martedì 31 maggio 2011

Riformare l´eurozona (senza farsi troppo male) "Formiche" giugno

Riformare l´eurozona (senza farsi troppo male)
01/06/2011 | Giuseppe Pennisi


Per riformare l´eurozona senza farsi troppo male, ossia senza costi troppo elevati, si potrebbe seguire un metodo analogo a quello utilizzato nel 1993-1999: un percorso a tappe ben definite con criteri ed indicatori prestabiliti.


A poco più di dieci anni dalla sua creazione, l´eurozona ha seri problemi: la crisi di liquidità (ove non di solvibilità) di alcuni dei suoi Stati membri, i forti differenziali dei tassi d´interesse, la divergenza tra saggi di crescita reale ed andamento della produttività e della competitività, i saldi attivi dei conti con l´estero di alcuni Paesi membri e quelli passivi di altri. Per uno Stato uscire dall´eurozona può voler dire una forte contrazione (4-5%) del Pil; smantellarla equivarrebbe a fare fallire il progetto d´integrazione europea a cui si lavora da 60 anni.
Per riformarla senza farsi troppo male, ossia senza costi troppo elevati, si potrebbe seguire un metodo analogo a quello utilizzato nel 1993-1999: un percorso a tappe ben definite con criteri ed indicatori prestabiliti. Nonché mutuare lezioni recenti di alcune unioni monetarie in cui le regole sono state cambiate senza pagare dazi troppo alti quali l´uscita dalla "dollarizzazione", ossia dell´uso del dollaro come moneta nazionale, da parte del Perù e dell´Ecuador e un po´ più lontani nel tempo in Asia, quali l´uscita di Singapore e del Brunei nel 1967 dall´unione monetaria con la Malesia. In seno all´Asean (Associazione delle nazioni del sud est asiatico), dove si pensava di creare un´unione monetaria analoga all´eurozona, ora si sta guardando a queste esperienze.
Il metodo del percorso a medio termine seguito per dare vita all´euro è utile perché proprio le vicende di uscita dalla "dollarizzazione" provano che la gradualità (a tappe molto chiare) premia (il caso di Perù e Ecuador) mentre la mossa brusca costa cara (ne sa qualcosa l´Argentina).

Le tappe, però, non devono essere contrassegnate solamente da indicatori monetari e di bilancio ma da puntelli chiari e trasparenti di economia reale. Il nodo di fondo dell´eurozona, infatti, non è solamente la mancanza di strumenti "europei" di politica di bilancio che facciano da correttivo alla politica della moneta, ma l´esistenza di radicate differenze nelle strutture di produzione e, perciò, di produttività dei fattori di produzione e dei tassi effettivi di andamento dei prezzi di prodotti, servizi e fattori di produzione. In breve, la moneta unica non è stata il grimaldello per avvicinare i comportamenti dei soggetti economici (individui, famiglie e imprese). È verso tale convergenza che occorre andare, poiché uno stesso migliore coordinamento delle politiche macroeconomiche avrebbe effetti limitati se i comportamenti micro-economici di individui, famiglie ed imprese continuassero a divergere.
Qualche timido passo si intravede nel recente "patto euro-plus", specialmente con l´introduzione di indicatori di produttività. Sono, però, pochi ed occasionali. Sarebbe, invece, utile arricchire gli indicatori di economia reale e definire tappe per la loro convergenza in un percorso pluriennale, unitamente a misure di accompagnamento per quei soci del Club che non riescano ad avvicinarsi al resto della cordata. Evitando uscite traumatiche, potrebbero confluire in un accordo di cambio analogo allo Sme 2 (l´accordo sui cambi tra le banche centrali di alcuni Stati dell´Ue che non appartengono all´eurozona, da un lato, e la Banca centrale europea, dall´altro). L´alternativa è il groviglio di apprezzamenti e deprezzamenti impliciti quali quelli accumulatisi negli ultimi quindici anni.

Ne risulterebbe un´Europa a due o più velocità? Nei fatti lo è già; in un´area dell´euro che cresce mediamente all´1,7%, c´è chi corre quasi al 3% e chi arranca per tenere l´1%. Meglio cercare di affrontare le radici (in gran misura microeconomiche e strutturali) del differenziale di crescita e farlo in un lasso di tempo ben definito e con tappe prestabilite, che fingere che non esistono o che possono essere appianate con qualche artificio, oppure sperando in un miracolo.

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