sabato 26 settembre 2015

Il festival MiTo è già diventato un mito? in Artribune 26 settembre



Il festival MiTo è già diventato un mito?
Come spiegare le dimissioni dei vertici di MiTo, il festival musicale settembrino parallelo che si svolge contemporaneamente a Milano e Torino? E quali sono i piani per il futuro? Per il capoluogo piemontese, in particolare, un altro duro colpo dopo le vicende del Salone del Libro.
Scritto da Giuseppe Pennisi | venerdì, 25 settembre 2015 · 0 
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MiTo 2015 - Teatro Regio, Torino - Il ragazzo del risciò - photo Mattia Boero
MiTo 2015 – Teatro Regio, Torino – Il ragazzo del risciò – photo Mattia Boero
LE DIMISSIONI DEL MANAGEMENT
Praticamente alla chiusura della nona edizione del Festival, lo storico direttore artistico Enzo Restagno, il presidente del comitato di coordinamento Francesco Micheli e il segretario generale Francesca Colombo hanno dato le loro “irrevocabili” dimissioni. Restagno le ha motivate con ragioni di età – 74 anni, di cui 30 alla direzione di Settembre Musica a Torino, confluita 9 anni fa in MiTo. Micheli ha sostenuto che intende dedicarsi a tempo pieno alla sua professione originaria, la finanza. Francesca Colombo (criticata spesso sulla stampa per un compenso ritenuto troppo elevato e per la sua breve, e deficitaria, gestione del Maggio Musicale Fiorentino), ha semplicemente detto che vuole nuove attività e nuove strada.
IL RUOLO DI MITO NELLO SCACCHIERE EUROPEO
Nel 2015, giunto alla nona edizione, MiTo non era più nella fase sperimentale dei tentativi e delle “prove ed errori”. Il festival settembrino, che si svolge quasi in parallelo nelle due maggiori città dell’Italia nel Nord, ormai gareggia con le più importanti manifestazioni musicali internazionali. Nonostante alcune affermazioni in questo senso, non è un Festival di Salisburgo italiano, perché non ha sezione di teatro in musica analoga a quella della novantenne manifestazione austriaca; è piuttosto una sfida al biennale Festival Enescu, che si svolge quasi in parallelo a Bucarest da oltre cinquanta anni, e riguarda essenzialmente la musica sinfonica, cameristica e contemporanea, coinvolgendo le grandi orchestre internazionali e i più noti solisti. Però, mentre sino a qualche anno fa i pellegrini musicali europei da Salisburgo andavano a Bucarest, pochi di loro si sono dirottati verso Milano e Torino.
MiTo è rimasto essenzialmente un festival delle due regioni del Nord Italia, dove spesso portava grandi orchestre e grandi esecutori che, nell’ambito di più ampie tournée, circuitavano in altre manifestazioni (Sagra Malatestiana di Rimini, Sagra Umbra, Festival di Ravello, Anima Mundi di Pisa e via discorrendo).
MiTo 2015 - Teatro Franco Parenti, Milano - Hollywood Night
MiTo 2015 – Teatro Franco Parenti, Milano – Hollywood Night
MITO ED EXPO
Mentre nei primi anni si perdeva un po’ il filo tra l’offerta e i percorsi del MiTo (e ciò dava un pizzico di fascino alla manifestazione), quest’anno i temi fondanti di Expo sono stati il motivo conduttore di 180 concerti, 95 sedi e più di 2.600 musicisti da 33 nazioni che hanno dato vita a una grandiosa festa musicale in entrambe le città. Un viaggio di tre settimane attraverso la musica di tutti generi.
La musica ha sempre avuto un ruolo nelle grandi Expo mondiali. Quella in corso a Milano, sotto il segno di Nutrire il pianeta, energia per la vita, proietta il pentagramma musicale in una prospettiva ricca e complessa. Il cibo e la natura sono stati elementi costanti dell’ispirazione musicale sin dalle civiltà primitive e ritrovano centralità nelle musica del XXI secolo.
Non è questa la sede per fare un consuntivo il vasto programma di MiTo, tanto più che non stati ancora divulgati i dati di bilancio e quelli su presenze e biglietteria. Tuttavia, la stampa locala ha parlato di spettacoli affollati e di buoni esiti, pur ammettendo “scricchiolii” tra le sezioni delle due città. Restagno – occorre sottolineare – aveva annunciato da tempo di voler lasciare. È doveroso riconoscere che è stato lui l’architrave di Settembre Musica a Torino e, senza di lui o senza qualcuno alla sua altezza, la manifestazione minacciava di acchiappare orchestre e artisti viaggianti per l’Italia senza un quadro coerente e rigoroso.
E ORA, CHE FARE?
Cosa resterà di questa eredità? I rumors puntano sulla creazione di un ente unico. Non credo che l’esperienza delle fondazioni lirico-sinfoniche meriti di essere imitata. Anzi il dualismo tra le due città, attivando competizione e cooperazione, si è dimostrata una formula artistico-organizzativa che in nove anni ha mostrato di avere vantaggi ben superiori alle inevitabili liti tra comari. È urgente comunque che i responsabili politici indichino con chiarezza la linea delle due città sul futuro di MiTo.
Giuseppe Pennisi

giovedì 24 settembre 2015

La Carmen di Bizet apre la nuova stagione dell’Accademia Filarmonica Romana in Formiche 23 settembre

La Carmen di Bizet apre la nuova stagione dell’Accademia Filarmonica Romana

23 - 09 - 2015Redazione
La Carmen di Bizet apre la nuova stagione dell'Accademia Filarmonica Romana
La nuova stagione dell’Accademia Filarmonica Romana si apre con un un titolo d’opera tra più celebri in assoluto: giovedì 22 ottobre andrà in scena una nuova produzione in prima assoluta della Carmen di Bizet. La Carmen è stata ripensata completamente da Mario Tronco (che firma direzione artistica e regia) e dalla sua Orchestra di Piazza Vittorio, il gruppo multietnico di musicisti, cantanti, attori e ballerini che da anni, ormai, si è imposto sulla scena internazionale per l’originalità e la qualità delle sue produzioni. Diretta da Leandro Piccioni, l’Orchestra passerà con disinvoltura dalla salsa al flamenco, dalla tecno alla lirica, dal blues al tango, fino al reggae e alle esotiche sonorità arabe, indiane e africane, dando vita a una coloratissima e attualissima Carmen, pur rispettando la partitura ottocentesca di Bizet.
COSA PREVEDE LA NUOVA STAGIONE
Saranno oltre trenta gli appuntamenti in cartellone per la nuova stagione dell’istituzione romana, fra musica, danza e teatro, con originali incontri, commistioni di genere e alcune novità, spaziando dal repertorio barocco al jazz e alla musica dei nostri giorni, nelle sedi del Teatro Olimpico, Teatro Argentina e Sala Casella. Il Teatro Olimpico accoglierà soprattutto la danza (con il ritorno sempre atteso dei Momix e del Festival Internazionale della Danza di Roma), l’opera, e alcuni concerti speciali, come quello della celebre percussionista Evelyn Glennie. La musica da camera e i grandi solisti saranno di scena al Teatro Argentina, consolidando una preziosa collaborazione con il Teatro di Roma e portando al centro della vita di questo teatro la musica, sua ospite assidua per quasi tre secoli. Si alterneranno sul palco fra rarità barocche, repertori classici e contemporanei Cristina Zavalloni, Mischa Maisky con la figlia Lily, Federico Tiezzi e Sandro Lombardi, Beatrice Rana con il Quartetto Modigliani, Rinaldo Alessandrini con Concerto Italiano, Alessandro Quarta con Concerto Romano, l’Ensemble L’Estravagante con Stefano Montanari, e il Quartetto Prometeo con Sandro Cappelletto. La Sala Casella, infine, si conferma, dopo il successo della passata stagione, cuore pulsante del Cerchio della Musica, un ciclo di appuntamenti in cui si potrà entrare in contatto con interpreti, compositori e artisti, impegnati a stringere con il pubblico un rapporto più intimo e diretto.
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Nella Basilica superiore di Assisi gli 80 anni del compositore estone in Music and Vision 24 settenbre



Arvo Pärt/ Nella Basilica superiore di Assisi gli 80 anni del compositore estone
Pubblicazione: giovedì 24 settembre 2015
Il coro dei Tallis Scholars Il coro dei Tallis Scholars
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NEWS Musica
La sera del 18 settembre, nell’ambito della settantesima edizione della Sagra Musicale Umbra sono stati festeggiati gli 80 anni di Arvo Pärt, uno dei più importanti compositori cattolici contemporanei. Nato in Estonia due anni prima dell’annessione della Repubblica Baltica all’URSS, sottoposto a vero e proprio ostracismo a ragione della sua fede, emigrato in Occidente nel 1980, stabilitosi dapprima a Vienna e poi a Berlino,  Pärt è relativamente poco conosciuto in Italia non solo a ragione del suo carattere schivo e solitario ma anche in quanto non appartiene a nessuna delle ‘scuole’ che hanno caratterizzato il dibattito musicologico nella seconda metà del Novecento. 
Ha una tecnica compositivo, da lui stesso chiamata, ‘tintabullazione’; essa consiste con lavorare con elementi essenziali, come le triadi o con accordi a tre note che, dice, ‘come le campane tintabulano’. Un approccio minimale più che minimalista; ciò fa sì che il suo ascolto sia relativamente facile e le vendite dei suoi dischi abbiano grande successo all’estero.
In una prima fase della sua vita professionale, Pärt, come tutti i giovani musicisti sovietici, ha lavorato principalmente per musiche di scena e da film (una produzione giovanile ora da lui ripudiata). Entrò in contatto (ovviamente con prudenza e discrezione) con l’avanguardia occidentale degli Anni Settanta ma in parallelo approfondiva gli studi delle musica medioevale e rinascimentale, che in quelle che erano state le Repubbliche Baltiche e la Scandinavia (basta ricordare film di Igmar Bergman come Il Settimo Sigillo e la Fontana della Vergine) è sempre stata coltivata.
La svolta stilistica avviene alla metà degli Anni Settanta con Fur Aline per pianoforte, una melodia quasi non armonizzata, trattata come una linea di canto gregoriano molto dilatata. A poco a poco, dato che Pärt si rivolgeva sempre più a temi sacri (intere pagine dei Vangeli e della Bibbia) il suo stile venne chiamato minimalismo sacro. Ma poco aveva a che fare con il minimalismo di John Adams and Philip Glass. A mio avviso il termine minimale (con l’aggiunta dell’aggettivo sacro) è più appropriato.
Questi cenni sono a mio essenziali per comprendere il significato storico del concerto della Sagra Umbra. Musica di Pärt viene eseguita con una certa frequenza in concerti di musica contemporanea. Ma la Sagra non ha solo scelto un luogo unico - la Basilica affrescata da Giotto gremita in ogni ordine di post i- ed esecutori perfetti (i Tallis Scholars diretti da Peter Phillips) ma ha inserito le composizioni anche più recenti di Pärt in un discorso più ampio, per mostrarne la continuità. La prima parte si concentra sulla musica polifonica sacra Tudor (John Taverner, John Sheppard, Thomas Tallis) – in mancanza di partiture medioevali -, quindi dell’epoca in cui si consumava lo scisma tra Londra e Roma. La seconda parte è musica rara di Pärt. Il trait-d-union è il Miserere barocco di Gregorio Allevi. Una notazione importante; in epoca Tudor i registri alti erano affidati a voci bianche non a cantanti donne. I Tallis Scholars includono, invece, donne con voci addestrate quasi a non fare udire traccia di ‘vibrato’. Così come avviane nelle composizioni di Pärt.


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mercoledì 23 settembre 2015

Aufstieg und Fall der Stadt Mahagonny. Arriva a Roma l’opera censurata dal Terzo Reich in Tempi 23 settembre



Aufstieg und Fall der Stadt Mahagonny. Arriva a Roma l’opera censurata dal Terzo Reich
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settembre 23, 2015 Giuseppe Pennini
Ascesa e crollo della città dove tutto è permesso, tranne non avere denaro. Un lavoro del 1930 che destò così tanto scalpore che i nazisti ne fecero bruciare tutte le copie. Ma una si salvò
Mahagonny
È in arrivo a Roma Aufstieg und Fall der Stadt Mahagonny (Ascesa e caduta della città di Mahagonny). L’opera musicale sarà presentata in lingua originale con sovratitoli in italiano e inglese (di solito, anche la celebre regia di Giorgio Strehler, viene rappresentata in italiano, una curiosa versione la proponeva in dialetto napoletano e un’altra in romanesco). Lo spettacolo si prospetta di lusso: regia di Graham Vick, John Axelrod sul podio, e tra gli interpreti principali, Iris Vermillion, sir Willard White, Measha Brueggergosman e Brenden Gunnell.
L’ultima volta che vidi Aufstieg und Fall der Stadt Mahagonny, circa tre anni fa a Berlino, fu alla deliziosa Komische Oper, a pochi passi dalla Porta di Brandeburgo, nota perché i lavori vengono allestiti in modo molto innovativo. Le foto che vedete in questo articolo si riferiscono alla produzione in scena alla Komische Oper di Berlino. A Roma manca dal 2005, quando venne proposto un allestimento di Daniele Abbado, un sforzo comune dell’Opera di Roma, dei Teatri di Reggio Emilia e del Petruzzelli di Bari. Ricordo un cast internazionale di ottimo livello. Specialmente brava l’orchestra, diretta da Jonathan Webb.
Aufstieg und Fall der Stadt Mahagonny può essere considerata l’unica opera in senso stretto (ossia interamente in musica con pochissimi numeri parlati) di Kurt Weill su libretto di Bertolt Brecht. È un lavoro del 1930 che destò così tanto scalpore che i nazisti ne fecero bruciare tutte le copie della partitura; una, si dice, venne trafugata negli Stati Uniti dove Weill e Brecht la misero in scena in inglese.
È un apologo dell’ascesa e del crollo del capitalismo che allora era molto più graffiante di oggi. Tre malviventi in fuga creano una città dove tutto è permesso tranne non avere denaro; la nuova città (Mahagonny) attira delinquenti, prostitute, avventurieri, cercatori d’oro, e via discorrendo; Jim Mahoney è condannato all’impiccagione non per avere assassinato e derubato ma per non avere saldato un debito di gioco; ma proprio il giorno dell’impiccagione, un tifone spazza via Mahagonny e i suoi abitanti.
Mahagonny-berlinoSoltanto nel 1988 è stata pubblicata un’edizione critica (basata in gran misura sulla partitura miracolosamente ritrovata a Lipsia). Ed è quella in scena da un decennio alla Komische Oper di Berlino e che ritengo verrà proposta a Roma. Lo spettacolo di Berlino segue puntualmente l’edizione critica (in tedesco) del 1988 e le istruzioni drammaturgiche di Brecht, ma scene e costumi sono portati ai giorni nostri.
Aufstieg und Fall der Stadt Mahagonny, nella sola edizione presentata in Italia prima di adesso (in italiano e basata sulla prima versione del lavoro) è stata letta come una dura satira del capitalismo americano (che né per esperienza diretta né per lettura dei testi Brecht e Weill conoscevano).
A mio avviso, la sua fonte principale è Gli uccelli di Aristofane – critica severissima dell’utopia, molto poco politically correct e con più di una punta omofoba (con buona pace di chi erroneamente crede che i greci antichi praticassero l’amore gay o almeno lo tollerassero). Come ne Gli uccelli, un gruppo di socialmente esclusi (nel caso specifico, banditi, lenoni e prostitute) costruiscono, e distruggono, la “città ideale” dove tutto è permesso (e dove tutto, dal sesso ai peccati di gola, è estremo), basta avere i soldi. Nel 1928-30 Brecht e Weill erano due giovani trentenni che assistevano al disfacimento della Repubblica di Weimar. Il loro rappresentare tale disfacimento (con una musica, tra l’altro, piena di accenti timbrici ricavati dallo studio del “jazz” americano) non piaceva ai nazisti, che quindi ne impedirono la messa in scena.