lunedì 28 maggio 2018

La locomotiva tedesca e i suoi squilibri fino a oggi condonati in Avvenire del 29 maggio


La locomotiva tedesca e i suoi squilibri fino a oggi condonati
La Repubblica federale tedesca è il traino dell’Unione Europea: il tasso di crescita del Pil nel 2018 sfiorerà il 3% in termini reali, la produzione industriale galoppa a quasi il 3,5% l’anno, il tasso di disoccupazione è ai minimi (3,4%).
C’è un dato macroeconomico che può essere visto o come uno dei frutti del 'miracolo' tedesco in un’Eurozona che arranca o come una delle determinanti che frenano il resto dell’area dell’euro: la bilancia delle partite correnti segna un surplus pari al 7,7% del Pil. Sono almeno otto anni in cui la Germania supera la 'regola europea' (peraltro mai formalizzata in un trattato o accordo intergovernativo) secondo cui, al fine di non creare squilibri all’interno dell’area, l’eccedenza non deve superare il 6% del Pil per tre anni consecutivi. Due tesi sono contrapposte: da un lato, il dato sarebbe unicamente il risultato dell’efficienza dell’industria tedesca e della sua capacità competitiva sui mercati internazionali (in particolare quelli asiatici). Da un altro, l’eccedenza si traduce in alto tasso di risparmio (quello delle famiglie supera il 10% del reddito disponibile) piuttosto che investimenti (specialmente in infrastrutture) i cui effetti esterni (positivi) si sarebbero riverberati sul resto d’Europa. Purtroppo è difficile operare su questo squilibrio tra la Germania gli altri. Lo stesso Fmi, nella cui carta si postulano misure che evitino squilibri commerciali troppo elevati e durati, conosce un solo rimedio: l’apprezzamento del cambio, non praticabile all’interno di un’unione monetaria. Anche eventuali campagne per incoraggiare i tedeschi a risparmiare di meno e investire di più non avrebbero effetti di rilievo data la paura atavica di 'grandi inflazioni' come quelle degli Anni Venti e Trenta. Secondo la Commissione europea, altro punto dolente è il sistema di tassazione, soprattutto delle imprese: sarebbero opportune riforme che aiuterebbero una maggior articolazione e modernizzazione del mercato dei capitali e favorirebbero gli investimenti privati.
Franco Bruni della Università Bocconi sottolinea che è in corso un riesame approfondito del sistema bancario tedesco, con la regia sempre più attenta della vigilanza della Bce. Finora una certa mancanza di trasparenza ha impedito di diagnosticare adeguatamente le sue debolezze: banche troppo numerose, spesso troppo piccole, troppo legate a poteri politici e distretti economici locali, con bilanci messi a rischio da attività strutturate complesse e speculative. La lunga fase di tassi di interesse internazionali bassissimi o negativi ha nuociuto alla loro redditività (come a quella delle imprese assicurative) e le ha spinte ulteriormente verso rischi poco controllati. Se le banche hanno problemi, il settore finanziario non bancario, infine, è gravemente sottosviluppato e il programma europeo di modernizzazione e riduzione del banco-centrismo, la cosiddetta Unione dei Mercati dei Capitali, trova i tedeschi su posizioni piuttosto esitanti nel promuoverne la riforma.
Giuseppe Pennisi
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giorni più bui della Repubblica e l’urgenza di una ricetta liberal-liberista in Atlantico del 29 maggio


I giorni più bui della Repubblica e l’urgenza di una ricetta liberal-liberista
http://1.gravatar.com/avatar/7a0d00b20269f859fb87932894b6a2d1?s=24&d=mm&r=gdi Giuseppe Pennisi, in Economia, Politica, Quotidiano, del 29 Mag 2018, 04:17
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Siamo nei giorni più bui della Repubblica, con un grave conflitto istituzionale tra le due forze politiche che (a ragione o a torto) sono convinte di avere vinto le elezioni del 4 marzo e le responsabilità della Presidenza della Repubblica sulla scelte dei ministri. Più che dal nome di Paolo Savona, che conosco e stimo da quarant’anni, la miccia è stata accesa dal materiale didattico su “come uscire dall’euro” predisposto da un suo allievo per la Link University. I mercati hanno reagito come se il Governo in formazione in Italia avesse come obiettivo la fine dell’unione monetaria europea, che non avrebbe potuto resistere all’urto della defezione di uno dei suoi Stati fondatori, nonché di una delle sue maggiori economie. Se non ci sarà un periodo di “raffreddamento” sino alle elezioni europee del prossimo maggio 2019, è verosimile una campagna elettorale imperniata sull’Europa e sulla moneta unica. Con inevitabili fibrillazioni sui mercati ed aumento del costo di quel debito pubblico che – come verrà sottolineato ancora una volta nelle “considerazioni finali” del Governatore della Banca d’Italia il 29 maggio – resta uno dei nostri maggiori problemi e più forti vincoli alla politica di crescita.
Ci sarà comunque uno scontro tra “sovranisti” e coloro che sostengono la partecipazione dell’Italia all’integrazione economica europea ed internazionale. Un’ipotesi interessante sulle origini dei sovranismi viene formulata da due professori dell’università di Lipsia, un Land (la Sassonia) dove il sovranismo sta prendendo una piega inquietante (con tratti anche di neonazismo). Si tratta di Sebastian Mueller e di Gunther Schnabl, il cui lavoro integrale in inglese può essere letto nel Cesifo Working Paper Series No. 6938, pubblicato a metà maggio.
Il punto più stimolante del lavoro è la connessione tra le politiche liberiste dell’epoca di Margaret Thatcher e Ronald Reagan che, unitamente alla politica economica ordoliberista tedesca, hanno plasmato la crescita economica e l’inclusione sociale per numerosi anni, dopo i quali è stata gradualmente introdotta una politica dirigista guidata dalle istituzioni europee. Uno dei frutti è stata la Brexit. I due economisti riprendono il lavoro di Albert O. Hirschmann su lealtà, protesta e defezione, sottolineando come la Brexit sia l’ultimo stadio. I sovranismi rappresentano il secondo stadio.
L’attacco è molto duro nei confronti sia della Banca centrale europea sia della Bank of England. Ad avviso dei due economisti di Lipsia, le politiche monetarie “non convenzionali”, ed eccessivamente espansionistiche, hanno minato l’ordine liberal-liberista che ha assicurato sia crescita sia inclusione sociale. Politiche monetarie eccessivamente espansionistiche rappresentano comunque un intervento pubblico nell’economia ed hanno eroso la produttività, nonché ampliato le differenze sociali, favorendo i ceti più abbienti e con maggior capitale. L’intervento dello Stato alla grande (soprattutto nel settore bancario dei Paesi che si sono mossi speditamente ) è stato effettuato – sostiene lo studio – con la benedizione più o meno palese delle autorità europee.
Per questo motivo, per uscire dall’impasse (che contagerà forze “sovraniste” di altri Stati Ue), è essenziale un programma marcatamente liberal-liberista. AAAA Cercasi forza politica in grado di approntarlo e soprattutto di attuarlo.

VERSO LE ELEZIONI/ La svolta che Lega e M5s non possono dare all'Italia in Sussidiario 28 maggio


VERSO LE ELEZIONI/ La svolta che Lega e M5s non possono dare all'Italia
Il Governo Conte non nascerà. Lega e M5s, in vista del nuovo voto, farebbero forse bene a puntare su un importante fattore per la crescita: l’aumento della produttività. GIUSEPPE PENNISI 28 maggio 2018 Giuseppe Pennisi
Lapresse
Ora si sta andando verso un “Governo di tregua” e nuove elezioni. È difficile ipotizzare quali saranno gli schieramenti. Tuttavia, è plausibile pensare che i programmi elettorali di Lega e M5S mutueranno diversi punti dal “contratto di governo” concluso tra le due principali forze politiche che hanno avuto più voti alle elezioni del 4 marzo scorso. Questa testata ha già sottolineato, subito dopo la pubblicazione dei risultati del voto, che per quanto la Lega e il M5S si fossero presentati agli elettori su fronti opposti, e con matrici sociali molto differenti, c’era la possibilità di coniugare alcuni punti fondanti di una delle due forze politiche con quelli dell’altra. Abbiamo anche sostenuto che sarebbe stato preferibile un accordo tra l’intero centro-destra e il M5S sia per avere una maggioranza parlamentare più vasta (e tale da assicurare un Governo di legislatura), sia per giungere a una mediazione che includesse un maggiore numero di “blocchi sociali” e arrivare così a un governo “della nazione” che si ponesse tra gli obiettivi primari quello di ridurre il divario tra Nord e Sud.
È quanto è stato fatto? Non è chiaro. Nel “contratto di governo” si è perso di vista che il nodo centrale dell’Italia è l’aumento della produttività essenziale per costruire bene il futuro dei nostri figli e dei nostri nipoti e ridurre, in un lasso di tempo realistico, le maggiori diseguaglianze sociali. Sarà questo il tema guardato con più attenzione sia dagli elettori, sia dagli osservatori e investitori internazionali. La produttività non cresce da circa un quarto di secolo e oggi il Pil pro-procapite degli italiani è, in termini reali, il 10% meno di quello che era vent’anni fa, quando l’Italia prese la decisione di entrare nel gruppo di testa dei Paesi dell’unione monetaria europea.
Per anni ho sostenuto che a ragione di una decisione errata presa dal ministro del Tesoro (allora era Guido Carli) e dal Governatore della Banca d’Italia (allora era Carlo Azeglio Ciampi) dal novembre 1989 l’Italia soffre di un cambio sopravvalutato che, tuttavia, grazie alle capacità delle nostre imprese, non ha ridotto l’impulso delle nostre esportazioni alla crescita, pur contenuta, che c’è stata. Oggi a quasi trenta anni dall’errore commesso è impossibile proporre di aprire un negoziato sulle “parità centrali” su cui è stato costruito l’euro nel Trattato di Maastricht. Uscire dalla moneta unica favorirebbe gli esportatori per un certo lasso di tempo, ma impoverirebbe tutti gli altri italiani. È utile ricordare che nel 1987, con l’accordo del Louvre tra Francia e Germania, Parigi decise di agganciare la propria moneta al marco tedesco proprio per “forzare” un aumento della produttività. Aumento che Oltralpe c’è stato, mentre da noi non si è visto segno.
In questi giorni sono usciti due documenti che meritano di essere meditati anche e soprattutto in vista di elezioni che non saranno molto lontane: il XXII Rapporto sull’Economia Globale e l’Italia curato da Mario Deaglio per il Centro di Ricerca e Documentazione Luigi Einaudi (intitolato “Un futuro da costruire bene”) e il Rapporto del Centro Europa Ricerche “Re-Inventing Europe”. Ambedue pongono l’Italia su un chiaro sentiero europeo, senza troppi “se” e senza troppi “ma”. Sta a noi, solo a noi, aumentare la nostra produttività. Su questa testata abbiamo ricordato che un elemento portante per migliorare la produttività - l’istruzione e la formazione - ha poco rilievo nel “contratto di governo”. Un altro elemento portante (la dotazione di un adeguato parco di infrastrutture) pare scontrarsi con alcune tendenze all’interno di Lega e M5S. Un terzo ancora - l’informatizzazione- che pur dovrebbero essere nel Dna di una delle due forze - viene trattato sporadicamente. Si parla - è vero - di trasformare il Cnel in un Board per la produttività, difficile pensare che con le scelte fatte per la prossima consiliatura possa essere poco più di un parlatorio e di un convegnifico.
Solo con un’Italia più produttiva potremo affrontare meglio le prossime sfide europee e mondiali, quali la riforma della “governance” dell’eurozona e la possibile guerra commerciale. Non si tratta di battere i pugni sul tavolo - di solito una mossa poco utile -, ma di dimostrare a noi stessi e agli altri che siamo all’altezza. Unica strada per il cambiamento in meglio.
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domenica 27 maggio 2018

I sovranisti, il debito e l’euro. La versione di Pennisi in Formiche 27 maggio


I sovranisti, il debito e l’euro. La versione di Pennisi
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I sovranisti, il debito e l’euro. La versione di Pennisi
Dopo il braccio di ferro sulla nomina di Savona, chi andrà all'ufficio di Via XX Settembre dovrà comunque affrontare la stagnazione della produttività del Paese
Questa nota viene redatta in un fine settimana molto caldo non solo a ragione dell’aumento della temperatura atmosferica ma anche e soprattutto perché è in atto un “braccio di ferro” tra le forze politiche che hanno concluso un “contratto di governo” ed il Quirinale (a cui, costituzionalmente, compete la nomina dei ministri). Al centro del dibattito c’è la candidatura del Prof. Paolo Savona a ministro dell’Economia e delle Finanze in un contesto in cui lo spread sta crescendo, i mercati si annunciano instabili ed alla riunione dell’Ecofin a Bruxelles sui requisiti di capitale per le banche l’Italia si è trovata in compagnia solo della Grecia nell’opporsi alla posizione degli altri. Non solo, la stampa internazionale, principalmente quella tedesca e britannica, ironizzano (amaramente) sulla situazione del nostro Paese. Infine, è emerso un manualetto del 2015 della Link Campus University (dove insegna il prof. Antonio Maria Rinaldi, allievo del prof. Paolo Savona) con prescrizioni dettagliate su come uscire dall’euro e “ritrovare la sovranità monetaria”.
Formiche ha preso posizione sulla vicenda della nomina del ministro dell’Economia e delle Finanze. Conosco Paolo Savona da quaranta anni e non credo che sia lieto di trovarsi al centro di questo bailamme e di essere diventato il simbolo del “sovranismo all’italiana”. È certamente ben consapevole dei rischi di un ulteriore aumento dello spread ed ancora di più di quelli di un’uscita dall’unione monetaria di cui siamo diventati membri del gruppo di testa, soprattutto grazie agli sforzi del suo maestro Guido Carli.
Tuttavia, ormai, in questa bufera, non si vedono alternative ad un governo con Savona a Via Venti Settembre (che avrà come primo compito quello di rinfrancare) oppure a nuove elezioni in cui le forze “sovraniste”, sentendosi (a torto od a ragione) defraudate di quello che ritengono (ancora a torto od a ragione) un loro legittimo diritto, potranno conquistare nuove fasce di elettori. È difficile preconizzare come andrà a finire ma è verosimile che la conclusione dello “scontro” si avrà lunedì ove non domenica (dopo l’ultima tappa del giro d’Italia). Non sarà necessariamente una conclusione che faciliterà la crescita dell’Italia. E la soluzione dei suoi problemi centrali ed interrelati: stagnazione della produttività  e alto debito pubblico.
Sul primo (la produttività) il “contratto di governo” – come ho avuto modo di sottolineare altrove – prevede molto poco. Anche in materia di debito pubblico “il contratto” è vago, a parte una proposta (successivamente rientrata) su come contabilizzare le obbligazioni del Tesoro italiano presso la Banca centrale europea. Invece, proprio il 25 maggio mentre si aggravavano le tensioni “ad alzo zero”, è stato diffuso un interessante lavoro di Lorenzo Bini Smaghi e Michela Marcussen, rispettivamente presidente e capo economista della Société Genérale (SUERF Policy Note n.35). È un lavoro tecnico, che non riguarda solamente l’Italia (anche se analizza a fondo) ma l’intera eurozona perché negli anni della crisi il debito pubblico medio dell’area è passato dal 60% al 90% del Pil.
In breve, il lavoro prende avvio dal fatto che l’eurozona è alla prese con un dilemma. Da un canto, è ampliamente riconosciuto che la sua struttura e la sua governance debbono essere rafforzate, le principali proposte per raggiungere questo obiettivo hanno incontrato serie difficoltà politiche. Gli Eurobonds, con genuina condivisione del rischio, porterebbero stabilità e benefici economici ma richiedono un trasferimento delle politiche di bilancio dagli Stati membri all’Unione che non appare probabile nel prevedibile futuro. D’altro canto, mantenere la situazione attuale significa esporre la fragilità dell’area dell’euro ad una nuova crisi (quale – aggiungiamo noi – un marcato sovranismo in uno dei grandi Paesi dell’eurozona). Il documento propone un periodo di transizione ventennale per quanto riguarda la regola del Fiscal Compact relativa alla riduzione dello stock di debito che supera il 60% del Pil sulla base di un ventesimo l’anno. Il debito coerente con i vincoli annuali del Fiscal Compact sarebbe “viola” e protetto da qualsiasi ristrutturazione basata su programmi dell’European Stability Mechamism. Il debito che supera i limiti del Compact sarebbe “rosso” e non avrebbe alcuna garanzia . Dopo il periodo di transizione ventennale, tutti i debiti diventerebbero “viola” e potrebbero essere la base per veri Eurobonds.
La proposta, se recepita, incentiverebbe la disciplina di finanza pubblica e limiterebbe i rischi di nuove costose crisi per l’area dell’euro.
Chi andrà alla scrivania di Quintino Sella in Via Venti Settembre dovrebbe prenderla in considerazione e potrebbe farla diventare un contributo dell’Italia al dibattito sull’eurozona.
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27/05/2018