lunedì 16 agosto 2010

ISTRUZIONE E INNOVAZIONE PER DARE UN FUTURO AL SUD Ffwebmagazine 16 agosto

ISTRUZIONE E INNOVAZIONE PER DARE UN FUTURO AL SUD
Giuseppe Pennisi

Il Mezzogiorno – e più precisamente cosa fare per la piena utilizzazione del potenziale del Sud e delle Isole e per il loro sviluppo accelerato in questa fase di integrazione economica internazionale – è, con la politica estera e di sicurezza interna, tra i temi centrali della politica italiana in questa travagliata estate. Il Piano per il Sud , che il Governo sta mettendo a punto in questi giorni (ed a cui starebbero lavorando principalmente il Presidente del Consiglio, il Ministro dell’Economia e delle Finanze ed il Ministro per i Rapporti con le Regioni) sarà probabilmente il vero e proprio banco di prova per la coalizione. Mostrerà , infatti, quale è il peso effettivo della Lega di fronte a scelte di grande rilievo per la Nazione ed il ruolo di Futuro e Libertà per l’Italia nel contribuire al programma chiave di politica economica per il Paese.
I numeri sono noti in quanto apparsi sabato 7 agosto su alcuni quotidiani: 80 miliardi di euro da spendere da qui alla fine delle legislatura in grandi progetti (sono esclusi interventi a pioggia) di lungo periodo da orchestrarsi tramite una “cabina di Regia” presso la Presidenza del Consiglio. Le somme vengono in gran parte da stanziamenti europei che alcune Regioni non sono state in grado di utilizzare e che rischiano, quindi, di essere riallocati ad altre aree deboli del’Unione Europea (Ue).
Poco è trapelato sui contenuti. Sarebbe il caso di dare corpo a quella che è stata la proposta principale dello studi guidato da Giuliano Amato nell’ultimo scorcio degli Anni 90 ha guidato, per conto delle Commissioni Bilancio dei due rami del Parlamento, uno studio di grande rilievo sulle strategie per il Sud e per le Isole, sulla centralità di quella che un tempo veniva chiamata “la questione meridionale” per la politica dell’Italia in Europa e sull’esigenza di dare la priorità alle “politiche di contesto” piuttosto che ai singoli programmi ed interventi. Da allora –come rilevato su questo magazine nell’autunno scorso - il pensiero degli intellettuali contigui alla sinistra ha assunto strade divergenti e pare avere dimenticato il messaggio principale del lavoro di Amato (effettuato in collaborazione con tutti i maggiori istituti di ricerca pubblici e privato). In quelle pagine, invece, c’è molto di saggio da riprendere, aggiornare e condividere nella visione di un Sud protagonista di un’Italia più moderna e più giusta.
Il primo punto consiste nel supporto a politiche di contesto tramite programmi pluriennali. Priorità delle priorità è la scuola, come proprio in questi giorni mostrano gli strabilianti risultati alla maturità i certi licei del Sud in così palese contrasto con l’analisi delle “competenze” (ossia di quanto effettivamente appreso) dai quindicenni che hanno frequentato le scuole nel Centro-Nord e del Sud risultanti dal Programme for International Student Assessment (Pisa) ed incrociati con statistiche sul livello di reddito delle famiglie, sul grado di accesso alle tecnologie dell’informazione e della comunicazione, sulla spesa per studente, sulla qualità degli edifici scolastici, e così via. Le implicazioni e le conclusioni sono chiare: senza una politica “nazionale” per la scuola (verso cui incanalare le risorse aggiuntive messe a disposizione dall’Ue per il 2007-2013) e senza un sistema anch’esso “nazionale” di valutazione dell’apprendimento, i programmi di grandi infrastrutturazione, di reti , di circuiti turistici e simili sono tra il futile e l’inutile. Lo conferma il saggio “Time Allocation between Innovation and Education" di Maurizio Iacopetta , un italiano che da anni lavora al Georgia Institute of Technology da cui si ricava come l’innovazione tecnologica e organizzativa deriva da un’allocazione ottimale tra il tempo dedicato alla ricerca e sperimentazione e quello impiegato, invece, nell’istruzione. E’ questo equilibrio che si deve trovare nella politica per il Mezzogiorno, anche e soprattutto in quanto , dall’ultimo lavoro di Luis Galicano e Thomas Hubbard siamo in un mondo in cui le “gerarchie della conoscenza” forniscono elevati rendimenti privati e sono il motore dello sviluppo- "The Return to Knowledge Hierarchies", CEPR Discussion Paper No. 6077.
Quindi, istruzione ed innovazione come assi portanti anche di una strategia rivolta alle grandi infrastrutture. Già cinque anni fa il “Documento strategico preliminare nazionale 2007-2013” per “le aree sotto-ulizzate” , prodotto dal Dps, il Programma per l’innovazione , la crescita e l’occupazione (Pico) messo a punto dal Dipartimento delle Politiche Comunitarie, e le proposte del Dps in materia di servizi pubblici essenziali , nonché l’esame delle opportunità e degli impatti della transizione da televisione analogica a digitale terrestre, in gergo Dvb-T , rappresentavano e rappresentano un corpo di analisi e riflessioni su cui costruire linee strategiche per il futuro a medio termine per il Sud e per le Isole ed utilizzare bene le risorse finanziarie europee ottenute grazie all’abilità dei negoziatori italiani nella trattativa sulla programmazione finanziaria Ue 2007-2013 .
C’è un nesso importante tra queste analisi : la convergenza delle proposte del “documento” del Dps con quelle del Pico e quelle attinenti al DvB.T. Il primo pone l’accento sulla priorità del completamento delle reti e dei nodi logistici, non unicamente di trasporto (in tutte le sue modalità), ma anche e soprattutto tecnologici. Il secondo dà corpo alle misure specifiche da mettere in atto ed include stime dei loro effetti; gran parte dei 200.000 nuovi occupati (specialmente giovani) saranno nel Mezzogiorno (dove i tassi di disoccupazione, ed in particolare, quelli di disoccupazione giovanile, sono tre volte pari a quelli del Centro-Nord). Le potenzialità del DvB-T dimostrano come con la televisione digitale terrestre porterà, con il teleschermo, la telematica e l’interattività alla portata di tutte le case (anche nelle aree sotto-utilizzate dove la diffusione di personal computer a connessione veloce è relativamente in ritardo rispetto al resto del Paese). Dando, quindi, ad uno ed a ciascuno l’opportunità di essere “in rete” dal proprio soggiorno e ponendo, dunque, una sfida enorme in capo alle pubbliche amministrazioni ed autonomie ed agli istituti deputati al supporto della loro riorganizzazione e formazione.
Questi i punti centrali. Come si pone, occorre chiedersi, il contesto di fronte a queste sfide? Alcuni anni fa, alla conferenza internazionale annuale organizzata dall’Università di Roma, Tor Vergata, a Villa Mondagrone a Frascati , gli economisti Luigi Paganetto e Pasquale Lucio Scandizzo presentarono la ipotesi suggestiva secondo cui le tecnologie della comunicazione e dell’informazione (Ict, nell’acronimo inglese di impiego comune) eliminando le distanze di spazio e di tempo avrebbero potuto, in certo qual modo, isolare le imprese del Mezzogiorno dai limiti del proprio contesto istituzionale e facilitarne così il decollo , riducendo i costi afferenti a tale contesto. E’ un auspicio di cui non si toccano ancora con mano gli esiti. Gli strumenti ci sono. Con metodi e procedure condivise per dare ad essi corpo si potrà effettuare una svolta effettiva.

domenica 15 agosto 2010

PIANO SUD DA 80 MILIARDI: ULTIMA CHIAMATA PER LA CONVERGENZA Avvenire 14 agosto

PIANO SUD DA 80 MILIARDI: ULTIMA CHIAMATA PER LA CONVERGENZA
Giuseppe Pennisi
Alla ripresa autunnale, o forse ancora prima, il Governo presenterà alle forze politiche un piano per il Sud di 80 miliardi di euro (da impegnare entro 2013), provenienti in gran misura da risorse Ue non utilizzate ed a rischio di essere dirottate verso altre aree dell’Unione. Il piano dovrebbe rappresentare un’utile occasione di confronto, ed auspicabilmente di coesione, tra maggioranza ed opposizione (nonché tra componenti della maggioranza con sensibilità differenti). In questi giorni, si discute molto su aspetti istituzionali (quali la creazione di una nuova cabina di regia a Palazzo Chigi) e meno di contenuti.
Per mettere sul piatto i contenuti è utile agganciarsi alla teoria dell’integrazione economica. Dagli Anni Sessanta esistono due scuole: secondo una (inizialmente guidata da Bela Balassa) l’integrazione economica è una molla per la “convergenza” tra aree più e meno sviluppate (riducendo, quindi, i divari), per un’altra (fondata, se se vuole, da Gunnar Myrdal), in un processo d’integrazione si rafforza la coesione tra le aree ad alto reddito, il cui benessere, però, si distanzia da quelle a reddito basso che si impoveriscono ancora di più.
Gli inglesi dicono che la prova della qualità di un dolce sta nel mangiarlo. Una diecina di anni fa, Antonio Cenini della Presidenza del Consiglio dei Ministri, PCM; (ora in servizio alla Rappresentanza italiana presso l’Ue a Bruxelles) ha esaminato , per l’Europa allora a 15, cosa era effettivamente avvenuto tra il 1960 ed il 2000. In effetti, si era verificata “convergenza” tra tutte le aree in ritardo di sviluppo ed il resto dell’Ue , ma “divergenza” tra il Mezzogiorno e gli altri. Analisi statistiche più dettagliate mostrano che la svolta è stata attorno al 1975 quando l’alto livello di trasferimenti pubblici pro-capite ha reso meno produttivo il capitale umano (postosi alla ricerca di finanziamenti pubblici non di idee imprenditoriali) e rafforzato la criminalità. Nel primo lustro del nuovo secolo, ci sono stati segni incoraggianti in quanto molte regioni del Sud avevano tassi di crescita maggiori di quelli del Centro-Nord. Nel secondo lustro , invece, la situazione è peggiorata. Precipitosamente.
In base a questo percorso di pensiero economico ed a questa evidenza empirica, l’obiettivo del piano deve essere quello di far “convergere” il Sud con il meglio d’Europa. Ciò comporta due sfide. Una per le pubbliche amministrazioni centrali e per le Regioni. L’altra per chi, come chi scrive, è un meridionale (specificatamente un siciliano etneo).
Le amministrazioni e le Regioni (e quindi la Politica che le guida) devono tornare ai principi del “rapporto Amato” di circa dieci anni fa , e troppo presto accantonato e coperto da una densa coltre di oblio. Scritto da Giuliano Amato con l’apporto dei maggiori centri di analisi e ricerca, concludeva che occorreva porre l’accento sulle politiche di contesto (scuola, legalità, ricerca, efficienza amministrativa), bloccare finanziamenti a pioggia (revocandoli se già deliberati) e concentrarsi su pochi grandi programmi di lungo periodo che , attiveranno sì valore aggiunto ed occupazione nella fase di cantiere, ma di cui, a regime, i maggiori beneficiari saranno le generazioni future. Chi crede nella trascendenza, non può non operare in vista del bene di chi verrà dopo.
I meridionali devono “portare l’Europa”, ossia le prassi europee, nel Sud con la convinzione dell’irreversibilità dell’euro e dell’impossibilità di periodiche svalutazioni competitive come in passato e con la certezza che se non si cambiano atteggiamenti e modi di operare si affoga. Il Mezzogiorno deve metabolizzare l’unione monetaria come l’opportunità che lo costringe a “convergere”.Per bene suo e dei suoi figli e nipoti.

giovedì 12 agosto 2010

Lirica, al ROF di Pesaro il giovane Rossini in mani giovanili Il Velino 12 agosto

CLT - Lirica, al ROF di Pesaro il giovane Rossini in mani giovanili


Roma, 12 ago (Il Velino) - Dell’opera di Gioacchino Rossini “Demetrio e Polibio” se ne ricorda una sola messa in scena in tempi moderni: diversi anni fa al Festival di Valle d’Itria a Martina Franca. La produzione allestita al Rossini Opera Festival (ROF) di Pesaro, sino al 19 agosto, di questo breve “dramma serio” in due atti, si basa su una revisione critica delle fonti. E’ il primo lavoro per il teatro del giovane Gioacchino che, all’età di 16 anni, lo ebbe commissionato dalla compagnia di giro Mombelli, composta essenzialmente da una famiglia di quattro persone guidata dal capocomico, marito dell’autrice del libretto Vincenzina Viganò Mombelli. Allora i Mombelli giravano di città in città operando nei magnifici teatri approntati da principi e “palchettisti”. Nel 1812 venne rappresentata al Teatro Valle di Roma ed ebbe una certa fortuna sino al 1825 sino a quando sparì. Difficile dire quanto della musica sia del giovanissimo Rossini e quanto dei Mombelli. La trama è tipica dell’”opera seria”, un genere in quel periodo in declino. Richiede quattro personaggi, un piccolo coro e un organico strumentale essenziale. Presenta due novità importanti: l’uso di un mezzo soprano e non di un castrato (categoria che allora stava sparendo) per la parte “en travesti” del giovane amoroso e quello di un bari-tenore per il ruolo del “padre nobile”. Sono innovazioni che resteranno nel teatro rossiniano e più in generale in quello dell’epoca. La partitura è leggera e convenzionale ma contiene almeno due buoni duetti, un paio d’arie apprezzabili e un interessante concertato al termine della prima parte.

L’allestimento di Davide Livermore è efficace e in economia: le scene e i costumi sono stati approntati dall’Accademia delle Belle Arti d’Urbino. Il pubblico, prima che lo spettacolo in programma inizi, vede un teatro dal fondale dove “Demetrio e Polibio” viene allestito dai fantasmi della famiglia Mombelli. Il tutto è molto aggraziato ed elegante. Data la semplicità dell’allestimento si presta a essere esportato verso circuiti come quelli emiliani o lombardi o verso sale di piccole dimensioni come il Teatro Nazionale di Roma. Corretta la concertazione di Corrado Rovaris alla guida di un’orchestra sinfonica messa insieme per la bisogna. Giovani i cantanti, in gran misura provenienti dall’Accademia Rossiniana. Spicca Yijie Shi, che conoscemmo come tenore d’agilità un anno fa ne “Le Comte Ory” e ora è un efficace bari-tenore. Di livello Mirco Palazzi. Ottima la vocalità di Victoria Zayrseva, ma il volume è ancora piccolo. La “prima donna” Maria Josè Moreno ha voce da vendere ma deve curarla ed evitare di forzare gli acuti.

(Hans Sachs) 12 ago 2010 13:23

Ad Aix vince il teatro in musica del giovane Oscar Strasnoy Il Foglio 12 agosto

12 agosto 2010
Ad Aix vince il teatro in musica del giovane Oscar Strasnoy


Il Festival di Aix-en-Provence non solo è l’occasione per ascoltare buona musica e prendere il polso alla “Francia-che-può” ma anche e soprattutto di vedere le tendenze del teatro in musica nel prossimo futuro. Sarebbe più corretto parlare di Festivals al plurale poiché quello più noto di musica lirica e concerti (1-21 luglio quest’anno) ha luogo dopo un mese di prove aperte dell’Accadémie Européenne de Musique (Aem) (occasione per ascoltare nuove voci e nuove bacchette) in giugno ed è seguito da una rassegna di danza in agosto.

Il Festival è ampiamente supportato da “mecenati” dall’industria e dalla finanza internazionale – ci sono appositi club a New York e Londra: coprono oltre un terzo del costo (19 milioni di euro – a titolo di raffronto i Festival italiani per Rossini e Verdi costano 6 milioni di euro ciascuno) e hanno prelazione sui biglietti. Un altro terzo viene da amministrazioni pubbliche centrali e locali, il resto da biglietteria e marketing - un quinto dalla vendita di spettacoli ad altri teatri ed a case discografiche e televisive. Gran parte degli spettacoli sono co-produzioni che successivamente si possono vedere nei maggiori teatri d’Europa, Stati Uniti ed Asia. Uno di essi, “Il ritorno di Ulisse in Patria” di Monteverdi con regia di Ala Noble, direzione musicale di William Christie ed un cast di giovani dell’Aem , lanciato a Aix nel 2000 è stato visto in oltre 30 teatri (di cui 8 italiani) in una tournée che è durata circa sei anni.
Grande attesa per l’edizione di “Don Giovanni proposta da Dmitri Tcherniakov , astro nascente della regia lirica internazionale di cui alla Scala si sono ammirati Eugene Onieghin di Tchakovsky e Il Giocatore di Prokofiev.

Aix non affrontava il titolo dal 1998 quando venne curato da Peter Brook (regia) e dal team Abbado-Harding (direzione musicale); altro allestimento presentato in tutto il mondo (15 repliche nella sola Milano). Il lavoro mozartiano” è proposto ora in un ambiente alto borghese dove avviene un “gioco al massacro” tra champagne, caviale, whisky e sesso. Ottimo il gruppo di cantanti attori guidati da Bo Skovus (truccato come Marlon Brando ne L’ultimo tango a Parigi) ed eccellente la direzione musicale di Louis Langrée alla guida della Freiburger Barockorchester che utilizza strumenti musicale d’epoca. Don Giovanni è coprodotto, tra l’altro, dal Bolshoi di Mosca dove le scene sessualmente esplicite non potranno non suscitare polemiche.

Farà discutere anche la Tessaglia della “Alceste” di Gluck rappresentata da Christoff Loy (che ne penserà il tradizionalista pubblico della viennese Staatsoper che la coproduce ed intende metterla in repertorio?): da un lato, la Coppia Realtà che esalta l’amor coniugale e la paternità sino a voler morire l’una per l’altro; da un altro un Grande Sacerdote –Magistrato dal piglio vagamente sadico e truffaldino; da un altro ancora, il popolo in costume da bambini minorati che segue dal buco della serratura ciò che fanno i due protagonisti; ed infine il deus ex machina Ercole che, vestito da commesso viaggiatore, risolve felicemente la triste vicenda di amore e morte. Anche in questo caso a vivi contrasti sulla drammaturgia e regia hanno fatto riscontro calorosi applausi alla parte musicale (tanto ai due protagonisti Veronique Gens e Joseph Kaiser, quanto a Ivor Bolton alla guida della Barockorchester quanto al coro “English Voices”). Consensi generalizzati , invece, per il mondo fantastico creato da Robert Lepage e Kazusho Ono (una piscina di 70.000 litri d’acqua al posto della fossa d’orchestra, cantanti che dall’acqua muovono marionette vietnamite) per “Le Rossignol et Autres Fables” di Stravinsky dove si dimostra che, alla fine la verità (l’usignolo vero scovato da un povero pescatore ignorante) la vince sulla più complessa macchinazione (l’usignolo meccanico adulato dai cortigiani).

Il vero capolavoro rivelato dal Festival è una novità assoluta “Un Retour” del 40nne Oscar Strasnoy, lanciato in Italia una diecina di anni fa (con rappresentazioni di un suo lavoro per la scena al Caio Melisso di Spoleto ed all’Opera di Roma) ma poi dimenticato dal BelPaese: con sei strumenti e sette voci in una dozzina di ruoli ammonisce che il passato non si cambia. E’un lavoro poco “politically correct” sul ritorno in Patria, dopo trent’anni, di un argentino, fatto fuggire in Europa dalla famiglia al prospettarsi della dittatura militare: tutti i suoi amici di un tempo, anche la sua donna, lo scansano, lasciandolo tornare a Parigi (sua residenza da tre decenni) con il senso della più completa solitudine. Lo si allestisce a basso costo. Auguriamoci che giunga in Italia.
© - FOGLIO QUOTIDIANO
di Giuseppe Pennisi

AGGANCIAMOCI ALLA RIPRESA ED APRIAMO SUBITO UN NUOVO CANTIERE Il Foglio 13 agosto

AGGANCIAMOCI ALLA RIPRESA ED APRIAMO SUBITO UN NUOVO CANTIERE

Giuseppe Pennisi
Cosa proporre come programma per completare utilmente la legislatura? Vedo sette punti da dividere in due capitoli: breve e medio periodo, lungo termine. Il primo consiste nell’agganciarsi alla ripresa, scansare un nuovo eventuale capitombolo internazionale e prepararsi al mondo del “dopo crisi”. Il secondo riguarda politiche di contesto che avranno effetti “nella fase di cantiere” ma i cui benefici si sentiranno principalmente “nella fase a regime”.
Politiche di breve e medio periodo.
1. Mantenere gli obiettivi di bilancio e di diminuzione dello stock di debito ma ridurre la pressione tributaria ampliando la “no tax area” per i meno capienti e riducendo numero delle aliquote, nonché recuperando risorse tramite abolizione di altri enti inutili (molto Province, mastodontico Isfol), riorganizzando gli enti internazionali in un unico istituto (indi riducendo il costo) e riducendo evasione ed evasione tramite la semplificazione del sistema.
2. Rilanciare la politica dei prezzi e dei redditi sia su base settoriale (ad esempio seguendo l’esempio dell’accordo di Pomigliano) sia su base regionale al fine di aumentare produttività e competitività – i veri ostacoli alla crescita di lungo periodo dell’Italia.
Politiche di contesto e di medio e lungo periodo.
3 Completamento del federalismo. Dal tempo della riforma del Titolo Quinto della Costituzione, circa dieci anni fa, siamo in mezzo ad un guado in tutti i maggiori settori . Ciò crea disorientamento , scoraggia investimenti dall’estero, aumenta costi di transazione . O torniamo alla vecchio sponda del centralismo napoleonico-giolittiano o transitiamo a quella nuova del federalismo. In mezzo al guado, finiremo con prenderci la polmonite od affondare.
4 Riforma della giustizia per porci in linea con il resto delle democrazie occidentali in termini di separazione delle carriere tra pubblica accusa e magistratura giudicante e per ridurre drasticamente i tempi dei procedimenti- altro masso sulla via della crescita.
5 Un adeguata rilancio delle infrastrutture con gli 80 miliardi di euro (in gran misura di fonte Ue) che rischiano di restare in buona parte dirottati verso altre aree dell’Unione se per contentare migliaia di “pretendenti” con distribuzioni a pioggia restiamo paralizzati.
6 Completare la riforma della scuola e dell’università, basi effettive per tornare almeno a ricerca adattiva ed innovazione di processo e di prodotto.
7 Un nuovo pilastro alla politica dell’immigrazione che, nel rafforzare la Bossi-Fini, semplifichi la concessione della cittadinanza a chi è nato su suolo italiano, ha studiato prevalentemente nel nostro Paese dando prova di volerne recepire i valori di fondo.

EUROEVOLUZIONI Il Foglio 13 agosto

EUROEVOLUZIONI
Giuseppe Pennisi
Tra qualche settimana, all’inizio di autunno, Bruxelles si desterà dal consueto letargo estivo per una serie di importanti appuntamenti europei ed internazionali. Sul piano strettamente comunitario, di grande rilievo la riunione dell’Eurogruppo il 9 settembre e quella dell’Ecofin il giorno seguente, nonché la discussione del bilancio dell’Unione in calendario il 19 settembre. Sul piano bilaterale, due “vertici” di peso : quello Ue-Usa il 3 settembre e quello Ue-Russia il 18 settembre. Inoltre la preparazione della posizione “europea” in vista dell’assemblea annuale del Fondo monetario internazionale (Fmi) e della Banca mondiale all’inizio di ottobre e del G20 che si terrà in Corea in novembre. Quale sarà il ruolo dell’Italia nel forgiare, prima, la posizione Ue e nell’influire, poi, con il resto dei partner europei, su quella internazionale?
Per tentare di dare una risposta è interessare scorrere le bozze dell’ultimo lavoro di Federiga Bindi in uscita per i tipi della Brookings Institutions di Washington (dove è stata Visiting Fellow per un anno) e raffrontarlo con un lavoro analogo che lei stessa pubblicò nel 1993. Federiga Bindi è una ricercatrice di scienza della politica all’Università di Roma Tor Vergata, dove è stata titolare della cattedra Jean Monnet sull’integrazione europea. Ha insegnato in varie università europee ed americane Adesso è anche uno dei consiglieri del Ministro degli Esteri Franco Frattini e collabora con la Scuola superiore della pubblica amministrazione (Sspa) in programmi diretti a fare diventare “più europea” la nostra funzione pubblica. Giovane e facilmente accessibile, è uno dei rari studiosi che cerca di rispondere , con analisi d’archivio piuttosto che con luoghi comuni, agli interrogativi su perché l’Italia abbia contato, e conti, ancora relativamente poco nell’Ue nonostante ne sia stata uno dei Paesi co-fondatori ed il Trattato su cui si regge l’intero edificio sia stato firmato a Roma.
Nello studio del 1993, le sue analisi confermavano quanto era sulla bocca di tutti coloro che si interessano d’Europa: per decenni abbiamo pesato, nelle decisioni Ue, meno del nostro apporto economico e del nostro ruolo nella storia dell’integrazione europea a ragione della breve durata dei Governi, di alleanze occasionali con altri partner europei (a volte con obiettivi in conflitto con i nostri), la scarsa propensione della burocrazia a cercare di imparare dalle prassi degli altri, poca attenzione alle politiche europee da parte del Parlamento, dei media e dell’opinione pubblica. In breve , siamo stati a lungo (oltre 40 anni) affetti dalla “sindrome del cofondatore”; ripetiamo a destra ed a manca di essere stati nel piccolo gruppo di testa (3 Stati di grandi dimensioni e 3 di piccole) che ha fondato l’Ue – proprio per questo motivo siamo corsi all’euro ed abbiamo ratificato trattati senza neanche discuterli - ma non ne abbiamo né svolto il ruolo né avuto i vantaggi.
Dal suo nuovo lavoro (“Italy and the European Union”, Brookings Institution Press, 240 pp. $ 28.95) traspare che, nell’ultimo decennio, ci sono stati miglioramenti. Il più importante è la relativa stabilità dei Governi, dovuta anche al fatto che per otto dei dieci anni il Presidente del Consiglio e la compagine di governo non sono mutati che per il breve interludio del Ministero Prodi. Inoltre, il Dipartimento per le politiche comunitarie sta svolgendo un buon lavoro di coordinamento. L’amministrazione ha cominciato non solo a imparare dalle altri ma anche a recepirne il meglio. A riguardo, anche se il volume non lo sottolinea quanto dovuto, hanno avuto un ruolo importante i corsi concorsi e le iniziative da parte del Ministero dell’Economia e delle Finanze e della Presidenza del Consiglio che hanno immesso nella pubblica amministrazione , dopo una selezione molto competitiva, giovani dirigenti spesso bilingui e quasi sempre con esperienze nel privato o enti internazionali. Ciò ha portato energie nuove in posizioni di responsabilità.
Restano ancora alcune malattie di sempre. Ad esempio, il libro traccia un quadro imbarazzante dell’ultimo anno della Presidenza Prodi alla Commissione Europa quando il nostro seguiva più il proprio rientro nella politica italiana(peraltro non contrassegnato da successo) che gli affari comunitari. Oppure, la decisione di ridurre il numero degli italiani al Parlamento Europeo assunta mentre la nostra delegazione dell’Italia era nella stanza accanto a seguire, al telefono, vicende nostrane. Il punto centrale è che non abbiamo tessuto, all’interno del club Ue, una chiara politica d’alleanze di lungo periodo e non la abbiamo perseguita con costanza. Per questo, la sindrome di avere il pennacchio di essere stato uno dei cofondatori ma di contare meno dei nuovi arrivati minaccia di perseguitarci come l’ombra di Banco. Pure agli appuntamenti di settembre.

martedì 10 agosto 2010

Opera, Michele Mariotti al ROf salva “Sigismondo” dal manicomio

CLT -

Roma, 10 ago (Il Velino) - Il giovane Michele Mariotti, alla guida dell’orchestra del Teatro Comunale di Bologna, con l’apporto di un ottimo cast di solisti (Daniela Barcellona, Olga Peretyatko, Antonino Siragusa nelle parti principali e Andrea Concetti, Manuela Bisceglie e Enea Scala in quelle secondarie), nonché del coro (sempre della fondazione felsinea guidato da Paolo Vero) ha letteralmente salvato l’inaugurazione del Rossini Opera Festival (ROF) 2010 da quello che sarebbe potuto essere un fiasco. Alcuni spettatori hanno lasciato, cosa inaudita al ROF, dopo il primo atto della rappresentazione di “Sigismondo”. Alla fine sono piovuti fischi e “buh” di disapprovazione, nonostante regista (Damiano Michieletto), scenografa (Carla Teti) e responsabile delle luci abbiano proprio al ROF una roccaforte di simpatizzanti pronti ad applaudire qualsiasi lavoro presentino. “Sigismondo” è una delle opere meno fortunate di Rossini. Basata su una leggenda più volta messa in musica all’inizio dell’Ottocento, pensata a “Geneviève” di Schumann, tratta di moglie di re fatta condannare a morte dal marito poiché accusata d’adulterio e solo dopo diversi anni e complicate peripezie riconosciuta innocente. Il libretto del buon Giuseppe Foppa è semplicemente pessimo. Venne imposto al 23enne Gioacchino dal Teatro La Fenice dove resse una sera sola, quella del 26 dicembre 1813. Una quindicina d’anni fa , Richard Boninge fece un tentativo di risuscitarlo a Treviso e Savona: ne rimase un cd che ha un certo interesse. Nuovo tentativo in Spagna, senza neanche un cd.

L’opera è d’interesse dei musicologi perché Rossini, allora già con una vita personale complicata da amori, amoretti ed amorazzi, lo compose di corsa, auto-imprestando sezioni intere dal “Tancredi” e, quel che è più sfizioso, offrendo prime bozze di numeri che sarebbero stati successivamente affinati e utilizzati per “Il Barbiere di Siviglia”, “La Cenerentola”, “Elisabetta regina d’Inghilterra” . Ne risulta un centone con una scrittura musicale e vocale a volte impervia ma sempre scintillante e lieve. Una messa in scena dovrebbe valorizzare l’ambiguità bifronte della partitura e presentare l’incredibile vicenda in modo luminoso ed ironico. E invece al ROS regia, scene e costumi sono del tutto scollati dagli aspetti musicali. Michieletto, uno dei registi più osannati della giovane leva, situa la vicenda in una Pomerania inizio Novecento dividendola tra un istituto per pazzi e un salone in male arnese. E’ un’impostazione vetusta: negli anni Novanta si sono viste Dame di Picche, Puritani, Lucie e altre opere ambientate in manicomi, ma la “tendenza” è durata poco. L’ha ripresa un mese fa Loy a Aix en Provence per “Alceste” di Gluck ma con ben altri esiti di coerenza con la partitura e di rigore scenico.

La scelta di Michieletto pare un bluff per épater la bourgeoisie (ma oggi nei teatri di vedono ben altre arditezze). La trama, già arzigogolata, appare del tutto incomprensibile: i polacchi richiamano dal manicomio il loro re matto dopo 15 anni perché, a capo delle forze armate, li protegga da un’invasione. Il clima lugubre non corrisponde affatto ai vocalizzi dei protagonisti e alla lievità della partitura. Una scenografia ossessiva aggrava, non facilita, la situazione. In breve, se si voleva dare una mazzata finale a “Sigismondo”, dopo i tentativi di riesumarlo, questa volta lo si è condannato all’oblio, almeno in veste scenica. Nessun teatro lo co-produce e nessuno, a quel che si, sa si affretta a noleggiarlo. Fortunatamente la parte musicale copre parte delle pecche della regia. Mariotti concerta con passione e perizia. Barcellona, Peretyatko e Sirigusa svettano.

(Hans Sachs) 10 ago 2010 12:33