venerdì 14 novembre 2008

IL "CAVALIERE DELLA ROSA" ED IL DUELLO MILANO ROMA, Il Velino 14 novembre

E’ iniziato il 12 novembre, con un incontro tra il Ministro dei Beni e delle Attività Culturali, Sandro Bondi, ed i sindaci ed i sovrintendenti delle 14 fondazioni lirico sinfoniche, un processo che potrebbe portare ad una modifica, pure radicale, dei finanziamenti dell’amministrazione centrale ai principali teatri d’opera della Penisola. Nell’ambito di questa revisione, il Teatro alla Scala ambisce ad essere dichiarato “teatro di eccellenza”, facendo relegare il Teatro dell’Opera di Roma in seconda posizione nonostante la normativa ne riconosca le funzioni di rappresenta dovute ad essere localizzato nella capitale e nonostante la programmazione 2009 sia più ricca (per numero di opere, di rappresentazioni e di novità) della stagione al Piermarini.
Chiunque nutrisse dubbi dovrebbe recarsi in questi giorni al Teatro dell’Opera per assistere a “Der Rosenkavalier” (“Il cavaliere della rosa”), la più importante commedia in musica del 900. Si svolge in un Settecento volutamente falso (il valzer, che domina lo spartito, non era stato inventato; la cerimonia- chiave del libretto - l’annuncio di un fidanzamento tramite da una rosa d’argento portata da un paggio - non è mai esistita né nell’Austria Felix né altrove). Si intrecciano due temi: il passaggio del tempo e la tolleranza. La trentatreenne Principessa Maria Teresa cede il proprio diciassettenne amante Octavian alla quindicenne Sofia, figlia di un borghese arricchito , Faninal, e destinata in sposa al quarantenne, spiantato e volgarotto, Barone Ochs (cugino della Principessa medesima). La trama si dipana per oltre quattro ore ( compresi i due intervalli) con scoppiettanti colpi di scena, senza che mai l’attenzione cali. Il merito va almeno in parte al magnifico libretto (ed al curioso impasto lessicale di varie tipologie di tedesco- da quello formale, a quello colloquiale, al dialetto viennese). In Italia, negli ultimi anni, “Rosen” si è visto a Genova, Firenze, Milano, Torino, Napoli, Palermo, Spoleto, Catania, Bologna, Trieste e Lecce. E’ in arrivo a Cagliari. Mancava, però, a Roma da 35 anni, quando è stato replicato per cinque sere nell’ambito di una tournée del Teatro dell’Opera di Colonia.
Il nuovo allestimento rappresenta un vero evento: ha debuttato il 12 novembre con il Capo dello Stato nel palco presidenziale e spumante offerto a tutti gli spettatori al primo intervallo) e resta in scena sino al 18 novembre. E’ una co-produzione italo-francese che si vedrà anche a Tolosa e a Parigi ed ha le carte in regola per una lunga tournée internazionale (non solo in Francia ed in Italia). Nella scenografia sfarzosa di Ezio Frigerio (smisurati ambienti barochi dove domina il bianco e l’oro incastonati in slanciate colonne corinzie), e con i costumi eleganti di Franca Squarciapino, il regista Nicolas Joel dipana con agilità la folla di personaggi (una trentina di solisti, oltre al coro) che danno corpo all’intreccio, cantando, recitando e anche danzando con maestria. Si ride (specialmente nel secondo ed al terzo atto) e ci si commuove nel finale. Poco accorta, tuttavia, la decisione di iniziare lo spettacolo alle 20,30 terminando verso l’una del mattino; parte del pubblico se ne va prima dell’esilarante terzo atto.
L’orchestra del Teatro dell’Opera di Roma, guidata da Gianluigi Gelmetti, fornisce un’ottima prova alle prese con una partitura apparentemente semplice (a ragione dei valzer) ma in sostanza molto complessa. Gelmetti opta per una concertazione languida, in cui accentua il lato sensuale della scrittura; è una lettura legittima, ma che può non piacere a chi preferisce tempi più serrati ed un ritmo più veloce. Di livello più che buono la compagnia di canto: Kurt Rydl è un veterano che ha interpretato oltre 250 volte il ruolo del Barone Ochs, Christiane Iven è una Principessa di statura imponente, Irini Karajanni un Octavian in esplosione ormonale e pieno d’astuzie, la cui maturazione (da adolescente a giovane uomo) avviene nell’arco di una sola giornata, Gemma Bertagnolli una Sofia tutto pepe , Peter Weber un Faninal con tutte le caratteristiche e le piccole manie dell’arricchito che vuole accettato nei salotti buoni. Merita una lode Giuseppe Ruggeri, chiamato all’ultimo momento a sostituire Fabio Sartori (ammalato) nel ruolo, breve ma difficile, del “cantante italiano”. Ciò che più conta è l’affiatamento dell’intera compagnia.

giovedì 13 novembre 2008

UN LANGUIDO CAVALIERE Milano Finanza 14 novembre

Der Rosenkavalier (Il cavaliere della rosa) di Richard Strauss è la più importante commedia in musica del '900. Si svolge in un '700 volutamente falso (il valzer non era stato inventato e la cerimonia dell'annuncio di un fidanzamento tramite una rosa d'argento portata da un paggio non è mai esistita). Si intrecciano due temi: il passaggio del tempo e la tolleranza. La trentatreenne Principessa Marescialla Maria Teresa cede il proprio giovane amante Octavian alla quindicenne Sofia, figlia di un borghese arricchito, Faninal, e destinata in sposa al quarantenne, spiantato, Barone Ochs (cugino della Principessa). In Italia, negli ultimi anni, l'opera si è vista in numerosi teatri, mentre mancava a Roma da 35 anni, dove è tornata con un nuovo allestimento, una co-produzione italo-francese che ha le carte in regola per affrontare una lunga tournée internazionale. Nella scenografia sfarzosa di Ezio Frigerio (grandi ambienti barocchi dove dominano il bianco e l'oro incastonato in colonne corinzie), il regista Nicolas Joel dipana con agilità la folla di personaggi che danno corpo all'intreccio, cantando, recitando e anche danzando con maestria. Eleganti i costumi di Franca Squarciapino. L'orchestra del Teatro dell'Opera di Roma, guidata da Gianluigi Gelmetti, fornisce un'ottima prova alle prese con una partitura apparentemente semplice, ma in sostanza molto complessa. Gelmetti opta per una concertazione languida, in cui si accentua il lato sensuale della scrittura. Di livello più che buono la compagnia di canto: Kurt Ridle è un veterano che ha interpretato oltre 250 volte il ruolo del Barone Ochs, Christiane Iven è una Principessa di statura imponente, Irini Karajanni un Octavian pieno di astuzie e la cui maturazione (da adolescente a giovane uomo) avviene nell'arco di una giornata, Gemma Bertagnolli una Sofia tutto pepe, Peter Weber un Faninal con tutti i tic dell'arricchito. Merita una lode Giuseppe Ruggeri, chiamato all'ultimo momento a sostituire Fabio Sartori (ammalato) nel ruolo, breve ma difficile, del «cantante italiano». Al Teatro dell'Opera, fino al 18 novembre. (riproduzione riservata)


LA GIOVANNA D’ARCO DI HONNEGER E’ LA GIUSTA EROINA PER UN’EUROPA CHE HA BISOGNO DI CORAGGIO Il Foglio 13 novembre

Il 12 ottobre, la stagione sinfonica 2008-2009 dell’Accademia di Santa Cecilia è stata aperta con “Jeanne d’Arc au Bûcher” di Arthur Honneger su testo di Paul Claudel; dal 2 all’11 novembre si svolgono una serie di concerti per il bicentenario della nascita di Felix Mendelssohn-Bartoldi – un mini-festival diretto da un nume del mondo delle bacchette, l’ottantenne ma vivacissimo Kurt Masur, e che ha come evento centrale l’esecuzione di “Elias”, capolavoro estremo del compositore tedesco, raramente prodotto per i mezzi imponenti che comporta. C’è un nesso tra i due lavori nonostante le differenze d’epoca e di stile: hanno ambedue un ritmo cinematografico ed un forte contenuto intellettuale che oggi sarebbe chiamato “teocon”. La programmazione 2008-2009 dell’Accademia (una rara istituzione musicale con i conti a posto) prevede altri sei “drammi in musica” – in breve quanto una stagione lirica di un teatro d’opera di medie-grandi dimensioni (La Scala ha 14 titoli, l’Opera di Roma 15). La predilezione del direttore musicale Antonio Pappano si coniuga anche con un filo “teocon”.
Veniamo a “Jeanne D’Arc”: concertazione di Pappano; regia di Keith Warner; le scene ed i costumi di Es Devil; un cast internazionale ( nei ruoli recitanti, Romane Bohringer e Tchéky Karyo ed, in quelli cantati, Susan Gritton, Maria Radner e Donald Kaash). Uno spettacolo che ha meritato un esito strepitoso. Dopo il successo negli Anni 50 (molto legato all’interpretazione di Ingrid Bergman) “Jeanne d’Arc au Bûcher” sembrava destinata all’oblio. Ha, invece, inaugurato la stagione lirica del “Massimo” di Palermo nel 2003; Roma se lo è conteso con Firenze dove avrebbe dovuto aprire il Maggio Musicale del 2007. Cosa spiega questo interesse per la Pulzella d’Orléans?
Il ruolo di Giovanna nella guerra dei 100 anni fu minuscolo come illustrato da Desmond Swerd, in “A Brief History of the Hundred Years War. The English in France (1337-1453)” . La Pulzella riuscì a tirare su il morale delle truppe fedeli al Delfino, ma finì presto sconfitta e condannata, per stregoneria, da un tribunale ecclesiastico francese; il “Delfino” Carlo, che Giovanna aveva fatto incoronare Re, non mosse un dito per salvarla (forse anche lui pensava che fosse un’invasata), pur se un quarto di secolo dopo chiese la revisione del processo che portò all’annullamento di quello del 1431. Tutta la vicenda fu dimenticata in Francia sino alla débâcle di Sedan (1870) quando la Nazione aveva disperatamente bisogno di un simbolo. Prima di Sedan, i lavori su Giovanna prodotti in Francia, in Italia ed in Russia si basano quasi interamente su Die Jungfrau von Orleans di Schiller, una lettura romantica con una storia d’amore tra la fanciulla ed un giovane inglese. Fu possibile ripescare la “vera storia” perché gli atti dei processi (quello per stregoneria e la sua revisione) erano su carta e sono rimasti integrali in varie copie; una loro edizione critica è stata pubblicata in tre volumi dalla Société de l’Histoire de France nel 1960-71. Una dimostrazione, ove ce ne volessero, della giustificazione della battaglia del “Foglio”; se fossero stati distrutti dalle tarme del “morbo di Baumol” (“Il Foglio” del 7 ottobre), di Giovanna non ci sarebbe neanche una statua (ancor meno la canonizzazione del 1920).
“Jeanne d’Arc” è l’incontro di due intellettuali di spicco di quello che è chiamato il “Novecento Storico”. Il tema è il travaglio tra dubbio e dogma: più che uno sviluppo drammaturgico il lavoro scava nei momenti tra l’abiura, di una Giovanna in cui è stato inserito il seme del dubbio e la scelta del martirio.
L’”Elias” di Mendelssohn è ancora una volta un crociccio di più culture europee. Il compositore, luterano convinto ma impregnato nella tradizione ebraica delle sue origini (tra cui il filosofo razionalista Moses Mendelssohn, amico intimo di Lessino), il testo del tedesco Julius Schubring (fedelissimo alla Bibbia), il committente: l’anglicana città di Birminghan. Narra, in 24 scene, la lotta del profeta contro i politeisti re Acab e regina Jezabel sino all’ascensione d’Elia al Cielo in un carro di fuoco tirato da cavalli (volanti) pure essi di fuoco . Ben differente, però, dal fuoco del rogo di “Jeanne d’Arc”. E’ un film biblico di battaglie in cui il Dio della tradizione sovrasta chi lo sfida. Eccellenti, oltre a Masur, il protagonista, René Pape, ed il coro. Di buon livello, gli altri.
Questa Europa piena di dubbi mette in scena “Jeanne d’Arc au Bûcher” ed “Elias” perché, come la Francia dopo Sedan, ha bisogno di un simbolo di unità e di coraggio.

martedì 11 novembre 2008

LA ROMA “STATALISTA” VA AVANTI E PRIVATIZZA Il Tempo del 12 novembre

La crisi finanziaria ha prosciugato il “private equity” e bloccato i processi di privatizzazione in corso in molti Paesi. Inoltre, ha innescato una nuova ondata d’intervento pubblico, con varie forme di nazionalizzazioni, a volte anche totale, pure in Paesi, come gli Stati Uniti. Pochi che hanno notato che, in questo quadro, l’Italia sta andando controcorrente. Non solamente a ragione dei capitali coraggiosi della Cai con cui si sta portando a termine quella privatizzazione dell’Alitalia impostata in modo tra il parapsicologico e l’inconcludente dal Governo Prodi E’ iniziato l’ultimo atto di una denazionalizzazione tanto importante quanto poco notata (da gran parte della stampa e dall’opinione pubblica). Proprio nella Roma dipinta, nella vulgata, come il Forte Apache dello statalismo.
Si tratta della privatizzazione di Cinecittà Studios, s.p.a., il cui capitale sociale è 35 milione di euro. La procedura è stata iniziata dalla capogruppo, Cinecittà Holding, una s.p.a. a intero capitale pubblico che controlla, oltre agli studi, anche altri aspetti della cinematografia, con una richiesta di manifestazione d’interesse per pacchetti d’azioni dell’impresa. La denazionalizzazione è parte di un progetto più ampio con la creazione di un Centro Nazionale per la Cinematografia dove concentrare le attività a carattere non commerciale (cineteca nazionale, centro sperimentale) del settore. Lo Stato si disimpegnerebbe da quelle chiaramente industriali, pure da quella Cinecittà il cui nome è un’icona per la storia dell’arte cinematografica non solo in Italia ma nel mondo. Ora Cinecittà, o più precisamente i suoi studi cinematografici, dovranno competere sul mercato internazionale. Potranno fruire come unico incentivo di sgravi tributari approvati con la finanziaria 2008 ed assolutamente in linea con la normativa europea. Molti imprenditori del campo sono pronti a rispondere positivamente all’invito ed a manifestare il proprio interesse; si parla, tra i potenziali concorrenti, dei Gruppi Abete e Della Valle , Aurelio De Laurentis e Haggiag.
Non è questa la sede per entrare negli aspetti tecnici della privatizzazione. Sono importanti le dimensioni di politica economica, tenendo presente il vecchio detto in cui si comprende meglio un bosco studiandone un albero che ammirandone una foto digitale presa da un elicottero. La privatizzazione di Cinecittà Studios in una fase di grave crisi internazionale vuol dire che la politica economica italiana riesce a tenere la barra ritta: evitare di trasgredire le regole europee ma portare avanti il programma di liberalizzazioni a cui il Governo si è impegnato di fronte agli elettori. E’ anche prova di vitalità dell’industria della creatività (di cui il cinema è un comparto importante), spesso data per morta e seppellita oppure con le mani tese alla ricerca dell’obolo dei contribuenti. E’ una buona notizia. I giornali servono anche per dare buone notizie e commentarle.

TRA USA E UE INTESA POSSIBILE SU DUE PUNTI Libero 11 novembre

Come si presenta l’Europa al G20 in programma il 15 novembre (di fatto, tenendo conto degli incontri “informali”, il 14-15 novembre) a Washington? La colazione di lavoro dei 27 dell’Ue il 7 novembre a Bruxelles ha prodotto una proposta che rappresenta un “minimo comun denominatore” meno cogente di quello definito, alcuni giorni primi dall’Ecofin (i Ministri economici e finanziari dei 27) e dall’Eurogruppo (i Ministri economici e finanziari degli Stati dell’area dell’euro). La proposta si articola in cinque punti:
· dare al Fondo monetario internazionale (Fmi), ed al Financial Stability Forum (Fsf), responsabilità primaria nel formulare piani operativi per ristabilire fiducia e stabilità nei mercati;
· mettere sotto sorveglianza (del Fmi e del Fsf) le agenzie di rating;
· aumentare la convergenza sugli standard contabili e rivedere le regole del “fair value” (ossia del metodo di deprezzamento, oppure d’apprezzamento, delle attività finanziarie in portafoglio);
· garantire che nessun territorio – leggasi: paradisi fiscali- o soggetto – leggasi “hedge funds” – sfugga ai controlli delle autorità di vigilanza;
· migliorare i codici di condotta.
Questa proposta è inquadrata in un programma più vasto: il 15 novembre il G20 dovrebbe varare uno scadenziario dettagliato da verificare – con una muova riunione del G20 – entro il 20 febbraio 2009. Contiene anche ammennicoli di contorno: dare, se non proprio un seggio, almeno uno strapuntino alla Spagna di Zapatero che sta facendo fuoco e fiamme poiché, pur considerandosi un hidalgo almeno alla pari degli altri, si sente escluso dal consesso. Lo ha ottenuto, ma (per ora) unicamente per il 15 novembre, in quanto Sarkozy parteciperà come Presidente (di turno) della Ue , non della Francia.
A Parigi ed a Roma si mostra soddisfazione per i risultati della riunione del 7 novembre e fa sfoggio di grandi attese per quella del G20. Nicolas Sarkozy afferma che è tutta idea sua: la ha lanciata nel suo discorso all’Onu il 23 settembre e proposta nell’incontro con Bush il 18 ottobre. L’entourage di Silvio Berlusconi rivendica che l’Italia la ha formulata prima ancora di Parigi in colloqui bilaterali già in agosto. Più prammatico il Premier britannico Gordon Brown: alla strategia in materia finanziaria (ed alla convergenza in tema di tassi d’interesse) ne deve corrispondere una in materia di economia reale per evitare una recessione che, come anticipato da “Libero Mercato” già all’inizio di ottobre, in Europa sta mordendo più che negli Usa. In ogni caso, i cinque punti prodotti il 7 novembre rappresentano quella “opzione call di espansione” (ossia una piattaforma su cui costruire programmi più ambiziosi al G20) auspicata da “Libero Mercato” il 4 novembre.
I nodi adesso sono essenzialmente due: a) quale sarà la risposta degli altri (specialmente degli Usa) e b) quale metodo dovrà, e potrà, seguire l’Ue nel resto di un processo che inizierà questa settimana a Washington ma non si esaurirà in febbraio. Nella formulazione (ed attuazione) del metodo, l’Italia ha un ruolo istituzionale centrale poiché il primo gennaio 2009 Roma assume, per 12 mesi, la Presidenza del G8. Un punto è chiaro a tutti: quale che sarà il risultato del G20 di questa settimana, gli esiti avranno possibilità di incidere sui mercati e sulle istituzioni unicamente se sorretti da una strategia del dollaro e dell’euro (ossia da una partnership atlantica) analoga alla strategia del dollaro e della sterlina che preparò nel 1944 la conferenza di Bretton Woods e la gestì.
E’ fin troppo ovvio che nella capitale Usa il G20 avrà a che fare con un Presidente in fase di trasloco e con i collaboratori di uno non ancora stato insediato. Su alcuni aspetti, tuttavia, concordano sia l’alta amministrazione del Governo (in carica sino al 20 gennaio) sia gli esperti economici di Barack Obama (riunitisi a Chicago il 7-8 novembre): i) evitare l’istituzione di nuovi regolatori del mercato o la concentrazione delle funzioni in uno solo tra quelli esistenti (leggasi: Fmi); ii) de-enfatizzare l’importanza di “hedge fund” (et similia) e della loro regolazione.
Gli sherpas dell’Ue farebbero bene a studiare i dettagli della normativa americana sui salvataggi delle istituzioni finanziarie di recente approvata negli Usa (per Fanny Mae, Freddt Mac e compagnia bella): obbliga Casa Bianca e Congresso a regolare entro il prossimo maggio 2009 i mercati dei derivati e degli “hedge funds” ed a “rivedere” (review) l’assetto pluralistico della vigilanza finanziaria a livello sia federale sia dei singoli Stati dell’Unione (ossia a limitare le funzioni di vigilanza da parte della banca centrale, la Fed). In breve, probabilmente obtorto collo (ossia perché il “Piano Paulson” sia approvato dalle Camere), la posizione “normativa” Usa è più vicina a quella “politica” europea di quanto non lo sia quella “politica” della Washington-che-può di oggi e delle settimane immediatamente successive il 20 gennaio. E’ una carta importante che l’Ue può giocare bene al G20 di questa settimana e nel processo che ad esso (inevitabilmente) seguirà.
In particolare, gli sherpas dovrebbero chiedere al codazzo di barracuda-esperti che li seguirà nei voli di Stato alla volta degli Usa di sviscerare sia i dettagli tecnici della normativa Usa sia la bozza di un lavoro in uscita sul “Berkeley Business Law Journal”: "Which Way for Market Institutions? The Fundamental Question of Self-Regulation". Ne sono autori Cally Jordan dell’University of Melbourne e Pamela Hughes di Blake, Cassels e Gryadon LLP (uno dei maggiori studi legali internazionali). In caso di difficoltà, possono rivolgersi direttamente agli autori - c.jordan@unimelb.edu.au ; pam.hughes@blakes.com - per e-mail a nome di “Libero Mercato” e del vostro chroniqueur.
Sul futuro del processo, e sulla posizione dell’Ue, ci sono alcuni interessanti proposte da considerare, relative rispettivamente al metodo ed alla sostanza. La prima si riferisce a come procedere in un processo in cui (come visto su “Libero Mercato” del 4 novembre) “opzioni reali” di tipo “call” e “put”, sia positive sia negative (“liability options” si aprono e si chiudono con rapidità ed occorre sapere esercitare lo “strike” con una destrezza almeno analoga a quella utilizzata sui mercati finanziari. Ciò richiede speditezza, non complesse procedure tra 27 Stati (e luncheons di lavoro straordinari a Bruxelles). Coglie nel segno Alberto Quadro Curzio nel proporre un GE4 , ossia un “gruppo dei quattro” europeo, che operi ovviamente su delega del Consiglio Europeo che di fatto si riunisce ogni tre mesi e dell’Ecofin e dell’Eurogruppo che si riuniscono ogni mese.
Sui contenuti, un’interessante proposta è stata formulata da Maria Teresa Salvemini sul numero di “Affarinternazionale”, il periodico telematico dell’Istituto Affari Internazionali diramato l’8 novembre. La proposta contempla tre differenti ipotesi:_ a) un allentamento del patto di stabilità (con nuove regole di comportamento valide per tutti al fine il costo delle politiche di sostegno di alcuni Paesi non gravino sul resto dell’Ue; b) un piano europeo per l’utilizzazione di risorse finanziarie aggiuntive a quelle dei singoli Stati (associato a nuove regole di contabilizzazione); c) un accordo nell’Eurogruppo per l’impiego, in chiave espansiva, sia di entrate sia di spese.

IL NOVECENTO E L’ ORCHESTRA SINFONICA DELLA FONDAZIONE ROMA Il Velino 10 novembre

Nata come Orchestra sinfonica giovanile di Roma, diventata, con il passare degli anni e con il crescere dei professori d’orchestra (la cui età media è ancora attorno ai 27 anni), ha cambiato nome in Orchestra sinfonica romana ed ora ne assume ancora uno nuovo Fondazione Roma- Orchestra Sinfonica. E’ il frutto di una scommessa fatta dalla Fondazione della Cassa di Risparmio di Roma e dall’Arts Academy guidata dal Maestro Francesco La Vecchia, che ha maturato lunghe esperienze di direttore artistico e principale maestro concertatore in teatri di rilievo internazionale in Ungheria, Brasile e Portogallo. Con un contributo relativamente modesto ed interamente privato ( circa 5 milioni d’euro l’anno) gareggia nella capitale con complessivi sinfonici finanziariamente molto meglio dotati (a spese di Pantalone), ma offre 30 concerti (ciascuno eseguito la domenica pomeriggio ed il lunedì sera) nell’Auditorium di Via della Conciliazione. I prezzi sono davvero stracciati (l’abbonamento all’intera stagione per i giovani è € 90 ; per gli anziani è appena € 160; i posti più cari per i singoli concerti sono € 18). Il tutto esaurito è di prammatica. Dopo una fase in cui l’Orchestra ha presentato principalmente il grande repertorio romantico e post-romantico (Schubert, Brahms, Beethoven, Mahler) ed il Settecento (Mozart, Haydn) – quanto, per intenderci, è più noto al pubblico - unitamente ad opere in versione sia scenica sia semi-scenica, il programma della stagione 2008-2009 è, in gran misura, dedicato al Novecento. In tal modo, l’Orchestra svolge anche una funzione sociale di rilievo: preparare un pubblico giovane (ed anche anziano) del ceto medio (che non può permettersi concerti a € 45 a biglietto) verso territori che , anche soltanto oggetto di rimozione storica per motivi puramente politici, sono relativamente poco conosciuti.
In parallelo, sul podio ci sono non solo La Vecchia pure importanti direttori stranieri ( questa stagione: Lior Shambadal, Israel Yinon, Bojan Sudjic, Jan Lathan Koening, Berislav Skenderovic, Gunter Neuhold, Muhai Tang, Edward Tchivzhel, Julian Kvatchev) . Un accordo con la casa discografica Naxos sta producendo alcune importanti incisioni di grandi autori del Novecento dimenticati, o quasi, soprattutto in Italia (Martucci, Malipiero, Casella, Ferrara, Busoni, Respighi). L’Orchestra ha acquisito notorietà e prestigio internazionale: è appena rientrata da una tournée in Cina in ottobre ed in febbraio suonerà a Berlino, Cracovia e Varsavia – ospite di istituzioni come i Berliner Philarmoniker – di fama mondiale.

Il concerto inaugurale ha coniugato uno dei capolavori di Luigi Nono (Cantata, Como una ola de fuerza y luz) per soprano, pianoforte, orchestra e nastro magnetico con la notissima “Sacre du Printemps” di Stravinskij. Solisti il soprano Manica Benvenuti ed il pianista Massimiliano Damerini. Sono due capolavori molto distinti (sotto il profilo sia temporale sia, se vogliamo, ideologico).Il lavoro di Stravinskij è del 1913, quando scatenò una vera e propria battaglia tra sostenitori ed avversari al Théâtre des Champs Elisée di Parigi. Il musicologo Tommaso Manera parla, appropriatamente di “scandalo della modernità”; Stravinskij trovava le radici della “modernità” allora più avanzata nella musica fortemente timbrica delle Russie primitive (prima che fossero unificate da Zar e da Bojardi). Stravinskij restò apolitico per tutta la vita, ma non tornò nella Patria dopo la rivoluzione sovietica e non celò la propria ammirazione per Mussolini (che considerò uno dei rari capi di Governo pronto ad operarsi per la musica contemporanea – con il Festival di musica contemporanea di Venezia). Il lavoro di Nono (dal 1952 alla morte nel 1990 militante del PCI) è del 1972; è stato eseguito in Italia una sola volta (in un concerto diretto da Claudio Abbado alla Scala: Da allora, benché ripreso più volte dalle maggiori istituzioni sinfoniche straniere, non è stato più riascoltato nel nostro Paese. Ambedue richiedono un organico orchestrale enorme; in aggiunta, gli orchestrali devono essere ciascuno un solista in grado di attingere alle più alte vette della propria professionalità e del proprio virtuosismo. Il lavoro di Nono presenta due difficoltà aggiuntive: suonare all’unisono con un nastro magnetico stereofonico ed integrarsi con la voce del soprano.
L’Orchestra ha dato prova di grande maturità nell’affrontare le due partiture: lacerante e straziante la prima eseguita, quella di Nono (un’ode funebre per uno dei leader del movimento rivoluzionario cileno, Luciano Cruz); una rievocazione di riti primitivi (con sacrifici umani) la seconda, quella di Stravinskij. Con un approccio inconsueto (ma utile ai fini di formazione del pubblico), dopo il concerto, La Vecchia si è intrattenuto in sala a rispondere a domande di un pubblico, perplesso ai primi accordi del lavoro di Nono ma sempre più appassionato da un programma che ha salutato con vere e proprie ovazioni alla fine dell’esecuzione.

domenica 9 novembre 2008

SEDUZIONI E PASSIONE A PASSO DI DANZA , L'Occidentale 9 novembre

Lo spettacolo debuttato a Londra in settembre. E’ stato concepito per due artisti (ambedue molto noti, ma molto differenti per esperienza e temperamento) e per una tournée mondiale. Fa tappa a Roma dal 5 novembre a stasera 8 novembre. In Italia, lo coproducono l’Accademia Filarmonica (una delle istituzioni più antiche della città, creata attorno al 1820 da un gruppo di nobili) ed il RomaEuropa Festival (giunto alla 22sima edizione). Si rivolgono a pubblici abbastanza distinti: RomaEuropa Festival è rivolta principalmente ai giovani ed alla musica contemporanea, mentre la Filarmonica accompagna innovazione con musica da camera tradizionale. Dopo Roma, andrà al teatro dell’opera La Monnaie di Bruxelles ed al Théâtre de la Ville di Parigi prima di prendere il largo verso il Canada, gli Usa e l’Opera House di Sidney (e riapparire forse in Italia, a Milano, nell’autunno 2009). Si tratta di ”In I”, musica del giovane compositore britannico Phillip Sheppard, testo e coreografia dell’attrice francese Juliette Binoche e del danzatore (e per l’occasione anche cantante) Akram Khan. Scene di Anish Kapoor. “In I” (ossia “Dentro di me”), pur se co-prodotto tre teatri lirici e tre istituzioni musicali a carattere prevalentemente concertistico non è un’opera moderna in senso stretto: un atto unico di 70 minuti di danza, musica, canto e recitazione. E’ incentrato su due personalità forti e spiccate come quelle di Khan e Binoche. Non c’è una vicenda vera e propria vicenda (come è consueto anche in opere a soli due personaggi quali quelle dei minimalisti americani e francesi). C’ un cenno d’intreccio. In un cinema d’essai (si proietta “Casanova” di Fellini dell’inizio degli Anni 70), Lei (sulla quarantina) s’invaghisce di Lui (sulla trentina), lo corteggia e se lo fa. Inizia una relazione di sesso e forse amore, con molte tensioni tra i due. Lui diventa presto il partner dominante. Lei si sente, a volte, umiliata dal comportamento di lui. Ma il gioco pare inarrestabile. E non si conclude quando cala il sipario.
Lo spettacolo è raffinato ed elegante (anche nei momenti che avrebbero potuto scivolare nella volgarità). Juliette Binoche è quarantenne e pluripremiata, specialmente per le sue interpretazioni cinematrografiche ( Il paziente inglese, Tre colori, Les amants du Pont-Neuf); è nuova ad un teatro in musica che prevede anche canto e molta danza. Khan non ancora 35nne; nato a Londra da una famiglia originaria del Bangladesh, ha fatto delle sue doppie radici orientali-occidentali il tratto distintivo della sua personalità, coltivando fin da piccolo il kathak, una danza classica dell’India del Nord altamente stilizzata, e poi, interessandosi ai moderni linguaggi della danza contemporanea, ed anche al balletto cinese. La musica (registrata) è di puro supporto ai due protagonisti. Sheppard è un astuto creatore d’atmosfere (i suoi lavori precedenti sono principalmente per eventi specifici in luoghi puntuali come Cattedrali e parchi oppure per film) e sa coniugare vari stili (e differenti provenienze etniche) ma la sua scrittura non aspira a fare parte della “musica alta” contemporanea. Nel complesso, lo spettacolo ha fascino ed è applaudito dagli spettatori (soprattutto a ragione del virtuosismo evidenziato dai protagonisti), Con un migliore supporto musicale (perché non pensare ad un collage di musica barocca per piccolo organico dal vivo) sarebbe di più alta qualità.