venerdì 4 maggio 2007

FRANCIA AL VOTO- IL MERCATO CON SARKOZY.PER ORA

Domenica i francesi decideranno chi sarà il loro Presidente. Le analisi sulla stampa italiana sono state, sino ad ora, principalmente a carattere politologico per due ragioni: le ricadute politiche sul nostro Paese e la sua traballante coalizione di Governo; le importanti notizie sull’economia reale provenienti dalla Germania (come la sensibile riduzione del tasso di disoccupazione) e la convenzione (non errata) che sia Berlino (piuttosto che Parigi) a trainare l’economia europea. Tuttavia, i mercati finanziari europei (e non solo) sono molto reattivi o ciò che avviane nell’Esagono (come i francesi amano chiamare la loro Patria). In primo luogo, nonostante le marcata riduzione d’importanza relativa della Bourse di Parigi nel contesto finanziario internazionale, il CAC 40 (il maggiore indice dell’andamento del mercato francese) è apparso, negli ultimi tre lustri, uno dei migliori anticipatori-predittori di indici su base più vasta (come il FTSE 100, il FTSEEurofirst 300 ed alcuni di quelli calcolati da Morgan Stanley). In secondo luogo, il mondo bancario francese ed il mondo bancario italiano hanno una stretta rete di alleanze e compartecipazioni che si estende, per alcuni aspetti, al mondo delle imprese (anche dopo il ritorno – ma è meglio non fare pronostici in materia – di Air France dal beauty context per Alitalia). In terzo luogo, la “francofonia” in senso lato (parte del Canada, un buon terzo dell’Africa, il Medio Oriente di espressione francese) guarda ancora a Parigi per le proprie scelte di fondo: la “zona del franco” è formalmente finita da 45 anni, ma la ragnatela di accordi esiste ancora.
Per individuare i possibili effetti sui mercati delle elezioni del 6 maggio è bene non perdere troppo tempo sulle dichiarazioni fatte dai candidati in questi ultimi giorni: sono ambedue alla conquista del voto di centro e, come dice a tutto tondo l’econometrico Philippe Aghion (sostiene Ségolène Royal, ma preferisce vivere sulle rive del fiume Charles, ossia ad Harvard, che su quelle della Senna), si annebbiano i punti essenziali.
Occorre andare ai programmi presentati alla vigilia del primo turno. Quello di Ségolène contiene molte concessioni alla sinistra socialista: il suo “contratto con i francesi” contempla un aumento dei minimi salariali (che toccherebbero i 1900 euro al mese nel 2012), sussidi per incoraggiare l’assorbimento della disoccupazione giovanile (ispirati dai contratti formazione lavoro dell’Italia fine Anni Ottanta), una riduzione della percentuale dei contratti a termine ora autorizzati alle piccole e medie imprese, un ingegnoso (ma complicato) sistema di incentivi e penalizzazioni per le grandi imprese che assumano con contratti a termine e lavoratori extracomunitari, un inasprimento della patrimoniale, ed , infine, un rilancio della “programmazione indicativa” di cui i Francesi sono stati maestri nel passato. Chiare inoltre le misure di politica economica internazionale, rivolte a difendere “l’eccezione francese” dal processo di integrazione economica.
Il programma di Sarkozy promette di modificare la normativa sulla settimana lavorativa di 35 ore (detassando gli straordinari), di ridurre le aliquote dell’imposta personale sul reddito e di abrogare quella di successione, di modificare il sistema previdenziale per il pubblico impiego (molto più generoso delle misure per il resto dei lavoratori dipendenti), di istituire un sistema (ispirato a quello italiano) per contenere i disagi degli scioperi nei servizi pubblici essenziali e di promuovere l’internazionalizzazione del “made in France”.
Secondo un’analisi di Barclays Capital la piattaforma di Sarkozy è molto più “amica del mercato” di quella della Royal. Dopo il confronto televisivo, il primo è ancora in testa alla seconda nei sondaggi.
Nel breve periodo, i mercati dovrebbero reagire meglio ad una vittoria di Sarko che ad una di Ségo. E’ bene tuttavia che non si creino troppe aspettative. Se vincerà le elezioni, il compito principale di Nicolas Sarkozy sarà quello di cambiare la Francia senza che i francesi se ne accorgano. Un compito molto più arduo di quello di Segolène Royal, che dovrà, invece, riportare soltanto l’orologio della Francia un po’ indietro, cercando di accontentare i vari tasselli del mosaico della sinistra. Oltralpe, infatti, ci sono due France : da un lato, una Francia tecnologicamente ed industrialmente molto avanzata e competitiva sui mercati internazionali (pur se agevolata da un sistema di supporto pubblico molto raffinato, e molto mascherato, ma tale da fare spesso arricciare le sopraciglia alla Commissione Europea); dall’altro, una Francia “profonda” legata al “territorio” (di ciascun villaggio dei famosi 500 formaggi e quasi altrettante “appéllations controllées”) e contraria a qualsiasi cambiamento. Inoltre, pure la Francia più globalizzata e meglio integrata nel contesto internazionale, non ama, e non vuole, cambiare. Anche ove si ha contezza che la “grandeur” appartiene al passato, c’è la convinzione diffusa che la qualità della vita (la douceur de vivre) sia migliore in Francia che altrove. E’ il programma di Sarko è tutto orientato al cambiamento.

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