pubblicazione della Società Ponte di Messina si parla di un Tir del 9% ma non si specifica se ci si riferisce al gestore, ad alcune categorie d’utenti, ad una media ponderata tra i Tir afferenti a tutte le categorie d’utenti. Inoltre, non sono esplicitate né le ipotesi né la “robustezza” dell’indicatore. A riguardo, un Tir del 9% supera di poco il tasso marginale di rendimento dell’investimento pubblico (secondo le ultime stime econometriche fatte). Se l’indicatore fosse “fragile”, invece, che “robusto” basterebbe che la realtà effettuale fosse di poco meno positiva delle ipotesi per mettere a repentaglio la sostenibilità dell’investimento. E rendere necessario l’intervento dello Stato per la gestione. Forse per sempre.
Se è stata fatta un’analisi finanziaria accurata ma secondo metodiche tradizionali, quali quelle indicate nel libro citato nel “Box”, essa andrebbe integrata con due strumenti che stanno entrando nella prassi: una “Simulazione di Montecarlo” per valutare il rischio finanziario ed un’analisi finanziaria estesa alle “opzioni reali” per esaminare la fragilità o meno del 9%. Non si tratta d’innovazioni peregrine. In Italia sono state utilizzate, tra l’altro, per esaminare il programma di transizione da televisione analogica a digitale, il passante stradale e ferroviario della Basilicata, il distretto turistico culturale di Trapani-Erice. La documentazione è disponibile presso il Ministero dello Sviluppo Economico e la Fondazione Ugo Bordoni. La rivista “Rassegna Italiana di valutazione” ha dedicato due anni fa un fascicolo speciale a questi temi. Vengono tenuti regolarmente corsi su questi argomenti in alcune università ed alla Scuola superiore della pubblica amministrazione. Non mancano, quindi, a casa nostra le professionalità a cui rivolgersi. In aggiunta, la Banca Mondiale ha un vasto programma di sperimentazione e queste tecniche sono state utilizzate per ri-programmare gli aeroporti nel Nord Europa. Quindi, ci si può indirizzare a professionalità straniere. Ciò è tanto più essenziale poiché la documentazione esistente sembra fare pensare che ancora una volta (altro caso celebre è la costosa ristrutturazione del Teatro alla Scala) si è, sotto il profilo finanziario, alla prese con un’”opzione call” nei confronti dell’erario. L’”opzione call” diventa tanto più forte nell’ipotesi che il ponte diventi l’unico modo di trasporto ferroviario; ove si ripetessero le vicende dell’Eurotunnel , il “call” verrebbe esercitato (pure ripetutamente) al fine di non interrompere il collegamento tra la Sicilia, da un lato, ed il resto dell’Italia e dell’Europa, dall’altro.
Superati, in modo affermativo, i nodi dell’analisi finanziaria, occorre rivolgersi all’analisi economica. Ancora una volta ci sono due aspetti distinti: gli effetti di breve periodo, nella “fase di cantiere”, ed il rendimento economico nell’arco di tutta la vita del progetto. La stima dei primi è resa più difficile dal fatto dalla metà degli Anni Novanta la matrice di contabilità sociale (ossia il quadro delle interdipendenze settoriali ed istituzionali del Paese) non è aggiornata che per comparti. Tuttavia, l’Università di Palermo è uno dei pochi cenacoli in Italia in cui si lavora con tali strumenti (ampliamente impiegati per la messa a punto di uno dei piani regionali di sviluppo della Regione Siciliana): dunque, non si partirebbe da zero. E’ utile ricordare che la Signora Thatcher ritirò il finanziamento pubblico al tunnel sotto la Manica quando l’analisi degli effetti mostrò che i principali benefici sarebbero stati nel corridoio tra Parigi e Colonia. Analogamente, all’inizio degli Anni Ottanta un’analisi preliminare degli effetti di cantiere del Ponte sullo Stretto indicò che i benefici sarebbero ricaduti soprattutto sulla Lombardia e sulla Liguria. Ce n’è, dunque, a sufficienza per fare di nuovo l’analisi con dati e strumentazione aggiornata.
L’analisi economica sull’intera vita del progetto presenta aspetti delicati ma non particolarmente difficili dato l’ampio lavoro manualistico (si pensi ai testi di Hans Adler) proprio su progetti di trasporto. I punti più complicati riguardano le esternalità tecnologiche a carattere ambientale ed il valore da attribuire ai consumi delle generazioni future (a ragione della lunga vita economica del progetto). Sono tematiche su cui si è lavorato molto proprio all’Università della Calabria ed alla Scuola superiore della pubblica amministrazione.
Effettuate queste analisi è possibile quel dibattito a carte scoperte (come quello sulla conversione della centrale di Montalto di Castro da termonucleare a policombustibile) che sino ad ora è mancato. Potrebbe ridurre numerose legittime, anzi doverose, preoccupazioni sull’economicità e sostenibilità finanziaria dell’opera. Ritardarlo non giova a nessuno. Tanto meno a chi crede nel ponte e per il ponte lavora.
LA MALEDIZIONE DELLE GRANDI OPERE E’ IN AGGUATO ANCHE IN SICILIA
Un libro per un ponte. Ma quale Ponte? Il Ponte per eccellenza – quello che, sullo stretto di Messina, dovrebbe collegare la Sicilia con il territorio che Angelo Musco chiamava, con un pizzico d’esagerazione, “Il Continente”. Il volume è stato curato da una docente di storia moderna (Laura D’Antone) che ha scritto un pregevole saggio introduttivo sul valore “costituente” delle infrastrutture dal 1860 al giorno d’oggi. D’altronde del collegamento tra Messina e la Calabria si parlava sin dai tempi di Archimede; quindi, si sarebbe potuto andare anche più in là nell’analisi storica. Il libro contributi di manager delle partecipazioni statali (Pietro Ciucci), urbanisti e trasportasti ( Pierluigi Coppola, Domenico Gattuso , Bruno Filippo La Padula, Agostino Nuzzolo, Silvio Pancheri; Francesco Russo) ed economisti (Michele Capriati, Domenico Cerosimo, Laura Raimondo). I vari capitoli hanno un taglio non-tecnico, anzi quasi divulgativo.
Il suo pregio principale consiste nell’offrire, a lettori non specialisti, un panorama complessivo dello sviluppo locale e delle reti sia nella sponda dell’Adriatico sia in quella del Tirreno, di analizzare il ruolo del Mezzogiorno nei trasporti del Bacino del Mediterraneo, di riassumere i punti salienti del progetto specifico relativo al ponte sullo stretto, a tratteggiarne gli aspetti ambientali ed ad indicare come dovrebbe essere fatta un’analisi dei costi e dei benefici economici (dal punto di vista della collettività) per l’infrastruttura.
Il punto più debole è che l’analisi economica (di cui è indicata la metodica) non è effettuata, o quanto meno esplicitata. Si resta, quindi, con più interrogativi, sulla convenienza del megaprogetto di quelli che si avevano quando si è aperto il libro. Ad esempio, quali saranno gli “effetti” del Ponte nella fase di cantiere, quali modellistica economica e quali dati sono stati utilizzati per stimarli? Quali sono le tariffe minime per assicurare, da un lato, che automobilisti e ferrovie siano pronti ad utilizzarlo ed evitare che la vicenda finisca in un marasma finanziario analogo a quella dell’eurotunnel sotto la Manica? Come si sono stimati i benefici economici? Per i benefici ed i costi finanziari ed economici è stata fatta un’analisi di rischio?
Non sono domande peregrine, quando sono in ballo le risorse della collettività e quando si è alle prese con “la maledizione dei megaprogetti” quale documentata nel volume di Bent Flyvbierg, Nils Bruzelius e Werner Rothengatter “Magaprojects and risks: an anatomy of ambition”, pubblicato dalla Cambridge University Press. Il lavoro analizza 258 “mega progetti” (210 sono nel settore dei trasporti) in tutto il mondo; nel 90% dei casi i costi effettivi sono stati molto superiori (28%) alle stime iniziali; nel 40% casi la domanda è stata notevolmente inferiore alle aspettative (mandando a soqquadro l’equilibrio costi-ricavi); nel 9% è stata, invece, superiore (creando congestione). Gli aumenti dei costi e gli sfasamenti tra domanda stimata ed effettiva comportano ritardi oppure riduzione degli standard tecnici oppure ancora opere incomplete.
Leandra D’Antone (a cura di)
La rete possibile. I trasporti meridionali tra storia, progetti e polemiche
Donzelli Editore, Roma
160 pp. € 18
Non se giungerò mai a dare “uno sguardo dal ponte”. Non il mirabile testo di Arthur Miller, trasformato in film tre volte e in opera lirica almeno due. Ma da quello più prosaico sullo stretto di Messina di cui si parla sin dall’antichità e che adesso è promesso in funzione per il 2016 (o giù di lì). Verosimilmente a Villa San Giovanni in Calabria o nei pressi della laguna di Gazirri in Sicilia ci sarà un albo per i visitatori. Se ci andrò, vi scriverò qualcosa d’analogo a quanto vergato nell’ormai ingiallito album dei visitatori d’Inga.
Il dibattito sull’opera è ripreso in queste settimane. E’ tra le priorità del programma del Governo per le infrastrutture ma la stessa Presidente della Confindustria (non i “verdi” d’Alfonso Pecoraro-Scanio) ha messo in dubbio la priorità dell’investimento (rispetto a quella d’altri progetti come l’alta velocità ferroviaria). Un elegante libro pubblicato dalla Società Ponte di Messina (si veda nel box) solleva più interrogativi (sulla redditività economica e finanziaria del progetto, e sulla sua stessa sostenibilità) di quelli a cui risponde. In ogni caso, il general contractor (contraente generale) responsabile per l’opera complessiva è già in pista poiché la gara è stata svolta durante la XIV legislatura. E’ l’Impregilo. Il finanziamento dovrebbe essere attuato con una modalità parziale di “finanza di progetto” (40% pubblico, 60% privato). Ci sono dubbi sui costi finanziari (probabilmente lievitati da 5.130 milioni di euro (6.036 milioni di euro tenendo conto degli interessi capitalizzati durante il periodo di costruzione) a circa 6500 milioni di euro, a ragione dei ritardi subiti in seguito alla decisione del Governo Prodi di accantonare il progetto. Ciò comporta, quindi, un aumento del finanziamento pubblico (da 2.583 del programma originario a circa 3 miliardi d’euro) ed un aggiustamento conseguente di quello privato. In queste settimane l’attenzione, pure internazionale, è sul reperimento dei finanziamenti privati e delle condizioni a cui essi saranno messi in campo, data la turbolenza ancora in atto nei mercati finanziari mondiali.
Uno sguardo sul ponte dovrebbe, però, rivolgersi anche ad altri aspetti. In primo luogo, alla sostenibilità finanziaria. Ci sono due tipologie differenti d’analisi finanziaria: dal punto di vista del gestore e dal punto di vista degli utenti. Si tratta di definire tariffe tali da permettere al gestore di coprire i costi ed ottenere, dopo alcuni anni, un cash flow (flusso di cassa) positivo ed anche un buon margine operativo lordo ma anche da non scoraggiare gli utenti ad utilizzare l’infrastruttura. Ciò comporta un’attività di regolazione niente affatto semplice al fine di ricavare i tassi interni di rendimento (Tir) sia al gestore sia a varie tipologie di utenti. Nella pubblicazione della Società Ponte di Messina si parla di un Tir del 9% ma non si specifica se ci si riferisce al gestore, ad alcune categorie d’utenti, ad una media ponderata tra i Tir afferenti a tutte le categorie d’utenti. Inoltre, non sono esplicitate né le ipotesi né la “robustezza” dell’indicatore. A riguardo, un Tir del 9% supera di poco il tasso marginale di rendimento dell’investimento pubblico (secondo le ultime stime econometriche fatte). Se l’indicatore fosse “fragile”, invece, che “robusto” basterebbe che la realtà effettuale fosse di poco meno positiva delle ipotesi per mettere a repentaglio la sostenibilità dell’investimento. E rendere necessario l’intervento dello Stato per la gestione. Forse per sempre.
Se è stata fatta un’analisi finanziaria accurata ma secondo metodiche tradizionali, quali quelle indicate nel libro citato nel “Box”, essa andrebbe integrata con due strumenti che stanno entrando nella prassi: una “Simulazione di Montecarlo” per valutare il rischio finanziario ed un’analisi finanziaria estesa alle “opzioni reali” per esaminare la fragilità o meno del 9%. Non si tratta d’innovazioni peregrine. In Italia sono state utilizzate, tra l’altro, per esaminare il programma di transizione da televisione analogica a digitale, il passante stradale e ferroviario della Basilicata, il distretto turistico culturale di Trapani-Erice. La documentazione è disponibile presso il Ministero dello Sviluppo Economico e la Fondazione Ugo Bordoni. La rivista “Rassegna Italiana di valutazione” ha dedicato due anni fa un fascicolo speciale a questi temi. Vengono tenuti regolarmente corsi su questi argomenti in alcune università ed alla Scuola superiore della pubblica amministrazione. Non mancano, quindi, a casa nostra le professionalità a cui rivolgersi. In aggiunta, la Banca Mondiale ha un vasto programma di sperimentazione e queste tecniche sono state utilizzate per ri-programmare gli aeroporti nel Nord Europa. Quindi, ci si può indirizzare a professionalità straniere. Ciò è tanto più essenziale poiché la documentazione esistente sembra fare pensare che ancora una volta (altro caso celebre è la costosa ristrutturazione del Teatro alla Scala) si è, sotto il profilo finanziario, alla prese con un’”opzione call” nei confronti dell’erario. L’”opzione call” diventa tanto più forte nell’ipotesi che il ponte diventi l’unico modo di trasporto ferroviario; ove si ripetessero le vicende dell’Eurotunnel , il “call” verrebbe esercitato (pure ripetutamente) al fine di non interrompere il collegamento tra la Sicilia, da un lato, ed il resto dell’Italia e dell’Europa, dall’altro.
Superati, in modo affermativo, i nodi dell’analisi finanziaria, occorre rivolgersi all’analisi economica. Ancora una volta ci sono due aspetti distinti: gli effetti di breve periodo, nella “fase di cantiere”, ed il rendimento economico nell’arco di tutta la vita del progetto. La stima dei primi è resa più difficile dal fatto dalla metà degli Anni Novanta la matrice di contabilità sociale (ossia il quadro delle interdipendenze settoriali ed istituzionali del Paese) non è aggiornata che per comparti. Tuttavia, l’Università di Palermo è uno dei pochi cenacoli in Italia in cui si lavora con tali strumenti (ampliamente impiegati per la messa a punto di uno dei piani regionali di sviluppo della Regione Siciliana): dunque, non si partirebbe da zero. E’ utile ricordare che la Signora Thatcher ritirò il finanziamento pubblico al tunnel sotto la Manica quando l’analisi degli effetti mostrò che i principali benefici sarebbero stati nel corridoio tra Parigi e Colonia. Analogamente, all’inizio degli Anni Ottanta un’analisi preliminare degli effetti di cantiere del Ponte sullo Stretto indicò che i benefici sarebbero ricaduti soprattutto sulla Lombardia e sulla Liguria. Ce n’è, dunque, a sufficienza per fare di nuovo l’analisi con dati e strumentazione aggiornata.
L’analisi economica sull’intera vita del progetto presenta aspetti delicati ma non particolarmente difficili dato l’ampio lavoro manualistico (si pensi ai testi di Hans Adler) proprio su progetti di trasporto. I punti più complicati riguardano le esternalità tecnologiche a carattere ambientale ed il valore da attribuire ai consumi delle generazioni future (a ragione della lunga vita economica del progetto). Sono tematiche su cui si è lavorato molto proprio all’Università della Calabria ed alla Scuola superiore della pubblica amministrazione.
Effettuate queste analisi è possibile quel dibattito a carte scoperte (come quello sulla conversione della centrale di Montalto di Castro da termonucleare a policombustibile) che sino ad ora è mancato. Potrebbe ridurre numerose legittime, anzi doverose, preoccupazioni sull’economicità e sostenibilità finanziaria dell’opera. Ritardarlo non giova a nessuno. Tanto meno a chi crede nel ponte e per il ponte lavora.
LA MALEDIZIONE DELLE GRANDI OPERE E’ IN AGGUATO ANCHE IN SICILIA
Un libro per un ponte. Ma quale Ponte? Il Ponte per eccellenza – quello che, sullo stretto di Messina, dovrebbe collegare la Sicilia con il territorio che Angelo Musco chiamava, con un pizzico d’esagerazione, “Il Continente”. Il volume è stato curato da una docente di storia moderna (Laura D’Antone) che ha scritto un pregevole saggio introduttivo sul valore “costituente” delle infrastrutture dal 1860 al giorno d’oggi. D’altronde del collegamento tra Messina e la Calabria si parlava sin dai tempi di Archimede; quindi, si sarebbe potuto andare anche più in là nell’analisi storica. Il libro contributi di manager delle partecipazioni statali (Pietro Ciucci), urbanisti e trasportasti ( Pierluigi Coppola, Domenico Gattuso , Bruno Filippo La Padula, Agostino Nuzzolo, Silvio Pancheri; Francesco Russo) ed economisti (Michele Capriati, Domenico Cerosimo, Laura Raimondo). I vari capitoli hanno un taglio non-tecnico, anzi quasi divulgativo.
Il suo pregio principale consiste nell’offrire, a lettori non specialisti, un panorama complessivo dello sviluppo locale e delle reti sia nella sponda dell’Adriatico sia in quella del Tirreno, di analizzare il ruolo del Mezzogiorno nei trasporti del Bacino del Mediterraneo, di riassumere i punti salienti del progetto specifico relativo al ponte sullo stretto, a tratteggiarne gli aspetti ambientali ed ad indicare come dovrebbe essere fatta un’analisi dei costi e dei benefici economici (dal punto di vista della collettività) per l’infrastruttura.
Il punto più debole è che l’analisi economica (di cui è indicata la metodica) non è effettuata, o quanto meno esplicitata. Si resta, quindi, con più interrogativi, sulla convenienza del megaprogetto di quelli che si avevano quando si è aperto il libro. Ad esempio, quali saranno gli “effetti” del Ponte nella fase di cantiere, quali modellistica economica e quali dati sono stati utilizzati per stimarli? Quali sono le tariffe minime per assicurare, da un lato, che automobilisti e ferrovie siano pronti ad utilizzarlo ed evitare che la vicenda finisca in un marasma finanziario analogo a quella dell’eurotunnel sotto la Manica? Come si sono stimati i benefici economici? Per i benefici ed i costi finanziari ed economici è stata fatta un’analisi di rischio?
Non sono domande peregrine, quando sono in ballo le risorse della collettività e quando si è alle prese con “la maledizione dei megaprogetti” quale documentata nel volume di Bent Flyvbierg, Nils Bruzelius e Werner Rothengatter “Magaprojects and risks: an anatomy of ambition”, pubblicato dalla Cambridge University Press. Il lavoro analizza 258 “mega progetti” (210 sono nel settore dei trasporti) in tutto il mondo; nel 90% dei casi i costi effettivi sono stati molto superiori (28%) alle stime iniziali; nel 40% casi la domanda è stata notevolmente inferiore alle aspettative (mandando a soqquadro l’equilibrio costi-ricavi); nel 9% è stata, invece, superiore (creando congestione). Gli aumenti dei costi e gli sfasamenti tra domanda stimata ed effettiva comportano ritardi oppure riduzione degli standard tecnici oppure ancora opere incomplete.
Leandra D’Antone (a cura di)
La rete possibile. I trasporti meridionali tra storia, progetti e polemiche
Donzelli Editore, Roma
160 pp. € 18
NELL’ANNO DI PUCCINI RISCOPRIRE LA “MUSICA CONDANNATAì" Il Velino del 28 maggio
A Lucca e a Torre del Lago le celebrazioni dei 150 anni dalla nascita di Giacomo Puccini stanno arrivando al momento più importante: a) l’inaugurazione, il 15 giugno, del nuovo Grande Teatro a Torre del Lago (una struttura fissa ad anfiteatro all’aperto per 3200 posti con, nel suo ambito, un auditorium al chiuso per circa 500 spettatori); b) il 54esimo Festival Pucciniano e c) un convegno internazionale di studi iniziato a Lucca il 23 maggio ma che sino a novembre proseguirà anche a Milano ed a New York.
La costruzione del nuovo Grande Teatro è stata finanziata quasi interamente da enti locali (Regione, Provincia, Comune) e da sponsors (Enel, Poste, Fondazione Monte dei Paschi di Siena e molti altri). La biglietteria copre il 43% dei costi di gestione del Festival Pucciniano di Torre del Lago (luglio- agosto). Il programma musicale è affiancato da una serie di mostre (ad esempio Puccini e la sua terra; Puccini ed il suo tempo) allo scopo di effettuare anche un’operazione di “marketing territoriale”. Dato che le opere di Puccini vengono rappresentate, con successo, in tutti i continenti, gli enti locali, il Centro Studi e la Fondazione Festival intendono cogliere l’occasione del 150nario per incoraggiare i pucciniani ed il turismo culturale in generale a visitare i luoghi dove il compositore è nato ed è cresciuto ed ha passato diversi anni della sua vita adulta.
Non è caso di fare durare le celebrazioni oltre 2008? Si può farlo prendendo spunto dalla ricorrenza pucciniana per tirare fuori dagli archivi la “musica condannata” Musik” italiana. Di cosa si tratta? “Entertete Musik” ovvero “musica degenerata” è il nome che la Germania nazista affibiò a gran parte dell’innovazione musicale che tra il 1920 ed il 1942 su sviluppò al di là delle Alpi e del Reno. Una mostra di “Entertete Musik” venne addirittura organizzata a Düsserdolf nel maggio 1938 quando gran parte dei musicisti “degenerati” erano riparati all’estero e qualcuno di loro (come Walter Baunfels) inviato al confino Si possono individuare due filoni distinti: uno principalmente austriaco che ebbe sbocco nella dodecafonia (Schömberg, Berg, Zemliksky) ed uno di stampo più prettamente tedesco (Korngold, Schreker, Krenek, Weill) in cui l’esperienza post-romantica si fondeva con l’espressionismo, la musica popolare ed il jazz . La “Entarteke Musik” tedesca non è mai stata considerata “degenerata” in Italia. In piena guerra, nel 1942, al Teatro dell’Opera di Roma è stato rappresentato “Wozzek” di Alban Berg (opera vitatissima in Germania) in versione ritmica italiana (secondo l’uso dell’epoca) e con Tito Gobbi nella veste di protagonista. Inoltre, oltre a Berg, un altro “degenerato” Krenek era tra gli ospiti abituale del Festival internazionale di Musica Contemporanea di Venezia, lanciato per decisione specifica di Palazzo Venezia come concorrente del Festival di Salisburgo.La “Entartete Musik” è tornata nei teatri di tutto il mondo – ed una collana di dischi della Decca. In Italia, non solamente le due principali opere di Berg sono sempre state presenti nei cartelloni ma da un paio di lustri si ascoltano e si vedono anche drammi in musica di Korngold, Krenek, Schreker, Schömberg, e Zemliksky, con un certo successo di pubblico, oltre che di critica.
C’è però anche una versione italiana della “Entarteke Musik”. Chiamiamola “musica condannata” per non confonderla con quella di Oltre Reno. La “musica condannata” italiana nasce proprio nell’ultima fase della vita di Puccini. Per parafrasare il titolo di uno dei maggiori lavori di Schreker, è rimasta, dopo la seconda guerra mondiale, “bollata” per decenni dall’accusa d’essere “musica fascista”. Benito Mussolini, violinista dilettante (pare di pessima qualità), aveva un notevole interesse nella musica, e nella politica musicale, in particolare per l’opera lirica. I motivi erano due: l’essere espressione d’italianità ed avere un forte appello popolare. In effetti, nel ventennio, nonostante l’avanzata del cinema come forma di spettacolo per le masse e l’inizio della crisi finanziaria dei teatri d’opera, la lirica era ancora di grande richiamo. Nascevano gli enti lirico-sinfonici ed i teatri “di tradizione” , sovvenzionati in varia misura dallo Stato; tutte le città avevano stagioni d’opera; la mano pubblica sosteneva artisticamente i palcoscenici di provincia con iniziative itineranti , quali il “carro di Tespi”. Il Governo (Mussolini trattava in prima persona molte di queste questioni) doveva barcamenarsi tra due scuole contrapposte: i tradizionalisti (Mascagni, Cilea, Giordano, Montemezzi) e gli innovatori (Casella, Malipiero, Pizzetti, Dallapiccola, Russolo, Pratella). Con rare eccezioni (quali le opere più popolari di Mascagni, Cilea e Giordano) sono spariti dai nostri cartelloni, mentre alcuni di loro (si pensi a Montemezzi) sono nella programmazione ordinaria dei maggiori teatri americani, tedeschi e britannici. E’ stata accusata di fascismo anche la musica di Dallapiccola nonostante sia stato uno dei rari professori universitari a dare le dimissioni al momento del varo delle leggi razziali.
Sarebbe uno sbaglio sostenere che si tratta di lavori che meritano di essere indiscriminatamente riproposti: ad esempio, il “Nerone” di Mascagni (al cui libretto pare abbia collaborato Mussolini in persona) è lavoro polveroso, magniloquente e di pessima fattura. Altri (come “La Nave” di Montemezzi o “L’Orfeide” di Malipiero) richiedono uno sforzo produttivo che pochi teatri sarebbero in grado di sostenere.
Proprio partendo da Gian Francesco Malipiero (che era l’antitesi di Puccini) si potrebbe, nell’anno pucciniano, fare una scommessa e riproporre un autore di spicco della “musica condannata” italiana. Penso a due opere: la commedia “I capricci di Caillot” (importandone, se si vuole, un allestimento di quelli correnti in Germania e Svizzera) e il dramma “La favola del figlio cambiato”. La messa in scena della seconda avrebbe anche un contenuto ironico.
L’idea di un connubio tra Luigi Pirandello (autore del libretto) e Gian Francesco Malipiero (compositore della musica) sarebbe stata proprio di Mussolini che vedeva una grande sintesi di italianità (il maggior scrittore ed il maggior musicista dell’epoca) per un’opera che avrebbe dovuto viaggiare in tutto il mondo. Il Capo del Governo volle presenziare alla prima, a Roma il 24 marzo 1934. Dopo il primo atto, diventò furioso e stimolò una vera e propria ribellione del pubblico. Le cronache dicono che passeggiava nervoso nel Palco Reale (disturbando l’esecuzione) sbraitando contro la commissione di censura ministeriale: “Una scena in una casa di tolleranza?E la moralità? E la famiglia? Me presente!!!”. “D’avanguardia”, forse. Purché puritana.
La costruzione del nuovo Grande Teatro è stata finanziata quasi interamente da enti locali (Regione, Provincia, Comune) e da sponsors (Enel, Poste, Fondazione Monte dei Paschi di Siena e molti altri). La biglietteria copre il 43% dei costi di gestione del Festival Pucciniano di Torre del Lago (luglio- agosto). Il programma musicale è affiancato da una serie di mostre (ad esempio Puccini e la sua terra; Puccini ed il suo tempo) allo scopo di effettuare anche un’operazione di “marketing territoriale”. Dato che le opere di Puccini vengono rappresentate, con successo, in tutti i continenti, gli enti locali, il Centro Studi e la Fondazione Festival intendono cogliere l’occasione del 150nario per incoraggiare i pucciniani ed il turismo culturale in generale a visitare i luoghi dove il compositore è nato ed è cresciuto ed ha passato diversi anni della sua vita adulta.
Non è caso di fare durare le celebrazioni oltre 2008? Si può farlo prendendo spunto dalla ricorrenza pucciniana per tirare fuori dagli archivi la “musica condannata” Musik” italiana. Di cosa si tratta? “Entertete Musik” ovvero “musica degenerata” è il nome che la Germania nazista affibiò a gran parte dell’innovazione musicale che tra il 1920 ed il 1942 su sviluppò al di là delle Alpi e del Reno. Una mostra di “Entertete Musik” venne addirittura organizzata a Düsserdolf nel maggio 1938 quando gran parte dei musicisti “degenerati” erano riparati all’estero e qualcuno di loro (come Walter Baunfels) inviato al confino Si possono individuare due filoni distinti: uno principalmente austriaco che ebbe sbocco nella dodecafonia (Schömberg, Berg, Zemliksky) ed uno di stampo più prettamente tedesco (Korngold, Schreker, Krenek, Weill) in cui l’esperienza post-romantica si fondeva con l’espressionismo, la musica popolare ed il jazz . La “Entarteke Musik” tedesca non è mai stata considerata “degenerata” in Italia. In piena guerra, nel 1942, al Teatro dell’Opera di Roma è stato rappresentato “Wozzek” di Alban Berg (opera vitatissima in Germania) in versione ritmica italiana (secondo l’uso dell’epoca) e con Tito Gobbi nella veste di protagonista. Inoltre, oltre a Berg, un altro “degenerato” Krenek era tra gli ospiti abituale del Festival internazionale di Musica Contemporanea di Venezia, lanciato per decisione specifica di Palazzo Venezia come concorrente del Festival di Salisburgo.La “Entartete Musik” è tornata nei teatri di tutto il mondo – ed una collana di dischi della Decca. In Italia, non solamente le due principali opere di Berg sono sempre state presenti nei cartelloni ma da un paio di lustri si ascoltano e si vedono anche drammi in musica di Korngold, Krenek, Schreker, Schömberg, e Zemliksky, con un certo successo di pubblico, oltre che di critica.
C’è però anche una versione italiana della “Entarteke Musik”. Chiamiamola “musica condannata” per non confonderla con quella di Oltre Reno. La “musica condannata” italiana nasce proprio nell’ultima fase della vita di Puccini. Per parafrasare il titolo di uno dei maggiori lavori di Schreker, è rimasta, dopo la seconda guerra mondiale, “bollata” per decenni dall’accusa d’essere “musica fascista”. Benito Mussolini, violinista dilettante (pare di pessima qualità), aveva un notevole interesse nella musica, e nella politica musicale, in particolare per l’opera lirica. I motivi erano due: l’essere espressione d’italianità ed avere un forte appello popolare. In effetti, nel ventennio, nonostante l’avanzata del cinema come forma di spettacolo per le masse e l’inizio della crisi finanziaria dei teatri d’opera, la lirica era ancora di grande richiamo. Nascevano gli enti lirico-sinfonici ed i teatri “di tradizione” , sovvenzionati in varia misura dallo Stato; tutte le città avevano stagioni d’opera; la mano pubblica sosteneva artisticamente i palcoscenici di provincia con iniziative itineranti , quali il “carro di Tespi”. Il Governo (Mussolini trattava in prima persona molte di queste questioni) doveva barcamenarsi tra due scuole contrapposte: i tradizionalisti (Mascagni, Cilea, Giordano, Montemezzi) e gli innovatori (Casella, Malipiero, Pizzetti, Dallapiccola, Russolo, Pratella). Con rare eccezioni (quali le opere più popolari di Mascagni, Cilea e Giordano) sono spariti dai nostri cartelloni, mentre alcuni di loro (si pensi a Montemezzi) sono nella programmazione ordinaria dei maggiori teatri americani, tedeschi e britannici. E’ stata accusata di fascismo anche la musica di Dallapiccola nonostante sia stato uno dei rari professori universitari a dare le dimissioni al momento del varo delle leggi razziali.
Sarebbe uno sbaglio sostenere che si tratta di lavori che meritano di essere indiscriminatamente riproposti: ad esempio, il “Nerone” di Mascagni (al cui libretto pare abbia collaborato Mussolini in persona) è lavoro polveroso, magniloquente e di pessima fattura. Altri (come “La Nave” di Montemezzi o “L’Orfeide” di Malipiero) richiedono uno sforzo produttivo che pochi teatri sarebbero in grado di sostenere.
Proprio partendo da Gian Francesco Malipiero (che era l’antitesi di Puccini) si potrebbe, nell’anno pucciniano, fare una scommessa e riproporre un autore di spicco della “musica condannata” italiana. Penso a due opere: la commedia “I capricci di Caillot” (importandone, se si vuole, un allestimento di quelli correnti in Germania e Svizzera) e il dramma “La favola del figlio cambiato”. La messa in scena della seconda avrebbe anche un contenuto ironico.
L’idea di un connubio tra Luigi Pirandello (autore del libretto) e Gian Francesco Malipiero (compositore della musica) sarebbe stata proprio di Mussolini che vedeva una grande sintesi di italianità (il maggior scrittore ed il maggior musicista dell’epoca) per un’opera che avrebbe dovuto viaggiare in tutto il mondo. Il Capo del Governo volle presenziare alla prima, a Roma il 24 marzo 1934. Dopo il primo atto, diventò furioso e stimolò una vera e propria ribellione del pubblico. Le cronache dicono che passeggiava nervoso nel Palco Reale (disturbando l’esecuzione) sbraitando contro la commissione di censura ministeriale: “Una scena in una casa di tolleranza?E la moralità? E la famiglia? Me presente!!!”. “D’avanguardia”, forse. Purché puritana.
martedì 27 maggio 2008
IL PROJECT FINANCING VADA OLTRE PARCHEGGI E CIMITERI, Libero 27 maggio
Il programma triennale di riassetto di finanza pubblica delineato dal Ministro dell’Economia e delle Finanze Giulio Tremonti pone l’accento, tra l’altro, sull’apporto di privati al finanziamento d’opere pubbliche al fine sia d’alleggerire l’onere complessivo sull’erario sia di progettare e realizzare con maggiore efficienza ed efficacia. In Italia esiste una normativa apposita da circa dieci anni. Un’Unità tecnica di finanza di progetto (Utfp) è adesso collocata in Presidenza del Consiglio (ma sito www.utfp.it si trovano dati soltanto sino al 2006). Un’analisi del Fondo monetario rivela che già negli Anni Novanta il 20% delle infrastrutture in Paesi in via di sviluppo è realizzato con l’apporto del project financing , o , nel nostro lessico, finanza di progetto.
L’Italia è stata uno dei precursori in materia, con il finanziamento della ferrovia Napoli-Portici prima ancora dell’Unità. Numerose “ferrovie in concessione” nel XIX e nel XX secolo sono state realizzate con strumenti che oggi verrebbero chiamati finanza di progetto. La cultura, quindi, non dovrebbe mancare ma essere radicata. Decenni d’intervento pubblico hanno probabilmente fatto dimenticare il ruolo che il nostro Paese ha avuto in questo campo. La lettura delle relazioni annuali dell’Utpf dovrebbe frenare gli entusiasmi di Giulio Tremonti: trattano più d’iniziative promozionali e di tentativi che di realizzazioni effettive. Nonostante il lavoro dell’Utfp sia affiancato da programmi di formazioni curati dalla Scuola superiore della pubblica amministrazione (Sspa) e dal Formez , i risultati sono (sino ad ora modesti): le stazioni appaltanti sono quasi sempre i comuni (l’85,5% del totale), specialmente quelli di piccole e medie dimensioni, e le priorità riflettono quindi quelle di infrastruttura comunale (specialmente, parcheggi, cimiteri, impianti sportivi e riqualificazione urbana). Quindi, progetti di piccole dimensioni (l’importo medio è sceso dagli 8 ai 5,5 milioni d’euro, mentre analisi internazionali affermano che l’efficienza e l’efficacia si ha per progetti il cui costo supera i 20 milioni d’euro). Si prediligono, quindi, i settori semplici e meno rischiosi.
E le grandi opere? Appena due anni fa un interessante volume dell’Istat (con un’accurata analisi a livello provinciale) ci ha ricordato che siamo in ritardo rispetto a gran parte degli altri Paesi europei di grandi e medie dimensioni; gli aggiornamenti periodici (e studi della Confindustria ed altri) indicano che da allora la situazione non è migliorata, ma peggiorata. E’ una delle componenti della scarsa produttività multifattoriale ed uno dei freni a fare “rialzare l’Italia”. Una ricerca ancora in corso condotta sotto l’egida della Fondazione Iri sottolinea, in base in gran misura dell’esperienza della Gran Bretagna e della Francia, come ci sia molto spazio e come lo strumento della finanza di progetto non sia utilizzato al pieno della sua potenzialità. L’esperienza britannica non consente di nutrire eccessive illusioni sul volume di capitale privato (che potrà essere veicolato verso opere pubbliche) ma fornisce indicazioni concrete di come la partnership pubblico-privato è un metodo efficace per migliorare l’efficienza. Secondo gli organi di controllo del Regno Unito, il 76% delle operazione attuate facendo ricorso alla finanza di progetto viene completato nei tempi previsti nei rispettivi programmi lavoro (rispetto al 30% dei progetti finanziati unicamente con risorse pubbliche); appena il 22% delle operazioni di finanza di progetto sono rinegoziate (per aumenti dei costi) rispetto al 73% dei progetti a carico interamente di Pantalone. Ciò suggerisce che lo strumento meriterebbe di essere utilizzato con maggiore frequenza (e per progetti di maggiore consistenza) anche se l’apporto di risorse finanziarie fosse modesto e i benefici riguardassero quali esclusivamente l’efficienza della realizzazione delle opere pubbliche interessate.
Ci sono verosimilmente aspetti normativi che vanno corretti. Occorre anche operare sulla qualità del lavoro delle stazioni appaltanti (perciò la formazione). Nel 2006 l’Italia è stata il Paese Ue che ha bandito più gare per finanza di progetto (41) ma solamente una è andata in porto. A titolo di raffronto, la Spagna ha bandito 26 gare; l’esisto è stato buono con 16 progetti già in fase di realizzazione. Non mancano proposte per cambiare questa situazione (una “blueprint” interessante è stata presentata dall’Abi). Vanno valutate con attenzione. Non si può eludere il problema.
QUANDO CONOSCEREMO L’ANALISI DI RISCHIO SUL PONTE DI MESSINA?
Gran parte del dibattito sulla finanza di progetto in corso in Italia riguarda la ripartizione del rischio tra partner pubblico e partners privati. Tale dibattito, a mio avviso, è poco utile se non è preceduto da un’intesa sulle metodiche d’analisi di rischio attinenti al progetto (preliminare a dibattiti sulla sua ripartizione). Nel 1968 da 26enne neo assunto in Banca mondiale sono stato iniziato alla finanza di progetto lavorato su un complicato progetto multi-scopo (idroelettrico ma anche di irrigazione, riforma agraria e viabilià) : El Chocon in Argentina . Le analisi di rischio, innovative per l’epoca, sono state pubblicate nel Technical Paper n. 325 della Banca Mondiale ed in saggio apparso, nel 1975, nel periodico “Management Science” n. 12 dell’Università di Harvard). I partners privati erano molteplici e la Banca Mondiale entrava non solo con un prestito ma anche con partecipazione al capitale. Allora, 40 anni fa, l’analisi di rischio è stata effettuata con la tecnica statistica chiamata “Simulazioni di Montecarlo”, ancora impiegata (ovviamente aggiornata) dai maggiori organismi internazionali. La tecnica fu molto utile nella ripartizione del rischio tra i finanziatori. Quanto è utilizzata in Italia? Con quale frequenza? Quando saranno rese pubbliche, ad esempio, le “Simulazioni di Montecarlo” per il Ponte sullo Stretto?
L’Italia è stata uno dei precursori in materia, con il finanziamento della ferrovia Napoli-Portici prima ancora dell’Unità. Numerose “ferrovie in concessione” nel XIX e nel XX secolo sono state realizzate con strumenti che oggi verrebbero chiamati finanza di progetto. La cultura, quindi, non dovrebbe mancare ma essere radicata. Decenni d’intervento pubblico hanno probabilmente fatto dimenticare il ruolo che il nostro Paese ha avuto in questo campo. La lettura delle relazioni annuali dell’Utpf dovrebbe frenare gli entusiasmi di Giulio Tremonti: trattano più d’iniziative promozionali e di tentativi che di realizzazioni effettive. Nonostante il lavoro dell’Utfp sia affiancato da programmi di formazioni curati dalla Scuola superiore della pubblica amministrazione (Sspa) e dal Formez , i risultati sono (sino ad ora modesti): le stazioni appaltanti sono quasi sempre i comuni (l’85,5% del totale), specialmente quelli di piccole e medie dimensioni, e le priorità riflettono quindi quelle di infrastruttura comunale (specialmente, parcheggi, cimiteri, impianti sportivi e riqualificazione urbana). Quindi, progetti di piccole dimensioni (l’importo medio è sceso dagli 8 ai 5,5 milioni d’euro, mentre analisi internazionali affermano che l’efficienza e l’efficacia si ha per progetti il cui costo supera i 20 milioni d’euro). Si prediligono, quindi, i settori semplici e meno rischiosi.
E le grandi opere? Appena due anni fa un interessante volume dell’Istat (con un’accurata analisi a livello provinciale) ci ha ricordato che siamo in ritardo rispetto a gran parte degli altri Paesi europei di grandi e medie dimensioni; gli aggiornamenti periodici (e studi della Confindustria ed altri) indicano che da allora la situazione non è migliorata, ma peggiorata. E’ una delle componenti della scarsa produttività multifattoriale ed uno dei freni a fare “rialzare l’Italia”. Una ricerca ancora in corso condotta sotto l’egida della Fondazione Iri sottolinea, in base in gran misura dell’esperienza della Gran Bretagna e della Francia, come ci sia molto spazio e come lo strumento della finanza di progetto non sia utilizzato al pieno della sua potenzialità. L’esperienza britannica non consente di nutrire eccessive illusioni sul volume di capitale privato (che potrà essere veicolato verso opere pubbliche) ma fornisce indicazioni concrete di come la partnership pubblico-privato è un metodo efficace per migliorare l’efficienza. Secondo gli organi di controllo del Regno Unito, il 76% delle operazione attuate facendo ricorso alla finanza di progetto viene completato nei tempi previsti nei rispettivi programmi lavoro (rispetto al 30% dei progetti finanziati unicamente con risorse pubbliche); appena il 22% delle operazioni di finanza di progetto sono rinegoziate (per aumenti dei costi) rispetto al 73% dei progetti a carico interamente di Pantalone. Ciò suggerisce che lo strumento meriterebbe di essere utilizzato con maggiore frequenza (e per progetti di maggiore consistenza) anche se l’apporto di risorse finanziarie fosse modesto e i benefici riguardassero quali esclusivamente l’efficienza della realizzazione delle opere pubbliche interessate.
Ci sono verosimilmente aspetti normativi che vanno corretti. Occorre anche operare sulla qualità del lavoro delle stazioni appaltanti (perciò la formazione). Nel 2006 l’Italia è stata il Paese Ue che ha bandito più gare per finanza di progetto (41) ma solamente una è andata in porto. A titolo di raffronto, la Spagna ha bandito 26 gare; l’esisto è stato buono con 16 progetti già in fase di realizzazione. Non mancano proposte per cambiare questa situazione (una “blueprint” interessante è stata presentata dall’Abi). Vanno valutate con attenzione. Non si può eludere il problema.
QUANDO CONOSCEREMO L’ANALISI DI RISCHIO SUL PONTE DI MESSINA?
Gran parte del dibattito sulla finanza di progetto in corso in Italia riguarda la ripartizione del rischio tra partner pubblico e partners privati. Tale dibattito, a mio avviso, è poco utile se non è preceduto da un’intesa sulle metodiche d’analisi di rischio attinenti al progetto (preliminare a dibattiti sulla sua ripartizione). Nel 1968 da 26enne neo assunto in Banca mondiale sono stato iniziato alla finanza di progetto lavorato su un complicato progetto multi-scopo (idroelettrico ma anche di irrigazione, riforma agraria e viabilià) : El Chocon in Argentina . Le analisi di rischio, innovative per l’epoca, sono state pubblicate nel Technical Paper n. 325 della Banca Mondiale ed in saggio apparso, nel 1975, nel periodico “Management Science” n. 12 dell’Università di Harvard). I partners privati erano molteplici e la Banca Mondiale entrava non solo con un prestito ma anche con partecipazione al capitale. Allora, 40 anni fa, l’analisi di rischio è stata effettuata con la tecnica statistica chiamata “Simulazioni di Montecarlo”, ancora impiegata (ovviamente aggiornata) dai maggiori organismi internazionali. La tecnica fu molto utile nella ripartizione del rischio tra i finanziatori. Quanto è utilizzata in Italia? Con quale frequenza? Quando saranno rese pubbliche, ad esempio, le “Simulazioni di Montecarlo” per il Ponte sullo Stretto?
lunedì 26 maggio 2008
CI PUO' SALVARE SOLO UNA FINANZIARIA SMILZA Il Tempo 26 maggio
Il Ministro dell’Economia e delle Finanze Giulio Tremonti non ha promesso una finanziaria “leggera”. Non avrebbe potuto farlo data la situazione dei conti pubblici – e del “buco annunciato” di cui Il Tempo è stato attento “chroniqueur” – e data una crescita vicina allo zero dell’economia reale, eredità, in varia misura, dell’aumento del carico fiscale e contributivo attuato dal Governo Prodi e delle conseguenze negative su consumi ed investimenti.
Venerdì 23 maggio, le stime del “consensus” (i 20 maggiori istituti econometrici , tutti privati e nessun italiano) davano come quadro probabile per l’Italia del 2008 un incremento del pil dello 0,6% ed un tasso d’inflazione prossimo al 3%; per il 2009 il pil aumenterebbe appena dell’1% ed i prezzi al consumo dello 2,5%. Al di sotto della media dell’area dell’euro, la crescita reale (1,6% l’anno in corso; 1,5% il prossimo), ma leggermente al di sopra il tasso d’inflazione. Un risultato di cui il centro-sinistra non dovrebbe essere fiero.
In questo quadro, l’indebitamento netto delle pubbliche amministrazioni (ossia il disavanzo dei conti pubblici) per il 2008 è attorno al 2,5%, mentre il rapporto tra stock di debito e pil (1.650 miliardi d’euro) si aggira sul 104% del pil ed è aumentato del 10% negli ultimi 12 mesi (ancora una volta a causa, in parte, della gestione del precedente Esecutivo). Tremonti si è impegnato a giungere all’azzeramento del disavanzo nell’arco di tre anni, ossia entro il 2011, come convenuto con gli altri Paesi dell’area dell’euro. Ha anche indicato che ciò comporta un aggiustamento dei conti pubblici di 30 miliardi d’euro, sui prossimi tre esercizi finanziari, principalmente tramite riduzioni di spesa. Non ha precisato come la manovra sarà articolata, ossia se più “pesante” il primo anno e meno quelli successivi oppure di pari portata in ciascun esercizio. Ha fatto intendere che la legge finanziaria sarà verosimilmente anticipata di alcuni mesi.
Cosa suggerire? In primo luogo, una finanziaria smilza di un solo articolo (sui saldi) preceduta da un unico documento (che incorpori tanto il Dpef di giugno e la Rpp di settembre) snello, privo di riferimenti accademici e tale da far sì che il Parlamento si concentri sui temi fondamentali. In secondo luogo, poiché non c’è ancora una norma sulla “non emendabilità” del ddl, la disciplina della maggioranza nel non farlo diventare un carro di Tespi durante l’iter parlamentare. In terzo luogo, un ddl collegato alla finanziaria rivolto a i) facilitare l’avvio di un nuovo processo di privatizzazioni e de-nazionalizzazioni (il solo veicolo per ridurre lo stock di debito) e ii) introdurre nell’ordinamento italiano la “sunset legislation”, normativa “del tramonto” ossia dell’abrogazione automatica, dopo un certo numero di anni, di norme di ogni sorta (l’unico veicolo contro quello che in un saggio d’alcuni anni fa Tremonti in persona chiamò “Lo Stato Criminogeno”).
Sono poche misure. Avrebbero un impatto positivo per l’Italia di domani e di dopodomani.
Venerdì 23 maggio, le stime del “consensus” (i 20 maggiori istituti econometrici , tutti privati e nessun italiano) davano come quadro probabile per l’Italia del 2008 un incremento del pil dello 0,6% ed un tasso d’inflazione prossimo al 3%; per il 2009 il pil aumenterebbe appena dell’1% ed i prezzi al consumo dello 2,5%. Al di sotto della media dell’area dell’euro, la crescita reale (1,6% l’anno in corso; 1,5% il prossimo), ma leggermente al di sopra il tasso d’inflazione. Un risultato di cui il centro-sinistra non dovrebbe essere fiero.
In questo quadro, l’indebitamento netto delle pubbliche amministrazioni (ossia il disavanzo dei conti pubblici) per il 2008 è attorno al 2,5%, mentre il rapporto tra stock di debito e pil (1.650 miliardi d’euro) si aggira sul 104% del pil ed è aumentato del 10% negli ultimi 12 mesi (ancora una volta a causa, in parte, della gestione del precedente Esecutivo). Tremonti si è impegnato a giungere all’azzeramento del disavanzo nell’arco di tre anni, ossia entro il 2011, come convenuto con gli altri Paesi dell’area dell’euro. Ha anche indicato che ciò comporta un aggiustamento dei conti pubblici di 30 miliardi d’euro, sui prossimi tre esercizi finanziari, principalmente tramite riduzioni di spesa. Non ha precisato come la manovra sarà articolata, ossia se più “pesante” il primo anno e meno quelli successivi oppure di pari portata in ciascun esercizio. Ha fatto intendere che la legge finanziaria sarà verosimilmente anticipata di alcuni mesi.
Cosa suggerire? In primo luogo, una finanziaria smilza di un solo articolo (sui saldi) preceduta da un unico documento (che incorpori tanto il Dpef di giugno e la Rpp di settembre) snello, privo di riferimenti accademici e tale da far sì che il Parlamento si concentri sui temi fondamentali. In secondo luogo, poiché non c’è ancora una norma sulla “non emendabilità” del ddl, la disciplina della maggioranza nel non farlo diventare un carro di Tespi durante l’iter parlamentare. In terzo luogo, un ddl collegato alla finanziaria rivolto a i) facilitare l’avvio di un nuovo processo di privatizzazioni e de-nazionalizzazioni (il solo veicolo per ridurre lo stock di debito) e ii) introdurre nell’ordinamento italiano la “sunset legislation”, normativa “del tramonto” ossia dell’abrogazione automatica, dopo un certo numero di anni, di norme di ogni sorta (l’unico veicolo contro quello che in un saggio d’alcuni anni fa Tremonti in persona chiamò “Lo Stato Criminogeno”).
Sono poche misure. Avrebbero un impatto positivo per l’Italia di domani e di dopodomani.
sabato 24 maggio 2008
IL TAGLIO DELLA SPESA PUBBLICA DEVE PARTIRE DAI DIPENDENTI, Libero 24 maggio
Colpire l’avversario all’improvviso è una tattica utilizzata sin dai tempi degli Ittiti e codificata nei manuali di guerra dei generali egiziani. Come ha scritto a tutto tondo Libero Mercato del 21 maggio, il Ministro dell’Economia e delle Finanze Giulio Tremonti ha colto tutti di sorpresa presentando i lineamenti della programmazione economica e finanziaria per i prossimi tre anni il 20 maggio, mentre l’attenzione di tutto il mondo politico ed economico era rivolta all’allora imminente sessione del Consiglio dei Ministri a Napoli ed ai temi della sicurezza e delle discariche.
Sotto il profilo quantitativo, il programma triennale delineato da Tremonti non è sostanzialmente differente da quanto anticipato da alcuni mesi in questa rubrica e su questo giornale: il Governo Prodi ha lasciato una pesante eredità (è un modo elegante per parlare della “cronaca del buco annunciato” tracciata sin dalla metà del 2007) che il Ministro dell’Economia e delle Finanze propone di ammortizzare su tre anni allo scopo di mantenere immutato l’obiettivo, concordato con gli altri Paesi dell’area dell’euro, di giungere al pareggio di bilancio entro il 2011. Le risorse necessarie, sull’arco triennale, vengono quantizzate dal Ministro dell’Economia e delle Finanze in 20-30 miliardi di euro. Le nostre stime propendono più per la cifra più elevata che per quella più bassa delle due indicate. Inoltre, l’aggiustamento – viene annunciato – sarà in gran misura dal lato della spesa piuttosto che da quello delle entrate (che sarebbero in effetti soggette a ritocchi specifici su alcuni settori che hanno fruito di utili considerati eccezionali, oltre che ad uno sforzo aggiuntivo di recupero dell’evasione e dell’elusione tributaria ). In tal modo, si bloccano immediatamente eventuali richieste dei dicasteri di spesa. Una manovra dal lato prevalentemente della spesa richiede, però, la definizione di criteri chiari e precisi specialmente se si vuole il consenso non soltanto delle parti sociali ma anche e soprattutto delle pubbliche amministrazioni, il cui apporto è, in ogni caso, essenziale per realizzarla.
A mio avviso, un primo criterio, per grossolano che può sembrare, dovrebbe essere quello di salvaguardare la spesa in conto capitale con elevati saggi di rendimento all’economia. E’ meno rozzo di quel che sembra se si pensa che nel 1996-2001, l’aggiustamento dal lato della spesa è stato fatto quasi interamento riducendo l’investimento pubblico o ritardano i pertinenti pagamenti; un’analisi della Banca d’Italia dimostra che in quel periodo la spesa pubblica per investimenti è stata più che dimezzata (rispetto alla percentuale del pil riportata nei dieci anni precedenti) E’ stata una tattica miope di cui ancora oggi si avvertono le conseguenze in termini d’effetti negativi sul sistema produttivo a ragione delle carenze delle infrastrutture. Una tattica analoga (nonostante il forte aumento della pressione fiscale attuato con la finanziaria del 2006) è stata seguita negli ultimi due anni; l’Osservatorio Ance lamenta che le opere pubbliche sono rimaste al palo (specialmente Anas e Ferrovie dello Stato) a causa dei ritardi nei pagamenti. Gli effetti potranno essere ancora maggiori se le riduzioni ed i rinvii riguarderanno quelle infrastrutture tecnologiche da cui dipende il miglioramento della produttività dei fattori produttivi- settore in cui l’Italia è il fanalino di coda dell’Ocse.
Non è una sindrome unicamente italiana. Roel M. W. J. Beetsma della Università di Amesterdam e Rick van Der Ploeg dell’Università di Oxford hanno appena pubblicato un saggio sulla “political economy” (nel senso di interazione tra politica ed economia) degli investimenti pubblici. Nel lavoro, si mette in rilievo come restrizioni alla spesa – ci si riferisce in particolare a quelle del “Patto di Stabilità”- possono essere un setaccio per salvaguardare da investimenti pubblici a basso rendimento sociale e che si è riusciti ad intrufolare nei programmi dietro pressioni particolaristiche. Il criterio indicato è che restrizioni al finanziamento (ed anche allo stesso indebitamento pubblico) non sono necessarie se ad un’analisi costi benefici rigorosa i progetti mostrano di avere elevati rendimenti. In questi casi, anzi, è anche possibile, ed auspicabile, fare ricorso alla finanza di progetto con l’apporto di capitali privati. Da circa dieci anni, la normativa prevede che ogni amministrazione pubblica sia dotata di un nucleo di valutazione delle proprie proposte d’investimento pubblico. Esiste anche regole specifiche relative ai contenuti degli studi di fattibilità. Le tecniche possono essere agevolmente estese ai trasferimenti alle imprese ed a comparti di spesa pubblica di parte corrente (istruzione, sanità). E costituire , quindi, un primo insieme di criteri per come scegliere e cosa “tagliare”.
Un altro insieme di criteri può riguardare gli acquisti di beni e servizi da parte delle pubbliche amministrazioni. L’esperienza della centralizzazione degli acquisti, tramite la Consip, sembra avere dato risultati positivi e suggerisce una strada da continuare a perseguire.
Dove è più difficile individuare criteri è la vasta area dei trasferimenti alle famiglie (in gran misura pensioni) e delle spere per il personale. I primi (specialmente quelli attinenti alle pensioni) si riferiscono ad una materia che, almeno per il momento, nessuno sembra avere voglia di sfiorare se non altro perché non si possono legiferare riforme previdenziali ogni due-tre anni. Le seconde riguardano un’area dove le carenze non attengono ai criteri normativi per incentivare chi produce e sanzionare chi tenta di lavorare il meno possibile, ma alla loro applicazione da parte di alcuni strati della dirigenza della pubblica amministrazione. Soltanto una migliore formazione e sensibilizzazione di quest’ultima potrà gradualmente portare ad una riduzione di spese di dubbia utilità per la collettività.
Sotto il profilo quantitativo, il programma triennale delineato da Tremonti non è sostanzialmente differente da quanto anticipato da alcuni mesi in questa rubrica e su questo giornale: il Governo Prodi ha lasciato una pesante eredità (è un modo elegante per parlare della “cronaca del buco annunciato” tracciata sin dalla metà del 2007) che il Ministro dell’Economia e delle Finanze propone di ammortizzare su tre anni allo scopo di mantenere immutato l’obiettivo, concordato con gli altri Paesi dell’area dell’euro, di giungere al pareggio di bilancio entro il 2011. Le risorse necessarie, sull’arco triennale, vengono quantizzate dal Ministro dell’Economia e delle Finanze in 20-30 miliardi di euro. Le nostre stime propendono più per la cifra più elevata che per quella più bassa delle due indicate. Inoltre, l’aggiustamento – viene annunciato – sarà in gran misura dal lato della spesa piuttosto che da quello delle entrate (che sarebbero in effetti soggette a ritocchi specifici su alcuni settori che hanno fruito di utili considerati eccezionali, oltre che ad uno sforzo aggiuntivo di recupero dell’evasione e dell’elusione tributaria ). In tal modo, si bloccano immediatamente eventuali richieste dei dicasteri di spesa. Una manovra dal lato prevalentemente della spesa richiede, però, la definizione di criteri chiari e precisi specialmente se si vuole il consenso non soltanto delle parti sociali ma anche e soprattutto delle pubbliche amministrazioni, il cui apporto è, in ogni caso, essenziale per realizzarla.
A mio avviso, un primo criterio, per grossolano che può sembrare, dovrebbe essere quello di salvaguardare la spesa in conto capitale con elevati saggi di rendimento all’economia. E’ meno rozzo di quel che sembra se si pensa che nel 1996-2001, l’aggiustamento dal lato della spesa è stato fatto quasi interamento riducendo l’investimento pubblico o ritardano i pertinenti pagamenti; un’analisi della Banca d’Italia dimostra che in quel periodo la spesa pubblica per investimenti è stata più che dimezzata (rispetto alla percentuale del pil riportata nei dieci anni precedenti) E’ stata una tattica miope di cui ancora oggi si avvertono le conseguenze in termini d’effetti negativi sul sistema produttivo a ragione delle carenze delle infrastrutture. Una tattica analoga (nonostante il forte aumento della pressione fiscale attuato con la finanziaria del 2006) è stata seguita negli ultimi due anni; l’Osservatorio Ance lamenta che le opere pubbliche sono rimaste al palo (specialmente Anas e Ferrovie dello Stato) a causa dei ritardi nei pagamenti. Gli effetti potranno essere ancora maggiori se le riduzioni ed i rinvii riguarderanno quelle infrastrutture tecnologiche da cui dipende il miglioramento della produttività dei fattori produttivi- settore in cui l’Italia è il fanalino di coda dell’Ocse.
Non è una sindrome unicamente italiana. Roel M. W. J. Beetsma della Università di Amesterdam e Rick van Der Ploeg dell’Università di Oxford hanno appena pubblicato un saggio sulla “political economy” (nel senso di interazione tra politica ed economia) degli investimenti pubblici. Nel lavoro, si mette in rilievo come restrizioni alla spesa – ci si riferisce in particolare a quelle del “Patto di Stabilità”- possono essere un setaccio per salvaguardare da investimenti pubblici a basso rendimento sociale e che si è riusciti ad intrufolare nei programmi dietro pressioni particolaristiche. Il criterio indicato è che restrizioni al finanziamento (ed anche allo stesso indebitamento pubblico) non sono necessarie se ad un’analisi costi benefici rigorosa i progetti mostrano di avere elevati rendimenti. In questi casi, anzi, è anche possibile, ed auspicabile, fare ricorso alla finanza di progetto con l’apporto di capitali privati. Da circa dieci anni, la normativa prevede che ogni amministrazione pubblica sia dotata di un nucleo di valutazione delle proprie proposte d’investimento pubblico. Esiste anche regole specifiche relative ai contenuti degli studi di fattibilità. Le tecniche possono essere agevolmente estese ai trasferimenti alle imprese ed a comparti di spesa pubblica di parte corrente (istruzione, sanità). E costituire , quindi, un primo insieme di criteri per come scegliere e cosa “tagliare”.
Un altro insieme di criteri può riguardare gli acquisti di beni e servizi da parte delle pubbliche amministrazioni. L’esperienza della centralizzazione degli acquisti, tramite la Consip, sembra avere dato risultati positivi e suggerisce una strada da continuare a perseguire.
Dove è più difficile individuare criteri è la vasta area dei trasferimenti alle famiglie (in gran misura pensioni) e delle spere per il personale. I primi (specialmente quelli attinenti alle pensioni) si riferiscono ad una materia che, almeno per il momento, nessuno sembra avere voglia di sfiorare se non altro perché non si possono legiferare riforme previdenziali ogni due-tre anni. Le seconde riguardano un’area dove le carenze non attengono ai criteri normativi per incentivare chi produce e sanzionare chi tenta di lavorare il meno possibile, ma alla loro applicazione da parte di alcuni strati della dirigenza della pubblica amministrazione. Soltanto una migliore formazione e sensibilizzazione di quest’ultima potrà gradualmente portare ad una riduzione di spese di dubbia utilità per la collettività.
venerdì 23 maggio 2008
BOLOGNA SUONA JOPLIN, Milano Finanza 23 maggio
La borghesia bolognese è notoriamente discreta: i magnifici giardini e gli eleganti cortili barocchi sono nascosti dietro mura spoglie delle strade del vasto settore orientale del centro –rimasto essenzialmente immutato dal Settecento. La discrezione contraddistingue anche il Bologna Festival. Nato nel 1982 grazie ad un’associazione di persone di cultura e d’imprese (le sovvenzioni pubbliche totali non superano il 25% delle entrate), è gradualmente diventato una delle manifestazioni italiane più importanti e, pur senza clamori pubblicitari, attira pubblica non solo dal Nord d’Italia ma anche dall’estero.
Oltre all’apporto finanziario privato, il Biologa Festival ha un’altra caratteristica: si estende su diversi mesi dell’anno – nel 2008 è iniziato l’11 marzo con un concerto delle Mahler Chamber Orchestra diretta da Daniel Harding e termina il 25 ottobre con un concerto di Claudio Abbado alla guida dell’orchestra Mozart. E’ diviso in tre sezioni: la prima “grandi interpreti” è dedicata alla sinfonica od ai solisti già noti a livello internazionale (dall’11 marzo al 10 giugno), la seconda “talenti” è rivolta alla scoperta delle promesse giovani (25 marzo-25 maggio), la terza “il nuovo e l’antico” (24 settembre-29 ottobre) coniuga Palestrina ed il barocco con il Novecento “storico” e la contemporaneità. I prezzi sono specialmente contenuti per i giovani: l’abbonamento alla prima ed alla terza sezione è di € 50 per sezione –meno di € 6 a concerto. Il programma dell’anno in corso si svolge in varie sedi: dal Teatro Manzoni (un gioiello Liberty di recente rimesso a nuovo), a Chiese ed ad Oratori, a Palazzo Albergati (per i dettagli www.bolognafestival.it).
Il Festival 2008 è giunto a metà strada. Quindi, si possono ricordare alcuni eventi particolarmente interessanti dei mesi scorsi ed alcuni appuntamenti stimolanti del prossimo futuro (oltre al concerto di Abbado). In aggiunta al concerto iniziale guidato da Harding, due eventi sono stati degni di nota: il 29 marzo, il concerto dell’Orchestra Sinfonica Rai diretta da Tugan Sokhiev (e con Martha Argerich al piano) con un programma di Prokofiev e Ciacovkij ed il 23 aprile il concerto di Mario Brunello, al violoncello, e del complesso l’Opera Stravagante dedicato a rarità di Vivaldi. Per i prossimi mesi, in primo luogo, la serata dedicata, il 10 giugno, al mondo di Scott Joplin , quindi ai “piano rags” (stupende improvvisazioni, prima di essere codificate in composizioni, dell’America degli Anni 30 che ripropongono le radici di una cultura etnica meritevole di essere conosciuta, soprattutto dai giovani, perché la sua evoluzione è, da alcuni anni, molto diffusa anche in Italia). In secondo luogo, il 6 ottobre, il “Mare Nostrum” del prolifico compositore argentino Mauricio Kagel , “un’azione scenica” per controtenore, baritono, flauto, oboe, chitarra, arpa, violoncello e percussioni in cui viene rappresentata la scoperta e pacificazione del Bacino del Mediterraneo da parte di una tribù amazzonica. E’ un lavoro surreale che coniuga teatro, jazz e classico-contemporaneo; nel gennaio 2005 è stato ascoltato Milano ed a Roma in forma di concerto. E’ l’occasione di vederne la messa in scena teatrale nella sala dei Bibiena del Teatro Comunale – un accostamento prezioso d’antico e di contemporaneità multimediale. Per gli appassionati di questo genere eclettico, vale un viaggio a Bologna. Kagel, in persona, nel raccolto Oratorio San Filippo Neri, eseguirà, l’8 ottobre, la suite “Variété” per baritono e strumenti, un teatro del suono che lascia con il fiato in sospeso e da molti considerato come il suo capolavoro.
Oltre all’apporto finanziario privato, il Biologa Festival ha un’altra caratteristica: si estende su diversi mesi dell’anno – nel 2008 è iniziato l’11 marzo con un concerto delle Mahler Chamber Orchestra diretta da Daniel Harding e termina il 25 ottobre con un concerto di Claudio Abbado alla guida dell’orchestra Mozart. E’ diviso in tre sezioni: la prima “grandi interpreti” è dedicata alla sinfonica od ai solisti già noti a livello internazionale (dall’11 marzo al 10 giugno), la seconda “talenti” è rivolta alla scoperta delle promesse giovani (25 marzo-25 maggio), la terza “il nuovo e l’antico” (24 settembre-29 ottobre) coniuga Palestrina ed il barocco con il Novecento “storico” e la contemporaneità. I prezzi sono specialmente contenuti per i giovani: l’abbonamento alla prima ed alla terza sezione è di € 50 per sezione –meno di € 6 a concerto. Il programma dell’anno in corso si svolge in varie sedi: dal Teatro Manzoni (un gioiello Liberty di recente rimesso a nuovo), a Chiese ed ad Oratori, a Palazzo Albergati (per i dettagli www.bolognafestival.it).
Il Festival 2008 è giunto a metà strada. Quindi, si possono ricordare alcuni eventi particolarmente interessanti dei mesi scorsi ed alcuni appuntamenti stimolanti del prossimo futuro (oltre al concerto di Abbado). In aggiunta al concerto iniziale guidato da Harding, due eventi sono stati degni di nota: il 29 marzo, il concerto dell’Orchestra Sinfonica Rai diretta da Tugan Sokhiev (e con Martha Argerich al piano) con un programma di Prokofiev e Ciacovkij ed il 23 aprile il concerto di Mario Brunello, al violoncello, e del complesso l’Opera Stravagante dedicato a rarità di Vivaldi. Per i prossimi mesi, in primo luogo, la serata dedicata, il 10 giugno, al mondo di Scott Joplin , quindi ai “piano rags” (stupende improvvisazioni, prima di essere codificate in composizioni, dell’America degli Anni 30 che ripropongono le radici di una cultura etnica meritevole di essere conosciuta, soprattutto dai giovani, perché la sua evoluzione è, da alcuni anni, molto diffusa anche in Italia). In secondo luogo, il 6 ottobre, il “Mare Nostrum” del prolifico compositore argentino Mauricio Kagel , “un’azione scenica” per controtenore, baritono, flauto, oboe, chitarra, arpa, violoncello e percussioni in cui viene rappresentata la scoperta e pacificazione del Bacino del Mediterraneo da parte di una tribù amazzonica. E’ un lavoro surreale che coniuga teatro, jazz e classico-contemporaneo; nel gennaio 2005 è stato ascoltato Milano ed a Roma in forma di concerto. E’ l’occasione di vederne la messa in scena teatrale nella sala dei Bibiena del Teatro Comunale – un accostamento prezioso d’antico e di contemporaneità multimediale. Per gli appassionati di questo genere eclettico, vale un viaggio a Bologna. Kagel, in persona, nel raccolto Oratorio San Filippo Neri, eseguirà, l’8 ottobre, la suite “Variété” per baritono e strumenti, un teatro del suono che lascia con il fiato in sospeso e da molti considerato come il suo capolavoro.
mercoledì 21 maggio 2008
LA CRISI FINANZIARIA VA PER LE LUNGHE MEGLIO INTERVENIRE SUI REGOLAMENTI Libero 21 maggio
Alla fine lo ha dovuto ammettere il notoriamente ottimista Ben Bernanke, Presidente del Federal Reserve Board ( in gergo giornalistico italiano la Fed), l’autorità monetaria americana. Nella conferenza stampa via satellite con giornalisti dei quattro angoli del mondo, martedì 13 maggio ha affermato che la situazione dei mercati finanziari è ancora “molto lontana dal normale”. La Fed – occorre ammetterlo – ce la ha messa tutta: non solamente ha abbassato i tassi d’interesse (oggi il tasso direttore Usa è appena il 2% l’anno) ma ha anche fatto interventi diretti (peraltro discutibili) a favore di banche commerciali e per garantire con titoli di stato la liquidità e la solvibilità di gestori in difficoltà. Tutto ciò ha accelerato la perdita di valore internazionale del dollaro, il cui saggio di cambio ponderato è diminuito del 7% ( e ben del 13% rispetto all’euro) dall’inizio d’agosto. Ha accentuato l’aumento dei corsi delle materie prime: la teoria delle opzioni reali insegna che quando i tassi d’interesse diminuiscono, i produttori di prodotti di base non hanno alcun interesse a vendere e preferiscono tenere il petrolio sotto terra e le granaglie nei silos. Non ha, però, avuto alcun effetto apprezzabile sul mercato americano dei mutui; inoltre, secondo un’indagine dell’Office of Federal Housing Enterprise Oversight, l’agenzia di vigilanza sugli andamenti dell’edilizia residenziale Usa, i prezzi medi delle case saranno ancora per diversi mesi in caduta libera. Con ripercussioni negative sull’economia reale.
Sul mercato dell’area dell’euro, la Banca centrale europea (Bce) non ha seguito la Fed sulla strada del ribasso dei tassi (il tasso d’interesse direttore è rimasto al 4% l’anno) a motivo delle pressioni inflazionistiche, provenienti, in certa misura, dai corsi delle materie prime (a loro volta in parte indotte dalla politica monetaria Usa). Un’indagine condotta in Aprile dalla Bce tra i principali istituti di credito europei ha indicato che, da un lato, le condizioni poste dalle banche stanno diventando più restrittive e, dall’altro, che la domanda di finanziamenti (specialmente da parte delle imprese) sta diminuendo. Dato che in Europa, il credito bancario rappresenta l’85% del finanziamento delle imprese (in aggiunta al ricorso a risorse proprie), ciò rappresenta una minaccia: il rischio che le restrizioni creditizie aggiungendosi ad un rallentamento del ciclo scatenino una prolungata crescita zero od anche una recessione. Le stime econometriche dei 20 maggiori istituti privati internazionali, elaborate due settimane fa, prevedono che il tasso di crescita nell’area dell’euro resti, nel 2009, all’1,6 stimato per il 2008e che quello dell’Italia aumenti leggermente dallo 0,8% previsto per l’anno in corso ad un debole 1,1%. Tuttavia questo quadro pare oggi ottimista. Un’analisi di Barclays Capital di Londra indica che di norma c’è un differenziale temporale di un anno e mezzo perché gli operativi d’istituti di credito assorbano, e smaltiscono, l’aumento dell’avversione al rischio; ciò vuol dire una contrazione dei finanziamenti (e la virtuale essiccazione di fonti come il private equity e le titolaralizzazioni) ancora per diversi mesi. Con conseguenze pesanti per le economie reali.
Charles Goodhart della London School of Economics lo ha illustrato alcune settimane fa in un saggio (CESifo Working Paper Series No. 2257) in cui individua un miglioramento della regolamentazione europea (e nazionale) sui mercati finanziari come risposta ad una crisi che si presenta prolungata. Il saggio (si può richiedere all’autore caegoodhart@aol.com) presenta anche indicazioni dettagliate su cosa fare. Anche se non sembra che mercoledì sera, nella riunione dei Ministri Economici e Finanziari dell’Eurogruppo, il nodo sia stato specificatamente affrontato, è verosimile che il protrarsi del difficile quadro internazionale porti ad un’accelerazione di quel riassetto delle authority (non solo in campo finanziario) per il quale sono stati preparati, negli ultimi cinque anni, schemi di provvedimenti restati ancora lettera morta. Un quadro ancora più fosco, anche se riferito principalmente agli Stati Uniti, è presentato da Atif Mian e Amir Sufi dell’Università di Chicago nelNBER Working Paper No. W13936, diramato a metà maggio.
Questo quadro internazionale non può non avere implicazioni sull’azione di governo dell’Esecutivo appena entrato in carica in Italia. La strategia sarà indicata nel Documento di Programmazione Economica e Finanziaria (Dpef), ancora in fase di redazione. Il percorso per rialzare l’Italia tramite sette missioni specifiche si presenta, però, più arduo di quanto non sembrava lo scorso gennaio quando è iniziata la crisi che ha portato alle elezioni. Allora , i 20 maggiori istituti econometrici prevedevano, per l’Italia, una crescita dell’1,5% per il 2009; oggi è verosimile che in una delle prossime tornate mensile , la stima vada al di sotto dell’1%, con un aggravio, dei conti pubblici, e serie difficoltà a non avere cadute nei livelli occupazionali. E’importante tenere presente che la cinghia di trasmissione tra le difficoltà finanziarie internazionali e l’economia reale italiana è la caduta di fiducia tra banche ed intermediari finanziari in genere. In questo senso, la risposta proposta da Goodhart potrebbe avere un effetto positivo: tirare fuori dai cassetti una buona riforma delle authority (eliminando duplicazioni e sovrapposizione) potrebbe fornire un’iniezione di fiducia di cui c’è urgente esigenza. Non basterebbe da sola a dare lo sprint necessario. Ma potrebbe essenziale. Anche se non sufficiente.
Sul mercato dell’area dell’euro, la Banca centrale europea (Bce) non ha seguito la Fed sulla strada del ribasso dei tassi (il tasso d’interesse direttore è rimasto al 4% l’anno) a motivo delle pressioni inflazionistiche, provenienti, in certa misura, dai corsi delle materie prime (a loro volta in parte indotte dalla politica monetaria Usa). Un’indagine condotta in Aprile dalla Bce tra i principali istituti di credito europei ha indicato che, da un lato, le condizioni poste dalle banche stanno diventando più restrittive e, dall’altro, che la domanda di finanziamenti (specialmente da parte delle imprese) sta diminuendo. Dato che in Europa, il credito bancario rappresenta l’85% del finanziamento delle imprese (in aggiunta al ricorso a risorse proprie), ciò rappresenta una minaccia: il rischio che le restrizioni creditizie aggiungendosi ad un rallentamento del ciclo scatenino una prolungata crescita zero od anche una recessione. Le stime econometriche dei 20 maggiori istituti privati internazionali, elaborate due settimane fa, prevedono che il tasso di crescita nell’area dell’euro resti, nel 2009, all’1,6 stimato per il 2008e che quello dell’Italia aumenti leggermente dallo 0,8% previsto per l’anno in corso ad un debole 1,1%. Tuttavia questo quadro pare oggi ottimista. Un’analisi di Barclays Capital di Londra indica che di norma c’è un differenziale temporale di un anno e mezzo perché gli operativi d’istituti di credito assorbano, e smaltiscono, l’aumento dell’avversione al rischio; ciò vuol dire una contrazione dei finanziamenti (e la virtuale essiccazione di fonti come il private equity e le titolaralizzazioni) ancora per diversi mesi. Con conseguenze pesanti per le economie reali.
Charles Goodhart della London School of Economics lo ha illustrato alcune settimane fa in un saggio (CESifo Working Paper Series No. 2257) in cui individua un miglioramento della regolamentazione europea (e nazionale) sui mercati finanziari come risposta ad una crisi che si presenta prolungata. Il saggio (si può richiedere all’autore caegoodhart@aol.com) presenta anche indicazioni dettagliate su cosa fare. Anche se non sembra che mercoledì sera, nella riunione dei Ministri Economici e Finanziari dell’Eurogruppo, il nodo sia stato specificatamente affrontato, è verosimile che il protrarsi del difficile quadro internazionale porti ad un’accelerazione di quel riassetto delle authority (non solo in campo finanziario) per il quale sono stati preparati, negli ultimi cinque anni, schemi di provvedimenti restati ancora lettera morta. Un quadro ancora più fosco, anche se riferito principalmente agli Stati Uniti, è presentato da Atif Mian e Amir Sufi dell’Università di Chicago nelNBER Working Paper No. W13936, diramato a metà maggio.
Questo quadro internazionale non può non avere implicazioni sull’azione di governo dell’Esecutivo appena entrato in carica in Italia. La strategia sarà indicata nel Documento di Programmazione Economica e Finanziaria (Dpef), ancora in fase di redazione. Il percorso per rialzare l’Italia tramite sette missioni specifiche si presenta, però, più arduo di quanto non sembrava lo scorso gennaio quando è iniziata la crisi che ha portato alle elezioni. Allora , i 20 maggiori istituti econometrici prevedevano, per l’Italia, una crescita dell’1,5% per il 2009; oggi è verosimile che in una delle prossime tornate mensile , la stima vada al di sotto dell’1%, con un aggravio, dei conti pubblici, e serie difficoltà a non avere cadute nei livelli occupazionali. E’importante tenere presente che la cinghia di trasmissione tra le difficoltà finanziarie internazionali e l’economia reale italiana è la caduta di fiducia tra banche ed intermediari finanziari in genere. In questo senso, la risposta proposta da Goodhart potrebbe avere un effetto positivo: tirare fuori dai cassetti una buona riforma delle authority (eliminando duplicazioni e sovrapposizione) potrebbe fornire un’iniezione di fiducia di cui c’è urgente esigenza. Non basterebbe da sola a dare lo sprint necessario. Ma potrebbe essenziale. Anche se non sufficiente.
martedì 20 maggio 2008
FANNULLONI IO CE LA HO FATTA NE HO LICENZIATI DUE, Il Tempo 20 maggio
Sì, si può fare, come ci ricorda il Ministro della Funzione Pubbica Renato Brunetta. Licenziare gli statali fannulloni è possibilissimo, in base alla normativa vigente. Sempre che il dirigente abbia gli elementi e la tenacia nel perseguire l’obiettivo (sulla base di motivazioni fondate).
Ho licenziato due statali nelle mie visitazioni ministeriali. La priva volta ero direttore generale al Ministero del Bilancio e della Programmazione Economica , appena giunto in Italia dopo 15 anni in Banca mondiale, allo scopo di creare e gestire il nucleo di valutazione della spesa pubblica ed i progetti a valere sul Fondo Investimenti ed Occupazine. Si era nel lontano 1982. Non avevo alcuna contezza di amministrazione, di diritto del lavoro e simili. Mi venne affidato (o meglio appioppato) un dipendente ; dopo avermi detto che non voleva stare nel mio ufficio “perché si lavora”, la persona in questione cominciò ad inviare ogni venti giorni certificati medici per esaurimento nervoso, influenza, stanchezza e simili. In pratica, in ufficio non era mai presente. L’”establishment” del Ministero alzava le braccia, suggerendo che questo era l’andazzo consolidato ed occorreva pazientare. Fortunatamente, una collega del Ministero dei Beni Culturali mi suggerì una strada: chiedere visita collegiale da parte dell’autorità militare (pare che tale misura sia stata successivamente abrogata). Non fu facile convincere l’”establishment” ministeriale; gli altri dirigenti intonarono all’unisono il mottetto “siamo tutti una famiglia anche perché il dicastero ha soltanto 250 addetti” ed a rischio di chiusura. Insistetti. I carabinieri andarono all’abitazione del dipendente, il quale non era in casa ma alle prese con un secondo lavoro. Scattò licenziamento in tronco ed un procedimento penale.
Nuovo caso nel 1998-90 al Ministero del Lavoro e della Previdenza Sociale dove guidavo il gruppo incaricato della valutazione dei progetti a valere sul fondo per il rientro dalla disoccupazione. Un bel giorno arrivò un nuovo dipendente ; non avevo richiesto incrementi di personale, ma mi venne detto che “nessuno voleva la persona” in oggetto. Oltre tuttoi non apparteneva neanche ai ruoli dell’amministrazione ma vi stazionava da 26 anni tramite vari comandi e distacch ottenuti grazie a rapporti particolaristici. Non ci volle molto a comprendere perché non il dipendente era desiderato: nelle 2-3 ore al giorno in ufficio, faceva di tutto (con terzi) da cartomanzia ad intermediazione immobiliare. Ciò disturbava il resto del gruppo. Scattarono immediatamente il senso di appartenenza, l’orgoglio dell’ufficio, il capitale sociale che si era costruito lavorando insieme: la messa a punto di un dossier per provare quanto avveniva. Naturalmente quando l’individuo si accorse della trappola, arrivarono certificati medici “a go go”. Una denuncia alla Procura comportò l’allontanamento della persona dalla Pa e mise nei guai un troppo leggero medico di base.
In ambedue i casi, ci fu una certa dose di fatica. E’ l’onere della dirigenza.
Ho licenziato due statali nelle mie visitazioni ministeriali. La priva volta ero direttore generale al Ministero del Bilancio e della Programmazione Economica , appena giunto in Italia dopo 15 anni in Banca mondiale, allo scopo di creare e gestire il nucleo di valutazione della spesa pubblica ed i progetti a valere sul Fondo Investimenti ed Occupazine. Si era nel lontano 1982. Non avevo alcuna contezza di amministrazione, di diritto del lavoro e simili. Mi venne affidato (o meglio appioppato) un dipendente ; dopo avermi detto che non voleva stare nel mio ufficio “perché si lavora”, la persona in questione cominciò ad inviare ogni venti giorni certificati medici per esaurimento nervoso, influenza, stanchezza e simili. In pratica, in ufficio non era mai presente. L’”establishment” del Ministero alzava le braccia, suggerendo che questo era l’andazzo consolidato ed occorreva pazientare. Fortunatamente, una collega del Ministero dei Beni Culturali mi suggerì una strada: chiedere visita collegiale da parte dell’autorità militare (pare che tale misura sia stata successivamente abrogata). Non fu facile convincere l’”establishment” ministeriale; gli altri dirigenti intonarono all’unisono il mottetto “siamo tutti una famiglia anche perché il dicastero ha soltanto 250 addetti” ed a rischio di chiusura. Insistetti. I carabinieri andarono all’abitazione del dipendente, il quale non era in casa ma alle prese con un secondo lavoro. Scattò licenziamento in tronco ed un procedimento penale.
Nuovo caso nel 1998-90 al Ministero del Lavoro e della Previdenza Sociale dove guidavo il gruppo incaricato della valutazione dei progetti a valere sul fondo per il rientro dalla disoccupazione. Un bel giorno arrivò un nuovo dipendente ; non avevo richiesto incrementi di personale, ma mi venne detto che “nessuno voleva la persona” in oggetto. Oltre tuttoi non apparteneva neanche ai ruoli dell’amministrazione ma vi stazionava da 26 anni tramite vari comandi e distacch ottenuti grazie a rapporti particolaristici. Non ci volle molto a comprendere perché non il dipendente era desiderato: nelle 2-3 ore al giorno in ufficio, faceva di tutto (con terzi) da cartomanzia ad intermediazione immobiliare. Ciò disturbava il resto del gruppo. Scattarono immediatamente il senso di appartenenza, l’orgoglio dell’ufficio, il capitale sociale che si era costruito lavorando insieme: la messa a punto di un dossier per provare quanto avveniva. Naturalmente quando l’individuo si accorse della trappola, arrivarono certificati medici “a go go”. Una denuncia alla Procura comportò l’allontanamento della persona dalla Pa e mise nei guai un troppo leggero medico di base.
In ambedue i casi, ci fu una certa dose di fatica. E’ l’onere della dirigenza.
domenica 18 maggio 2008
LA NORMA CON CUI RIAPRIRA' IL PETRUZZELLI
Al Teatro Comunale di Bologna si sono appena concluse le repliche di un allestimento di “Norma” di Vincenzo Bellini che ha ottenuto enorme successo e presenta notevoli motivi di interesse. In primo luogo, questo allestimento verrà utilizzato, tra qualche mese, per l’inaugurazione del Petruzzelli di Bari quando, dopo anni di lavori (e di polemiche) il teatro verrà riaperto al pubblico in occasione dell’inizio della nuova stagione lirica. In secondo luogo, debuttano nei ruoli dei due protagonisti Daniela Dessì e Fabio Armiliato. Dopo Bari, questa edizione del capolavoro belliniano si vedrà ed ascolterà a Trieste ed altrove.
“Norma” era in scena a Bari quando il teatro si incendiò; le scene vennero distrutte; si trattava non di un impianto di maniera ma di grandi tele di un pittore di rango (Mario Schifano). Sono state riprodotte per questo allestimento non soltanto perché molto belle ma anche per sottolineare il nesso tra la “Norma” che chiuse una stagione del Petruzzelli e quella che ne inizia una nuova. L’allestimento è rigorosamente ne-classico: il mondo romano come poteva essere visto nel 1831 quando l’epoca napoleonica era terminata ma non lo era lo stile “impero”, ancora dominante nei salotti e nei palazzi. La regia è di Federico Tiezzi. Si distingue nettamente da altre edizioni recenti (ad esempio quella di Walter Pagliaro che a Catania, Palermo e Giappone ha portato una “Norma” stile “film storici” Anni 50 o quella di Massimo Gasparon che a Macerata ha trasferito la vicenda in un improbabile Tibet occupato dai cinesi). “E’ un allestimento efficace ed in cui si recita e si canta agevolmente”, ci dice Fabio Armiliato che, nelle vesti di Pollione, deve dare prova non solo di abilità vocali ma anche di grande presenza scenica.
L’attenzione è tuttavia puntata su Daniela Dessì, al debutto nel ruolo (una parte scritta per Giuditta Pasta e ritenuta di enormi difficoltà) dopo anni in cui ha cantato soprattutto musica del Novecento. La sera della prima, il 29 aprile, ha ricevuto sette minuti di applausi al termine dell’aria “Casta Diva”. “E’ un ritorno al futuro. Ho iniziato la mia carriera con il Settecento ed il “bel canto” ma ho voluto affrontare “Norma”, l’opera delle opere; solamente dopo avere raggiunto la piena maturità vocale e stilistica e dopo un lungo periodo di studio”. Su “Norma” aleggiano “fantasmi del passato” – grandi interpreti (oltre alla Pasta ed alla Malibran nell’Ottocento, la Callas, la Caballé e la Verrett in anni più vicini a noi) – che incutono quasi un timore reverenziale.”Norma ha momenti aulici e momenti intimi, collegati da recitativi che richiedono un fraseggio perfetto, anche perché gli spettatori seguano ogni parola del libretto. In quanto privilegio i momenti intimi, quali il rapporto con i figli rispetto, a quelli aulici”. Una “Norma” donna e madre (alla Caballè) più che una “Norma” sacerdotessa gelosa ed alla ricerca di vendetta (alla Callas ed alla Verrett).
BOX
L’intrecccio ed il ruolo di Norma nel teatro in musica
Nella Gallia sotto il gioco romano, la sacerdotessa Norma, figlia del re Oroverso, ha avuto segretamente due figli dal suo amante, il condottiero Pollione. Quest’ultimo cerca di tradirla con la più giovane Adalgisa, a cui Norma rivela la propria vicenda con il romano. Quando Norma comprende che Pollione tenta di rapire Adalgisa dal tempio, chiama i Galli alla guerra e si autodenuncia: finisce, con Pollione, sul rogo.
L’opera è del 1831: pulsioni nazional- risorgimentali si fondono con l’intreccio passionale e con l’amicizia tra le due protagoniste femminili. “Norma”, il capolavoro di Bellini, è una delle tappe importanti per traghettare il teatro in musica verso il melodramma ottocentesco. E’ anche l’apoteosi del canto nella sua espressione sia lirica sia tragica. Ad un’orchestrazione semplice (quasi elementare) si giustappone una solennità statica ed un canto puro e lineare, caratterizzato da una ricca vena melodica tanto che lo stesso Richard Wagner la paragonò alla tragedia greca. Le difficoltà di esecuzione sono, quindi, principalmente vocali.
“Norma” era in scena a Bari quando il teatro si incendiò; le scene vennero distrutte; si trattava non di un impianto di maniera ma di grandi tele di un pittore di rango (Mario Schifano). Sono state riprodotte per questo allestimento non soltanto perché molto belle ma anche per sottolineare il nesso tra la “Norma” che chiuse una stagione del Petruzzelli e quella che ne inizia una nuova. L’allestimento è rigorosamente ne-classico: il mondo romano come poteva essere visto nel 1831 quando l’epoca napoleonica era terminata ma non lo era lo stile “impero”, ancora dominante nei salotti e nei palazzi. La regia è di Federico Tiezzi. Si distingue nettamente da altre edizioni recenti (ad esempio quella di Walter Pagliaro che a Catania, Palermo e Giappone ha portato una “Norma” stile “film storici” Anni 50 o quella di Massimo Gasparon che a Macerata ha trasferito la vicenda in un improbabile Tibet occupato dai cinesi). “E’ un allestimento efficace ed in cui si recita e si canta agevolmente”, ci dice Fabio Armiliato che, nelle vesti di Pollione, deve dare prova non solo di abilità vocali ma anche di grande presenza scenica.
L’attenzione è tuttavia puntata su Daniela Dessì, al debutto nel ruolo (una parte scritta per Giuditta Pasta e ritenuta di enormi difficoltà) dopo anni in cui ha cantato soprattutto musica del Novecento. La sera della prima, il 29 aprile, ha ricevuto sette minuti di applausi al termine dell’aria “Casta Diva”. “E’ un ritorno al futuro. Ho iniziato la mia carriera con il Settecento ed il “bel canto” ma ho voluto affrontare “Norma”, l’opera delle opere; solamente dopo avere raggiunto la piena maturità vocale e stilistica e dopo un lungo periodo di studio”. Su “Norma” aleggiano “fantasmi del passato” – grandi interpreti (oltre alla Pasta ed alla Malibran nell’Ottocento, la Callas, la Caballé e la Verrett in anni più vicini a noi) – che incutono quasi un timore reverenziale.”Norma ha momenti aulici e momenti intimi, collegati da recitativi che richiedono un fraseggio perfetto, anche perché gli spettatori seguano ogni parola del libretto. In quanto
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L’intrecccio ed il ruolo di Norma nel teatro in musica
Nella Gallia sotto il gioco romano, la sacerdotessa Norma, figlia del re Oroverso, ha avuto segretamente due figli dal suo amante, il condottiero Pollione. Quest’ultimo cerca di tradirla con la più giovane Adalgisa, a cui Norma rivela la propria vicenda con il romano. Quando Norma comprende che Pollione tenta di rapire Adalgisa dal tempio, chiama i Galli alla guerra e si autodenuncia: finisce, con Pollione, sul rogo.
L’opera è del 1831: pulsioni nazional- risorgimentali si fondono con l’intreccio passionale e con l’amicizia tra le due protagoniste femminili. “Norma”, il capolavoro di Bellini, è una delle tappe importanti per traghettare il teatro in musica verso il melodramma ottocentesco. E’ anche l’apoteosi del canto nella sua espressione sia lirica sia tragica. Ad un’orchestrazione semplice (quasi elementare) si giustappone una solennità statica ed un canto puro e lineare, caratterizzato da una ricca vena melodica tanto che lo stesso Richard Wagner la paragonò alla tragedia greca. Le difficoltà di esecuzione sono, quindi, principalmente vocali.
sabato 17 maggio 2008
Un'orchestra italiana celebra la musica contemporanea cinese Il Velino 17 maggio
Roma, 17 maggio (Velino) - Un’unica orchestra europea è stata scelta, l’Orl, Orchestra di Roma e del Lazio per partecipare al maggior festival di teatro in musica cinese organizzato in Italia, “Cina Vicina”, che dal 23 maggio all’8 giugno presenterà, nel Parco della Musica della Capitale, circa 40 spettacoli (per programma e prenotazioni www.auditorium.com/eventi). Negli ultimi mesi, l’Orl ha attraversato serie difficoltà a ragione della riduzione dei contributi (nell’esercizio 2008) da parte della Regione e del Comune (ma questi ultimi dovrebbero essere re-integrati). Come mai l’Orl è stata selezionata per il “grande concerto” a chiusura del Festival? L’orchestra ha avuto per diversi anni un musicista cinese come direttore artistico, Lü Jia, ora direttore musicale all’Arena di Verona. Considerato il direttore d’orchestra favorito da Papa Woytila, Jia, giunto a soli 26 anni alla direzione musicale del Teatro Verdi di Trieste, ha guidato l’Orl per dieci anni (1995-2005) e l’ha fatta diventare una delle sinfoniche importanti poiché ha abilmente coniugato repertorio tradizionale con musica del Novecento, musica contemporanea (ogni stagione esegue almeno due “prime mondiali” di giovani compositori) e anche musica orientale. Ha sempre praticato, poi, una politica di prezzi molto bassi ed attira molti giovani.
Il nesso con la Cina (Jia ha studiato a Pechino e Berlino, dove campava facendo il cameriere) è sempre stato forte. Ad esempio, l’11 maggio l’Orl ha portato al Parco della Musica di Roma il giovane violinista Feng Ning, 26 anni, nato a Chengdu, nel Sichuan e aggiudicatosi nel 2006 il prestigioso Premio Paganini e il premio speciale offerto dalla provincia di Genova per la migliore interpretazione dei “Capricci” di Paganini. Feng Ning ha travolto l’Auditorium intitolato a Giuseppe Sinopoli con una smagliante esecuzione del concerto in re maggiore op. 61 per violino e orchestra di Beethoven; un altro asiatico, il tailandese Bundit Ungrangsee, di casa all’Orl (dove ha tenuto concerti nel 2006 e nel 2007) guidava l’orchestra. Dal 16 al 18 maggio, un altro solista cinese (il violoncellista Wenn-Sing Yang) suona con l’Orl. L’aspetto più interessante del concerto in calendario per l’8 giugno è che l’Orl, diretta da Tan Li Hua, maestro concertatore cinese ormai di fama mondiale, eseguirà opere di tre dei più importanti compositori contemporanei cinesi: He Xuntian, Guo Wenjing e Wang Xi-Lin. Una vera e propria rarità nel panorama musicale italiano.
Il festival inizia con un tributo a uno dei poeti più amati dell’antica dinastia Tang, Li Bai. L’orchestra e il coro della Shanghai Opera House si esibiranno in un’opera, composta da Guo Wenjing, che ricreerà il desolato scenario dell’esilio di Li Bai. Nei giorni della manifestazione presso le sale dell’Auditorium si potrà sperimentare l’antica tecnica dei massaggi orientali, si potranno assaggiare piatti della gastronomia cinese e ci saranno workshop di Tai Chi e Kung Fu con i monaci Shaolin. Tra gli spettacoli di teatro in musica opere tradizionali (a mezza strada tra il farsesco ed il melodrammatico) e balletto contemporaneo. La Danza del Leone, antica arte del Guangdong, porta acrobati asiatici a riproporre i movimenti del Leone nascosti sotto una maschera sgargiante presso la Cavea dell’Auditorium. Alla fine dello spettacolo un’esplosione di coloratissimi fuochi d’artificio illuminerà la Cavea dell’Auditorium per spaventare e scacciare gli spiriti maligni.
Il nesso con la Cina (Jia ha studiato a Pechino e Berlino, dove campava facendo il cameriere) è sempre stato forte. Ad esempio, l’11 maggio l’Orl ha portato al Parco della Musica di Roma il giovane violinista Feng Ning, 26 anni, nato a Chengdu, nel Sichuan e aggiudicatosi nel 2006 il prestigioso Premio Paganini e il premio speciale offerto dalla provincia di Genova per la migliore interpretazione dei “Capricci” di Paganini. Feng Ning ha travolto l’Auditorium intitolato a Giuseppe Sinopoli con una smagliante esecuzione del concerto in re maggiore op. 61 per violino e orchestra di Beethoven; un altro asiatico, il tailandese Bundit Ungrangsee, di casa all’Orl (dove ha tenuto concerti nel 2006 e nel 2007) guidava l’orchestra. Dal 16 al 18 maggio, un altro solista cinese (il violoncellista Wenn-Sing Yang) suona con l’Orl. L’aspetto più interessante del concerto in calendario per l’8 giugno è che l’Orl, diretta da Tan Li Hua, maestro concertatore cinese ormai di fama mondiale, eseguirà opere di tre dei più importanti compositori contemporanei cinesi: He Xuntian, Guo Wenjing e Wang Xi-Lin. Una vera e propria rarità nel panorama musicale italiano.
Il festival inizia con un tributo a uno dei poeti più amati dell’antica dinastia Tang, Li Bai. L’orchestra e il coro della Shanghai Opera House si esibiranno in un’opera, composta da Guo Wenjing, che ricreerà il desolato scenario dell’esilio di Li Bai. Nei giorni della manifestazione presso le sale dell’Auditorium si potrà sperimentare l’antica tecnica dei massaggi orientali, si potranno assaggiare piatti della gastronomia cinese e ci saranno workshop di Tai Chi e Kung Fu con i monaci Shaolin. Tra gli spettacoli di teatro in musica opere tradizionali (a mezza strada tra il farsesco ed il melodrammatico) e balletto contemporaneo. La Danza del Leone, antica arte del Guangdong, porta acrobati asiatici a riproporre i movimenti del Leone nascosti sotto una maschera sgargiante presso la Cavea dell’Auditorium. Alla fine dello spettacolo un’esplosione di coloratissimi fuochi d’artificio illuminerà la Cavea dell’Auditorium per spaventare e scacciare gli spiriti maligni.
TROPPO PERSONALE E CANONE VITALE. COSI' LA RAI RISCHIA DI IMITARE ALITALIA, Libero 17 maggio
Il 14 maggio il CdA della Rai ha approvato il consuntivo per il 2007. Tanto la capogruppo Raspa quanto il gruppo chiudono l’esercizio “con un sostanziale pareggio”: un disavanzo di 4,9 milioni d’euro a fronte di un preventivo che prevedeva una perdita di 47 milioni d’euro; il margine operativo lordo è di 832 milioni d’euro. Sul versante dei costi, sta dando risultati positivi il programma di contenimento: non sono aumentati rispetto al 2006. Su quello dei ricavi, hanno dato un contributo importante e l’aumento della platea degli abbonati (ormai circa 16 milioni) e l’incremento del canone da 99,6 a 104 euro.
Un quadro, quindi, rassicurante (di cui abbiamo fornito i dettagli il 15 maggio). Molto differente da quello a cui “Il Corriere della Sera” ha dedicato due pagine il 12 maggio – alla vigilia quasi della riunione del CdA. Leggendo con attenzione le due pagine ci si accorge che, a torto od a ragione, esse facevano da cassa di risonanza ad uno studio dello Slc-Cgil (Sindacato lavori comunicazione della Cgil) le cui conclusioni sono che l’azienda è destinata al declino, anzi ad un futuro analogo a quello di Alitalia: “non ad un tracollo violento” (simile a quello di Az) ma ad “un cedimento lento, inesorabile”. Secondo l’analisi Slc-Cgil, che sembra condivisa da “Il Corriere della Sera”, la determinante principale di tale triste destino sarebbero la forte componente di “outsourcing” ad aziende esterne specializzate in produzione e fornitura di contenuti , tra cui aziende controllate dal principale concorrente (privato) di quello che si fregia essere “servizio pubblico”. Vite parallele (o quasi), quindi, per Rai ed Alitalia. La cura consisterebbe nell’aumentare la proporzione di produzione interna, grazie agli 11.500 dipendenti e 43.000 collaboratori di vario ordine e grado a cui fornisce lavoro Mamma Rai.
Chi ha ragione? Chi ha torto? Occorre chiederselo perché il canone è salato, il CdA Rai in scadenza, il progresso tecnologico nel settore molto rapido e nessuno desidera un’agonia lenta come quella di Alitalia, paventata nel lavoro Slc-Cgil e rimbalzata, con un pregevole “blow up” (ingrandimento), dal “Corriere della Sera”.
Nel breve periodo, i dati del consuntivo (e soprattutto la relazione che lo accompagna) sono incoraggianti, specialmente poiché i dettagli evidenziano che il programma di contenimento dei costi è stato attuato con rigore e con fermezza. Meno entusiasmante l’incidenza del canone sui ricavi totali. Negli ultimi quattro anni, il canone è stato complessivamente pari al 75% degli introiti pubblicitari; senza fare ricorso è quella che, secondo quanto si insegna nei corsi di base di scienza delle finanze, è “una tassa di scopo”, la Rai non starebbe in piedi. Dato che con la diffusione d’Internet e delle Tv locali, la giustificazione del canone (“fornire un servizio pubblico”) è sempre più debole , prima o poi la giurisprudenza italiana od europea (nel contesto del programma Ue “Televisione Senza Frontiere” o simili) ci costringerà ad abolirlo. Ed allora saranno guai seri.
La fragilità strutturale della Rai non è, però, la ripartizione delle entrate (tra “tassa di scopo” e mercato). C’è un aspetto più profondo, non toccato né nell’analisi Slc-Cgil né nell’ingrandimento fattone dal “Corriere della Sera”. Sotto il profilo aziendale in un’economia internazione sempre più integrata ed in un quadro di progresso tecnologico sempre più rapido, sulla Rai grava la stessa maledizione che minaccia il tracollo dell’Alitalia: con le sue schiere di dipendenti e collaboratori ed il 46% della produzione affidato all’esterno, la Rai è troppo grande per il mercato italiano (un mercato la cui popolazione si sta riducendo) e troppo piccola per competere sul mercato internazionale (tanto più che gran parte della produzione, sia esterna sia in outsourcing è cucita su misura per il pubblico italiano).
La prova di questa maledizione si tocca con mano con il digitale terrestre. In primo luogo, quando, grazie al digitale terrestre, ogni famiglia avrà accesso a 200-300 canali, come si potrà giustificare la “tassa di scopo” pro-Rai? L’unica giustificazione potrebbe darla “la legge di Baumol” (dal nome dell’economista che la ha formulata): fornire esclusivamente cultura e notiziari. A questo fine, un solo canale sarebbe più che sufficiente; gli addetti dovrebbero raggiungere le 500 unità ed i collaboratori un paio di centinaia. Un dimagrimento, quindi, molto più severo di quello che si prospetta per Alitalia. Si potrebbe naturalmente mantenere la “tassa di scopo” a favore di tutto il settore delle telecomunicazioni (per rendere il digitale terrestre sostenibile sotto il profilo finanziario) ma i proventi dovrebbero essere suddivisi sull’intera filiera nell’ambito di un quadro regolatorio ben preciso: lo suggerisce uno dei casi di studio analizzati in Bezzi e altri “Valutazione in azione” Franco Angeli 2006. E’ ipotizzabile che a ciò si debba, in ogni caso, arrivare (riducendo drasticamente il flusso del canone alla volta della Rai) a ragione della fragilità finanziaria (dimostrata nel libro citato) del digitale terrestre in Italia. Sempre che – ipotesi poco verosimile nel breve e medio termine - la Pubblica Amministrazione non supporti alla grande il settore rivoluzionando l’interazione tra uffici (specialmente dei comuni) ed i cittadini tramite servizi a pagamento da erogare con il digitale terrestre.
In secondo luogo – e su questo punto lo studio Slc-Cgil è condivisibile - i programmi Rai predisposti apposta per il digitale terrestre (specialmente “Rai Utile”) mostrano il ritardo tecnologico se raffrontati con quelli di altre aziende (più piccole e più flessibili) del comparto. “Rai Utile, ad esempio, è inguardabili; a quel che si sa, non li guarda nessuno.
E’ le possibilità di rendere la Rai davvero competitiva a livello internazionale? Il treno – temo – è passato da tanto tempo. E non ritorna indietro.
Un quadro, quindi, rassicurante (di cui abbiamo fornito i dettagli il 15 maggio). Molto differente da quello a cui “Il Corriere della Sera” ha dedicato due pagine il 12 maggio – alla vigilia quasi della riunione del CdA. Leggendo con attenzione le due pagine ci si accorge che, a torto od a ragione, esse facevano da cassa di risonanza ad uno studio dello Slc-Cgil (Sindacato lavori comunicazione della Cgil) le cui conclusioni sono che l’azienda è destinata al declino, anzi ad un futuro analogo a quello di Alitalia: “non ad un tracollo violento” (simile a quello di Az) ma ad “un cedimento lento, inesorabile”. Secondo l’analisi Slc-Cgil, che sembra condivisa da “Il Corriere della Sera”, la determinante principale di tale triste destino sarebbero la forte componente di “outsourcing” ad aziende esterne specializzate in produzione e fornitura di contenuti , tra cui aziende controllate dal principale concorrente (privato) di quello che si fregia essere “servizio pubblico”. Vite parallele (o quasi), quindi, per Rai ed Alitalia. La cura consisterebbe nell’aumentare la proporzione di produzione interna, grazie agli 11.500 dipendenti e 43.000 collaboratori di vario ordine e grado a cui fornisce lavoro Mamma Rai.
Chi ha ragione? Chi ha torto? Occorre chiederselo perché il canone è salato, il CdA Rai in scadenza, il progresso tecnologico nel settore molto rapido e nessuno desidera un’agonia lenta come quella di Alitalia, paventata nel lavoro Slc-Cgil e rimbalzata, con un pregevole “blow up” (ingrandimento), dal “Corriere della Sera”.
Nel breve periodo, i dati del consuntivo (e soprattutto la relazione che lo accompagna) sono incoraggianti, specialmente poiché i dettagli evidenziano che il programma di contenimento dei costi è stato attuato con rigore e con fermezza. Meno entusiasmante l’incidenza del canone sui ricavi totali. Negli ultimi quattro anni, il canone è stato complessivamente pari al 75% degli introiti pubblicitari; senza fare ricorso è quella che, secondo quanto si insegna nei corsi di base di scienza delle finanze, è “una tassa di scopo”, la Rai non starebbe in piedi. Dato che con la diffusione d’Internet e delle Tv locali, la giustificazione del canone (“fornire un servizio pubblico”) è sempre più debole , prima o poi la giurisprudenza italiana od europea (nel contesto del programma Ue “Televisione Senza Frontiere” o simili) ci costringerà ad abolirlo. Ed allora saranno guai seri.
La fragilità strutturale della Rai non è, però, la ripartizione delle entrate (tra “tassa di scopo” e mercato). C’è un aspetto più profondo, non toccato né nell’analisi Slc-Cgil né nell’ingrandimento fattone dal “Corriere della Sera”. Sotto il profilo aziendale in un’economia internazione sempre più integrata ed in un quadro di progresso tecnologico sempre più rapido, sulla Rai grava la stessa maledizione che minaccia il tracollo dell’Alitalia: con le sue schiere di dipendenti e collaboratori ed il 46% della produzione affidato all’esterno, la Rai è troppo grande per il mercato italiano (un mercato la cui popolazione si sta riducendo) e troppo piccola per competere sul mercato internazionale (tanto più che gran parte della produzione, sia esterna sia in outsourcing è cucita su misura per il pubblico italiano).
La prova di questa maledizione si tocca con mano con il digitale terrestre. In primo luogo, quando, grazie al digitale terrestre, ogni famiglia avrà accesso a 200-300 canali, come si potrà giustificare la “tassa di scopo” pro-Rai? L’unica giustificazione potrebbe darla “la legge di Baumol” (dal nome dell’economista che la ha formulata): fornire esclusivamente cultura e notiziari. A questo fine, un solo canale sarebbe più che sufficiente; gli addetti dovrebbero raggiungere le 500 unità ed i collaboratori un paio di centinaia. Un dimagrimento, quindi, molto più severo di quello che si prospetta per Alitalia. Si potrebbe naturalmente mantenere la “tassa di scopo” a favore di tutto il settore delle telecomunicazioni (per rendere il digitale terrestre sostenibile sotto il profilo finanziario) ma i proventi dovrebbero essere suddivisi sull’intera filiera nell’ambito di un quadro regolatorio ben preciso: lo suggerisce uno dei casi di studio analizzati in Bezzi e altri “Valutazione in azione” Franco Angeli 2006. E’ ipotizzabile che a ciò si debba, in ogni caso, arrivare (riducendo drasticamente il flusso del canone alla volta della Rai) a ragione della fragilità finanziaria (dimostrata nel libro citato) del digitale terrestre in Italia. Sempre che – ipotesi poco verosimile nel breve e medio termine - la Pubblica Amministrazione non supporti alla grande il settore rivoluzionando l’interazione tra uffici (specialmente dei comuni) ed i cittadini tramite servizi a pagamento da erogare con il digitale terrestre.
In secondo luogo – e su questo punto lo studio Slc-Cgil è condivisibile - i programmi Rai predisposti apposta per il digitale terrestre (specialmente “Rai Utile”) mostrano il ritardo tecnologico se raffrontati con quelli di altre aziende (più piccole e più flessibili) del comparto. “Rai Utile, ad esempio, è inguardabili; a quel che si sa, non li guarda nessuno.
E’ le possibilità di rendere la Rai davvero competitiva a livello internazionale? Il treno – temo – è passato da tanto tempo. E non ritorna indietro.
LA RIFORMA DISPARICIDA MA NECESSARIA DELLA AUTHORITY Il Domenicale 17 maggio
Dovrebbe essere in cima ai programmi del Governo poiché nel 2001-2006 si era lavorato ad uno schema di disegno di legge e nel febbraio 2007 l’Esecutivo guidato, per così dire, da Romano Prodi ha licenziato 22 articoli, in seguito, però, mai usciti dalla Commissione pertinente del Senato. Si tratta della riforma “disparicida”, quella delle autorità di regolazione e vigilanza. L’obiettivo era, ed è, colmare vuoti di regolazione (principalmente nel campo di servizi a rete), semplificare l’architettura specialmente in materia di vigilanza finanziaria, adeguare ordinamenti, numero dei componenti e metodi di nomina. Attendendo tale riordino (si guardi il pur benevolo rapporto Ocse “Italia- assicurare la qualità della regolazione a tutti i livelli di governo”), autorità grandi e piccole a livello regionale (ed in certi casi comunale) si stanno accavallando a quelle nazionali ed europee. Secondo alcune stime (approssimate per difetto) il solo costo alle imprese di fornire informazioni alla selva delle autorithies raggiunge € 40 miliardi l’anno. A tale costo non corrisponde efficienza ed efficacia – meno che meno una vera tutela dei mercati e di chi vi opera.
Sul “Dom” del (prego cercare data esatta) marzo/aprile 2007 commentammo il ddl Prodi facendo riferimento ad saggio di Simon Deakin della Università di Cambridge (Regno Unito) pubblicato sull’European Law Journal ( Vol. 12, No. 4, pp. 440-454). Da un lato, c’è il modello anglossassone di federalismo competitivo : lo Stato che ha le authorities più efficienti (e meno ingombranti) è quello che cresce meglio e di più. Da un altro, c’è il modello dell’Europa continentale “d’armonizzazione riflessiva”, un lessico comunitario che sembra cinese ma indica mutuo riconoscimento di regolazione e d’authorities. Ciò comporta un processo, d’apprendimento e miglioramento graduale che consente di evitare alcune rozzezze dell’authorities singoli Stati dell’Unione (negli Usa). Il nostro sistema rispecchia il “modello europeo”; il ddl Prodi lo avrebbe rafforzato ulteriormente. Uno studio fresco di stampa (Antonio La Spina, Sabina Cavatorto “Le autorità indipendenti”, Il Mulino 2008 pp. 400 € 30) da parte di due esperti non certo vicini al centro-destra (La Spina ha fatto parte della Segreteria Ds della Regione Siciliana) conduce una puntuale analisi empirica di quattro casi – Consob, Antitrust, Autorità per l’Energia, Autorità per le Comunicazioni. Pur evidenziando alcuni aspetti innovativi, il libro conclude che “il sistema italiano delle autorità indipendenti è lungi dall’essere compiuto”. Aree importantissime sono “sguarnite” ed in altre ci sono duplicazioni ed accavallamenti.
Negli ultimi mesi, le tensioni sui mercati finanziari e le difficoltà del decollo della previdenza complementare hanno mostrato a tutto tondo come la debolezza del sistema di regolazione e di vigilanza possa fare correre a tutti più rischi del dovuto. Non è questa un’occasione per fare uscire presto dal dimenticatoio una buona proposta di riforma, più orientata verso il modello anglossassone (di quanto non fosse il ddl Prodi), e porla tra gli elementi centrali di confronto politico?
Sul “Dom” del (prego cercare data esatta) marzo/aprile 2007 commentammo il ddl Prodi facendo riferimento ad saggio di Simon Deakin della Università di Cambridge (Regno Unito) pubblicato sull’European Law Journal ( Vol. 12, No. 4, pp. 440-454). Da un lato, c’è il modello anglossassone di federalismo competitivo : lo Stato che ha le authorities più efficienti (e meno ingombranti) è quello che cresce meglio e di più. Da un altro, c’è il modello dell’Europa continentale “d’armonizzazione riflessiva”, un lessico comunitario che sembra cinese ma indica mutuo riconoscimento di regolazione e d’authorities. Ciò comporta un processo, d’apprendimento e miglioramento graduale che consente di evitare alcune rozzezze dell’authorities singoli Stati dell’Unione (negli Usa). Il nostro sistema rispecchia il “modello europeo”; il ddl Prodi lo avrebbe rafforzato ulteriormente. Uno studio fresco di stampa (Antonio La Spina, Sabina Cavatorto “Le autorità indipendenti”, Il Mulino 2008 pp. 400 € 30) da parte di due esperti non certo vicini al centro-destra (La Spina ha fatto parte della Segreteria Ds della Regione Siciliana) conduce una puntuale analisi empirica di quattro casi – Consob, Antitrust, Autorità per l’Energia, Autorità per le Comunicazioni. Pur evidenziando alcuni aspetti innovativi, il libro conclude che “il sistema italiano delle autorità indipendenti è lungi dall’essere compiuto”. Aree importantissime sono “sguarnite” ed in altre ci sono duplicazioni ed accavallamenti.
Negli ultimi mesi, le tensioni sui mercati finanziari e le difficoltà del decollo della previdenza complementare hanno mostrato a tutto tondo come la debolezza del sistema di regolazione e di vigilanza possa fare correre a tutti più rischi del dovuto. Non è questa un’occasione per fare uscire presto dal dimenticatoio una buona proposta di riforma, più orientata verso il modello anglossassone (di quanto non fosse il ddl Prodi), e porla tra gli elementi centrali di confronto politico?
martedì 13 maggio 2008
IL CENTRALISMO PRODIANO HA BLOCCATO IL SUD. L'UNICA VIA E' IL FEDERALISMOl Libero 13 maggio
Uno dei punti centrali del programma di governo – il federalismo fiscale- è compatibile o incompatibile con la crescita del Mezzogiorno se non accompagnato da un incremento dei trasferimenti pubblici complessivi (dal resto dell’Italia e dall’Ue, poiché quelli extra-europei sono insignificanti)? E’ utile ricordare che, secondo uno studio pubblicato da Alberto Quadro Curzio su “Il Mulino” nel 1990, venti anni fa i trasferimenti al Mezzogiorno erano pari al 70% del pil prodotto in loco, il 24% del pil prodotto in loco serviva a pagare stipendi del pubblico impiego. il 60% dei lavoratori dipendenti erano o nelle pubbliche amministrazioni, o nelle partecipazioni statali o in imprese private altamente sovvenzionate- in breve una situazione analoga a quella dell’Ucraina. Il percorso verso l’euro ha comportato drastici cambiamenti.
Dopo una fase in cui le regioni del Sud e le Isole sono cresciute a tassi leggermente superiori della media italiana, da un paio d’anni hanno ripreso ad accusare tassi d’aumento del pil mediamente inferiori del 30% a quello dell’intero Paese. A pensare male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca. Non è da escludere che il centralismo attuato dal Governo Prodi e la stangata tributaria del 2006 abbiano contribuito sia al rallentamento del Mezzogiorno sia al nuovo fenomeno d’emigrazione, specialmente di giovani laureati, verso il Centro ed il Nord – una perdita netta di capitale umano che minaccia di essere un’ipoteca a lungo termine sulla vasta area della Nazione.
Il mio cognome indica chiaramente che non provengo dalla Padania. Sono originario del catanese (Acireale) da dieci generazione; c’è un filo nordico, ma normanno, nel mio sangue poiché gli ascendenti di mia nonna s’insediarono a Palermo attorno all’Anno Mille. Sono, però, un convinto federalista fiscale. Oltre dieci anni fa, in un’altra sede, ne ho riportato la giustificazione economica più cogente – quella proposta da Yingyi Qian e Barry Weingast nel saggio “Federalism as commitment to preserving market incentives” (“Il federalismo visto come impegno a mantenere gli incentivi di mercato”) nel “Journal of Economic Perspectives” n. 4, 1997. Il vero federalismo costringe a mantenere gli incentivi di mercato anche a chi ciò non vuole. Lo dimostrano le analisi empiriche della storia economica degli Usa che hanno meritato il Premio Nobel per l’Economia a Robert Fogel e a Douglas North; il federalismo fiscale è stato la molla dello sviluppo degli States del Sud degli Stati Uniti, devastati dalla guerra di secessione della metà dell’Ottocento ed il cui reddito pro-capite (a livelli analoghi a quelli degli States del Nord prima del conflitto) aveva subito un crollo del 60% a ragione delle distruzioni durante gli scontri e nel periodo immediatamente successivo. Fogel, North, Qian, Weingast e più di recente Chancal Numar Sharma in un lavoro pubblicato dall’università di Monaco nel novembre 2007 (tutti distinti e distanti dalle nostre beghe) dimostrano che la potestà di avere sistemi fiscali (e lavoristici) differenti – per utilizzare il lessico nostrano una fiscalità di vantaggio ed una contrattazione decentrata-, ma mantenendo un’infrastruttura federale (per strade, ferrovie e trasporto aereo), hanno permesso al Sud degli Usa di raggiungere e superare il Nord; si è fatto leva sugli “spiriti animali” e sulla disciplina del mercato.
Per essere efficace, quale che sia il modello specifico, il federalismo deve essere, al tempo stesso, politico, economico e burocratico. Il federalismo politico richiede che le decisioni sono prese a livello locale in gran parte delle materie che toccano la vita dei cittadini. Non è necessario concentrare la funzione decisionale in solo livello; di solito ce ne sono numerosi (ad esempio, nel federalismo Usa, lo Stato dell’Unione, la Contea ed il Municipio). E’ essenziale, però, che ci sia chiarezza su quale livello è responsabile di cosa; senza tale chiarezza, non è possibile esercitare alcun controllo democratico. Il programma con il quale il Pdl, la Lega Nord e le forze politiche a loro collegate hanno vinto le elezioni presenta una versione moderata e limitata di federalismo politico: essenzialmente correttivi di quanto definito nel nuovo Titolo V della Costituzionen che si è rivelato, alla luce di sette anni d’esperienza, un pasticciaccio barocco che ingolfa i processi decisionali invece di semplificarli. Il programma non parla di federalismo o devoluzione della magistratura- un tassello necessario poiché ci dovranno, prima o poi, essere giudici specializzati nell’interpretare la normativa prodotta dalle Regioni. Lo sottolinea uno studio in cui si valutano i primi anni di “devoluzione” in Granb Bretagna. Lo hanno condotto da Mahmoud Ezzamel (Cardiff Business School), Noel Hyndham (Queen’s University di Belfast), Irvine Lapsey e Aage Johnsen (ambedue dell’Università di Edimburgo) e June Pallott (University of Canterbury) e pubblicato nel fascicolo di giugno 2004 di “Public Money & Management”; è disponibile sul web. Lo studio affronta un tema, a metà strada tra economia e politica: in che misura la “devoluzione” ha aumentato la “democratic accountability” (ossia la responsabilizzazione di politici e burocrati nei confronti degli elettori). La devoluzione – lo studio afferma - ha portato maggiore “apertura”, “trasparenza”, “consultazioni” e “verifica” specialmente per quanto riguarda fisco, finanza e politiche pubbliche; ha anche messo in moto un “information overload”, un “sovraccarico da informazioni”. Di conseguenza, chi fa politica dipende oggi più di ieri da “tecnici, consiglieri parlamentari e consulenti in generale che sappiano filtrare l’informazione”. Decide, però, in base ad analisi più ricche.
Il federalismo fiscale non vuole solamente dire come dividere le fonti di gettito tributario tra centro e periferie (Regioni, Province, Comuni) ma di definire il “nucleo duro” di competenze economiche essenziali da mantenere al centro e di “devolvere” il resto alle periferie. Non si può avere federalismo fiscale e pretendere “uniformità” di servizi ai cittadini su tutto il territorio nazionale. Tale “uniformità” impedirebbe le scelte delle periferie su priorità e livelli di tassazione; quindi, renderebbe o impossibile o finto il federalismo politico. Non raggiungerebbe, poi, lo scopo di favorire le aree più deboli. Non si mette a repentaglio l’unità nazionale differenziando i servizi in base alla disponibilità a pagare e favorendo la crescita accelerata delle aree più povere. Al contrario, la si rafforza.
Il federalismo burocratico è quello degli uffici: ci devono essere burocrazie che rispondano ai responsabili del federalismo politico ed economico ed agli elettori. Purtroppo in Italia, nell’ultimo scorcio della XIII legislatura, si è dato vita ad una riforma della Costituzione che contiene molto federalismo burocratico (peraltro incompiuto) e poco o nulla di federalismo politico ed economico. Anzi, è un vero e proprio monumento al federalismo burocratico. Nel 2004, Hongbin Cai e Daniel Treisman (ambedue dell’Università della California a Los Angeles) hanno pubblicato sul “Journal of Public Economics” un saggio che documenta, con analisi teoriche e riferimenti empirici, come il federalismo burocratico corroda istituzioni ed economia se non è nell’ambito di un ben articolato federalismo politico ed economico. Il federalismo burocratico è la trappola in cui dobbiamo evitare di cadere.
Dopo una fase in cui le regioni del Sud e le Isole sono cresciute a tassi leggermente superiori della media italiana, da un paio d’anni hanno ripreso ad accusare tassi d’aumento del pil mediamente inferiori del 30% a quello dell’intero Paese. A pensare male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca. Non è da escludere che il centralismo attuato dal Governo Prodi e la stangata tributaria del 2006 abbiano contribuito sia al rallentamento del Mezzogiorno sia al nuovo fenomeno d’emigrazione, specialmente di giovani laureati, verso il Centro ed il Nord – una perdita netta di capitale umano che minaccia di essere un’ipoteca a lungo termine sulla vasta area della Nazione.
Il mio cognome indica chiaramente che non provengo dalla Padania. Sono originario del catanese (Acireale) da dieci generazione; c’è un filo nordico, ma normanno, nel mio sangue poiché gli ascendenti di mia nonna s’insediarono a Palermo attorno all’Anno Mille. Sono, però, un convinto federalista fiscale. Oltre dieci anni fa, in un’altra sede, ne ho riportato la giustificazione economica più cogente – quella proposta da Yingyi Qian e Barry Weingast nel saggio “Federalism as commitment to preserving market incentives” (“Il federalismo visto come impegno a mantenere gli incentivi di mercato”) nel “Journal of Economic Perspectives” n. 4, 1997. Il vero federalismo costringe a mantenere gli incentivi di mercato anche a chi ciò non vuole. Lo dimostrano le analisi empiriche della storia economica degli Usa che hanno meritato il Premio Nobel per l’Economia a Robert Fogel e a Douglas North; il federalismo fiscale è stato la molla dello sviluppo degli States del Sud degli Stati Uniti, devastati dalla guerra di secessione della metà dell’Ottocento ed il cui reddito pro-capite (a livelli analoghi a quelli degli States del Nord prima del conflitto) aveva subito un crollo del 60% a ragione delle distruzioni durante gli scontri e nel periodo immediatamente successivo. Fogel, North, Qian, Weingast e più di recente Chancal Numar Sharma in un lavoro pubblicato dall’università di Monaco nel novembre 2007 (tutti distinti e distanti dalle nostre beghe) dimostrano che la potestà di avere sistemi fiscali (e lavoristici) differenti – per utilizzare il lessico nostrano una fiscalità di vantaggio ed una contrattazione decentrata-, ma mantenendo un’infrastruttura federale (per strade, ferrovie e trasporto aereo), hanno permesso al Sud degli Usa di raggiungere e superare il Nord; si è fatto leva sugli “spiriti animali” e sulla disciplina del mercato.
Per essere efficace, quale che sia il modello specifico, il federalismo deve essere, al tempo stesso, politico, economico e burocratico. Il federalismo politico richiede che le decisioni sono prese a livello locale in gran parte delle materie che toccano la vita dei cittadini. Non è necessario concentrare la funzione decisionale in solo livello; di solito ce ne sono numerosi (ad esempio, nel federalismo Usa, lo Stato dell’Unione, la Contea ed il Municipio). E’ essenziale, però, che ci sia chiarezza su quale livello è responsabile di cosa; senza tale chiarezza, non è possibile esercitare alcun controllo democratico. Il programma con il quale il Pdl, la Lega Nord e le forze politiche a loro collegate hanno vinto le elezioni presenta una versione moderata e limitata di federalismo politico: essenzialmente correttivi di quanto definito nel nuovo Titolo V della Costituzionen che si è rivelato, alla luce di sette anni d’esperienza, un pasticciaccio barocco che ingolfa i processi decisionali invece di semplificarli. Il programma non parla di federalismo o devoluzione della magistratura- un tassello necessario poiché ci dovranno, prima o poi, essere giudici specializzati nell’interpretare la normativa prodotta dalle Regioni. Lo sottolinea uno studio in cui si valutano i primi anni di “devoluzione” in Granb Bretagna. Lo hanno condotto da Mahmoud Ezzamel (Cardiff Business School), Noel Hyndham (Queen’s University di Belfast), Irvine Lapsey e Aage Johnsen (ambedue dell’Università di Edimburgo) e June Pallott (University of Canterbury) e pubblicato nel fascicolo di giugno 2004 di “Public Money & Management”; è disponibile sul web. Lo studio affronta un tema, a metà strada tra economia e politica: in che misura la “devoluzione” ha aumentato la “democratic accountability” (ossia la responsabilizzazione di politici e burocrati nei confronti degli elettori). La devoluzione – lo studio afferma - ha portato maggiore “apertura”, “trasparenza”, “consultazioni” e “verifica” specialmente per quanto riguarda fisco, finanza e politiche pubbliche; ha anche messo in moto un “information overload”, un “sovraccarico da informazioni”. Di conseguenza, chi fa politica dipende oggi più di ieri da “tecnici, consiglieri parlamentari e consulenti in generale che sappiano filtrare l’informazione”. Decide, però, in base ad analisi più ricche.
Il federalismo fiscale non vuole solamente dire come dividere le fonti di gettito tributario tra centro e periferie (Regioni, Province, Comuni) ma di definire il “nucleo duro” di competenze economiche essenziali da mantenere al centro e di “devolvere” il resto alle periferie. Non si può avere federalismo fiscale e pretendere “uniformità” di servizi ai cittadini su tutto il territorio nazionale. Tale “uniformità” impedirebbe le scelte delle periferie su priorità e livelli di tassazione; quindi, renderebbe o impossibile o finto il federalismo politico. Non raggiungerebbe, poi, lo scopo di favorire le aree più deboli. Non si mette a repentaglio l’unità nazionale differenziando i servizi in base alla disponibilità a pagare e favorendo la crescita accelerata delle aree più povere. Al contrario, la si rafforza.
Il federalismo burocratico è quello degli uffici: ci devono essere burocrazie che rispondano ai responsabili del federalismo politico ed economico ed agli elettori. Purtroppo in Italia, nell’ultimo scorcio della XIII legislatura, si è dato vita ad una riforma della Costituzione che contiene molto federalismo burocratico (peraltro incompiuto) e poco o nulla di federalismo politico ed economico. Anzi, è un vero e proprio monumento al federalismo burocratico. Nel 2004, Hongbin Cai e Daniel Treisman (ambedue dell’Università della California a Los Angeles) hanno pubblicato sul “Journal of Public Economics” un saggio che documenta, con analisi teoriche e riferimenti empirici, come il federalismo burocratico corroda istituzioni ed economia se non è nell’ambito di un ben articolato federalismo politico ed economico. Il federalismo burocratico è la trappola in cui dobbiamo evitare di cadere.
lunedì 12 maggio 2008
PARTONO DOMANI I DIECI GIORNI PIU' IMPORTANTI PER ALITALIA
L’atmosfera non è esattamente quella del celebre libro di John Reed sulla rivoluzione bolscevica (più volte immortalato in film e serial televisivi). Alla Magliana, però, si respira un’aria che assomiglia a quella che aleggiava a Mosca quando si avvertiva che erano nell’aria grandi eventi e si viveva all’insegna de: “o la va o la spacca”.
I dieci giorni che cambieranno (in un modo o nell’altro) l’Alitalia sono le giornate tra il 13 ed il 23 maggio. Domani martedì si riunisce quel che è rimasto del CdA (dopo varie dimissioni) per approvare la relazione trimestrale per il gennaio-marzo 2008:i dati (afferma che li ha letti e studiati) sono particolarmente pesanti non tanto perché segnano ancora un profondo rosso (alla Magliana ci si è fatta l’abitudine) ma poiché il disavanzo avrebbe adesso intaccato il patrimonio sotto i livelli di guardia (le stime variano tra i 350 ed i 400 milioni di euro rispetto ad un capitale sociale di circa 1.300 milioni di euro). Venerdì 23 maggio (data che gli scaramantici non considerano poco propizia) è invece il giorno in cui il CdA dovrò assumersi la piena responsabilità dell’approvazione del bilancio consuntivo per il 2007. E’ una responsabilità senza se e senza ma.
Tra una data e l’altra si possono verificare varie ipotesi. Potrebbe spuntare la cordata a cui sta lavorando l’esorcista Bruno Ermolli a cui è stato affidato il compito di togliere all’Alitalia il malocchio strutturale che la affligge da 15 anni (ossia da quando è avvenuta la rivoluzione del trasporto aereo internazionale): essere. al tempo stesso, troppo piccola per gareggiare sui mercati mondiali e troppo grande per fare il vettore soltanto in Italia e nei Paesi vicini. In effetti, Ermolli ha chiesto di avere i dati per approfondire la situazione finanziaria. Per il CdA ciò comporta un problema serio: se risponde positivamente può essere tacciato di non seguire regole di mercato (poiché non è in corso una gara), ma se risponde negativamente può fare chiudere l’unica porta per ora socchiusa, neanche aperta.
Tra il 13 ed il 23 maggio (prima, comunque, di approvare il consuntivo 2007), gli scampoli del CdA potrebbero decidere che la partita è ormai andata e non volersi assumere responsabilità che potrebbero coinvolgerli personalmente e matrimonialmente. In tal caso, il “grido di dolore” partirebbe dalla Magliana e sarebbe accompagnata da una richiesta di commissariamento, dall’apertura di una procedura fallimentare o di percorsi analoghi.
Tra queste due ipotesi estreme non se ne vedono intermedie. Almeno ai piani alti della Magliana. Tuttavia, c’è chi nutre due soldi di speranza, tanto per rievocare il titolo del film di Castellani con cui nel 1951 si aprì la serie delle commedie all’italiana. Una volta insediato il nuovo Governo a pieni ranghi (Vice Ministri e Sottosegretari compresi), si potrebbe riprendere la partita per realizzare, in un arco di tempo breve, un accordo tra imprenditori italiani, banche (italiane e straniere) e Lufthansa. E “il terzo incomodo” con cui i tedeschi non vorrebbero avere a che fare (Vedi “L’Occidentale” del 30 aprile)? C’è un prezzo per tutto, si dice alla Magliana. E la moneta di pagamento sarebbero gli slots.
I dieci giorni che cambieranno (in un modo o nell’altro) l’Alitalia sono le giornate tra il 13 ed il 23 maggio. Domani martedì si riunisce quel che è rimasto del CdA (dopo varie dimissioni) per approvare la relazione trimestrale per il gennaio-marzo 2008:i dati (afferma che li ha letti e studiati) sono particolarmente pesanti non tanto perché segnano ancora un profondo rosso (alla Magliana ci si è fatta l’abitudine) ma poiché il disavanzo avrebbe adesso intaccato il patrimonio sotto i livelli di guardia (le stime variano tra i 350 ed i 400 milioni di euro rispetto ad un capitale sociale di circa 1.300 milioni di euro). Venerdì 23 maggio (data che gli scaramantici non considerano poco propizia) è invece il giorno in cui il CdA dovrò assumersi la piena responsabilità dell’approvazione del bilancio consuntivo per il 2007. E’ una responsabilità senza se e senza ma.
Tra una data e l’altra si possono verificare varie ipotesi. Potrebbe spuntare la cordata a cui sta lavorando l’esorcista Bruno Ermolli a cui è stato affidato il compito di togliere all’Alitalia il malocchio strutturale che la affligge da 15 anni (ossia da quando è avvenuta la rivoluzione del trasporto aereo internazionale): essere. al tempo stesso, troppo piccola per gareggiare sui mercati mondiali e troppo grande per fare il vettore soltanto in Italia e nei Paesi vicini. In effetti, Ermolli ha chiesto di avere i dati per approfondire la situazione finanziaria. Per il CdA ciò comporta un problema serio: se risponde positivamente può essere tacciato di non seguire regole di mercato (poiché non è in corso una gara), ma se risponde negativamente può fare chiudere l’unica porta per ora socchiusa, neanche aperta.
Tra il 13 ed il 23 maggio (prima, comunque, di approvare il consuntivo 2007), gli scampoli del CdA potrebbero decidere che la partita è ormai andata e non volersi assumere responsabilità che potrebbero coinvolgerli personalmente e matrimonialmente. In tal caso, il “grido di dolore” partirebbe dalla Magliana e sarebbe accompagnata da una richiesta di commissariamento, dall’apertura di una procedura fallimentare o di percorsi analoghi.
Tra queste due ipotesi estreme non se ne vedono intermedie. Almeno ai piani alti della Magliana. Tuttavia, c’è chi nutre due soldi di speranza, tanto per rievocare il titolo del film di Castellani con cui nel 1951 si aprì la serie delle commedie all’italiana. Una volta insediato il nuovo Governo a pieni ranghi (Vice Ministri e Sottosegretari compresi), si potrebbe riprendere la partita per realizzare, in un arco di tempo breve, un accordo tra imprenditori italiani, banche (italiane e straniere) e Lufthansa. E “il terzo incomodo” con cui i tedeschi non vorrebbero avere a che fare (Vedi “L’Occidentale” del 30 aprile)? C’è un prezzo per tutto, si dice alla Magliana. E la moneta di pagamento sarebbero gli slots.
UNA FINANZIARIA PER RESTARE IN EUROPA, Il Tempo 12 maggio
Il Tempo ha aperto un dibattito su come riformare la finanziaria e la legge di bilancio perché non siano solo “correttive” degli andamenti tendenziali ma efficaci strumenti di bilancio. A mio parere, le ipotesi di riforma devono ipotizzare che l’Italia resterà una democrazia parlamentare inserita nell’area dell’euro. Da un lato, quindi, non si può seguire il modello Usa dove la finanziaria e legge di bilancio non sono frutto di un documento d’indirizzo della Casa Bianca ma emergono dal Congresso (la prima bozza è redatta dalla Commissione Finanze e Tesoro della Camera) ed il Presidente ha il potere di accettarla o respingerla in blocco (ma deve accettarla se, in seconda lettura, la legge ha due terzi del voto del Congresso). Da un altro, la tempistica deve restare in linea con quella di ddl analoghi di Francia, Germania, Spagna, Portogallo, Austria e Benelux (come si orchestrò alla fine degli Anni 80; si veda Giuliano Amato “Due Anni al Tesoro”, Il Mulino 1990) altrimenti la politica economica europea andrebbe a gambe all’aria.
Dall’esperienza Usa si può, però, mutuare la “non emendabilità” del ddl (tranne che non a maggioranza qualificata, ossia le Camere potrebbero accettare o respingere in blocco la proposta del Governo ma potrebbe apportare emendamenti unicamente a maggioranza dei due terzi). Dalle modifiche apportate alla fine degli Anni 80 alla finanziaria– ma nella prassi abbandonate nel 1993 – si deve tornare ad una finanziaria che operi unicamente sui saldi di bilancio in funzione degli obiettivi di politica economica (descritte nel volume di Giuliano Amato e ribadite di recente da Franco Reviglio in “Per restare in Europa”, Utet 2006). Ciò eviterebbe leggi “omnibus”, “assalti alla diligenza”, scambi di favori clientelari e la concentrazione dei lavori parlamentari nella sessione di bilancio. Ne guadagnerebbe l’attenzione ai nodi fondamentali della politica economica.
Ciò comporta anche una modifica della tempistica e dei contenuti dei documenti di politica economica. Oggi sono tre, Dpef (Documento di programmazione economica e finanziaria), Rpp (Relazione previsionale e programmatica), e Rge (Relazione generale sull’economia del Paese); vengono pubblicati in tempi differenti (il primo in estate, il secondo in autunno, il terzo in primavera). Ne basterebbe uno solo (come in Francia, Germania., Spagna, Austria e Benelux), poche settimane prima della finanziaria. Dovrebbe tornare ad essere snello (eliminando gli abbellimenti e i riquadri “accademikish” apportati nel 1996) al fine di permettere un efficace dibattito parlamentare sulle scelte del Paese. Per fare sì che tali scelte siano informate non sarebbe male se venisse integrato da documenti di lavoro su singoli temi quali quelli elaborati in Francia nel “programme de rationalitation des choix budgetaires” e nel definiti da Matthew Adler e Eric Posner in “New Foundations of Cost Benefit Analysis” (Harvard University Press, 2007).
Dall’esperienza Usa si può, però, mutuare la “non emendabilità” del ddl (tranne che non a maggioranza qualificata, ossia le Camere potrebbero accettare o respingere in blocco la proposta del Governo ma potrebbe apportare emendamenti unicamente a maggioranza dei due terzi). Dalle modifiche apportate alla fine degli Anni 80 alla finanziaria– ma nella prassi abbandonate nel 1993 – si deve tornare ad una finanziaria che operi unicamente sui saldi di bilancio in funzione degli obiettivi di politica economica (descritte nel volume di Giuliano Amato e ribadite di recente da Franco Reviglio in “Per restare in Europa”, Utet 2006). Ciò eviterebbe leggi “omnibus”, “assalti alla diligenza”, scambi di favori clientelari e la concentrazione dei lavori parlamentari nella sessione di bilancio. Ne guadagnerebbe l’attenzione ai nodi fondamentali della politica economica.
Ciò comporta anche una modifica della tempistica e dei contenuti dei documenti di politica economica. Oggi sono tre, Dpef (Documento di programmazione economica e finanziaria), Rpp (Relazione previsionale e programmatica), e Rge (Relazione generale sull’economia del Paese); vengono pubblicati in tempi differenti (il primo in estate, il secondo in autunno, il terzo in primavera). Ne basterebbe uno solo (come in Francia, Germania., Spagna, Austria e Benelux), poche settimane prima della finanziaria. Dovrebbe tornare ad essere snello (eliminando gli abbellimenti e i riquadri “accademikish” apportati nel 1996) al fine di permettere un efficace dibattito parlamentare sulle scelte del Paese. Per fare sì che tali scelte siano informate non sarebbe male se venisse integrato da documenti di lavoro su singoli temi quali quelli elaborati in Francia nel “programme de rationalitation des choix budgetaires” e nel definiti da Matthew Adler e Eric Posner in “New Foundations of Cost Benefit Analysis” (Harvard University Press, 2007).
domenica 11 maggio 2008
VIAGGIO ALLA FINE DEL MILLENNIO, operaclick 11 maggio
Roma/ Teatro dell’Opera
VIAGGIO ALLA FINE DEL MILLENNIO
Opera in due atti e dieci scene
Libretto di A.B. Yehoshua, Musica di Josef Bardanashvili
E’ una notizia bella ma imbarazzante. Israele ci ricorda che l’opera non è un genere da museo, ma un’arte viva e vitale. Ci mette a disagio che lo rammenti proprio in Italia dove l’opera è nata e cresciuta.
L’8 maggio, al Teatro dell’Opera di Roma, addobbato per le grandi occasioni, al fine di iniziare una serie di celebrazioni per i 60 anni dalla nascita dello Stato d’Israele, è stata messa in scena (purtroppo per un’unica sera) “Viaggio alla Fine del Millennio” opera in due parti e dieci quadri di Josef Bardanasvili su libretto di A.B. Yehoshua (autore del romanzo da cui è tratta). Il lavoro è stato commissionato dall’Israeli Opera di Tel Aviv dove ha debuttato il 21 maggio 2005 ed è da allora in repertorio a Tel Aviv.La recita romana è stata la prima al di fuori dello Stato d’Israele. Per chi ama la cultura in generale ed il teatro in musica in particolare rappresentare un’opera contemporanea (d’autori viventi) in occasione di un evento celebrativo è un’eccellente idea. Dovremmo riprenderla e replicarla. In Italia, invece, in situazioni analoghe si ripescano opere del Settecento ed è raro vedere sui nostri palcoscenici lavori contemporanei, anche quelli d’autori americani che hanno grandi risultati di biglietteria tanto negli Usa quanto in numerosi Paesi europei (Gran Bretagna, Germania ed ora anche Francia) dove sono regolarmente messi in scena,
A.B. Yehoshua è uno dei più noti scrittori israeliani. Il libretto è tratto da un suo romanzo dallo stesso titolo – non necessariamente il suo capolavoro (io considero tale “L’Amante”). E’ ambientato attorno all’anno Mille tra Tangeri, la Spagna, Parigi, Worms e la Foresta Nera. La trama è complessa poiché comprende un vasto numero di personaggi ed anche intrecci secondari. Può essere, però, riassunta in poche righe al fine di comunicare il significato del lavoro. Il mercante ebreo marocchino Ben Atar va in Europa per potersi riconciliare con il nipote Abulafia, ma finisce processato e scomunicato per la sua bigamia; gli ebrei del Nord Africa avevano adottato tale costume dalle prassi arabe. Non per nulla il miglior amico di Ben Atar è il suo socio in affari mussulmano Abu Lufti. Gli ebrei insediatesi nel Nord Europa, legati ai precetti religiosi tradizionali, vietavano la bigamia. Il messaggio essenziale è la ricerca della tolleranza tra diverse visioni della vita all’interno della medesima religione. L’opera contiene anche una scena “osèe” (ovviamente velata) di sesso a tre. Il dramma esplode quando una delle due mogli di Ben Atar, pur soddisfatta dalla bigamia, vorrebbe estendere, per ragioni di pari opportunità, la prassi alla poliandria (ciascuna moglie potrebbe avere più mariti). La condanna da parte dell’intera società diventa inevitabile. La donna muore suicida nelle paludi della Foresta Nera. Solamente dopo il suo sacrificio, innalzando preci a Dio, si può superare l’anatema. Il libretto è efficace sotto il profilo drammaturgico; traduce bene in versione scenica l’amaro contenuto del romanzo – il cui tema non riguarda solamente differenti interpretazioni della parola di Dio nell’ambito della stessa religione ma ha una valenza universale. Semplice l’apparato scenico basato su tendaggi e giochi di luce anche al fine di fare meglio risaltare l’interpretazione dei solisti ed i movimenti delle masse.
Joseph Bardanashvili è un compositore georgiano, emigrato nel 1995 in Israele dove è molto noto; ha firmato molti balletti, sinfonie e colonne sonore. I critici presenti alla rappresentazione romana lo hanno definito “eclettico”. Non sono interamente d’accordo. Ci sono echi di Stravinskij e pure un recitativo secco accompagnato da basso continuo. A mio parere, la struttura musicale è chiaramente ispirata ad uno dei maggiori compositori russi contemporanei, Alfred Alfred Schnittke (poco noto al grande pubblico italiano). A sua volta, Schnittke ha molti punti in comune con i compositori tedeschi della prima metà del Novecento, la cosiddetta “Entartete Musik”: enorme organico, scrittura vocale in cui il declamato scivola in ariosi, grandi interventi del coro, concertati nei finali. A mio avviso, l’opera di Bardanashvili ricorda molto il capolavoro di Franz Schreker “Die Gezeichneten” che, credo, è stato messo in scena in Italia un’unica volta, anche a ragione delle complessità dell’allestimento scenico che comporta scene d’orgia con nudi integrali. In un impianto musicale alla Schreker (il quale a sua volta recepisce molto da Alexander von Zemlisky, i cui lavori sono stati eseguiti in Russia anche durante i momenti più oscuri dello stalinismo e venivano studiati nei conservatori georgiani) s’innescano elementi tradizionali di musica ebraica ( quali il Bukkhara di cui nel maggio 2007 si è avuto un eccellente concerto a Parma). L’enfasi della vocalità è, quindi, su tessiture alte: tra i protagonisti maschili, un controtenore Yaniv d’Or, un tenore “di grazia” Yosef Aridan ed un baritenore Gaby Sadeh. Nel comparto femminile, invece, due soprani drammatici, Ira Bertman e Larissa Tutuev ed un mezzo soprano, Edna Prochnick. Meno importanti i ruoli del basso Vladimir Braun e del baritono Noha Briger. La direzione musicale della Israel Simphony Orchestra Eishon LeZion è affidata a Asher Fish, noto in Italia poiché ha diretto il “Parsifal” inaugurale al Teatro San Carlo di Napoli lo scorso dicembre.
La compagnia è ineccepibile: tanto i solisti quanto il coro e l’orchestra hanno dato una prova della loro capacità. Non mi soffermo sulle singole voci poiché i loro nomi non sono conosciuti dal pubblico italiano ed è difficile pensare che lo diventino – tranne che non abbraccino carriere al di fuori d’Israele. Lo spettacolo è stato molto applaudito nonostante si trattasse di un’occasione celebrativa ed il linguaggio musicale non è proprio quello a cui il pubblico romano è avvezzo. Forse è il meglio che la compagnia può dare - un meglio, però, che molti nostri teatri dovrebbero invidiare.
Teatro dell’Opera di Roma, 8 maggio
LA LOCANDINA
VIAGGIO ALLA FINE DEL MILLENNIO
Opera in due atti e dieci scene
Libretto di A.B. Yehoshua, Musica di Josef Bardanashvili
Regia Omri Nitzan
Scene e Costumi Ruth Dar
Coreografia Daniel Michaeli
Ben Attar Gaby Sadeh
Abu Lufti Vladimir Baum
La Seconda Moglie Ira Bertman
La Prima Moglie Edna Prochnik
Abulafia Yosef Aridan
Elbaz………………….Yaniv d’Or
Levinas Noah Briger
Ester Minna…………..Larissa Tetuev
Il giudice……………. Ela Rosner
Coro dell’Israeli Opera diretto da Yishai Steckler
Orchestra The Israel Simphony Orchestra Rishon Le Zion
Direzione Musicale Asher Fisch
VIAGGIO ALLA FINE DEL MILLENNIO
Opera in due atti e dieci scene
Libretto di A.B. Yehoshua, Musica di Josef Bardanashvili
E’ una notizia bella ma imbarazzante. Israele ci ricorda che l’opera non è un genere da museo, ma un’arte viva e vitale. Ci mette a disagio che lo rammenti proprio in Italia dove l’opera è nata e cresciuta.
L’8 maggio, al Teatro dell’Opera di Roma, addobbato per le grandi occasioni, al fine di iniziare una serie di celebrazioni per i 60 anni dalla nascita dello Stato d’Israele, è stata messa in scena (purtroppo per un’unica sera) “Viaggio alla Fine del Millennio” opera in due parti e dieci quadri di Josef Bardanasvili su libretto di A.B. Yehoshua (autore del romanzo da cui è tratta). Il lavoro è stato commissionato dall’Israeli Opera di Tel Aviv dove ha debuttato il 21 maggio 2005 ed è da allora in repertorio a Tel Aviv.La recita romana è stata la prima al di fuori dello Stato d’Israele. Per chi ama la cultura in generale ed il teatro in musica in particolare rappresentare un’opera contemporanea (d’autori viventi) in occasione di un evento celebrativo è un’eccellente idea. Dovremmo riprenderla e replicarla. In Italia, invece, in situazioni analoghe si ripescano opere del Settecento ed è raro vedere sui nostri palcoscenici lavori contemporanei, anche quelli d’autori americani che hanno grandi risultati di biglietteria tanto negli Usa quanto in numerosi Paesi europei (Gran Bretagna, Germania ed ora anche Francia) dove sono regolarmente messi in scena,
A.B. Yehoshua è uno dei più noti scrittori israeliani. Il libretto è tratto da un suo romanzo dallo stesso titolo – non necessariamente il suo capolavoro (io considero tale “L’Amante”). E’ ambientato attorno all’anno Mille tra Tangeri, la Spagna, Parigi, Worms e la Foresta Nera. La trama è complessa poiché comprende un vasto numero di personaggi ed anche intrecci secondari. Può essere, però, riassunta in poche righe al fine di comunicare il significato del lavoro. Il mercante ebreo marocchino Ben Atar va in Europa per potersi riconciliare con il nipote Abulafia, ma finisce processato e scomunicato per la sua bigamia; gli ebrei del Nord Africa avevano adottato tale costume dalle prassi arabe. Non per nulla il miglior amico di Ben Atar è il suo socio in affari mussulmano Abu Lufti. Gli ebrei insediatesi nel Nord Europa, legati ai precetti religiosi tradizionali, vietavano la bigamia. Il messaggio essenziale è la ricerca della tolleranza tra diverse visioni della vita all’interno della medesima religione. L’opera contiene anche una scena “osèe” (ovviamente velata) di sesso a tre. Il dramma esplode quando una delle due mogli di Ben Atar, pur soddisfatta dalla bigamia, vorrebbe estendere, per ragioni di pari opportunità, la prassi alla poliandria (ciascuna moglie potrebbe avere più mariti). La condanna da parte dell’intera società diventa inevitabile. La donna muore suicida nelle paludi della Foresta Nera. Solamente dopo il suo sacrificio, innalzando preci a Dio, si può superare l’anatema. Il libretto è efficace sotto il profilo drammaturgico; traduce bene in versione scenica l’amaro contenuto del romanzo – il cui tema non riguarda solamente differenti interpretazioni della parola di Dio nell’ambito della stessa religione ma ha una valenza universale. Semplice l’apparato scenico basato su tendaggi e giochi di luce anche al fine di fare meglio risaltare l’interpretazione dei solisti ed i movimenti delle masse.
Joseph Bardanashvili è un compositore georgiano, emigrato nel 1995 in Israele dove è molto noto; ha firmato molti balletti, sinfonie e colonne sonore. I critici presenti alla rappresentazione romana lo hanno definito “eclettico”. Non sono interamente d’accordo. Ci sono echi di Stravinskij e pure un recitativo secco accompagnato da basso continuo. A mio parere, la struttura musicale è chiaramente ispirata ad uno dei maggiori compositori russi contemporanei, Alfred Alfred Schnittke (poco noto al grande pubblico italiano). A sua volta, Schnittke ha molti punti in comune con i compositori tedeschi della prima metà del Novecento, la cosiddetta “Entartete Musik”: enorme organico, scrittura vocale in cui il declamato scivola in ariosi, grandi interventi del coro, concertati nei finali. A mio avviso, l’opera di Bardanashvili ricorda molto il capolavoro di Franz Schreker “Die Gezeichneten” che, credo, è stato messo in scena in Italia un’unica volta, anche a ragione delle complessità dell’allestimento scenico che comporta scene d’orgia con nudi integrali. In un impianto musicale alla Schreker (il quale a sua volta recepisce molto da Alexander von Zemlisky, i cui lavori sono stati eseguiti in Russia anche durante i momenti più oscuri dello stalinismo e venivano studiati nei conservatori georgiani) s’innescano elementi tradizionali di musica ebraica ( quali il Bukkhara di cui nel maggio 2007 si è avuto un eccellente concerto a Parma). L’enfasi della vocalità è, quindi, su tessiture alte: tra i protagonisti maschili, un controtenore Yaniv d’Or, un tenore “di grazia” Yosef Aridan ed un baritenore Gaby Sadeh. Nel comparto femminile, invece, due soprani drammatici, Ira Bertman e Larissa Tutuev ed un mezzo soprano, Edna Prochnick. Meno importanti i ruoli del basso Vladimir Braun e del baritono Noha Briger. La direzione musicale della Israel Simphony Orchestra Eishon LeZion è affidata a Asher Fish, noto in Italia poiché ha diretto il “Parsifal” inaugurale al Teatro San Carlo di Napoli lo scorso dicembre.
La compagnia è ineccepibile: tanto i solisti quanto il coro e l’orchestra hanno dato una prova della loro capacità. Non mi soffermo sulle singole voci poiché i loro nomi non sono conosciuti dal pubblico italiano ed è difficile pensare che lo diventino – tranne che non abbraccino carriere al di fuori d’Israele. Lo spettacolo è stato molto applaudito nonostante si trattasse di un’occasione celebrativa ed il linguaggio musicale non è proprio quello a cui il pubblico romano è avvezzo. Forse è il meglio che la compagnia può dare - un meglio, però, che molti nostri teatri dovrebbero invidiare.
Teatro dell’Opera di Roma, 8 maggio
LA LOCANDINA
VIAGGIO ALLA FINE DEL MILLENNIO
Opera in due atti e dieci scene
Libretto di A.B. Yehoshua, Musica di Josef Bardanashvili
Regia Omri Nitzan
Scene e Costumi Ruth Dar
Coreografia Daniel Michaeli
Ben Attar Gaby Sadeh
Abu Lufti Vladimir Baum
La Seconda Moglie Ira Bertman
La Prima Moglie Edna Prochnik
Abulafia Yosef Aridan
Elbaz………………….Yaniv d’Or
Levinas Noah Briger
Ester Minna…………..Larissa Tetuev
Il giudice……………. Ela Rosner
Coro dell’Israeli Opera diretto da Yishai Steckler
Orchestra The Israel Simphony Orchestra Rishon Le Zion
Direzione Musicale Asher Fisch
ROMA CELEBRA ISRAELE CON UN TUTTO ESAURITO D’ECCEZIONE, L'Occidentale 11 maggio
Nella stampa della Parigi degli Anni 50, si parlava di “Tout Paris” quando “the best and the beautiful” si davano appuntamento per una “prémière” a teatro, o – come usava allora – anche al cinema. La sera dell’8 maggio il “Tout Rome” si è dato convegno al Teatro dell’Opera per la “prima” italiana di “Viaggio alla Fine del Millennio” opera in due parti e dieci quadri di Josef Bardanasvili su libretto di A.B. Yehoshua (autore del romanzo da cui è tratta). Dalla platea, si vedevano nel palco reale il Capo dello Stato Napoletano, il Sindaco Alemanno, il Presidente della Camera dei Deputati Fini (tutti con le rispettive Signore), oltre che il Sen. Cossiga . In sala, una folla di politici (tra cui Letta, Frattini e Fassino nonché numerosi aspiranti Vice Ministri e Sottosegretari, provenienti da varie parti d’Italia a Roma probabilmente anche poiché speravano che la loro nomina fosse stata formalizzata da un Consiglio dei Ministri inizialmente in cantiere per le 18 ma, poi, spostato a lunedì 12 maggio). Molto presente il mondo della cultura, della finanza e dell’industria, non solo romano ma anche milanese. La platea, tutti gli ordini dei palchi ed anche le gallerie stracolme.
La serata era in occasione dell’inizio delle celebrazioni il 60simo anniversario dello Stato d’Israele. Per chi ama la cultura in generale ed il teatro in musica in particolare è un’eccellente idea rappresentare un’opera contemporanea (d’autori viventi) per un evento celebrativo di questa portata. In Italia, invece, in casi analoghi si ripescano opere del Settecento ed è raro vedere sui nostri palcoscenici lavori contemporanei, anche quelli d’autori americani che hanno grandi risultati di biglietteria.
Il lavoro in scena a Roma è stato commissionato dall’Israeli Opera di Tel Aviv dove ha debuttato il 21 maggio 2005. A.B. Yehoshua ha ricavato il libretto dal romanzo ambientato attorno all’anno Mille tra Tangeri, la Spagna, Parigi, Worms e la Foresta Nera. Il mercante ebreo marocchino Ben Atar, socio di un commerciante mussulmano, va in Europa per potersi riconciliare con il nipote Abulafia, ma finisce processato e scomunicato per la sua bigamia; gli ebrei del Nord Africa avevano adottato dalle prassi arabe, mentre gli ebrei insediatesi nel Nord Europa, legati ai precetti religiosi tradizionali, la vietavano. Il tema chiave è la ricerca della tolleranza tra diverse visioni della vita all’interno della medesima religione. Interessante notare come l’opera contenga anche una scena “osèe” (ovviamente velata) di sesso a tre. Il dramma esplode quando una delle due mogli di Ben Atar, pur soddisfatta dalla bigamia, vorrebbe estendere, per ragioni di pari opportunità, la prassi alla poliandria (ciascuna moglie potrebbe avere più mariti); ciò innesca la scomunica.
Joseph Bardanashvili, compositore georgiano, emigrato nel ’95 in Israele, ha firmato molti balletti, sinfonie e colonne sonore. La Israel Simphony Orchestra Eishon LeZion era concertata da Asher Fish, che ha diretto quest’anno il “Parsifal” inaugurale al Teatro San Carlo di Napoli. La regia è di Omri Nitzan. Scenografie e costumi sono curati da Ruth Dar. Disegno luci di Felice Ross e Yehiel Orgal. Coreografia di Daniela Michaeli. Direttore del Coro è Yishai Steckler. Tra gli interpreti, nel ruolo del mercante di Tangeri si esibisce Gaby Sadeh. La prima e la seconda moglie sono Edna Prochnik e Ira Bertman. Il nipote di Ben Attar è Yosef Aridan. L’opera è stata presentata in ebraico, con sovratitoli in italiano.
In una sede tecnica specializzata in opera lirica riferirò sugli aspetti specificatamente musicali dello spettacolo. In sintesi, il libretto è efficace sotto il profilo drammaturgico; traduce bene in versione scenica l’amaro contenuto del romanzo – i cui temi non riguardano solamente differenti interpretazioni della parola di Dio nell’ambito della medesima religione ma hanno una valenza universale. La struttura musicale sembra ispirata ad uno dei maggiori compositori russi contemporanei, Alfred Schnittke, il quale, a sua volta, ha molti punti in comune con i compositori tedeschi della prima metà del Novecento: enorme organico, scrittura vocale in cui il declamato scivola in ariosi, grandi interventi del coro, concertati nei finali. In tale impianto s’inseriscono elementi tradizionali di musica ebraica ( quali il Bukkhara di cui nel maggio 2007 si è avuto un eccellente concerto a Parma). L’enfasi vocale è su tessiture alte: tra i protagonisti maschili, un controtenore, un tenore “di grazia” ed un baritenore. Ineceppibile, la prova data da tutta la compagnia. Applauditissima dal “Tout Rome”.
La serata era in occasione dell’inizio delle celebrazioni il 60simo anniversario dello Stato d’Israele. Per chi ama la cultura in generale ed il teatro in musica in particolare è un’eccellente idea rappresentare un’opera contemporanea (d’autori viventi) per un evento celebrativo di questa portata. In Italia, invece, in casi analoghi si ripescano opere del Settecento ed è raro vedere sui nostri palcoscenici lavori contemporanei, anche quelli d’autori americani che hanno grandi risultati di biglietteria.
Il lavoro in scena a Roma è stato commissionato dall’Israeli Opera di Tel Aviv dove ha debuttato il 21 maggio 2005. A.B. Yehoshua ha ricavato il libretto dal romanzo ambientato attorno all’anno Mille tra Tangeri, la Spagna, Parigi, Worms e la Foresta Nera. Il mercante ebreo marocchino Ben Atar, socio di un commerciante mussulmano, va in Europa per potersi riconciliare con il nipote Abulafia, ma finisce processato e scomunicato per la sua bigamia; gli ebrei del Nord Africa avevano adottato dalle prassi arabe, mentre gli ebrei insediatesi nel Nord Europa, legati ai precetti religiosi tradizionali, la vietavano. Il tema chiave è la ricerca della tolleranza tra diverse visioni della vita all’interno della medesima religione. Interessante notare come l’opera contenga anche una scena “osèe” (ovviamente velata) di sesso a tre. Il dramma esplode quando una delle due mogli di Ben Atar, pur soddisfatta dalla bigamia, vorrebbe estendere, per ragioni di pari opportunità, la prassi alla poliandria (ciascuna moglie potrebbe avere più mariti); ciò innesca la scomunica.
Joseph Bardanashvili, compositore georgiano, emigrato nel ’95 in Israele, ha firmato molti balletti, sinfonie e colonne sonore. La Israel Simphony Orchestra Eishon LeZion era concertata da Asher Fish, che ha diretto quest’anno il “Parsifal” inaugurale al Teatro San Carlo di Napoli. La regia è di Omri Nitzan. Scenografie e costumi sono curati da Ruth Dar. Disegno luci di Felice Ross e Yehiel Orgal. Coreografia di Daniela Michaeli. Direttore del Coro è Yishai Steckler. Tra gli interpreti, nel ruolo del mercante di Tangeri si esibisce Gaby Sadeh. La prima e la seconda moglie sono Edna Prochnik e Ira Bertman. Il nipote di Ben Attar è Yosef Aridan. L’opera è stata presentata in ebraico, con sovratitoli in italiano.
In una sede tecnica specializzata in opera lirica riferirò sugli aspetti specificatamente musicali dello spettacolo. In sintesi, il libretto è efficace sotto il profilo drammaturgico; traduce bene in versione scenica l’amaro contenuto del romanzo – i cui temi non riguardano solamente differenti interpretazioni della parola di Dio nell’ambito della medesima religione ma hanno una valenza universale. La struttura musicale sembra ispirata ad uno dei maggiori compositori russi contemporanei, Alfred Schnittke, il quale, a sua volta, ha molti punti in comune con i compositori tedeschi della prima metà del Novecento: enorme organico, scrittura vocale in cui il declamato scivola in ariosi, grandi interventi del coro, concertati nei finali. In tale impianto s’inseriscono elementi tradizionali di musica ebraica ( quali il Bukkhara di cui nel maggio 2007 si è avuto un eccellente concerto a Parma). L’enfasi vocale è su tessiture alte: tra i protagonisti maschili, un controtenore, un tenore “di grazia” ed un baritenore. Ineceppibile, la prova data da tutta la compagnia. Applauditissima dal “Tout Rome”.
sabato 10 maggio 2008
"NORMA" DA GUARDARE, Milano Finanza 9 maggio
Il nuovo allestimento di “Norma” di Vincenzo Bellini è basato su quello andato in fiamme nel rogo del Petruzzelli nel 1991 e dopo Bologna (dove è in scena sino al 10 maggio) inaugurerà la ri-apertura del teatro di Bari e la prossima stagione del Verdi di Trieste. L’opera rappresenta una proficua collaborazione tra arti visive e teatro in musica e vede il debutto di Daniela Dessì in uno dei ruoli più ardui del “bel canto”.
L’opera è del 1831: pulsioni nazional- risorgimentali si fondono con l’intreccio passionale e con il tema dell’amicizia tra le due protagoniste femminili. “Norma” è l’apoteosi del canto puro nella sua espressione sia lirica sia tragica. Ad un’orchestrazione semplice (quasi elementare) si giustappongono una solennità statica ed un canto lineare, caratterizzato da una ricca vena melodica; Richard Wagner la paragonò alla tragedia greca.
Nell’ultimo anno si sono visti allestimenti che echeggiavano i film storici Anni 50; a Macerata, la vicenda era trasferita nel Tibet occupato dai cinesi. Questa nuova edizione curata con eleganza da Federico Tiezzi si ispira al neoclassicismo del periodo in cui visse Bellini ed utilizza riproduzioni dei magnifici fondali dipinti da Mario Schifano per l’allestimento distrutto nell’incendio del Petruzzelli. Essenziali le scene di Pier Paolo Bisleri; efficaci i costumi di Giovanna Buzzi. E’ una vera festa per gli occhi: dominano il grigio ed il bianco su cui si stagliano i costumi della protagonista (blu nel primo atto, rosso Bordeaux nel finale) ed i colori sgargianti delle tele e dei sipari di Schifano. Il visivo si integra perfettamente con la partitura.
Di grande livello i tre protagonisti. Daniela Dessì torna al “bel canto” (con cui ha iniziato giovanissiama la carriera) dopo tre lustri in cui si è dedicata principalmente al Novecento. E’ un soprano lirico puro che sfoggia agilità e “coloratura”. La sua “Norma” ha un contenuto intimista, simile più a quella di Monserrat Caballé che a quelle, drammatiche e con il timbro brunito, di Maria Callas e Shierly Verret. Ha ricevuto ovazioni a scena aperta. Molto applauditi Fabio Armiliato (un Pollione vigoroso) e Kate Aldirch (un’Adalgisa commovente). Rafal Siwek (Oroveso) ha tutti i pregi ed i difetti dei bassi dell’Europa orientale. Efficace il coro guidato da Paolo Vero.
Lo spettacolo potrebbe ambire al “Premio Abbiati” (l’Oscar della lirica) con una migliore direzione d’orchestra. La concertazione di Evelino Pidò è mediocre; in certi momenti- ad esempio in “Casta Diva” e nel terzetto con cui si chiude il primo atto- sono i cantanti, non il maestro concertatore, a dare i tempi; gli ottoni ed i fiati hanno a volte un colore da banda popolare; la bella sinfonia passa inosservata.
L’opera è del 1831: pulsioni nazional- risorgimentali si fondono con l’intreccio passionale e con il tema dell’amicizia tra le due protagoniste femminili. “Norma” è l’apoteosi del canto puro nella sua espressione sia lirica sia tragica. Ad un’orchestrazione semplice (quasi elementare) si giustappongono una solennità statica ed un canto lineare, caratterizzato da una ricca vena melodica; Richard Wagner la paragonò alla tragedia greca.
Nell’ultimo anno si sono visti allestimenti che echeggiavano i film storici Anni 50; a Macerata, la vicenda era trasferita nel Tibet occupato dai cinesi. Questa nuova edizione curata con eleganza da Federico Tiezzi si ispira al neoclassicismo del periodo in cui visse Bellini ed utilizza riproduzioni dei magnifici fondali dipinti da Mario Schifano per l’allestimento distrutto nell’incendio del Petruzzelli. Essenziali le scene di Pier Paolo Bisleri; efficaci i costumi di Giovanna Buzzi. E’ una vera festa per gli occhi: dominano il grigio ed il bianco su cui si stagliano i costumi della protagonista (blu nel primo atto, rosso Bordeaux nel finale) ed i colori sgargianti delle tele e dei sipari di Schifano. Il visivo si integra perfettamente con la partitura.
Di grande livello i tre protagonisti. Daniela Dessì torna al “bel canto” (con cui ha iniziato giovanissiama la carriera) dopo tre lustri in cui si è dedicata principalmente al Novecento. E’ un soprano lirico puro che sfoggia agilità e “coloratura”. La sua “Norma” ha un contenuto intimista, simile più a quella di Monserrat Caballé che a quelle, drammatiche e con il timbro brunito, di Maria Callas e Shierly Verret. Ha ricevuto ovazioni a scena aperta. Molto applauditi Fabio Armiliato (un Pollione vigoroso) e Kate Aldirch (un’Adalgisa commovente). Rafal Siwek (Oroveso) ha tutti i pregi ed i difetti dei bassi dell’Europa orientale. Efficace il coro guidato da Paolo Vero.
Lo spettacolo potrebbe ambire al “Premio Abbiati” (l’Oscar della lirica) con una migliore direzione d’orchestra. La concertazione di Evelino Pidò è mediocre; in certi momenti- ad esempio in “Casta Diva” e nel terzetto con cui si chiude il primo atto- sono i cantanti, non il maestro concertatore, a dare i tempi; gli ottoni ed i fiati hanno a volte un colore da banda popolare; la bella sinfonia passa inosservata.
PROKOFIEV, “CAPRICCIOSO” DOPPIO GIOCO, IL Domenicale 10 maggio
Come si sono assuefatti gli intellettuali russi ai regimi autoritari? E’ un tema che il “Dom” sta affrontando da un paio d’anni. All’inizio del 2006 (nel n. 3 del 21 gennaio) abbiamo ricordato “il centenario dimenticato” , quello di Dmitri Šostakovič, comunista convinto, ma la cui opera principale (“La lady Macbeth del distretto di Mensk”) venne messa al bando da un editoriale della Pravda ispirato (e secondo alcuni scritto) da Stalin in persona , e costretto a lunghi anni di isolamento. Nell’estate 2006 abbiamo tracciato una panoramica degli intellettuali di San Pietroburgo (Matteo, penso fosse luglio). Più di recente (nel “Dom” del 12 aprile) abbiamo trattato della ribellione, non tanto segreta, di Nicolai Rimski-Korsakov all’autoritarismo di un regime zarista, ormai moribondo. Per una coincidenza del caso, in giugno di potrà vedere ed ascoltare al Maggio Musicale Fiorentino la ripresa di una bellissima edizione (del 1998) de “La lady Macbeth del distretto di Mensk” di Šostakovič ed alla Scala la nuova produzione, in coproduzione con la Staatsoper di Berlino, de “Il giocatore” di Sergej Prokofiev , un’opera composta nel 1915-16 (quando l’autore era giovanissimo) ma la cui “prima” avvenne a Bruxelles nel 1929 – poco messa in scena in Russia ed ancora più raramente in Italia (ne ricordo un’esecuzione alla Scala nel gennaio del 1996 nell’ambito di una tournée del Teatro Marinskj di San Pietroburgo.
Rimandano per Šostakovič a quanto scritto sul “Dom” del 2006, è utile soffermarsi su Prokofiev, noto in Italia principalmente per la sua produzione concertistica, per i suoi balletti, per le sue musiche da film (“Alexandr Nevsky” e “Ivan il Terribile”, ambedue di Sergej Eisestein) e per tre opere, peraltro molto differenti, “L’amore delle tre melarance”, “L’angelo di fuoco” e “Guerra e Pace” . nonché ovviamente per il delizioso “Pierino e il lupo”. Su Prokofiev è stato pubblicato alcuni anni fa un libro esauriente di Piero Rattalino (“Sergej Prokofiev- La vita, la poetica, lo stile”, Zecchini Editore 2003), la cui lettura può essere una buona premessa per meglio godere “Il giocatore”.
In questa sede, tuttavia, gli aspetti della poetica musicale ci interessano meno del rapporto difficile che questo “figlio geniale ma capriccioso” (la definizione è di Tommaso Manera) ebbe con il regime autoritario della propria Patria e soprattutto il camino che fece, dopo avere lasciato la Russia all’inizio di una “rivoluzione proletaria” che per lui – lo ammettono anche i musicologi schierati a sinistra- per lui era almeno “problematica” – vi ritornò (gradualmente) mentre stava cominciando il periodo peggiore del terrore staliniano, ebbe la propria prima moglie deportata nel gulag nel 1948 (e successivamente costretta all’espatrio), cantò non solo le gesta della Russia in guerra contro la Germania , compose nel 1950 l’oratorio più celebrato dal comunismo internazionale (“Siate vigili per la Pace”), e morì quasi alla stessa ora di Stalin tanto che del suo decesso diede notizia un giornale americano quattro giorni dopo e la “Pravda” ben sei giorni più tardi.
Prokofief è stato un “enfant prodige”- già a 11 anni ha composto il testo e la musica di una cantata. Nel clima di una Russia che si avvicinava alla Rivoluzione d’Ottobre, oltre a sfornare una produzione sorprendente, per quantità e per qualità, di cameristica e di avvicinarsi al teatro in musica (con la prima versione de “Il giocatore”, le cui prove furono interrotte dalla Rivoluzione del Febbraio 1917) si appassionò alle espressioni più moderne – dal neobarocco, al futurismo, al dadaismo – tutte molto distanti dal post-wagnerismo della musica tedesca o dal verismo che allora permeava la musica italiana ed, in parte, quella francese e che sarebbe diventato “realismo socialista” nella poetica leninista e stalinista. Pianista di eccezionale qualità, venne accolto a braccia aperte in Occidente quando nel 1918 lascia (in compagnia della madre) la Russia alla volta di Parigi (che aveva già conosciuto ed apprezzato nel 1911, a 20 anni), Londra e Chicago dove, dopo molte peripezie, trionfa “L’amore delle tre melarance”, opera tratta da una commedia di Carlo Gozzi con un ritmo sincopato futurista, una vera e propria di personaggi , un organico orchestrale contenuto ma soprattutto un’ironia sferzante contro gli autoritarismi di ogni genere e specie, i falsi intellettuali, gli utili idioti e via discorrendo. Si è vista al “Carlo Felice” di Genova nel febbraio 2007 ed ho avuto modo di gustare un’edizione godibilissima lo scorso dicembre alla Komische Oper di Berlino. Curiosamente, l’opera ebbe un’accoglienza trionfale a Leningrado (nuovo nome di San Pietroburgo) quando venne ivi rappresentata nel 1927; i burocrati sovietici non si accorsero del suo potenziale rivoluzionario.
Nonostante il carattere vagamente laicista (che sarebbe potuto piacere alla nomenklatura ed alla Commissione per l’Ateismo) un altro capolavoro per il teatro in musica (“L’angelo di fuoco”) , commissionato inizialmente dal Metropolitan (dove non andò mai in scena), restò un manoscritto nella sua casa di Parigi (dove alcune parti vennero eseguite in forma di concerto); la prima rappresentazione scenica fu postuma, ed in traduzione ritmica italiana, al Festival di Musica Contemporanea di Venezia nel febbraio 1955. In effetti, l’insolitamente lungo periodo di composizione del lavoro, coincise per molti aspetti con la sua graduale decisione di ritornare in Russia. Accettò, in primo luogo, di comporre le musiche per un film brillante (che sarebbe stato di grande successo) , “Il luogotenente Kijé”, poi di un balletto, “Romeo e Giulietta”, e di avvicinarsi sempre più ad uno stile che sarebbe stato accattivante per il pubblico russo (ad esempio, il “Primo concerto per violino ed orchestra”), quindi sempre più distante sia dalle esperienze dadaiste e futuriste di pochi anni prima sia dal nuovo linguaggio che prendeva piedi in Germania, in Francia ed in Italia e che avrebbe avvicinato lo stesso Stravinsky (émigré come lui al tempo della Rivoluzione d’Ottobre) alla dodecafonia.
Nell’Unione Sovietica, la vita dei musicisti era severamente regolamentata: suo moglie- si è detto- finì in campo di concentramento prima di essere deportata (si spense a Londra nel 1989), uno dei suoi migliori amici Vsevolod Mejerchol'd, librettista dell’opera “Seimon Kotko”, fu condannato a morte nel corso delle purghe staliniane, si legò ad una donna di giovane età, compose addirittura una “Cantata per il ventennale dalla Rivoluzione d’Ottobre” (da cui se la era data a gambe levate) ed un’altra per il sessantesimo compleanno di Stalin, oltre a lavori più noti (“Guerra e pace”, le musiche per i film di Eisenstein), molti con un forte contenuto patriottico.
Un opportunista, come considerato per anni da certa critica di destra? Un irrimediabile tradizionalista, incapace di prendere atto della crisi del sistema tonale, e di meditare sulla serialità e sulla dodecafonia, come scritto per decenni dalla critica italiana e tedesca di sinistra?
Difficile dare una risposta: il beffardo dadaista e futurista dalla cultura internazionale è forse semplicemente rientrato in Russia sui 45 anni per amore e nostalgia di Patria, pagando il prezzo di venire a patti con il sistema politico imperante. Lo suggeriva nel 1940 in “Seimon Kokto” (curiosa opera comica sulla campagna ucraina ai tempi della prima guerra mondiale) ed ancor meglio un’opera minore del 1948 , singolarmente intitolata “La storia di un vero uomo” ( mai rappresentata in Occidente) in cui si tenta, senza riuscirci, di mostrare cosa è il “vero uomo sovietico”..
Rimandano per Šostakovič a quanto scritto sul “Dom” del 2006, è utile soffermarsi su Prokofiev, noto in Italia principalmente per la sua produzione concertistica, per i suoi balletti, per le sue musiche da film (“Alexandr Nevsky” e “Ivan il Terribile”, ambedue di Sergej Eisestein) e per tre opere, peraltro molto differenti, “L’amore delle tre melarance”, “L’angelo di fuoco” e “Guerra e Pace” . nonché ovviamente per il delizioso “Pierino e il lupo”. Su Prokofiev è stato pubblicato alcuni anni fa un libro esauriente di Piero Rattalino (“Sergej Prokofiev- La vita, la poetica, lo stile”, Zecchini Editore 2003), la cui lettura può essere una buona premessa per meglio godere “Il giocatore”.
In questa sede, tuttavia, gli aspetti della poetica musicale ci interessano meno del rapporto difficile che questo “figlio geniale ma capriccioso” (la definizione è di Tommaso Manera) ebbe con il regime autoritario della propria Patria e soprattutto il camino che fece, dopo avere lasciato la Russia all’inizio di una “rivoluzione proletaria” che per lui – lo ammettono anche i musicologi schierati a sinistra- per lui era almeno “problematica” – vi ritornò (gradualmente) mentre stava cominciando il periodo peggiore del terrore staliniano, ebbe la propria prima moglie deportata nel gulag nel 1948 (e successivamente costretta all’espatrio), cantò non solo le gesta della Russia in guerra contro la Germania , compose nel 1950 l’oratorio più celebrato dal comunismo internazionale (“Siate vigili per la Pace”), e morì quasi alla stessa ora di Stalin tanto che del suo decesso diede notizia un giornale americano quattro giorni dopo e la “Pravda” ben sei giorni più tardi.
Prokofief è stato un “enfant prodige”- già a 11 anni ha composto il testo e la musica di una cantata. Nel clima di una Russia che si avvicinava alla Rivoluzione d’Ottobre, oltre a sfornare una produzione sorprendente, per quantità e per qualità, di cameristica e di avvicinarsi al teatro in musica (con la prima versione de “Il giocatore”, le cui prove furono interrotte dalla Rivoluzione del Febbraio 1917) si appassionò alle espressioni più moderne – dal neobarocco, al futurismo, al dadaismo – tutte molto distanti dal post-wagnerismo della musica tedesca o dal verismo che allora permeava la musica italiana ed, in parte, quella francese e che sarebbe diventato “realismo socialista” nella poetica leninista e stalinista. Pianista di eccezionale qualità, venne accolto a braccia aperte in Occidente quando nel 1918 lascia (in compagnia della madre) la Russia alla volta di Parigi (che aveva già conosciuto ed apprezzato nel 1911, a 20 anni), Londra e Chicago dove, dopo molte peripezie, trionfa “L’amore delle tre melarance”, opera tratta da una commedia di Carlo Gozzi con un ritmo sincopato futurista, una vera e propria di personaggi , un organico orchestrale contenuto ma soprattutto un’ironia sferzante contro gli autoritarismi di ogni genere e specie, i falsi intellettuali, gli utili idioti e via discorrendo. Si è vista al “Carlo Felice” di Genova nel febbraio 2007 ed ho avuto modo di gustare un’edizione godibilissima lo scorso dicembre alla Komische Oper di Berlino. Curiosamente, l’opera ebbe un’accoglienza trionfale a Leningrado (nuovo nome di San Pietroburgo) quando venne ivi rappresentata nel 1927; i burocrati sovietici non si accorsero del suo potenziale rivoluzionario.
Nonostante il carattere vagamente laicista (che sarebbe potuto piacere alla nomenklatura ed alla Commissione per l’Ateismo) un altro capolavoro per il teatro in musica (“L’angelo di fuoco”) , commissionato inizialmente dal Metropolitan (dove non andò mai in scena), restò un manoscritto nella sua casa di Parigi (dove alcune parti vennero eseguite in forma di concerto); la prima rappresentazione scenica fu postuma, ed in traduzione ritmica italiana, al Festival di Musica Contemporanea di Venezia nel febbraio 1955. In effetti, l’insolitamente lungo periodo di composizione del lavoro, coincise per molti aspetti con la sua graduale decisione di ritornare in Russia. Accettò, in primo luogo, di comporre le musiche per un film brillante (che sarebbe stato di grande successo) , “Il luogotenente Kijé”, poi di un balletto, “Romeo e Giulietta”, e di avvicinarsi sempre più ad uno stile che sarebbe stato accattivante per il pubblico russo (ad esempio, il “Primo concerto per violino ed orchestra”), quindi sempre più distante sia dalle esperienze dadaiste e futuriste di pochi anni prima sia dal nuovo linguaggio che prendeva piedi in Germania, in Francia ed in Italia e che avrebbe avvicinato lo stesso Stravinsky (émigré come lui al tempo della Rivoluzione d’Ottobre) alla dodecafonia.
Nell’Unione Sovietica, la vita dei musicisti era severamente regolamentata: suo moglie- si è detto- finì in campo di concentramento prima di essere deportata (si spense a Londra nel 1989), uno dei suoi migliori amici Vsevolod Mejerchol'd, librettista dell’opera “Seimon Kotko”, fu condannato a morte nel corso delle purghe staliniane, si legò ad una donna di giovane età, compose addirittura una “Cantata per il ventennale dalla Rivoluzione d’Ottobre” (da cui se la era data a gambe levate) ed un’altra per il sessantesimo compleanno di Stalin, oltre a lavori più noti (“Guerra e pace”, le musiche per i film di Eisenstein), molti con un forte contenuto patriottico.
Un opportunista, come considerato per anni da certa critica di destra? Un irrimediabile tradizionalista, incapace di prendere atto della crisi del sistema tonale, e di meditare sulla serialità e sulla dodecafonia, come scritto per decenni dalla critica italiana e tedesca di sinistra?
Difficile dare una risposta: il beffardo dadaista e futurista dalla cultura internazionale è forse semplicemente rientrato in Russia sui 45 anni per amore e nostalgia di Patria, pagando il prezzo di venire a patti con il sistema politico imperante. Lo suggeriva nel 1940 in “Seimon Kokto” (curiosa opera comica sulla campagna ucraina ai tempi della prima guerra mondiale) ed ancor meglio un’opera minore del 1948 , singolarmente intitolata “La storia di un vero uomo” ( mai rappresentata in Occidente) in cui si tenta, senza riuscirci, di mostrare cosa è il “vero uomo sovietico”..
SPESA PUBBLICA E TROPPE TASSE CI FANNO LAVORARE POCO: ECCO LA RICETTA PER TREMONTI, Libero 10 maggio
Il Governo Berlusconi versione 2008 ha due caratteristiche: è il solo Esecutivo della Repubblica che non ha richiesto un’accettazione dell’incarico “con riserva” prima della presentazione della lista dei Ministri; è un Governo interamente politico che fruisce di una forte maggioranza parlamentare, specchio, a sua volta, di un altissimo grado di consenso nel Paese. Questi due aspetti, che dovrebbero consentirgli un’azione rapida in tutti in campi (anche e soprattutto in quello della politica economica), si situano in un quadro internazionale ed interno all’insegna della fragilità ed incertezza. I due elementi sono collegati: la fragilità (e il ciclo economico ansimante) è in gran misura frutto dell’incertezza. In Italia, in particolare, l’incertezza è stata acuita dalle politiche contraddittorie degli ultimi due anni e dalle continue liti all’interno della risicata maggioranza parlamentare che sosteneva, per così dire, l’Esecutivo che Romano Prodi tentava, peraltro senza grande successo, di guidare.
Questa considerazione è utile per impostare un’analisi sulla strategia di medio periodo dirette rilanciare la crescita a lungo termine, una volta superate alcune emergenze (effettivo stato dei conti pubblici, rifiuti a Napoli (ed a Roma), sicurezza, Alitalia). Il nodo più importante, a mio avviso, riguarda il numero delle ore effettivamente lavorate dagli italiani. Dai tempi degli economisti classici, la disciplina vede un nesso tra ore effettivamente lavorate e crescita. Circa quattro anni fa c’è stato un dibattito accesso innescato da un lavoro molto documentato di Edward Prescott dell’University of Minnesota in cui sostiene che mediamente gli americani lavorano il 50% di più dei francesi, dei tedeschi e degli italiani con la conseguenza che gli incrementi di produttività oraria non bastano a compensare le poche ore di lavoro effettivo. Più o meno nello stesso periodo, due saggi di Robert J. Gordon (Northwestern University) producevano cifre e statistiche, su un lasso di tempo di ben due secoli, da cui si ricava che il problema è relativamente recente: le sue origini si collocano negli anni ’60 e si aggravano progressivamente. Nei giorni in cui si formava il Governo, Tine Dhont e Freddy Heylen pubblicavano, nel numero d’aprile di Economic Inquiry ( Vol. 46, Issue 2, pp. 197-207- si può richiedere su supporto magnetico a freddy.heylen@ugent.be) un interessante lavoro in cui, con una raffinata analisi statistica, si dimostra che il cambiamento è avvenuto non perché dagli anni ’70 gli europei si sono impigriti od hanno dato maggior peso al tempo libero ma a ragione dell’aumento della pressione fiscale-contributiva e parallelamente della spesa pubblica considerata improduttiva. La grande sfida per fare tornare gli italiani al lavoro consiste nel ridurre sia la prima sia la seconda. Le misure sulla tassazione della prima casa e degli straordinari sono un segnale eloquente, ma devono essere accompagnate da tagli alla spesa, mirati a quella considerata improduttiva.
E’ una strada stretta a ragione della legge di Wagner (un economista di fine Ottocento-inizio Novecento; nulla a che vedere con il musicista) in base alla quale la spesa pubblica tende ad aumentare più velocemente delle attività economiche: il CFS Working Paper No. 2008/13 diramato all’inizio di maggio contiene un’analisi relativa a 23 Paesi Ocse ( ne sono autori Andrea Zaghini e Serena Lamartina della Banca d’Italia) che conferma il fenomeno. Specialmente per l’Italia. In parallelo uno studio molto raffinato di Andrew Young riscontra lo stesso fenomeno anche in quegli Stati Uniti dove da decenni si cerca di ridurre l’estensione della mano pubblica.
E’, però, un percorso obbligato come indicato anche da coloro interessati meno all’economia del lavoro e delle risorse umane e più al nesso tra tecnologia (in particolare economia della conoscenza) e crescita. E’ di questi giorni un lavoro di Jan B.M Goossenaerte dell’Istituto di Tecnologia dell’Università d’Eindhoven che insiste su questo punto: un settore privato a forte tecnologia viene frenato dall’invadenza di alta tassazione e spesa pubblica improduttiva. Uno studio di Francesco Quatraro dell’Università di Torino riguarda specificatamente “il caso Italia”: l’Ict non riesce da sola a dare una spinta all’economia (specialmente in Paesi che la hanno adottata relativamente tardi come il nostro) se manca il quadro istituzionale-economico complessivo e se persiste alta tassazione, spesa improduttiva e lentocrazia.
Le priorità emergono chiare: c’è molto lavoro per Tremonti, Sacconi, Brunetta e Calderoli . E pure per gli altri.
Questa considerazione è utile per impostare un’analisi sulla strategia di medio periodo dirette rilanciare la crescita a lungo termine, una volta superate alcune emergenze (effettivo stato dei conti pubblici, rifiuti a Napoli (ed a Roma), sicurezza, Alitalia). Il nodo più importante, a mio avviso, riguarda il numero delle ore effettivamente lavorate dagli italiani. Dai tempi degli economisti classici, la disciplina vede un nesso tra ore effettivamente lavorate e crescita. Circa quattro anni fa c’è stato un dibattito accesso innescato da un lavoro molto documentato di Edward Prescott dell’University of Minnesota in cui sostiene che mediamente gli americani lavorano il 50% di più dei francesi, dei tedeschi e degli italiani con la conseguenza che gli incrementi di produttività oraria non bastano a compensare le poche ore di lavoro effettivo. Più o meno nello stesso periodo, due saggi di Robert J. Gordon (Northwestern University) producevano cifre e statistiche, su un lasso di tempo di ben due secoli, da cui si ricava che il problema è relativamente recente: le sue origini si collocano negli anni ’60 e si aggravano progressivamente. Nei giorni in cui si formava il Governo, Tine Dhont e Freddy Heylen pubblicavano, nel numero d’aprile di Economic Inquiry ( Vol. 46, Issue 2, pp. 197-207- si può richiedere su supporto magnetico a freddy.heylen@ugent.be) un interessante lavoro in cui, con una raffinata analisi statistica, si dimostra che il cambiamento è avvenuto non perché dagli anni ’70 gli europei si sono impigriti od hanno dato maggior peso al tempo libero ma a ragione dell’aumento della pressione fiscale-contributiva e parallelamente della spesa pubblica considerata improduttiva. La grande sfida per fare tornare gli italiani al lavoro consiste nel ridurre sia la prima sia la seconda. Le misure sulla tassazione della prima casa e degli straordinari sono un segnale eloquente, ma devono essere accompagnate da tagli alla spesa, mirati a quella considerata improduttiva.
E’ una strada stretta a ragione della legge di Wagner (un economista di fine Ottocento-inizio Novecento; nulla a che vedere con il musicista) in base alla quale la spesa pubblica tende ad aumentare più velocemente delle attività economiche: il CFS Working Paper No. 2008/13 diramato all’inizio di maggio contiene un’analisi relativa a 23 Paesi Ocse ( ne sono autori Andrea Zaghini e Serena Lamartina della Banca d’Italia) che conferma il fenomeno. Specialmente per l’Italia. In parallelo uno studio molto raffinato di Andrew Young riscontra lo stesso fenomeno anche in quegli Stati Uniti dove da decenni si cerca di ridurre l’estensione della mano pubblica.
E’, però, un percorso obbligato come indicato anche da coloro interessati meno all’economia del lavoro e delle risorse umane e più al nesso tra tecnologia (in particolare economia della conoscenza) e crescita. E’ di questi giorni un lavoro di Jan B.M Goossenaerte dell’Istituto di Tecnologia dell’Università d’Eindhoven che insiste su questo punto: un settore privato a forte tecnologia viene frenato dall’invadenza di alta tassazione e spesa pubblica improduttiva. Uno studio di Francesco Quatraro dell’Università di Torino riguarda specificatamente “il caso Italia”: l’Ict non riesce da sola a dare una spinta all’economia (specialmente in Paesi che la hanno adottata relativamente tardi come il nostro) se manca il quadro istituzionale-economico complessivo e se persiste alta tassazione, spesa improduttiva e lentocrazia.
Le priorità emergono chiare: c’è molto lavoro per Tremonti, Sacconi, Brunetta e Calderoli . E pure per gli altri.
venerdì 9 maggio 2008
LEGGI A TERMINE CONTRO L'ALIBI DELLA LENTOCRAZIA, Il Tempo 9 maggio
Caro Calderoli, siamo abituati a Ministri che preparano leggi su leggi e si adoperano per farle approvare dal Parlamento. Pessima prassi: alla fine del Novecento ci siamo trovati con 70 mila “atti normativi” e con 21 mila leggi vere e proprie rispetto alle 3.000 in vigore in Gran Bretagna, 5.500 in Francia e circa 7.000 in Germania. L’Himalaya normativo e regolamentare bloccherebbe qualsiasi economia. Immaginiamo gli effetti sull’Italia già afflitta da tanti problemi strutturali.
Il risultato meno appariscente ma più insidioso della montagna legislativa è la lentocrazia, l’unico vero potere forte rimasto in Italia. Si annida, celata, specialmente in quel settore pubblico italiano che, in un modo o nell’altro, intermedia circa il 50% del pil. La lentocrazia ritarda le politiche, i programmi e le misure anche più urgenti non solo a ragione della miriade di problemi interpretativi posti da tonnellate di norme grandi e piccole ma perché ha milioni d’alleati. Essa comporta un nesso particolaristico (ove non clientelare) per fare avanzare pure la “pratica” (grande o piccola che sia) più dovuta, più documentata e meglio motivata. Frena le migliori intenzioni anche di quel potere politico che più ha a cuore l’interesse dei cittadini e che dagli elettori ha il più ampio suffragio. Nel 2001-2006 si è cominciando a contenere la lentocrazia tramite 64 “testi unici” che hanno chiarito e semplificato l’assetto normativo di vari settori.
Caro Ministro, della semplificazione, continuerà su questo sentiero? No, lei deve fare molto più. In primo luogo, deve smantellare l’architettura barocca di barracuda esperti creata dal Governo Prodi con il pretesto della semplificazione non perché tali esperti sono schierati a sinistra ma perché è difficile capire cosa hanno prodotto oltre a tabelle sui costi della regolazione per i vivai ed i biscottifici.
In secondo luogo, deve predisporre e fare approvare al più presto ciò che Il Tempo sostiene da anni: una sunset legislation in base alla quale tutte le leggi sono “a termine”; dunque, automaticamente abrogate dopo un certo periodo se non ri-approvate dai pertinenti organi deliberanti. In terzo luogo, deve predisporre e fare approvare una norma che vieti i decreti “milleproroghe” e simili (il modo per aggirare la sunset legislation). In terzo luogo, deve evitare, con una normativa-quadro sul federalismo legislativo, che il pullulare di norme trasmigri dagli organi centrali alle Regioni; in un solo anno le assemblee regionali hanno approvato 1200 leggi regionali in materia d’assistenza e di servizi sociali. In quarto luogo, deve sfruttare le potenzialità delle nuove tecnologie per deleggificare. Alcuni anni fa, l’Università di Breman ha pubblicato un interessante rassegna (curata da Martin Hagen e Herber Kubecek) dell’esperienza di 11 Paesi. Modesta allora quella dell’Italia; ciò vuol dire che in questo campo c’è davvero molto da fare.
E’ un menu ricco. Roberto Calderoni, l’Italia guarda e spera.
Il risultato meno appariscente ma più insidioso della montagna legislativa è la lentocrazia, l’unico vero potere forte rimasto in Italia. Si annida, celata, specialmente in quel settore pubblico italiano che, in un modo o nell’altro, intermedia circa il 50% del pil. La lentocrazia ritarda le politiche, i programmi e le misure anche più urgenti non solo a ragione della miriade di problemi interpretativi posti da tonnellate di norme grandi e piccole ma perché ha milioni d’alleati. Essa comporta un nesso particolaristico (ove non clientelare) per fare avanzare pure la “pratica” (grande o piccola che sia) più dovuta, più documentata e meglio motivata. Frena le migliori intenzioni anche di quel potere politico che più ha a cuore l’interesse dei cittadini e che dagli elettori ha il più ampio suffragio. Nel 2001-2006 si è cominciando a contenere la lentocrazia tramite 64 “testi unici” che hanno chiarito e semplificato l’assetto normativo di vari settori.
Caro Ministro, della semplificazione, continuerà su questo sentiero? No, lei deve fare molto più. In primo luogo, deve smantellare l’architettura barocca di barracuda esperti creata dal Governo Prodi con il pretesto della semplificazione non perché tali esperti sono schierati a sinistra ma perché è difficile capire cosa hanno prodotto oltre a tabelle sui costi della regolazione per i vivai ed i biscottifici.
In secondo luogo, deve predisporre e fare approvare al più presto ciò che Il Tempo sostiene da anni: una sunset legislation in base alla quale tutte le leggi sono “a termine”; dunque, automaticamente abrogate dopo un certo periodo se non ri-approvate dai pertinenti organi deliberanti. In terzo luogo, deve predisporre e fare approvare una norma che vieti i decreti “milleproroghe” e simili (il modo per aggirare la sunset legislation). In terzo luogo, deve evitare, con una normativa-quadro sul federalismo legislativo, che il pullulare di norme trasmigri dagli organi centrali alle Regioni; in un solo anno le assemblee regionali hanno approvato 1200 leggi regionali in materia d’assistenza e di servizi sociali. In quarto luogo, deve sfruttare le potenzialità delle nuove tecnologie per deleggificare. Alcuni anni fa, l’Università di Breman ha pubblicato un interessante rassegna (curata da Martin Hagen e Herber Kubecek) dell’esperienza di 11 Paesi. Modesta allora quella dell’Italia; ciò vuol dire che in questo campo c’è davvero molto da fare.
E’ un menu ricco. Roberto Calderoni, l’Italia guarda e spera.
mercoledì 7 maggio 2008
PAVAROTTI, CHI ERA COSTUI?’ Il Velino 6 maggio
E’ destinato a durare a lungo il dibattito sui pregi ed i difetti di Luciano Pavarotti, Tanto come artista (che da “tenore di grazia” tentò di trasformarsi in “tenore spinto” per diventare una macchina per fare i soldi con il pop) quanto come persona. Ha in ogni caso ha avuto un ruolo significativo nel rilancio dell’opera italiana nel mondo ed in particolare nel portarla alle masse di lande straniere dove la lirica era ignota. E’ riuscito ad affascinare le folle, nonostante i critici sostenessero che la sua conoscenza della tecnica vocale (e della stessa musica) fosse modesta; lo ha fatto grazie ad un timbro chiarissimo, un fraseggio perfetto, una tessitura invidiabili (quando era nei ruoli appropriati) ed un volume generose – tutte qualità che facevano perdonare agli spettatori ed anche a numerosi critici le sue pecche. Genio, quindi, e sregolatezza – difficile dire dove finisse la prima e cominciasse il secondo.
Il libro di Leone Magiera, direttore d’orchestra, e soprattutto accompagnatore e grande amico e sodale di Pavarotti, è contributo a rispondere a queste domande. Non è il contributo definitivo perché dato lo stretto rapporto per circa 40 anni tra l’autore ed il cantante, è, indubbiamente, un libro di parte. L’importanza del volume, però, è stata colta dal New York Times che gli ha dedicato quasi un’intera pagina – suscitando l’interesse della stampa britannica – nonostante che non si disponga ancora di una traduzione in inglese del testo.
Il libro fa conoscere episodi inediti, o noti solamente a pochi intimi. Il concerto inaugurale per le Olimpiadi di Torino non è stato “dal vivo” (come da tutti creduto) ma registrato (a ragione dello stato già avanzato della malattia del tenore), con orchestra e cantante che “mimarono” di fronte al pubblico plaudente – un’indicazione di quella pervicacia che ha caratterizzato tutta la carriera del tenore. Inoltre Pavorotti è stato travolto da un entusiasmo quasi infantile nel varcare la soglia del teatro di Manaus (nella foresta delle Amazzoni) e lo portò ad improvvisare Ch’Ella mi Creda, aria scritta da Puccini per Caruso che proprio su quel palcoscenico aveva cantato. Segno anche questo della passionalità caratteriale del nostro.
Magiera è, in ogni caso, un professionista serio e rigoroso; pur se affezionato a Pavarotti ne ammette le défaillances tra cui il tonfo in occasione del Don Carlos alla Scala ed i tentativi, spesso maldestri, di nascondere la parabola discendente. Riconose, soprattutto, le “imprecisioni musicali” del cantante – argomento considerato anatema dai suoi fans nei cinque continenti del mondo.
Come tutti i libri-testimonianza merita di essere letto per ciò che si scopre tra le righe del lavoro (corredato da nove appendici tecniche molto utili per chi è uomo di cultura o semplicemente interessato al personaggio ma non necessariamente esperto di opera lirica e di vocalità).
Il mio giudizio complessivo su Pavoratti non cambia: dotato di uno strumento ineguagliabile, lo ha manomesso avventurandosi su un terreno non suo. Sarebbe stato il più grande della categoria se avesse limitato il proprio repertorio a Donizzetti, Bellini, Rossini, Meyerber ed alcuni ruoli verdiani, senza mai sfiorare quelli di “tenore spinto” e senza mettersi sul terreno pucciniano e sulla strada del verismo. L’ultima volta che lo ho ascoltato in un’opera completa è stato ne “Il Trovatore” al maggio fiorentino del 1990; conclusi che si sarebbe dovuto dedicare unicamente ad attività concertistica. La conclusione di allora di non cambiata, ma dopo la lettura del libro di Magiera ho la presunzione di capire un po’ meglio perché ha continuato a calcare il palcoscenico per intere rappresentazioni liriche ed anche a tentare nuovi ruoli.
Leone Magiera “Pavarotti.-Visto da Vicino” Edizioni Ricordi pp. 224 € 20
Il libro di Leone Magiera, direttore d’orchestra, e soprattutto accompagnatore e grande amico e sodale di Pavarotti, è contributo a rispondere a queste domande. Non è il contributo definitivo perché dato lo stretto rapporto per circa 40 anni tra l’autore ed il cantante, è, indubbiamente, un libro di parte. L’importanza del volume, però, è stata colta dal New York Times che gli ha dedicato quasi un’intera pagina – suscitando l’interesse della stampa britannica – nonostante che non si disponga ancora di una traduzione in inglese del testo.
Il libro fa conoscere episodi inediti, o noti solamente a pochi intimi. Il concerto inaugurale per le Olimpiadi di Torino non è stato “dal vivo” (come da tutti creduto) ma registrato (a ragione dello stato già avanzato della malattia del tenore), con orchestra e cantante che “mimarono” di fronte al pubblico plaudente – un’indicazione di quella pervicacia che ha caratterizzato tutta la carriera del tenore. Inoltre Pavorotti è stato travolto da un entusiasmo quasi infantile nel varcare la soglia del teatro di Manaus (nella foresta delle Amazzoni) e lo portò ad improvvisare Ch’Ella mi Creda, aria scritta da Puccini per Caruso che proprio su quel palcoscenico aveva cantato. Segno anche questo della passionalità caratteriale del nostro.
Magiera è, in ogni caso, un professionista serio e rigoroso; pur se affezionato a Pavarotti ne ammette le défaillances tra cui il tonfo in occasione del Don Carlos alla Scala ed i tentativi, spesso maldestri, di nascondere la parabola discendente. Riconose, soprattutto, le “imprecisioni musicali” del cantante – argomento considerato anatema dai suoi fans nei cinque continenti del mondo.
Come tutti i libri-testimonianza merita di essere letto per ciò che si scopre tra le righe del lavoro (corredato da nove appendici tecniche molto utili per chi è uomo di cultura o semplicemente interessato al personaggio ma non necessariamente esperto di opera lirica e di vocalità).
Il mio giudizio complessivo su Pavoratti non cambia: dotato di uno strumento ineguagliabile, lo ha manomesso avventurandosi su un terreno non suo. Sarebbe stato il più grande della categoria se avesse limitato il proprio repertorio a Donizzetti, Bellini, Rossini, Meyerber ed alcuni ruoli verdiani, senza mai sfiorare quelli di “tenore spinto” e senza mettersi sul terreno pucciniano e sulla strada del verismo. L’ultima volta che lo ho ascoltato in un’opera completa è stato ne “Il Trovatore” al maggio fiorentino del 1990; conclusi che si sarebbe dovuto dedicare unicamente ad attività concertistica. La conclusione di allora di non cambiata, ma dopo la lettura del libro di Magiera ho la presunzione di capire un po’ meglio perché ha continuato a calcare il palcoscenico per intere rappresentazioni liriche ed anche a tentare nuovi ruoli.
Leone Magiera “Pavarotti.-Visto da Vicino” Edizioni Ricordi pp. 224 € 20
PIENI POTERI ALL’EUROPARLAMENTO, LE LOBBY AFFOSSERANNO IL MERCATO, Libero 7 maggio
Mentre in Italia è in atto un dibattito polemico sul libro di Giulio Tremonti “La paura e la speranza” ed in particolare su quale politica commerciale sarà seguita dal nuovo Governo in sede Ue e Omc (Organizzazione mondiale del commercio), pochi si sono accorti della nuova ventata protezionistica attraverso l’Atlantico. Tale ventata, molto più del libro di Tremonti, rappresentata un’insidia non solo al completamento (con risultati anche solamente parziali della Doha Development Agenda , Dda- il negoziato commerciale multilaterale in seno all’Omc in corso dal novembre 2001) ma anche ad un’ulteriore liberalizzazione degli scambi mondiali. Minaccia di aprire la porta ad una nuova ondata di protezionismo. Non solo, il processo di de-globalizzazione inizierebbe dal gruppo dei Paesi ad alto reddito pro-capite, a struttura produttiva avanzata, ed a forte tecnologia. Ripetendo il copione di circa 100 anni fa, quando nel 1905, o giù di lì, terminò la lunga fase d’integrazione dell’economia internazionale (e di crescita dei redditi e dei commerci) cominciata attorno al 1870.
Negli Usa, l’attacco alla liberalizzazione degli scambi, all’Omc ed agli stessi accordi regionali (come il Nafta- il trattato di libero scambio tra gli Stati del Nord America) è al centro della campagna elettorale per le presidenziale: è tema su cui convergono (con soltanto piccoli mutamenti d’accento) i due candidati alla “nomination” del Partito Democratico. I toni si sono accentuati man mano che il confronto per la “nomination” è giunto in Stati dell’Unione in corso di de-industrializzazione, come la Pennsylvania, l’Illinois, il Michigan e parte dello stesso New England. Ad aggiungere benzina sul fuoco, un’analisi dell’Economic Policy Institute , il “pensatoio” di Washington supportato dalle maggiori organizzazioni sindacali: un’analisi pubblicata a fine aprile attribuisce alla liberalizzazione degli scambi avvenuta negli ultimi 40 anni (l’Omc ed il suo predecessore, il Gatt, hanno complessivamente 60 anni) non soltanto la perdita di posti di lavoro nel manifatturiero ma anche il divario salariale tra le fasce alte delle forze di lavoro ed i “working poor” (“i salariati poveri”). E’ una conclusione tendenziosa ed artata – lavori di Lawrence Katz dell’Università di Harvard quantizzano, da oltre un lustro, le determinanti del differenziale ed individuano la principale nelle storture di un sistema universitario in cui l’offerta di laureati in discipline scientifiche non tiene dietro alla domanda). In aggiunta, una ricerca del Peterson Institute of International Economics dimostra che l’aumento del commercio internazionale ha comportato un incremento di dieci punti percentuali al reddito nazionale americano nel periodo dalla fine della seconda guerra mondiale al 2006 Tuttavia, il neoprotezionismo plasma i programmi elettorali dei democratici e sino ad ora ha comportato una risposta complessivamente debole da parte dei repubblicani, pur
Più complesse le insidie provenienti dal Vecchio Continente. Esse si nascondono dove uno meno se lo aspetta e probabilmente anche per questo motivo non sono state notate né dagli europeisti più convinti né soprattutto dei “liberisti della Domenica” così presi in polemiche nei confronti del saggio di Giulio Tremonti. Si annidano negli articoli di quel Trattato di Lisbona , sottoscritto dai 27 Stati dell’Ue (già ratificato da 10) con l’intento di rilanciare il processo d’integrazione europea (dopo il fallimento del tentativo di redigere una magniloquente Costituzione). Per afferrarne l’importanza occorre fare un passo indietro di 60 anni, al Trattato di Roma che affidava, in via esclusiva, alla Commissione Europea i negoziati commerciali con il resto del mondo – non era un aspetto unicamente simbolico ma sostanziale poiché non si sarebbe potuto dare vita ad un mercato comune con una rete di accordi bilaterali tra i singoli Stati membri e gli altri. Naturalmente la posizione della Commissione doveva essere fondata su atti d’indirizzo del Consiglio dei Ministri Europeo che manteneva anche le competenze in materia di vigilanza (nei confronti dell’Esecutivo comunitario). Il Trattato di Lisbona mantiene le funzioni della Commissione in materia negoziale (su indirizzo del Consiglio) ma affida al Parlamento europeo il compito di approvare o respingere gli accordi commerciali conclusi dall’Esecutivo. Un parere legale dei servizi del Parlamento Europeo (peraltro ancora non pubblicato) parla di “riforma drastica” delle competenze (a favore dell’assemblea).
Fredric Erixon , che dirige lo European Center for International Political Economy, afferma che ciò renderà qualsiasi negoziato molto più complicato. Gli fa eco Rory Macrea di GPlus Europe : la politica commerciale rischia di diventare preda delle lobby , molto attive in seno al Parlamento Europeo, I parlamentari saranno comunque propensi a combattere per gli interessi delle singole aree in cui vengono eletti, ed a potere esercitare un diritto di veto nei riguardi della Commissione indebolendone il potere negoziale. E rendendola più incline ad ascoltare i protezionismi dei singoli settori o regioni dei 27 ed a cedere più facilmente a quelli altrui (avendo meno “titoli” da dare in cambio).
Come si concilia una posizione liberista e free trader con una certa apprensione rispetto al Parlamento (massima espressione della democrazia rappresentativa)? Da un lato, sotto il profilo teorico, la liberalizzazione degli scambi è un bene pubblico (non divisibile e non rivale), quindi non di mercato: fruiscono dei suoi benefici anche i protezionisti e tutti coloro che non la vogliono. La sua produzione, pertanto, deve essere assicurata in via monopolistica e tecnocratica. Da un altro, 60 anni di trattative multilaterali sugli scambi provano che i negoziatori devono avere pieni poteri perché l’esito sia positivo.
Con il protezionismo che si annida dai due lati dell’Atlantico si profilano tempi bui per l’integrazione economica internazionale.
Negli Usa, l’attacco alla liberalizzazione degli scambi, all’Omc ed agli stessi accordi regionali (come il Nafta- il trattato di libero scambio tra gli Stati del Nord America) è al centro della campagna elettorale per le presidenziale: è tema su cui convergono (con soltanto piccoli mutamenti d’accento) i due candidati alla “nomination” del Partito Democratico. I toni si sono accentuati man mano che il confronto per la “nomination” è giunto in Stati dell’Unione in corso di de-industrializzazione, come la Pennsylvania, l’Illinois, il Michigan e parte dello stesso New England. Ad aggiungere benzina sul fuoco, un’analisi dell’Economic Policy Institute , il “pensatoio” di Washington supportato dalle maggiori organizzazioni sindacali: un’analisi pubblicata a fine aprile attribuisce alla liberalizzazione degli scambi avvenuta negli ultimi 40 anni (l’Omc ed il suo predecessore, il Gatt, hanno complessivamente 60 anni) non soltanto la perdita di posti di lavoro nel manifatturiero ma anche il divario salariale tra le fasce alte delle forze di lavoro ed i “working poor” (“i salariati poveri”). E’ una conclusione tendenziosa ed artata – lavori di Lawrence Katz dell’Università di Harvard quantizzano, da oltre un lustro, le determinanti del differenziale ed individuano la principale nelle storture di un sistema universitario in cui l’offerta di laureati in discipline scientifiche non tiene dietro alla domanda). In aggiunta, una ricerca del Peterson Institute of International Economics dimostra che l’aumento del commercio internazionale ha comportato un incremento di dieci punti percentuali al reddito nazionale americano nel periodo dalla fine della seconda guerra mondiale al 2006 Tuttavia, il neoprotezionismo plasma i programmi elettorali dei democratici e sino ad ora ha comportato una risposta complessivamente debole da parte dei repubblicani, pur
Più complesse le insidie provenienti dal Vecchio Continente. Esse si nascondono dove uno meno se lo aspetta e probabilmente anche per questo motivo non sono state notate né dagli europeisti più convinti né soprattutto dei “liberisti della Domenica” così presi in polemiche nei confronti del saggio di Giulio Tremonti. Si annidano negli articoli di quel Trattato di Lisbona , sottoscritto dai 27 Stati dell’Ue (già ratificato da 10) con l’intento di rilanciare il processo d’integrazione europea (dopo il fallimento del tentativo di redigere una magniloquente Costituzione). Per afferrarne l’importanza occorre fare un passo indietro di 60 anni, al Trattato di Roma che affidava, in via esclusiva, alla Commissione Europea i negoziati commerciali con il resto del mondo – non era un aspetto unicamente simbolico ma sostanziale poiché non si sarebbe potuto dare vita ad un mercato comune con una rete di accordi bilaterali tra i singoli Stati membri e gli altri. Naturalmente la posizione della Commissione doveva essere fondata su atti d’indirizzo del Consiglio dei Ministri Europeo che manteneva anche le competenze in materia di vigilanza (nei confronti dell’Esecutivo comunitario). Il Trattato di Lisbona mantiene le funzioni della Commissione in materia negoziale (su indirizzo del Consiglio) ma affida al Parlamento europeo il compito di approvare o respingere gli accordi commerciali conclusi dall’Esecutivo. Un parere legale dei servizi del Parlamento Europeo (peraltro ancora non pubblicato) parla di “riforma drastica” delle competenze (a favore dell’assemblea).
Fredric Erixon , che dirige lo European Center for International Political Economy, afferma che ciò renderà qualsiasi negoziato molto più complicato. Gli fa eco Rory Macrea di GPlus Europe : la politica commerciale rischia di diventare preda delle lobby , molto attive in seno al Parlamento Europeo, I parlamentari saranno comunque propensi a combattere per gli interessi delle singole aree in cui vengono eletti, ed a potere esercitare un diritto di veto nei riguardi della Commissione indebolendone il potere negoziale. E rendendola più incline ad ascoltare i protezionismi dei singoli settori o regioni dei 27 ed a cedere più facilmente a quelli altrui (avendo meno “titoli” da dare in cambio).
Come si concilia una posizione liberista e free trader con una certa apprensione rispetto al Parlamento (massima espressione della democrazia rappresentativa)? Da un lato, sotto il profilo teorico, la liberalizzazione degli scambi è un bene pubblico (non divisibile e non rivale), quindi non di mercato: fruiscono dei suoi benefici anche i protezionisti e tutti coloro che non la vogliono. La sua produzione, pertanto, deve essere assicurata in via monopolistica e tecnocratica. Da un altro, 60 anni di trattative multilaterali sugli scambi provano che i negoziatori devono avere pieni poteri perché l’esito sia positivo.
Con il protezionismo che si annida dai due lati dell’Atlantico si profilano tempi bui per l’integrazione economica internazionale.
LIBERISTI E PROTEZIONISTI, Formiche maggio
Si concilia il liberismo (in particolare in materia di commercio internazionale) con i dazi e con i contingenti alla frontiera? E’ tema non nuovo: nel lontano 1969 su “La Rivista di Politica Economica” azzardai la formulazione di uno schema analitico, sulla base di quelle che allora erano le “nuove” teorie “dinamiche” del commercio internazionale (che si giustapponevano con quella “classica”, e statica, dei vantaggi comparati di stampo ricardiano). E’ grande attualità in questa estate 2008 in quanto siamo alle ultime battute dei negoziati commerciali multilaterali, in sede Omc (Organizzazione mondiale del commercio) iniziati nel novembre 2001 a Doha, nel Qatar e chiamati giornalisticamente Doha develoment agenda, Dda per il ruolo che l’apertura del commercio dovrebbe dare allo sviluppo dei Paesi a basso reddito pro-capite. In Italia, per di più, un libro pubblicato da Giulio Tremonti alla vigilia quasi delle elezioni ripropone con forza il tema.
A Ginevra, si teme che la Dda non avrà alcun esito positivo. I tempi sono strettissimi per giungere ad un accordo (pure solo sulle materie meno controverse) ed alla ratifica da parte del Congresso Usa entro gennaio. Una volta che George W. Bush avrà lasciato la Casa Bianca è altamente improbabile che il nuovo inquilino sia in grado di convincere il Congress a ratificare un accordo multilaterale per la liberalizzazione del commercio. I programmi elettorali di Hillary Clinton e di Barack Obama convergono sul disimpegno dal negoziato Omc ma sulla modifica, in senso protezionista, della zona di libero scambio nord americana (la Nafta) creata tre lustri fa. In Europa, il Presidente francese Nicolas Sarkozy ha messo sul piatto, in sede Ue, la proposta di “una preferenza comunitaria” per difendere l’agricoltura e l’industria europea da “competizione iniqua” da parte di Paesi a bassi salari ed a bassa protezione sociale. Nel contempo, il Commissario Europeo al commercio, Peter Mandelson, ha prorogato i termini per modificarei dazi anti-dumping (quali negoziati anni fa in seno all’Omc). La Francia ha organizzato in febbraio un comitato di 20 Ministri dell’agricoltura (su 27) per mettere Mandelsono in guardia nei confronti di ulteriori concessioni al tavolo ginevrino. I Paesi in via di sviluppo che più contano nel commercio mondiale (Brasile, Cina ed India) non sono pronti ad accettare neanche una delle richieste (in materia di standard lavoristici ed ambientali) messe sul tavolo da Usa e Ue. Una serie di saggi nell’ultimo fascicolo del “Journal of Common Market Studies” ricorda che l’Ue è il giocatore chiave nella partita del Dda ma che è paralizzata da una contraddizione di fondo: benché liberale in politica commerciale in senso tradizionale è fortemente protezionista rispetto alle dimensioni sociali, vere o presunte, delle implicazioni della politica commerciale. La stessa autonomia della Commissione Europea è più apparente che reale in quanto l’Esecutivo Ue deve necessariamente rispondere alle pressioni politiche e sociali sugli Stati membri.
In questo quadro, occorre davvero chiedersi se si è più liberisti auspicando la liberalizzazione degli scambi tramite un negoziato multilaterale che ormai tutti danno per fallito oppure sostenendo che l’integrazione economica internazionale va gestita (se necessario con protezionismi temporanei e ben mirati) per impedire un effetto boomerang: un processo di deglobabilizzazione tale da portare alla frammentazione dell’economia mondiale.
Dieci anni fa, nella lettera inviata, nella veste di Capo di uno Stato sovrano agli altri Capi di Stato in occasione della giornata della Pace del primo gennaio 1998, Giovanni Paolo II auspicò che la globalizzazione venisse “gestita” , condizione essenziale perché desse frutti positivi. Il messaggio era preveggente. La “globalizzazione gestita” è essenziale per impedire un protezionismo molto più duro. Il tema è ripreso con forza in un bel libro del Segretario del Pontificio Consiglio Justitia et Pax, che i liberisti dei giorni di festa farebbe bene a leggere e meditare.
Per saperne di più
Crepaldi G. (2007) Globalizzazione: una prospettiva cristiana Siena, Cantagalli
Elsing M. (2007) The EU's Choice of Regulatory Venues for Trade Negotiations: A Tale of Agency Power? Journal of Common Market Studies, Vol. 45, Issue 4 November
Macho-Stadler I, Xue L. (2007) "Winners and Losers from the Gradual Formation of Trading Blocs" Economica, November
Pennisi G. (1969) L’argomento dell’industria nascente: un tentativo di riformulazione Rivista di Politica Economica , giugno
A Ginevra, si teme che la Dda non avrà alcun esito positivo. I tempi sono strettissimi per giungere ad un accordo (pure solo sulle materie meno controverse) ed alla ratifica da parte del Congresso Usa entro gennaio. Una volta che George W. Bush avrà lasciato la Casa Bianca è altamente improbabile che il nuovo inquilino sia in grado di convincere il Congress a ratificare un accordo multilaterale per la liberalizzazione del commercio. I programmi elettorali di Hillary Clinton e di Barack Obama convergono sul disimpegno dal negoziato Omc ma sulla modifica, in senso protezionista, della zona di libero scambio nord americana (la Nafta) creata tre lustri fa. In Europa, il Presidente francese Nicolas Sarkozy ha messo sul piatto, in sede Ue, la proposta di “una preferenza comunitaria” per difendere l’agricoltura e l’industria europea da “competizione iniqua” da parte di Paesi a bassi salari ed a bassa protezione sociale. Nel contempo, il Commissario Europeo al commercio, Peter Mandelson, ha prorogato i termini per modificarei dazi anti-dumping (quali negoziati anni fa in seno all’Omc). La Francia ha organizzato in febbraio un comitato di 20 Ministri dell’agricoltura (su 27) per mettere Mandelsono in guardia nei confronti di ulteriori concessioni al tavolo ginevrino. I Paesi in via di sviluppo che più contano nel commercio mondiale (Brasile, Cina ed India) non sono pronti ad accettare neanche una delle richieste (in materia di standard lavoristici ed ambientali) messe sul tavolo da Usa e Ue. Una serie di saggi nell’ultimo fascicolo del “Journal of Common Market Studies” ricorda che l’Ue è il giocatore chiave nella partita del Dda ma che è paralizzata da una contraddizione di fondo: benché liberale in politica commerciale in senso tradizionale è fortemente protezionista rispetto alle dimensioni sociali, vere o presunte, delle implicazioni della politica commerciale. La stessa autonomia della Commissione Europea è più apparente che reale in quanto l’Esecutivo Ue deve necessariamente rispondere alle pressioni politiche e sociali sugli Stati membri.
In questo quadro, occorre davvero chiedersi se si è più liberisti auspicando la liberalizzazione degli scambi tramite un negoziato multilaterale che ormai tutti danno per fallito oppure sostenendo che l’integrazione economica internazionale va gestita (se necessario con protezionismi temporanei e ben mirati) per impedire un effetto boomerang: un processo di deglobabilizzazione tale da portare alla frammentazione dell’economia mondiale.
Dieci anni fa, nella lettera inviata, nella veste di Capo di uno Stato sovrano agli altri Capi di Stato in occasione della giornata della Pace del primo gennaio 1998, Giovanni Paolo II auspicò che la globalizzazione venisse “gestita” , condizione essenziale perché desse frutti positivi. Il messaggio era preveggente. La “globalizzazione gestita” è essenziale per impedire un protezionismo molto più duro. Il tema è ripreso con forza in un bel libro del Segretario del Pontificio Consiglio Justitia et Pax, che i liberisti dei giorni di festa farebbe bene a leggere e meditare.
Per saperne di più
Crepaldi G. (2007) Globalizzazione: una prospettiva cristiana Siena, Cantagalli
Elsing M. (2007) The EU's Choice of Regulatory Venues for Trade Negotiations: A Tale of Agency Power? Journal of Common Market Studies, Vol. 45, Issue 4 November
Macho-Stadler I, Xue L. (2007) "Winners and Losers from the Gradual Formation of Trading Blocs" Economica, November
Pennisi G. (1969) L’argomento dell’industria nascente: un tentativo di riformulazione Rivista di Politica Economica , giugno
lunedì 5 maggio 2008
PERCHE’ IL COMMERCIO DEVE RIPARTIRE DALL’INTUIZIONE DEL CAV L'Occidentale 5 maggio
Vi ricordate la proposta fatta da Silvio Berlusconi quando è stato, per un breve periodo, Ministro degli Affari Esteri ad interim? Si era all’inizio di questo decennio; ogni anno i rapporti Ice sottolineavano, con lacrimose litanie, come l’Italia stesse perdendo quote del mercato internazionale di merci. Posto alla guida della diplomazia, il Cavaliere. (uso ad essere un imprenditore dinamico con occhio a tutti i mercati) propose che la vasta rete all’estero dell’Italia (Ambasciate, uffici Ice) venisse integrata, che l’ex-Ministero del Commercio con l’Estero confluisse, armi e bagagli, alla Farnesina e che gli Ambasciatori venissero valutati anche in base ai mercati che riuscivano ad aprire al “made in Itay” ed alla posizioni che erano in grado di difendere da esportatori aggressivi. Molte feluche mugnurano: il commercio è per bottegai e per poco si addice a chi deve plasmare la politica estera (anche se spesso non ce ne è a ragione della sempre maggiore influenza Ue). Le incombenze, comunque, sono già tante; se resta un po’ di tempo libero è meglio dedicarsi alla letteratura (sulla scia di una grande tradizione francese , da Roger Peyrefitte a Roman Gary) piuttosto che al fato di automobili, prosciutti e mortadelle. Venne comunque aperto un “tavolo” tra la Farnesina e Via Molise (sede del Ministero delle Attività Produttive di cui la struttura preposta al commercio con l’estero faceva parte). Non se ne fece nulla; fu ben presto chiaro che il nodo riguardava le carriere – il rischio, temuto da alcune feluche, che la “carriera speciale”, la diplomazia, perdesse alcune delle sue caratteristiche, che si aprissero i ranghi (rendendo più competitive le promozioni), che l’integrazione con la rete Ice diluisse le funzioni dei Consiglieri d’Ambasciata incaricati di questioni economiche e finanziarie. Ciò nonostante, nonostante nel 2005 un’analisi empirica Usa confermava che l’idea era buona ed uno studio internazionale del 2007 concludeva che gli ambasciatori, se vogliono, fanno bene all’export. Questi lavori sono stati commentati con l’aggettivo “accademici” nel Palazzone bianco con vista sul Tevere costruito per essere sede del PNF. Un aggettivo che equivale a dire “poco utile”. Sono, poi, stati archiviati sottochiave.
Dell’argomento si è parlato molto poco negli ultimi anni anche perché l’export italiano ha avuto un’impennata in volume (pur non aumentando la quote di mercato poiché il commercio mondiale non cresceva a tasso inferiore). Proprio mentre sta per formarsi il nuovo Governo, la Banca di Spagna mette on line una nuova analisi (di cui forniamo i riferimenti per averla su supporto magnetico ed in versione inglese); sarà tra breve un elegante volumetto. Lo studio conferma l’intuizione del Cavaliere e le due analisi del 2005 e del 2007 (estensivamente citate nel lavoro) , ma giunge anche a quantizzazioni interessanti: esaminando i dati di 21 Paesi esportatori netti e di 162 importatori netti, dove le funzioni dell’Ambasciatore (e pertinenti premi e sanzioni) riguardano la promozione commerciale le probabilità di commercio con il partner in questione aumentano tra l’11% ed il 18% . L’analisi riguarda anche i differenti settori : quanto maggiore è la differenziazione delle esportazioni tanto più alta è la probabilità di incidere. Quindi, se vogliono e se hanno la professionalità del caso, gli Ambasciatori possono aprire mercati.
La stampa italiana ha ignorato lo studio di cui pare non si siano accori né alla Farnesina né a Viale Boston (sede degli ufficio dell’ex-Ministero del Commercio con l’Estero). La ricerca rappresenta un supporto analitico importante per fondere, nella struttura del nuovo Governo, diplomazia e promozione commerciale e mettere sotto un unico ombrello anche Ice, Simest, Sace ed altre agenzie ed spa del genere. Tanto più che, proprio in questi giorni, il rapporto annuale dell’Omc (Organizzazione mondiale del commercio) ha ammonito che soltanto il 3,5% dell’export mondiale è “made in Italy” (rispetto al 9,5 del “made in Germany”, dell’8,8% del “made in China”, dell’8,4% del “made in Usa” e, per soffermarci tra i nostri vicini, del 4% del “made in France”).
C’è, però, anche un’implicazione importante. Data la struttura della “carriera”, i vari “adempimenti” perché sia generalista, molti diplomatici hanno letto per l’ultima volta un manuale di economia ai fini della preparazione al concorso per entrare in carriera; non hanno mai neanche sfogliato libri di politica commerciale e di promozione all’export. E’ urgente che l’Istituto Diplomatico e la Scuola Superiore della Pubblica Amministrazione (con il supporto dell’Ice) organizzino corsi di formazione.
Riferimenti
RUBEN SEGURA-CAYUELA, Bank of SpainEmail: rubens@bde.esJOSEP M. VILARRUBIA, Bank of SpainEmail: josep.vilarrubia@bde.es
The Effect of Foreign Service on Trade Volumes and Trade Partners"
Banco de España Working Paper No. 0808
Dell’argomento si è parlato molto poco negli ultimi anni anche perché l’export italiano ha avuto un’impennata in volume (pur non aumentando la quote di mercato poiché il commercio mondiale non cresceva a tasso inferiore). Proprio mentre sta per formarsi il nuovo Governo, la Banca di Spagna mette on line una nuova analisi (di cui forniamo i riferimenti per averla su supporto magnetico ed in versione inglese); sarà tra breve un elegante volumetto. Lo studio conferma l’intuizione del Cavaliere e le due analisi del 2005 e del 2007 (estensivamente citate nel lavoro) , ma giunge anche a quantizzazioni interessanti: esaminando i dati di 21 Paesi esportatori netti e di 162 importatori netti, dove le funzioni dell’Ambasciatore (e pertinenti premi e sanzioni) riguardano la promozione commerciale le probabilità di commercio con il partner in questione aumentano tra l’11% ed il 18% . L’analisi riguarda anche i differenti settori : quanto maggiore è la differenziazione delle esportazioni tanto più alta è la probabilità di incidere. Quindi, se vogliono e se hanno la professionalità del caso, gli Ambasciatori possono aprire mercati.
La stampa italiana ha ignorato lo studio di cui pare non si siano accori né alla Farnesina né a Viale Boston (sede degli ufficio dell’ex-Ministero del Commercio con l’Estero). La ricerca rappresenta un supporto analitico importante per fondere, nella struttura del nuovo Governo, diplomazia e promozione commerciale e mettere sotto un unico ombrello anche Ice, Simest, Sace ed altre agenzie ed spa del genere. Tanto più che, proprio in questi giorni, il rapporto annuale dell’Omc (Organizzazione mondiale del commercio) ha ammonito che soltanto il 3,5% dell’export mondiale è “made in Italy” (rispetto al 9,5 del “made in Germany”, dell’8,8% del “made in China”, dell’8,4% del “made in Usa” e, per soffermarci tra i nostri vicini, del 4% del “made in France”).
C’è, però, anche un’implicazione importante. Data la struttura della “carriera”, i vari “adempimenti” perché sia generalista, molti diplomatici hanno letto per l’ultima volta un manuale di economia ai fini della preparazione al concorso per entrare in carriera; non hanno mai neanche sfogliato libri di politica commerciale e di promozione all’export. E’ urgente che l’Istituto Diplomatico e la Scuola Superiore della Pubblica Amministrazione (con il supporto dell’Ice) organizzino corsi di formazione.
Riferimenti
RUBEN SEGURA-CAYUELA, Bank of SpainEmail: rubens@bde.esJOSEP M. VILARRUBIA, Bank of SpainEmail: josep.vilarrubia@bde.es
The Effect of Foreign Service on Trade Volumes and Trade Partners"
Banco de España Working Paper No. 0808
domenica 4 maggio 2008
NEROŠIUS RILEGGE LA LEGGENDA Milano Finanza 3 maggio
Il Festival di Sant’Efisio (molto venerato nell’area) si estende a Cagliari e dintorni dal 24 aprile al 22 giugno. Grandi orchestre (Filarmonica della Scala, Staatskappelle di Dresda), cameristica con esecutori di livello internazionale, concerti all’ora dell’aperitivo nei giorni festivi. Lo spettacolo più importante è “La leggenda della città invisibile di Kitež e della fanciulla Fevronija”, opera in quattro atti su libretto di Vladimir Bel’skij e musica di Nikolaj Rimskij-Korsakov per la regia del lituano Eimuntas Nekrosius. E’ realizzata in coproduzione con il Teatro Bolshoi di Mosca dove avrà 15 repliche in autunno prima di entrare in repertorio (5-8 repliche anno per i prossimi due lustri). E’ un interessante caso di globalizzazione del teatro in musica, soprattutto in quanto debutta a Cagliari (è al Lirico sino al 4 maggio) non a Mosca. Al Bolshoi le prime cinque repliche saranno quasi integrali, come a Cagliari, ma verranno effettuati tagli consistenti per l’edizione di repertorio e di tournée.
Penultima opera di Rimskij-Korsakov, La Leggenda è raramente rappresenta sia per la sua durata (circa quattro ore) sia per i suoi aspetti mistico-religiosi (venne modificata negli anni della Russia comunista) sia per la complessa azione scenica che, basata su leggende medioevali, porta lo spettatore dalle foreste a piccoli borghi, alla capitale, battaglie con gli invasori tartari, alla “sparizione” della città in fondo al lago, alla steppa desertica e ed infine al Paradiso per seguire la storia di una giovane fanciulla cresciuta nei boschi che, grazie alla Fede ed ai miracoli salva la Russia dalle invasioni barbariche.
Regia, scene e costumi sono affidati al lituano Eimuntas Nekrošius ed alla sua squadra. Risolvono brillantemente le difficoltà di messa in scena con una realizzazione stilizzata ed innovativa. Viene evocato un Medio-Evo visionario e stilizzato tramite numero limitato di elementi scenici che, con pochi tratti, danno il senso nei numerosi luoghi in cui si dipana la complicata vicenda. Numerosi i riferimenti al visivo della pittura nordica (non alle icone russe) con anche un omaggio a Piero della Francesca nei costumi degli aristocratici. L’allestimento, essenziale, è stato concepito per essere agevolmente trasferito da un palcoscenico all’altro (pensando quindi a lunghe tournée). Nonostante l’approccio ieratico (e statico) di molti momenti del lavoro, ogni occasione di movimento scenico viene colta; ne risulta un ritmo incalzante (nei limiti che ciò è possibile in un’opera fiabesco-religiosa) , nonché una vera e propria messe di invenzioni. La carica innovativa , però, è stata tale che alla prima il pubblico di Cagliari è rimasto stupito, ma un po’ freddo .
L’orchestra è guidata da Alexander Vedernikov , direttore musicale del Bolshoi, che legge la partitura più come una serie di otto grandi “tableaux” che come un mosaico. Tre le voci spicca la protagonista Tatiana Mogarova , un soprano lirico dalla linea melodica trasparente, a cui è affidato un ruolo terrificante per difficoltà vocali. Dei due tenori Mikhail Gusby, nelle vesti del malvagio traditore, vince hai punti su Vitaly Panfilov, il principe buono. un bari-tenore con difficoltà nei do e nei si e con un volume contenuto. Tra gli altri, troppo numerosi per ricordarli tutti, da notare il giovane Mikhail Kazarov nei panni del principe anziano: un basso profondo in grado di scendere, con agilità verso tonalità abissali. Meritano un plauso l’orchestra ed il coro guidato da Fulvio Fogliazza.
Penultima opera di Rimskij-Korsakov, La Leggenda è raramente rappresenta sia per la sua durata (circa quattro ore) sia per i suoi aspetti mistico-religiosi (venne modificata negli anni della Russia comunista) sia per la complessa azione scenica che, basata su leggende medioevali, porta lo spettatore dalle foreste a piccoli borghi, alla capitale, battaglie con gli invasori tartari, alla “sparizione” della città in fondo al lago, alla steppa desertica e ed infine al Paradiso per seguire la storia di una giovane fanciulla cresciuta nei boschi che, grazie alla Fede ed ai miracoli salva la Russia dalle invasioni barbariche.
Regia, scene e costumi sono affidati al lituano Eimuntas Nekrošius ed alla sua squadra. Risolvono brillantemente le difficoltà di messa in scena con una realizzazione stilizzata ed innovativa. Viene evocato un Medio-Evo visionario e stilizzato tramite numero limitato di elementi scenici che, con pochi tratti, danno il senso nei numerosi luoghi in cui si dipana la complicata vicenda. Numerosi i riferimenti al visivo della pittura nordica (non alle icone russe) con anche un omaggio a Piero della Francesca nei costumi degli aristocratici. L’allestimento, essenziale, è stato concepito per essere agevolmente trasferito da un palcoscenico all’altro (pensando quindi a lunghe tournée). Nonostante l’approccio ieratico (e statico) di molti momenti del lavoro, ogni occasione di movimento scenico viene colta; ne risulta un ritmo incalzante (nei limiti che ciò è possibile in un’opera fiabesco-religiosa) , nonché una vera e propria messe di invenzioni. La carica innovativa , però, è stata tale che alla prima il pubblico di Cagliari è rimasto stupito, ma un po’ freddo .
L’orchestra è guidata da Alexander Vedernikov , direttore musicale del Bolshoi, che legge la partitura più come una serie di otto grandi “tableaux” che come un mosaico. Tre le voci spicca la protagonista Tatiana Mogarova , un soprano lirico dalla linea melodica trasparente, a cui è affidato un ruolo terrificante per difficoltà vocali. Dei due tenori Mikhail Gusby, nelle vesti del malvagio traditore, vince hai punti su Vitaly Panfilov, il principe buono. un bari-tenore con difficoltà nei do e nei si e con un volume contenuto. Tra gli altri, troppo numerosi per ricordarli tutti, da notare il giovane Mikhail Kazarov nei panni del principe anziano: un basso profondo in grado di scendere, con agilità verso tonalità abissali. Meritano un plauso l’orchestra ed il coro guidato da Fulvio Fogliazza.
CORDATA INTERNAZIONALE PER ALITALIA . SI PUO’ FARE Il Tempo 5 maggio
Sarà il simpatico ed ottimo intenditore di lirica Bruno Ermolli l’esorcista che riuscirà a tirare fuori Alitalia dalla maledizione che la perseguita da tre lustri? Il doppio ponte del 25 aprile e del primo maggio non è stata una fase di quiete e riflessione. Sono esplose le news: Alitalia, al contrattacco, chiede, in giudizio, 1,2 miliardi d’euro alla Sea; la società di Malpensa conclude un accordo con Air Dolomiti (controllata da Lufthansa) e si riaccendono voci dell’interesse di Colonia (sede dell’aerolinea tedesca) nei confronti della Magliana; pure Aeroflot darebbe qualche segnale. Nel contempo il Consiglio di Stato chiede che si riapra il dossier di Volare che sembrava sepolto da tempo e l’Ue fa versacci al prestito-ponte.
C’è il rischio di farsi travolgere dai dispacci d’agenzia. In primo luogo, l’azione giudiziaria d’Alitalia nei confronti della Sea è, per molti aspetti, un atto dovuto; stupisce che ci si sorprenda. In secondo luogo, Lufthansa non pensa a nozze con la Magliana sino a quando c’è un terzo incomodo (italiano) le cui finanze e capacità industriali (quali riportati dalla stampa italiana e tedesca) lasciano molto a desiderare; lo hanno confermato a Il Tempo un banchiere ed un alto magistrato contabile della Repubblica Federale (che intendono restare anonimi). Analogamente, un consulente finanziario georgiano ora di stanza a Londra (ma un tempo dirigente Onu e, poi, ai piani alti del Ministero dell’Interno dell’Urss) afferma che il cuore Aeroflot potrebbe battere per Alitalia se il terzo incomodo uscisse di scena. La vicenda di Volare? Un mero dettaglio nel complesso pasticcio della maledizione (un po’ come quelle di “Rigoletto” e “Il Trovatore” di cui Ermolli conosce ogni nota).
Da quando negli Anni 90 il traffico aereo internazionale ha subito una vera rivoluzione Alitalia è colpita dall’anatema dello “o” - “o”: o troppo piccola per competere su scala mondiale o troppo grande per essere una compagnia regionale (soprattutto perché l’alta velocità ferroviaria collegherà, dal 2009, il centro di Milano e Roma in tre ore, spiazzando la rotta aerea più redditizia). Dieci anni fa le nozze con Klm sembravano sfruttare al meglio le complementarità tra Italia e Paesi Bassi, prima che spaventati dai sindacati e dai localismi, gli olandesi pagassero una salata penale per darsela a gambe e sposarsi con Air France.
Oggi la strada della compagnia regionale porterebbe un ridimensionamento durissimo ed il rischio d’essere, in ogni caso, spazzati via dall’alta velocità ferroviaria. L’esorcismo di Ermolli consiste, quindi, nel trovare una cordata internazionale (anche extra-europea) per permettere ad Alitalia di far fronte alle sfide della navigazione aerea mondiale. E’ possibile? Il Sesto Rapporto del Processo di Liberalizzazione della Società Italiana, predisposto da Società Libera, ed in uscita il 15 maggio per i tipo di Franco Angeli, racconta come altri sono riusciti a farlo.
C’è il rischio di farsi travolgere dai dispacci d’agenzia. In primo luogo, l’azione giudiziaria d’Alitalia nei confronti della Sea è, per molti aspetti, un atto dovuto; stupisce che ci si sorprenda. In secondo luogo, Lufthansa non pensa a nozze con la Magliana sino a quando c’è un terzo incomodo (italiano) le cui finanze e capacità industriali (quali riportati dalla stampa italiana e tedesca) lasciano molto a desiderare; lo hanno confermato a Il Tempo un banchiere ed un alto magistrato contabile della Repubblica Federale (che intendono restare anonimi). Analogamente, un consulente finanziario georgiano ora di stanza a Londra (ma un tempo dirigente Onu e, poi, ai piani alti del Ministero dell’Interno dell’Urss) afferma che il cuore Aeroflot potrebbe battere per Alitalia se il terzo incomodo uscisse di scena. La vicenda di Volare? Un mero dettaglio nel complesso pasticcio della maledizione (un po’ come quelle di “Rigoletto” e “Il Trovatore” di cui Ermolli conosce ogni nota).
Da quando negli Anni 90 il traffico aereo internazionale ha subito una vera rivoluzione Alitalia è colpita dall’anatema dello “o” - “o”: o troppo piccola per competere su scala mondiale o troppo grande per essere una compagnia regionale (soprattutto perché l’alta velocità ferroviaria collegherà, dal 2009, il centro di Milano e Roma in tre ore, spiazzando la rotta aerea più redditizia). Dieci anni fa le nozze con Klm sembravano sfruttare al meglio le complementarità tra Italia e Paesi Bassi, prima che spaventati dai sindacati e dai localismi, gli olandesi pagassero una salata penale per darsela a gambe e sposarsi con Air France.
Oggi la strada della compagnia regionale porterebbe un ridimensionamento durissimo ed il rischio d’essere, in ogni caso, spazzati via dall’alta velocità ferroviaria. L’esorcismo di Ermolli consiste, quindi, nel trovare una cordata internazionale (anche extra-europea) per permettere ad Alitalia di far fronte alle sfide della navigazione aerea mondiale. E’ possibile? Il Sesto Rapporto del Processo di Liberalizzazione della Società Italiana, predisposto da Società Libera, ed in uscita il 15 maggio per i tipo di Franco Angeli, racconta come altri sono riusciti a farlo.
IL NESSO RESPONSABILE TRA ECOLOGIA CATTOLICA ED ECONOMIA LIBERA Il Domencale 3 maggio
Il dibattito sull’ecologia – e sulle politiche ambientali “dirigiste” e “di mercato”- in corso sul “Dom” da alcuni mesi è stato arricchito, in questi ultimi giorni, da almeno due interventi importanti, provenienti direttamente dal Magistero della Chiesa. In primo luogo, la prolusione di S.S. Benedetto XVI all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, il 18 aprile, incentrata sulla “promozione dei diritti umani come strategia più efficace per eliminare disuguaglianze tra Nazioni e gruppi sociali e per aumentare la sicurezza”. In secondo luogo, il discorso – il 16 aprile – del Segretario Generale della Conferenza Episcopale Italiana Mons. Giuseppe Betori all’incontro dell’Editrice La Scuola di Brescia su “Educazione, Ecologia Umana ed Ecologia dell’Ambiente- una “lectura magistralis imperniata sul tema secondo cui “la vera ecologia consiste nel riconoscere il Creatore”- “la salvaguardia del creato esprime l’impegno morale della responsabilità dell’uomo che vuole e può risolvere la questione ecologica”. C’è, ovviamente, un nesso forte tra le parole del Papa e quelle di Mons. Betori: la responsabilità dell’uomo nella salvaguardia del creato è parte del più vasto impegno per la promozione dei diritti umani come chiave per la soluzione delle disuguaglianze e per il miglioramento della sicurezza”.
I due temi sono analizzati con acume in libretto, di poche pagine, ma denso di contenuti di Giampaolo Crepaldi (Segretario del Pontificio Consiglio Giustizia e Pace) e di Paolo Togni (giurista che ha rivestito ruoli importanti al dicastero dell’ambiente e del territorio). Pubblicato a fine 2007, ma giunto in libreria soltanto all’inizio della primavera 2008, il volume ha avuto meno attenzione di quella che merita (anche a ragione di una certa discriminazione della grande distribuzione libraria nei confronti di piccole case editrici d’ispirazione cattolica). Riletto dopo la “lectio magistralis” di Mons. Bertone sembra esserne il sostrato concettuale. E’ distinto in due parti, differenti in contenuti (una teologica, l’altra giuridica), ma convergenti nelle indicazioni: dissodare l’anima prima di dissodare il bosco (secondo il precetto di Bernardo di Chiaravalle ricordato da Benedetto XVI nell’enciclica Spe Salvi). Ad una lettura economica, ma non economicistica, un capitolo particolarmente importante è il sesto in cui viene compiuta una rigorosa critica al “principio di precauzione” (alla base di molte politiche e normative che vorrebbero essere “ecologiste”); esso “non si fonda sul principio di responsabilità”. Non solo “blocca l’azione” (il partito dei “no” che ha portato a catastrofi come quella dei rifiuti in Campania), ma la trasforma “in una dimostrazione consequenzialista”. Non deve essere inteso – sostiene il saggio in armonia con il “Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa”- “come una regola bensì come orientamento volto a gestire situazioni d’incertezza”- E’ una distinzione significativa le cui implicazioni giuridiche e di politica legislativa vengono esaminate nella seconda parte del volume.
E’ importante come a conclusioni analoghe siano arrivati da tempo economisti di varia estrazione culturale ma non ispirati da una visione dirigista delle politiche ambientali. Penso, ad esempio, al divertente, oltre che interessante, saggio di Robert Frank tratto dalle dispense che ha utilizzato per decenni, a Cornell University, a fini didattici in cui spiega coma la disciplina economica plasma ogni azione dell’uomo ed ogni anfratto della vita (risolvendo molti interrogativi) se è “natural”, ossia a portata della persona ed incentrata sulla persona. Oppure al lavoro, condotto con P.L. Scandizzo, su valutazione economica in condizioni di incertezza – per giungere ad azioni umane (a tutti i livelli, anche a quello politico) in condizioni d’incertezza che si riferisce, in gran misura, a politiche spesso irreversibili od i cui effetti sono di lunga gestazione come quelle ambientali. L’accento sulle “opzioni reali” afferenti agli “stakeholder” – categorie di uomini e donne coinvolti nella politica, nel programma o nel progetto – trasforma l’analisi tecnico-economica in responsabilità ed il “principio di precauzione” in prudenza responsabile da parte di ciascuno. Non in imposizione apodittica, e gnostica, da parte di un pasdaran diventato “grande fratello”.
Riferimenti.
Crepaldi G. Togni P. “Ecologia umana ed ecologia ambientale. Politiche dell’ambiente e Dottrina sociale della Chiesa” Cantagalli , Siena 2007 pp. 100 € 6.90
Frank R.J. “The Economic Naturalist: in Search for Explanations for Everyday Enigmas” New York, Basic Books 2007 pp. xiii, 226 € 26
Pennisi G, Scandizzo P.L. “Valutare l’incertezza” Torino, Giappichelli 2003 pp. 425 € 40
I due temi sono analizzati con acume in libretto, di poche pagine, ma denso di contenuti di Giampaolo Crepaldi (Segretario del Pontificio Consiglio Giustizia e Pace) e di Paolo Togni (giurista che ha rivestito ruoli importanti al dicastero dell’ambiente e del territorio). Pubblicato a fine 2007, ma giunto in libreria soltanto all’inizio della primavera 2008, il volume ha avuto meno attenzione di quella che merita (anche a ragione di una certa discriminazione della grande distribuzione libraria nei confronti di piccole case editrici d’ispirazione cattolica). Riletto dopo la “lectio magistralis” di Mons. Bertone sembra esserne il sostrato concettuale. E’ distinto in due parti, differenti in contenuti (una teologica, l’altra giuridica), ma convergenti nelle indicazioni: dissodare l’anima prima di dissodare il bosco (secondo il precetto di Bernardo di Chiaravalle ricordato da Benedetto XVI nell’enciclica Spe Salvi). Ad una lettura economica, ma non economicistica, un capitolo particolarmente importante è il sesto in cui viene compiuta una rigorosa critica al “principio di precauzione” (alla base di molte politiche e normative che vorrebbero essere “ecologiste”); esso “non si fonda sul principio di responsabilità”. Non solo “blocca l’azione” (il partito dei “no” che ha portato a catastrofi come quella dei rifiuti in Campania), ma la trasforma “in una dimostrazione consequenzialista”. Non deve essere inteso – sostiene il saggio in armonia con il “Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa”- “come una regola bensì come orientamento volto a gestire situazioni d’incertezza”- E’ una distinzione significativa le cui implicazioni giuridiche e di politica legislativa vengono esaminate nella seconda parte del volume.
E’ importante come a conclusioni analoghe siano arrivati da tempo economisti di varia estrazione culturale ma non ispirati da una visione dirigista delle politiche ambientali. Penso, ad esempio, al divertente, oltre che interessante, saggio di Robert Frank tratto dalle dispense che ha utilizzato per decenni, a Cornell University, a fini didattici in cui spiega coma la disciplina economica plasma ogni azione dell’uomo ed ogni anfratto della vita (risolvendo molti interrogativi) se è “natural”, ossia a portata della persona ed incentrata sulla persona. Oppure al lavoro, condotto con P.L. Scandizzo, su valutazione economica in condizioni di incertezza – per giungere ad azioni umane (a tutti i livelli, anche a quello politico) in condizioni d’incertezza che si riferisce, in gran misura, a politiche spesso irreversibili od i cui effetti sono di lunga gestazione come quelle ambientali. L’accento sulle “opzioni reali” afferenti agli “stakeholder” – categorie di uomini e donne coinvolti nella politica, nel programma o nel progetto – trasforma l’analisi tecnico-economica in responsabilità ed il “principio di precauzione” in prudenza responsabile da parte di ciascuno. Non in imposizione apodittica, e gnostica, da parte di un pasdaran diventato “grande fratello”.
Riferimenti.
Crepaldi G. Togni P. “Ecologia umana ed ecologia ambientale. Politiche dell’ambiente e Dottrina sociale della Chiesa” Cantagalli , Siena 2007 pp. 100 € 6.90
Frank R.J. “The Economic Naturalist: in Search for Explanations for Everyday Enigmas” New York, Basic Books 2007 pp. xiii, 226 € 26
Pennisi G, Scandizzo P.L. “Valutare l’incertezza” Torino, Giappichelli 2003 pp. 425 € 40
L’ESCLUSIVA DELLA TRIPLICE IMPOVERISCE I LAVORATORI Libero 3 maggio
Il tema fondante delle manifestazioni del primo maggio è stato la sicurezza sul lavoro, argomento importantissimo, specialmente in Italia poiché le statistiche Ue ed Ocse concordano nel dare al nostro Paese la maglia nera delle morti bianche. E’ mancata, però, una riflessione del sindacato sul suo futuro, riflessione che sarebbe stata particolarmente appropriata poiché la Cgil è stata il grande elettore del Governo Prodi che ha guidato la legislatura più breve della storia della Repubblica, ha portato il centro-sinistra ad avere una minoranza ridotta in Parlamento ed ha chiuso le porte di Camera e Senato ad una parte di rilievo della sinistra storica italiana.
La riflessione sarebbe potuta avvenire in base ad analisi pubblicate oppure terminate proprio in queste settimane e che dovrebbero fare meditare il sindacato sul suo ruolo. In primo luogo, il fascicolo d’aprile di un’importante periodico scientifico internazionale (“Industrial Relations- A Journal of Economic and Society”) pubblica un interessante saggio di Andrea Vaona dell’Università di Verona. Utilizzando gli archivi dei sindacati medesimi, Vaona cerca di rispondere agli interrogativi su perché in Italia ci s’iscrive ai sindacati e quanto tempo si resta a farne parte. Grazie ad una serie di regressioni statistiche applicate a 29.035 lavoratori, Vaone dimostra che l’iscrizione e la partecipazione ai sindacati diminuiscono in funzione dell’età. Inoltre, le donne, coloro con contratti di lavoro flessibili e chi vive e lavora in grandi città mostra “poco attaccamento” al sindacato. In un mondo del lavoro che invecchia ed in cui i rapporti di lavoro flessibili ed il lavoro femminile sono una caratteristica sempre più marcata delle forze di lavoro, le conclusioni dell’analisi di Vaone inducono a pensare che, se il sindacato non cambia, la sua incidenza nella società è destinata irrimediabilmente a diminuire.
Il primo cambiamento dovrebbe riguardare la vera o presunta sacralità dei contratti nazionali di lavoro. Un’analisi dell’Università di Francoforte e della London School of Economics (pubblicata dal Zentrum fuer Europaeische Wirtschaftsforschung (ZEW) - Centre for European Economic Research, Vol. 08, No. 012, 2008) dimostra, in base a dati tedeschi, che la contrattazione collettiva nazionale in comparti con alta densità di iscrizione e partecipazione ai sindacati ha non soltanto un effetto di compressione salariale per tutti ma sposta verso il basso la curva della distribuzione dei salari. In parole povere, ciò vuole dire non solo – lo sapevamo già – che non premia i meritevoli e non sanziona i fannulloni ma anche che riduce in via generale a tutti i lavoratori. Dunque, la contrattazione decentrata, aziendale o regionale, conviene. Non credo che la situazione italiana sia molto differente da quella tedesca. In occasione del primo maggio, i sindacati avrebbero dovuto annunciare l’inizio di un’analisi quantitativa (analoga a quella delle Università citate) per il nostro Paese da confrontare con dati del Ministero del Lavoro, dell’Isfol, dell’Isae e della Confindustria. Il silenzio non è un buon segnale.
Altro cavallo di battaglia dei sindacati sono la lotta ai contratti flessibili, come quelli a termine ed a tempo parziale. E’ sempre un lavoro tedesco (di Michael Kvasnikca dello Rwi dell’Essen in corso di pubblicazione come NBER Working Paper No. W13843) a dare lumi: un’analisi statistica dettagliata mostra, che coloro che passano dalla disoccupazione a lavori a termine non hanno migliori probabilità di altri di avere un impiego a tempo indeterminato; però, non ne hanno neanche peggiori. Il rapporto di lavoro a termine, quindi, è nell’ipotesi meno positiva, neutro anche se “ha comunque la funzione utile di aprire le porte del mercato del lavoro a chi ne è fuori”. Sui rapporti di lavoro tempo parziale stimolante un’ analisi del servizio studi della Banca centrale europea (Bce) in uscita come ECB Working Paper n. 872: il lavoro statistico suggerisce in Europa il part-time non è la valvola di sicurezza ai cui fanno ricorso le imprese Usa in tempi di congiuntura difficile per ridurre i costi, ma grazie a modifiche legislative ed istituzionali attuate negli Anni 90 si sta affermando sempre più come veicolo per esaltare la libera scelta dei lavoratori.
Un ulteriore tema di riflessione tra i tanti viene da uno studio della Nortwern University sul ruolo delle istituzioni del mercato del lavoro (e, quindi, dei sindacati) nel processo di rallentamento della produttività in corso da anni in Europa occidentale; uscirà tra breve come NBER Working Paper No. W13840 . Il messaggio è chiaro: il rallentamento della crescita della produttività del lavoro in Europa avviene attorno al 1995, proprio mentre negli Usa la produttività del lavoro subiva un’accelerazione. Lo studio pone l’accento sui cambiamenti della forza lavoro (quali l’aumento del tasso di partecipazione femminile) ma si chiede anche se le strategie sindacali non sono state una determinante del fenomeno.
FONTI (si aggiunge l’indirizzo elettronico di uno degli autori per chi desiderasse richiedere il testo integrale dal lavoro su supporto magnetico)
Dew –Becker I., Gordon R. "The Role of Labor Market Changes in the Slowdown of European Productivity Growth" NBER Working Paper No. W13840 i-dew@northwestern.edu
Fitzembeger B, Kohn K., Lembcke A. "Union Density and Varieties of Coverage: The Anatomy of Union Wage Effects in Germany" Zentrum fuer Europaeische Wirtschaftsforschung (ZEW) - Centre for European Economic Research, Vol. 08, No. 012, 2008 fitzenberger@wiwi.uni-frankfurt.de
Kvasnicka M. "Does Temporary Help Work Provide a Stepping Stone to Regular Employment?" NBER Working Paper No. W13843 michael.kvasnicka@rwi-essen.de
Morre G., Buddeilmeyer H,, Warmedinger "Why Do Europeans Work Part-Time? A Cross-Country Panel Analysis" ECB Working Paper No. 872 Gilles.MOURRE@ec.europa.eu
Vaona A. "The Duration of Union Membership in Italy: A Research Note" . Industrial Relations: A Journal of Economy and Society, Vol. 47, Issue 2, pp. 260-265, April 2008 andrea.vaona@economia.univr.it
La riflessione sarebbe potuta avvenire in base ad analisi pubblicate oppure terminate proprio in queste settimane e che dovrebbero fare meditare il sindacato sul suo ruolo. In primo luogo, il fascicolo d’aprile di un’importante periodico scientifico internazionale (“Industrial Relations- A Journal of Economic and Society”) pubblica un interessante saggio di Andrea Vaona dell’Università di Verona. Utilizzando gli archivi dei sindacati medesimi, Vaona cerca di rispondere agli interrogativi su perché in Italia ci s’iscrive ai sindacati e quanto tempo si resta a farne parte. Grazie ad una serie di regressioni statistiche applicate a 29.035 lavoratori, Vaone dimostra che l’iscrizione e la partecipazione ai sindacati diminuiscono in funzione dell’età. Inoltre, le donne, coloro con contratti di lavoro flessibili e chi vive e lavora in grandi città mostra “poco attaccamento” al sindacato. In un mondo del lavoro che invecchia ed in cui i rapporti di lavoro flessibili ed il lavoro femminile sono una caratteristica sempre più marcata delle forze di lavoro, le conclusioni dell’analisi di Vaone inducono a pensare che, se il sindacato non cambia, la sua incidenza nella società è destinata irrimediabilmente a diminuire.
Il primo cambiamento dovrebbe riguardare la vera o presunta sacralità dei contratti nazionali di lavoro. Un’analisi dell’Università di Francoforte e della London School of Economics (pubblicata dal Zentrum fuer Europaeische Wirtschaftsforschung (ZEW) - Centre for European Economic Research, Vol. 08, No. 012, 2008) dimostra, in base a dati tedeschi, che la contrattazione collettiva nazionale in comparti con alta densità di iscrizione e partecipazione ai sindacati ha non soltanto un effetto di compressione salariale per tutti ma sposta verso il basso la curva della distribuzione dei salari. In parole povere, ciò vuole dire non solo – lo sapevamo già – che non premia i meritevoli e non sanziona i fannulloni ma anche che riduce in via generale a tutti i lavoratori. Dunque, la contrattazione decentrata, aziendale o regionale, conviene. Non credo che la situazione italiana sia molto differente da quella tedesca. In occasione del primo maggio, i sindacati avrebbero dovuto annunciare l’inizio di un’analisi quantitativa (analoga a quella delle Università citate) per il nostro Paese da confrontare con dati del Ministero del Lavoro, dell’Isfol, dell’Isae e della Confindustria. Il silenzio non è un buon segnale.
Altro cavallo di battaglia dei sindacati sono la lotta ai contratti flessibili, come quelli a termine ed a tempo parziale. E’ sempre un lavoro tedesco (di Michael Kvasnikca dello Rwi dell’Essen in corso di pubblicazione come NBER Working Paper No. W13843) a dare lumi: un’analisi statistica dettagliata mostra, che coloro che passano dalla disoccupazione a lavori a termine non hanno migliori probabilità di altri di avere un impiego a tempo indeterminato; però, non ne hanno neanche peggiori. Il rapporto di lavoro a termine, quindi, è nell’ipotesi meno positiva, neutro anche se “ha comunque la funzione utile di aprire le porte del mercato del lavoro a chi ne è fuori”. Sui rapporti di lavoro tempo parziale stimolante un’ analisi del servizio studi della Banca centrale europea (Bce) in uscita come ECB Working Paper n. 872: il lavoro statistico suggerisce in Europa il part-time non è la valvola di sicurezza ai cui fanno ricorso le imprese Usa in tempi di congiuntura difficile per ridurre i costi, ma grazie a modifiche legislative ed istituzionali attuate negli Anni 90 si sta affermando sempre più come veicolo per esaltare la libera scelta dei lavoratori.
Un ulteriore tema di riflessione tra i tanti viene da uno studio della Nortwern University sul ruolo delle istituzioni del mercato del lavoro (e, quindi, dei sindacati) nel processo di rallentamento della produttività in corso da anni in Europa occidentale; uscirà tra breve come NBER Working Paper No. W13840 . Il messaggio è chiaro: il rallentamento della crescita della produttività del lavoro in Europa avviene attorno al 1995, proprio mentre negli Usa la produttività del lavoro subiva un’accelerazione. Lo studio pone l’accento sui cambiamenti della forza lavoro (quali l’aumento del tasso di partecipazione femminile) ma si chiede anche se le strategie sindacali non sono state una determinante del fenomeno.
FONTI (si aggiunge l’indirizzo elettronico di uno degli autori per chi desiderasse richiedere il testo integrale dal lavoro su supporto magnetico)
Dew –Becker I., Gordon R. "The Role of Labor Market Changes in the Slowdown of European Productivity Growth" NBER Working Paper No. W13840 i-dew@northwestern.edu
Fitzembeger B, Kohn K., Lembcke A. "Union Density and Varieties of Coverage: The Anatomy of Union Wage Effects in Germany" Zentrum fuer Europaeische Wirtschaftsforschung (ZEW) - Centre for European Economic Research, Vol. 08, No. 012, 2008 fitzenberger@wiwi.uni-frankfurt.de
Kvasnicka M. "Does Temporary Help Work Provide a Stepping Stone to Regular Employment?" NBER Working Paper No. W13843 michael.kvasnicka@rwi-essen.de
Morre G., Buddeilmeyer H,, Warmedinger "Why Do Europeans Work Part-Time? A Cross-Country Panel Analysis" ECB Working Paper No. 872 Gilles.MOURRE@ec.europa.eu
Vaona A. "The Duration of Union Membership in Italy: A Research Note" . Industrial Relations: A Journal of Economy and Society, Vol. 47, Issue 2, pp. 260-265, April 2008 andrea.vaona@economia.univr.it
giovedì 1 maggio 2008
PERCHE’ IL NESSO TRA PRIMO MAGGIO E FESTA DEL LAVORO NON E’ PIU’ VALIDO, L'Occidentale 1 maggio
Le enciclopedie ricordano che la Festa dei lavoratori, detta anche Festa del lavoro, intende ricordare, il primo maggio d’ogni anno, l'impegno del movimento sindacale ed i traguardi raggiunti in campo economico e sociale dai lavoratori. Convenzionalmente, l'origine della festa risale ad una manifestazione organizzata a New York il 5 settembre 1882. Ma a far cadere definitivamente la scelta sul primo maggio, e non sul 5 settembre, furono i gravi incidenti accaduti nei primi giorni di maggio del 1886 a Chicago e conosciuti come rivolta di Haymarket. Questi fatti ebbero il loro culmine il 4 maggio quando la polizia sparò sui manifestanti provocando numerose vittime. L'allora Presidente Grover Cleveland ritenne che la festa del primo maggio avrebbe potuto costituire un'opportunità per commemorare l’episodio. In Europa la festività del primo maggio fu ufficializzata dai delegati socialisti della Seconda Internazionale riuniti a Parigi nel 1889 e ratificata in Italia due anni dopo.
E’ utile ricordare le origini della Festa del Lavoro poiché ciò mostra come sono intrinsecamente connesse alle prime fasi di quella che è stata l’epoca dell’industrializzazione trionfante , il periodo in cui il sorgere (ed il fiorire) dell’industria manifatturiera hanno portato alla nascita del diritto del lavoro (in termini, in primo luogo, di orari e, successivamente, di sicurezza, di tipologie di rapporti contrattuali, di libertà di associazioni sindacali e via discorrendo). E’ ancora valido questo nesso? In un’Europa in corso di de-industrializzazione ed in cui si appannano sempre più le differenze tra lavoro dipendente ed autonomo? In un contesto in cui meno di un terzo dei lavoratori dipendenti sono iscritti a sindacati e la metà circa di chi fa parte di un’organizzazione sindacale è già in pensione?
Sono interrogativi che occorre porsi perché le manifestazioni della Festa del Lavoro non siano unicamente una piacevole kermesse, un’occasione gioiosa per stare insieme, ascoltare un concerto, ballare e bere un bicchiere più del solito, ascoltando discorsi sul passato, ma abbiamo un significato in linea con l’epoca in cui viviamo e con le prospettive per il futuro (quali riusciamo ad intravederle).
Sono domande implicite in un bel lavoro della George Mason University, una roccaforte del pensiero liberal-liberista dove, però, si riflette a lungo pure su queste tematiche, Nell’analisi, peraltro ancora disponibile unicamente in forma preliminare (sarà pubblicata in autunno), Roger Congetlon e Feler Bose dell’istituto di studi sulle scelte collettive non trattano direttamente della Festa del Lavoro ma di uno dei suoi risultati principali: la nascita e la crescita dello stato sociale. Utilizzando i dati sia americani sia dei principali Paesi europei ne tracciano l’espansione tra il 1960 ed il 1985; in quel periodo la proporzione della spesa pubblica a fini sociali è raddoppiata in Europa occidentale ed aumentata del 40-50% in gran parte degli altri Paesi Ocse. Da allora o ha smesso di crescere oppure ha cominciato a fare marcia indietro. Di pari passo, il diritto del lavoro è diventato sempre più stringente sino alla metà degli anni Ottanta quando è iniziata prima una graduale ricerca di scappatoie (nel 1993 dirigevo l’ufficio per l’Italia dell’Organizzazione internazionale del lavoro ed ospitai a Palazzo Aldobrandini a Roma un seminario che aveva proprio come tema “la fuga dal diritto del lavoro”) e successivamente un percorso riformista verso una sempre maggiore flessibilità.
A conclusioni analoghe giunge un altro lavoro, appena pubblicato dall’Istituto tedesco di ricerche economiche (il Diw di Berlino) , lo studio di Henning Lohmann relativo allo stato sociale ed alle istituzioni del mercato del lavoro in 20 Paesi europei (DIW Berlin Discussion Paper N 776) . E’ un’analisi rigorosamente quantitativa che utilizza dati micro-economici dell’inchiesta Eurostat sui Redditi e le Condizioni di Vita (UE-SILC 2005) e dati macro-economici Ue e Ocse. Lo studio mette in luce come in questi anni il problema centrale non siano tanto le condizioni di lavoro quanto la crescita in Europa di un fenomeno che si pensava fosse confinato oltre Atlantico: quello dei “working poor”, ossia dei lavoratori poveri – che non ce la fanno ad arrivare neanche a metà mese e che vivono in condizione di insicurezza. Il carattere quantitativo dell’analisi consente non soltanto di raffrontare le differenze tra un Paese e l’altro ma anche in che misura le differenze istituzionali nelle modalità di stato sociale e di contrattazione collettiva incidono sul fenomeno. Una conclusione interessante (e su cui i sindacati, specialmente quelli italiani, dovrebbero meditare) è che la contrattazione collettiva nazionale centralizzata non incide a sufficienza sulla riduzione dell’incidenza dei “working poor”.
Si possono ricordare altri studi ed altre analisi recenti, sempre tendendo conto – come ci ammonisce un bel saggio dell’economista giapponese Talenori Inoki – che in questi campi la disciplina economica deve allearsi con altre discipline (come la sociologia, la psicologia di massa, l’etica) per potere afferrare i fenomeni.
In sintesi, nei Paesi ad alto reddito pro-capite ed ad economia di mercato, sarebbe utile che in generale il tema fondante del Primo Maggio sia come affrontare, ridurre e ove possibile debellare il nodo dei “working poor”, ormai centrale tanto agli Usa quanto all’Europa. A questo tema comune a quasi tutti i Paesi indicati si aggiunge per l’Italia quello della sicurezza sul lavoro, dato che abbiamo il triste primato delle “morti bianche” e degli incidenti sul lavoro nell’Ue.
In tal modo, il Primo Maggio avrebbe contenuti non soltanto attuali ma eloquenti per tutti.
E’ utile ricordare le origini della Festa del Lavoro poiché ciò mostra come sono intrinsecamente connesse alle prime fasi di quella che è stata l’epoca dell’industrializzazione trionfante , il periodo in cui il sorgere (ed il fiorire) dell’industria manifatturiera hanno portato alla nascita del diritto del lavoro (in termini, in primo luogo, di orari e, successivamente, di sicurezza, di tipologie di rapporti contrattuali, di libertà di associazioni sindacali e via discorrendo). E’ ancora valido questo nesso? In un’Europa in corso di de-industrializzazione ed in cui si appannano sempre più le differenze tra lavoro dipendente ed autonomo? In un contesto in cui meno di un terzo dei lavoratori dipendenti sono iscritti a sindacati e la metà circa di chi fa parte di un’organizzazione sindacale è già in pensione?
Sono interrogativi che occorre porsi perché le manifestazioni della Festa del Lavoro non siano unicamente una piacevole kermesse, un’occasione gioiosa per stare insieme, ascoltare un concerto, ballare e bere un bicchiere più del solito, ascoltando discorsi sul passato, ma abbiamo un significato in linea con l’epoca in cui viviamo e con le prospettive per il futuro (quali riusciamo ad intravederle).
Sono domande implicite in un bel lavoro della George Mason University, una roccaforte del pensiero liberal-liberista dove, però, si riflette a lungo pure su queste tematiche, Nell’analisi, peraltro ancora disponibile unicamente in forma preliminare (sarà pubblicata in autunno), Roger Congetlon e Feler Bose dell’istituto di studi sulle scelte collettive non trattano direttamente della Festa del Lavoro ma di uno dei suoi risultati principali: la nascita e la crescita dello stato sociale. Utilizzando i dati sia americani sia dei principali Paesi europei ne tracciano l’espansione tra il 1960 ed il 1985; in quel periodo la proporzione della spesa pubblica a fini sociali è raddoppiata in Europa occidentale ed aumentata del 40-50% in gran parte degli altri Paesi Ocse. Da allora o ha smesso di crescere oppure ha cominciato a fare marcia indietro. Di pari passo, il diritto del lavoro è diventato sempre più stringente sino alla metà degli anni Ottanta quando è iniziata prima una graduale ricerca di scappatoie (nel 1993 dirigevo l’ufficio per l’Italia dell’Organizzazione internazionale del lavoro ed ospitai a Palazzo Aldobrandini a Roma un seminario che aveva proprio come tema “la fuga dal diritto del lavoro”) e successivamente un percorso riformista verso una sempre maggiore flessibilità.
A conclusioni analoghe giunge un altro lavoro, appena pubblicato dall’Istituto tedesco di ricerche economiche (il Diw di Berlino) , lo studio di Henning Lohmann relativo allo stato sociale ed alle istituzioni del mercato del lavoro in 20 Paesi europei (DIW Berlin Discussion Paper N 776) . E’ un’analisi rigorosamente quantitativa che utilizza dati micro-economici dell’inchiesta Eurostat sui Redditi e le Condizioni di Vita (UE-SILC 2005) e dati macro-economici Ue e Ocse. Lo studio mette in luce come in questi anni il problema centrale non siano tanto le condizioni di lavoro quanto la crescita in Europa di un fenomeno che si pensava fosse confinato oltre Atlantico: quello dei “working poor”, ossia dei lavoratori poveri – che non ce la fanno ad arrivare neanche a metà mese e che vivono in condizione di insicurezza. Il carattere quantitativo dell’analisi consente non soltanto di raffrontare le differenze tra un Paese e l’altro ma anche in che misura le differenze istituzionali nelle modalità di stato sociale e di contrattazione collettiva incidono sul fenomeno. Una conclusione interessante (e su cui i sindacati, specialmente quelli italiani, dovrebbero meditare) è che la contrattazione collettiva nazionale centralizzata non incide a sufficienza sulla riduzione dell’incidenza dei “working poor”.
Si possono ricordare altri studi ed altre analisi recenti, sempre tendendo conto – come ci ammonisce un bel saggio dell’economista giapponese Talenori Inoki – che in questi campi la disciplina economica deve allearsi con altre discipline (come la sociologia, la psicologia di massa, l’etica) per potere afferrare i fenomeni.
In sintesi, nei Paesi ad alto reddito pro-capite ed ad economia di mercato, sarebbe utile che in generale il tema fondante del Primo Maggio sia come affrontare, ridurre e ove possibile debellare il nodo dei “working poor”, ormai centrale tanto agli Usa quanto all’Europa. A questo tema comune a quasi tutti i Paesi indicati si aggiunge per l’Italia quello della sicurezza sul lavoro, dato che abbiamo il triste primato delle “morti bianche” e degli incidenti sul lavoro nell’Ue.
In tal modo, il Primo Maggio avrebbe contenuti non soltanto attuali ma eloquenti per tutti.
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