sabato 31 marzo 2012

I fondi sovrani vogliono l’industria in Avvenire 1 aprile

I fondi sovrani vogliono l’industria


DI GIUSEPPE PENNISI

Cosa potremo trovare nella bi­saccia del presidente del Con­siglio Mario Monti al rientro dall’Asia? Il motivo del viaggio è stato quello di attirare investimenti di fondi sovrani asiatici verso «l’Italia-che­riforma » in modo da con­tribuire a quella crescita che dopo quindici anni di stagnazione e tre di re­cessione sembra un’ara­ba fenice. Anche soltan­to per immaginare il con­tenuto della borsa, oc­corre avere un’idea di quale è la consistenza dei fondi sovrani, quanti so­no, cosa fanno.

I fondi sovrani gestisco­no circa 3000 miliardi di dollari, sono oltre un mi­gliaio, non hanno un’associazione mondiale di coordinamento, ma si scambiano informazioni su strategie in incontri regionali oppure in seno a 'club' creati da alcuni di loro. Pochi sanno, ad esempio, che esiste un Long Term Investors Club (LTIC) di cui la Cassa Depositi e Prestiti Italiana è uno dei quattro soci fondatori ed a cui ha aderito, tra gli altri, uno dei fondi so­vrani cinesi. Il documento più completo è il Working Paper n.58 /2012 della Banca per i Re­golamenti Internazionali. Il volume contiene gli atti della Terza Conferen­za Internazionali degli Investitori Pub­blici tenuta a Basilea circa un anno fa: 80 partecipanti di 50 istituzioni si sono confrontati sulle strategie di investi­mento dei fondi sovrani. La conferen­za è stata organizzata dalla Banca mon­diale, dalla Banca centrale europea e dalla Banca per i regolamenti interna­zionali. Il tema centrale della riunione è stato il mutamento nell’allocazione delle attività dei fondi a ragione del cambiamento delle condizioni di mer­cato nel primo scorcio di questo de­cennio: in particolare da portafogli che davano la priorità all’investimento nei servizi finanziari (banche, assicurazio­ni) ed anche al mercato monetario (contribuendo ad apprezzare alcune valute) si sta passando ad una mag­giore attenzione al manifatturiero ed alla sua diversificazione settoriale e ter­ritoriale.

I fondi sovrani della Repubblica Popo­lare Cinese hanno fatto da battistrada. Un documento di Ming Zhang e Fan He analizza in dettaglio come già nel 2007 (ossia cinque anni fa) la China In­vestment Corporation abbia cambiato direzione di marcia, principalmente a ragione della crescente volatilità di col­locamenti finanziari. Lo illustra in det­taglio, uno studio dell’Università di Harvard, del M.I.T. e della Harvad Bu­siness School. I fondi condotti da ge­stori professionali tendono ad investi­re in industrie caratterizzate da rap­porti tra prezzi delle azioni e valori del­la partecipazione (in gergo la P/E ratio) bassi ma che promettono di crescere, mentre quelli controllati da politici ca­dono spesso su indicatori P/E elevati nella speranza (spesso non soddisfat­ta) che crescano ancora di più.

Molto interessante lo studio, pubbli­cato nell’ultimo fascicolo dell’ Austra­lian

Journal of Management del fondo sovrano di Singapore (la cui popola­zione è al 90% di origine cinese), Te­masek Holdings: utilizzando un cam­pione di 150 società (nazionali e stra­niere) quotate alla Borsa di Singapore in un lasso di cinque anni, c’è una mar­cata tendenza a collocamenti in società per azioni di grandi dimensioni, con pochi azionisti o gruppi di azionisti che possano bloccare decisioni e con si­stemi di incentivi (opzioni ai manager) ad aumentare fatturato e profitti.

Una notazione da tener presente vie­ne da uno studio ancora in fase di com­pletamento del Canergie Center. Ri­guarda i fondi dei Paesi del Golfo Per­sico più che quelli dell’Estremo Orien­te: fuga dalla volatilità vuole dire an­che certezza di regolamentazione e speditezza delle vertenze. Lo si pensa anche nel Bacino del Pacifico. Sono ca­ratteristiche che l’Italia è in grado di of­frire?

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