giovedì 7 gennaio 2010

L’ANNO DELLE PRIVATIZZAZIONI ASIMMETRICHE, Il Velino 7 gennaio

L’ANNO DELLE PRIVATIZZAZIONI ASIMMETRICHE
Giuseppe Pennisi
Il 2009 appena terminato è stato caratterizzato nei Paesi Ocse non solamente da un freno alle privatizzazioni (a ragione della crisi economica internazionale) ma anche da una forte ascesa dell’intervento pubblico, mentre, nei Paesi in transizione dall’economia pianificata al mercato e nell’economie emergenti, il processo di denazionalizzazione è proseguito secondo il ritmo degli anni precedenti la crisi.
Il tradizionale rapporto annuale della Reason Foundation, uno dei principali osservatori internazionali sulle privatizzazioni con particolare accento ai Paesi Ocse afferma che “l’interesse nelle privatizzazioni rimane altissimo” (nonostante la crisi finanziaria ed economica) e che “oggi come non mai i Governi devono riesaminare con attenzione le loro priorità e concentrarsi sulle loro funzioni a loro essenziali utilizzando al meglio le capacità del settore privato in materia di gestione “. Il rapporto è incentrato, però, sulla partnership tra il settore e quello privato e sui processi di aumento della gestione privata in settori come gli istituti di prevenzione e pena e l’istruzione , specialmente negli Usa, anche se tratta pure di privatizzazioni in servizi pubblici quali i trasporti, l’acqua e lo smaltimento dei rifiuti (Reason Foundation, 2009). Non mancano certo episodi significativi di politiche di privatizzazione; il documento cita in particolare l’esempio della città di Chicago. In generale, però, è l’aumento dell’intervento pubblico a dominare la scena.
Tuttavia,- come già ricordato in questa rubrica- negli Usa , l’indebitamento della pubblica amministrazione federale è giunto, nel 2009, al 12% del Pil principalmente a ragione di salvataggio bancari ed industriali; lo stock complessivo di debito (pubblico e privato) supera il 300% del Pil,. Mentre , all’epoca della Grande Depressione degli Anni ’30, era giunto al 150% del Pil. Nell’Unione Europa e nell’unione monetaria in generale, l’espansione del debito, dell’indebitamento e dell’intervento pubblico causa rischi alla tenuta stessa della moneta unica. . I consuntivi 2009 indicano che lo stock di debito e l’indebitamento netto della pubblica amministrazione giunti al 135% ed al 13% del Pil per la Repubblica Ellenica, toccano il 96% ed il 14% per l’Irlanda, il 75% e l’11% per la Spagna e il 91% l’8% per il Portogallo. Previsioni ancora meno incoraggianti per l’anno in corso: nel 2010, tenendo conto dei “piani di rientro” già annunciati, la Commissione europea prevede un indebitamento netto della pubblica amministrazione al 15% del Pil per l’Irlanda, al 12% per la Grecia, al 10% per la Spagna ed ancorato all’8% per il Portogallo. In aggregato, lo stock debito pubblico per l’area dell’euro sfiora il 90%, principalmente, però, a ragione non delle intemperanze del “club Med” (Grecia, Portogallo, Spagna) e dell’Irlanda, ma della forte espansione dei disavanzi di bilancio di Germania e Francia sia per salvataggi bancari (ed industriali) sia per sostenere la domanda.
Rispetto a questo quadro per i Paesi Ocse , il processo di privatizzazione continua con relativo successo in particolare nei Paesi in transizione. Il Journal of Economic Literature ha appena pubblicato una rassegna analitica di circa 300 studi. Le privatizzazioni, adesso giunte alla “seconda generazione”, vengono esaminate in termini di efficienza, rendimenti and altri indicatori finanziari; i vari studi vengono anche distinti in base a specifiche metodologie econometriche al fine di valutarne la relativa affidabilità e focalizzare l’attenzione sui risultati più credibili. Viene anche tracciata una tassonomia tra effetti di breve e di medio – lungo periodo e sulla base delle pertinenti aree geografiche (Europa Centrale, Commonwealth degli Stati Indipendenti – ossia ex Unione Sovietica- e Cina). In generale , gli esiti finanziari ed economici sono positivi, specialmente se visti nel medio periodo e se la cessione avviene dallo Stato ad azionisti interni (spesso dubbi se avviene a stranieri). L’eccezione è la Cina dove i risultati sono molto diversificati; in generale positivi ma spesso insignificanti ed a volte negativi. Numerosi studi specifici possono essere consultati sulla biblioteca telematica Social Science Research Network; in appendice si presentano alcuni titoli che si suggeriscono per approfondimenti.
E’ in questo contesto più generale che si devono soppesare i rischi e le opportunità di privatizzazioni in Italia come parte della exist strategy dalla recessione che ha colpito durante il Paese nel 2008-2009. E’ questo un tema che pare distante dall’agenda politica che pare avere in cantiere unicamente la privatizzazione della Tirrenia . E’ tema che merita di essere rilanciato, unitamente a quello delle liberalizzazioni , anche e soprattutto per fare sì che gli esiti conseguiti a fine 2009 (l’approvazione della legge quadro sui servizi pubblici locali) non restano sulla carta ma diano l’avvio ad una stagione di fatti concreti.

mercoledì 6 gennaio 2010

LA SECONDA GIOVINEZZA DELL’83ENNE COMPOSITORE HANS HENZE, Il Foglio 6 gennaio

LA SECONDA GIOVINEZZA DELL’83ENNE COMPOSITORE HANS HENZE
Giuseppe Pennisi
Il 10 gennaio, l’Accademia di Santa Cecilia popone la “prima mondiale” dell’ultimo lavoro di Hans Werner Henze, il compositore vivente più eseguito al mondo: un’opera in un atto , Opfergan (Immolazione), tratta da un poemetto di Franz Werl (grande amico di Kafka), in cui un cane bianco (il tenore Ian Bostridge), smarrito dai suoi padroni, viene ucciso da un uomo violento in fuga (il basso John Tomilson) e braccato da quattro poliziotti. Un apologo sul significato del vivere destinato a girare in Italia ed all’estero. Ed un ulteriore segno di una nuova giovinezza di Henze, alle cui opere è dedicato il capitolo centrale di “Opera in the 20th century” di Ethan Modden- una dei testi più letti nel mondo anglosassone. Paolo Isotta ha scritto che Hneze è il maggior compositore operistico vivente. Henze è uno dei rarissimi musicisti a cui è stato conferito “Il Premio Imperiale”, il Nobel giapponese. Autore prolifico, a metà degli Anni 50, avvenne una vera e propria battaglia a Roma alla “prima” di “Boulevard Solitude” (basato sul romanzo dell’Abbate Prévost relativo a Manon e al Cavaliere Des Grieux” già fonte d’ispirazione d’Aubert, Massenet e Puccini).
Quando, tre anni fa, il compositore compì 80 anni, il suo stato di salute non ha permesso che partecipasse alla celebrazioni organizzate in Italia - dove vive, nei pressi Roma, dal 1954- ed all’estero. Non ha preso parte ai festeggiamenti predisposti al Cantiere d’Arte di Montepulciano (da lui creato e diretto per lustri) in quanto giudicato terminale. Analogamente, non ha assistito alla ripresa della sua opera Elegy for Young Lovers, al Teatro delle Muse d’Ancona, prima, e al San Carlo , poi.
Quando nel 2003,al Festival di Salisburgo, aveva trionfato L’Upupa, una commedia in musica tratta da una leggenda siriana, il lavoro era stato interpretata come un addio alla vita. Da allora, L’Upupa ha riportato un successo dopo l’altro nei maggiori teatri europei ed americani; viaggio iniziatico di un giovane alla ricerca del significato della vita, il lavoro ha i tratti, ove non le caratteristiche, di un’opera “ultima”, anche per la fattura magistrale della musica in cui la sintesi del secolo trascorso guarda al secolo nuovo, nella consapevolezza che lo spettatore e l’ascoltare devono essere trascinati, non annoiati.

Nel dicembre 2007, dopo quattro anni di malattia, e dopo la perdita del suo compagno di vita, ha messo in scena a Berlino Phaedra, ripresa a Bruxelles, Francoforte e Vienna, e giunta, in un differente allestimento (più apprezzato dall’autore di quello tedesco), al Maggio Musicale Fiorentino. Phaedra si ispira al mito greco letto tramite anche Racine e D’Annunzio. La tragedia dell’amore peccaminoso della regina per il figliastro è coniugata con una sua continuazione in Italia mutuata da alcuni testi latini (Virgilio, Ovidio). Il racconto delle vicende è affidato a potenti monologhi anche a più voci quando immaginazioni e volontà dei personaggi si incontrano. I due atti hanno pari durata (ciascuno circa 45 minuti), ma sono contrapposti per colore musicale: il primo è di compostezza apollinea, il secondo è invece dionisiaco. Un organico di 23 strumentisti per una trentina di strumenti e cinque cantanti-interpreti. Dualità e simmetrie si ritrovano persino nella strumentazione, concepita in funzione drammaturgica e articolata sui due grandi blocchi degli ottoni - la regalità del mondo di Fedra - e dei legni - il colore dei boschi nei quali caccia Ippolito - cui si aggiunge un contributo delle percussioni con la loro tinta d’ arcaico. Attraverso questi elementi, Henze sembra dare un significato all'utopia dell’esistenza.
Alla luce di questi ultimi lavori ed in attesa di Opfergan (Immolazione), occorre chiedesi come Henze sia considerato, nel nostro Paese, schierato “a sinistra”, nonostante in Italia (dove vive da oltre 50 anni) è rappresentato di rado mentre le sue opere erano regolarmente nei cartelloni del Covent Garden negli anni di Margaret Thatcher (sua grande estimatrice), alcune sono su testi di Yukio Mishima e appaiono di frequente sulle scene americane e spagnole (oltre che su quelle tedesche, austriache e svizzere). Henze ha portato la musica dodecafonica al grande pubblico combinandola (grazie ad un eclettismo inconfondibile ) con la musica cromatica e diatonica tradizionale. Da anni non tratta i consueti temi di lotta sociale giudicati “di sinistra”, ma quelli dell’individuo di fronte all’avventura umana ed a Dio.

lunedì 4 gennaio 2010

The Paradox of Scientific Authority: The Role of Scientific Advice in Democracy Leonardo Reviews gannaio

The Paradox of Scientific Authority: The Role of Scientific Advice in Democracy

by Wiebe E. Bijker, Roland Bal and Ruud Hendriks
The MIT Press, Cambridge, MA, 2009
232 pp., illus. 1 b/w. Trade, $32.00
ISBN: 978-0-262-52492-6.

Reviewed by Giuseppe Pennisi
Professor of Economics Università Europea di Roma
Rome, Italy

giuseppe.pennisi@gmail.com

This is a very useful and provocative study. At a first and superficial reading, it may appear as a very specific organizational analysis on the actual workings of Gezondheidraad, the Dutch Health Council. This is a scientific body with both advisory functions in a large array of scientific matters and a decision-making authority in some rather specific medical topics. Hence, it would be of interest only to public organization analysts, especially in the Netherlands. At a deeper reading, the book is a sociologically constructivist study where the very detailed analysis of Gezondheidraad and of its effective actual internal operations – not solely of the written rules, regulations, and procedures- raises much broader issues. These are of two kinds: a) how an independent technical Authority can be constructed and gain, over time and experience, standing and influence in the process of public policy making; b) how “civic epistemology” actually operates in a period, like these decades of the XXI Century, when scientific authority is no longer a “technocratic” monarchy like 100 ago when there was either only one sources of scientific advice or a limited number of them. Nowadays, “the role of scientific advisory institutions is . . . one element in the broader governance of technological culture” and its interplay with democratic institutions is both very sensitive and very tricky. Also scientific advisory institutions are often competing for prestige, role in public policy making and, in short, effectiveness. In the more descriptive part of the book, there a detailed and careful analysis of how, the Gezondheidraad has gradually responded to the changing situation by “connecting expertise and participation” mostly through committee work, consultations and hearings. Nonetheless, in the final part of the book, the Gezondheidraad case study is seen in its relevant merit: to raise fundamental policy, not only organizational, issues and to provide a number of answers to them. In short, by looking in detail at a single tree, the researcher can better understand the wood.

The issues range from the questions of how democracy (with its necessarily lengthy process) can be adapted to a technological culture (where timely choices are often essential) to the role of scientific advice in risk governance. These issues do not concern only the Netherlands but all technologically advanced countries – at least all OECD countries. For instance, in Italy, nowadays the Scientific Council analogous to the Gezondheidraad, on the one hand, and the Government and Parliament, on the other, are struggling to find an adequate solution to the “abortion pill” (RU 486): It is a stake not only bioethics versus science, but also different answers or different nuances to similar answers provided by a variety of technical experts within the same scientific authority and in the academic community at large. The solution proposed by the “official” and “statutory” Scientific Council is challenged by other equally authoritative experts. In Italy too, for the last 10 years a succession of Governments of different and diverging political orientations and of Parliaments with different majorities have attempted to provide for an overall reform of Scientific and Regulatory Independent Bodies. Italian research and the national press explain this lack of progress with the conflicting interests of the various Authorities and of their supporters. Similar problems are faced in many OECD countries and internationally: A current example is the science of global warming in the spotlight also because it is surrounded by many doubts and uncertainties; another is the often proposed “new global financial market regulations”. The study by Bijker, Bal and Hendriks rightly proposes to look into deeper determinants dealing with the fundamentals of democracy in the age of science and technology. The method proposed by Bijker, Bal and Hendriks in this book could be a useful venue to find pertinent solutions to some of these national and international issues.

In reading the book, I have necessarily the vision of an economist that during his professional life has served in several Scientific Councils and Authorities dealing with matters such as the appraisal and selections of public investment, the reform of vocational training and more recently national arts and cultural policies. In all these positions, I have always felt that the technical advice the various Councils could give was effective if it was subdued and showed in a quite open and transparent manner its own limitations. Politicians and the civil society at large would resist technical advice if such advise sounds dogmatic and apodictic. This confirms one of the main findings of Bijker, Bal and Hendriks’ book.

The study raises the issue is risk governance. The case study of Gezondheidraad actual workings provides evidence that seldom Scientific Councils differentiate between risk and uncertainty. In my view, risk can be handled through Bayesian stochastic statistics – viz. probability calculus. Uncertainty through the Dixit-Pindyck “real options” analysis. If Profs. Bijker, Bal and Hendriks find these hints useful, they could be the basis for further research.

Le riforme costano? Provate le "non-riforme"...Ffwebmagazine 4 gennaio

E intanto Sarkozy in Francia sta rinnovando lo Stato
Le riforme costano?
Provate le "non-riforme"...
di Giuseppe Pennisi
A chi gli faceva notare quanto fosse “alta” la spesa per l’istruzione (una delle voci principali del bilancio francese), Marc Blondel, leader storico di Force Ouvrière, il sindacato laico francese, usava rispondere: «L’ignoranza è molto più cara».In questo inizio di 2010 (secondo la “strategia di Lisbona” definita nel marzo 2000, l’Ue sarebbe oggi dovuta essere l’area più dinamica del mondo), parafrasando Blondel, pensiamo che le “non-riforme” sono molto più care. Non in base all’intuizione che le “non-riforme” sono una delle determinanti del più basso potenziale di crescita di lungo periodo (tra quelli dei paesi Ocse) computato dalla Bce per l’Italia, un misero 1,3% l’anno. Ma sulla scorta di analisi puntali e pubbliche. Tutti, dal capo dello Stato ai leader dei vari partiti, insistono sull’urgenza delle riforme e indicano che disegni di legge puntuali saranno presentati alle due Camere in modo da essere esaminati e discussi in parallelo. Quanto tempo ci vorrà per renderle concrete?

Chi ama restare al punto dove siamo, ricorda che ci vollero circa 12 anni (dal 1534 al 1545) per preparare il Concilio di Trento. E altri 18 (in tre fasi) per condurlo in porto. Quando, nel 1563, i lavori del Concilio furono formalmente chiusi, furono necessari altri 30 anni per dare corpo a quelli che hanno, in linguaggio moderno, il nome di decreti attuativi. Non fa alcun cenno al Concilio di Trento, il socio-economista Albert Hirschman (da sempre considerato dalla sinistra riformista italiana tra i propri padri intellettuali – tra l’altro ha studiato a Trieste ed è stato cognato di Altiero Spinelli ed Eugenio Colorni) nel suo Come far passare le riforme. Tuttavia, dedica un lungo capitolo alla difficoltà di realizzare riforme e ai tempi lunghi necessari per formare una coalizione di volenterosi su un progetto condiviso. A conclusioni analoghe giungono Alberto Alesina, Silvia Ardagna e Francesco Trebbi in un saggio pubblicato alcuni anni fa (il Nber working paper No. 12049) ma probabilmente letto unicamente nel mondo accademico.

Ha avuto invece una notevole eco un libro di Paul Pierson (Dismantling the Welfare State? Reagan, Thatcher and the Years of Retrenchment, Cambridge University Press); anche se pubblicato nel 1994, ha avuto un paio di ristampe (ma non è mai stato tradotto in italiano). Esamina il gradualismo astuto con cui Ronal Reagan e Margaret Thatcher hanno riformato lo stato sociale; ad esempio, in Gran Bretagna sono state utilizzate 14 leggine (spesso tramite emendamenti oscuri preparati da legulei barracuda - esperti) per smantellare le rigidità, spesso senza che neanche i sindacati ed i media se ne accorgessero.

Dai 12 (+ 30) anni del Concilio di Trento, si è passati alla decina degli “Years of Retrenchment” (gli anni della marcia indietro dello Stato interventista, almeno negli Usa e nel Regno Unito). Quanti ce ne vorranno per la tornata che ci si appresta a svolgere in Italia? Se ci si muove bene, forse molto meno. Guardiano alla vicina Francia, In circa un anno, Nicholas Sarkozy ha riformato: la Costituzione (ormai siamo in Sesta Repubblica), la previdenza (aumentando di un anno l’età minima per fruire delle prestazioni), gli orari di lavoro (mettendo di fatto in soffitta “le 35 ore” a settimana propugnate dalla sinistra), gli ammortizzatori sociali (chi rifiuta due offerte di lavoro perde l’indennità di disoccupazione). Ha inoltre privatizzato le autorità portuali, varato regole per il mantenimento di servizi pubblici essenziali in caso di scioperi, riorganizzato i contributi all’industria cinematografica ed ai teatri.

L’elenco è incompleto poiché si riferisce alla Francia osservata, da Roma, con il cannocchiale. Come è riuscito a fare tanto in così poco tempo? Un elemento esterno è la rapidità con cui cambia il mondo nell’età della tecnologia dell’informazione e della comunicazione. Un dato eloquente è fornito dall’Ocse: meno del 10% dei francesi occupati sono iscritti a sindacati e la percentuale diminuisce da anno in anno. Sarkozy ha utilizzato Domique de Villepin per acquisire il consenso della leadership sindacale, spesso in cene discrete a “Le Dôme” e “La Pérouse” (due ristoranti eleganti della Rive Gauche” o al più casual “Café Procope”, molto legato al Risorgimento italiano, di cui pare che Mme La Président Carla Bruni Sarkozy sia un’appassionata). A mio parere, però, un elemento importante è stato la strategia di distogliere l’attenzione – già seguita nel 2003 a proposito dei lunghi scioperi estivi degli intérmittants (i lavoratori dello spettacolo con contratti basati su scrittore). I media e l’opinione pubblica hanno diretto i loro sforzi alle vicende private del presidente senza dare adeguato risalto a quanto avveniva sul piano delle riforme. Che la lotta ai fannulloni AAet similia non possano svolgere una funzione analoga?
Ma torniamo al costo delle “non riforme”. Uno studio dell’Ocse misura il differenziale di lungo termine di un indicatore composito (livelli e crescita del tenore di vita a parità di potere d’acquisto) rispetto a un benchmark (metro di confronto) convenzionale, gli Usa: Italia e Giappone sono i paesi che presentano il divario maggiore. Le non-riforme ci costano un tasso di crescita potenziale di almeno mezzo punto del Pil l’anno: una legislatura di non riforme vuol dire una riduzione media dei tenori di vita almeno del 3% rispetto a quanto sarebbe stato possibile.

Un’analisi freschissima del maggiore istituto tedesco di ricerca economica (l’Ifo) conferma queste stime. Lo studio Ocse contiene indicazioni specifiche per mettersi al passo. Per l’Italia, esse sono le seguenti: intensificare l’utilizzazione del lavoro (riducendo il cuneo fiscale ed incoraggiando la contrattazione collettiva decentrata al posto di quella nazionale) e aumentarne la produttività (promuovendo la concorrenza nei servizi cominciando dalla privatizzazione e liberalizzazione di quelli pubblici, migliorare scuola e università, modernizzare corporate governance e diritto fallimentare). Un anno nuovo è iniziato, speriamo che qualcosa si muova.

4 gennaio 2010

Roma, all’Auditorium i “latini” di Bogotà suonano l’Oriente, Il Velino 4 gennaio

CLT - Roma, all’Auditorium i “latini” di Bogotà suonano l’Oriente

Roma, all’Auditorium i “latini” di Bogotà suonano l’Oriente
Roma, 4 gen (Velino) - Al ritorno di una tournée di un mese in Cina, si è fermata a Roma Orchestra Filarmonica di Bogotà, per la prima volta nella capitale italiana. I due concerti (il primo si è tenuto ieri, il secondo stasera) hanno avuto luogo nel quadro della stagione concertistica dell’Orchestra sinfonica di Roma (Osr), formazione che, senza supporto pubblico ma patrocinata dalla Fondazione Roma e da un gruppo di sostenitori, è diventata il vero competitore dell’Accademia di Santa Cecilia. Nonostante abbia una ormai lunga esperienza e tradizione in America Latina, la Filarmonica di Bogotà (al pari di molte altre orchestre dell’emisfero meridionale) non è nota in Italia. La scarsa conoscenza delle formazioni sinfoniche dell’America centrale e meridionale è una lacuna, specialmente se si pensa il ruolo che hanno avuto nella crescita di grandi direttori d’orchestra italiani (in primo luogo Arturo Toscanini) e il conto in cui sono tenute pure oggi da molti maestri concertatori italiani. Inoltre la Filarmonica colombiana ha presentato un programma molto interessante: interamente di musiche dell’inizio del Novecento di compositori dell’Europa centrale ed orientale. Un modo quindi di vedere come i “cugini” latini leggono l’Est. Unica eccezione, una partitura tradizionale colombiana su un’area nota per la coltivazione di caffè. La storia dell'Orchestra Filarmonica di Bogotà inizia nel 1967 quando venne creata la Fondazione Filarmonica Colombiana, gruppo no-profit di musicisti. Amanti della musica, intellettuali e impresari aderirono in gran numero.

Nel corso della sua storia, l'Orchestra è stata diretta da concertatori importanti, sia colombiani sia stranieri, come Jaime Leon, Dimitar Manolov, Eduardo Carrizoza, Carmen Moral, Francisco Rettig, Irwin Hoffman. Compositori come Luis Antonio Escobar, Jesus Pinzan Urrea, Luis Pulido e il tedesco Borda hanno lavorato a stretto contatto con l'orchestra che il Comune di Bogotà adottò come propria formazione sinfonica e cominciò a finanziare regolarmente. Attualmente è composta di 97 musicisti. Il suo nuovo direttore musicale è Lior Shambadal. Nato a Tel Aviv nel 1950, Lior Shambadal è diventato, a trent’anni, direttore principale dell'Orchestra Sinfonica di Haifa e successivamente della Kibbutz Chamber Orchestra di Tel Aviv. E’ stato uno dei fondatori del gruppo di compositori "Acustic 7/11" e dell'ensemble "Musica Nuova"; è considerato uno dei maggiori compositori di musica contemporanea del Bacino del Mediterranneo. Molto noto in Europa, dal febbraio 1997 ad oggi Lior Shambadal è il direttore principale dei Berliner Symphoniker e, a partire dal 2000, è anche Direttore Principale della Rtv Slovenija Symphony Orchestra.

Il concerto è stato aperto dalla “Sinfonia dal nuovo mondo” di Antonin Dvořák, l’ultima e la più nota opera del maestro ceco, dedicata alla cultura americana dopo la sua nomina a direttore del New York National Conservatory of Music. Nella sinfonia di Dvořák, la matrice classica europea di fine Ottocento-inizio Novecento viene contaminata dalla musica autoctona, come gli spirituals e temi della tradizione indiana, contaminazione che nella lettura della Filarmonica di Bogotà si avverte maggiormente che nelle esecuzioni consuete, proprio a ragione della tinta latina aggiuntiva che vi mettono i musicisti. Notazione analoga merita l’esecuzione del “Capriccio spagnolo” di Nikolaj Rimskij-Korsakov, originariamente concepito come concerto-fantasia per violino e orchestra che poi divenne un brano orchestrale in cui ai vari strumenti è data occasione di mettersi in mostra. Il sangue latino si avverte dalla prima all’ultima battuta (magnifico in particolare il gruppo degli ottoni) che nelle formazioni italiane, come diceva Giuseppe Sinopoli, è spesso troppo bandistici o troppo smorti. Ultimo pezzo del concerto “L'uccello di fuoco”, lavoro tipicamente legato alla tradizione russa in cui la Filarmonica di Bogotà ha posto l’accento sulla lenta maestà dagli archi e sul mesto tema della principessa (clarinetti, flauti e violino a solo o in gruppo), per esplodere poi nel crescendo di fagotti e tromboni che precede il grandioso finale in cui gli archi sono coadiuvati da rulli di grancassa, legni e timpani.

(Hans Sachs) 4 gen 2010 13:22

L’EUROPA APPROFITTI, E’L’ANNO DELLA TIGRE. Il Tempo 4 gennaio

L’EUROPA APPROFITTI, E’L’ANNO DELLA TIGRE
Giuseppe Pennisi
Secondo il calendario cinese, ogni anno , in un ciclo di 12, è associato ad un animale: il 2010 (che da noi sta per cominciate , ma nel Celeste Impero, inizia a metà febbraio) è l’”anno della tigre”. Nell’iconografia mandarina, la “tigre” è, a sua volta, simbolo di forza e di fertilità. Quindi, nelle volgarizzazioni apparse sulla stampa europea, presagio di crescita dopo la recessione degli ultimi due anni e mezzo. Cerchiamo di quantizzarla con le stime migliori ad oggi disponibili- quelle diramate il 24 dicembre dai 20 centri di analisi previsionali del gruppo del “consensus” (tutti privati, nessuno italiano).
In Estremo Oriente, ci sarà una espansione ma non così forte come ritenuto sino a pochi mesi fa: negli ultimi 12 mesi il pil cinese è aumentato del 6%, per i prossimi si stima il 7% circa – un tasso elevato ma inferiore a fare funzionare l’economia a pieno regime. I dati ufficiali cinesi parlano di 80 milioni di senza lavoro nelle aree urbane; stime di Angus Maddison (un veterano del mestiere che raramente si è sbagliato) pongono i “disoccupati nei settori non agricoli” a ben 150 milioni- un numero da fare paura. Non solo; sempre secondo Maddison, a parità di potere d’acquisto , il pil cinese è pari all’80% di quello Usa. Ne consegue che la Cina deve correre più di prima sia per impedire un’implosione interna sia per fare da traino all’economia internazionale. Il corollario è che non modificherà la politica di cambio; se lo facesse minerebbe il proprio potenziale di crescita con implicazioni gravi sia all’interno sia a livello internazionale.
A ragione di una politica espansionista senza precedenti (lo stock di debito totale interno supera il 300% del pil, il disavanzo dei conti con l’estero è il 3,5% del pil), gli Usa potranno registrare una svolta: da una contrazione del pil del 2,5% nel 2009 ad una crescita del 2,7% nel 2010. Svolta analoga (-2,5% nel 2009, + 2,4 nel 2010) in Canada. Tale svolta ha un prezzo non solo in termini d’inflazione (sul 3% nel Nord America nel 2010) ma anche di mantenimento degli squilibri finanziari tra aree geografiche: forte disavanzo Usa (3,5% del pil, come si è detto) e forte saldo attivo cinese (6% del pil).
In questo contesto, quali le implicazioni dell’anno della tigre per l’Europa? L’onere dello squilibrio finanziario è soprattutto sul continente vecchio il cui potenziale di crescita viene rallentato da una vasta gamma di determinanti internazionali (perdita di quote di mercato, andamento dei tassi d’interesse, flussi degli investimenti dall’estero). Infatti, c’è poco da stare allegri: i 20 centri di analisi stimano, mediamente, una crescita dell’1,2% per l’area dell’euro e dello 0,8% per l’Italia.
Una exist strategy concordata tra le tre grandi aree potrebbe portare ad una ripartizione più equa della ripresa e dei suoi benefici. Ha l’Europa sufficiente voce in capitolo – ed un nocciolo duro di proposte chiare e condivise? Hanno Cina e Usa interesse ad ascoltare quel che dice il continente vecchio – sempre che non si limiti a bisbigliarlo.

domenica 3 gennaio 2010

Tosca' and 'Butterfly' with live electronics, Music & Vision 3 gennaio

LOW COST, BUT EFFECTIVE

'Tosca' and 'Butterfly' with live electronics,
by GIUSEPPE PENNISI

It is no longer an experiment. It has being going on for nearly ten years. It has been hardly noticed by the Italian press, but reported on by The New York Times, The International Herald Tribune, The Independent, La Tempestad, Expension Entorno, Actual and various German and Far Eastern (mostly Japanese and Korean) newspapers and magazines. Early in 2009, it was studied in depth by Suguru Agata, Segretary General of the Japan Electronic Keyboard Society; as a result, it has been included among the research and experimental lyric opera theatres under review and monitoring upon by the Open Research Center Project of the Showa Music University. In 2010, two of its productions will be seen at the Shanghai International Expo and at the Korean Chamber Opera Festival.
It is of interest to our readers for two reasons: firstly, it shows how low cost or budget opera can use modern technology -- very important information for opera houses in comparatively small towns as well as for touring companies; secondly, it provides indications to tourists visiting Rome for alternative ways to have an opera evening when the Teatro dell'Opera is not 'in season' or is 'sold out'. Although the most relevant aspect shows how to use technology to reduce costs, opera goers in Rome should to avoid falling into many well advertised traps: performances in churches and Renaissance palaces by occasionally and often carelessly assembled groups of amateurs : often their quality is abysmal.
Let us sum up how the Piccolo Lirico (www.piccolalirica.com) started and gradually established itself. About ten years ago, during one of the mini-recessions that plagued Italy before the 2008 massive world downturn, three active and ingenious, but no longer adolescent, girls found themselves out of job; All of them loved opera. They were respectively a stage director-manager, a stage sets and costumes designer and a conductor. They had guts. Thus, they set for an adventure: low cost, but decent quality opera. Of courses, with their limited means and no state or regional financial support, they never aimed at producing anything comparable to La Scala, La Fenice, San Carlo, Massimo or the Teatro dell'Opera. The tickets are about half the price of those in major houses and further discounts are offered to groups.

Piccolo Lirico's 'Tosca' at Teatro Flaiano
They found a small stage theatre nearly hidden in the central heart of Rome (the untouched Renaissance area between the Pantheon, the Collegio Romano, and Torre Argentina archeological setting). The theatre is an elegant and cozy 150 seat candy or jewel box. They decided that their operas should be different to those available in normal houses. Thus, performances start at 8pm promptly and end at 10pm (when the audience can enjoy dinners in many a trattoria nearby). Operas are often abridged by removing scenes with many singers and large choruses; also at the Bregenz Festival, operas are cut to fit one single stage set and not more than a two hour performance. At Bregenz, voices and orchestra are electronically amplified. However, there should be no compromise in quality, viz voices, acting orchestra, staging and alike (including dancing in their Carmen). And, of course, no amplification.

Daniela Yum as Madama Butterfly for Piccolo Lirico
Young singers are selected after a competitive process and receive training in acting: a now internationally known singer Amarilli Nizza started her career as Traviata at the Piccolo Lirico some ten years ago. The main innovations deal with stage sets and orchestra. The sets are computerized projections: in Tosca and Butterfly -- in repertory until 12 June 2010 -- the sets are, respecitively, reproductions of Rome in the early nineteenth century (with a small movie on Tosca's running in a period sedan to Castel Sant'Angelo) and the history of Japanese paintings from Tawara Sotatsu to latest experimental pictures. The orchestra is live electronics, but not, as usually done, an electone supported by normal instruments; there are four different electones, played by professional pianists under the baton of a professional conductor: they can reproduce the sounds of an orchestra of sixty instruments.

Marta Brivio as Tosca for Piccolo Lirico
Piccolo Lirico is worth a visit.
Copyright © 6 January 2010 Giuseppe Pennisi,
Rome, Italy

TOSCA
MADAMA BUTTERFLY
ROME
ITALY
JAPAN
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