martedì 17 aprile 2007

RISCHIO ITALIA TROPPO ALTO PER AT&T

Da Tokyo – dove è in visita ufficiale all’Impero del Sol Levante -, il Presidente del Consiglio Romano Prodi ha commentato il ritiro di AT&T dal negoziato per l’acquisizione (tramite Olimpia) di una voce in capitolo non secondaria nella Telecom Italia affermando di non essere “eccessivamente sorpreso” e ribadendo l’auspicio che l’italianità continui ad essere una caratteristica dell’azienda.
Questo commento rivela come Romano Prodi, messosi alcuni anni fa a riposo dall’università, sia ormai lontano dalla strumentazione di analisi economica e finanziaria approntata negli ultimi 15 anni, strumentazione necessaria per interpretare vicende come quelle relative alla Telecom. La dimostrazione opposta è stata data dagli ingegneri dell’AT&T (vengono sempre chiamati con questa qualifica professionale sulla stampa collaterale al centro-sinistra, quasi a voler detonare che il management del colosso Usa non riesca a cogliere aspetti più profondi di quelli meramente meccanici).
Lo dice a tutto tondo (per chi sa leggerlo) il comunicato di AT&T: il ritiro non è motivato dal rischio ma dall’incertezza (anzi dalla doppia incertezza, nella versione italiana si utilizza il plurale mentre in quella inglese si impiega necessariamente il singolare in quanto il termine è neutro e, dunque, non ha plurale). Nei tre tentativi precedenti – quando 25 anni fa varò un accordo, di breve e tormentata durata, con l’Olivelli allora guidata da Carlo De Benedetti, quando nel 1989-94 fece propria di matrimonio con l’Italtel, allora del Gruppo Stet, e quando nel 1907 provò a mettere il cappello sulla privatizzazione della Telecom -, le dichiarazioni dei manager AT&T ed i comunicati utilizzavano, sapientemente, il termine “rischio” e sottolineavano le differenza di ottica con i manager italiani: ancorati sul commerciale e sui rischi a breve termine, mentre negli Usa si guardava al medio e lungo termine ed ai rischi ad esso pertinenti. Gli effetti di tale differenza in termini di strategia industriale (quelle che dovrebbe essere stato per anni il campo principe di riflessione di Romano Prodi, nella veste di professore) sono spiegate molto bene in un lavoro recente di Cameron J. Hepburn (Università di Oxford), Phoebe Koundouri (University di Reading) e Ekaterini Papanopoulou (Università di Atene) – di cui si suggerisce la lettura ai collaboratori del Presidente del Consiglio. In breve con percezioni così differenti del rischio è difficile stare insieme.
Nella trattativa AT&T e Olimpia, però, lo stadio dell’analisi di rischio era stato superato. Occorre dare atto che basta esaminare con una certa cura il sito web di Telecom per toccare con mano i principali elementi di rischio: in primo luogo, l’indebitamento complessivo e la fragilità del patrimonio netto. Tali indicatori (si veda lo studio di Tamburi e Associati, disponibile sul web) denotano una ancora maggiore fragilità finanziaria se su raffronta la posizione finanziaria netta aggregata con il patrimonio netto consolidato di Olimpia e Telecom ( un rapporto di ben 2.15). Per questo motivo il programma di Telecom (chiaro e tondo sul web) dà la priorità alla riduzione dell’indebitamento rispetto all’innovazione tecnologica-industriale. In effetti, nel calcolare il rischio (utilizzando quelle che in gergo vengono chiamate “Montecarlo simulations”) , gli esperti di AT&T, usi ad operare con una forte leva finanziaria, avevano ipotizzato che sarebbe stato compito del partner americano non solo l’apporto di capitale ma soprattutto della carica innovativa (che ora l’Italia potrebbe perdere). Avevano anche messo in conto un altro rischio: il rischio-Paese – un Governo debole guidato da un sinedrio rissoso e con una forte componente anti-Usa . Avrebbero convissuto con il doppio rischio, ma non con le “incertezza”.
Per gli economisti (Prodi dovrebbe saperlo) c’è una differenza profonda tra “rischio” (che si può tenere in conto con il calcolo delle probabilità , di cui le “Montecarlo simulations sono la strumentazione moderna) e l’ “incertezza” che è difficile tenere in conto se non si ricorre a metodologie , come il calcolo delle “opzioni reali”, definite un paio di decenni fa in un lavoro pionieristico di Dixit e Pindyck, ma non ancora di uso frequente. Particolarmente se si è a che fare con “incertezze composte” (ossia “incertezze che nascono da altre incertezze”) , come hanno suggerito le parole in libertà dello stesso Presidente del Consiglio nelle ultime settimane: modifiche del quadro regolatorio , nuove cordate, tentativi di alleanze per dare vita “a campioni europei”. Pure per AT&T, che pur utilizza il metodo tracciato da Dixit e Pindyck per calcolare l’incertezza, è davvero troppo.
Comunque vada a finire il tormentone in corso, ci guadagnerà forse l’italianità. Ma ci rimette l’Italia.


Per approfondimenti, oltre ai siti web di Telecom, Olimpia e di Tamburi e Associati

Avinash Dixit , Robert Pindyck Investment under uncertaninty Princeton University Press 1994
Giuseppe Pennisi, Pasquale L. Scandizzo Valutare l’incertezza Giappichelli, 2003
Cameron J. Hepburn, Phoebe Koundouri, Ekaterini Papanopouolou Social Discounting under Uncertainty: A Cross-Country Comparison" IIIS Discussion Paper No. 177
Nicholas Bloom , Stephen Bond, John van Reenen “Uncertainty and Investment Dynamics" in Review of Economic Studies, Vol. 74, No. 2, pp. 391-415, April 2007

lunedì 16 aprile 2007

ALITALIA E PAROLE IN LIBERTA'

La settimana scorsa, in attesa della scadenza del termine ultimo per la presentazione delle offerte, il ribasso del titolo Alitalia ha frenato la Borsa, anche se è stato moderato rispetto alle aspettative di alcuni analisti, i quali temevano ripercussioni anticipate della doppia scadenza di questi giorni: la presentazione delle offerte dei tre concorrenti ancora in gara (ieri sera 16 aprile) e lo sciopero in cantiere per domani 18 aprile. Peraltro anche i titoli di altre tra le maggiori compagnie aeree europee (Air France, Iberia, Lufthansa – in ordine alfabetico) non sono andati bene nonostante, normalmente, l’inizio della primavera e la stagione turistica siano periodi di slancio per la azioni del settore.
Quali le prospettive per l’immediato futuro? Gli scioperi non fanno mai bene alle quotazioni (anche se proclamati soltanto da alcune sigle e la compagnia non annuncia cancellazioni sperando che venga annullato). E le gare? Possono essere un tonico, come si è visto nel caso di alcune Opa annunciate (ancora prima che venissero realizzate). Su quella Alitalia, però, incombono incertezze. In particolare che, pur se va in porto, si verifichi quella che gli economisti chiamano la maledizione del vincitore. Patrick Meister e Kyle Anderson , due giovani specialisti della finanza del settore aereo (rispettivamente dello Ithaca College e della Indiano University) analizzano il fallimento dell’asta per USAir in un saggio nell’ultimo numero di Economic Inquiry. Se vincere equivale sborsare troppo od ad accollarsi perdite si lascia prima degli ultimi stadi poiché chi vince ci rimettere in termini di competitività nei confronti dei concorrenti che, invece, perdono la gara. Le dichiarazioni di vari Ministri su quanto a parere di ciascuno di loro “vale” Alitalia hanno creato una buona dose di disorientamento. Specialmente quelle del Ministro dei Trasporti Alessandro Bianchi secondo cui chi vuole Alitalia deve mettere sul piatto 3 miliardi di euro. La capitalizzazione di mercato – ricordiamolo - non tocca 1,4 miliardi di euro e ci sono ben 1,1 miliardi di euro di debiti finanziari, nonché sindacati turbolenti. Forse quando c’è in ballo un asset strategico per un Paese, come la compagnia di bandiera, occorre riflettere qualche secondo in più prima di parlare. La maledizione del vincitore, non va dimenticato, è sempre in agguato.

LENZUOLA E BONDS

Fatti loro! Oppure beati loro! Alla fine la storia caliente tra il Presidente della Banca Mondiale Paul Wolfowitz, e la sua amante Shah Riza con tanto di promozione di quest’ultima al Dipartimento di Stato potrebbe essere sintetizzata con questi due commenti ed un pizzico d’indignazione per i soliti raccomandati. Questa volta, però, le vicende pruriginose della Washington-che-può interessano anche il mercato, specialmente quello obbligazionario. Ogni anno la Banca Internazionale per la Ricostruzione e lo Sviluppo (Birs), la principale delle cinque organizzazioni che costituiscono il Gruppo Banca Mondiale), emette tra i 10 ed i 15 miliardi di dollari (8-13 miliardi di euro) di bonds – una gamma molto vasta che va da note a breve (sino a 360 giorni), a titoli pluriennali a prodotti strutturati in un’ampia gamma di valute e su tutti i principali mercati: per i dettagli si consulti http://treasury.worldbank.org Dalla loro prima emissione (quando la seconda guerra mondiale non era ancora terminata), i world bank bonds sono stati sempre classificati AAA da Moody’s non solamente in quanto il capitale della Birs sfiora i 170 miliardi di dollari (150 miliardi di euro) – ma solo il 10% è versato – ma a ragione della qualità delle operazioni – specchio della qualità del management. I world bank bonds sono stati, per decenni, anche tra i prodotti preferiti dai risparmiatori italiani che si indirizzano al reddito fisso. In certi casi hanno reso molto bene: un’emissione a cedola zero in franchi svizzeri dell’inizio degli Anni Ottanta con scadenza al 2015 ha avuto, ad oggi, un aumento nominale di cinque volte del capitale investito da risparmiatori italiani a metà Anni Ottanta (anche a ragione dell’apprezzamento del franco svizzero).
Moody’s non ha fatto trapelare se si sta o non si studiando un ritocco della classificazione. Tuttavia, alla tesoreria della Banca Mondiale, l’aria si taglia a fette per la preoccupazione che la cattiva pubblicità di questi giorni possa avere sulla preoccupazione. La situazione - dice un dirigente di lungo corso – è molto più seria di quella che si ebbe per alcune settimane a fine 1974 quando l’allora Presidente Robert S. McNamara annunciò un mutamento di orientamento delle operazioni dalle infrastrutture al sociale (istruzione, sanità, programmazione delle nascite) – settori nei cui confronti alcuni esperti di Moody’s storcevano il naso. E un management inaffidabile ( e troppo sensibile ai richiami della carne) potrebbe provocare scossoni ancora più violenti.

SULL'ALITALIA LA POLITICA STIA IN SILENZIO

Oggi 16 aprile scadono i termini per presentare offerte tecniche e finanziarie per la gara Alitalia. Dagli 11 contendenti che il 29 gennaio, senza sborsare un solo euro, si erano fatto avanti, sono rimasti tre moschettieri- in ordine alfabetico, Aeroflot (ultima arrivata, ma con il sostegno finanziario di UniCredit), AirOne (dietro le cui spalle c’è il supporto di Sanpaolo Intesa e quello tecnico di Lufthansa) e Tpg e MattlinPatterson (che hanno recente acquistato una piccola compagnia area Usa e contano sulla borsa, e la rete di rapporti, di Mediobanca). E’ abbastanza chiaro il disegno di Palazzo Chigi (che si considera la stazione appaltante, anche se si credono tali il Ministero dell’Economia, il Ministero dei Trasporti ed il Ministero delle Infrastrutture ed un’altra mezza dozzina di dicasteri- poiché che tutti i titolari fanno dichiarazioni in proposito alla gara ): dato che il beauty contest (come Il Tempo ha rivelato dallo scorso autunno non si sta facendo un’asta, ma una gara a chi più si approssima ai desideri di chi vende) dà ampia discrezionalità, l’idea sarebbe di creare un polo AirOne-Lufthansa vicino al Presidente del Consiglio, da giustapporre in Europa al nascente polo Air France-Iberia. Però Aeroflot (e UniCredit) hanno rotto le uova nel paniere tanto più – come sottolineato da Il Tempo del 10 aprile- che i russi si aspettano qualcosa dalla generosità mostrata, in una gara simile, nei confronti di Eninftgaz (joint venture Eni-Enel) per la parti più succulente di quella che fu la Yukos. Ed i russi hanno ascoltatori attenti nei dicasteri economici ed alla Farnesina, nonché tra i Ds (con cui hanno legami cinquantennali).
A rendere tutto più complicato sono le parole dei vari esponenti del sinedrio dell’Unione. Le più recenti sono quelle del Ministro dei Trasporti Alessandro Bianchi secondo cui chi vuole Alitalia deve mettere sul piatto 3 miliardi di euro (a fronte di una capitalizzazione di mercato di 1,4 miliardi di euro e di un fardello di 1,1 miliardi di debiti finanziari). Non è da escludersi che, nonostante l’ampia libertà di manovra data dal beauty contest, si finisca con la cronaca di una buca annunciata, senza né vincitori né vinti (tra i moschettieri) a ragione della poca chiarezza di idee del sinedrio della stazione appaltante.
Ci sono buche pure nel caso di aste. Patrick Meister e Kyle Anderson analizzano il fallimento dell’asta per USAir in un saggio nell’ultimo numero di Economic Inquiry (Vol. 44 , N 2 pp. 311-317) che a Palazzo Ghigi e dintorni si farebbe bene a leggere. L’asta non era stata impostata con tutti i crismi (quali indicati, ad esempio, nel manuale curato da Nicola Dimitri, Gustavo Piga, Giancarlo Spagnolo per conto della Cambridge University Press meno di un anno fa). Soprattutto se vincere equivale sborsare troppo od ad accollarsi perdite si lascia prima degli ultimi stadi poiché chi vince ci rimettere in termini di competitività nei confronti dei concorrenti che, invece, perdono la gara. La “maledizione del vincitore”, aspetto noto della teoria dei giochi, diventa, romanescamente parlando, una vera sola o fregatura. Tuttavia, è proprio la buca (peraltro non annunciata) dell’asta USAir indica come l’Italia possa uscire dal vicolo.
L’asta USAir era al maggior offerente (date le specifiche di flotta, equipaggi, supporto a terra). Non sarebbe fallita se fosse stata un’asta alla Vickrey, quella che garantisce la maggiore efficienza in quanto aggiudica a chi offre di più ma al prezzo del secondo concorrente. L’Alitalia avrà sì le ossa rotte ma dispone ancora di tecnici capaci di redigere un capitolato dettagliato, essenziale per una vera asta di questo tipo. Si restringerebbe, è vero, l’ampio margine di manovra alla commissione di aggiudicazione. La politica dovrebbe fare un passo indietro. Per Romano Prodi vorrebbe dire addio al sogno di essere al centro di un rosone di banche ed aziende collaterali. Un addio che sarebbe un bene per l’Italia.

LA BANCA SUL LETTO CHE SCOTTA

Nessuno avrebbe mai pensato che la Banca Mondiale sarebbe finita sulle prime pagine dei giornali (anche di un’Italia che poco sa cosa fanno le istituzioni finanziarie internazionali di stanza a Washington) per una storiaccia di letto, corna e trasferimenti in promozione. Ho lavorato alla Banca Mondiale per 18 anni, ne sono stato dirigente per 12 ed ho continuato sino al 2000, di tanto in tanto, ad essere consulente senior dell’istituto dove ho ancora molti amici.
Ad oggi è difficile prevedere quale sarà lo sbocco della vicenda che coinvolge in prima persona il suo Presidente, Paul Wolfowitz, ex- Vice Segretario alla Difesa Usa ed ex-rettore della School of Advanced Institutional Studies della Johns Hopkins University (dove – il mondo è pieno di coincidenze! – ho studiato per due anni). Il Consiglio d’Amministrazione della Banca tenutosi d’urgenza il 13 aprile ha deciso di prendere qualche giorno per decidere se mandare a casa il proprio Presidente o tenerselo azzoppato. Il sito www.whirledbank.org (un organo di controinformazione alimentato in gran misura dall’interno dell’istituto) è on line con un “AAA Presidente cercasi” ed i dettagli più pruriginosi del pasticciaccio brutto di 1818 H Street, N.W. – l’indirizzo della Banca.
Senza dubbio – come lo stesso Wolfowitz ha ammesso – favorire la propria fidanzata o compagna (che dir si voglia) è stato un errore grave e denota poca accortezza di giudizio. Tuttavia, sarebbe una lettura sbagliata pensare che la Banca sia in crisi per una storia di lenzuola. Negli Anni 70, quando l’istituto contava 4000 dipendenti, circolava un garbato bollettino quindicinale in fotocopia “Who is sleeping with whom in the Bank Group” (“Chi va a letto con chi nel Gruppo della Banca Mondiale”) che, basato in gran misura su gossip raccolto nella “World’s Buttery” (un caffè della diciottesima strada, demolito negli Anni 90 in quanto l’edificio conteneva amianto) in cui si anticipavano divorzi e matrimoni. Suscitava , al più, qualche risata. Gran parte della Washington-che-può era a conoscenza che ogni mattina alle 7.30-8, la prima telefonata, appena arrivato in ufficio, di Robert S. McNamara (allora Presidente dell’istituto) era ad una nota editrice di giornali e televisioni (con cui aveva un rapporto affettivo). Nessuno gli dava importanza.
Le lenzuola sono la punta di un iceberg complesso che coinvolge la missione della Banca e del suo dirimpettaio, il Fondo monetario internazionale (Fmi). Le due istituzione, nate nel 1944 a Bretton Woods nel New Hampshire, hanno quasi 65 anni. E non se li portano affatto bene. Soffermiamoci sui nodi della Banca. E’ stata creata per finanziare tramite progetti specifici la ricostruzione e lo sviluppo dei Paesi devastati dalla seconda guerra mondiale; il suo mandato è stato progressivamente esteso ai Paesi in via di sviluppo che avevano difficoltà ad avere accesso al mercato internazionale dei capitali. Gradualmente non solamente gran parte del mondo considerato a basso reddito ha pienamente accesso al mercato dei capitali (si pensi all’Asia, all’America Latina ed a buona parte del Medio Oriente) ma dal 1987 la Banca ha smesso in pratica di finanziare progetti (campo in cui aveva il monopolio in termini di autorevolezza assoluta di analisi) per sostenere, invece, programmi non solo di investimento ma anche di politica economica e di attività fumose come la lotta alla corruzione (il comparto lanciato e preferito da Wolfowitz). Basta guardare l’ultima serie di slides messa in campo (What did you do today? What will you do tomorrow? – Cosa hai fatto ieri? Cosa farai domani?) per attirare giovani ad una carriera con la Banca, per rendersi conto come gli obiettivi siano diventati confusi.
Nel contempo, il personale dell’istituto è aumentato rapidamente: nel 1968 (quando presi servizio) eravamo 2500 (e la Banca faceva prestiti per progetti nei 5 continenti, anche alla Spagna ed all’Irlanda) ed eravamo tutti a tempo pieno ed indeterminato; eravamo 6000 (ancora tutti con lo stesso statuto) quando nell’autunno 1986 lasciai l’istituto; ora sono oltre 10.000 (con i regimi contrattuali più disparati) ed operano in un contesto in cui (perso il monopolio dell’analisi progettuale e ristretto all’Africa a sud del Sahara ed a pochi altre aree l’ambito in cui, senza la Banca, non si ha accesso al mercato dei capitali) ci si deve inventare nuove cose da fare per giustificare il proprio stipendio.
La nomina di Paul Wolfowitz (che aveva mostrato grandi capacità manageriale nel mondo accademico, nella diplomazia e nella pubblica amministrazione) aveva accesso la speranza che la Banca sarebbe stata in grado di re-inventare se stessa (e di aiutare il Fmi a re-inventarsi).


Tutto ciò che la Banca vuole fare sapere sul sito www.worldbank.org
Tutto ciò che la Banca non vuole fare sapere sul sito www.whirledbank.org
Sul vicino di casa, il Fondo monetario, Joseph Joyce, Todd Sandler "IMF Retrospective and Prospective: A Public Goods Viewpoint"in corso di pubblicazione ma disponibile per commenti a http://ssrn.com/abstract=975518 oppure per e-mail richiedendolo a tsandler@usc.edu

domenica 15 aprile 2007

LA DEATH TAX DI PRODI & CO. (Il domenicale 14-20 aprile)

Viene da lontano la lotta del Governo di Romano Prodi contro il concetto non solamente cristiano ma della civiltà occidentale in generale di cosa è la famiglia. E minaccia di andare lontano. E’ iniziata nei primi giorni di vita (peraltro traballante) dell’Esecutivo quando è stata re-introdotta l’imposta di successione (in un primo momento, in modo così goffo che lo stesso Ministero ha ritirato il provvedimento ed , in un secondo, in una maniera più sofisticata, agendo sulle aliquote delle imposte di famiglia) . E’ continuata nel tormentone, appena cominciato e dal percorso (nonché dagli esiti) imprevedibili, sui Pacs-Dico. Ha assunto forme di vieto anti-clerilicalismo Ottocentesco con interventi, da parte del sinedrio della sinistra, che mostravano, e mostrano, quanto meno una certa confusione sul ruolo del magistero spirituale della Chiesa , della funzione dello Stato Città del Vaticano come entità sovrana pur se enclave di un altro Stato (i rapporti con il quale sono retti da un trattato internazione, il Concordato) e delle responsabilità amministrative e pastorali dei Vescovi e della loro Conferenza Episcopale.
Si è fatto un grande e disorientante calderone che probabilmente continuerà a bollire sino a quanto non verrà affermata (oppure definitivamente respinta) una concezione della famiglia differente da quella cristiana ed occidentale (il cui il patto di vita tra uomo e donna ha una sua ragione nella trascendenza); in questa nuova concezione, il patto sarebbe essenzialmente immanente e potrebbe essere plurimo (preferibilmente in sequenza ma, se si vuole, anche in parallelo verso forme poligamiche od anche poliandriche, ora praticata unicamente nel Nepal ed in alcune isole della Melanesia). Una volta eliminato il contenuto trascendente (determinante anche della funzione storica della famiglia) , non è più necessario che la famiglia sia composta da persone di genere differente (uomo-donna) ed abbia come suo elemento essenziale la nascita e la educazione dei figli (visti come “beni meritori” nella letteratura economica neo-femminista che dagli Anni 90 permea il pensiero anglosassone). Può diventare anche aperta a coppie gay od a scappatelle transex. In una famiglia immanente e plurale si può fare di tutto e di più perché non c’è più nessuno scopo al di là dell’avventura umana di ciascuno.
Il tema è vasto e complesso. Soffermiamoci su un punto di attualità: l’extra-gettito tributario, in gergo giornalistico “il tesoretto”, e la possibilità di utilizzarlo o per aumentare le spese (l’assalto alla diligenza è già iniziato) e di ridurre il carico fiscale.
Ipotizziamo che il Vice Ministro per l’Economia e le Finanze, Vincenzo Visco, sappia cogliere il momento magico che il Fato (che ha le sembianze del Governo che ha preceduto l’attuale) gli offre su un piatto d’argento. Che ascolti, quindi, i consigli del suo amico di sempre (nonché frequente compagno di cene domenicali), Pier Luigi Ciocca, il quale in un saggio brillante di un paio di lustri fa (“Disoccupazione di fine secolo”, Boringhieri) dimostra come l’alta pressione fiscale danneggia produttività, competitività ed occupazione - e contrasta, quindi, con quegli “obiettivi di Lisbona” di rilancio dell’economia a cui l’Ue e molti suoi colleghi di Governo (a cominciare dal suo Ministro Tomaso Padoa-Schioppa, TPS) si sono impegnati. Le previsioni al 2008 prodotte dai 20 maggiori istituti econometrici internazionali il 16 marzo confermano che stiamo diventando di nuovo la tartaruga d’Europa.
Il momento magico è rappresentato non solo dall’inatteso aumento delle entrate tributarie dell’amministrazione centrale dello Stato (riconosciuto dallo stesso Visco come valvola per alleggerire il carico fiscale) ma anche da quanto affermano i dati della Conferservizi sull’andamento dei bilanci delle maggiori municipalizzate. In sintesi, il 70% delle municipalizzate ha i conti in forma splendida (a tale forma contribuiscono, senza dubbio, sussidi espliciti ed impliciti, specialmente alle aziende di trasporto e di acqua): nel 2005 – ultimo anno per il quale sono disponibili bilanci consuntivi – si è riscontrato un aumento record (37%) degli utili di esercizio rispetto all’anno precedente. Indicatori finanziari come il Roe (tasso di redditività contabile sull’investimento di mezzi propri) mostrano che specialmente le multiservizi (il cui Reo è il 5,3%) sono in buona salute. Tasche gonfie, quindi, sia per l’amministrazione centrale sia per gli enti locali. Ciò rende difficile comprendere gli aumenti tributari comminati negli ultimi tempi, spesso in toni punitivi (nei confronti dei ceti che si considerano distinti e distanti dall’Unione o da concetti come quello trascendente della famiglia anche esso distinti e distanti dall’Unione). Rende, invece, fattibile ridurre quello che, secondo l’Ocse, è diventata la pressione fiscale tra i più elevati del mondo (all’ultima conta ci superava solo la Francia che nel 2007 l’Italia supererà vincendo il non ambito record di avere il fisco più pesante e più complicato). Lo stesso Prodi mormora di possibili ritocchi all’Ici sulla prima casa. Sempre che abbia, unitamente a Visco, la forza di resistere all’assalto alla diligenza dei predoni che vogliono spartirsi “il tesoretto”.
Visco e Prodi attribuiscono i risultati in termini di gettito (la determinante del tesoretto) ad una rinnovata moralità tributaria degli italiani che sarebbe esplosa in parallelo con vittoria dell’Unione (e grazie al potere taumaturgico di quest’ultima). Queste analisi, da Rasputin di provincia, vengono smentite non solo dai risultati delle municipalizzate (in termini di reddività contabile, dovuta in gran misura ai sussidi pubblici ed alla posizione dominante sul mercato) ma anche e soprattutto da una serie di recenti monografie di Bruno Frey, Benno Torgler e Friederich Schneider delle Università di Zurigo, di Yale e di Linz. Da alcuni anni studiano analiticamente i modelli di comportamento tributario per gruppi sociali, etnici e religiosi. Ancor inedito, l’ultimo lavoro: esamina, con una strumentazione quantitativa, l’etica tributaria in tre Paesi europei multiculturali (Belgio, Spagna e Svizzera). Mentre, ad esempio, in Svizzera la democrazia diretta contribuisce all’etica tributaria, in Spagna il regionalismo separatista la erode. In Svizzera ed il Belgio la religiosità favorisce l’atteggiamento positivo nei confronti degli obblighi tributari, mentre in Spagna lo frena: non si deve dare a Cesare a scapito di quanto si da all’Alto. In tutti i Paesi il coinvolgimento civico è elemento determinante dell’etica tributaria. Ed in Italia, il coinvolgimento civico nella ultima tornata di aumenti tributari è stato circoscritto ai pochi esperti che hanno collaborato con Visco.
Dallo studio e da un’analisi comparata dell’Istituto Tedesco di Studi di Economia del Lavoro, Iza (Iza Discussion Paper N. 2578) si trova anche un fil rouge (una strategia) su come procedere . Non bastano misure lapalissiane (come disboscare la giungla degli adempimenti e ritoccare al ribasso le aliquote delle imposte sul reddito individuale, familiare e societario, nonché dell’Ici); occorre eliminare al più presto l’imposta di successione – con la sua carica di veicolo per giungere ad una concezione plurale ed immanente della famiglia. L’analisi dell’Iza è puntuale: molti Stati lo hanno già fatto perché appartiene al passato remoto (venne introdotta con la tassazione capitarla e fondiaria quando i nascenti sistemi tributari erano rudimentali). Nel mondo anglosassone ha il lugubre soprannome di “Death Tax”, tassa sulla morte in quando comminata quando una persona cara muore. Gran parte dei Paesi anglo-sassoni la hanno abrogata non tanto perché pensassero che portasse male ma in quanto il suo accertamento e la sua riscossione costa molto di più del gettito tributario che genera. La mantiene la Francia, a malincuore: l’imposta non regge ad un’analisi costi ricavi della convenienza tributaria.
In Australia è stato condotto dalla Business school della università di Melbourne – uno studio non tanto del suo costo all’erario (esistevano dozzine) quanto sui suoi effetti sulle dichiarazioni di morte quando nell’ormai lontano 1979 è entrata tra le curiosità della fiscalità del tempo che fu: 50 decessi sono stati temporaneamente sospesi – clinicamente avvenuti la settimana prima dell’abolizione della “Death Tax” ma medicalmente e legalmente dichiarati quella successiva al fine dell’imposta di successione. Alcuni econometrici americani hanno calcolato in qualche migliaia lo spostamento dei decessi legali tra l’ultima settimana del 2009 e la prima del 2010 (quando dal primo gennaio la “Death Tax” federale non esisterà più).
Negli Stati Uniti la Pepperdine Law Review ha appena pubblicato uno studio di un esperti di diritto tributario Jeffrey A. Cooper di fama internazionale il quale,ha analizzato la competizione tra gli Stati Usa in termini di “Death Tax” – “una crisi moderna in prospettiva storica”. Molti Stati Usa la hanno abolita, a livello statuale, in quanto era diventata uno strumento che generava poco gettito, frenava la localizzazione di aziende e la competitività relativa del tessuto produttivo statuale. Quindi, era dannosa sotto lo stretto profilo economico. E’ una determinante dell’Italia a crescita rasoterra.
Più profondo , e maggiormente attinente al nostro tema, il lavoro di Wojciech Kopczur (Columbia University) e Joseph Lupton (Federal Reserve Board) apparso nel numero di gennaio 2007 della Review of Economic Studies. Lo studio confuta (dati statistici alla mano) l’ipotesi del “ciclo vitale” di Franco Modigliani che ha tanto influenzato il pensiero economico italiano da plasmare i modelli econometrici sia della Banca d’Italia sia del Ministero dell’Economia e delle Finanze. Nell’ipotesi di Modigliani, la famiglia non esiste: l’uomo (o la donna) accumulano in gioventù ed età matura per smaltire il montante in vecchiaia, calcolando (se possibile) di averlo estinto completamente (tranne che per le spese per il funerale e di sepoltura) al momento di morire. Secondo Kopczur e Lupton, le cose non starebbero affatto così: l’uomo e soprattutto la coppia hanno come obiettivo importante di vita terrena un lascito patrimoniale alle generazioni future. In media le famiglie con un obiettivo di lasciato spendono per consumi correnti il 25% meno delle altre. Tra le famiglie anziane del campione analizzato ed in quelle in cui è rimasto vivo soltanto uno dei due componenti della coppia, circa quattro quinti del patrimonio verrà lasciato ed in eredità ; circa la metà in seguito ad obiettivi espliciti di lascito.
Uno degli astri nascenti del pensiero economico Usa, Timor Kuran (di chiare origini dell’Asia centrale e profondo conoscitore dell’Islam), avverte che chi di “Death Tax” ferisce, di “Death Tax” perisce (almeno sotto il profilo economico – finanziario ). Kuran individua nella Death Tax and Regulation (il complesso di norme e balzelli previsti dal Corano in caso di successione) la determinante principale del declino economico dell’Islam nel periodo in cui in occidente sorgevano l’economia di mercato e l’impresa.
Visco – lo sappiamo- non è superstizioso. Ma Prodi? Farebbe bene a leggere Kuran.

sabato 14 aprile 2007

PRODI E BERLUSCONI STUDIANO LE RIFORME

Non è chiaro se si parlano. Tuttavia, le talpe di Ex-Libris hanno scoperto che in vista dell’ormai inevitabile predisposizione di una riforma della legge elettorale, hanno collezionato gli stessi testi- Prodi nel suo appartamento di Via di Gerusalemme a Bologna e Berlusconi nella Villa di Arcore. Se non li leggono in prima persona –le parti matematico formali sono ostiche tanto al Professore quanto al Cavaliere-- li fanno sintetizzare dai loro più stretti collaboratori. Tra i testi non ce n’è neanche uno di Roberto D’Alimonte, prolifico pubblicista delle cui proposte tutti ormai sanno tutto.
Sia Prodi sia Berlusconi sono stati intrigati da un saggio di Aline Pennisi, Federica Ricca e Bruno Simeone “Bachi e buchi della legge elettorale italiana nell’allocazione biproporzionale dei seggi” pubblicato nel n. 79 del quadrimestrale “Sociologia e Ricerca Sociale”; una prima versione era stata presentata ad un convegno nell’estate 2005 e riassunta in articoli divulgativi.- Il lavoro aveva previsto puntualmente l’anomalia dei totali circoscrizionali verificatasi nelle elezioni del 2006 (da cui sono derivate contestazioni ancora in atto). Meditatolo distintamente, hanno fatto voto (l’uno all’insaputa dell’altro) che quale che sarà il nuovo sistema , rispetterà le logiche della matematica.
Di matematica ce ne è un bel po’ nel lavoro di Daniel Diermeier, Hulya Eraslan e Antonio Merlo sui pregi e sui difetti del bicameralismo. Mesta la conclusione: eliminare il bicameralismo non ha effetti sulla durata dei Governi, ma incide sulla loro composizione in quanto spinge a coalizioni di meno partiti. Ciò interessa più Prodi (che ha un bel da fare con il sinedrio dell’Unione) che Berlusconi. Ma sfiora la riforma elettorale; riguarda la Costituzione.
Antonio Merlo (ora all’Università di Pennsylvania) si chiede, in un lavoro a quattro mani con Arianna Degan (della Università del Québec), se gli elettori votano o non votano secondo le loro vere intenzioni. Da un’analisi dei risultati alle elezioni nazionali Usa negli ultimi 60 anni, risulta che di massima il voto è sincero – specialmente dove vigono sistemi uninominali. Antonio Merlo, con Andrea Mattozzi del California Institute of Technology , fa anche un affondo sulla mediocrazia – ossia la scelta di mediocri, per carriere politiche e candidature elettori, da parte delle gerarchie dei partito. Il loro modello dimostra che in molti paesi la classe politica è composta da mediocri e che spesso i meccanismi elettorali inducono tale processo di selezione avversa. Berlusconi gongola in quanto si considera imprestato alla politica proprio per evitare che il paese finisse nelle mani di eccessiva mediocrità.
In un altro lavoro, Merlo e Mattozzi guardano, d’oltreoceano, alla trasparenza e qualità dei politici. Le conclusioni contrastano con l’impressione generale: quanto più la politica (e il pertinente meccanismo elettorale) sono trasparenti tanto più la classe politica è mediocre perché i partiti tendono a reclutare (quadri e candidati) per mantenere condizioni di equilibrio (al loro interno). Merlo e Mazzotti, in un altro lavoro quantitativo, analizzano la differenza tra i politici di carriera (che bevono politica con il latte della manna e restano in politica sino al pensionamento) e carriere politiche (individui che restano in politica per alcuni anni ma tornano al settore privato prima di andare a riposo). Tanto Prodi quanto Berlusconi ritengono, a torto od a ragione di appartenere alla seconda categoria. Un modello dinamico mostra che il sistema elettorale incide sulla consistenza dei due gruppi e che gli incentivi monetari (indennità, appannaggi) riduce la qualità degli individui che entrano in politica e li rende più attaccati alla poltrona. Distintamente e separatamente, Prodi e Berlusconi si impegnano a tagliare indennità ed appannaggi.