giovedì 28 marzo 2013

Dallo "Stabat Mater" al "Parsifal", cosa ascoltare in preparazione alla Pasqua in Il Sussidiario del 28 marzo



SETTIMANA SANTA/ Dallo "Stabat Mater" al "Parsifal", cosa ascoltare in preparazione alla Pasqua
giovedì 28 marzo 2013

SETTIMANA SANTA/ Dallo Stabat Mater al Parsifal, cosa ascoltare in preparazione alla Pasqua
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In una recente serie di conferenze-concerti dell’Orchestra Sinfonica di Roma, della Fondazione Roma Arte-Musei, Francesco La Vecchia ha ricordato che in tutto il mondo edin tutte le epoche la musica nasce come connessa a servizi religiosi o soprattutto a preghiere. Specialmente quella della tradizione cristiana, che ha due momenti particolarmente alti: il Natale e la Pasqua.
Quindi, in questo periodo, in tutto il mondo cristiano, non solo in Italia o in Europa, fervono i festival di musica pasquale.  Per restare nella Penisola, senza la pretesa di essere esaustivi, segnaliamo alcuni appuntamenti
Giovedì Santo. Lo Stabat Mater nelle sue varie declinazioni musicali, è la commozione che più compare nelle locandine. In particolare la versione datata 1876 di Antonin Dvorák. Nel giorno in cui si ricorda l’istituzione dell’Eucarestia la si ascolterà questa sera alle 20.30 nella chiesa di San­to Stefano al Ponte Vecchio a Firen­ze: il coro del Maggio musicale fio­rentino e i solisti Sarina Rausa, Nadia Sturlese, Carlo Messeri e Pietro Si­mone saranno diretti da Lorenzo Fratini e accompagnati al pianoforte da Andrea Secchi. Il capolavoro di Dvorák, ma questa volta nella ver­sione per orchestra e coro, risuonerà al Carlo Felice di Genova con i com­plessi musicali del teatro ligure di­retti da Johannes Wildner. Le voci saranno quelle di Serena Gambero­ni, Annunziata Vestri, Francesco Me­li e Andrea Mastroni. 
Venerdì  Santo. Lo Stabat Mater del compositore boemo risuona anche nel giorno nel quale si fa memoria della morte in croce di Cristo. A proporla orchestra e coro del Teatro Lirico di Cagliari di­retti da Hansjorg Schellenberger. Un altro capolavoro sul significato della morte è la Messa da re­quiem di Giuseppe Verdi: la si ascol­terà alle 20.30 al Teatro Manzoni di Bologna proposta da orchestra e co­ro del Teatro Comunale agli ordini di Michele Mariotti. Radostina Niko­laeva, Veronica Simeoni, Aquiles Ma­chado e Sergey Artamonov le voci soliste. Verdi, di cui nel 2013 si cele­brano i duecento anni della nascita, anche nel cartellone del Massimo Bellini di Catania: i Quattro pezzi sa­cri del maestro risuonano alle 21 (re­plica sabato alle 17.30) diretti da Fa­brizio Maria Carminati. I duecento anni di Verdi, ma anche di Richard Wagner. Il Teatro Regio di Parma propone il terzo atto del Parsifal , quello che culmina nell’Incantesimo del Venerdì Santo, in forma di con­certo: la bacchetta di Juraj Valchua guiderà la Filarmonica Toscanini, il coro del Regio e le voci di Robert Dean Smith (Parsifal), Gerd Gro­chowski (Amfortas), Stephen Milling (Gurnemanz) e Alisa Zjnovieva (Kundry). 
Parsifal è il dramma in musica per eccellenza per accompagnare la Pasqua. E’ in scena in quasi tutti i teatri del mondo germanico ed anche al Metropolitan di New York. La sera del 26 marzo, è stata presentata, nel canale televisivo ‘classica’, una ‘diretta’ dal Festival di Pasqua di Salisburgo: ottima l’esecuzione musicale, affidata a Christian Thielemann, ma quanto mai discutibile il fantascientifica allestimento scenico.
Parsifal siamo del cuore del mondo del Graal, il Calice in cui Giuseppe d’Arimatea ha raccolto il sangue di Cristo  ma il peccato è più che mai in agguato – Kundry, la protagonista femminile,  ha riso sul volto di Cristo sul Golgota ed è stata “condannata a non morire” sino a quanto non verrà “redenta”, Klingsor, un cavaliere del Graal diventato arma del demonio si è auto castrato perché non poteva resistere alla tentazione carnale (un requisito per essere cavaliere del Graal) ed ora, minaccia il Tempio, ha ferito l’erede al Regno del Graal, Amfortas, con piaghe che progressivamente impediscono a quest’ultimo di celebrare l’Eucarestia; può essere vinto unicamente da un “puro folle”, per l’appunto l’innocente selvatico Parsifal che necessità una lunga iniziazione per comprendere il mistero dell’Eucarestia, distruggere il Castello di Klingsor, purificare Kundry (e consentirle di morire serenamente) e Amfortas e prendere il suo posto e nella celebrazione dell’Eucarestia e nella guida del Regno del Graal. La conclusione è, però, “aperta”, forte segno di appartenere alla cultura occidentale (nonostante il lavoro abbia venature buddiste): i Cavalieri del Graal, i loro paggi, i protagonisti ed una voce dell’alto invocano Erlösung dem Erlôser! (Redenzione al Redentore!), una visione quasi più buddista che cristiana secondo cui il Redentore deve essere continuamente lui stesso “redento” dall’umanità. In Parsifal, infine, il contrasto tra il mondo pagano del peccato e quello cristiano della purificazione e della redenzione è accentuato in quando il mondo del Graal è diatonico come quello dei Die Meistersinger, mentre quello di Klingsor e di Kundry (nei primi due atti) è cromatico come in Tristan und Isolde.
Quando ero adolescente, in Italia, e in particolare a Roma, Parsifal si ascoltava prevalentemente nell’edizione in versione ritmica italiana (tagliata ma disponibile anche in dischi) diretta da Tullio Serafin e con Maria Callas nel ruolo di Kundry. Il Maestro Lovro von Matatic cominciò negli Anni Sessanta ad eseguirlo in versione integrale ed in lingua originale. Diventò compagno abituale delle mie Settimane Sante da quando, all’inizio degli Anni Settanta, - allora vivevo a Washington -  uscì l’edizione stereofonica diretta da Georg Solti, un vero prodigio (anche tecnologico) per l’epoca, seguita a ruota da quelle di von Karajan e Boulez. Il terzo atto diParsifal si svolge il Venerdì Santo: celebra, con la purificazione, anche la rigenerazione primaverile della natura.
In Italia, ci sono state une esecuzioni memorabili degli ultimi anni. Andando a ritroso restano impresse quella (in versioni da concerto) nel novembre 2008 e quella a Venezia nel marzo 2005. Occorre prendere l’avvio da un aspetto che può sembrare pedante: esistono diari burocratici delle rappresentazioni del 1882 a Bayreuth sotto gli occhi vigili di Wagner e la bacchetta di Levi; tali diari determinano i tempi (un’ora e 45 minuti il primo atto, un’ora e 5 minuti il secondo, un’ora e 10 il terzo). Oggidì sono rarissimi i direttori musicali che seguono queste indicazioni: Levine, Kuhn, Thiellman e pochi altri. Con Toscanini – come è noto - il primo atto di Parsifaldurava due ore e venti minuti. Con Boulez poco più di un’ora e mezzo. 
A Venezia, una bella regia di Dennis Krief legge Parsifal come un testamento. E’ indubbiamente un testamento musicale che Wagner fu in grado di affrontare solamente dopo avere rivoluzionato il pentagramma. E’ anche un testamento religioso in cui – ha scritto Giuseppe Sinopoli – “il tema della purificazione si ripete circolarmente: dai flauti agli oboi, agli archi”. E’ soprattutto un testamento politico: il Castello del Graal, e la vittoria di Parsifal su Klingsor, sono l’avamposto dell’Europa della trascendenza (ancora una volta la preistoria dello spirito) in un mondo dominato dall’immanenza (allora dal positivismo avanzante) - un avamposto dove si combatte, e si vince, unicamente con la rinunzia individuale, nonché con la perdita dell’innocenza prendendo conoscenza del peccato ed infine con l’acquisizione della “saggezza” tramite la “pietà”. Se c’è un lavoro in musica che meglio di altri rappresenta le radici cristiane dell’Europa, questo è, nell’edizione veneziana, Parsifal
Purtroppo quest’anno, nonostante le celebrazioni per il bicentenario di Wagner, nessun teatro mette in scena Parsifal; è programmato a Bologna all’inizio nel 2014 in un allestimento nato a Bruxelles. Da non mancare.
Ma ascoltatelo anche per questa Pasqua.


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Natale con il Festival del Tirolo Erl in Quotidiano Arte 28 marzo


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Dal 26 dicembre 2013 al 6 gennaio 2014
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Natale con il Festival del Tirolo Erl
Giuseppe Pennisi
È già iniziata la vendita dei biglietti per la seconda edizione invernale del Festival del Tirolo Erl, che si terrà dal 26 dicembre 2013 al 6 gennaio 2014. Il 26 dicembre, a inaugurare la stagione invernale 2013/2014 sarà il meraviglioso Oratorio di Natale di Johann Sebastian Bach.
Con una nuova messinscena del Don Giovanni si continuerà a coccolare Mozart nel quadro del ciclo dapontiano sul palcoscenico del Festspielhaus – rivelatosi acusticamente molto vantaggioso per questo tipo di rappresentazione – mentre con la Tosca di Giacomo Puccini – anch’essa una nuova produzione – il Festival può riallacciarsi al successo della produzione hall-operistica dell’edizione estiva 2012.
Chiari riferimenti contenutistici all’edizione estiva 2013 sono da ritrovarsi nei concerti per pianoforte n° 4 e n° 5 di Ludwig van Beethoven – eseguiti nel programma concertistico da Jasminka Stancul – due capolavori musicali straordinarî che vanno a integrare il ciclo completo delle sinfonie beethoveniane dell’estate 2013. Un motivo in più per considerare la stagione estiva e quella invernale un concetto unitario. Se Gustav Kuhn si occupa del protagonista maschile del Don Giovanni nella sua doppia funzione di regista e direttore d’orchestra, la regia della Tosca – considerata il pendant femminile del protagonista mozartiano – è affidata ad Angelika Ladurner, direttrice generale del festival Komödienspiele Porcia. Con questo accorgimento si garantisce altresì una particolare suspense tra le due nuove messinscene che offre spazio a interessanti analisi comparative di concezioni artistiche diverse tra loro. Gli spettacoli della stagione invernale sono inseriti quest’anno in una cornice teatrale originale: nessuna apertura ufficiale bensì le prime tre cantate dell’Oratorio di Natale di Bach.
Nessun concerto di chiusura ma la continuazione musicale e concettuale dell’inizio sotto forma delle ultime tre cantate dell’oratorio natalizio bachiano. Fungono da intermezzo quattro concerti sinfonici. Da una parte i concerti di San Silvestro e di Capodanno che suddividono musicalmente il passaggio dal vecchio al nuovo anno in un finale festoso dedicato alla lirica e alle sue arie più famose – sotto la guida del vicedirettore del Festival del Tirolo Erl, Andreas Leisner – come anche un buon principio d’anno in compagnia del maestro Kuhn sotto forma di valzer, polka e sorprese musicali. Dall’altra i concerti per pianoforte n° 4 e n° 5 di Ludwig van Beethoven eseguiti da Jasminka Stancul, integrati da un capolavoro poco conosciuto del compositore viennese Anton Webern nonché da due composizioni che sviluppano, attraverso la forma espressiva della musica, temi profondi quali sentimenti patriottici, speranza e nostalgia – stiamo parlando della sinfonia n° 9 di Antonín Dvorák Dal nuovo mondo e de La Moldava di Bedrich Smetana.
Anche d’inverno il Festival del Tirolo Erl non può permettersi di trascurare la musica da camera, l’amore per le miniature musicali e gli ensemble contemporanei che si sposano perfettamente con un programma sinfonico così maestoso. Per questo si chiudono ancora una volta le danze liriche e concertistiche invernali con tre SPECIAL diversi tra loro.
Il direttore Tito Ceccherini offrirà, assieme al suo Ensemble Risognanze, un nuovo modo di vedere la musica contemporanea e le sue potenzialità – favorito da una disposizione peculiare dei posti sul palcoscenico del Festspielhaus, che promette agli spettatori impressioni musicali e visive straordinarie. Micheal Kupfer, mito del pubblico erliano, si esibirà invece in un’interpretazione personale del celeberrimo ciclo di lieder di Franz Schubert Il viaggio d’inverno, accompagnato al pianoforte da Margarita Organesjan. La banda Franui riuscirà a stupire con una sorta di superspecial. Sotto la guida di Andreas Schett questo ensemble musicale fuori dall’ordinario e conosciuto a livello mondiale è presente nel programma sin dagli albori del festival (Erl è stato infatti un trampolino di lancio importante per il gruppo musicale tirolese). In occasione del ventennale della sua nascita, la Franui vuole offrire un excursus completo del proprio repertorio musicale: tuttavia non con un programma concertistico ma addirittura con tre. La serata prevede opere di Schubert, Brahms, Mahler e stupirà non solo i fan sfegatati bensì anche quegli spettatori che non hanno ancora grande dimestichezza con lo stile ineguagliabile dell’ensemble tirolese.

info: la prevendita dei biglietti per l’edizione invernale 2013|14 del Festival del Tirolo Erl comincia sabato 16 marzo 2013. On line all'indirizzo www.tiroler-festspiele.at Tel: +43 5373 81 000 20.

NATALE NEL  TIROLO
Giuseppe Pennisi

mercoledì 27 marzo 2013

Perché questa Troika fa davvero paura in Formiche 27 marzo



Perché questa Troika fa davvero paura

27 - 03 - 2013Giuseppe Pennisi
Perché questa Troika fa davvero paura
Protestare contro la ‘troika’ (Banca centrale europea, Commissione europea, Fondo monetario internazionale) è di moda in Europa tanto quanto lo era in America Latina ed Asia prendersela con il Fmi all’epoca delle crisi debitorie che hanno avuto l’epicentro nei due continenti (rispettivamente alla fine degli Anni Ottanta ed alla fine degli Anni Novanta).
Il riassetto strutturale
Allora, come ora, le proteste erano principalmente rivolte contro le politiche ‘di riassetto strutturale’, e l’‘austerità’ che esse comportavano. Allora se ne sono fatti portavoce numerosi economisti non soltanto dell’America Latina e dell’Asia ma anche degli Usa (ad esempio Stiglitz e Krugman) e dell’Europa (ad esempio Chervel). Con il senno del poi, non tutte le critiche erano giustificate: Paesi come il Messico, il Brasile, la Corea e la Malesia che hanno seguito rigorose politiche di ‘riassetto strutturale’ hanno da anni forti tassi di sviluppo che sanno coniugare con una buona dose di equità.
Austerità senza creascita
Alla ‘troika‘, però, si deve rimproverare non soltanto un’‘austerità’ che non sembra coniugata con ‘riassetto strutturale’ (e con crescita) ma anche scarsa competenza finanziaria ed una miopia acuta. Lo sta mettendo a nudo la crisi di Cipro (di cui non si vede ancora l’uscita); essa è stata, in buona misura, innescata non solamente dall’opacità delle banche cipriote e dalla eccessiva disponibilità dei governi ciprioti ad ospitare flussi di capitale di dubbia provenienza, ma anche da decisioni prese dalla ‘troika’ nell’ottobre 2011. Quando venne messo a punto uno dei ‘salvataggi’ della Grecia, allora boccheggiante e sull’orlo dell’insolvenza.
La decisione dell’haircut greco
In una notte di intensi negoziati venne presa la decisione (d’accordo con il governo di Atene, ma senza che quello di Cipro ne sapesse nulla) di varare quello che, con una punta moralistica, è stato chiamato il Private Sector Involvement Program (PSIP). Pare che l’idea fosse della Bce. In breve chi aveva pensato di ottenere forti rendimenti dai guai della Grecia, avrebbe pagato parte del costo del ‘salvataggio‘ con forte taglio (tra il 50% ed il 75%) del valore nominale delle obbligazioni greche nelle loro scritture contabili. Si pensava di colpire così ‘profittatori’ britannici, francesi ed anche tedeschi.
Le critiche al piano della Bce
Sembra che l’idea sarebbe venuta dalla Bce. Pare che l’allora rappresentante dell’Institute of International Finance (IIF), Charles Dallara, abbia avvertito che istituti di Paesi di piccole dimensioni avrebbero sofferto moltissimo. Dallara non era solo: all’interno della stessa Bce, si erano levate voci, ad esempio, quella dell’economista Francesco Mongelli, il quale ha appena pubblicato un dotto paper (l’Occasional Paper n. 144) in cui non si fa riferimento all’’evento’ specifico (pour cause!) ma si sottolinea come le interdipendenze tra banche nell’area dell’euro provochino effetti a catena di difficile ‘governance’.
La miopia dei leader europei
C’era, però, fretta di concludere. Anche a ragione di elezioni alla porta in vari Stati europei e Länder tedeschi. Insomma, il problema venne posto ma, come Rossella O’Hara in ‘Via col Vento’, la decisione fu ‘Ci penseremo domani…domani è un altro giorno’. Uno dei ‘ padri intellettuali ‘ dell’euro, Paul de Grauwe (ora alla London School of Economics) sottolinea che, da quando è scoppiata crisi, i leader europei sono diventati miopi.
Il tracollo della Laiki
In questo capo, una delle maggiori banche di Cipro, la Laiki, (ora fallita) ha perso in una sola notte ben 2.3 miliardi di euro – cifra che può sembrare trascurabile a grandi istituti internazionali ma che è molto consistente per un Paese il cui Pil non sfiora i 17 miliardi di dollari ed è pari alla metà di quanto la ‘troika’ spera di poter ottenere dal settore privato cipriota. Il tracollo della Laiki ha messo per terra istituti ciprioti ancora più fragili.
L’Italia contagiabile
La vicenda, di cui poco parlano in questi giorni i quotidiani italiani, mostra come la gestione della crisi è sfuggita di mano. Lo scrivono a tutto tondo Robert Engle della New York University, Eric Jondeau e Michael Rockinger nel lavoro, in corso di pubblicazione, per i tipi dello Swiss Finance Institute ‘Systemic Risk in Europe’. Se ne deduce che pure l’Italia sarebbe ‘contagiabile’. Non si parla di queste cose sui giornali ma non sono un segreto nei Palazzi Romani. Alla Farnesina (dove ci sono pochi motivi per stare allegri) si dice con una punta di malizia: ‘Diamo agli indiani Monti e Draghi in cambio dei marò…se se li prendono’.

Roma: una “Passione secondo Matteo” quasi pasoliniana In Corriere Musicale 27 marzo



Roma: una “Passione secondo Matteo” quasi pasoliniana

Antonio Pappano durante l'esecuzione della “Passione secondo Matteo”. Foto Musacchio & Ianniello
Antonio Pappano durante l’esecuzione della “Passione secondo Matteo”. Foto Musacchio & Ianniello

Concerti • Per l’Accademia di Santa Cecilia un’esecuzione del capolavoro bachiano fortemente drammatica e incentrata sulla dimensione umana, diretta da Antonio Pappano con un ottimo cast vocale


di Giuseppe Pennisi

[Il] programma di sala della Passione Secondo Matteo BWV 244 di Johann Sebastian Bach, eseguita nella stagione dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia il 13, 25 e 26 marzo con la direzione di Antonio Pappano, include, oltre alla consueta iconografia del barocco tedesco (per situare il lavoro nel tempo in cui venne concepito ed eseguito per la prima volta) alcuni fotogrammi del film Il Vangelo Secondo Matteo di Pier Paolo Pasolini. Ad una prima veloce scorsa del programma, non abbiamo immediatamente compreso il nesso tra i fotogrammi e la lettura che Antonio Pappano avrebbe dato alla partitura. Chi scrive ricorda di aver visto il film di Pasolini una prima volta a Roma nel 1964, quando uscì nelle sale, ed una seconda nel 1969 in una grande sala cinematografica del Cairo, dove si poteva sentire quasi fisicamente l’emozione con cui il pubblico (per l’80% musulmano, il resto in gran misura cristiano copto) seguiva il film: applausi a ciascun miracolo, grida (di riprovazione) contro i Sacerdoti, Erode e Pilato, ed una vera e propria ovazione alla Resurrezione.
Tra le Passioni messe in musica da Bach, quella secondo Matteo è probabilmente la più “umana” (così come il Vangelo da cui è tratta): il centro focale – ha scritto efficacemente Stefano Catucci in un saggio sul tema – è «la dimensione umana, troppo umana dell’“ingiuria”»; per un’epoca dalla coscienza religiosa così radicata come quella di Bach, «il racconto di un Dio ingiuriato, flagellato, crocifisso, abbandonato persino dal Padre, rappresentava un autentico rovello tragico». È lo stesso «rovello tragico» posto al centro del film di Pasolini di quasi cinquant’anni fa. Antonio Pappano ha un temperamento fortemente drammatico, anche in ragione dal suo approdo al sinfonismo dopo lunghi periodi in teatri d’opera (esperienza che, peraltro, prosegue con il suo incarico al Covent Garden), quindi nella sua lettura della partitura enfatizza (come fa il film di Pasolini) questa «dimensione umana». Molto più di alcune importante registrazioni discografiche (come quella diretta da John Eliot Gardiner, che accentua le preziosità barocche, o quella di Nikolaus Harnoncourt, anch’essa squisitamente settecentesca o quella quasi epica di Wilhelm Furtwängler).
Non siamo alle prese di un’esecuzione semiscenica (oppure direttamente scenica), come avviene spesso in teatri tedeschi specialmente in periodo pasquale, ma di una produzione che rispetta rigorosamente la disposizione dell’organico impiegato nella Thomaskirche di Lipsia l’11 aprile 1727: l’orchestra ed il coro sono divisi in due parti (allora, pare, si lavorò con due orchestre e due cori), il concertatore al centro attorniato dai solisti e nella prima parte un vasto coro di voci bianche (quasi 60 elementi) sta a mo’ di fondale. La vis dramatica si avverte sin dall’introduzione orchestrale e dal coro che chiama alla contemplazione del sacrificio e della pietà di fronte alla contemplazione della croce ed ha subito riscontro nelle brevi domande del secondo coro in cui si avverte lo sgomento della folla che, con l’inizio della Passione, perde i propri principali punti di riferimento. Pappano sottolinea gli accordi di settima diminuita e le brusche modulazioni delle profezie di Gesù a proposito della propria imminente passione e le giustappone con la musica relativamente più lieta dell’istituzione dell’Eucarestia.
applausi
Foto Musacchio & Ianniello
Anche se non si può parlare di vero e proprio sviluppo psicologico dei personaggi – Bach segue rigorosamente i capitoli 26 e 27 del Vangelo secondo Matteo con testi di arie interpolati da Picander (pseudonimo di Christian Heinrich Henrici) – le dramatis personae risultano come scolpite: dall’Evangelista-narratore (si sono alternati due tenori nelle tre repliche: il 25 marzo era Cornal Frey), a Cristo (il basso Matthias Goerne), ìl Sommo Sacerdote (il basso Peter Mattei), Ponzio Pilato, Giuda e secondo Sommo Sacerdote (Mirco Palazzi), le due protagoniste femminili in vari ruoli (il soprano Sally Matthews ed il contralto Ann Hallenberg) e Carlo Putelli nel breve ma incisivo ruolo del testimone. Pur in un’esecuzione quasi ecclesiastica, il vasto numero di personaggi – molto più numeroso che nelle altre Passioni di Bach – fa quasi scivolare naturalmente la partitura dalla dimensione oratoriale a quella di un dramma in musica. Tanto più che gran parte delle voci vengono proprio dal teatro d’opera ed è soprattutto lì che perseguono la loro carriera. Un cast di alto livello in cui tutti, con l’eccezione di Sally Mattews, hanno una perfetta dizione tedesca (il lavoro è stato eseguito senza sovrattitoli).
Nelle arie, gli strumenti (sia in assolo che insieme) sono andati di perfetto concerto con le voci. Oltre alle eccellenti melodie e al contrappunto, nella produzione ceciliana vengono messi in risalto i lati spettacolari della composizione rispetto al testo. Come quando, ad esempio, mentre il contralto canta il suo pianto dirotto e scoppia in lacrime, i flauti iniziano a suonare uno staccato che somiglia ad un acquazzone. O quando i violini intonano  un motivo violento per simboleggiare la flagellazione. Nel passaggio sul «serpente», marcato da una melodia sinuosa e ondeggiante. Oppure quando la folla grida «Crocifiggilo» due volte con un tema dissonante e frastagliato  a cui fa da contrasto il quieto e meditativo intermezzo a significare la calma interiore delle Fede.
Per tornare al tema iniziale di questa nota, Pappano, il cast, l’orchestra ed i cori hanno dato una lettura quasi pasoliniana dell’umano, troppo umano di questa Passione che ha inchiodato il pubblico per tre ore e mezzo (intervallo compreso), sino a quando è esploso in una grande ovazione.
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