Le imminenti elezioni hanno conseguenze a catena: si voterà presto pure per il Comune e la Provincia di Roma (nonché per altre amministrazioni del Lazio). L’importanza del “voto locale” non deve essere oscurata da quella delle “politiche nazionali”. In linea con quanto sostenuto da Il Tempo, è essenziale che gli schieramenti si confrontino su temi concreti , vicini alla qualità della vita ed al progresso di individui, famiglie ed imprese. Per le elezioni al Comune ed alla Provincia uno dei nodi cruciali (e di cui poco si parla) è l’ambiente: il territorio si sta avviando, secondo il parere di esperti distinti e distanti dalle nostre beghe, ad una crisi analoga, per molti aspetti, a quella nel napoletano.
A Roma e provincia vengono prodotti circa 1.600.000 t/anno di rifiuti solidi urbani e 2.300.000 t/anno nell’intera regione. Mentre in Italia lo smaltimento in discarica è in media pari al 22% (del totale), nel Lazio è al 25,7 %, 5 e 3 punti percentuali tali da avvicinare il Lazio più al Sud che al Nord, dove oltre il 33% dei rifiuti vengono trattati in termovalorizzatori e gassificatori. Lo smaltimento in discarica inquina la falde e porta malattie. Per il nuovo impianto di gassificazione di Malagrotta, non è stato svolta nessuna Valutazione di impatto ambientale (Via) nonostante si tratti della discarica più grande d’Europa (240 ettari) ed ormai quasi satura. Dal 1999 il territorio di Roma e provincia è in stato di emergenza. La zona di Malagrotta, è fra le diciotto aree nazionali a rischio. Nonostante le conclusioni del rapporto congiunto dei Ministeri dell’Ambiente e dell’Innovazione presentato in pompa magna lo scorso 24 aprile dai due Ministri competenti, Comune e Provincia non hanno fatto nulla per promuovere nuove tecnologie (come la pirolisi) che consentono di utilizzare circa il 90% del volume dei rifiuti per la produzione di energia.
I termovalorizzatori , previsti dal cosiddetto “Decreto Ronchi” (dal nome del Ministro dell’Ambiente dell’epoca) e contro cui spesso si oppongono le comunità più vicine agli impianti, rappresentano una tecnologia ormai superata. Portare a pieno regime il ciclo dei rifiuti così come è previsto dal “Decreto Ronchi” rimanderebbe il problema solo di qualche anno. La pirolisi, invece, è una degradazione termica in assenza di ossigeno, che, sotto particolari condizioni di pressione e temperatura (circa 450-500° c di temperatura, pressione inferiore a quella atmosferica di circa 10 mm di mercurio) trasforma le sostanze organiche presenti nel rifiuto in prodotti solidi, liquidi e gassosi combustibili. Il gas viene recuperato in energia mediante schemi processuali a ciclo di vapore, mentre il carbone prodotto può essere utilizzato in cementifici, centrali a carbone o ulteriormente trattato in una apposita sezione dell’impianto per il suo recupero energetico.
“Hic Rhodus, hic salta”, diciamo ai canditati: sul tema cruciale di Roma e provincia, niente chiacchiere ma programmi operativi concreti che tengano conto delle esigenze dei cittadini e del progresso tecnologico.
mercoledì 13 febbraio 2008
IL TESORETTO TENIAMOLO DA PARTE IL CREDIT CRUNCH
Tra le cattive notizie emerse dal G7 a Tokyo di fine settimana c’è ne una particolarmente negativa: la “credit crunch” negli Usa si sta espandendo all’Europa più velocemente del previsto, nonostante la riduzione del tasso d’interesse Usa e l’apertura dei rubinetti del credito da parte della Bce. Al punto che i Paesi dalle finanze pubbliche in buono stato sono stati invitati (per la prima volta dai tempi della crisi petrolifera dell’inizio Anni 70) a rispondere con manovre di bilancio pubblico reflazioniste (quindi, allentando i vincoli alla spesa pubblica per sostenere la domanda aggregata).
Il motivo per cui la crisi del credito si espande più velocemente all’Europa è che le restrizioni sono molto più severe oggi di quelle avutesi a cavallo tra la fine degli Anni 80 e l’inizio degli Anni 90 in seguito alla crisi delle casse di risparmio, di quelle risultanti dal fallimento dello hedge fund Long Term Capital Market (LTCM) alla metà degli Anni 90, di quelle dell’implosione della bolla delle “dot.com” della net economy alla fine dello scorso decennio. Ciò a sua volta si spiega con la scarsa capacità da parte di revisori e sindaci non sanno di valutare attività registrate in bilancio nella casella “liquidità e titoli commerciabili” ma che di fatto, nelle attuali condizioni, nessuno è pronto ad acquistare – in pratica non hanno, quindi, valore di mercato e non possono essere quantizzate al prezzo a cui sono state inizialmente comprate. Il fenomeno non riguarda soltanto il settore finanziario; occorre analizzare, sulla base di giudizi soggettivi, i singoli titoli di attività finanziarie strutturate molto complesse. Ciò complica e rallenta le operazioni di credito; in molti casi, nuove valutazioni della situazione finanziaria di un’impresa, comportano lo stop a prestiti in fase avanzata di negoziato. E una riduzione dei tassi di interesse non porta giovamento a chi non può in ogni caso prendere in prestito, a ragione di nuove e più critiche valutazioni della sua solvibilità.
Purtroppo l’Europa non dispone delle robuste protezioni esistenti in Asia sotto forma di elevati livelli di riserve che, anche a ragione dei limiti dei rispettivi mercati interni, hanno dato origine a “fondi sovrani”). E allora ecco che le previsioni econometriche dei 20 maggiori istituti privati indicano un rallentamento non solo nell’anno in corso ma anche nel seguente (per l’area dell’euro le stime di crescita del pil variano tra l’1,3% ed il 2,4% nel 2008 e tra l’1,3% ed il 2,3% per il 2009). Quindi, una frenata non più brusca ma più lunga di quanto anticipato (sempre dei 20 istituti) solo un mese fa. In questo quadro, l’Italia se la passa peggio: una crescita tra lo 0,8% e l’1.8% nel 2008 con una leggera ripresa – crescita tra l’1,1% ed il 2.1% nel 2009. Dato che la legge finanziaria è stata costruita su ipotesi di aumento del pil attorno all’1,5% , ciò può comportare all’”assestamento di bilancio”, in giugno, la necessità di una manovra di aggiustamento tra gli 8 ed i 12 miliardi di euro – oppure rinegoziare il programma di rientro definito con l’Ue. Ove in marzo, le stime preliminari delle entrate indicassero l’eventuale di un nuovo “tesoretto”, buon senso consiglierebbe di non impegnarlo prima di giugno: può servire a saldare una falla che viene anche da lontano ma di cui si vedono già le dimensioni quantitative.
Il motivo per cui la crisi del credito si espande più velocemente all’Europa è che le restrizioni sono molto più severe oggi di quelle avutesi a cavallo tra la fine degli Anni 80 e l’inizio degli Anni 90 in seguito alla crisi delle casse di risparmio, di quelle risultanti dal fallimento dello hedge fund Long Term Capital Market (LTCM) alla metà degli Anni 90, di quelle dell’implosione della bolla delle “dot.com” della net economy alla fine dello scorso decennio. Ciò a sua volta si spiega con la scarsa capacità da parte di revisori e sindaci non sanno di valutare attività registrate in bilancio nella casella “liquidità e titoli commerciabili” ma che di fatto, nelle attuali condizioni, nessuno è pronto ad acquistare – in pratica non hanno, quindi, valore di mercato e non possono essere quantizzate al prezzo a cui sono state inizialmente comprate. Il fenomeno non riguarda soltanto il settore finanziario; occorre analizzare, sulla base di giudizi soggettivi, i singoli titoli di attività finanziarie strutturate molto complesse. Ciò complica e rallenta le operazioni di credito; in molti casi, nuove valutazioni della situazione finanziaria di un’impresa, comportano lo stop a prestiti in fase avanzata di negoziato. E una riduzione dei tassi di interesse non porta giovamento a chi non può in ogni caso prendere in prestito, a ragione di nuove e più critiche valutazioni della sua solvibilità.
Purtroppo l’Europa non dispone delle robuste protezioni esistenti in Asia sotto forma di elevati livelli di riserve che, anche a ragione dei limiti dei rispettivi mercati interni, hanno dato origine a “fondi sovrani”). E allora ecco che le previsioni econometriche dei 20 maggiori istituti privati indicano un rallentamento non solo nell’anno in corso ma anche nel seguente (per l’area dell’euro le stime di crescita del pil variano tra l’1,3% ed il 2,4% nel 2008 e tra l’1,3% ed il 2,3% per il 2009). Quindi, una frenata non più brusca ma più lunga di quanto anticipato (sempre dei 20 istituti) solo un mese fa. In questo quadro, l’Italia se la passa peggio: una crescita tra lo 0,8% e l’1.8% nel 2008 con una leggera ripresa – crescita tra l’1,1% ed il 2.1% nel 2009. Dato che la legge finanziaria è stata costruita su ipotesi di aumento del pil attorno all’1,5% , ciò può comportare all’”assestamento di bilancio”, in giugno, la necessità di una manovra di aggiustamento tra gli 8 ed i 12 miliardi di euro – oppure rinegoziare il programma di rientro definito con l’Ue. Ove in marzo, le stime preliminari delle entrate indicassero l’eventuale di un nuovo “tesoretto”, buon senso consiglierebbe di non impegnarlo prima di giugno: può servire a saldare una falla che viene anche da lontano ma di cui si vedono già le dimensioni quantitative.
LA VELTRONIECONOMICS ALLONTANA L'ITALIA DALL'EUROPA
Walter Veltroni sa che verrà sconfitto. Lo dimostra una campagna elettorale impostata sull’irrealizzabile- promesse che non sarà chiamato a mantenere, ma i cui contenuti verranno rinfacciati a chi andrà a Palazzo Chigi ed a Via Venti Settembre. In materia di politica economica sono così poco credibili che è difficile vedervi la mano del buon e competente Marco Causi, professore alla Università Roma III, assessore al bilancio ed alla programmazione al Comune e da 12 anni suo paziente mentore nel labirinto della “triste scienza”. C’ è forse il ditino, o meglio il ditone, del suo suggeritore Goffedro Bettini, il quale si vanta (probabilmente a ragione) di intendersi di gestione ma non ha mai proclamato di saperne di economia. Nel loft del Partito Democratico, si mormora che il leader è uso alla “politique d’abord”, ma non ha le basi per entrare anche nei primi elementi della scienza economica: lasciato il Liceo Tasso – dicono suoi compagni un po’ malignetti – per essere stato bocciato più volte, ha tentato senza grande successo la strada del Centro Sperimentale di Cinematografia ed ha alla fine preso un diploma sì nei variopinti campi della Settima Arte, ma di un corso professionale. Comunque, che i politici debbano essere laureati – e meglio ancora titolari di un Master o di un PhD se non di un titolo conferito dall’Ena- lo credono soltanto pochi (come Amato e Bassanini- un tempo Visentini). Ciò che conta è che quando discettano di economia sappiano mettere in fila i numeri.
Nel discorso di apertura della campagna elettorale, la Velotronieconomics è ancorata ad uno slogan che ascolteremo spesso nelle prossime settimane: “meno tasse e più salari”. Inoltre, la multiforme coalizione prodiana vorrebbe varare (in questi giorni) un provvedimento per abbassare l’imposizione sulle fasce basse del lavoro dipendente- verrebbe finanziato tramite un nuovo “tesoretto” che gli uffici di TPS certificherebbero a metà marzo. Su quali cifre si regge questa prospettiva? La tornata (diramata il 9 febbraio) di previsioni econometriche dei 20 maggiori istituti indicano un rallentamento non solo nell’anno in corso ma anche nel seguente (per l’area dell’euro le stime di crescita del pil variano tra l’1,3% ed il 2,4% nel 2008 e tra l’1,3% ed il 2,3% per il 2009). Quindi, una frenata non più brusca ma più lunga di quanto anticipato (sempre dei 20 istituti) solo un mese fa. In questo quadro, l’Italia: una crescita tra lo 0,8% e l’1.8% nel 2008 con una leggera ripresa – crescita tra l’1,1% ed il 2.1% - nel 2009. Dato che la legge finanziaria è stata costruita su ipotesi di aumento del pil attorno all’1,5% , ciò può comportare all’”assestamento di bilancio”, in giugno, la necessità di una manovra di aggiustamento tra gli 8 ed i 12 miliardi di euro – oppure rinegoziare il programma di rientro definito con l’Ue. Quindi, il Governo Prodi lascia in eredità non “la sconfitta dell’evasione fiscale all’insegna paghiamo meno perché paghiamo tutti” (altro cardine della Veltronieconomics) ma una voragine che renderà difficilissima la vita del prossimo Governo: è di fatto impraticabili una manovra di circa 2 miliardi di euro al mese da effettuarsi dall’entrata in funzione del nuovo Esecutivo e la fine del 2008. I nuovo Esecutivo dovrà andare a Bruxelles come Enrico IV andò a Canossa: chiedendo venia ed autorizzazione a attuare un nuovo programma.ù
Un pozzo avvelenato, quindi. Ove in marzo, le stime preliminari delle entrate indicassero l’eventualità di un nuovo “tesoretto” (cosa peraltro improbabile) e tale “tesoretto” si materializzasse, buon senso consiglierebbe di non impegnarlo prima di giugno: può servire a saldare una falla che viene anche da lontano ma di cui si vedono già le dimensioni quantitative.
I veleni riguardano pure gli amici. Francesco Rutelli lo sa e, per questo, tentenna prima di accettare di candidarsi a sindaco di Roma. I suoi sodali affermano che ha chiesto una “due diligence” per evitare di prendesi un bidone. Tutti sanno che da quando Veltroni è sindaco i problemi veri della città vengono trascurati dato che il Primo Cittadino si interessa più di Africa e di cinema che di come funzionano servizi essenziali – ci vogliono ad esempio diversi mesi per avere la documentazione necessaria per sposarsi civilmente – e della manutenzione minima all’infrastruttura – strade, trasporti pubblici, nettezza urbana. Negli ultimi giorni sono trapelate grida accorate che (tranne la festa del cinema) altri aspetti del “panem et circenses” veltroniano sono in forse: l’estate romana e la notte bianca. Pochi però hanno contezza della crisi ambientale sul punto di esplodere. A Roma e provincia vengono prodotti circa 1.600.000 t/anno di rifiuti solidi urbani e 2.300.000 t/anno nell’intera regione. Mentre in Italia lo smaltimento in discarica è in media pari al 22% (del totale), nel Lazio è al 25,7 %, 5 e 3 punti percentuali tali da avvicinare il Lazio più al Sud che al Nord, dove oltre il 33% dei rifiuti vengono trattati in termovalorizzatori e gassificatori. Lo smaltimento in discarica inquina la falde e porta malattie. Per il nuovo impianto di gassificazione di Malagrotta, non è stato svolta nessuna Valutazione di impatto ambientale (Via) nonostante si tratti della discarica più grande d’Europa (240 ettari) ed ormai quasi satura. Dal 1999 il territorio di Roma e provincia è in stato di emergenza. La zona di Malagrotta, è fra le diciotto aree nazionali a rischio. Nonostante le conclusioni del rapporto congiunto dei Ministeri dell’Ambiente e dell’Innovazione presentato in pompa magna lo scorso 24 aprile dai due Ministri competenti, Comune e Provincia non hanno fatto nulla per promuovere nuove tecnologie (come la pirolisi) che consentono di utilizzare circa il 90% del volume dei rifiuti per la produzione di energia. Il rischio è che la capitale – che sarebbe stata retta da un Nerone senza Seneca, secondo la battuta frequente nei corridoi degli uffici comunali – si avvii ad una situazione analoga a quella di Napoli. Rutelli teme di finire avvelenato. Oltretevere si è inquieti: lo sfascio della capitale renderebbe difficile l’operatività del piccolo Stato “enclave” che è nel suo interno.
Bastano questi dati per indicare come la Veltronieconomics ci porterebbe fuori dall’euro, dall’Ue, dall’Ocse. Avvicinerebbe l’Italia all’Africa; gli italiani che lo desiderano sanno per chi votare.
Nel discorso di apertura della campagna elettorale, la Velotronieconomics è ancorata ad uno slogan che ascolteremo spesso nelle prossime settimane: “meno tasse e più salari”. Inoltre, la multiforme coalizione prodiana vorrebbe varare (in questi giorni) un provvedimento per abbassare l’imposizione sulle fasce basse del lavoro dipendente- verrebbe finanziato tramite un nuovo “tesoretto” che gli uffici di TPS certificherebbero a metà marzo. Su quali cifre si regge questa prospettiva? La tornata (diramata il 9 febbraio) di previsioni econometriche dei 20 maggiori istituti indicano un rallentamento non solo nell’anno in corso ma anche nel seguente (per l’area dell’euro le stime di crescita del pil variano tra l’1,3% ed il 2,4% nel 2008 e tra l’1,3% ed il 2,3% per il 2009). Quindi, una frenata non più brusca ma più lunga di quanto anticipato (sempre dei 20 istituti) solo un mese fa. In questo quadro, l’Italia: una crescita tra lo 0,8% e l’1.8% nel 2008 con una leggera ripresa – crescita tra l’1,1% ed il 2.1% - nel 2009. Dato che la legge finanziaria è stata costruita su ipotesi di aumento del pil attorno all’1,5% , ciò può comportare all’”assestamento di bilancio”, in giugno, la necessità di una manovra di aggiustamento tra gli 8 ed i 12 miliardi di euro – oppure rinegoziare il programma di rientro definito con l’Ue. Quindi, il Governo Prodi lascia in eredità non “la sconfitta dell’evasione fiscale all’insegna paghiamo meno perché paghiamo tutti” (altro cardine della Veltronieconomics) ma una voragine che renderà difficilissima la vita del prossimo Governo: è di fatto impraticabili una manovra di circa 2 miliardi di euro al mese da effettuarsi dall’entrata in funzione del nuovo Esecutivo e la fine del 2008. I nuovo Esecutivo dovrà andare a Bruxelles come Enrico IV andò a Canossa: chiedendo venia ed autorizzazione a attuare un nuovo programma.ù
Un pozzo avvelenato, quindi. Ove in marzo, le stime preliminari delle entrate indicassero l’eventualità di un nuovo “tesoretto” (cosa peraltro improbabile) e tale “tesoretto” si materializzasse, buon senso consiglierebbe di non impegnarlo prima di giugno: può servire a saldare una falla che viene anche da lontano ma di cui si vedono già le dimensioni quantitative.
I veleni riguardano pure gli amici. Francesco Rutelli lo sa e, per questo, tentenna prima di accettare di candidarsi a sindaco di Roma. I suoi sodali affermano che ha chiesto una “due diligence” per evitare di prendesi un bidone. Tutti sanno che da quando Veltroni è sindaco i problemi veri della città vengono trascurati dato che il Primo Cittadino si interessa più di Africa e di cinema che di come funzionano servizi essenziali – ci vogliono ad esempio diversi mesi per avere la documentazione necessaria per sposarsi civilmente – e della manutenzione minima all’infrastruttura – strade, trasporti pubblici, nettezza urbana. Negli ultimi giorni sono trapelate grida accorate che (tranne la festa del cinema) altri aspetti del “panem et circenses” veltroniano sono in forse: l’estate romana e la notte bianca. Pochi però hanno contezza della crisi ambientale sul punto di esplodere. A Roma e provincia vengono prodotti circa 1.600.000 t/anno di rifiuti solidi urbani e 2.300.000 t/anno nell’intera regione. Mentre in Italia lo smaltimento in discarica è in media pari al 22% (del totale), nel Lazio è al 25,7 %, 5 e 3 punti percentuali tali da avvicinare il Lazio più al Sud che al Nord, dove oltre il 33% dei rifiuti vengono trattati in termovalorizzatori e gassificatori. Lo smaltimento in discarica inquina la falde e porta malattie. Per il nuovo impianto di gassificazione di Malagrotta, non è stato svolta nessuna Valutazione di impatto ambientale (Via) nonostante si tratti della discarica più grande d’Europa (240 ettari) ed ormai quasi satura. Dal 1999 il territorio di Roma e provincia è in stato di emergenza. La zona di Malagrotta, è fra le diciotto aree nazionali a rischio. Nonostante le conclusioni del rapporto congiunto dei Ministeri dell’Ambiente e dell’Innovazione presentato in pompa magna lo scorso 24 aprile dai due Ministri competenti, Comune e Provincia non hanno fatto nulla per promuovere nuove tecnologie (come la pirolisi) che consentono di utilizzare circa il 90% del volume dei rifiuti per la produzione di energia. Il rischio è che la capitale – che sarebbe stata retta da un Nerone senza Seneca, secondo la battuta frequente nei corridoi degli uffici comunali – si avvii ad una situazione analoga a quella di Napoli. Rutelli teme di finire avvelenato. Oltretevere si è inquieti: lo sfascio della capitale renderebbe difficile l’operatività del piccolo Stato “enclave” che è nel suo interno.
Bastano questi dati per indicare come la Veltronieconomics ci porterebbe fuori dall’euro, dall’Ue, dall’Ocse. Avvicinerebbe l’Italia all’Africa; gli italiani che lo desiderano sanno per chi votare.
domenica 10 febbraio 2008
DOPO 50 ANNI DI ANTIFASCISMO ALFANO VA IN SCENA ALLA SCALA da L'Occidentale
Dopo circa 50 anni di epurazione ritorna sui palcoscenici italiani uno dei nostri maggiori musicisti del Novecento: Franco Alfano. E’ alla Scala sino al 15 settembre la versione originale integrale del suo “Cyrano de Bergerac”. Alfano è noto da decenni come colui che completò “Turandot” di Giacomo Puccini. Ha pesato su di lui per almeno cinque decenni una maledizione (e l’oblio) in quanto firmatario nel 1925 del “Manifesto degli Intellettuali Fascisti” e molto legato al regime sino al 1945. Napoletano, ma di cultura musicale tedesca e francese, ha una scrittura elegante sia orchestrale (interessante l’impiego del contrappunto) sia vocale (il declamato scivola in arie e numeri a più voci). Due anni fa, in Italia la maledizione è stata rotta da Gianluigi Gelmetti che ne ha ripreso, a Roma, il suo capolavoro (“La leggenda di Sakùntala”); l’esito è stato ottimo –l’opera verrà ripresa all’estero e .- si spera- pure da qualche coraggiosa e non conformista fondazione lirica italiana. “Cyrano de Bergerac”, grande successo negli Anni 30 e 40, è riapparsa oltre un lustro fa – prima in Germania e successivamente negli Usa, in Gran Bretagna ed in Francia. E’in repertorio al Metropolitan, al Covent Garden ed in teatri francesi e tedeschi. L’allestimento alla Scala è stato prodotto a New York (Metropolitan ) e Londra (Covent Garden) e sta viaggiando (con la stessa messa scena ed i medesimi protagonisti) verso la Staatsoper di Vienna.
L’oblio caduto su Alfano (ed altri) è degno della “Entartete Musik”- “musica degenerata”, il nome che la Germania nazista diede a gran parte dell’innovazione musicale che tra il 1920 ed il 1942 si sviluppò al di là delle Alpi e del Reno. Una mostra sulla “Entertete Musik” venne addirittura organizzata a Düsserdolf nel maggio 1938 quando quasi tutti i musicisti “degenerati” erano riparati all’estero e qualcuno di loro (ad esempio, Walter Baunfels) inviato al confino Si possono individuare due filoni distinti: uno principalmente austriaco che ebbe sbocco nella dodecafonia (Schömberg, Berg, Zemliksky) ed uno di stampo più prettamente tedesco (Korngold, Schreker, Krenek, Weill) in cui l’esperienza post-romantica si fondeva con l’espressionismo, la musica popolare ed il jazz . La “Entarteke Musik” non è mai stata considerata “degenerata” in Italia. In piena guerra, nel novembre 1942, al Teatro dell’Opera di Roma è stato rappresentato “Wozzek” di Alban Berg (opera vietatissima in Germania) in versione ritmica italiana (secondo l’uso dell’epoca), con Tito Gobbi nella veste di protagonista e Tullio Serafin alla guida dell’orchestra . Inoltre, oltre a Berg, un altro “degenerato”, Krenek, era tra gli ospiti abituale del Festival internazionale di Musica Contemporanea di Venezia, lanciato per decisione specifica di Palazzo Venezia come concorrente del Festival di Salisburgo.
C’è però anche una “Entartete Musik” italiana che per parafrasare il titolo del lavoro di Schreker, è rimasta “bollata” per decenni dall’accusa di essere “musica fascista”. Benito Mussolini, violinista dilettante (di pessima qualità), aveva un notevole interesse nella musica, e nella politica musicale, ed era appassionato di lirica. Considerava l’opera come espressione di italianità con un forte appello popolare. In effetti, nel ventennio, nonostante l’avanzata del cinema come forma di spettacolo e la crisi finanziaria dei teatri d’opera, la lirica era ancora di grande richiamo. Nascevano gli enti lirico- sinfonici ed i teatri di tradizione , sovvenzionati in varia misura dallo Stato; tutte le città, anche le più piccole, avevano stagioni d’opera; la mano pubblica sosteneva artisticamente i palcoscenici di provincia con iniziative itineranti , quali il “carro di Tespi”. Il Governo (Mussolini trattava in prima persona molte di queste questioni) doveva barcamenarsi tra due scuole contrapposte: i tradizionalisti (Mascagni, Cilea, Giordano, Montemezzi) e gli innovatori (Casella, Malipiero, Pizzetti, Dallapiccola, Russolo, Pratella). Con rare eccezioni (quali le opere più popolari di Mascagni, Cilea e Giordano), tutti i loro titoli sono spariti dai nostri cartelloni, mentre alcuni (si pensi a “L’amore dei tre Re” di Italo Montemezzi ed “I capricci di Callot” di Gian Francesco Malipiero) sono nella programmazione ordinaria dei maggiori teatri americani, tedeschi e britannici. E’ stata accusata di fascismo pure la musica di Dallapiccola nonostante il compositore sia stato uno dei rari professori universitari a dare le dimissioni dalla cattedra al varo delle leggi razziali.
Sarebbe uno sbaglio sostenere che si tratta di lavori che meritano di essere indiscriminatamente riproposti anche perché alcuni come il “Nerone” di Pietro Mascagni (al cui libretto pare abbia collaborato Mussolini in persona), “La Nave” di Italo Montemezzi o “L’Orfeide” di Gian Francesco Malipiero richiedono uno sforzo produttivo che pochi teatri sarebbero in grado di sostenere.
Molti, però, come alcune opere di Alfano o “I capricci di Caillot” di Malipiero meritano attenzione e, al bando in Italia, sono sempre state nei cartelloni stranieri.
Veniamo al “Cyrano” scaligero. Affascinante, pur se tradizionale, la messa in scena di Francesca Zambello (regista che vorremo vedere più spesso in Italia). Di grande livello le voci. Deludente, però, la più attesa: quella di Placido Domingo. Poco adatta a mettere in luce la raffinata delicatezza della partitura la bacchetta di Patrick Fourniller. Questo, telegraficamente, il giudizio.
Il libretto, in francese, ricalca la “commedia eroica” di Edmond Rostand di cui si sono viste di recente produzioni sia in teatro sia in cinema. Ha una partitura elegante, ispirata allo “stile francese” dell’epoca: l’orchestra ha un ruolo cruciale nel soffondere con un lirismo malinconico l’azione scenica. Patrick Fourniller concerta in modo puntuale ma specialmente nei finali dei cinque atti calca eccessivamente, accentuando un’enfasi “eroica” ad Alfano piuttosto distante. L’opera richiede 19 solisti, coro e mini. Quattro i protagonisti: due tenori, una rarità dai tempi di Rossini – un “lirico spinto” (Cyrano), un “lirico puro” (Christian), un soprano “lirico puro” (Roxane), un baritono (il comandante De Guiche). Pietro Spagnoli conferma di essere uno dei migliori baritoni italiani su piazza: morbido, delicatissimo nei “legato”. Sondra Radvanosky è una Roxana quasi drammatica (la voleva così Alfano che non gradiva la pupattola di Rostand): ha un temperamento forte che la renderebbe perfetta nel “Rosenkavalier” di Strauss. Germain Villar è una vera scoperta: timbro chiarissimo, capace di ascendere a tonalità elevate senza il minor sforzo. Il circa 70nne Placido Domingo non ha mai avuto la tessitura prevista da Alfano per Cyrano (ruolo pensato per Gigli) poiché anche venti anni fa raramente saliva oltre il “sì naturale”; gli è scurita la voce (è quasi baritonale, come lo era all’inizio della sua carriera), ha una grande presenza scenica ed una recitazione intesa ma, nonostante siano state abbassate le tonalità, ha avuto, alla “prima”, difficoltà di emissione proprio nell’aria di apertura.
Un elogio a Francesca Zambello ed alla sua squadra di scenografi e costumisti: la messa in scena è al tempo stesso spettacolare ed elegante, con cura nei particolari ed attenzione a realizzare un allestimento che possa essere adattato a palcoscenici differenti. Come, giovanissima, fece 20 anni fa con un “Billy Bud” di Britten che si è visto nei maggiori teatri di Usa, Europa e Giappone
L’oblio caduto su Alfano (ed altri) è degno della “Entartete Musik”- “musica degenerata”, il nome che la Germania nazista diede a gran parte dell’innovazione musicale che tra il 1920 ed il 1942 si sviluppò al di là delle Alpi e del Reno. Una mostra sulla “Entertete Musik” venne addirittura organizzata a Düsserdolf nel maggio 1938 quando quasi tutti i musicisti “degenerati” erano riparati all’estero e qualcuno di loro (ad esempio, Walter Baunfels) inviato al confino Si possono individuare due filoni distinti: uno principalmente austriaco che ebbe sbocco nella dodecafonia (Schömberg, Berg, Zemliksky) ed uno di stampo più prettamente tedesco (Korngold, Schreker, Krenek, Weill) in cui l’esperienza post-romantica si fondeva con l’espressionismo, la musica popolare ed il jazz . La “Entarteke Musik” non è mai stata considerata “degenerata” in Italia. In piena guerra, nel novembre 1942, al Teatro dell’Opera di Roma è stato rappresentato “Wozzek” di Alban Berg (opera vietatissima in Germania) in versione ritmica italiana (secondo l’uso dell’epoca), con Tito Gobbi nella veste di protagonista e Tullio Serafin alla guida dell’orchestra . Inoltre, oltre a Berg, un altro “degenerato”, Krenek, era tra gli ospiti abituale del Festival internazionale di Musica Contemporanea di Venezia, lanciato per decisione specifica di Palazzo Venezia come concorrente del Festival di Salisburgo.
C’è però anche una “Entartete Musik” italiana che per parafrasare il titolo del lavoro di Schreker, è rimasta “bollata” per decenni dall’accusa di essere “musica fascista”. Benito Mussolini, violinista dilettante (di pessima qualità), aveva un notevole interesse nella musica, e nella politica musicale, ed era appassionato di lirica. Considerava l’opera come espressione di italianità con un forte appello popolare. In effetti, nel ventennio, nonostante l’avanzata del cinema come forma di spettacolo e la crisi finanziaria dei teatri d’opera, la lirica era ancora di grande richiamo. Nascevano gli enti lirico- sinfonici ed i teatri di tradizione , sovvenzionati in varia misura dallo Stato; tutte le città, anche le più piccole, avevano stagioni d’opera; la mano pubblica sosteneva artisticamente i palcoscenici di provincia con iniziative itineranti , quali il “carro di Tespi”. Il Governo (Mussolini trattava in prima persona molte di queste questioni) doveva barcamenarsi tra due scuole contrapposte: i tradizionalisti (Mascagni, Cilea, Giordano, Montemezzi) e gli innovatori (Casella, Malipiero, Pizzetti, Dallapiccola, Russolo, Pratella). Con rare eccezioni (quali le opere più popolari di Mascagni, Cilea e Giordano), tutti i loro titoli sono spariti dai nostri cartelloni, mentre alcuni (si pensi a “L’amore dei tre Re” di Italo Montemezzi ed “I capricci di Callot” di Gian Francesco Malipiero) sono nella programmazione ordinaria dei maggiori teatri americani, tedeschi e britannici. E’ stata accusata di fascismo pure la musica di Dallapiccola nonostante il compositore sia stato uno dei rari professori universitari a dare le dimissioni dalla cattedra al varo delle leggi razziali.
Sarebbe uno sbaglio sostenere che si tratta di lavori che meritano di essere indiscriminatamente riproposti anche perché alcuni come il “Nerone” di Pietro Mascagni (al cui libretto pare abbia collaborato Mussolini in persona), “La Nave” di Italo Montemezzi o “L’Orfeide” di Gian Francesco Malipiero richiedono uno sforzo produttivo che pochi teatri sarebbero in grado di sostenere.
Molti, però, come alcune opere di Alfano o “I capricci di Caillot” di Malipiero meritano attenzione e, al bando in Italia, sono sempre state nei cartelloni stranieri.
Veniamo al “Cyrano” scaligero. Affascinante, pur se tradizionale, la messa in scena di Francesca Zambello (regista che vorremo vedere più spesso in Italia). Di grande livello le voci. Deludente, però, la più attesa: quella di Placido Domingo. Poco adatta a mettere in luce la raffinata delicatezza della partitura la bacchetta di Patrick Fourniller. Questo, telegraficamente, il giudizio.
Il libretto, in francese, ricalca la “commedia eroica” di Edmond Rostand di cui si sono viste di recente produzioni sia in teatro sia in cinema. Ha una partitura elegante, ispirata allo “stile francese” dell’epoca: l’orchestra ha un ruolo cruciale nel soffondere con un lirismo malinconico l’azione scenica. Patrick Fourniller concerta in modo puntuale ma specialmente nei finali dei cinque atti calca eccessivamente, accentuando un’enfasi “eroica” ad Alfano piuttosto distante. L’opera richiede 19 solisti, coro e mini. Quattro i protagonisti: due tenori, una rarità dai tempi di Rossini – un “lirico spinto” (Cyrano), un “lirico puro” (Christian), un soprano “lirico puro” (Roxane), un baritono (il comandante De Guiche). Pietro Spagnoli conferma di essere uno dei migliori baritoni italiani su piazza: morbido, delicatissimo nei “legato”. Sondra Radvanosky è una Roxana quasi drammatica (la voleva così Alfano che non gradiva la pupattola di Rostand): ha un temperamento forte che la renderebbe perfetta nel “Rosenkavalier” di Strauss. Germain Villar è una vera scoperta: timbro chiarissimo, capace di ascendere a tonalità elevate senza il minor sforzo. Il circa 70nne Placido Domingo non ha mai avuto la tessitura prevista da Alfano per Cyrano (ruolo pensato per Gigli) poiché anche venti anni fa raramente saliva oltre il “sì naturale”; gli è scurita la voce (è quasi baritonale, come lo era all’inizio della sua carriera), ha una grande presenza scenica ed una recitazione intesa ma, nonostante siano state abbassate le tonalità, ha avuto, alla “prima”, difficoltà di emissione proprio nell’aria di apertura.
Un elogio a Francesca Zambello ed alla sua squadra di scenografi e costumisti: la messa in scena è al tempo stesso spettacolare ed elegante, con cura nei particolari ed attenzione a realizzare un allestimento che possa essere adattato a palcoscenici differenti. Come, giovanissima, fece 20 anni fa con un “Billy Bud” di Britten che si è visto nei maggiori teatri di Usa, Europa e Giappone
sabato 9 febbraio 2008
DE CHIRICO, PICASSO ED IL TEATRO IN MUSICA
Per mera coincidenza, per due settimane (sino a quasi metà febbraio), due istituzioni romane (il Teatro dell’Opera e l’Orchestra Sinfonica di Roma, Osr) mettono in scena spettacoli pensati e musicati negli Anni Trenta per allestimenti firmati da grandi pittori del Novecento: De Chirico e Picasso. Al Teatro dell’Opera sono stati ricostruiti scene e costumi sulla base dei bozzetti originali di De Chirico e di Ricasso. All’Ors (che ha a prezzi molto bassi – dai 7 ai 15 euro a poltrona ed opera con il palcoscenico largo ma poco profondo dell’Auditorium di Via della Conciliazione), scene (di Salvatore Liistro) e costumi (Fabrizio Onali) si ispirano a De Chirico. E’ una festa per gli occhi, oltre che per gli orecchi.
Igor Stravinskij fa la parte del leone. Al Teatro dell’Opera si presenta “Apollon Musagète” (allestimento De Chirico) e “Pulcinella” (Ricasso), all’Ors l’oratorio-opera “Oedipus Rex” . Il primo ed il terzo sono lavori di quello che viene definito il periodo neo-classico del compositore russo, divenuto poi francese e successivamente americano ma che – pochi se ne ricordano – ha chiesto, nel proprio testamento, di riposare in Italia (nell’isola di San Marcello di Venezia). Il secondo è il ricalco di una composizione precedente di Pergolesi in cui danza, scene, musica e canto (in buca di orchestra) si fondono mirabilmente. Buone le bacchette (Ottavio Marino per lo spettacolo “De Chirico”, Massimiliano Stefanelli per quello “Picasso”, Francesco La Vecchia per “Oedipus Rex”); interessante in particolare la lettura “verdiana” (sulla scorta dell’insegnamento di Leonard Bernstein, data a “Oedipus Rex”.
Oltre a Stravinskij vengono riproposti lavori di Alfredo Casella (“La Giara”), Vittorio Rieti (“Le Bal”) , Albert Roussel (“Bacchus et Ariane”) , Eric Satie (“Parade”) e Manuel De Falla (“Il Cappello a Tre Punte”) sempre negli allestimenti di De Chirico o Ricasso. In breve, un campione abbastanza ampio di teatro in cui il visivo si integrava con il canto, con l’orchestra , con la voce e con la danza. Se “Oedipus Rex” è una tragedia e Pulcinella una rievocazione all’insegna della melanconia “La Giara” e soprattutto “Il Cappello a Tre Punte” sono vere e proprie farse , intrise a critica sociale, che riflettono gli umori del periodo tra le due guerre mondiali. Interessano ancora oggi? Si direbbe di sì data l’affluenza di giovani (determinata anche dai prezzi scontati per la loro fascia di età).
Igor Stravinskij fa la parte del leone. Al Teatro dell’Opera si presenta “Apollon Musagète” (allestimento De Chirico) e “Pulcinella” (Ricasso), all’Ors l’oratorio-opera “Oedipus Rex” . Il primo ed il terzo sono lavori di quello che viene definito il periodo neo-classico del compositore russo, divenuto poi francese e successivamente americano ma che – pochi se ne ricordano – ha chiesto, nel proprio testamento, di riposare in Italia (nell’isola di San Marcello di Venezia). Il secondo è il ricalco di una composizione precedente di Pergolesi in cui danza, scene, musica e canto (in buca di orchestra) si fondono mirabilmente. Buone le bacchette (Ottavio Marino per lo spettacolo “De Chirico”, Massimiliano Stefanelli per quello “Picasso”, Francesco La Vecchia per “Oedipus Rex”); interessante in particolare la lettura “verdiana” (sulla scorta dell’insegnamento di Leonard Bernstein, data a “Oedipus Rex”.
Oltre a Stravinskij vengono riproposti lavori di Alfredo Casella (“La Giara”), Vittorio Rieti (“Le Bal”) , Albert Roussel (“Bacchus et Ariane”) , Eric Satie (“Parade”) e Manuel De Falla (“Il Cappello a Tre Punte”) sempre negli allestimenti di De Chirico o Ricasso. In breve, un campione abbastanza ampio di teatro in cui il visivo si integrava con il canto, con l’orchestra , con la voce e con la danza. Se “Oedipus Rex” è una tragedia e Pulcinella una rievocazione all’insegna della melanconia “La Giara” e soprattutto “Il Cappello a Tre Punte” sono vere e proprie farse , intrise a critica sociale, che riflettono gli umori del periodo tra le due guerre mondiali. Interessano ancora oggi? Si direbbe di sì data l’affluenza di giovani (determinata anche dai prezzi scontati per la loro fascia di età).
IL PROSSIMO ESECUTIVO ITALIANO SIA COME QUELLO DI REAGAN
Chi ricorda David Stockman? Il suo nome è tornato nel 2007 nelle cronache Usa in seguito ad una vicenda giudiziaria relativa ad un fondo di private equity. Nel 1985 aveva dato un lungo addio alla politica ed a Washington D.C. . Non è tornato nella piccola Fort Hood del nativo Texas né nel Michigan dove ha studiato né a Harvard dove ha iniziato una carriera accademica alla Facoltà di Teologia. A 39 anni, calato il sipario della vita pubblica, è stato prima a Salomon Brother, poi al Gruppo Blackstone , infine, allo Heartland Infustrial Partner – il fondo che alla soglia dei 60 anni lo ha messo nei guai.
L’ultimo quarto di secolo della sua carriera interessano poco. E’ importante ricordare il ruolo svolto nel 1981-85, nella veste di Direttore del Bilancio del Governo Reagan per rimettere in sesto l’economia americana e risvegliarla dal torpore della seconda metà degli Anni 70. Ronald Reagan aveva quasi 70 anni quando entrò alla Casa Bianca. Come da tradizione, scelse un Segretario al Tesoro proveniente dalla finanza (Donald T. Regan) ma chiamò il giovane teologo repubblicano (era stato eletto deputato a 29 anni) per l’energia con cui aveva pilotato il gruppo parlamentare della Camera negli Anni 70. Gli affidò il riassetto della spesa e delle entrate: il Direttore del Bilancio ha il rango di Ministro ed è parte del Gabinetto. Stockman era digiuno di tasse e tributi; lo affiancò con un giovane avvocato, Richard Barman. Stockman era la prima persona che Reagan vedeva la mattina e l’ultima che salutava alla fine della giornata di lavoro. Lo ricorda il politologo Paul Pierson (Preside della Facoltà di Scienze Politiche dell’Università della California a Berkeley e a lungo docente all’Istituto Universitario Europeo di Fiesole) nel suo libro fondamentale sulla rivoluzione liberale negli Anni di Ronald Reagan e Margaret Thatcher.
Ero stato presentato a Stockman da amici della Georgetown University. Più giovane di me di circa un lustro (allora sembrava molto), viveva asceticamente in un monolocale (diventò un one-bedroom apartment alla nomina a Ministro). Sapeva poco di teoria economica ma aveva una voglia matta di rimettere in sesto i conti e ridurre l’intervento pubblico, nonché l’energia per negoziare sino all’alba con il Congresso. Riservato e tenace, ancora celibe, distinto e distante dalla Washington-che-gode (nella capitale le nubili sono circa il doppio dei giovani non sposati), in un momento di sconforto esternò le difficoltà di tagliare la spesa e liberalizzare in un mondo politico dominato da lobby ad un amico giornalista che aveva un registratore in tasca e le pubblicò sull’ Atlantic Monthly. Rassegnò le dimissioni, ma Reagan non le accolse e lo tenne al Governo.
Il prossimo Esecutivo italiano sarà di 12 Ministri (oltre al Presidente del Consiglio). La carte vincente consiste nell’annunciare che saranno giovani (come lo era Stockman). Si sgombrerà da molti pretendenti e da complesse alchimie per tentare di fare quadrare il cerchio. Si intercetterà quel 7-10% dell’elettorato attratto dall’antipolitica. Si potrà definire e, soprattutto, attuare un programma che sappia intercettare le esigenze dell’Italia del futuro. Come, per gli Usa, seppe fare, con Stockman al Bilancio, il settantenne Reagan nel lontano 1981.
L’ultimo quarto di secolo della sua carriera interessano poco. E’ importante ricordare il ruolo svolto nel 1981-85, nella veste di Direttore del Bilancio del Governo Reagan per rimettere in sesto l’economia americana e risvegliarla dal torpore della seconda metà degli Anni 70. Ronald Reagan aveva quasi 70 anni quando entrò alla Casa Bianca. Come da tradizione, scelse un Segretario al Tesoro proveniente dalla finanza (Donald T. Regan) ma chiamò il giovane teologo repubblicano (era stato eletto deputato a 29 anni) per l’energia con cui aveva pilotato il gruppo parlamentare della Camera negli Anni 70. Gli affidò il riassetto della spesa e delle entrate: il Direttore del Bilancio ha il rango di Ministro ed è parte del Gabinetto. Stockman era digiuno di tasse e tributi; lo affiancò con un giovane avvocato, Richard Barman. Stockman era la prima persona che Reagan vedeva la mattina e l’ultima che salutava alla fine della giornata di lavoro. Lo ricorda il politologo Paul Pierson (Preside della Facoltà di Scienze Politiche dell’Università della California a Berkeley e a lungo docente all’Istituto Universitario Europeo di Fiesole) nel suo libro fondamentale sulla rivoluzione liberale negli Anni di Ronald Reagan e Margaret Thatcher.
Ero stato presentato a Stockman da amici della Georgetown University. Più giovane di me di circa un lustro (allora sembrava molto), viveva asceticamente in un monolocale (diventò un one-bedroom apartment alla nomina a Ministro). Sapeva poco di teoria economica ma aveva una voglia matta di rimettere in sesto i conti e ridurre l’intervento pubblico, nonché l’energia per negoziare sino all’alba con il Congresso. Riservato e tenace, ancora celibe, distinto e distante dalla Washington-che-gode (nella capitale le nubili sono circa il doppio dei giovani non sposati), in un momento di sconforto esternò le difficoltà di tagliare la spesa e liberalizzare in un mondo politico dominato da lobby ad un amico giornalista che aveva un registratore in tasca e le pubblicò sull’ Atlantic Monthly. Rassegnò le dimissioni, ma Reagan non le accolse e lo tenne al Governo.
Il prossimo Esecutivo italiano sarà di 12 Ministri (oltre al Presidente del Consiglio). La carte vincente consiste nell’annunciare che saranno giovani (come lo era Stockman). Si sgombrerà da molti pretendenti e da complesse alchimie per tentare di fare quadrare il cerchio. Si intercetterà quel 7-10% dell’elettorato attratto dall’antipolitica. Si potrà definire e, soprattutto, attuare un programma che sappia intercettare le esigenze dell’Italia del futuro. Come, per gli Usa, seppe fare, con Stockman al Bilancio, il settantenne Reagan nel lontano 1981.
PER IL RIASSETTO DELLE AUTHORITY IL NOSTRO TEMPO E’ QUASI SCADUTO
In un’Italia in campagna elettorale, pochi politici dei due schieramenti (anche tra i candidati, e gli auto-candidati, alla guida dei dicasteri economici) hanno preso il cannocchiale per seguire il G7 dei Ministri economici e finanziari che si svolge a Tokyo oggi 9 febbraio. I suoi esiti, e quelli dei lavori dell’International Stability Forum (Isf) che si concluderanno, sempre a Tokyo, in aprile (quando l’Italià sarà alle prese con gli esiti del voto) possono avere un impatto sull’agenda dei lavori del prossimo Governo e della XVI legislatura. Mentre l’attenzione dei media è puntata sulla cena di oggi a Tokyo, quando al tavolo del G7 si aggiungeranno i rappresentanti Corea del Sud, Cina, Indonesia e Russia, e sulle anticipazioni relative ai toni ottimisti del comunicato ufficiale (peraltro già scritto ed approvato da alcuni giorni), il punto centrale riguarda la regolazione e la vigilanza finanziaria internazionale: man mano che si hanno maggiori notizie sul pasticciaccio brutto della Société Générale (e non solo) aumenta la preoccupazione di Ministri, di sherpas e di barracuda-esperti.
Libero Mercato del 2 febbraio ha sottolineato che è in corso una “guerra fredda” tra tendenze dirigiste e liberiste in questo campo. Quale che sia il risultato del confronto tra le due tendenze, ci sono implicazioni di peso per l’Italia. Un riassetto della regolazione e della vigilanza in materia finanziaria era uno dei punti centrali delle proposte di riforma delle authority tentate nella XIV e XV legislatura. Il disegno di legge varato un anno fa prevedeva la soppressione di Isvap e Covip ed una razionalizzazione delle funzioni delle altre autorità di tutela (Bankitalia, Antitrust, Consob); il ddl è rimesto sepolto da particolarismi e vedi incrociati in Senato. Un saggio di Leonardo Giani e Riccardo Vannini (ambedue dell’Università di Siena), in corso di pubblicazione su “Studi e Note di Economia”, traccia un interessante parallelo sul “percorso evolutivo” di regolazione e vigilanza bancaria negli Usa ed in Italia. In tal senso la razionalizzazione prevista nel ddl ormai decaduto deve essere letta come un passo verso una unica autorità di garanzia e regolazione secondo il modello già adottato da numerosi Paesi Ue . Indubbiamente, il mercato assicurativo ha specificità da salvaguardare nell’ambito di un’autorità unica; più complessa la situazione della Covip a cui viene addebitata (a torto od a ragione) una frammentazione della previdenza complementare (in oltre 700 mini-fondi pensione) tale da intimorire potenziali investitori.
A ragione dell’inazione da parte dell’Esecutivo (comunque ora in carica solo per gli affari correnti) , e del Parlamento ormai sciolto , il G7 (ossia l’insieme del mondo industriale) potrà indurci a stralciare la parte della riforma delle authority relativa alla regolazione ed alla vigilanza dei mercati finanziari ed a proporla tra le misure prioritarie da affrontare e risolvere nella prossima legislatura. Non è tema che riguarda pochi esperti, gli operatori di mercati finanziari, le banche ed i gestori di fondi comuni e di private equity. Nonché i soliti barracuda esperti. Ma tutti gli italiani.
Pure le ipotesi meno vincolistiche, tra quelle sul tappeto, contemplano una più stretta collaborazione sia tra authority nazionali per la regolazione e la vigilanza dei mercati finanziari in senso lato (inclusi quelli assicurativi e previdenziali) sia tra queste ultime e le istituzioni europee (quali la Commissione e la Bce) ed internazionali (Fmi, Comitati Ocse, eventuali istituzionalizzazione dell’Isf).
E’ in questo contesto che l’assetto italiano (segmentato tra varie authority e commissioni di vigilanza) non soltanto appare anomalo rispetto a quello della maggioranza dei Paesi Ocse (ed oltre la metà di quelli Ue) ma comporta difficoltà di coordinamento al proprio interno e rispetto al resto del mondo; lo si ricava, tra l’altro, da un documento del Fondo monetario di pochi mesi fa (IMF Working Paper No. 07/227). E’ bene che gli schieramenti politici dicano chiaramente come intendono affrontarlo. Prima che la soluzione ci venga imposta da fuori. Sempre che non si preferisca un modello imposto dall’esterno rispetto ad uno sviluppato dall’Italia tenendo conto delle esigenze internazionali.
Libero Mercato del 2 febbraio ha sottolineato che è in corso una “guerra fredda” tra tendenze dirigiste e liberiste in questo campo. Quale che sia il risultato del confronto tra le due tendenze, ci sono implicazioni di peso per l’Italia. Un riassetto della regolazione e della vigilanza in materia finanziaria era uno dei punti centrali delle proposte di riforma delle authority tentate nella XIV e XV legislatura. Il disegno di legge varato un anno fa prevedeva la soppressione di Isvap e Covip ed una razionalizzazione delle funzioni delle altre autorità di tutela (Bankitalia, Antitrust, Consob); il ddl è rimesto sepolto da particolarismi e vedi incrociati in Senato. Un saggio di Leonardo Giani e Riccardo Vannini (ambedue dell’Università di Siena), in corso di pubblicazione su “Studi e Note di Economia”, traccia un interessante parallelo sul “percorso evolutivo” di regolazione e vigilanza bancaria negli Usa ed in Italia. In tal senso la razionalizzazione prevista nel ddl ormai decaduto deve essere letta come un passo verso una unica autorità di garanzia e regolazione secondo il modello già adottato da numerosi Paesi Ue . Indubbiamente, il mercato assicurativo ha specificità da salvaguardare nell’ambito di un’autorità unica; più complessa la situazione della Covip a cui viene addebitata (a torto od a ragione) una frammentazione della previdenza complementare (in oltre 700 mini-fondi pensione) tale da intimorire potenziali investitori.
A ragione dell’inazione da parte dell’Esecutivo (comunque ora in carica solo per gli affari correnti) , e del Parlamento ormai sciolto , il G7 (ossia l’insieme del mondo industriale) potrà indurci a stralciare la parte della riforma delle authority relativa alla regolazione ed alla vigilanza dei mercati finanziari ed a proporla tra le misure prioritarie da affrontare e risolvere nella prossima legislatura. Non è tema che riguarda pochi esperti, gli operatori di mercati finanziari, le banche ed i gestori di fondi comuni e di private equity. Nonché i soliti barracuda esperti. Ma tutti gli italiani.
Pure le ipotesi meno vincolistiche, tra quelle sul tappeto, contemplano una più stretta collaborazione sia tra authority nazionali per la regolazione e la vigilanza dei mercati finanziari in senso lato (inclusi quelli assicurativi e previdenziali) sia tra queste ultime e le istituzioni europee (quali la Commissione e la Bce) ed internazionali (Fmi, Comitati Ocse, eventuali istituzionalizzazione dell’Isf).
E’ in questo contesto che l’assetto italiano (segmentato tra varie authority e commissioni di vigilanza) non soltanto appare anomalo rispetto a quello della maggioranza dei Paesi Ocse (ed oltre la metà di quelli Ue) ma comporta difficoltà di coordinamento al proprio interno e rispetto al resto del mondo; lo si ricava, tra l’altro, da un documento del Fondo monetario di pochi mesi fa (IMF Working Paper No. 07/227). E’ bene che gli schieramenti politici dicano chiaramente come intendono affrontarlo. Prima che la soluzione ci venga imposta da fuori. Sempre che non si preferisca un modello imposto dall’esterno rispetto ad uno sviluppato dall’Italia tenendo conto delle esigenze internazionali.
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