sabato 2 giugno 2007

COME RICAPITALIZZATA ALITALIA E CHI NE PAGA IL COSTO

Il Ministro dei Trasporti Alessandro Bianchi ha quanto meno un merito: parla chiaro. Ha confermato a tutto tondo quanto già indicato da ItaliaOggi all’inizio del 2007 (appena studiato il bando per il beauty contest pubblicato sul sito del Ministero dell’Economia) e ribadito alcune settimane in un articolo su La voce@info da due economisti (Marco Ponti e Giorgio Ragazzi che nessuno può considerare vicini o collaterali al centro-destra oggi all’opposizione). In breve – come risulta anche dall’analisi del Quinto Rapporto sulle Liberalizzazioni in Italia del comitato scientifico di Società Libera (documento diramato il 30 maggio), sotto il manto di una presenta privatizzazione e di una gara (distinta e distante da un’asta pubblica di standard europeo) si cela una nuova ricapitalizzazione. Tale ricapitalizzazione minaccia di essere costosa per i contribuenti perché, da un alto, in essa si annida (ma non troppo) il tentativo di ampliare il “partito aziende” di impronta prodiana (di cui si sono esaminati i tratti su ItaliaOggi alcune settimane fa) e, dall’altro, pone sull’erario le probabili perdite dell’azienda in un arco non precisato del futuro prossimo. Lo ha ben compreso il gruppo americano ATG (affiancato da Mediobanca) che ha lasciato la gara Alitalia prima ancora di acquisire, dalla data room, tutte le informazioni finanziarie di dettaglio (le più importanti riguardano la redditività per le singole tratte). Occorre ricordate che rappresentati di ATG – Mediobanca e Aeroflot- Unicredit avevano lamentando che non vengono fornite le cifre sulla tratta voli Roma-Milano.

Le caratteristiche della ricapitalizzazione (piuttosto che della privatizzazione di Alitalia o del suo fallimento) sono state chiarite negli ultimi giorni mentre la campagna elettorale ha distratto la Roma-che-può da quella che è, comunque, la principale, se non l’unica, misura di politica industriale degli ultimi 12 mesi. In primo luogo, infischiandosi dei richiami della Consob (che ha sollevato il problema della natura dell’operazione), Bianchi ha detto forte e chiaro che il diritto suo e degli altri Ministri “competenti” a dire l’ultima parola: non solo non si parla più di una cessione immediata tale da imporre, in breve tempo, un’Opa ma secondo Bianchi lo Stato deve mantenere voce in capitolo nell’Alitalia del futuro e vendere meno del 40% del pacchetto azionario. Pochi giorni prima, il CdA Alitalia aveva definito le premesse per la ricapitalizzazione : approvazione di un consuntivo 2006 con una perdita netta di 626 milioni di euro (2 milioni di euro al giorno), svalutazione della flotta. In parallelo, il cambiamento, in corso d’opera, delle regole del gioco (con l’arrivo di un advisor per fare il prezzo delle azioni e la possibile apertura a rimaneggiamenti delle cordate) e la loquacità dei politici mentre la gara è in corso (le offerte devono essere presentate il 2 luglio tra le 13 e le 17), comportano il rischio di fare invalidare il beauty contest dalle autorità italiane (oltre che da quelle comunitarie). In effetti, al pari di come l’asta (di cui tanto si è parlato nell’estate-autunno 2006) è stato uno specchietto per le allodole, pure il beauty contest appartiene già al passato.
Se ne va anche Aeroflot-Unicredit, il 2 luglio ci sarà una sola offerta dettaglia “vera” (ad almeno una delle altre due cordate verrebbe invitata per fare, si direbbe a Napoli, “ammuina”, ossia per compiacere parte della Roma-che-può, in vista di futuri ritorni in altri settori – gas , petrolio).
In tal modo, è facile comprendere che gli amici-degli-amici entrerebbero nell’Alitalia al 39% per portare denaro fresco nell’immediato e partecipare ad una ristrutturazione da farsi a carico di Pantalone (ossia dei soliti noti) per rivendere (presumibilmente con una valorizzazione soddisfacente) al termine del vincolo temporale (si parla di tre anni) in cui stare con la compagnia di bandiera.
Si possono fare congetture su chi ci guadagnerebbe. E’ certo che ci perderebbe: gli italiani.

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