CLT - *Rai/ Privatizzarla, ecco come farla diventare davvero di tutti
Roma, 14 ott (Il Velino) - Privatizzare la Rai è tema ricorrente. Da qualche giorno è di nuovo alla ribalta. Quindi, mi sembra utile riproporre un’idea che con Steve H. Hanke lanciammo (senza grande successo) alcuni anni fa. Forse, visto il tracollo dei conti e degli ascolti, ora ha maggiori ciance. Nella situazione attuale – ammettiamolo con franchezza – la Rai avrebbe difficoltà a trovare altri acquirenti che non fossero la Croce Rossa, la Comunità di Sant’Egidio, la Caritas o simili (sempre che la avessero a prezzo zero e con mani libere nel rimettere in sesto ciò che resta di un’azienda per decenni in monopolio e desiderosa di tornare ad essere la sola del settore in Italia, in Europa e – perché no?- nell’universo mondo). Un modo c’è. Occorre utilizzare immaginazione, esperienza e fegato. Il primo passo può sembrare bizzarro: collegare la privatizzazione della Rai alla nascita di una vera previdenza complementare per gli italiani. Il secondo consiste nel renderla una vera public company. Il presidente del Consiglio Romano Prodi tanto si è speso per il secondo pilastro previdenziale e per le public company che dovrebbe esserne lieto. Il precedente importante è il modo in cui sono state realizzate le privatizzazioni ed i fondi pensioni in Bolivia negli anni Novanta, seguendo i suggerimenti di Steve H. Hanke, direttore del Centro di Economia Applicata della Università Johns Hopkins di Baltimore e Senior Fellow del Cato Institute.
In pratica, ciò vuol dire dare azioni Rai a tutti gli italiani. Seguendo quale metodo? Uno semplicissimo: l’età anagrafica, quanto più si è anziani tanto più si è pagato il canone (e ci si è sorbiti Santoro, Baudo e quant’altro), avendo, dunque, titolo ad un risarcimento con azioni da impiegare per la tarda età. Le azioni sarebbero vincolate per un lasso di tempo – ad esempio, cinque anni – a non essere poste sul mercato ma ad essere destinate ad un fondo pensione aperto (e ad ampia portabilità) a scelta dell’interessato il quale, però, manterrebbe tutti i diritti (elezione degli organi di governo, vigilanza sul loro operato, definizione dei loro emolumenti) di un azionista (in base alle azioni di cui è titolare sin dal primo giorno). Gli azionisti deciderebbero se scorporare le reti. Unica regola: pareggio di bilancio. Il management dell’intera Rai (o di una rete) che non ci riesce sarebbe passabile di azione di responsabilità e, ai sensi della normativa societaria in vigore, se l’indebitamento supera certi parametri la liquidazione diventerebbe obbligatoria.
E il “servizio pubblico”? Nell’età della rete delle reti, ci bada Internet: già adesso tutti i dicasteri, le Regioni, le Province, i Comuni, le Comunità Montane dispongono di siti interattivi. I siti di informazione e contro-informazione pullulano – tanto generalisti quanto specializzati. Non siamo più ai tempi dell’Eiar, anche se il Partito Rai vorrebbe tornare al passato, come la protagonista del film “Good bye, Lenin” di una dozzina d’anni fa. E la cultura? In primo luogo, pensiamo che gli italiani siano meno imbecilli di chi compila gli attuali palinsesti: una Rai che risponde al popolo azionista proporrà più cultura dell’attuale (come dimostrano gli abbonamenti a canali culturali digitali). In secondo, si potrebbe prevedere agevolazioni tributarie per gli sponsor. È un miraggio? No. È la modernizzazione, bellezza!
giovedì 14 ottobre 2010
COSI' I FONDI SOVRANI INVESTIRANNO NELLA SONNOLENTA EUROPA Il Fogklio 14 ottobre
COSI' I FONDI SOVRANI INVESTIRANNO NELLA SONNOLENTA EYROPA
Giuseppe Pennisi
Gli investimenti in infrastrutture sono elemento essenziale perché i Paesi dell’Europa e del Nord America escano dalla crisi iniziata nel 2007 senza alimentare inflazione, non vedano scivolare la “ripresina” in un rallentamento e pongano le basi per una più solida competitività . Gli investimenti in infrastrutture” attivano capacità di produzione non utilizzata nella fase “di cantiere; in quella “a regime”, ossia dopo il loro completamento, aumentano la dotazione in capitale fisso sociale con effetti positivi sulla produttività di capitale e lavoro.
Nell’area “atlantica”, il tasso di disoccupazione sfiora il 10% della forza lavoro; ciò vuol dire che gli impianti operano al 70-80% della loro capacità. Tranne poche eccezioni , i prezzi al consumo avanzano a saggi annui attorno all’1,5%. C’è spazio per migliorare, con i “cantieri” per le infrastrutture, l’utilizzazione della capacità di produzione in modo non inflazionistico. E di averne , in seguito, benefici in termini di produttività. Sempre che i progetti siano ben selezionati con calcoli accurati dei loro costi e dei benefici nonché dei loro effetti sulle strutture di produzione e sull’occupazione.
Ci sono vincoli severi ad aumenti della spesa pubblica in conto capitale in tutti l’area; in Italia qualcosa di aggiuntivo si può trarre scavando nelle “contabilità speciali” di vari dicasteri dove si annidano residui effettivi di cassa. Si possono, inoltre, attirare capitali privati (come analizzato in un altro articolo di questa pagina). Cosa si può fare perché all’intrapresa partecipino anche i “fondi sovrani” sviluppatisi in questi ultimi anni?
Secondo il Sovreign Wealth Funds Institute (SWFI), la crisi finanziaria non ha inciso negativamente sulle loro attività: gli assets della cinquantina censita dall’istituto sono passati da 3100 miliardi di dollari nel 2007 a 4000 nel settembre 2010. Ci sono varie analisi sulle “transazioni” che i fondi effettuano con le loro risorse. Lo studio sino ad ora più completo è un lavoro congiunto del Fondo monetario e della Università di Miami su circa 30.000 “transazioni” azionarie (le analisi del SWFI ne riguardano solo 1.700 ). Se ne ricavano due conclusioni: da un lato, i fondi tendono ad investire in aree che considerano “culturalmente compatibili”; da un altro, nonostante il conclamato obiettivo di essere strumenti per la diversificazione, i loro impieghi vanno preferibilmente verso l’energia, le risorse naturali, l’edilizia e l’industria ed il terziario ad alta tecnologia, nonché i servizi finanziari. Un lavoro recentissimo (non ancora a stampa; la versione a supporto elettronico ha la data del 15 agosto 2010) della Università di Friburgo e della Università cinese di Hong-Kong mette in rilievo come i fondi stiano guardando con grande attenzione all’Unione Europea, il cui quadro regolatorio (con direttive comunitarie che si sommano alle normative nazionali), però, non viene giudicato dei “più attraenti”.
Al fine d’incoraggiare i fondi verso l’Europa, e verso le infrastrutture europee, un veicolo importante è il Long Term Investors Club (www.ltic.org) creato nel 2009 dalla Cassa Depositi e Prestiti italiana , dalla Caisse Depôt et Consignations francese , dalla Banca Europea per gli Investimenti e dal tedesco KfW Bankengruppe ; vi hanno aderito alcuni fondi sovrani di rilievo. Dal 27 al 29 ottobre, parte di questi temi verranno affrontati in una conferenza internazionale a Venezia. La realizzazione congiunta d’infrastrutture può essere il grimaldello per migliorare la regolazione.
Giuseppe Pennisi
Gli investimenti in infrastrutture sono elemento essenziale perché i Paesi dell’Europa e del Nord America escano dalla crisi iniziata nel 2007 senza alimentare inflazione, non vedano scivolare la “ripresina” in un rallentamento e pongano le basi per una più solida competitività . Gli investimenti in infrastrutture” attivano capacità di produzione non utilizzata nella fase “di cantiere; in quella “a regime”, ossia dopo il loro completamento, aumentano la dotazione in capitale fisso sociale con effetti positivi sulla produttività di capitale e lavoro.
Nell’area “atlantica”, il tasso di disoccupazione sfiora il 10% della forza lavoro; ciò vuol dire che gli impianti operano al 70-80% della loro capacità. Tranne poche eccezioni , i prezzi al consumo avanzano a saggi annui attorno all’1,5%. C’è spazio per migliorare, con i “cantieri” per le infrastrutture, l’utilizzazione della capacità di produzione in modo non inflazionistico. E di averne , in seguito, benefici in termini di produttività. Sempre che i progetti siano ben selezionati con calcoli accurati dei loro costi e dei benefici nonché dei loro effetti sulle strutture di produzione e sull’occupazione.
Ci sono vincoli severi ad aumenti della spesa pubblica in conto capitale in tutti l’area; in Italia qualcosa di aggiuntivo si può trarre scavando nelle “contabilità speciali” di vari dicasteri dove si annidano residui effettivi di cassa. Si possono, inoltre, attirare capitali privati (come analizzato in un altro articolo di questa pagina). Cosa si può fare perché all’intrapresa partecipino anche i “fondi sovrani” sviluppatisi in questi ultimi anni?
Secondo il Sovreign Wealth Funds Institute (SWFI), la crisi finanziaria non ha inciso negativamente sulle loro attività: gli assets della cinquantina censita dall’istituto sono passati da 3100 miliardi di dollari nel 2007 a 4000 nel settembre 2010. Ci sono varie analisi sulle “transazioni” che i fondi effettuano con le loro risorse. Lo studio sino ad ora più completo è un lavoro congiunto del Fondo monetario e della Università di Miami su circa 30.000 “transazioni” azionarie (le analisi del SWFI ne riguardano solo 1.700 ). Se ne ricavano due conclusioni: da un lato, i fondi tendono ad investire in aree che considerano “culturalmente compatibili”; da un altro, nonostante il conclamato obiettivo di essere strumenti per la diversificazione, i loro impieghi vanno preferibilmente verso l’energia, le risorse naturali, l’edilizia e l’industria ed il terziario ad alta tecnologia, nonché i servizi finanziari. Un lavoro recentissimo (non ancora a stampa; la versione a supporto elettronico ha la data del 15 agosto 2010) della Università di Friburgo e della Università cinese di Hong-Kong mette in rilievo come i fondi stiano guardando con grande attenzione all’Unione Europea, il cui quadro regolatorio (con direttive comunitarie che si sommano alle normative nazionali), però, non viene giudicato dei “più attraenti”.
Al fine d’incoraggiare i fondi verso l’Europa, e verso le infrastrutture europee, un veicolo importante è il Long Term Investors Club (www.ltic.org) creato nel 2009 dalla Cassa Depositi e Prestiti italiana , dalla Caisse Depôt et Consignations francese , dalla Banca Europea per gli Investimenti e dal tedesco KfW Bankengruppe ; vi hanno aderito alcuni fondi sovrani di rilievo. Dal 27 al 29 ottobre, parte di questi temi verranno affrontati in una conferenza internazionale a Venezia. La realizzazione congiunta d’infrastrutture può essere il grimaldello per migliorare la regolazione.
Verso una strategia per riprendere a crescere Ffwebmagazine 14 ottobre
FOCUS
Perché l'investimento pubblico è una leva da attivare
Verso una strategia
per riprendere a crescere
di Giuseppe Pennisi La crescita, particolarmente della Vecchia Europa, è stato uno dei temi principali dell’assemblea annuale del Fondo monetario e della Banca mondiale e dovrebbe essere uno degli argomenti principali del dibattito di politica economica di queste settimane. La mattina del 13 ottobre, in Banca d’Italia, vengono messe a confronto le analisi del Fondo monetario – in particolare la monografia Will it Hurt? Macro-economic Effects of Fiscal Consolidation – con quelle di alcuni economisti europei ed americani che lo scorso inverno hanno sottolineato come in certe circostanze una politica di bilancio restrittiva attuata simultaneamente dai maggiori Paesi industriali, se basta su riduzioni della spesa pubblica (senza, ovviamente, aumentare la pressione fiscale) non sia incompatibile con la crescita.
Il Fondo monetario (di solito accusato di proporre politiche restrittive che portano a recessioni, grandi e piccole) sostiene, questa volta, sulla base di un vasto campione di “episodi” analoghi , che la manovra potrà comportare un rallentamento del Pil dello 0,5% nei prossimi due anni (per l’Italia ciò vorrebbe dire passare da “ripresina” lenta a nuova recessione), con un aumento inevitabile della disoccupazione (specialmente delle fasce maggiormente a rischio).
Ci sono strade per evitarlo. La principale consiste nell’attivare una politica aggressiva d’investimento pubblico che, nella “fase di cantiere” attiva capacità produttiva non utilizzata a pieno ed in quella “a regime” è elemento essenziale per il miglioramento della produttività e del capitale e del lavoro. Le risorse non mancano non solamente perché il Governo in carica ha evitato di imitare quanto fecero i quattro Governi di centro-sinistra nel 2001-2008 (un taglio del 66% delle spese pubbliche in conto capitale) ma ha appena varato misure per accelerare un numero di programmi prioritari. Inoltre, sempre guardando solo all’Italia, risorse aggiuntive possono essere attivate scavando nelle “contabilità speciali” di Ministeri – ad esempio, quelli dei Beni Culturali e delle Infrastrutture – dove si annidano ingenti “residui effettivi di cassa”.
Una strategia unicamente italiana , tuttavia, avrebbe effetti limitati su piano europeo. Potrebbe essere neutralizzata se non attuata all’unisono, se alcuni Stati dell’Unione Europea remano contro. Lo documentano tre economisti che lavorano, in vario modo per la Commissione Europea, (Werner Ra-Ger, Janos Varga, e Jan Int’Veld) in un saggio nell’ultimo numero di Comparative Economic Studies.
Essenziale, quindi, una strategia comune o almeno coordinata. Su iniziativa della Cassa depositi e prestiti (Cdp) il 28 ed il 29 ottobre in un seminario a Venezia istituzioni analoghe alla Cdp , Fondi sovrani , organizzazioni internazionali, esamineranno nell’ambito del Long-Term Investors Club (l’associazione che riunisce alcuni tra i maggiori investitori istituzionali a lungo termine) temi di questa natura: come elaborare criteri comuni europei per invesimenti in infrastrutture a lungo termine, come utilizzare un programma d'infrastrutture europee come grilletto per giungere a "new rules" -almeno su base europea, come attirare verso le infrastrutture i fondi sovrani che paiono indirizzarsi principalmente vero manifatturiero e servizi finanziari, come aumentare nel più lungo periodo ricerca ed innovazione nell'Ue. Non è una strategia compiuta, ma un passo importante verso la sua formulazione.
14 ottobre 2010
Perché l'investimento pubblico è una leva da attivare
Verso una strategia
per riprendere a crescere
di Giuseppe Pennisi La crescita, particolarmente della Vecchia Europa, è stato uno dei temi principali dell’assemblea annuale del Fondo monetario e della Banca mondiale e dovrebbe essere uno degli argomenti principali del dibattito di politica economica di queste settimane. La mattina del 13 ottobre, in Banca d’Italia, vengono messe a confronto le analisi del Fondo monetario – in particolare la monografia Will it Hurt? Macro-economic Effects of Fiscal Consolidation – con quelle di alcuni economisti europei ed americani che lo scorso inverno hanno sottolineato come in certe circostanze una politica di bilancio restrittiva attuata simultaneamente dai maggiori Paesi industriali, se basta su riduzioni della spesa pubblica (senza, ovviamente, aumentare la pressione fiscale) non sia incompatibile con la crescita.
Il Fondo monetario (di solito accusato di proporre politiche restrittive che portano a recessioni, grandi e piccole) sostiene, questa volta, sulla base di un vasto campione di “episodi” analoghi , che la manovra potrà comportare un rallentamento del Pil dello 0,5% nei prossimi due anni (per l’Italia ciò vorrebbe dire passare da “ripresina” lenta a nuova recessione), con un aumento inevitabile della disoccupazione (specialmente delle fasce maggiormente a rischio).
Ci sono strade per evitarlo. La principale consiste nell’attivare una politica aggressiva d’investimento pubblico che, nella “fase di cantiere” attiva capacità produttiva non utilizzata a pieno ed in quella “a regime” è elemento essenziale per il miglioramento della produttività e del capitale e del lavoro. Le risorse non mancano non solamente perché il Governo in carica ha evitato di imitare quanto fecero i quattro Governi di centro-sinistra nel 2001-2008 (un taglio del 66% delle spese pubbliche in conto capitale) ma ha appena varato misure per accelerare un numero di programmi prioritari. Inoltre, sempre guardando solo all’Italia, risorse aggiuntive possono essere attivate scavando nelle “contabilità speciali” di Ministeri – ad esempio, quelli dei Beni Culturali e delle Infrastrutture – dove si annidano ingenti “residui effettivi di cassa”.
Una strategia unicamente italiana , tuttavia, avrebbe effetti limitati su piano europeo. Potrebbe essere neutralizzata se non attuata all’unisono, se alcuni Stati dell’Unione Europea remano contro. Lo documentano tre economisti che lavorano, in vario modo per la Commissione Europea, (Werner Ra-Ger, Janos Varga, e Jan Int’Veld) in un saggio nell’ultimo numero di Comparative Economic Studies.
Essenziale, quindi, una strategia comune o almeno coordinata. Su iniziativa della Cassa depositi e prestiti (Cdp) il 28 ed il 29 ottobre in un seminario a Venezia istituzioni analoghe alla Cdp , Fondi sovrani , organizzazioni internazionali, esamineranno nell’ambito del Long-Term Investors Club (l’associazione che riunisce alcuni tra i maggiori investitori istituzionali a lungo termine) temi di questa natura: come elaborare criteri comuni europei per invesimenti in infrastrutture a lungo termine, come utilizzare un programma d'infrastrutture europee come grilletto per giungere a "new rules" -almeno su base europea, come attirare verso le infrastrutture i fondi sovrani che paiono indirizzarsi principalmente vero manifatturiero e servizi finanziari, come aumentare nel più lungo periodo ricerca ed innovazione nell'Ue. Non è una strategia compiuta, ma un passo importante verso la sua formulazione.
14 ottobre 2010
mercoledì 13 ottobre 2010
Il Regio accoglie freddamente (a ragione) “I Vespri” verdiani Il Velino 13 ottobre
CLT - Opera/ Il Regio accoglie freddamente (a ragione) “I Vespri” verdiani
Parma, 13 ott (Il Velino) - Doveva essere il boccone più succulento del Festival Verdi in corso a Parma sino a fine ottobre. “I Vespri Siciliani” sono un’opera raramente messa in scena a ragione delle difficoltà che comporta (se ne ricorda un solo allestimento memorabile, quello del 1986 a Bologna). Invece la “prima”, domenica scorsa, è stata accompagnata da alcuni fischi, lunghi intervalli tra una scena all’altra, mentre il pubblico in sala si domandava cosa stesse accadendo dietro il sipario (verosimilmente si negoziava sul continuare o meno), applausi al baritono (Leo Nucci), al basso (Giacomo Prestìa) e al coro, freddezza per la regia, la concertazione e gli altri interpreti. Tra il quarto e il quinto atto è stato annunciato che Fabio Armiliato era indisposto. Ma la situazione non stava andando bene sin dal primo duetto con Daniela Dessì che ha interpretato lo stesso ruolo una quindicina di anni fa a Roma. Le ragioni sono molteplici. In primo luogo, l’allestimento (Pier Luigi Pizzi cura regia, scene e costumi). L’azione viene spostata dal 1282 al 1855, o giù di lì e le viene dato un afflato risorgimentale. Un espediente trito e ritrito, dato che il libretto, già utilizzato per “Il Duca d’Alba” di Gaetano Donizetti, di risorgimentale non ha nulla. Una sola opera verdiana “La Battaglia di Legnano” ha uno spiccato carattere patriottico in quanto commissionata dalla Repubblica Romana del 1849. Inoltre Verdi partecipò con distacco al movimento per l’unità d’Italia e ancor meno risorgimentale poteva essere un lavoro commissionato dai Teatri Imperiali di Napoleone III, non certo un sanculotto o un rivoluzionario.
Nell’allestimento “povero”, quattro barche rappresentano Palermo, un salone con specchiera il palazzo angioino e via discorrendo sino ai siciliani abbigliati da “picciotti”, più adatti a “Cavalleria Rusticana” che a “I Vespri”. Inoltre la vicenda pare svolgersi tutta di notte: manca il sole della Sicilia, nonostante Verdi vi avesse inserito, con poco rispetto per la storia, pure un lucente bolero. Non mancano, occorre sottolinearlo, intelligenti movimenti del coro, in tutta la sala e nei palchi (non unicamente sul palcoscenico) con relativi effetti stereofonici. Difficile vedere come se ne potrà trarre un dvd senza profonde modifiche. Per quanto riguarda la concertazione, Massimo Zanetti non si è distanziato dalla più vieta routine. Nulla di analogo alla lucente concertazione di Riccardo Chailly a Bologna nel 1986 o a quelle di Riccardo Muti in uno spettacolo scaligero, in cui le voci però subirono una batteria di sonori fischi. Infine, le voci sono la parte più delicata di un’opera riscoperta negli anni Settanta a Parigi grazie a un’interpretazione da favola di Monserrat Caballè.
Il lavoro richiede undici solisti e affida al soprano, e ancor di più al tenore, difficoltà terrificanti negli acuti, nei “si” naturali e nel terribile “re” dell’ultima aria. Solo pochi tenori italiani (Filippeschi, Lucchetti) sono usciti indenni da una scrittura vocale concepita per l’agilità, il volume e la tinta che furoreggiavano all’Opéra alla metà dell’Ottocento. In tempi recenti, alcuni tenori americani, britannici e asiatici si sono cimentati abbastanza bene con questo tipo di repertorio. Analogamente il soprano alterna momenti di intesa drammaticità vocale con quelli di grandi lirismo. Dopo quattro ore, il Regio era gelido. Pare che lo spettacolo debba andare in estate allo Sferisterio Festival di Macerata. Auguriamoci che nei prossimi mesi venga ripensato.
Parma, 13 ott (Il Velino) - Doveva essere il boccone più succulento del Festival Verdi in corso a Parma sino a fine ottobre. “I Vespri Siciliani” sono un’opera raramente messa in scena a ragione delle difficoltà che comporta (se ne ricorda un solo allestimento memorabile, quello del 1986 a Bologna). Invece la “prima”, domenica scorsa, è stata accompagnata da alcuni fischi, lunghi intervalli tra una scena all’altra, mentre il pubblico in sala si domandava cosa stesse accadendo dietro il sipario (verosimilmente si negoziava sul continuare o meno), applausi al baritono (Leo Nucci), al basso (Giacomo Prestìa) e al coro, freddezza per la regia, la concertazione e gli altri interpreti. Tra il quarto e il quinto atto è stato annunciato che Fabio Armiliato era indisposto. Ma la situazione non stava andando bene sin dal primo duetto con Daniela Dessì che ha interpretato lo stesso ruolo una quindicina di anni fa a Roma. Le ragioni sono molteplici. In primo luogo, l’allestimento (Pier Luigi Pizzi cura regia, scene e costumi). L’azione viene spostata dal 1282 al 1855, o giù di lì e le viene dato un afflato risorgimentale. Un espediente trito e ritrito, dato che il libretto, già utilizzato per “Il Duca d’Alba” di Gaetano Donizetti, di risorgimentale non ha nulla. Una sola opera verdiana “La Battaglia di Legnano” ha uno spiccato carattere patriottico in quanto commissionata dalla Repubblica Romana del 1849. Inoltre Verdi partecipò con distacco al movimento per l’unità d’Italia e ancor meno risorgimentale poteva essere un lavoro commissionato dai Teatri Imperiali di Napoleone III, non certo un sanculotto o un rivoluzionario.
Nell’allestimento “povero”, quattro barche rappresentano Palermo, un salone con specchiera il palazzo angioino e via discorrendo sino ai siciliani abbigliati da “picciotti”, più adatti a “Cavalleria Rusticana” che a “I Vespri”. Inoltre la vicenda pare svolgersi tutta di notte: manca il sole della Sicilia, nonostante Verdi vi avesse inserito, con poco rispetto per la storia, pure un lucente bolero. Non mancano, occorre sottolinearlo, intelligenti movimenti del coro, in tutta la sala e nei palchi (non unicamente sul palcoscenico) con relativi effetti stereofonici. Difficile vedere come se ne potrà trarre un dvd senza profonde modifiche. Per quanto riguarda la concertazione, Massimo Zanetti non si è distanziato dalla più vieta routine. Nulla di analogo alla lucente concertazione di Riccardo Chailly a Bologna nel 1986 o a quelle di Riccardo Muti in uno spettacolo scaligero, in cui le voci però subirono una batteria di sonori fischi. Infine, le voci sono la parte più delicata di un’opera riscoperta negli anni Settanta a Parigi grazie a un’interpretazione da favola di Monserrat Caballè.
Il lavoro richiede undici solisti e affida al soprano, e ancor di più al tenore, difficoltà terrificanti negli acuti, nei “si” naturali e nel terribile “re” dell’ultima aria. Solo pochi tenori italiani (Filippeschi, Lucchetti) sono usciti indenni da una scrittura vocale concepita per l’agilità, il volume e la tinta che furoreggiavano all’Opéra alla metà dell’Ottocento. In tempi recenti, alcuni tenori americani, britannici e asiatici si sono cimentati abbastanza bene con questo tipo di repertorio. Analogamente il soprano alterna momenti di intesa drammaticità vocale con quelli di grandi lirismo. Dopo quattro ore, il Regio era gelido. Pare che lo spettacolo debba andare in estate allo Sferisterio Festival di Macerata. Auguriamoci che nei prossimi mesi venga ripensato.
martedì 12 ottobre 2010
TRE NOBEL AL LAVORO Avvenire 12 ottobre
TRE NOBEL AL LAVORO
Giuseppe Pennisi
La politica economica europea (ed italiana) ricomincia da tre. Questo è il significato del Nobel 2010 assegnato ex-equo a Peter Diamond, Dale Mortensen e Christopher Pissarides (in ordine rigorosamente alfabetico). La motivazione dell’Accademia delle Scienze del Regno di Svezia pone l’accento sui loro studi relativi alle “frizioni” nel mercato del lavoro – ovvero su come alti tassi di disoccupazione possono coesistere con numerosissime richieste insoddisfatte delle imprese ed anche della pubblica amministrazione a vari livelli della classificazione occupazionale e professionale – in gergo sul matching tra domanda ed offerta di lavoro.
I tre economisti hanno elaborato una teoria “comprensiva” e “coerente” dell’occupazione, soffermandosi sui cosiddetti “search markets”, i mercati di ricerca del lavoro, dove è necessario utilizzare tempo e risorse economiche, hanno messo a punto modelli del mercato del lavoro della società post industriale collegandone gli aspetti macro-economici, tradizionalmente studiati dagli Anni Trenta, con quelli micro-economici e con i processi informativi. Ciò ha implicazioni importanti anche sugli ammortizzatori sociali, che se troppo generosi possono la ricerca di lavoro.
Mortensen e Pissarides hanno costruito, all’inizio degli Anni Novanta, un modello matematico, testato econometricamente su un vasto campione di Paesi, che da loro prende nome ed è adesso ampliamente diffuso ed utilizzato. Negli ultimi tre lustri, invece, Diamond, pur tenendo sempre un occhio sulle tematiche del mercato del lavoro, ha rivolto la propria attenzione principalmente alla previdenza non solamente con studi ed analisi teoriche o relative al suo Paese (gli Usa) ma anche guidando ricerche comparate sui maggiori Paesi della comunità internazionale. Interessante anche avere contezza di quello che i tre nuovi Nobel hanno dato alla politica economica specialmente in Italia, nonché delle lezioni che se ne traggono per l’azione legislativa futura.
Uno dei primi e dei maggiori studiosi del modello Mortensen-Pissarides è stato l’attuale Ministro dell’Innovazione e della Funzione Pubblica, Renato Brunetta, i cui lavori scientifici degli Anni Novanta non solo hanno fatto conoscere il modello in Italia ma lo hanno applicato al mercato del lavoro italiano incidendo sul processo di riforma che ha portato al “pacchetto Treu”, alla “legge Biagi” ed al miglioramento dei servizi per l’impiego pubblici e privati.
Il pensiero di Diamond ha plasmato i due libri sulla previdenza scritti a quattro mani da Giuliano Amato e da Mauro Maré, nonché la “Guida” alla riforma delle pensioni predisposta nel 2001 per la Fondazione Ideazione ( Angrisani, De Filippi, Maré, Pedone, Pennisi, Vitaletti e Zecchini). I due libri e la “guida” hanno contribuito al processo riformatore degli ultimi dieci anni in materia di previdenza, in particolare al migliore e maggiore nesso tra età effettiva di pensionamento ed aspettativa di vita alla nascita.
Quali le lezioni per il futuro? La lenta e fragile ripresa in seguito alla crisi scoppiata nell’estate 2007 indica che i problemi del lavoro e della previdenza saranno al centro delle politiche economiche dei prossimi anni in tutti i Paesi del mondo occidentale, in quelli europei in particolari, quali che siano le priorità relative che ciascun Paese voglia e possa dare ad altre materie (difesa nazionale, ordine pubblico, ambiente, politica territoriale e via discorrendo). In Italia, c’è ancora strada da fare per giungere ad un maggiore e migliore incontro tra domanda ed offerta di lavoro: è, probabilmente, giunto il momento di una “rivisitazione”, e relativa “manutenzione straordinaria” della “legge Biagi”. Il modello Mortensen-Pissarides (e gli studi più recenti dei due autori), offrono utili indicazioni per andare verso la riduzione delle fattispecie contrattuali (che in certi casi).
In materia pensionistica, dalle analisi di Diamond emerge un suggerimento di rilievo: aumentare il valore dell’indicizzazione dopo i 75 anni quando le spese per la persona diventano maggiori.
Giuseppe Pennisi
La politica economica europea (ed italiana) ricomincia da tre. Questo è il significato del Nobel 2010 assegnato ex-equo a Peter Diamond, Dale Mortensen e Christopher Pissarides (in ordine rigorosamente alfabetico). La motivazione dell’Accademia delle Scienze del Regno di Svezia pone l’accento sui loro studi relativi alle “frizioni” nel mercato del lavoro – ovvero su come alti tassi di disoccupazione possono coesistere con numerosissime richieste insoddisfatte delle imprese ed anche della pubblica amministrazione a vari livelli della classificazione occupazionale e professionale – in gergo sul matching tra domanda ed offerta di lavoro.
I tre economisti hanno elaborato una teoria “comprensiva” e “coerente” dell’occupazione, soffermandosi sui cosiddetti “search markets”, i mercati di ricerca del lavoro, dove è necessario utilizzare tempo e risorse economiche, hanno messo a punto modelli del mercato del lavoro della società post industriale collegandone gli aspetti macro-economici, tradizionalmente studiati dagli Anni Trenta, con quelli micro-economici e con i processi informativi. Ciò ha implicazioni importanti anche sugli ammortizzatori sociali, che se troppo generosi possono la ricerca di lavoro.
Mortensen e Pissarides hanno costruito, all’inizio degli Anni Novanta, un modello matematico, testato econometricamente su un vasto campione di Paesi, che da loro prende nome ed è adesso ampliamente diffuso ed utilizzato. Negli ultimi tre lustri, invece, Diamond, pur tenendo sempre un occhio sulle tematiche del mercato del lavoro, ha rivolto la propria attenzione principalmente alla previdenza non solamente con studi ed analisi teoriche o relative al suo Paese (gli Usa) ma anche guidando ricerche comparate sui maggiori Paesi della comunità internazionale. Interessante anche avere contezza di quello che i tre nuovi Nobel hanno dato alla politica economica specialmente in Italia, nonché delle lezioni che se ne traggono per l’azione legislativa futura.
Uno dei primi e dei maggiori studiosi del modello Mortensen-Pissarides è stato l’attuale Ministro dell’Innovazione e della Funzione Pubblica, Renato Brunetta, i cui lavori scientifici degli Anni Novanta non solo hanno fatto conoscere il modello in Italia ma lo hanno applicato al mercato del lavoro italiano incidendo sul processo di riforma che ha portato al “pacchetto Treu”, alla “legge Biagi” ed al miglioramento dei servizi per l’impiego pubblici e privati.
Il pensiero di Diamond ha plasmato i due libri sulla previdenza scritti a quattro mani da Giuliano Amato e da Mauro Maré, nonché la “Guida” alla riforma delle pensioni predisposta nel 2001 per la Fondazione Ideazione ( Angrisani, De Filippi, Maré, Pedone, Pennisi, Vitaletti e Zecchini). I due libri e la “guida” hanno contribuito al processo riformatore degli ultimi dieci anni in materia di previdenza, in particolare al migliore e maggiore nesso tra età effettiva di pensionamento ed aspettativa di vita alla nascita.
Quali le lezioni per il futuro? La lenta e fragile ripresa in seguito alla crisi scoppiata nell’estate 2007 indica che i problemi del lavoro e della previdenza saranno al centro delle politiche economiche dei prossimi anni in tutti i Paesi del mondo occidentale, in quelli europei in particolari, quali che siano le priorità relative che ciascun Paese voglia e possa dare ad altre materie (difesa nazionale, ordine pubblico, ambiente, politica territoriale e via discorrendo). In Italia, c’è ancora strada da fare per giungere ad un maggiore e migliore incontro tra domanda ed offerta di lavoro: è, probabilmente, giunto il momento di una “rivisitazione”, e relativa “manutenzione straordinaria” della “legge Biagi”. Il modello Mortensen-Pissarides (e gli studi più recenti dei due autori), offrono utili indicazioni per andare verso la riduzione delle fattispecie contrattuali (che in certi casi).
In materia pensionistica, dalle analisi di Diamond emerge un suggerimento di rilievo: aumentare il valore dell’indicizzazione dopo i 75 anni quando le spese per la persona diventano maggiori.
lunedì 11 ottobre 2010
COSA INSEGNA ALLE CANTANTI D'OGGI LA VITA DI JOAN SUTHERLAD Il Foglio 12 ottobre
COSA INSEGNA ALLE CANTANTI D’OGGI LA VITA DI JOAN SUTHERLAND
Giuseppe Pennisi
Negli Anni Sessanta a Roma la chiamavano “La Stupenda”. Era una vera gioia quando- allora il Teatro dell’Opera presentava 20 titoli l’anno – il suo nome compariva nella locandina in uno di quei titoli belcantistici che, prima di lei, nel Novecento, soltanto Maria Callas aveva osato affrontare: I Puritani, La Sonnambula, Beatrice di Tenda ,Norma di Bellini, Lucia di Lammermoor di Donizetti, Semiramide di Rossini. Portava al pubblico italiano anche Haendel (chi può dimenticare la sua Cleopatra in Giulio Cesare in Egitto?) e quel grand-opéra – ad esempio, Les Huguenots di Meyerbeer – di cui nel nostro Paese si era fatta una versione padana , quali La Gioconda di Ponchielli, basata su ruoli strillati con acuti roboanti e forti registri di centri. Correvano non solamente anziani ormai canuti ma anche giovani, allora erano numerosi, che frequentavano il teatro e scoprivano un mondo obliato per circa un secolo (dai tempi, quasi, del melodramma verdiano). Per Bellini cantò anche a Catania il cui teatro ha la migliore acustica della Penisola ,anche se viaggia da una crisi finanziaria ed un’altra.
Nata nel 1926 a Sydney, Joan Sutherland era ancora “La Stupenda” nel 2004 quando, a Spoleto, presiedeva la giuria per selezionare i giovani cantanti da mandare in formazione avanzata al Teatro Lirico Sperimentale. Al Teatro Caio Melisso, dove si tenevano le audizioni, ed all’Hotel dei Duchi, dove si alloggiava, aveva un portamento regale , tanto più imponente su tutti gli altri (componenti della giuria, amministrazione dell’istituzione) quanto più era cordiale e affettuoso. La semplicità delle vere Regine.
Era diventata Koloraturwunder e The incomparabile, pur se, nella natia Australia, aveva debuttato con un concerto di “pezzi” wagneriani per soprano (in Wagner non esistono che poche “arie” nel senso comunemente inteso) e la sua carriera europea era iniziata con il verismo più grand-guignolesco , il ruolo di Giorgetta nel pucciniano Tabarro.
La svolta era avvenuta a Londra, nel 1959, al Covent Garden, grazie a tre italiani ( Gaetano Donizetti, Franco Zeffirelli e Tullio Serafin) con una Lucia da favola. Per trenta anni è stata la Regina assoluta del bel canto; i dal 1963 lavorava quasi esclusivamente con suo marito, il direttore, musicologo e filologo Richard Bonynge, primocorresponsabile delle scelte di una carriera mirata a limitare il suo repertorio al campo dove eccelleva. Un insegnamento che molte cantanti di oggi dovrebbero seguire . Solamente tardi nel suo sviluppo professionale, tornò a ruoli quali che avevano contrassegnato i suoi esordi: nel 1983, sulle soglie dei 60 anni, a San Diego debuttò in Adriana Lecouvreur di Cilea.
L’11 ottobre a Ginevra ha portato il belcanto nel Cielo dei credenti. Bonynge ed il loro figlio Adam le erano vicini. Ha lasciato anche ai non credenti un messaggio di stile e di eccellenza.
Giuseppe Pennisi
Negli Anni Sessanta a Roma la chiamavano “La Stupenda”. Era una vera gioia quando- allora il Teatro dell’Opera presentava 20 titoli l’anno – il suo nome compariva nella locandina in uno di quei titoli belcantistici che, prima di lei, nel Novecento, soltanto Maria Callas aveva osato affrontare: I Puritani, La Sonnambula, Beatrice di Tenda ,Norma di Bellini, Lucia di Lammermoor di Donizetti, Semiramide di Rossini. Portava al pubblico italiano anche Haendel (chi può dimenticare la sua Cleopatra in Giulio Cesare in Egitto?) e quel grand-opéra – ad esempio, Les Huguenots di Meyerbeer – di cui nel nostro Paese si era fatta una versione padana , quali La Gioconda di Ponchielli, basata su ruoli strillati con acuti roboanti e forti registri di centri. Correvano non solamente anziani ormai canuti ma anche giovani, allora erano numerosi, che frequentavano il teatro e scoprivano un mondo obliato per circa un secolo (dai tempi, quasi, del melodramma verdiano). Per Bellini cantò anche a Catania il cui teatro ha la migliore acustica della Penisola ,anche se viaggia da una crisi finanziaria ed un’altra.
Nata nel 1926 a Sydney, Joan Sutherland era ancora “La Stupenda” nel 2004 quando, a Spoleto, presiedeva la giuria per selezionare i giovani cantanti da mandare in formazione avanzata al Teatro Lirico Sperimentale. Al Teatro Caio Melisso, dove si tenevano le audizioni, ed all’Hotel dei Duchi, dove si alloggiava, aveva un portamento regale , tanto più imponente su tutti gli altri (componenti della giuria, amministrazione dell’istituzione) quanto più era cordiale e affettuoso. La semplicità delle vere Regine.
Era diventata Koloraturwunder e The incomparabile, pur se, nella natia Australia, aveva debuttato con un concerto di “pezzi” wagneriani per soprano (in Wagner non esistono che poche “arie” nel senso comunemente inteso) e la sua carriera europea era iniziata con il verismo più grand-guignolesco , il ruolo di Giorgetta nel pucciniano Tabarro.
La svolta era avvenuta a Londra, nel 1959, al Covent Garden, grazie a tre italiani ( Gaetano Donizetti, Franco Zeffirelli e Tullio Serafin) con una Lucia da favola. Per trenta anni è stata la Regina assoluta del bel canto; i dal 1963 lavorava quasi esclusivamente con suo marito, il direttore, musicologo e filologo Richard Bonynge, primocorresponsabile delle scelte di una carriera mirata a limitare il suo repertorio al campo dove eccelleva. Un insegnamento che molte cantanti di oggi dovrebbero seguire . Solamente tardi nel suo sviluppo professionale, tornò a ruoli quali che avevano contrassegnato i suoi esordi: nel 1983, sulle soglie dei 60 anni, a San Diego debuttò in Adriana Lecouvreur di Cilea.
L’11 ottobre a Ginevra ha portato il belcanto nel Cielo dei credenti. Bonynge ed il loro figlio Adam le erano vicini. Ha lasciato anche ai non credenti un messaggio di stile e di eccellenza.
Lirica, “Il Trovatore” e il provincialismo della critica italiana Il Velino 11 ottobre
CLT - Lirica, “Il Trovatore” e il provincialismo della critica italiana
Roma, 11 ott (Il Velino) - Diverse cose sono cambiate negli ultimi giorni in merito a “Il Trovatore” del Festival Verdi di Parma. Se la serata d’inaugurazione del primo ottobre si era contraddistinta per i fischi del pubblico e di gran parte della critica (con poche eccezioni come Paolo Isotta e Carla Moreni), vanno registrate alcune novità succedutesi nell’ultima settimana. Sono state sostituite il soprano e il mezzosoprano (ambedue ammalate). Se c’erano problemi di coordinamento tra buca e scena sono stati risolti. Come dicono gli inglesi, la qualità del pudding si apprezza solo quando lo si mangia. A sette giorni dalla sfortunata “prima”, si sa che questo “Trovatore”, pur nato senza accordi di coproduzione, è stato noleggiato da La Fenice e i teatri dell’Opera di Tokio e di Hong Kong. Data la numerosa presenza francese in sala, non è da escludersi una tournée Oltralpe, dove viene di norma rappresentata la versione adattata da Verdi per l’Opéra “Le Trouvère”, annacquata da due balletti e inferiore, anche nella traduzione ritmica, all’originale.
Principali bersagli delle critiche la regia di Lorenzo Mariani, le scene di William Orlandi e le luci di Christian Pinaud. E’ uno spettacolo “povero”: una scena unica con elementi (sempre presente, in varie guise, la luna, ed inoltre, per dar corpo ai vari ambienti, la statua di un cavallo, un fondale con Castel del Monte, il palcoscenico nudo nel finale in prigione). Ma proprio per questo molto efficace. Da un lato, è in linea con le scenografie “povere” che si vedono in Francia ed in Germania. Dall’altro, consente, al di là di fronzoli e orpelli, di scavare nel vero dramma del “Trovatore”: due uomini che lottano all’ultimo sangue per la stessa donna senza sapere di essere due fratelli. Veloce (brevissimi i cambi-scena), ha una portata cinematografica che ricorda “Les Cousins” di Claude Chabrol e “Duello al Sole” di King Vidor. Riporta alla mente soprattutto la splendida regia di Luchino Visconti alla Scala nella stagione 1966-67, tutta costruita su siparietti e rapidità d’azione. C’è una differenza profonda, tuttavia. Mariani, Orlandi e Pinaud giocano tutto in notturno, con varie tinte sceniche e musicali, mentre Visconti a un quadro notturno ne alternava uno solare. A Vienna, Berlino e Parigi, un “Trovatore” così allestito resterebbe in repertorio per almeno dieci anni. Oltre tutto, ha il vantaggio di poter essere facilmente trasportato da un palcoscenico all’altro, ed adattato a differenti dimensioni.
Per quanto riguarda Yuri Temirkanov, la sua è una concertazione differente rispetto a quelle cui sono abituati coloro che ascolta i nostri routiniers. Temirkanov dirige senza bacchetta e senza partitura, ma scava nella scrittura verdiana, mostra che non è mero accompagnamento alle voci, ne evidenzia il sinfonismo, si sofferma sulle tinte che via via prende l’orchestra. Unicamente Karajan, a Salisburgo negli anni Settanta, ha regalato un “Trovatore” con una con concertazione di pari livelli: accanto a Temirkanov pure Levi e Mehta sembrano routiniers. Tra le voci, spicca Marcelo Álvarez: timbro chiaro, dizione perfetta, Do di petto da applauso a scena aperta e un filato che pochi sorreggono così bene. Claudio Sgura è un buon baritono verdiano, ma nell’arioso cruciale (“Il balen del suo sorriso”) è meno vellutato di quanto dovrebbe. La venticinquenne Teresa Romano da un’ottima prova in generale, regge bene l’impervio ruolo di Leonora (e si destreggia efficacemente nella coloratura della cavatina), nonostante abbia avuto una breve difficoltà di tonalità in “D’amor sull’ali rosee” alla fine di una faticosa serata. Di livello. Mzia Nioradze chiamata di corsa a sostituire Marianna Tarasova e Deyan Vatchkov. In breve, uno spettac
Roma, 11 ott (Il Velino) - Diverse cose sono cambiate negli ultimi giorni in merito a “Il Trovatore” del Festival Verdi di Parma. Se la serata d’inaugurazione del primo ottobre si era contraddistinta per i fischi del pubblico e di gran parte della critica (con poche eccezioni come Paolo Isotta e Carla Moreni), vanno registrate alcune novità succedutesi nell’ultima settimana. Sono state sostituite il soprano e il mezzosoprano (ambedue ammalate). Se c’erano problemi di coordinamento tra buca e scena sono stati risolti. Come dicono gli inglesi, la qualità del pudding si apprezza solo quando lo si mangia. A sette giorni dalla sfortunata “prima”, si sa che questo “Trovatore”, pur nato senza accordi di coproduzione, è stato noleggiato da La Fenice e i teatri dell’Opera di Tokio e di Hong Kong. Data la numerosa presenza francese in sala, non è da escludersi una tournée Oltralpe, dove viene di norma rappresentata la versione adattata da Verdi per l’Opéra “Le Trouvère”, annacquata da due balletti e inferiore, anche nella traduzione ritmica, all’originale.
Principali bersagli delle critiche la regia di Lorenzo Mariani, le scene di William Orlandi e le luci di Christian Pinaud. E’ uno spettacolo “povero”: una scena unica con elementi (sempre presente, in varie guise, la luna, ed inoltre, per dar corpo ai vari ambienti, la statua di un cavallo, un fondale con Castel del Monte, il palcoscenico nudo nel finale in prigione). Ma proprio per questo molto efficace. Da un lato, è in linea con le scenografie “povere” che si vedono in Francia ed in Germania. Dall’altro, consente, al di là di fronzoli e orpelli, di scavare nel vero dramma del “Trovatore”: due uomini che lottano all’ultimo sangue per la stessa donna senza sapere di essere due fratelli. Veloce (brevissimi i cambi-scena), ha una portata cinematografica che ricorda “Les Cousins” di Claude Chabrol e “Duello al Sole” di King Vidor. Riporta alla mente soprattutto la splendida regia di Luchino Visconti alla Scala nella stagione 1966-67, tutta costruita su siparietti e rapidità d’azione. C’è una differenza profonda, tuttavia. Mariani, Orlandi e Pinaud giocano tutto in notturno, con varie tinte sceniche e musicali, mentre Visconti a un quadro notturno ne alternava uno solare. A Vienna, Berlino e Parigi, un “Trovatore” così allestito resterebbe in repertorio per almeno dieci anni. Oltre tutto, ha il vantaggio di poter essere facilmente trasportato da un palcoscenico all’altro, ed adattato a differenti dimensioni.
Per quanto riguarda Yuri Temirkanov, la sua è una concertazione differente rispetto a quelle cui sono abituati coloro che ascolta i nostri routiniers. Temirkanov dirige senza bacchetta e senza partitura, ma scava nella scrittura verdiana, mostra che non è mero accompagnamento alle voci, ne evidenzia il sinfonismo, si sofferma sulle tinte che via via prende l’orchestra. Unicamente Karajan, a Salisburgo negli anni Settanta, ha regalato un “Trovatore” con una con concertazione di pari livelli: accanto a Temirkanov pure Levi e Mehta sembrano routiniers. Tra le voci, spicca Marcelo Álvarez: timbro chiaro, dizione perfetta, Do di petto da applauso a scena aperta e un filato che pochi sorreggono così bene. Claudio Sgura è un buon baritono verdiano, ma nell’arioso cruciale (“Il balen del suo sorriso”) è meno vellutato di quanto dovrebbe. La venticinquenne Teresa Romano da un’ottima prova in generale, regge bene l’impervio ruolo di Leonora (e si destreggia efficacemente nella coloratura della cavatina), nonostante abbia avuto una breve difficoltà di tonalità in “D’amor sull’ali rosee” alla fine di una faticosa serata. Di livello. Mzia Nioradze chiamata di corsa a sostituire Marianna Tarasova e Deyan Vatchkov. In breve, uno spettac
Iscriviti a:
Post (Atom)