lunedì 18 luglio 2011

OLIMPIADI/ Chi l'ha detto che a Roma "convenga" vincerle? Il Sussidiario 18 Luglio

OLIMPIADI/ Chi l'ha detto che a Roma "convenga" vincerle?
Giuseppe Pennisi
lunedì 18 luglio 2011
Zingaretti, Polverini, Giro e Alemanno dopo la vittoria su Venezia (Ansa)
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OLIMPIADI/ Cochi (Pdl): adesso è Roma contro il resto del mondo
ROMA 2020/ Cochi (Pdl): così le Olimpiadi cambieranno la città
vai al dossier Roma Città Olimpica 2020
Prima di essere “triste”, la disciplina economica è “ficcanaso”: si occupa un po’ di tutto. Da anni si fanno analisi economiche delle Olimpiadi non sulla base di sensazioni o punti di vista, ma di solidi numeri per quantizzare costi e ricavi, delineare strategie vincenti, mettere in guardia da tattiche perdenti. L’esito di queste analisi, per chi si prende la briga di leggere e studiarle (a questo fine, non per dare sfoggio di erudizioni, forniamo i riferimenti puntuali) ha portato a un secco “no” alla candidatura di Venezia e un deciso “sì” a quella di Roma per i Giochi Olimpici del 2020. La capitale d’Italia è oggi in gara. Vediamo quali sono le ragioni economiche che l'hanno fatta preferire a Venezia, quali le chance di ottenere una decisioni favorevole da parte del Comitato Olimpico Internazionale, quali le opportunità, quali i rischi. Sono temi affrontati dalla Commissione Marzano sul futuro della capitale con cui ho lavorato.L’Università di Amburgo ha esaminato (Hamburg Contemporary Economic Discussions, n. 2, 2007) 48 candidature nell’arco di tempo 1992-2012 e costruito un modello che tiene conto della logistica, della situazione climatica, e del tasso di disoccupazione. Lo strumento si è rivelato efficacissimo nell'individuare canditure che sono state effettivamente bocciate (un tasso del 100%) e nel 50% ha azzeccato quelle che hanno vinto. Dato che Olimpiadi a Venezia vogliono dire logistica più complicata e clima più caldo e umido rispetto a Roma (il tasso di disoccupazione è simile), ove avessimo candidato Venezia, probabilmente non avremmo superato neanche il primo ostacolo. Roma, invece, parte con buoni voti in logistica.Le Olimpiadi, però, non sono necessariamente “un affare” in termini di ricavi finanziari (giustapposti a costi finanziari) per la città, o le città, che ospitano, i loro alberghi, ristoranti, negozi e via discorrendo. Tre economisti greci hanno condotto una valutazione ex-post delle Olimpiadi di Atene del 2004 (è pubblicata sulla rivista Applied Financial Economics, Vo. 18 n. 19 del 2008); finanziariamente, hanno guadagnato solo gli sponsor, ma non quando si sono svolti le gare o dopo l’evento: le loro azioni hanno avuto una rapida ma breve impennata quando la capitale greca è stata scelta - quindi, l’aumento della valorizzazione è dipeso dall’”effetto annuncio”.

Interessante una dettagliata valutazione ex-ante dei giochi invernali Vancouver; i costi superano i benefici, anche senza contabilizzare le spese per l’infrastruttura (perché permanenti e non connesse solo all’evento) e quantizzando l”orgoglio della città e della Provincia” di ospitare le gare. In effetti, i flussi turistici aggiuntivi sono stati modesti; i costi associati al turismo olimpico spesso superano i ricavi, come peraltro già rilevato in occasione di altre Olimpiadi , ad esempio di quelle tenute nel 1996 ad Atlanta in Georgia.

Uno dei lavori sugli esiti economici non brillanti delle Olimpiadi di Atlanta è intitolato: “Perché gareggiare per essere sede di Giochi?”. La risposta viene data da due saggi relativi uno alle Olimpiadi di Pechino del 2008 (pubblicato nello Sports Lawyer Journal Vol. 15 del 2008) e l’altro alla Coppa del Mondo giocata in Germania nel 2006 (CESifo Working Paper No. 2582 del 2009). I costi alla collettività vengono in questi casi superati, anche di molto, dai benefici alla collettività perché l’evento riguarda l’intera Nazione. Le Olimpiadi di Pechino sono state, afferma lo studio, “un’opportunità d’oro perché la Cina sia accettata a livello mondiale”. La Coppa del 2006 ha accelerato di 20-40 anni il processo di integrazione sociale tra le Germanie dell’Ovest e dell’Est. Le stime quantitative (effettuata attraverso il metodo delle valutazioni contingenti) non sono state messe in discussione da nessun statistico. Un carta di più per Roma: olimpiadi nazionali per accelerare l’integrazione del Sud con il Nord
Fatto il primo passo – la scelta e la formalizzazione della candidatura, occorre fare bene i successivi in vista dell’obiettivo 2020 – indurre il Comitato Olimpico a scegliere Roma come sede delle Olimpiadi per quell’anno. Noi romani abbiamo lezioni sia buone sia meno positive di esperienze analoghe. In particolare, le opportunità vennero colte con giudizio quando venne presentata la candidatura della città in vista delle Olimpiadi del 1960: la proposta venne inserita in un grande complesso di modernizzazione di Roma, e dell’Italia, che comprendeva, unitamente agli impianti sportivi ed al villaggio per ospitare atleti e delegazione, un nuovo sistema di trasporto urbano e collegamenti veloci (vi ricordate il “Settebello”?) con il resto d’Italia e del mondo. Fu l’attenzione agli aspetti strutturali di lungo periodo a convincere il Comitato. Inoltre si era in pieno miracolo economico: nel 1963, ad esempio, per la prima (e ultima volta) il tasso disoccupazione dell’Italia scese al di sotto del 3% della forza lavoro.

Meno incoraggianti le lezioni che si possono trarre dal Giubileo 2000, un’opportunità in parte mancata, come mostra la scarsa od incerta utilizzazione di alcuni manufatti (la stazione per il collegamento Ostiense-Aeroporto; il grande parcheggio sotto il Gianicolo), nonché per la dispersione dello sforzo in mille rivoli di manutenzioni straordinarie di Palazzi e luoghi di culto (certamente utili ma prive di impatti di lungo periodo).
Per prendere il meglio dalle esperienze positive e scartare il peggio di quelle negative, le Olimpiadi si presentano come un’opportunità irrepetibile da cogliere per la trasformazione di Roma (e del suo hinterland) perché diventi il centro della tecnologia in Italia. Ciò è possibile unicamente nella capitale perché, in quasi tutto il mondo, la Pubblica amministrazione è la leva essenziale per iniettare alta tecnologia nel Paese. Ciò è anche il modo per dare linfa al tessuto di piccole e medio imprese, spesso familiari, che caratterizza Roma ed il Lazio.

Sotto il profilo del metodo, occorre sottolineare che l’investimento di lungo periodo in capitale sociale (fisso e/o immateriale) ha due tipologie di effetti: a) keynesiani nella fase di cantiere ; b) neoclassici in quella a regime. I primi comportano un aumento di consumi ed occupazione (nonché, tramite il moltiplicatore, d’investimenti nell’arco di un certo numero di anni). I secondi un aumento della produttività dei fattori a ragione della maggiore e migliore dotazione di capitale. Tanti i primi quanto i secondi possono essere quantizzati utilizzando una matrice di contabilità sociale (Sam) ed un modello computabile di equilibrio economico, Cgem (generale o parziale). In Italia, è stato fatto lavoro pioneristico in materia da alcune Regioni . Dal 1996, l’Istat non rileva più la Sam italiana a ragione delle restrizioni di bilancio. Tuttavia in casi recenti (l’analisi economica e finanziaria della transizione da televisione analogica a digitale terrestre) è stato possibile effettuare aggiornamenti parziali (come documentato nel libro Bezzi e altri Valutazione in Azione, F. Angeli 2007). Inoltre, il Presidente dell’Istat , Enrico Giovannini, ha posto l’aggiornamento della Sam tra le priorità dell’Istituto
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Quindi, esistono le basi per presentare al Comitato Olimpico una valutazione di livello internazionale del complesso degli investimenti, oltre che analisi dei costi e dei benefici dei singoli progetti. E costruire, così, la carta vincente.

I due tagli che possono far digerire la finanziaria in Il Sussidiario 18 luglio

Economia e Finanza
MANOVRA/ I due tagli che possono far digerire la finanziaria
Giuseppe Pennisi
lunedì 18 luglio 2011
Foto Imagoeconomica
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MANOVRA FINANZIARIA 2011/ Bollo, titoli, depositi: cosa cambia?, di G. Credit
GEOFINANZA/ Vi presento i "cavalieri bianchi" che hanno salvato l’Italia, di M. Bottarelli
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In giorni non sospetti, ossia prima dell’approvazione e subito dopo, ilsussidiario.net ha espresso perplessità su numerosi aspetti della manovra di finanza pubblica. Non è necessario ripeterli: ora è legge dello Stato e occorre chiedersi cosa fare perché vengano raggiunti gli obiettivi di azzeramento dell’indebitamento, di riduzione dello stock di debito pubblico (in assoluto e in rapporto al Pil) e di rilancio dell’economia dall’andamento rasoterra che la caratterizza da anni.
La principale preoccupazione di tutti dovrebbe essere individuare elementi aggiuntivi perché la strategia abbia successo. Abbandonarsi alle geremiadi o appartenere al partito del “tanto peggio, tanto meglio” vuole dire solo aggravare ulteriormente una situazione già molto difficile per tutti gli italiani.
I “nove impegni” indicati dal più diffuso quotidiano economico del Paese includono molte buone idee, ma mancano all’appello due aspetti essenziali: la coesione sociale e l’effetto dimostrativo di alcune scelte di politica settoriale.
Con il primo termine si vuol dire che le manovre di rientro dal debito sovrano hanno di solito successo se rafforzano la coesione sociale, non se la indeboliscono. Occorre, infatti, uno sforzo comune e condiviso da tutti gli italiani. Venti anni fa, in un libro pubblicato con Giuseppe Scanni per i tipi di Marsilio, passai in rassegna le politiche di riassetto strutturale attuate in seguito alla crisi del debito sovrano (principalmente dell’America Latina) della fine degli anni Ottanta: appariva evidente come la coesione sociale fosse l’elemento determinante.
Dieci anni dopo, in seguito alla “crisi asiatica”, Joseph Stiglitz (oggi Premio Nobel) diede le dimissioni dalla carica di Vice Presidente della Banca mondiale, proprio perché l’istituto accettava troppo supinamente le idee del Fondo monetario e la loro scarsa attenzione alla coesione sociale. Da allora, i programmi di riassetto supportati da Banca e Fondo includono sempre un rafforzamento, non un annacquamento, della rete di tutela sociale. Sarebbe presuntuoso dire che si tratta di considerazioni adatte ai Paesi in via di sviluppo: il Cepr Discussion Paper No DP8010 giunge esattamente alle stesse conclusioni per l’area dell’euro.
Queste citazioni non vengano fatte per supponente spirito accademico (per sé sarebbe bene se approntando manovre grandi e piccole si prendesse contezza della letteratura in materia), ma perché qualcosa si può fare subito: un decreto per dimezzare immediatamente i “benefits” della “casta” (non sarebbe meglio parlare di “nomenklatura”?), in attesa che le varie Commissioni studino quanti debbano essere gli eletti e quali i loro emolumenti in una democrazia. Si dovrebbe finalizzarne i risparmi di spesa al supporto delle famiglie nelle fasce basse di reddito. Ciò spronerebbe la coesione sociale e renderebbe meglio raggiungibili gli obiettivi complessivi della manovra.È una “modest proposal”: non la si faccia cadere adducendo che i grandi non devono occuparsi “de minimis”.


Anche la seconda è una “modest proposal”: senza gingillarsi troppo se privatizzare le Poste e le Ferrovie, si cominci subito dalla Rai (finalizzando i ricavi o le mancate perdite al risanamento del debito pubblico). Può sembrare una proposta bislacca, specialmente perché nelle condizioni attuali è arduo trovare chi si voglia comprare l’azienda.
A questo riguardo sarebbe bene che il ministero dell’Economia e delle Finanze passasse i conti Rai al microscopio: se, come pare, sono analoghi a quelli del Banco di Sicilia e del Banco di Napoli nel 1992, dovrebbe scattare subito un’azione di responsabilità nei confronti degli amministratori seguita dal commissariamento per vendere l’intera azienda o alcuni rami.
Si potrebbe ironizzare che unicamente la Croce Rossa, la Caritas o simili potrebbero essere convinti a fare tale azione caritatevole (sempre che l’avessero a prezzo zero e con mani libere nel rimettere in sesto ciò che resta di un’azienda per decenni in monopolio). Occorre utilizzare immaginazione, esperienza e fegato: seguire i suggerimenti di Steve H. Hanke, Direttore del Centro di economia applicata dell’Università Johns Hopkins di Baltimore e Senior Fellow del Cato Institute. Ossia, dare azioni Rai a tutti gli italiani, in base all’età anagrafica di ciascuno, quanto più si è anziani tanto più si è pagata l’imposta più aborrita, il canone (e ci si è sorbiti Santoro, Baudo e quant’altro), avendo, dunque, titolo a un risarcimento.
Le azioni sarebbero vincolate per un lasso di tempo - ad esempio, cinque anni - a non essere poste sul mercato, ma a essere destinate a un fondo pensione aperto (e ad ampia portabilità) a scelta dell’interessato, il quale, però, manterrebbe tutti i diritti (elezione degli organi di governo, vigilanza sul loro operato, definizione dei loro emolumenti) di un azionista (in base alle azioni di cui è titolare sin dal primo giorno). Gli azionisti deciderebbero se scorporare le reti. Unica regola: pareggio di bilancio. Se l’indebitamento supera certi parametri la liquidazione diventerebbe obbligatoria.
E il “servizio pubblico”? Nell’età della rete delle reti, ci bada Internet: già adesso tutti i dicasteri, le Regioni, le Province, i Comuni, le Comunità Montane dispongono di siti interattivi. I siti di informazione e contro-informazione pullulano, tanto generalisti quanto specializzati.
E la cultura? In primo luogo, pensiamo che gli italiani siano meno imbecilli di chi compila gli attuali palinsesti: una Rai che risponde al popolo azionista proporrà più cultura dell’attuale (come dimostrano gli abbonamenti a canali culturali digitali). La neuro-economia sostiene che ne risulterebbe una spinta d’entusiasmo nel Paese da facilitare il rilancio.

Aix-en-Provence, Haendel e Shostakovic a braccetto, Milano Finanza 15 luglio

Con una rete di coproduzioni, il Festival d'Aix-en-Provence (in corso sino al 25 luglio) anticipa quello che si vedrà la prossima stagione nei teatri italiani e stranieri. Il delizioso Acis e Galatea di Georg F. Haendel (co-prodotto con La Fenice) sarà al Malibran di Venezia in autunno.
La direzione musicale è di Leonardo Garcia Alarcon, l'allestimento calligrafico di Saburo Teshigawara e il cast è composto da giovanissimi. La breve opera è ben riuscita anche grazie all'impasto sensuale tra le voci, i flauti e le corde del piccolo organico. Arriveranno in Italia anche Thanks to my eyes di Oscar Bianchi (lavoro che ha inaugurato il festival) e il grandioso Il Naso di Dmitri Shostakovic, curato da Kazushi Onu (per gli aspetti musicali) e da William Kentridge (per quelli teatrali). La prima opera, commissionata per l'inaugurazione e destinata a una lunga tournée (la co-producono cinque teatri), si basa su quattro solisti, due voci recitanti e un ensemble di 12 strumenti. Il lavoro presenta in 24 rapide scene la maturazione di un giovane nei confronti di un padre-padrone. La scrittura orchestrale è elegante (dirige Franck Ollu), così come quella vocale (notevole il controtenore Hagen Matzer). Il Naso, co-prodotto senza lesinare mezzi con il Metropolitan, è una festa scoppiettante di trovate e tecnologia. Di Mozart è stato invece presentato un nuovo allestimento di La Clemenza di Tito con una sontuosa London Symphony Orchestra diretta da Sir Colin Davis. (riproduzione riservata)

I LIBRI DEI MINISTRI: RENATO BRUNETTA- LE VIE DELLA FELICITA'

LIBRI DEI MINISTRI-RENATO BRUNETTA
LE VIE DELLA FELICITA’
Giuseppe Pennisi
I mercati internazionali hanno preso di mira l’Italia ed il suo debito, l’euro minaccia di andare a ramengo, sul fronte internazionale nessuno sa più quante guerre sono in atto, ma c’è un Ministro felice: il neo-sposo Renato Brunetta, titolare della funzione pubblica e dell’innovazione. Ha dribblato chi voleva contestarlo, celebrando le nozze a mezzanotte. Un marchingegno analogo era stato escogitato da Renzo Tramaglino nella “notte degli imbrogli” del Romanzo (quello con la “R” maiuscola che tutti abbiamo studiato al Liceo), ma mentre al filatore del comasco il tentativo andò a buca, al Ministro è andata con i fiocchi (tanto che se ne è interessata pure la stampa straniera).
Naturale , quindi, che nella veste di Professore (si indossa “ad aeternum” come la tonaca sacerdotale), si è gettato, mentre tutti intonano geremiadi, nella letteratura più fresca in materia di “happiness economics”, ossia l’economia della felicità. Lo ha colpito un lavoro ancora inedito di Jennifer Aaker , Sep Kamvar e Cassie Mogilner ( i primi due lavorano a Stanford, il terzo alla Wharton School a Filadelfia) su “il significato mobile di felicità economica (sta per uscire come working paper 2070 della Stanford Business School; è un’indagine empirica basata su 12 milioni di blog personali ed una serie di analisi statistiche ed esperimenti da laboratorio economico. Mostra che il significato di felicità economica cambia nel corso del ciclo vitale; per i giovani è associato ad eccitazione, per gli anziani a pace e serenità. Questo vuol dire che le politiche devono tenere conto dell’invecchiamento specialmente se , come stanno studiando Istat e Cnel, si intende integrare il Pil con misure della felicità. Il Ministro si sente giovane ma ama la pace e la serenità. Mentre tutti si agitano.
Altro saggio su cui meditare viene dal principale istituto di ricerca tedesco (il CESifo): è il documento di lavoro n. 3451 in cui una squadra internazionali (Robert Goudie, Sach Mukerjee, Jan Emmanuel De Neve, Andrew Oswald e Stephen Wu) esaminano il nesso tra felicità e grado di rischio nelle decisioni finanziarie ed economiche. Utilizzando dati su 300.000 americani si conclude che chi è e si considera felice mette più frequentemente le cinture di sicurezza e minimizza gli incidenti automobilistiche. Perché tante facce lunghe in Consiglio dei Ministri? Dato che governare è scegliere calcolando i rischi, con gioia si governa meglio.
Lo conferma una specialista di management del calibro di Cynthia Fisher di Bond University in un saggio apparso alcuni mesi fa sulla “International Management Review” ed ora giunto alla sua attenzione: quanto più si è felici tanto più si lavora e si governa meglio.
Lo dicono anche i francesi Claudia Senik della Sorbona e Andrew Clark della Paris School of Economcs nello IZA Discussion Paper 5595. Al termine di un lavoro certosi su dati Nazioni Unite e Banca Mondiale concludono in base alla quale la felicità è un motore di crescita (del Pil) non soltanto non può essere esclusa per i Paesi in via di sviluppo ma è chiaramente dimostrata da dati inoppugnabili sulla durata e qualità della vita in quelli in transizione da economia di piano ad economia di mercato.
Il messaggio è chiaro: Gaudeamus!!

L'ITALIA VISTA DA AIX IL VELINO 13 LUGLIO

L'ITALIA VISTA DA AIX
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Roma - Da Aix en Provence, dove domenica 10 luglio si è conclusa il convegno internazionale annuale del “Cercle des Economistes” (come di consueto in parallelo con l’inizio del “Festival International d’Art Lyrique), l’Italia appare differente da quanto si legge sui giornali di Roma e Milano. Anche la mattina del 13 luglio, vigilia della festa nazionale per la Presa della Bastiglia, la stampa, ad esempio “Le Figaro”, aveva servizi ottimistici sia sulla messa a punto e l’attuazione di un piano per tamponare la crisi del debito sovrano nell’Unione Europea, Ue, sia in particolare sulle possibilità di ripresa dell’Italia. Altre testate sottolineavano la ripresa della Borsa dopo l’accordo bi-partisan per un aggiustamento finanziario maggiore di quello inizialmente annunciato. Ma torniamo al convegno, di cui la stampa italiana ha trattato solamente alcuni aspetti e forse non i più significativi. L’unica manifestazione aperta ad esterni (i maggiori nomi europei, americani ed asiatici) della più autorevole associazione francese di economisti (il sodalizio è limitato per statuto a 30 soci cooptati con grande rigore), ha luogo proprio quando prende l’avvio un festival musicale. Il nesso tra i due appuntamenti annuali è di lunga durata ed in parte dovuto al fatto che gli sponsor (del convegno e del festival) sono gli stessi e che la manifestazione musicale è diventata un luogo d’incontro (e di negoziati ufficiosi) di rilievo internazionale. Quest’anno - le coincidenze non sono sempre dovute al caso - il Festival è stato inaugurato non, come avviene di solito, da una delle 22 opere del catalogo di Mozart (alla cui “renaissance” in Francia si deve la manifestazione) ma da un’opera di un’ora e mezza di un giovane compositore milanese , Oscar Bianchi, 36 anni; nei prossimi mesi, il lavoro girerà nei maggiori teatri europei.


Un segnale indiretto, ma rivelatore, della fiducia che nel mondo in generale (anche in quello delle “musa bizzarra e altera”, la lirica) si ha nella capacità dell’Italia di poter riprendere, in tutti i campi, a risalire la china. Un’indicazione analoga si è avuta non tanto nei comunicati ufficiali quanto nel discorso con cui il Presidente della Banca centrale europea (Jean Claude Trichet) ha aperto i lavori della sessione finale dell’incontro (le conclusioni sono state, come di consueto, affidate ad una “dichiarazione finale” del Cercle des Economiste). Trichet si è volutamente agganciato a quanto detto, la prima giornata, dal Governatore della Banca d’Italia Mario Draghi (suo successore all’Eurotower): non siamo stati in grado di prevedere ampiezza e spessore della crisi; sia per uscirne sia per evitarne un’altra, è “indispensabile il rafforzamento della governante europea”. “La creazione di un Ministero dell’Economia europeo non è né per domani né per dopodomani” ma un rafforzamento della cooperazione in materia di politica di bilancio è per oggi. Nel contempo, il Ministro del Bilancio (e portavoce del Governo) della Francia Valérie Pécressé ha presentato ha presentato un programma di riassetto della finanza pubblica d’Oltralpe molto simile a quello varato per l’Italia dall’Esecutivo, ed ora rivisto ed ampliato ed in fase di approvazione.


Hanno suscitato notevole interesse le proposte in materia, rispettivamente, di rafforzamento della concorrenza, di miglioramento della produttività del sistema, di investimenti di lungo periodo e di politica industriale europea presentate da Mario Monti, Franco Bassanini ed Edoardo Reviglio. Si applicano non solo all’Italia – si è ascoltato dire più volte nel corso del convegno - ma a gran parte dell’Europa in quanto coniugano stabilità e convergenza, da un lato, e sviluppo, dall’altro. Rappresentano un percorso per giungere ad una nuova “economia sociale di mercato” (il tema del convegno era “Il mondo in tutti gli Stati”) che coniughi integrazione economica internazionale con una crescita sostenibile ed inclusiva. La “ricetta Tremonti” – si è ascoltato nei corridoi dell’università dove si svolgeva il convegno- ed in eventi collaterali - rappresenta il dosaggio appropriato di rigore finanziario pluriennale e di stimoli alla crescita. Su questo ottimismo di fondo, però, c’è una nube nera: la bufera giudiziaria degli ultimi giorni che minaccia di coinvolgere il Ministro dell’Economia e delle Finanze e, quindi, di mettere a repentaglio il programma di risanamento dei conti e sviluppo dell’economia reale. Lo afferma, senza mezzi termini, il Presidente della Bce Jean-Claude Trichet in conversazioni private (ma non troppo) con gli italiani presenti a Aix: “evitate di indurre Tremonti alle dimissioni o di diminuirne il ruolo”. In Europa, l’attuale Ministro dell’Economia è ormai percepito, a ragione o a torto, come l’orpello principale su cui regge il programma per rimettere l’Italia sulla corsia appropriata, per evitare il contagio della crisi finanziaria della Grecia (nonché del Portogallo e della Spagna), e per impedire eventuali smottamenti dell’euro. Dal suo futuro, che oggi pare molto legato al “teatrino della politica” italiano, dipende una posta europea (ed internazionale) di grande rilievo.
(Giuseppe Pennisi) 13 Luglio 2011 19:00
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ANCHE LE MONDE SI INCHINA A THANKS TO MY EYES DI OSCAR BIANCHI , IL SUSSIDIARIO 12 LUGLIO

AIX-EN-PROVENCE/ Anche Le Monde si inchina a "Thanks to My Eyes" di Oscar Bianchi
Giuseppe Pennisi
martedì 12 luglio 2011
Un momento di "Thanks To My Eyes" di Oscar Bianchi
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RAVENNA FESTIVAL/ "I due Figaro" di Mercadante, rinati con Riccardo Muti
PUCCINI/ L'orchestrazione in primo piano ne "La bohème" diretta da James Conlon
Aix-en-Provence e Salisburgo sono i festival estivi dove meglio si toccano con mano le tendenze del teatro lirico. Si tengono rispettivamente in luglio e agosto, propongono regie moderne (spesso attualizzando al giorno d’oggi vicende ambientate da librettisti e compositori in tempi lontani), utilizzando abilmente il sistema delle coproduzioni e attirando artisti di rango. C’è una differenza sostanziale tra Aix e Salisburgo (di cui parleremo nella seconda metà di agosto); mentre i lavori presentati in luglio nella capitale della Provenza già in settembre circolano in vari teatri, a Salisburgo vale la regola in base alla quale solo due anni dopo la prima rappresentazione della produzione, lo spettacolo può essere “ceduto”, di solito a nolo, al di fuori del ristretto numero di chi lo ha prodotto. Ad esempio, soltanto il prossimo ottobre vedremo alla Scala un “Der Rosenkavalier” allestito a Salisburgo nell’estate 2005.

Soffermiamoci sugli aspetti musicali del Festival di Aix 2011 tenendo presente che molti lettori potranno apprezzare quelli drammaturgici se e quando lo spettacolo si potrà vedere su canali specializzati come "RAI5" o "Classica". Il vostro critico ha visto 4 delle 6 opere in programma tra il 5 e il 25 luglio.

Una prima notazione. Il Festival nasce con una vocazione “mozartiana”, poco rappresentato Oltralpe sino alla seconda metà del Novecento ed è quasi sempre inaugurato da un nuovo allestimento di una delle 22 opere del salisburghese. Quest'anno l’inaugurazione è stata affidata alla Prima mondiale di un’opera del milanese Oscar Bianchi (35 anni), poco noto, forse, in Italia ma molto applaudito all’estero. Bianchi, che ha studiato al Conservatorio Verdi di Milano prima di completare la propria formazione all’IRCAM di Parigi e alla Columbia University è alla sua prima opera per il teatro.


“Thanks to My Eyes” tratta di una pièce di Joël Pommerat che ha avuto notevole successo in Francia nella metà del decennio scorso è doppiamente un’opera prima: una prima composizione per il teatro in musica e la consacrazione a uno dei maggiori festival internazionali.

Il lavoro di Bianchi non si fermerà a Aix; in marzo 2012 sarà in due teatri della regione parigina, in aprile alla Monnaie di Bruxelles, in maggio a Lisbona e in giugno a Madrid. Si parla già di una possibile trasferta negli Stati Uniti.

Basata su un dramma simbolista e impressionista riguardante i rapporti tra un padre-padrone e suo figlio. La scrittura orchestrale e vocale di Bianchi, pur mantenendo alcune convenzioni dell’opera tradizionale (ci sono, ad esempio, due duetti, alcuni ariosi e pure una “scena della pazzia”) è ricchissima: molto timbrica quella orchestrale (12 strumenti) ma al tempo stesso intrisa di melanconia. Le voci seguono le convenzioni: il padre è un basso (Brian Bannatyne-Scott), le due donne (Karen Motseri e Fflur Wyn) due soprano lirici (una con agilità e coloratura), ma per Aymar Bianch scava nella vocalità seicentesca e porta un controtenore in grado sia di ascendere a tonalità altissime sia a giungere a toni baritonali. Non manca uno spiffero di elettroacustica per dilatare alcuni momenti. “Le Monde” ha dedicato una pagina a questo lavoro parlando di “ritratto magistrale delle melanconia” della società di oggi.


Molto atteso il nuovo allestimento di “La Traviata”, che dopo una tournée in Francia, entrerà in repertorio alla Staatsoper di Vienna. In buca, la London Symphony Orchestra (per quattro “in residenza” al Festival) diretta da Louis Langrée (una delle migliori bacchette del momento). Tra le voci, Nathalie Dessay (nota principalmente come soprano di coloratura, ma reduce da due operazioni alle corde vocali), Charles Castronovo (giovane tenore americano di recente protagonista del mozartiano “Ratto dal Serraglio” a Roma) e Ludovic Tézier (da decenni il principe dei baritoni francesi). Langrée legge “La Traviata” come una struggente preparazione a una morte in giovane età: dilata, quindi, i tempi e scava nei dettagli orchestrali , con l’accortezza di non coprire mai le voci. Differenti e divergenti i punti di vista sulla Dessay: grandissima interprete drammatica smussa quegli aspetti di “coloratura” e di agilità che più piacciono al pubblico - dimenticando che il “superacuto” al termine di Sempre Libera è frutto “di tradizione” di soprano virtuosisti non della partitura verdiana. Ottimo vocalmente il prestante Castronovo. Sempre un piacere ascoltare Tézier anche se non ha più il “legato” di un tempo.


Con “La Clemenza di Tito” (terza , in ordine di presentazione, delle 6 opere in programma) arriva un Mozart sontuoso con un lavoro che è un vero inno alla tolleranza. La London Symphony Orchestra diretta dall’83nne Sir Colin Davis dà il meglio di sé (magnifici gli interventi del clarinetto). Gregory Kunde è un Tito diseguale; due grandi interpreti sono Carmen Giannattasio (Vitellia), specialmente nella grande aria Non più fiori e Sarah Connolli (Sesto) con un Parto, Parto ma tu Ben Mio da antologia, nonché la giovanissima Anna Stephany (Annio), di cui si riparlerà a lungo.


Veniamo, infine, a “Il Naso” di Šostakovic, co-prodotto con il Metropolitan di New York e l’Opera Nazionale di Lione. L’attenzione è puntata sull’impianto scenico e registico di William Kentridge (di cui di è vista questa stagione la produzione de “Il Flauto Magico”). Il gioco scoppiettante di gag futuriste e dadaiste contro l’arroganza del potere burocratico non sarebbe tale senza la magistrale bacchetta di Kazushi Onu alla guida dell’orchestra dell’Opera di Lione ed una dozzina di affiatati solisti russi maestri di questo tipo di teatro in musica. Arriverà, prima o poi, alla Scala.

COSI' L'ATTACCO DEGLI SPECULATORI SALVA TREMONTI IL SUSSIDIARIO 11 LUGLIO

Economia e Finanza
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FINANZA/ 2. Così l'attacco degli speculatori salva Tremonti
Giuseppe Pennisi
lunedì 11 luglio 2011
Giulio Tremonti (Foto Imagoeconomica)
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INCHIESTA/ Ecco quello che manca alla manovra di Tremonti, di U. Arrigo
FINANZA/ Perchè una patrimoniale di "destra" contro i piccoli risparmiatori?, di L. Torrisi
vai allo speciale Manovra finanziaria 2011
Aix-en-Provence - Quella che, alla fine del primo millennio, fu la capitale del mitico Regno del buon Re René (a cui Averroé affido i manoscritti della letteratura e della filosofia greca salvati dal fondamentalismo islamico che, a Cordova, voleva farne un falò) non è solamente la sede di una prestigiosa università e di una serie di Festival estivi.
Ogni anno, in occasione dell'inaugurazione del Festival International dell'Art Lyrique, vi si tiene la conferenza internazionale del Cercle des Economistes (un club che per statuto può avere soltanto 30 soci) aperta al fior fiore dell'economia mondiale. Dall'8 al 10 luglio, un centinaio di esperti di rango (per l'Italia, Draghi, Bassanini, Monti, Reviglio) si sono dati appuntamento per esaminare il ruolo dello Stato in un mondo sempre più interessato dall'integrazione economica internazionale.
È da questo contesto che il vostro chroniqueur vede le tensioni sui mercati che interessano l'Italia e che hanno portato lo spread dei titoli decennali al livello più alto segnato negli ultimi nove anni. Basta una frase, quella pronunciata a mezza bocca, salutando un suo interlocutore italiano, dal Presidente della Banca centrale europea (Bce) Jean-Claude Trichet: salvate Tremonti; evitate un cambiamento alla guida del ministero dell'Economia e delle Finanze.
Questa testata può sottoscrivere questa affermazione sine ira et studio, come si insegnava un tempo nei licei. In effetti, in una serie di approfondimenti abbiamo criticato numerosi aspetti del decreto di finanza pubblica ora all'esame del Parlamento: la scansione temporale della manovra, l'attenzione verbale più che sostanziale ai costi della politica, la scarsa priorità alla famiglia e ai giovani, la contrazione dell'investimento pubblico, il peso sul ceto medio e anche sulle fasce basse di reddito.
Nessuno può tacciarci che siamo pronti a morire in trincea per salvare il soldato Giulio esclusivamente a ragione di una convinzione fideistica delle sue vere o presunte virtù taumaturgiche oppure in base a una contiguità quasi correntizia. Occorre salvare il soldato Giulio perché in questa fase di tensione sui mercati internazionali a proposito del debito sovrano europeo (l'Italia ha il più alto stock di debito sovrano nell'Unione europea e il terzo al mondo) un cambiamento di responsabile politico dell'economia e della finanza (e ancor peggio) o una crisi di governo potrebbero avere un impatto fortemente negativo su tutto il Paese. Converrebbe, nel breve periodo, unicamente al sempre presente partito del "tanto peggio, tanto meglio", ma nel medio o lungo costerebbe caro ai loro elettori.
La miccia ancora una volta è la Grecia. Il piano di salvataggio, e le stesse misure adottate da Fmi, Ue e Parlamento dell'Ellade non sono che un tampone. Christine Lagarde, che sarebbe dovuta essere a Aix, ha annullato proprio per questa ragione l'impegno preso ed è rimasta a Washington (pare che il CdA del Fmi sia rimasto in seduta tutto questo fine settimana). Sotto il profilo tecnico, il rischio d'insolvenza permane non solo nei confronti di banche francesi e tedesche (che troppo allegramente hanno concesso prestiti alla Grecia), ma anche di istituti greci; dato che l'azionista di riferimento di molti di essi è il Governo di Atene, si arriva al paradosso di un Governo che sarebbe insolvente nei confronti di se stesso, insolvenza che, a sua volta, aggraverebbe i problemi di finanza pubblica.
A questo rischio si aggiunge quello politico, sottolineato con acume da Tyler Cowen della George Mason University: sino a quando gli elettori greci daranno il supporto a Parlamenti (e Governi) che chiedono lacrime e sangue (secondo esperti della Banca mondiale presenti a Aix ci vorranno circa dieci anni perché la cura funzioni)? E sino a quando gli elettori del Nord Europa (Germania, e non solo) saranno pronti a votare Parlamenti (e Governi) disposti a donare sangue (dei loro contribuenti) perché la "cura greca" abbia gli effetti auspicati?
In breve, il futuro del soldato Giulio (e dell'Italia) non sarebbe, al tempo stesso, così cruciale per tutti e così a repentaglio se il contesto internazionale non fosse tanto turbato. L'Italia non è direttamente coinvolta nella crisi del debito greco in quanto su un totale di 87 miliardi di euro di riserve, meno dell'1% sono collocate in titoli greci. Secondo l'Abi e la Banca per i regolamenti internazionali, gli istituti di credito italiani sono poco o per nulla esposti nei confronti della Grecia, nonostante gli incentivi della Repubblica Ellenica ad aprire sportelli e a finanziare imprese e investimenti del Paese.
In breve, il contagio finanziario diretto sarebbe verosimilmente di portata molto modesta, ma i suoi effetti potrebbero essere amplificati dalla situazione dei nostri conti pubblici, dall'andamento lento dell'economia reale e dalle fibrillazioni politiche. In particolare, nello scenario peggiore, ove la Grecia uscisse dall'area dell'euro con il rischio di uno smottamento dell'unione monetaria, senza una tenuta salda dei conti pubblici e del quadro politico interno, la fiducia dei mercati nei confronti di Roma rischierebbe di crollare.
Come nell'estate del 1992, quando in seguito al risultato negativo del referendum della Danimarca nei confronti del trattato di Maastricht, i mercati persero ogni stima nei confronti di un'Italia i cui Ministri cadevano come birilli all?'annuncio di avvisi di garanzia.