“CRESPUSCOLO” E “IDOMENEO”APRONO IL FESTIVAL DI I AIX
Segno della necessità di collaborare in tempi di restrizioni: i primi due spettacoli presentati a Aix-en-Provence sono co-prodotti con il Festival di Salisburgo. L’inaugurazione è stata con uno strepitoso “Crepuscolo degli Dei” ( tra alcuni mesi a Salisburgo) . Con la direzione musicale di Simon Rattle alla guida dei Wiener Philarmoniker, con la regia di Stéphane Braunschweig e con un cast stellare , questo “Crepuscolo” intimista ha ottenuto 20 minuti d’applausi dopo 6 ore di spettacolo.
La regia di “Idomeneo” (a Aix, sino al 17 luglio ma a fine agosto a Brema ed in inverno a Salisburgo) è affidata al sempre dissacrante Olivier Py. Ha suscitato qualche protesta da chi si attendeva uno spettacolo tradizionale. L’”opera seria” è attualizzata ai giorni nostri, la scena riempita da macchine tecno-barocche in continuo movimento, da mini e danzatori-acrobati. All’apologo del Re di Creta che per placare Nettuno deve sacrificargli il proprio figlio viene dato un taglio politico: il principe si pone alla guida di schiavi troiani (sulla scena sono multi-etnici). Si giunge ad una nuova armonia (tra etnie differenti) quando, placati gli Dei, il giovane prendere il potere e tutta la città esplode in una danza acrobatica spettacolare. Nell’affinare lo spettacolo, sarebbe consigliabile moderare il moto perpetuo (di scene, specchi, mini, ballerini, cantanti-attori) che ora lo contraddistingue. Distoglie da aspetti musicali di pregio: i Musiciens du Louvre guidati da Mark Minkowski mettono in risalto le finezze della partitura. Bravi tutti gli interpreti, tra cui spicca Yann Beuron, giovane tenore lirico noto in Francia, Germania e Usa ma non in Italia; è eccezionale nei “pianissimo” e nel canto a “mezza voce”. Di ordinaria amministrazione, “Orphée aux Enfer” di Hoffenbach che da Aix parte per una lunga tournée in teatri francesi e forse pure italiani
venerdì 17 luglio 2009
UNA POSIZIONE AUTOLESIONISTICA Il Tempo 17 luglio
E’ difficile comprendere la posizione autolesionistica presa dalla Cgil a proposito del documento di politica economica , ed in particolare della misure proposte dal Governo (ed accettate dagli altri sindacati) in materia previdenziale- ossia un graduale aumento dell’età per la pensione di vecchiaia delle donne (per giungere all’equiparazione con quella degli uomini quale richiesto, correttamente, dall’Ue) e dal 2015 un sistema che colleghi le spettanze alle aspettative di vita (quali calcolate statisticamente nel quinquennio precedente all’anno in cui si va in quiescenza).
Queste proposte non riguardano (in un modo o nell’altro) gli attuali pensionati che costituiscono il 55% degli iscritti alla Cgil – proporzione destinata a crescere nei prossimi anni. Non sono sopratutto proposte che danneggiano le donne: indagini recenti rilevano che molte sessantenni resterebbero al lavoro proprio perché hanno perso anni di attività (e di contributi) quando curavano la crescita dei figli. Secondo uno studio pubblicato in uno degli ultimi fascicoli del “Journal of Economic Perspectives” (una testata edita dall’American Economic Association e, quindi, distinta e distante dalle nostre beghe di bottega), le donne italiane non entrano nell’impiego, oppure lo lasciano, negli anni di maggiore fertilità perché a casa fanno il 73% del lavoro domestico (compresa la cura dei figli) rispetto al 62% delle americane (il resto è affidato ai mariti). Qualsiasi proposta diretta a facilitare il lavoro delle donne ( rendendolo più agevole quando hanno maggiori impegni in famiglia oppure estendo l’attività quando sono più libere da carichi familiari) assicura loro flussi di reddito e di pensione più elevati. Quindi è nel loro interesse.
Rispondere con un netto “no” non solamente è contro gli interessi sociali (oltre che economici) del Paese (quanto più si spende per le pensioni tanto meno resta per altre forme di sopporto- asili nidi, formazione per il rientro al lavoro) ma è soprattutto contro quello del sindacato poiché allontana da esso lavoratori attivi e donne. Lo ha spiegato a chiare lettere , ben 52 anni fa, Anthony Downs ne “La Teoria Economica della Democrazia”. Sempre che la Cgil non si proponga di diventare un sindacato costituito prevalentemente da pensionati. Una sorta di Uomo Qualunque (purché pensionato) e di Partito della Bistecca (per i pensionati) del Terzo Millennio.
Queste proposte non riguardano (in un modo o nell’altro) gli attuali pensionati che costituiscono il 55% degli iscritti alla Cgil – proporzione destinata a crescere nei prossimi anni. Non sono sopratutto proposte che danneggiano le donne: indagini recenti rilevano che molte sessantenni resterebbero al lavoro proprio perché hanno perso anni di attività (e di contributi) quando curavano la crescita dei figli. Secondo uno studio pubblicato in uno degli ultimi fascicoli del “Journal of Economic Perspectives” (una testata edita dall’American Economic Association e, quindi, distinta e distante dalle nostre beghe di bottega), le donne italiane non entrano nell’impiego, oppure lo lasciano, negli anni di maggiore fertilità perché a casa fanno il 73% del lavoro domestico (compresa la cura dei figli) rispetto al 62% delle americane (il resto è affidato ai mariti). Qualsiasi proposta diretta a facilitare il lavoro delle donne ( rendendolo più agevole quando hanno maggiori impegni in famiglia oppure estendo l’attività quando sono più libere da carichi familiari) assicura loro flussi di reddito e di pensione più elevati. Quindi è nel loro interesse.
Rispondere con un netto “no” non solamente è contro gli interessi sociali (oltre che economici) del Paese (quanto più si spende per le pensioni tanto meno resta per altre forme di sopporto- asili nidi, formazione per il rientro al lavoro) ma è soprattutto contro quello del sindacato poiché allontana da esso lavoratori attivi e donne. Lo ha spiegato a chiare lettere , ben 52 anni fa, Anthony Downs ne “La Teoria Economica della Democrazia”. Sempre che la Cgil non si proponga di diventare un sindacato costituito prevalentemente da pensionati. Una sorta di Uomo Qualunque (purché pensionato) e di Partito della Bistecca (per i pensionati) del Terzo Millennio.
mercoledì 15 luglio 2009
Se il Pil scende del 5,2% e il debito sale al 115%, dove effettuare i risparmi? L'Occidentale 15 luglio
Il Documento di politica economica che, salvo sorprese dell’ultima ora, andrà oggi all’esame del Consiglio dei Ministri , è, nelle intenzioni del Governo, la cornice della politica per la ripresa che verrà declinata, nei suoi aspetti principali, nella legge finanziaria di fine settembre.
Una politica economica le cui grandi linee sono state già anticipate in alcune parti importanti del decreto legge la cui conversione è all’esame delle Camere. Il Documento sostituirà il Dpef, che dopo venti anni va in pensione. Si presenta – a quel che è dato sapere – molto più snello della forma assunta dal Dpef dal 1996 in poi e molto più simile alle intenzioni della riforma del 1987. Specialmente in una fase, come l’attuale, caratterizzata da un alto grado d’incertezza, il documento intende essere solamente un quadro di riferimento, una tavola di bordo sulla cui base operare facendo gli aggiustamenti del caso (in base all’evoluzione della situazione internazionale e delle sue implicazioni su quella interna).
In questo contesto è particolarmente importante sottolineare non solo l’alto grado di condivisione riscontrato negli incontri con le parti sociali – e l’apertura della stessa Cgil ad un riassetto della normativa previdenziale - ma anche il proposito di guardare non solamente alla finanza pubblica nel 2010 ma all’intera legislatura e, quindi, a riforme strutturali ed istituzionali. Lo “spirito de L’Aquila” ha, senza dubbio, fornito un impulso essenziale.
La situazione attuale dei conti pubblici è pesante: il rapporto tra indebitamento delle pubbliche amministrazioni e pil, previsto per il 2009, supera il 5%, ma sarebbe stato attorno al 3% ove non ci fosse stata la recessione mondiale. Il proposito è di riportarlo al di sotto del 3% entro il 2012 utilizzando non la leva tributaria ma la riduzione della spesa e l’aumento del pil. Veniamo a questo elemento: secondo le stime dei 20 maggiori istituti econometrici internazionali (tutti privati nessuno italiano), la ripresa dovrebbe iniziare la primavera prossima e segnare complessivamente per l’Italia un incremento del pil dello 0,4% nel 2010. E’ fattibile accelerare questo tasso di crescita? Un’analisi del servizio studi della Banca d’Italia afferma che basterebbe una decisa liberalizzazione dei servizi per far fare un vero e proprio balzo in avanti al pil, un aumento del 6,5% nell’arco di tre anni. E’ questa una leva su cui puntare oltre al rilancio dell’export, la cui determinante chiave, però, è la domanda internazionale.
I dati, nel dettaglio. Il Pil italiano registra quest'anno una contrazione del 5,2% ma la crisi mostra segni di attenuazione e negli ultimi mesi si sono ripetuti «segnali non negativi», tanto da ipotizzare la «ripresa dal 2010», con il Pil che guadagna lo +0,5%. È il quadro macro-economico illustrato nel Dpef presentato dal governo, dove si sottolinea che «negli ultimi due-tre mesi si sono ripetuti segnali non negativi, per l'economia mondiale e per quella italiana, e le tensioni sui mercati finanziari si sono gradualmente allentate. L'incertezza sulle prospettive economiche rimane elevata, ma si sta evidenziando un'attenuazione delle spinte recessive». Nel documento di programmazione economica e finanziaria si prevede che il deficit/Pil (spesa pubblica non coperta dalle entrate) aumenterà quest'anno al 5,3% (dal precedente 4,6%), per poi scendere al 5 nel 2010. Ma il dato migliora di molto se si considera il valore al netto delle misure una tantum e della componente ciclica, cioè dall'andamento dell'economia: il deficit strutturale si attesta infatti al 3,1% nel 2009 e al 2,8% nel 2010, per arrivare al 2,2% nel 2013. Sempre nelle previsioni del governo, il debito crescerà nel 2009 al 115,4% del Pil, per superare la soglia del 118% nel 2010.
Si può fare di più con la politica di bilancio, ossia allentando la spesa? Di fronte a questa situazione, potrebbe essere forte la tentazione di uscirne con un’ondata d’inflazione, l’imposta più iniqua poiché colpisce soprattutto i redditi più bassi. A tale riguardo è importante sottolineare come per bocca del Ministro dell’Economia e delle Finanze, il Governo abbia inteso rassicurare che non verranno ridotti stanziamenti alla spesa sociale (specialmente alla sanità ed alla formazione di capitale umano).
Dove effettuare, quindi, i risparmi? L’area su cui tutti guardano è quella dei “residui passivi” accumulati in numerosi Ministeri nonché in altre amministrazioni (Regioni, Province), spesso in “contabilità speciali”. E’ operazione già effettuata nel 1993 (Governo Amato) e nel 1996 (Governo Prodi). Occorre, però, comprendere che l’accumularsi di “residui passivi” non è unicamente il risultato di cattiva gestione ma anche del fatto che il bilancio dello stato da triennale è in pratica diventato annuale ; le amministrazioni, non avendo un quadro di riferimento neanche su tre anni, celano spesso disponibilità in “contabilità speciali” somme che non riuscendo ad utilizzare nel bilancio attuale temono di perdere. Quindi, ad una riduzione dei “residui” dovrebbe corrispondere un ripristino del bilancio triennale. Ma di questo, e di altro, si parlerà nella preparazione dettagliata della finanziaria settembrina.
Una politica economica le cui grandi linee sono state già anticipate in alcune parti importanti del decreto legge la cui conversione è all’esame delle Camere. Il Documento sostituirà il Dpef, che dopo venti anni va in pensione. Si presenta – a quel che è dato sapere – molto più snello della forma assunta dal Dpef dal 1996 in poi e molto più simile alle intenzioni della riforma del 1987. Specialmente in una fase, come l’attuale, caratterizzata da un alto grado d’incertezza, il documento intende essere solamente un quadro di riferimento, una tavola di bordo sulla cui base operare facendo gli aggiustamenti del caso (in base all’evoluzione della situazione internazionale e delle sue implicazioni su quella interna).
In questo contesto è particolarmente importante sottolineare non solo l’alto grado di condivisione riscontrato negli incontri con le parti sociali – e l’apertura della stessa Cgil ad un riassetto della normativa previdenziale - ma anche il proposito di guardare non solamente alla finanza pubblica nel 2010 ma all’intera legislatura e, quindi, a riforme strutturali ed istituzionali. Lo “spirito de L’Aquila” ha, senza dubbio, fornito un impulso essenziale.
La situazione attuale dei conti pubblici è pesante: il rapporto tra indebitamento delle pubbliche amministrazioni e pil, previsto per il 2009, supera il 5%, ma sarebbe stato attorno al 3% ove non ci fosse stata la recessione mondiale. Il proposito è di riportarlo al di sotto del 3% entro il 2012 utilizzando non la leva tributaria ma la riduzione della spesa e l’aumento del pil. Veniamo a questo elemento: secondo le stime dei 20 maggiori istituti econometrici internazionali (tutti privati nessuno italiano), la ripresa dovrebbe iniziare la primavera prossima e segnare complessivamente per l’Italia un incremento del pil dello 0,4% nel 2010. E’ fattibile accelerare questo tasso di crescita? Un’analisi del servizio studi della Banca d’Italia afferma che basterebbe una decisa liberalizzazione dei servizi per far fare un vero e proprio balzo in avanti al pil, un aumento del 6,5% nell’arco di tre anni. E’ questa una leva su cui puntare oltre al rilancio dell’export, la cui determinante chiave, però, è la domanda internazionale.
I dati, nel dettaglio. Il Pil italiano registra quest'anno una contrazione del 5,2% ma la crisi mostra segni di attenuazione e negli ultimi mesi si sono ripetuti «segnali non negativi», tanto da ipotizzare la «ripresa dal 2010», con il Pil che guadagna lo +0,5%. È il quadro macro-economico illustrato nel Dpef presentato dal governo, dove si sottolinea che «negli ultimi due-tre mesi si sono ripetuti segnali non negativi, per l'economia mondiale e per quella italiana, e le tensioni sui mercati finanziari si sono gradualmente allentate. L'incertezza sulle prospettive economiche rimane elevata, ma si sta evidenziando un'attenuazione delle spinte recessive». Nel documento di programmazione economica e finanziaria si prevede che il deficit/Pil (spesa pubblica non coperta dalle entrate) aumenterà quest'anno al 5,3% (dal precedente 4,6%), per poi scendere al 5 nel 2010. Ma il dato migliora di molto se si considera il valore al netto delle misure una tantum e della componente ciclica, cioè dall'andamento dell'economia: il deficit strutturale si attesta infatti al 3,1% nel 2009 e al 2,8% nel 2010, per arrivare al 2,2% nel 2013. Sempre nelle previsioni del governo, il debito crescerà nel 2009 al 115,4% del Pil, per superare la soglia del 118% nel 2010.
Si può fare di più con la politica di bilancio, ossia allentando la spesa? Di fronte a questa situazione, potrebbe essere forte la tentazione di uscirne con un’ondata d’inflazione, l’imposta più iniqua poiché colpisce soprattutto i redditi più bassi. A tale riguardo è importante sottolineare come per bocca del Ministro dell’Economia e delle Finanze, il Governo abbia inteso rassicurare che non verranno ridotti stanziamenti alla spesa sociale (specialmente alla sanità ed alla formazione di capitale umano).
Dove effettuare, quindi, i risparmi? L’area su cui tutti guardano è quella dei “residui passivi” accumulati in numerosi Ministeri nonché in altre amministrazioni (Regioni, Province), spesso in “contabilità speciali”. E’ operazione già effettuata nel 1993 (Governo Amato) e nel 1996 (Governo Prodi). Occorre, però, comprendere che l’accumularsi di “residui passivi” non è unicamente il risultato di cattiva gestione ma anche del fatto che il bilancio dello stato da triennale è in pratica diventato annuale ; le amministrazioni, non avendo un quadro di riferimento neanche su tre anni, celano spesso disponibilità in “contabilità speciali” somme che non riuscendo ad utilizzare nel bilancio attuale temono di perdere. Quindi, ad una riduzione dei “residui” dovrebbe corrispondere un ripristino del bilancio triennale. Ma di questo, e di altro, si parlerà nella preparazione dettagliata della finanziaria settembrina.
martedì 14 luglio 2009
AL FESTIVAL DI AIX EN PROVENCE C’E’ QUALCOSA DA IMPARARE A PROPOSITO DELLA LEADERSHIP Il Foglio15 luglio
Il Festival di Aix Provence (che in questa edizione 2009 aggiunge a opere e concerti ed alla consueta rassegna di contemporanea, una sezione di musica “mediterranea”, con una strizzata d’occhio alla sponda meridionale del Mare Nostrum, ) è per tutto il mese di luglio il luogo di incontro di politici, intellettuali, economisti e di “beautiful people” in generale dell’Europa continentale. E’ “decontracté” (ossia si può andare a teatro anche in tenuta sportiva), non rigido e formale come Salisburgo o Bayreuth o snob (e soprattutto “exclusive”) come Glyndebourne. Assomiglia più a Capalbio che ai grandi luoghi europei della grande musoca. E’ preceduto da tre giornate il cui “Le Club des Economistes” (un circolo molto selettivo unicamente di 30 aficionados alla “triste scienza”, ma dal 4 al 6 luglio hanno invitato 110 colleghi da tutto il mondo) fa le bucce al G8 in preparazione ed è seguito da altri incontri a latere (anche della Mont Pélerin Society fondata da Hayek). Il Festival si regge con le proprie gambe: un terzo del budget è fornito da Pantalone, il resto da biglietteria, sponsor e vendite di diritti (Tv e DvD) e di allestimenti in Europa ed Usa. Le manifestazioni “di economia” sono elemento utile ad attirare sponsor.
Coniugare i cieli azzurri del Midi, le scogliere rosa di Cassis (ad una trentina di chilometri), la cucina ed i vini provenzali con una vasta gamma di musica, è il modo migliore per assaporare l’economia e la politica europea in questa estate di recessione. La programmazione della parte operistica del Festival – definita con anni di anticipo – sembra quasi trarre le conclusioni del “Club des Economistes”, i cui lavori accademici sono stati conclusi, però, solo alla vigilia dell’appuntamento.
Al “Club” è stato presentato un quadro pessimista del continente vecchio (termine più appropriato di quello consueto per indicare l’Europa): gran parte degli impegni assunti al G20 di Londra il 2 aprile non sono stati rispettati; il G8 de L’Aquila si sarebbe concluso lasciando aperti i 5 capitoli più importanti; nonostante le novene, il protezionismo sta avanzando (in maschera); l’Ue non è in grado di attuare una politica per contrastare una recessione destinata a durare a lungo. L’antidoto è la fantasia al potere (espressione francese prima che italiana) che vuole dire una nuova generazione nella stanza dei bottoni. Ed è proprio la fantasia che – come sappiamo –ha vinto a L’Aquila. Tra un “rosé” ed un piatto di “farcis provenciaux”, il consigliere speciale di Sarkozy, Henry Guaino, dice :”noi l’abbiamo già fatto” ed ammicca alla giovane età media dell’Esecutivo.
Il cambiamento generazionale al potere è anche il tema delle prime tre opere presentate al Festival : “Il Crepuscolo degli Dei” di Wagner, “Idomeneo” di Mozart e “Orfeo all’Inferno” di Offenbach. Lo è pure della terza, “Il Flauto Magico” di Mozart, che debutterà il 25 luglio.
Ne “Il Crepuscolo” (con cui si chiude un “Anello del Nibelungo” co-prodotto con il Festival di Salisburgo e con i Berliner Philarmoniker – regia Stéphane Braunschweig, direzione musicale, Sir Simon Rattle, un cast stellare) non si dà una lettura apertamente politica (come si usava nelle regie Anni 70) della saga wagneriana. In un’interpretazione psicologica e quasi intimista, il cambiamento generazionale si avverte ancora di più: dopo l’incendio del Palazzo terreno ed il crollo di quello degli Dei vecchi e stanchi, l’anello che racchiude il potere è nelle mani di tre belle e giovani figlie del Reno in sottoveste (la scena dell’intero spettacolo è tre pareti, una finestra e tronchi d’albero stilizzati; l’attrezzeria, tre sedie, una poltrona e due letti). Una nuova generazione si appresta a compiere ciò che alla precedente non è riuscito: porre ordine in un mondo ove tutti aggirano le regole. Una versione drammaturgica e musicale che segna una pietra miliare nell’interpretazione de “L’Anello” wagneriano.
A “Idomeneo”, Olivier Py (geniale direttore de l’”Odéon” di Parigi) dà, con Mark Minkowski e Les Musiciens du Louvre, una lettura chiaramente politica: non siamo nella omerica Creta ma in una città tecno-barocca dove sbarcano immigrati di tutte le etnie. Il giovane Idamante (Yann Beuron), innamorato di una Ilia color ebano (la belga Sophie Karthäuser), porta armonia in questo caos prendendo il trono e ridimensionando un Grande Sacerdote tutore di un vecchio ordine diventato disordine.
In “Orfeo all’Inferno” (farsa di corna e lenzuola con una partitura smagliante) , Offenbach, nel 1858, prendeva in giro il Secondo Impero i cui Dei facevano, brunettamente parlando, i fannulloni nell’Olimpo ma , costretti da una Pubblica Opinione dipietrista, a tentare di mettere ordine in un Inferno dove si cornifica eccessivamente, trasformano anche L’Ade in un vero postribolo. Attenzione – ammicca Offenbach – i giovani al potere rischia di essere un mero slogan se Giove e Giunone continuare a fare i burattinai.
Coniugare i cieli azzurri del Midi, le scogliere rosa di Cassis (ad una trentina di chilometri), la cucina ed i vini provenzali con una vasta gamma di musica, è il modo migliore per assaporare l’economia e la politica europea in questa estate di recessione. La programmazione della parte operistica del Festival – definita con anni di anticipo – sembra quasi trarre le conclusioni del “Club des Economistes”, i cui lavori accademici sono stati conclusi, però, solo alla vigilia dell’appuntamento.
Al “Club” è stato presentato un quadro pessimista del continente vecchio (termine più appropriato di quello consueto per indicare l’Europa): gran parte degli impegni assunti al G20 di Londra il 2 aprile non sono stati rispettati; il G8 de L’Aquila si sarebbe concluso lasciando aperti i 5 capitoli più importanti; nonostante le novene, il protezionismo sta avanzando (in maschera); l’Ue non è in grado di attuare una politica per contrastare una recessione destinata a durare a lungo. L’antidoto è la fantasia al potere (espressione francese prima che italiana) che vuole dire una nuova generazione nella stanza dei bottoni. Ed è proprio la fantasia che – come sappiamo –ha vinto a L’Aquila. Tra un “rosé” ed un piatto di “farcis provenciaux”, il consigliere speciale di Sarkozy, Henry Guaino, dice :”noi l’abbiamo già fatto” ed ammicca alla giovane età media dell’Esecutivo.
Il cambiamento generazionale al potere è anche il tema delle prime tre opere presentate al Festival : “Il Crepuscolo degli Dei” di Wagner, “Idomeneo” di Mozart e “Orfeo all’Inferno” di Offenbach. Lo è pure della terza, “Il Flauto Magico” di Mozart, che debutterà il 25 luglio.
Ne “Il Crepuscolo” (con cui si chiude un “Anello del Nibelungo” co-prodotto con il Festival di Salisburgo e con i Berliner Philarmoniker – regia Stéphane Braunschweig, direzione musicale, Sir Simon Rattle, un cast stellare) non si dà una lettura apertamente politica (come si usava nelle regie Anni 70) della saga wagneriana. In un’interpretazione psicologica e quasi intimista, il cambiamento generazionale si avverte ancora di più: dopo l’incendio del Palazzo terreno ed il crollo di quello degli Dei vecchi e stanchi, l’anello che racchiude il potere è nelle mani di tre belle e giovani figlie del Reno in sottoveste (la scena dell’intero spettacolo è tre pareti, una finestra e tronchi d’albero stilizzati; l’attrezzeria, tre sedie, una poltrona e due letti). Una nuova generazione si appresta a compiere ciò che alla precedente non è riuscito: porre ordine in un mondo ove tutti aggirano le regole. Una versione drammaturgica e musicale che segna una pietra miliare nell’interpretazione de “L’Anello” wagneriano.
A “Idomeneo”, Olivier Py (geniale direttore de l’”Odéon” di Parigi) dà, con Mark Minkowski e Les Musiciens du Louvre, una lettura chiaramente politica: non siamo nella omerica Creta ma in una città tecno-barocca dove sbarcano immigrati di tutte le etnie. Il giovane Idamante (Yann Beuron), innamorato di una Ilia color ebano (la belga Sophie Karthäuser), porta armonia in questo caos prendendo il trono e ridimensionando un Grande Sacerdote tutore di un vecchio ordine diventato disordine.
In “Orfeo all’Inferno” (farsa di corna e lenzuola con una partitura smagliante) , Offenbach, nel 1858, prendeva in giro il Secondo Impero i cui Dei facevano, brunettamente parlando, i fannulloni nell’Olimpo ma , costretti da una Pubblica Opinione dipietrista, a tentare di mettere ordine in un Inferno dove si cornifica eccessivamente, trasformano anche L’Ade in un vero postribolo. Attenzione – ammicca Offenbach – i giovani al potere rischia di essere un mero slogan se Giove e Giunone continuare a fare i burattinai.
CLT - Festival di Aix, Orfeo inciampa sulla strada dell’Inferno, Il Velino 14 luglio
Festival di Aix, Orfeo inciampa sulla strada dell’Inferno
Roma, 14 lug (Velino) - “Orphée aux Enfers” (“Orfeo all’inferno”) di Jacques Offenbach è una delle operette più divertenti e più smaglianti sotto il profilo musicale del repertorio francese, specialmente se rappresentata nella versione originaria del 1858 (è stata rivista dall’autore nel 1874). E’ una satira sferzante del Secondo Impero e in particolare di Napoleone III e della sua corte. La versione del 1874 se la prende invece con la borghesia non proprio trionfante in quanto la battaglia di Sedan aveva fatto accantonare alla Francia i sogni imperiali. A differenza del mito, Orfeo è stanco e stufo di Euridice, che comunque lo tradisce con un pastore sotto la cui maschera si cela Plutone. La mogliettina scappa con l’amante; Orfeo tira un sospiro di sollievo, ma la “Pubblica Moralità” (personaggio “dipietrista” quali esistevano già allora) non può permetterlo e fa appello agli Dei dell’Olimpo perché rimettano ordine. Tra una dormita e l’altra, gli Dei fannulloni passano il tempo in piccole orge olimpiche. Data l’imposizione della “Pubblica Moralità” vanno a tentare di risistemare le cose nell’Inferno, trasformandolo in un vero e proprio lupanare.
Nel nostro Paese, l’operetta viene rappresentata – se ne ricordano edizioni recenti al Lirico di Cagliari e alla Fenice di Venezia - in traduzioni ritmiche italiane limitative e con interpolazioni, spesso di dubbio gusto, relative alla cronaca politica nostrana. C’era, quindi, grande attesa per “Orphée aux Enfers” programmato al Festival di Aix e affidata ai giovani cantanti dell’Académie Européenne de Musique, alla Camerata Salzburg guidata da Alain Altinoglu per la regia di Yves Beaunesne. Anche perché dopo il debutto e le repliche a Aix (sino al 20 luglio), lo spettacolo andrà a Tolone e a Digione e successivamente in varie altre piazze europee. E’ un buono spettacolo, ma abbastanza convenzionale e decisamente non all’altezza di altre prove dell’Académie Européenne de Musique, quali l’ottimo “Ritorno di Ulisse in patria” che dopo il debutto a Aix è stato noleggiato da una trentina di teatri europei ed americani.
Per quanto questo “Orphée aux Enfers” sia ambientato più o meno ai giorni nostri (forse negli anni ‘50 e ‘60, ma non in quelli della mitologia), le scene (Damien Caille-Perret) e i costumi (Patrice Cauchetier) sono convenzionali. Il gioco di gag diventa dopo un po’ stucchevole. La carica satirica quasi non c’è. I giovani interpreti, bravi nelle voci, hanno chiare difficoltà a danzare, specialmente lo scatenato “can can” conclusivo. Un difetto sta nell’avere rappresentato lo spettacolo in un teatro troppo grande. Inoltre è difficile affidare a giovani dei ruoli di adulti molto “vissuti” e un po’ porcaccioni (come Giove e Giunone). Di buon livello, comunque, la Camerata Salzburg. Nonostante tutto alcuni giovani sono molto promettenti: in particolare Pauline Courtin (Euridice), Emmanuelle de Negri (Cupido), Mathias Vidal (Plutone) e Jerome Billy (John Styx). Attenzione: il pubblico però ha dato chiari segnali di essersi divertito e ha applaudito generosamente. Un terzo del bilancio di Aix è finanziato dalla biglietteria e il 10 per cento circa dal noleggio di spettacoli. Sono considerazioni che vanno tenute in mente nella programmazione complessiva di un Festival.
(Hans Sachs) 14 lug 2009 10:20
Roma, 14 lug (Velino) - “Orphée aux Enfers” (“Orfeo all’inferno”) di Jacques Offenbach è una delle operette più divertenti e più smaglianti sotto il profilo musicale del repertorio francese, specialmente se rappresentata nella versione originaria del 1858 (è stata rivista dall’autore nel 1874). E’ una satira sferzante del Secondo Impero e in particolare di Napoleone III e della sua corte. La versione del 1874 se la prende invece con la borghesia non proprio trionfante in quanto la battaglia di Sedan aveva fatto accantonare alla Francia i sogni imperiali. A differenza del mito, Orfeo è stanco e stufo di Euridice, che comunque lo tradisce con un pastore sotto la cui maschera si cela Plutone. La mogliettina scappa con l’amante; Orfeo tira un sospiro di sollievo, ma la “Pubblica Moralità” (personaggio “dipietrista” quali esistevano già allora) non può permetterlo e fa appello agli Dei dell’Olimpo perché rimettano ordine. Tra una dormita e l’altra, gli Dei fannulloni passano il tempo in piccole orge olimpiche. Data l’imposizione della “Pubblica Moralità” vanno a tentare di risistemare le cose nell’Inferno, trasformandolo in un vero e proprio lupanare.
Nel nostro Paese, l’operetta viene rappresentata – se ne ricordano edizioni recenti al Lirico di Cagliari e alla Fenice di Venezia - in traduzioni ritmiche italiane limitative e con interpolazioni, spesso di dubbio gusto, relative alla cronaca politica nostrana. C’era, quindi, grande attesa per “Orphée aux Enfers” programmato al Festival di Aix e affidata ai giovani cantanti dell’Académie Européenne de Musique, alla Camerata Salzburg guidata da Alain Altinoglu per la regia di Yves Beaunesne. Anche perché dopo il debutto e le repliche a Aix (sino al 20 luglio), lo spettacolo andrà a Tolone e a Digione e successivamente in varie altre piazze europee. E’ un buono spettacolo, ma abbastanza convenzionale e decisamente non all’altezza di altre prove dell’Académie Européenne de Musique, quali l’ottimo “Ritorno di Ulisse in patria” che dopo il debutto a Aix è stato noleggiato da una trentina di teatri europei ed americani.
Per quanto questo “Orphée aux Enfers” sia ambientato più o meno ai giorni nostri (forse negli anni ‘50 e ‘60, ma non in quelli della mitologia), le scene (Damien Caille-Perret) e i costumi (Patrice Cauchetier) sono convenzionali. Il gioco di gag diventa dopo un po’ stucchevole. La carica satirica quasi non c’è. I giovani interpreti, bravi nelle voci, hanno chiare difficoltà a danzare, specialmente lo scatenato “can can” conclusivo. Un difetto sta nell’avere rappresentato lo spettacolo in un teatro troppo grande. Inoltre è difficile affidare a giovani dei ruoli di adulti molto “vissuti” e un po’ porcaccioni (come Giove e Giunone). Di buon livello, comunque, la Camerata Salzburg. Nonostante tutto alcuni giovani sono molto promettenti: in particolare Pauline Courtin (Euridice), Emmanuelle de Negri (Cupido), Mathias Vidal (Plutone) e Jerome Billy (John Styx). Attenzione: il pubblico però ha dato chiari segnali di essersi divertito e ha applaudito generosamente. Un terzo del bilancio di Aix è finanziato dalla biglietteria e il 10 per cento circa dal noleggio di spettacoli. Sono considerazioni che vanno tenute in mente nella programmazione complessiva di un Festival.
(Hans Sachs) 14 lug 2009 10:20
AVVIAMO IL MOTORE DELLE RIFORME PARTENDO DA QUELLE SOCIALI Ffwebmnagazine 14 luglio
Dopo il maxi-vertice internazionale che dato prova della capacità dell’Italia e del suo Governo, è necessario iniziare una fase di riforme: E’ punto su cui concordano osservatori e commentatori politici delle parti più differenti: da un lato, essenziale cogliere il momento di grande fiducia nell’Italia; da un altro, è indispensabile porre le premesse per un rilancio di lungo periodo.
Un testo di culto della sinistra riformista – “Come fare passare le riforme” di Albert Hirschmann (scritto negli Anni 60 ma pubblicato in italiano da Il Mulino nel 1990)- sostiene che le riforme necessitano anni di vacche grasse in quanto i riformatori devono disporre di risorse con cui compensare le categorie danneggiate (anche quando il danno altro non è che una perdita di privilegi). La bassa crescita economica dell’Italia e le severe restrizioni finanziarie sono state addotte (dai Governi dell’epoca) dalla primavera 1996 a quella 2001 e dalla primavera 2006 a quella-2008 come ragioni per posporre riforme o fare marcia indietro su alcune di quelle varate in precedenza (il caso più evidente è la previdenza). Con la crisi finanziaria e la recessione ancora in corso siamo in una situazione analoga?
Non necessariamente. Già nel 1991, in un libro a quattro mani Giuseppe Scanni (G. Pennisi e G. Scanni “Debito, crisi, sviluppo”, Marsilio) venne dimostrato che in numerosi Paesi la crisi del debito estero dell’ultima fase degli Anni 80 è stata la molla per riforme, spesso coraggiose , quasi sempre predisposte da anni; documentammo anche che tali riforme avevano successo se “socialmente compatibili”. Pochi mesi dopo, tra il settembre 1992 ed il marzo 1993, a fronte di una crisi tale da comportare il deprezzamento del 30% della lira, il Governo Amato attuò un programma di riforme drastiche (previdenza, mercato del lavoro, pubblico impiego). Analogamente, nella primavera 1995, quando la lira traballava e si temeva per l’ingresso dell’Italia nell’euro, il Governo Dini riuscì a fare salpare la riforma della previdenza in cantiere sin dal 1978 (“Commissione Castellino). Ancora, le riforme del mercato del lavoro, degli incentivi industriali, del bilancio dello stato e l’inizio di quelle della scuola ed università sono state varate negli “anni difficili” che hanno fatto seguito all’11 settembre 2001.
Per Governo e Parlamento, quindi, la crisi finanziaria ed economica dovrebbero – come affermava una vecchia pubblicità- mettere un turbo del motore delle riforme, specialmente di quelle “socialmente compatibili”. In primo luogo, tornare allo spirito iniziale del riassetto della previdenza, utilizzando eventuali risparmi per ammortizzatori sociali per i più deboli. In secondo luogo, attuare a pieno la modernizzazione della Pa per renderla più efficiente e più efficace. In terzo luogo, rivedere, una volta per tutte, contabilità speciali e fuori bilancio (spesso fonte di privilegi corporativi) e, se del caso, chiuderle. In quarto luogo, rompere con il “contratto unico” le barriere tra i precari e gli altri.
Più specificatamente si può attuare un programma di riforme basato sul sociale se si opera simultaneamente su due fronti a) la normativa sul lavoro e b) la normativa sulla previdenza. Il complesso di norme che vanno sotto il nome di “legge Biagi” hanno rotto molti tabù e meglio codificato varie fattispecie; hanno, però, volenti o nolenti, contribuito alla balcanizzazione del mercato del lavoro italiano. Occorre andare verso un contratto unico con ( se necessario) periodi di prova più lunghe e tutele indennitorie in caso di licenziamento. Riforme di questa natura sono state proposte in Francia a fine 2006 in un saggio d’Etienne Wasmer dell’Observatoire Français de Conjonctures Economique. Sarkozy le ha già attuate. Le hanno fatte proprie alcuni economisti e giuristi italiani. Dovrebbero essere alla base di una proposta di legge a cui sta lavorando Pietro Ichino: mi auguro che sia bipartisan e che abbia un iter accelerato. Il Governo ha un’occasione importante di dare leadership in questo campo
Può farlo, prendendo il grimaldello offertogli da Renato Brunetta. Al di là degli aspetti legali (ottemperare ad una sentenza della Corte di Giustizia europea), la proposta di uniformare l’età di pensionamento delle lavoratrici di genere femminile a quella dei lavoratori di genere maschile non ha grande un impatto immediato. I dati indicano che in Italia l’età effettiva di pensionamento è in pratica già molto simile per i lavorati di genere femminile e per quelli di genere maschile. Inoltre, la transizione verso il sistema di calcolo contributivo per le spettanze e la crescente consapevolezza che l’indicizzazione copre soltanto parte dell’aumento del costo della vita inducono le donne a restare nel mercato del lavoro molto di più di quanto non lo faccia l’età legale per la pensione di vecchiaia. Le donne italiane non entrano nell’impiego perché a casa fanno il 73% del lavoro domestico (compresa la cura dei figli) rispetto al 62% delle americane (il resto è affidato ai mariti). La proposta di Brunetta, in effetti, fornisce al Governo ed al Parlamento un grimaldello per aprire la scatola delle riforme previdenziali proprio quando l’impongono tre determinanti: a) le riforme iniziate nel 1995 sono incompiute e specialmente perché prevedono una transizione molto lunga (18 anni , e circa 30 anni per le pensioni di reversibilità, mentre in altri Paesi, ad esempio in Svezia, processi analoghi sono state effettuati in tre anni); b) la “riforma Damiano”, dal nome del Ministro del Governo Prodi, ha aumentato i costi del sistema ; c) la crisi finanziaria mondiale ed il rallentamento dell’economia reale ci impongono di migliorare gli ammortizzatori sociali.
Aprendo la scatola per adeguare l’età legale per le pensioni di vecchiaia per le donne, si ha l’opportunità di scorciare la durata della transizione (da meccanismo “retributivo” a meccanismo “contributivo” per il calcolo delle spettanze) e rivedere i “coefficienti di trasformazione”) per convertire in assegni annuali i montanti di contributi contabilizzati. Altrimenti non si rimette l’Italia a lavorare e non si da sollievo a chi perde il lavoro.
Un testo di culto della sinistra riformista – “Come fare passare le riforme” di Albert Hirschmann (scritto negli Anni 60 ma pubblicato in italiano da Il Mulino nel 1990)- sostiene che le riforme necessitano anni di vacche grasse in quanto i riformatori devono disporre di risorse con cui compensare le categorie danneggiate (anche quando il danno altro non è che una perdita di privilegi). La bassa crescita economica dell’Italia e le severe restrizioni finanziarie sono state addotte (dai Governi dell’epoca) dalla primavera 1996 a quella 2001 e dalla primavera 2006 a quella-2008 come ragioni per posporre riforme o fare marcia indietro su alcune di quelle varate in precedenza (il caso più evidente è la previdenza). Con la crisi finanziaria e la recessione ancora in corso siamo in una situazione analoga?
Non necessariamente. Già nel 1991, in un libro a quattro mani Giuseppe Scanni (G. Pennisi e G. Scanni “Debito, crisi, sviluppo”, Marsilio) venne dimostrato che in numerosi Paesi la crisi del debito estero dell’ultima fase degli Anni 80 è stata la molla per riforme, spesso coraggiose , quasi sempre predisposte da anni; documentammo anche che tali riforme avevano successo se “socialmente compatibili”. Pochi mesi dopo, tra il settembre 1992 ed il marzo 1993, a fronte di una crisi tale da comportare il deprezzamento del 30% della lira, il Governo Amato attuò un programma di riforme drastiche (previdenza, mercato del lavoro, pubblico impiego). Analogamente, nella primavera 1995, quando la lira traballava e si temeva per l’ingresso dell’Italia nell’euro, il Governo Dini riuscì a fare salpare la riforma della previdenza in cantiere sin dal 1978 (“Commissione Castellino). Ancora, le riforme del mercato del lavoro, degli incentivi industriali, del bilancio dello stato e l’inizio di quelle della scuola ed università sono state varate negli “anni difficili” che hanno fatto seguito all’11 settembre 2001.
Per Governo e Parlamento, quindi, la crisi finanziaria ed economica dovrebbero – come affermava una vecchia pubblicità- mettere un turbo del motore delle riforme, specialmente di quelle “socialmente compatibili”. In primo luogo, tornare allo spirito iniziale del riassetto della previdenza, utilizzando eventuali risparmi per ammortizzatori sociali per i più deboli. In secondo luogo, attuare a pieno la modernizzazione della Pa per renderla più efficiente e più efficace. In terzo luogo, rivedere, una volta per tutte, contabilità speciali e fuori bilancio (spesso fonte di privilegi corporativi) e, se del caso, chiuderle. In quarto luogo, rompere con il “contratto unico” le barriere tra i precari e gli altri.
Più specificatamente si può attuare un programma di riforme basato sul sociale se si opera simultaneamente su due fronti a) la normativa sul lavoro e b) la normativa sulla previdenza. Il complesso di norme che vanno sotto il nome di “legge Biagi” hanno rotto molti tabù e meglio codificato varie fattispecie; hanno, però, volenti o nolenti, contribuito alla balcanizzazione del mercato del lavoro italiano. Occorre andare verso un contratto unico con ( se necessario) periodi di prova più lunghe e tutele indennitorie in caso di licenziamento. Riforme di questa natura sono state proposte in Francia a fine 2006 in un saggio d’Etienne Wasmer dell’Observatoire Français de Conjonctures Economique. Sarkozy le ha già attuate. Le hanno fatte proprie alcuni economisti e giuristi italiani. Dovrebbero essere alla base di una proposta di legge a cui sta lavorando Pietro Ichino: mi auguro che sia bipartisan e che abbia un iter accelerato. Il Governo ha un’occasione importante di dare leadership in questo campo
Può farlo, prendendo il grimaldello offertogli da Renato Brunetta. Al di là degli aspetti legali (ottemperare ad una sentenza della Corte di Giustizia europea), la proposta di uniformare l’età di pensionamento delle lavoratrici di genere femminile a quella dei lavoratori di genere maschile non ha grande un impatto immediato. I dati indicano che in Italia l’età effettiva di pensionamento è in pratica già molto simile per i lavorati di genere femminile e per quelli di genere maschile. Inoltre, la transizione verso il sistema di calcolo contributivo per le spettanze e la crescente consapevolezza che l’indicizzazione copre soltanto parte dell’aumento del costo della vita inducono le donne a restare nel mercato del lavoro molto di più di quanto non lo faccia l’età legale per la pensione di vecchiaia. Le donne italiane non entrano nell’impiego perché a casa fanno il 73% del lavoro domestico (compresa la cura dei figli) rispetto al 62% delle americane (il resto è affidato ai mariti). La proposta di Brunetta, in effetti, fornisce al Governo ed al Parlamento un grimaldello per aprire la scatola delle riforme previdenziali proprio quando l’impongono tre determinanti: a) le riforme iniziate nel 1995 sono incompiute e specialmente perché prevedono una transizione molto lunga (18 anni , e circa 30 anni per le pensioni di reversibilità, mentre in altri Paesi, ad esempio in Svezia, processi analoghi sono state effettuati in tre anni); b) la “riforma Damiano”, dal nome del Ministro del Governo Prodi, ha aumentato i costi del sistema ; c) la crisi finanziaria mondiale ed il rallentamento dell’economia reale ci impongono di migliorare gli ammortizzatori sociali.
Aprendo la scatola per adeguare l’età legale per le pensioni di vecchiaia per le donne, si ha l’opportunità di scorciare la durata della transizione (da meccanismo “retributivo” a meccanismo “contributivo” per il calcolo delle spettanze) e rivedere i “coefficienti di trasformazione”) per convertire in assegni annuali i montanti di contributi contabilizzati. Altrimenti non si rimette l’Italia a lavorare e non si da sollievo a chi perde il lavoro.
lunedì 13 luglio 2009
We All Fall Down: The American Mortgage Crisis in Leonardo July
We All Fall Down: The American Mortgage Crisis
by Gary Gasgarth, Director; Kevin Stocklin, Producer and Writer
Icarus Films, Brooklyn, NY, 2009
65 mins., DVD, color
DVD Sales, $398
Distributor address: http://www.Icarusfilms.com.
Reviewed by Giuseppe Pennisi,
Rome (Italy)
Professor of Economics Università Europea di Roma
giuseppe.pennisi@gmail.com
I am a professional economist. I just retired from Italian State universities and teach in two private universities in Rome. This academic year I taught courses in international economics and international political economy; the first is within an undergraduate program in economics; the latter is part of a MBA program. Necessarily, in both courses I had to deal with the current financial and economic crisis and explain such definitions as futures, derivatives, subprime, structured papers and alike. Normally, teachers would think that now most graduate students are familiar with these concepts and that also a large proportion of undergraduates have a general idea, if not a clue of what is being talked about. Such has the press been bombarding us day after day with the financial crisis! Regretfully, I found that my students had a very approximate idea (to use a polite wording) of basic definitions. Either the media have done a poor job or we, professors, have not provided them with the basic tools to de-codify what students read in the press and watch at the TV. Regretfully, I had We All Fall Down available at the beginning of the semester, not at the very end. I showed to my students as soon as it arrived. It had an excellent impact. It clarified my points that recent literature on the crisis had left foggy and, in addition, it gave a human dimension to the phenomenon.
The movie is a one-hour documentary. Thus, it is perfect for a two-hour class; it provides time for a short introduction and a full seminar discussion after the showing. It is a workman like exercise. Based on a dozen of interviews from a wide variety of experts and Wall Street insider (including mortgage brokers, appraisers, bankers, lawyers, analysts, sellers and buyers and economic scholars, the documentary explains in clear terms such concepts as “subprime mortgage,” the financial scheme of “securitization,” the packaging of bad quality mortgage loans with good quality stocks and bonds and how the crisis led to a sudden halt to other types of lending to individuals and business. Thus, it provides the background to understand how the financial crisis became a world -wide economic crisis.
More significantly, it shows the “human dimension” of the crisis: “happy new homeowners” with mortgages they do not understand the weight, the “mortgage machine” of transferring loans to a variety of entities, home foreclosure from Coast to Coast as loans defaults and evictions spread from the poor to the middle- class, the disintegration of properties and neighborhoods,. The final part of the documentary is didactic : an analysis of the economic, legal and political impact of the mortgage financial system in the USA. In short, a very useful documentary.
Last Updated 1 July, 2009
Contact LDR: ldr@leonardo.org
Contact Leonardo:isast@leonardo.info
copyright © 2009 ISAST
by Gary Gasgarth, Director; Kevin Stocklin, Producer and Writer
Icarus Films, Brooklyn, NY, 2009
65 mins., DVD, color
DVD Sales, $398
Distributor address: http://www.Icarusfilms.com.
Reviewed by Giuseppe Pennisi,
Rome (Italy)
Professor of Economics Università Europea di Roma
giuseppe.pennisi@gmail.com
I am a professional economist. I just retired from Italian State universities and teach in two private universities in Rome. This academic year I taught courses in international economics and international political economy; the first is within an undergraduate program in economics; the latter is part of a MBA program. Necessarily, in both courses I had to deal with the current financial and economic crisis and explain such definitions as futures, derivatives, subprime, structured papers and alike. Normally, teachers would think that now most graduate students are familiar with these concepts and that also a large proportion of undergraduates have a general idea, if not a clue of what is being talked about. Such has the press been bombarding us day after day with the financial crisis! Regretfully, I found that my students had a very approximate idea (to use a polite wording) of basic definitions. Either the media have done a poor job or we, professors, have not provided them with the basic tools to de-codify what students read in the press and watch at the TV. Regretfully, I had We All Fall Down available at the beginning of the semester, not at the very end. I showed to my students as soon as it arrived. It had an excellent impact. It clarified my points that recent literature on the crisis had left foggy and, in addition, it gave a human dimension to the phenomenon.
The movie is a one-hour documentary. Thus, it is perfect for a two-hour class; it provides time for a short introduction and a full seminar discussion after the showing. It is a workman like exercise. Based on a dozen of interviews from a wide variety of experts and Wall Street insider (including mortgage brokers, appraisers, bankers, lawyers, analysts, sellers and buyers and economic scholars, the documentary explains in clear terms such concepts as “subprime mortgage,” the financial scheme of “securitization,” the packaging of bad quality mortgage loans with good quality stocks and bonds and how the crisis led to a sudden halt to other types of lending to individuals and business. Thus, it provides the background to understand how the financial crisis became a world -wide economic crisis.
More significantly, it shows the “human dimension” of the crisis: “happy new homeowners” with mortgages they do not understand the weight, the “mortgage machine” of transferring loans to a variety of entities, home foreclosure from Coast to Coast as loans defaults and evictions spread from the poor to the middle- class, the disintegration of properties and neighborhoods,. The final part of the documentary is didactic : an analysis of the economic, legal and political impact of the mortgage financial system in the USA. In short, a very useful documentary.
Last Updated 1 July, 2009
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