martedì 28 maggio 2013

Cecilia Bartoli riconfermata alla guida del Festival di Pentecoste in Quotidiano Arte 29 maggio

mercoledì 29 maggio 2013
Inizio modulo
stampa
Fine modulo
Salisburgo (Austria)
http://www.quotidianoarte.it/nl/clienti/4394/img/CeciliaBartolidef.jpg
Cecilia Bartoli riconfermata alla guida del Festival di Pentecoste
Giuseppe Pennisi
Nonostante la crisi economica e finanziaria, il Festival di Pentecoste di Salisburgo è stato un successo senza precedenti: 13.400 spettatori paganti nell’arco di solo quattro giorni; recensioni su oltre trecento testate. Senza dubbio, gli spettacoli dell’orchestra e del balletto del Mariinski, diretti da Valert Gergiev, e i concerti di Daniel Barenboim, Diego Fasolia, Andreas Schift e del Quartetto Hagen hanno contribuito, ma il fulcro della manifestazione è stato il nuovo allestimento di Norma in cui ha debuttato Cecilia Bartoli.
Edizione rigorosamente filologica dal punto di vista musicale ma innovativa da quello drammaturgico (ambientazione durante la resistenza francese ai tempi della seconda guerra mondiale).
L’allestimento verrà ripreso al Festival estivo ed è possibile che si veda anche in altri teatri europei (e non solo).
Il successo è stato tale che il Consiglio di Amministrazione del Festival ha chiesto a Cecilia Bartoli di restare alla guida della manifestazione.





Riforme in anni di vacche magre in Lindro 28 maggio


Come rattopparne i potenziali danni in tempi di crisi, secondo Albert Hirschmann
http://www.lindro.it/wp-content/uploads/2012/12/BANNER-CLUB-LINDRO-300X250.jpg
passodopo profile
passodopo Crisi, Squinzi: Italia sull’orlo del baratro. Priorità crescita e lavoro … – Il Messaggero adf.ly/PQLBj 5 days ago · reply · retweet · favorite
FreelanceItalia profile
FreelanceItalia Letta: impegno per la crescita. Squinzi: facciamo una nuova Italia … – Il Sole 24 Ore goo.gl/SVQzx 5 days ago · reply · retweet · favorite
ultimanot profile
ultimanot Squinzi: Italia sull'orlo del baratro. Priorità crescita e lavoro. Fisco ... - Il Messaggero: Quotidiano.netSq... bit.ly/13L4GIE 5 days ago · reply · retweet · favorite

http://www.lindro.it/wp-content/uploads/2013/05/sciopero-cgil-pd-riformismo-670x223-1369749619.jpg




Prima superare la crisi e poi fare le riforme, oppure viceversa. Pare l’inizio della commedia (Prima le parole, poi la musica) dell’Abbate Casti messa in musica, a fine Settecento, da Antonio Salieri. E riproposta (in Capriccio) nel 1942 da Richard Strauss, allora settantottenne, in una Monaco dove spesso si doveva correre ai rifugi a ragione dei bombardamenti degli alleati.
E’, invece, il tema centrale di un dibattito tra “scuole di pensiero” economico in questi anni. Ove non di questi giorni un testo di culto della sinistra riformista – “Come fare passare le riforme” di Albert Hirschmann (scritto negli Anni Sessanta ma pubblicato in italiano da Il Mulino nel 1990) – sostiene che le riforme necessitano anni di vacche grasse in quanto i riformatori devono disporre di risorse con cui compensare le categorie danneggiate (anche quando il danno altro non è che una perdita di privilegi).
Il saggio, datato (ma ancora attuale) traccia un percorso secondo il quale la “la valutazione condivisa” è il filo di Arianna per fare non solo approvare le riforme ma soprattutto per attuarle e farle essere efficienti, efficaci e durature . Altrimenti, c’è il rischio di cadere nell’effimero, e di innescare contraccolpi, irrigidimenti dell’esistente , ed il ripristino del passato sotto nuove forme e guise. Hirschmann, cresciuto e laureato a Trieste e cognato di Altiero Spinelli, anche se da decenni tra gli Usa (di cui è cittadino) e l’America Latina, avverte che il vero riformismo è morigerato, frugale: quando si cerca di fare una scorpacciata (anche per fini nobili) si innescano contraccolpi che diventano durissimi se, a torto o ragione, gli scopi non sono giudicati tanto nobili, ma personalistici.
L’ipotesi di Hirschmann è rafforzata dal libro per il quale Douglas C. North (un liberale di razza) ha meritato il Premio Nobel per l’Economia: “Istituzioni, cambiamento istituzionale, evoluzione dell’economia”: l’approssimarsi di “nuove regole” (quelle scaturenti dalle riforme) le vecchie regole si irrigidiscono e, di conseguenza, occorre creare una coalizione di riformisti silenziosi (che riescano ad operare senza farsene accorgere) A conclusioni analoghe era giunto il liberista Mancur Olson in “The Logic of Collective Action: Public Goods and the Theory of Groups” pubblicato negli Usa nel 1965 ma tradotto in italiano da Feltrineli nel 1990.
Alcuni anni fa, con P.L. Scandizzo dell’Università di Roma Tor Vergata (“Valutare l’incertezza”, Giappichelli 2003), ho rimesso mano all’approccio riformista di Hirschmann, situandolo in un contesto di incertezza, (come l’attuale), aggiornando la strumentazione tecnica ed arricchendolo di “casi di studio”, ma giungendo a conclusioni analoghe. In generale, quindi, questi aspetti di metodo mi sembrano ancora validi.
La bassa crescita economica dell’Italia e le severe restrizioni finanziarie sono state addotte dalla primavera 1996 a quella 2001 e dalla primavera 2006 ad oggi come ragioni per posporre riforme o fare marcia indietro su alcune di quelle annunciate (il caso più evidente degli ultimi due anni sono le liberalizzazioni; in passato il caso più clamoroso è stata la previdenza). Con la crisi finanziaria che s’inasprisce e la stagnazione che diventa recessione siamo in una situazione analoga? Non necessariamente. Già nel 1991, in un libro scritto a quattro mani (G. Pennisi e G. Scanni “Debito, crisi, sviluppo”, Marsilio) venne dimostrato che in numerosi Paesi la crisi del debito estero dell’ultima fase degli Anni Ottanta stata la molla per riforme, spesso coraggiose , quasi sempre predisposte da anni; documentammo anche che tali riforme avevano successo se “socialmente compatibili”.
Pochi mesi dopo, tra il settembre 1992 ed il marzo 1993, a fronte di una crisi tale da comportare il deprezzamento del 30% della lira, il Governo Amato attuò un programma di riforme drastiche (previdenza, mercato del lavoro, pubblico impiego). Analogamente, nella primavera 1995, quando la lira traballava e si temeva per l’ingresso dell’Italia nell’euro, il Governo Dini riuscì a fare salpare la riforma della previdenza in cantiere sin dal 1978 (“Commissione Castellino). Ancora, le riforme del mercato del lavoro, degli incentivi industriali, del bilancio dello stato e l’inizio di quelle della scuola ed università sono state varate negli “anni difficili” che hanno fatto seguito all’11 settembre 2001.
Per Governo e Parlamento, quindi, la crisi finanziaria ed economica dovrebbero – come affermava una vecchia pubblicità  – mettere un turbo del motore delle riforme, specialmente di quelle “socialmente compatibili”. In primo luogo, tornare allo spirito iniziale del riassetto della previdenza, utilizzando eventuali risparmi per ammortizzatori sociali per i più deboli. In secondo luogo, attuare a pieno la modernizzazione della Pa per renderla più efficiente e più efficace. In terzo luogo, rivedere, una volta per tutte, contabilità speciali e fuori bilancio (spesso fonte di privilegi corporativi) e, se del caso, chiuderle. In quarto luogo, rompere con il “contratto unico” le barriere tra i precari e gli altri.
Sono solamente prime indicazioni. Il dibattito è aperto.
Gli stessi studi comparati OCSE presentati negli ultimi mesi avvertono che, in tempo di contrazione economica, le riforme strutturali dovrebbero seguire un'agenda ben concepita, iniziando da quelle che più promettono in termini di spinta alla crescita ed hanno meno impatto sul sociale (anche al fine di contenere populismi di vari tipi e colori) . Ciò significa liberalizzare i mercati dei prodotti e dei servizi prima di tentare di mettere ordine nel mercato del lavoro, nella previdenza e nella sanità. Ciò vuole anche dire approntare un rete universalistica di tutele sociali (in italiano una effettiva riforma degli ammortizzatori) . Senza dubbio la "riforma Fornero" segue in parte questi principi nelle materie di propria competenza ma occorre chiedersi se le liberalizzazioni promesse dal Governo Monti (ma attuate in modo molto pallido) non avrebbero dovuto precedere le misure su mercato del lavoro, previdenza e sociale e se la"stangata" tributaria agevola o frena le riforme.

Chiunque ha responsabilità di Governo in Europa (e soprattutto in Italia) nei prossimi anni avrà come suo compito principale non tanto un ipotetico rilancio dello sviluppo (dopo quindici anni di crescita rasoterra) quanto quello del governo del declino. Da un lato, è essenziale che il declino non ponga nuovi ostacoli a riforme delle regole, provocando irrigidimenti (North). Da un altro ancora, è essenziale per evitare che le finalità e le riforme vengano fraintese proprio a ragione del declino (Hirschmann). Da un altro ancora il declino, specialmente se non governato accuratamente, innesca incertezza od aumenta quella in essere, con la conseguenza , quanto meno, di ritardare le riforme a ragione della “freccia del tempo” e della esigenza (effettiva o solamente avvertita) di avere maggiori informazioni. Il governo del declino è, quindi, preliminare a qualsivoglia politica riformistica di ampio raggio e vasto spessore poiché soltanto governando i processi in atto (che comportano inevitabilmente un ridimensionamento del peso e del ruolo dell’Europa nell’economia internazionale) si possono individuare ed attuare le riforme che operino come leve di uno sviluppo di lungo periodo.

Vastissima la letteratura sul declino (specialmente divulgativa) apparsa negli ultimi tempi in Italia. Chiarissima (e non di parte) l’analisi del Premio Nobel Roberto Fogel: il nucleo più avanzato dell’Ue – ossia l’Ue a 15, non a 27 – non riuscirebbe, dal 2000 al 2040, a stare al passo con la crescita dell’Asia- nel 2040 l’economia cinese raggiungerebbe i 123 milioni di miliardi di dollari (a tassi di cambio e potere d’acquisto costanti del 2000). Ciò avrebbe, secondo Fogel, implicazioni molto più vaste di quelle economiche, commerciali e finanziarie: la funzione di promuovere quei valori e quel sistema democratico nato alcuni secoli fa in Europa passerebbe ai Paesi liberali dell’Asia. L’economista finlandese Ilmo Pyyhthiä individua, in un lavoro econometrico recente, nell’usura o scarsità di capitale manageriale e nei ritardi nell’introduzione delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione le determinanti del declino dei paesi europei che più ne sono affetti.

Queste conclusioni sono convalidate da analisi di giovani economisti italiani pubblicate ne 'La Rivista di Politica Economica'. Ad esempio, un lavoro di Andrea Brasili e Loredana Federico mette in evidenza come il capitale imprenditoriale di cui dispone l’Italia non può venire utilizzato a pieno a ragione dell’invadenza della mano pubblica; un’analisi di Caterina Riannetti e Marianna Madia mostra come anche dopo “la legge Biagi”, la regolamentazione del mercato del lavoro frena l’innovazione aziendale; uno studio di Marco Cucculelli quantizza gli effetti (non positivi) del capitalismo familiare sulle dimensioni delle imprese e, quindi, sulla loro capacità di effettuare ricerca (pure solamente “adattiva”- ossia adattare i risultati di ricerche altrui alle loro specificità) ed introdurre innovazione. Le citazioni potrebbero continuare.

La conclusione è che il nodo centrale della politica economica a medio termine è differente da quello che è stato all’attenzione del dibattito negli tre lustri in cui, nei maggiori Paesi dell’Ue, si è messo l’accento sulla ricerca di un equilibro tra risanamento della finanza pubblica e mantenimento di pace sociale in un contesto di crescita economica moderata. Il governo del declino comporta una politica economica che promuova (con la rimozione di vincoli istituzionali) i settori ed i comparti che in atto od in potenza hanno la maggiore competitività internazionale, pur rispettando i vincoli di finanza pubblica e minimizzando le tensioni sociali inevitabilmente connesse alla trasformazione del tessuto economico e sociale. E’ una politica economica che ha punti di contatto con quella degli anni '80 i cui obiettivi erano il binomio della riduzione dell’inflazione e del mantenimento di tassi adeguati di crescita.

Essenziale sottolineare che le riforme debbano essere “effettivamente fattibili” poiché in caso contrario si redigerà non un programma liberale ma un “Libro dei Sogni”. Ad esempio, la priorità delle priorità delle riforme politiche non dovrebbe riguardare il riassetto della Costituzione – obiettivo chiaramente non “effettivamente fattibile” un lasso di tempo breve . Una riforma della legge elettorale e forse dell’assetto di Governo potrebbe essere “effettivamente fattibile” .

Senza Ilva diciamo addio all’industria italiana ed europea in Formiche 28 maggio




Senza Ilva diciamo addio all’industria italiana ed europea

28 - 05 - 2013Giuseppe Pennisi
Senza Ilva diciamo addio all'industria italiana ed europea
La chiusura definitiva dell’impianto vorrebbe dire abbandonare non solo la siderurgia ma quella "grande industria" che può essere il germe di "campioni europei" anche di origine italiana.
Non tutto il male viene per nuocere. I problemi giudiziari, ambientalisti, finanziari e occupazionali che in queste ore travagliano l’Ilva, Taranto, il governo e i sindacati possono essere la molla per aprire quello che da anni definisco “il dibattito proibito”, ossia il dibattito su quali devono essere i contenuti della politica industriale dell’Italia. L’ultimo documento coerente e completo in questa materia è stato preparato trent’anni fa quando era ministro dell’Industria Renato Altissimo. Lo curò il compianto Mino Caffarena con l’ausilio di Riccardo e Maurizio Paternò (e di pochi altri).
Il crollo della produzione industriale
L’Italia è un Paese eminentemente manifatturiero; ai tempi del “Rapporto Altissimo” (o Caffarena, come sarebbe meglio chiamarlo) il valore aggiunto della produzione industriale era pari ad un terzo circa del Pil; dall’inizio della recessione nel 2008, la produzione industriale ha subito, in valore, una contrazione a prezzi costanti del 22%. Oggi in percentuale del Pil il valore aggiunto nell’industria toccato il 18% del prodotto nazionale alla vigilia della recessione e sembra cadere a picco e minaccia di raggiungere il 15% circa della Francia. Quale che sia la strategia per tornare su un sentiero di crescita non potrà prescindere da una politica industriale ben articolata e da strumenti per sostenerla. Nelle enunciazioni dei programmi pre-elettorali (peraltro non sempre finalizzati) di partiti, coalizioni e movimenti, la “politica industriale” non sembra avere la centralità che meriterebbe. Si ondeggia dalla riproposizione di “poli di sviluppo” attorno a “campioni nazionali” (come negli anni Sessanta) all’incoraggiamento di iniziative dal basso, su base territoriale, in forma cooperativa o consortile. Non mancano, certamente, buone idee. Non è, poi, che in questi anni si sia rimasti con le mani in mano: un’indicazione eloquente è l’istituzione, nell’ambito della Cassa Depositi e Prestiti e con la partecipazione della Banca d’Italia, di un “fondo strategico italiano” perché in settori chiave si incoraggi l’integrazione di imprese, l’innovazione, l’internazionalizzazione, l’efficienza e la competitività.
L’assenza di campioni europei
E’ mancato, però, un dibattito sulla opportunità e desiderabilità o meno di cercare, in un’Europa sempre più integrata ed in un’economia sempre più globalizzata, di andare, specialmente, in campioni comparti, verso “campioni” non “nazionali” ma “europei” con la vocazione di diventare player mondiali, giocando da protagonisti non da comprimari. Il Centro per l’Economia e lo Sviluppo Internazionale (Ceis) dell’Università di Tor Vergata, ad esempio, ha appena pubblicato un interessante raffronto tra il modello econometrico del Ministero dell’Economia e delle Finanze (in gergo Item) e la strumentazione analoga della Commissione Europea (Quest III) per valutare in termini quantitativi gli effetti e gli impatti di riforme strutturali in materia di mercato del lavoro, liberalizzazioni, privatizzazioni e simili (Annichiarico, Di Dio, Felici, Nucci, 2013). La conclusione è che l’impiego simultaneo delle due strumentazioni può migliorare a comprendere la qualità delle misure di politica economica in un contesto comunque circondato da incertezza. Ambedue gli strumenti, però, hanno breve respiro (un lasso temporale di 24-48 mesi) mentre appare sempre più chiaro che i problemi dell’Italia riguardano il lungo periodo.
Gli studi in materia
Utile esaminare, ad esempio, due lavori completati dal servizio studi della Banca d’Italia. Il primo (James, O’Rourke, 2011) esamina la crescita e lo sviluppo dell’Italia in quella che gli autori chiamano “la prima età della globalizzazione” (1961-1940). In quel periodo, secondo lo studio, l’Italia era alle prese con severa scarsità di capitale ma fu in grado di superare questo vincolo con soluzioni innovative specialmente di politica industriale negli anni attorno al 1880 ed al 1930, innovazioni che vennero replicate anche in altri Paesi. A mio avviso, l’analisi di James e O’Rourke è esatta nelle conclusioni a cui arriva ma adotta un periodo discutibili. Di solito, anche nei libri di O’Rourke (uno storico dell’economia di grande qualità), la prima età della globalizzazione viene situata tra il 1870 ed il 1910 poiché una delle risposte alla prima guerra mondiale fu la chiusura dei mercati agli scambi commerciali, nonché lo smantellamento di unioni monetarie (come quella latina che resse, in vario modo, dal 1865 al 1927.
La politica industriale e il caso francese
Il dibattito di politica industriale è vivo e vivace a livello europeo, principalmente per opera della Commissione. Sarebbe fin troppo facile ironizzare che “europeizzare” tutto ciò che si può fa parte del dna dell’Esecutivo di Bruxelles. Una dibattito ancora più profondo è quello in corso nella vicina Francia, là dove nel Quindicesimo Secolo è nato la Stato-Nazione, dove il senso di patriottismo nazionale è molto forte e dove vige ancora la tradizione colbertista (dal nome del Ministro dell’Economia di Luigi XIV) di proteggere (nel limite consentito dagli accordi internazionali) la produzione e la cultura nazionale. Nel 2005 il Raport Beffa (dal nome del Presidente ed Amministratore Delegato dalla Compagnie Saint Gobain, Jean-Louis Beffa a cui l’Eliseo lo aveva commissionato) getto un sasso nello stagno: proponeva di individuare, con i maggiori partner europei, “campioni industriali europei” con cui sostituire (anche tramite aggregazioni transnazionali) “campioni nazionali” ormai sulla via del tramonto. E’ cambiato, più di una volta, l’inquilino dell’Eliseo; e la maggioranza all’Assemblea Nazionale francese. Un nuovo documento, il Rapport Gallois, altro noto industriale a riposo, è sul tavolo di François Hollande, che lo ha commissionato lo scorso ottobre: anche in quanto dal 2005 è stata somministrata unicamente aspirina, il documento afferma che la Francia avrà difficoltà a far fronte alla competizione mondiale (e forse pure a restare uno dei leader nell’eurozona) se non mette in atto una “terapia shock”: liberalizzazione del mercato del lavoro, riassetto della previdenza e della sanità, sgravi tributari ai settori produttivi, abbandono dei veri o presunti “campioni nazionali” in favore di “campioni europei” e via discorrendo. Il Consiglio di Analisi Economica della Presidenza della Repubblica francese propone un ‘triangolo’per un’efficiente ed efficace politica industriale ‘europea’: politica della concorrenza, politica della tecnologia e politica del commercio internazionale.
La nota Tajani
In parallelo quasi con il completamento del Rapport Gallois, la Commissione Europea ha inteso di nuovo fare il punto con una nota del Commissario Antonio Tajani diretta ad aggiornare il documento di politica industriale An Integrated Industrial Policy for the Globalisation Era nel contesto della strategia “Europa 2020″ (gli obiettivi di crescita sostenibile da raggiungere nel 2020), Bruxelles torna sul tema perché, nonostante lo champagne stappato nell’ottobre 2010, sono stati fatti modesti passi concreti, specialmente in alcuni Stati dell’Unione. La nota (che ha avuto poca eco in Italia) pone l’accento su quattro punti meritevoli di urgente attenzione: a) stimolare investimenti in settori a basso consumo di energia e non inquinanti; b) permettere alle imprese europeo di ottenere i massimi benefici dal mercato unico interno e da quello internazionale, migliorando la competitività; c) migliorare l’accesso al credito particolarmente da parte delle piccole e medie imprese (anche al fine di ampliare le loro dimensioni); d) assicurare le professionalità di cui necessità l’industria per effettuare una vera “rivoluzione industriale”.
I settori in cui operare per la creazione di campioni europei
Nella “nota” ed in altri documenti europei vengono individuati i settori dove operare per la creazione di “campioni europei” con la vocazione di diventare protagonisti nel mercato mondiale: a) tecnologie dell’informazione e della comunicazione; b) biotecnologie; c) telecomunicazioni; d) trasporto (soprattutto aereo); d) industria della difesa; e) energia rinnovabile.
Il percorso europeo
Non mancano esempi di “campioni europei” (dall’Airbus alla STmicroelectronics). Notevoli passi sono stati fatti, più che nel manifatturiero, nel campo dei servizi finanziari (dalle banche alle assicurazioni) La strada, però, è tutta in salita a ragione di resistenze sia di management sia di lavoratori (di imprese che potrebbe diventare parte di “campioni europei”). Al ministero dello Sviluppo Economico si ragiona a lungo su questi temi, con la preoccupazione, però, che entrare a fare parte di “campioni europei” potrebbe implicare una posizione minoritaria negli organi di governo e di gestione. I guai di Alitalia (che è voluta restare “campione nazionale”) ed l’entusiasmo con cui le Borse hanno salutato la rete pan-europea di telecomunicazioni indicano che il solco è tracciato. E che chi se ne allontana, o procrastina, rischia grosso.
Addio all’Ilva, addio alla grande industria europea
Cosa c’entra l’Ilva con tutto questo? Molto. La chiusura definitiva dell’impianto vuol dire abbandonare non solo la siderurgia ma quella “grande industria” che può essere il germe di “campioni europei” anche di origine italiana. Tornare al “piccolo è bello” delle prime crisi petrolifere degli Anni Settanta. Restare fuori dal dibattito sulla crescita dell’Europa. Per il Continente vecchio e per il resto del mondo.

lunedì 27 maggio 2013

Verdi e Britten, il bicentenario all’Accademia di Santa Cecilia in Formiche 28 Ottobre



Verdi e Britten, il bicentenario all’Accademia di Santa Cecilia
28 - 05 - 2013Giuseppe Pennisi Verdi e Britten, il bicentenario all'Accademia di Santa Cecilia
01
02
03
04

05
06
07
08

09
10
10

Nel 2013 si dovrebbe celebrare non solo il bicentenario della nascita di Giuseppe Verdi e Richard Wagner ma anche il centenario di quella di Britten. Con Richard Strauss e Leos Janaceck, Benjamin Britten è uno dei tre maggiori grandi autori del teatro in musica del “Novecento storico”. Inoltre, una delle sue opere più note The Turn of the Screw (“Il giro di vite” dall’omonima novella di Henry James) nasce da una commissione del Teatro La Fenice di Venezia (nell’ambito della Biennale di musica contemporanea) quando (e non in tempi tanto lontani: la “prima” ebbe luogo il 14 settembre 1954) i teatri italiani commissionavano capolavori ai maggiori compositori internazionali. Sotto il profilo personale, Britten era molto legato all’Italia. La ricorrenza sta passando inosservata, così come stava per avvenire nel 2012 per cento cinquantenario dalla nascita di Claude Debussy , di cui si è ricordato quasi solamente il Festival MiTo che ogni settembre lega Torino e Milano.
C’è un precedente specificatamente relativo a Britten. Nel 2006, anno mozartiano per eccellenza, ricorreva il trentennale dalla sua morte. In quella occasione del trentennale, la Fondazione Parma Capitale Europea della Musica ha organizzato un mini-festival , affidandolo alla bacchetta di Bruno Bartoletti ed alternando The Turn of the Screw con il War Requiem” (ascoltato, peraltro, pochi mesi prima, nell’ottobre 2005, a Roma eseguito dall’orchestra dell’Accademia di Santa Cecilia guidata da Antonio Pappano, grande estimatore di Britten ed allora appena insediato alla guida dell’orchestra romana, e più di recente nel maggio 2011 sempre al Parco della Musica di Roma con i complessi dell’Accademia diretti da Semyon Bychkov). Sempre a Parma, nel 2006 si è tenuta una giornata di studio su Britten musicista ed intellettuale “scomodo”. Altra iniziativa di rilievo è stata presa dai teatri di Rovigo e Modena che hanno messo in scena un allestimento delizioso della squisita opera per bambini The Little Sweep (“Il piccolo spazzacamino”). Questa volta, alcuni dei maggiori teatri hanno, per così dire, giocato d’anticipo, ossia nel 2012 ; La Scala ha ad esempio presentato la scorsa primavera Peter Grimes. Il Teatro dell’Opera di Roma ha proposto, proprio per il solstizio d’estate A Midsummer Night’s Dream , il Festival di Spoleto è stato aperto in luglio da un nuovo allestimento di The Turn of the Screw, ma per il 2013 c’è molto poco in cantiere: The Rape of Lucretia in un allestimento che partito da Ravenna è arrivato al Maggio Fiorentino dopo una tappa a Reggio Emilia, Curlew River per una sera a Roma ed una a Perugia, The Little Sweep a Macerata. E’ possibile che abbia dimenticato qualcosa. Ma il silenzio che circonda il centenario è davvero assordante.

L’Accademia Nazionale di Santa Cecilia ha organizzato una celebrazione della ricorrenza con un concerto diretto da Antonio Pappano ed eseguito il 27, 28 e 29 maggio. Singolare il programma: la seconda parte è stata dedicata alla Sinfonia n. 5 in do minore di Beethoven , uno dei lavori di musica sinfonica più eseguiti nella storia dell’Accademia (come si può vedere dal programma di sala), nella prima invece sono state giustapposte due lavori poco conosciuti – uno in tutto il mondo ,il secondo in Italia. Di Verdi, il primo. Di Britten, il secondo.
Il primo è il ‘quartetto per archi in mi minore’ di Giuseppe Verdi, composto nel 1873 a Napoli (mentre erano in corso le prove di ‘Aida’) nella trascrizione per orchestra sinfonica effettuata a Londra a fine Ottocento. E’ forse l’unica composizione camerista del cigno di Busseto ; in effetti, è essenzialmente una curiosità. Segue i canonici quattro movimenti (allegro-andantino – prestissimo- scherzo) ed ha momenti che fanno presagire, ad esempio, la ‘fuga’ finale di Falstaff.Pappano e l’orchestra di Santa Cecilia hanno dato brio alla composizione ma , tutto sommato, al pari del Valzer inedito recuperato da Luchino Visconti per la scena del ballo de Il Gattopardo non credo che tornerà spesso nelle sale di concerto.
Merita, invece, di essere ascoltata più di frequente la Serenata per tenore,corno e archi composta da Britten per la voce del suo compagno di vita Peter Pears e per il suonatore di corno Dennis Brain. E’ stata eseguita magistralmente da Ian Bostridge (uno dei rarissimi tenore che può gareggiare con Pears per estensione del registro e con Alessio Allegrini al corno, nonché con i complessi dell’Accademia. Un magnifico inno alla notte su una vasta gamma di testi, da poeti vittoriani, a romantici a elisabettiani. Da ascoltare e riascoltare.