sabato 3 marzo 2018

Perché occorre evitare una guerra commerciale in Formiche 2 marzo



Perché occorre evitare una guerra commerciale
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L'economista Giuseppe Pennisi analizza le conseguenze dell'adozione unilaterale di dazi su acciaio ed alluminio da parte degli Stati Uniti
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha annunciato l’adozione unilaterale di dazi su acciaio ed alluminio, dopo averne applicati all’inizio di gennaio nei confronti di elettrodomestici e di pannelli solari principalmente provenienti dall’Asia. L’aspetto più importante è nell’aggettivo “unilaterale” in quanto sia nel discorso pronunciato a Davos poco più di un mese fa sia nel “messaggio sullo Stato dell’Unione” a fine gennaio, Trump aveva annunciato che ci sarebbero state “restrizioni” ma “negoziate”. La differenza è sostanziale.
Negli anni Settanta del secolo scorso, ad esempio, l’industria americana dell’auto si sentì, a torto o a ragione, presa d’assedio da case automobilistiche europee e giapponesi (quelle della Corea del Sud ancora non facevano paura). Allora gli Stati Uniti negoziarono con l’Unione europea e con il Giappone un programma triennale di restrizioni “volontarie” all’esportazioni di auto alla volta degli Usa nell’ipotesi che in questi tre anni le case automobilistiche americane si sarebbero ristrutturate e sarebbero diventate più competitive.
Anche se il programma specifico dei dazi che verrebbero applicati verrà annunciato la settimana prossima, fa paura il fatto stesso che non si tratterà di misure negoziate, ma unilaterali. Potrebbe essere l’inizio di una guerra commerciale internazionale in cui tutte le maggiori aree commerciali e i principali Paesi si troverebbero coinvolti. È per questa ragione che le borse mondiali hanno reagito molto negativamente all’annuncio di Trump.
Una guerra commerciale non può non provocare un rallentamento del commercio mondiale. Ed al commercio è legata la crescita mondiale, in graduale declino in questi ultimi anni proprio in quanto l’espansione del commercio internazionale sta segnando una flessione. Basti pensare che i principali modelli econometrici sia dell’economia internazionale sia delle maggiori economie nazionali hanno come principale variabile “esogena”(ossia autonoma) le esportazioni mondiali e/o quelle nazionali.
Quindi una guerra commerciale potrebbe causare non necessariamente un brusco freno all’economia internazionale, come quelli che si sono verificati negli anni precedenti le due guerre mondiali del secolo scorso, ma una crisi economica e finanziaria analoga a quella iniziata nel 2007-2008 e da cui l’Europa, e in particolare l’Italia, sta faticosamente uscendo.
Sono prospettive da far paura. Per questa ragione ci si devono aspettare fibrillazioni sui mercati sino a quando non si conosceranno i dettagli della posizione degli Stati Uniti.
Dato che ho vissuto a Washington per oltre tre lustri, non è detto che le nere prospettive di queste ultime ore si realizzino. Trump risponde a promesse elettorali fatte alla “rust belt”, gli Stati dell’Unione dove prevale un’industria pesante non più competitiva. Tuttavia non solo il Partito Repubblicano è stato tradizionalmente molto più favorevole al libero commercio di quanto non lo sia stato il Partito Democratico, ma l’high tech, la manifattura innovativa e soprattutto la finanza sono decisamente contrarie a una guerra commerciale che danneggerebbe non poco i loro interessi. È possibile che le misure specifiche saranno temporanee e mirate a quelle aree dove i costi di produzione sono marcatamente più bassi di quelli Usa. Con molto clamore, guardando a parte del proprio elettorato, Trump varerebbe misure per facilitare un aggiustamento strutturale della rust belt.
Ciò richiede fermezza e speditezza da parte degli altri Paesi Ocse, Unione Europea e Canada in primo luogo. Occorre insistere che in un mondo di vasti mercati comuni i più danneggiati da una guerra commerciale sarebbero proprio gli americani – consumatori, finanzieri e anche industriali, specialmente quelle realtà più innovative e dinamiche.
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giovedì 1 marzo 2018

L’Accademia Nazionale di Santa Cecilia mette in scena il tardo romanticismo in Formiche primo marzo



L’Accademia Nazionale di Santa Cecilia mette in scena il tardo romanticismo

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L’Accademia Nazionale di Santa Cecilia mette in scena il tardo romanticismo
Il racconto del commovente concerto, dedicato al tardo romanticismo tedesco, tenutosi nella sala Sinopoli dell'Auditorium di Roma
A ragione di viaggi in largo e in un lungo per l’Italia, riferisco in ritardo di un concerto davvero straordinario ascoltato il 21 febbraio nella sala Sinopoli nell’ambito della stagione cameristica dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia:una serata dedicata al tardo romanticismo tedesco: due degli ultimi lavori di Richard Strauss, il sestetto per archi con cui viene introdotta l’opera Capriccio del 1942 e Metamorphosen del 1945 e uno dei primi lavori di Schönberg del 1899 quando l’autore aveva 25 anni e prima che il compositore teorizzasse e sperimentasse la dodecafonia. È stata un’ottima scelta programmatica accostare i due brani di Strauss con il poema sinfonico di Schönberg. Nonostante tra i primi e il terzo passino oltre 40 anni, le tre composizioni respirano l’aria tardo romantico. Il ‘sestetto’ con cui si apre Capriccio appare sereno, ma si avverte che siamo in piena seconda guerra mondiale ed introduce un’opera che si svolge nei pressi di Parigi pochi anni prima della rivoluzione e descrive in un’astuta parabola la fine dell’ancien régime. Analogamente, la Verklärte Nacht (Notte Trasfigurata) di Schönberg è il segno della fine di un secolo e di un amore. Schönberg riprese l’omonima poesia di Richard Dehmel, un poeta tedesco la cui qualità poetica è dubbia; me che incontrava i gusti del pubblico a lui contemporaneo. La poesia narra la vicenda, avvenuta in una notte al chiaro di luna, di una donna che confessa al suo uomo di portare in grembo un figlio non suo, e ne riceve conforto. Schönberg non affidò il testo al canto ma lo rese in forma di concerto sinfonico.
L’unità stilistica dei due brani viene esaltata dal Sestetto Stradivari – costituito da professori dell’Orchestra dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia e già più volte ospite della stagione da camera di Santa Cecilia. Metamorphosen, una composizione in un unico movimento per la quale Strauss prese ispirazione dagli sconvolgimenti sociali e politici determinati dalla seconda guerra mondiale il nesso con il sestetto iniziale di Capriccio è, quindi, molto forte. È un brano per soli archi, con elementi tematici in continua mutazione, in una metamorfosi dolorosa, che esprime la disperazione per un passato lontano e irrecuperabile. Di questo brano, noto nella versione per 23 archi stampata da Bosey & Hawkes nel 1946, l’anno della prima esecuzione a Zurigo, il Sestetto Stradivari ha eseguito la versione per un organico di soli sette archi (con l’aggiunta quindi di un contrabbassista, frutto di una prima stesura rinvenuta in Svizzera nel 1990, e in seguito acquistata dalla biblioteca di Monaco.
Il concerto è stato davvero commovente per le sonorità tardo romantiche, al tempo stesso tondo e macere che esprimono non solo uno stile ma soprattutto un’epoca. Il Sestetto Stradivari si è costituito nel Dicembre 2001 in occasione dei concerti organizzati nell’ambito della Mostra Internazionale “L’arte del violino” tenutasi a Castel Sant’Angelo in Roma. Ne fanno parte David Romano e Marlène Prodigo ai violini, Raffaele Mallozzi e David Bursack alle viole e Diego Romano e Sara Gentile ai violoncelli ; per Metamorphosen si è aggiunto Antonio Sciancalepore al contrabasso. L’affiatamento, la coesione e la passione profusa per l’impegno hanno fatto sì che quello che doveva essere un evento occasionale si sia trasformato in un progetto di più ampio respiro che ora vede il Sestetto esibirsi per importanti istituzioni concertistiche nazionali ed internazionali. l loro primo disco pubblicato da VDM Records con i Sestetti di Tchaikowsky e Schönberg è stato shortlisted ai Grammy Award 2015. A breve sarà pubblicato il CD con i due Sestetti di Brahms per l’etichetta Novantiqua.
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NEO-PROTEZIONISMO O PROTO-PROTEZIONISMO? in Formiche mensile marzo



NEO-PROTEZIONISMO O PROTO-PROTEZIONISMO?
Giuseppe Pennisi

È in corso una nuova ventata protezionistica. Ha preso l’avvio durante la campagna presidenziale americana quando l’allora candidato repubblicano, Donald Trump, si impegnò a difendere, con dazi, tariffe e contingenti quantitativo, imprese in difficoltà e conseguenti minacce ai posti di lavoro negli Stati Uniti. Si tenga presente che flirtare con il protezionismo non è consuetudine del partito repubblicano (di solito su posizione liberiste) me lo è del partito democratico. Ad un anno dall’ingresso alla Casa Bianca, Trump ha preso le prime misure nei confronti delle importazioni di pannelli solari e di alcune categorie di elettrodomestici, principalmente dall’Asia; altre sono allo studio per la siderurgia, metallurgia e la meccanica . Anche se ,negli ultimi interventi, il Presidente Usa ha ammorbidito il linguaggio, ci sono forti rischi che  il processo di de-globalizzazione inizierebbe dal gruppo dei Paesi ad alto reddito pro-capite, a struttura produttiva avanzata, ed a forte tecnologia. Ripetendo il copione di circa 110 anni fa, quando nel 1905, o giù di lì, terminò la lunga fase d’integrazione dell’economia internazionale (e di crescita dei redditi e dei commerci) cominciata attorno al 1870. Si parla di neo-protezionismo, ma si tratta in effetti di proto-protezionismo che si riallaccia ad esempio alla ‘tariffa doganale Luzzatti (il sottosegretario al commercio dell’epoca n.d,r) del 1878’, emblema del ‘protezionismo imperfetto’ .
Negli Usa, l’attacco alla liberalizzazione degli scambi, all’Organizzazione Mondiale del Commercio (Omc) ed agli stessi accordi regionali (come il Nafta- il trattato di libero scambio tra gli Stati del Nord America) non solo è stato al centro della campagna elettorale per le presidenziali ma è uno dei cavalli di battaglia dei sindacati della grande industria. A fine gennaio dell’anno in corso, un’analisi dell’Economic Policy Institute (EPI) , il “pensatoio” di Washington supportato dalle maggiori organizzazioni sindacali- ha pubblicato un’analisi (Trump must act now to protect U.S. steel and aluminum workes) a firma del capo economista EPI Robert E. Scott. Altre analisi EPI attribuiscono alla liberalizzazione degli scambi avvenuta negli ultimi 50 anni non soltanto la perdita di posti di lavoro nel manifatturiero ma anche il divario salariale tra le fasce alte delle forze di lavoro ed i “working poor” (“i salariati poveri”). È una conclusione tendenziosa ed artata – lavori di Lawrence Katz dell’Università di Harvard quantizzano le determinanti del differenziale ed individuano la principale nelle storture di un sistema universitario in cui l’offerta di laureati in discipline scientifiche non tiene dietro alla domanda). In aggiunta, studi del Peterson Institute of International Economics dimostra che l’aumento del commercio internazionale ha comportato un incremento di dieci punti percentuali al reddito nazionale americano nel periodo dalla fine della seconda guerra mondiale alla crisi del 2007

Più complesse le insidie provenienti dal Vecchio Continente. Esse si annidano negli articoli del Trattato di Lisbona in cui si mantiene la competenza della Commissione europea per  i negoziati commerciali con il resto del mondo su atti d’indirizzo del Consiglio dei Ministri europeo ma affida al Parlamento europeo il compito di approvare o respingere gli accordi commerciali conclusi dall’Esecutivo. Ciò rende qualsiasi negoziato molto più complicato e nella politica commerciale incidono le lobby ; i parlamentari sono comunque propensi a combattere per gli interessi delle singole aree in cui vengono eletti, ed a potere esercitare un diritto di veto nei riguardi della Commissione indebolendone il potere negoziale.
Da un lato, la liberalizzazione degli scambi è un bene pubblico (non divisibile e non rivale), quindi non di mercato: fruiscono dei suoi benefici anche i protezionisti e tutti coloro che non la vogliono. Da un altro, circa 70 anni di trattative multilaterali sugli scambi provano che i negoziatori devono avere pieni poteri perché l’esito sia positivo.

Turandot contro Turandot da Formiche mensile marzo



TURANDOT CONTRO TURANDOT
Beckmesser
Il Teatro Lirico di Cagliari inizia la stagione 2018 ai primi di marzo con una rarità : Turandot di Ferruccio Busoni. Precede di qualche anno la più nota opera di Puccini. Ebbe la prima assoluta nel 1917 a Zurigo, dove il noto pianista e compositore (con ascendenza sia italiana sia tedesca) aveva trovato riparo, durante la prima guerra mondiale. E’ molto rappresentata all’estero ma poco in Italia. In tempi recenti, ne ricordo edizioni a Verona, a Sassari ed a Torre del Lago. In tempi più antichi alla Scala.
Più breve dell’opera di Puccini (i due atti durano poco più di un’ora) ma volutamente fedele allo spirito della ‘fiaba teatrale’ di Carlo Gozzi di cui mantiene le maschere della Commedia dell'Arte, filtrate attraverso il lontano e immaginario Oriente. A differenza del lavoro di Puccini, post romantico ed anche ispirato al simbolismo di Debussy, l’impianto drammaturgico e musicale è un misto di serio e di burlesco, di ‘fuor del tempo’ e di attuale,  oscillante tra forme della tradizione musicale e innesti o tagli di fattura moderna, sovente modernissima. Un aspetto essenziale è la polemica contro il teatro musicale ottocentesco, romantico e naturalista. Nella Turandot take polemica è accentuata e sferzante quanto spogliata da deliberati intenti parodistici o da confessioni amaramente sarcastiche. Che la ‘fiaba teatrale’ con il suo continuo e variopinto alternarsi di passione e di gioco, di realtà e di irrealtà, di atmosfera quotidiana e di fantasia esotica, avesse potuto affascinare Busoni, non è cosa che meravigli conoscendo i suoi gusti e le sue idee sul teatro, musicale e non; ma che  quella fiaba potesse dar vita a una creazione teatrale originale e indipendente, è sorprendente .
Per la stesura del libretto Busoni non prese in considerazione la più famosa delle rielaborazioni romantiche della Turandot, quella di Schiller a cui si era ispirato anche Carl Maria von Weber per le sue musiche di scena composte nel 1809. Non a caso fu questa versione di Schiller, nella traduzione italiana del 1857 di Andrea Maffei, ad attrarre Puccini verso  la sua ultima opera incompiuta. Per Busoni era essenziale la  sensazione che si tratta sempre di un gioco - persino nelle scene che confinano con la tragedia. Si rivolse al testo originale di Gozzi; ridusse la trama alle sue linee essenziali abolendo personaggi ed eventi secondari, ma mantenne inalterato il carattere fiabesco del soggetto, e ne accentuò attraverso situazioni eminentemente musicali gli elementi propriamente magici e illusionistici, fantastici e irreali. Soprattutto si giovò della presenza delle maschere della Commedia dell'Arte, rappresentate dall'eunuco Truffaldino, da Pantalone e da Tartaglia, non soltanto per conferire vivacità e umorismo alla vicenda, ma anche per distruggere, ogni impressione realista e sentimentale. Questo ruolo di mediatore è affidato anzitutto a Pantalone, che impersona lo spirito del veneziano e che con le sue allusioni alla città natale e le sue locuzioni dialettali ricorda costantemente l'ambiente reale circostante. Per Pantalone Busoni arrivò addirittura a inventare una sorta di lingua dialettale tedesca, grottesca e caricaturale. Così anche gli altri personaggi d'invenzione della vicenda non hanno modo di uscire dai limiti prefissati, uniformandosi a ciò che Busoni chiamava ‘la piacevole menzogna della scena’.
Adottando la struttura del Singspiel mozartiano, con parti parlate, e  numeri cantati in forma chiusa e di pezzi, puramente musicali, Busoni conferisce unità e varietà formale all’opera ; tenendo distinti i ruoli e i compiti di ogni specifico mezzo espressivo, può rivestirli dei simboli che a ciascuno di essi sono propri e nello stesso tempo mantenere, ancor più accentuato, quell'equilibrio composito caratteristico del dramma fiabesco. Ciò che a Mozart era riuscito in modo insuperabile, Busoni lo tenta in prospettiva moderna e con  lucido distacco.
E’ un lavoro da non perdere.