mercoledì 14 dicembre 2016

L'Opera politica contemporanea può far rinascere la Lirica anche in Italia? il Il Sussidiario 14 dicembre



IL CASO/ L'Opera politica contemporanea può far rinascere la Lirica anche in Italia?

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Sarà l’opera ‘politica’ contemporanea – legati a fatti di cronaca politica - a portare le giovani generazione in teatro e fare rinascere la lirica? E’ domanda da porsi guardando i cartelloni stranieri. 
L’America è forse il Paese dove l’opera tratta da ‘casi politici’, spesso basati su romanzi ispirati alle cronache giornalistiche, ha avuto maggior presa. Si pensi ai lavori del Carlside Flyod, la cui Sussanah è l’opera americana più rappresentata dopo Porgy and Bess ed il cui Willie Starl, basato sull’ascesa e crollo di un Governatore della Lousisiana (ispirò anche un film famoso degli Anni Cinquanta, Tutti gli uomini del Re). 
Oppure a John Adams, i cui Nixon in China, The Death of Klinhoper, El Niño, Doctor Atomic, pur se raramente visti in Italia, sono successi mondiali. Oppure ancora a Phillip Glass i cui Einstein on the Beach e Sathyagraha hanno un forte richiamo di pubblico (e sono apprezzati dalla critica) e trattano di tempi politici correnti. 
a rinascita della lirica inglese è in gran misura legata a Thomas Adès (classe 1971) diventato famoso a soli 24 anni mettendo in scena Powder her Face che si riferiva esplicitamente ad un noto ‘fattaccio’ di sesso e politica.
E in Francia? Oscar Strasnoy, nato in Argentina, ma formato in Francia ed ora residente di Berlino, ha fatto faville  specialmente in Midea Dos, premiata a Spoleto ma vista una unica sera a Roma e con El Regresso (dopo il cui debutto ad Aix-Provence nel 2005 è circolata  in quasi tutto il mondo). El Regresso narra il dramma di un ragazzo di estrazione borghese, fatto rifugiare dai genitori in Francia durante la dittatura militare, e tornato  dopo anni in Argentina con le sue difficoltà, anche solo dialogare con i compagni di un tempo. 
In Italia, opere come Salvatore Giuliano di Lorenzo Ferrero e Senso di Marco Tutino (nonostante il grande successo della seconda al Teatro Massimo di Palermo) sono subito sparite dalla circolazione. Alcuni esperimenti su temi come gli immigrati e la mafia al Teatro Lirico Sperimentale di Spoleto hanno retto solo per un paio di repliche,
Potrà l’opera sulla vita ed il disegno politico (non il rapimento, la prigionia e la morte) di Aldo Moro – Un infinita primavera attendo di Daniele Carnini e Sandro Cappelletto? 
Un'infinita primavera attendo,commissionata dall’Accademia Filarmonica Italiana con il supporto dell’Enciclopedia Italiana e di Errebian, si può augurare un miglior destino. Non solo il Teatro Palladio era esaurito (e con molti giovani) la sera della prima, ma ne verrà tratto un DvD che verrà mostrato sui principali canali televisivi e nelle scuole. Richiede un piccolo organico e – mi auguro - verrà ripresa, se non immediatamente da teatri lirici, da associazioni filarmoniche locali o società di amici per la musica sparse per tutta Italia. Sarebbe perfetta , al esempio, al Teatro Lauro Rossi di Macerata o portata al Teatro Nazionale di Roma.
La vicenda tratta di Aldo Moro alla ricerca di nuova e più stretta coesione tra gli italiani tramite il compromesso storico; è scandita un prologo orchestrale (ottimo l’ensemble della Università Roma III diretto da Gabriele Bonolis), otto scene ed un epilogo (in 70 minuti senza intervallo). I personaggi sono stilizzati (ilPresidente, l’Intellettuale, la Segretaria e così via), la linea vocale va dal declamato all’arioso (a differenza, tanto per citare del neoromanticismo di Flyod e della fusione tra ritmi latino-americani  ed elettronica di Strasnoy). L’orchestra, ancorché un piccolo ensemble, si giustappone alla semplice linea vocale (necessaria anche per fare comprendere i dialoghi) è ricca di impasti e di atmosfere. Efficace la regia di Cesare Scanton. Buone tutte le voci, tra cui primeggia Daniele Adriani nel ruolo di Aldo Moro.
E’ un  filone che va sostenuto; da un lato , ‘svecchia’ potandolo su temi d’attualità; da un altro, la decantazione musicale permette di entrare in aree dove la cronaca e la stessa saggistica non riescono ad accedere.
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venerdì 9 dicembre 2016

Cosa penso della crisi di governo in Formiche del 10 dicembre



Cosa penso della crisi di governo

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Cosa penso della crisi di governo
Il commento dell'economista Giuseppe Pennisi
Leggendo le cronache della crisi di governo, a cui il capo dello Stato sta cercando una soluzione entro domenica o lunedì, mi è tornata in mente quello che considero il miglior dramma di William Inge, uno dei maggiori drammaturghi americani del Novecento: Il Buio in Cima alle Scale. Ambientato nell’Oklahoma degli anni Trenta, si addetta alle vicende politiche italiane di questi giorni non perché tratti dei problemi di una famiglia in difficoltà ma perché riguarda cosa nasconde, per l’appunto, il buio in cima alle scale.
In periodi ordinari, di fronte a una crisi di questa natura, e di fronte a un presidente del Consiglio che ha dichiarato che avrebbe lasciato la politica (non solo la carica istituzionale), ove il referendum avesse bocciato la riforma della Costituzione da lui allestita, si sarebbe chiamata una figura istituzionale per gestire gli affari correnti sino alla decisione della Consulta sulla legge elettorale denominata Italicum e, una volta fatte le modifiche pertinenti alle legge elettorale, convocate le elezioni. Ma dietro il buio in cima alla scale c’è qualcosa di molto importante. Non tanto i vitalizi dei parlamentari che superano di quattro anni e sei mesi il loro mandato, quanto le nomine dei presidenti, dei consigli di amministrazione e degli amministratori delegati di gran parte dell’economia italiana in cui la mano pubblica conta ancora: Eni, Enel, Terna, Leonardo (ex Finmeccanica), Poste, nonché Agenzia delle Entrate, Agenzia del Demanio e numerose piccole istituzioni. Tutte queste cariche scadono in primavera. La legge n. 444 del 15 luglio 1994 ha disciplinato la prorogatio degli organi amministrativi, la cui configurabilità era stata a lungo dibattuta in dottrina e in giurisprudenza. Essa consente la prorogatio degli organi dello Stato, degli enti pubblici o a partecipazione pubblica, per i 45 giorni successivi alla scadenza; durante questo periodo possono essere adottati atti di ordinaria amministrazione e atti urgenti e indifferibili, con indicazione dei motivi di urgenza e di indifferibilità.
Questa è una delle determinanti che indurrebbe Matteo Renzi a essere incaricato, anche se con il mandato limitato di guidare un governo di scopo per la preparazione della compagna elettorale. E’ stato suggerito da taluni che, in mancanza di un suo incarico, venga assicurato un posto di sottosegretario al suo fidatissimo Luca Lotti per presidiare le nomine. Utilizzando la prorogatio si potrebbe portare la nave (delle nomine) in porto e accontentare i parlamenti con il raggiungimento dei termini per i vitalizi.
E’ un’ipotesi fattibile? Non solamente il resto del Pd (e della stessa opposizione) paventano l’affidamento delle nomine di oltre metà dell’economia italiana a un piccolo gruppo di una parte del principale partito in Parlamento. C’è poi un problema giuridico molto più serio: può un “governo di scopo”, destinato a predisporre le elezioni, andare così marcatamente al di fuori dei propri confini e delineare il settori pubblico per i prossimi anni? E’ anche un forte dubbio politico.

Matteo e Agnese Renzi lasciano Palazzo Chigi. Le foto
Matteo Renzi - Imagoeconomica
Matteo Renzi - Imagoeconomica
Matteo e Agnese Renzi - Imagoeconomica
Matteo e Agnese Renzi - Imagoeconomica
Matteo e Agnese Renzi - Imagoeconomica
Matteo Renzi - Imagoeconomica
Matteo Renzi - Imagoeconomica
Matteo Renzi - Imagoeconomica

giovedì 8 dicembre 2016

"Madame Butterfly" di Riccardo Chailly inaugura la stagione milanese in Sussidiario 8 dicembre



PRIMA DELLA SCALA 2016/ "Madame Butterfly" di Riccardo Chailly inaugura la stagione milanese
Pubblicazione: giovedì 8 dicembre 2016
Foto Brescia/Amisano © Teatro alla Scala Foto Brescia/Amisano © Teatro alla Scala
NEWS Musica
IL 7 dicembre la stagione 2016-2017 del Teatro alla Scala è stata  inaugurata con la prima versione di Madama Butterfly,quella  ritirata dopo il fiasco del 17 febbraio 1904. E’ una Madama Butterfly che pochi conoscono. 
In effetti, l’edizione ‘di riferimento’ nel senso di quella più rappresentata non è neanche come molti ritengono quella rappresentata alcuni mesi dopo, con alcuni adattamenti (quale l’aria del tenore, intrisa di rimorso, Addio, fiorito asil  al terzo atto); trionfò al Teatro Grande di Brescia ma quella successiva predisposta per il Théâtre des Italiens a Parigi la sala della capitale francese dove le opere italiane venivano eseguite in lingua originale.
Non è questa la sede per ricostruire il travagliato percorso dall’atto unico di Belasco alle varie versioni dell’opera (sino a quella definitiva del 1906): un saggio di Mario Bortolotto  (non certo un pucciniano) di circa trent’anni fa lo fa con ricchezza di dettagli e riporta ampi stralci della versione 1904,  difficilmente trovabile ma il cui libretto è stato pubblicato in edizione anastatica in occasione di questa versione scaligera. 
Credo di essere uno dei pochi ad avere visto l’opera nella versione originale del 1904 in due occasioni; a Boston negli Anni Settanta ed alcuni anni fa al festival pucciniano di Torre del Lago (accostata, però, a quella del 1906 che viene messa in scena correntemente).
La parte musicale ha qualche  punto di differenza con la versione ‘di riferimento’ del 1906. Sono, per lo più, aspetti che interessano i musicologi. Le divergente maggiori riguardano il libretto e svelano un Puccini che pochi conoscono.  Pinkerton  sembra non solo un gaglioffo ma anche un razzista. Nonostante le autorità nipponiche, tramite la loro Ambasciata, abbiano fatto arrivare il loro assenso alla “tragedia” (si era rivolti a loro essenzialmente per dettagli tecnici su rituali e simili), le battute “comiche” escogitate per alleggerire “la tragedia” sono di questo tono: Nomi di scherzo o scherno. Io li chiamerei muso primo, secondo e terzo’……..’Capisco un Bonzo è un gonzo’…..’qua i tre musi. Servite/ragni e mosche candite/ nidi al giulebbe e quale/ è licor più indigesto/ e più nauseabonda liccornia della Nipponeria’. 
Si potrebbe continuare, Pinkerton, e Sharpless ,che non lo ferma in questa ondata di battute di gusto cattivo e razzista, si sentono chiaramente superiori agli asiatici (i parenti di Cio-Cio-San si buttano letteralmente sul banchetto). E la protagonista? E’ una prostituta bambina: sa che per lei Pinkerton ha pagato l’elevato cifra di 100 yen; quindi, deve fargli davvero piacere.
Siamo anche temporalmente vicini all’Italia di Tripoli bel suol d’amore! ma Pinkerton non ha una missione di civilizzazione (come credevano parte di coloro che navigavano verso la quarta sponda) e, al suicidio della “sposa giapponese” ed alla presa in affido del bambino, non prova nessun rimorso. Come  dette, l’aria  contrita Addio, fiorito asil venne aggiunta per la successiva edizione di Brescia.
In effetti, non so se Puccini fosse razzista, ma era un artista che amava l’ordine e non vedeva di buon occhio società differenti dalla sua. Ciò  spiega perché negli anni in cui si preparava quella che sarebbe stata la Prima Guerra Mondiale ed anche dopo lo scoppio del conflitto sarebbe stato favorevole, abbastanza apertamente agli Imperi Centrali. Ciò spiega ancor di più perché prese la tessera No 2 del Partito Nazionale Fascista in seguito a lungo incontro con Benito Mussolini a Palazzo Venezia.
La parte importante della edizione scaligera è come  Alvis Hermanis (regia), Riccardo Chailly (maestro concertatore) e gli interpreti tutti tratteranno la delicata materia.
Andiamo in primo luogo alla regia di Hermanis e come il suo ‘creative team’ hanno affrontato il problema. Più che al teatro Kabuki, come scritto da diversi giornali, Hermanis, Leila Fteita Kristine Jurjäne e Gleb Filshtinki , Alla Sigalova, Ineta Sipunova (scene, costumi, luci, coreografia, video) hanno come riferimento le giapponeserie del periodo tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento. 
E’ una soluzione eccellente in quanto mostrando il Giappone ‘dalla parte degli europei’ si giapponese’ appare in una lettura quasi surreale, come vista dall’esterno, da un esterno in cui si è affascinati dal Giappone ma non se ne comprende bene il lato più importante e più intimo. E’un lettura coerente in quanto Puccini, a sua volta, si basava un atto unico (all’epoca molto di moda) dell’americano David Belasco (che conosceva il Giappone di maniera) e sul libretto dei Giuseppe Giacosa e Luigi Illica, due mestieranti della professione.  L’impatto visivo e senza dubbio straordinario.
La bacchetta di Riccardo Chailly pone anch’essa la ‘tragedia giapponese’ nel clima musicale dell’epoca: si sta affilando la ‘seconda scuola di Vienna’, Strauss, con Elektra e Salome , sta rivoluzionando la ‘scrittura musicale (non dimentichiamo che Puccini si considerava culturalmente vicino agli ‘Imperi Centrali) ed alla loro musica). Si avvertono echi straussiani nelle dissonanza, nella mancanza di veri e propri numeri musicali ‘all’italiana’ ( se si eccettua Un bel dì vedremo), nell’approccio alla ‘musica nuova’ guardando al di là delle Alpi.  
Eccellente Maria Josè Siri nel ruolo della protagonista. Perfetta nella emissione e davvero commovente nella seconda parte quando comprendere di essere stata beffata e che per il bene del figlio deve dare ciò a lei più prezioso alla ‘nuova’ moglie americana di Pinkerton.
Di grande esperienza lo Sharpless di Carlos Älvarez. Molte attese per l’americano Bryan Hymel, noto oltre oceano per le suo esperienza belcantiste; ci offre un Pinkerton piuttosto tradizionale. Di grande impatto, invece, Annalisa Stroppa nel ruolo struggente di Suzuki.
In breve un eccellente spettacolo che riscatta alcuni entusiasmanti Sant’Ambrogio scaligeri.   


© Riproduzione Riservata.


martedì 6 dicembre 2016

“Senza sangue”, ecco il perdono secondo Eötvös im Avvenire del 7 dicembre

Roma.
“Senza sangue”, ecco il perdono secondo Eötvös
Peter Eötvös è uno dei maggiori compositori e direttore d’orchestra contemporanei: fonde la cultura musicale ungherese (soprattutto Bartók) con quelle tedesca e francese; il suo teatro in musica, molto rappresentato all’estero, rinuncia a tentazioni de-costruzioniste per recuperare i principali modelli della tradizione novecentesca con particolare attenzione a Berg, Zimmermann e Ligeti. Si è dedicato alla musica dello spirito come indicato dal suo grandioso Halleluja, Oratorio Balbubum, presentato in prima mondiale l’estate scorsa al Festival di Salisburgo, e al concerto di proprie composizione sacre nella Chiesa dell’Università sempre a Salisburgo.
I lavori teatrali di Eötvös hanno relativamente poca circolazione in Italia, dove la musica contemporanea ha poco spazio al di fuori dei festival ad essa dedicati. È un buon augurio , quindi, che, nella stagione sinfonica in abbonamento, l’Accademia Nazionale di Santa Cecilia abbia inserito Senza Sangueun’opera in un atto per orchestra e due solisti su libretto di Mari Mezei, tratta da un racconto di Alessandro Baricco. L’opera, che ha debuttato a Colonia nel 2015, è stata vista, tra l’altro, ad Avignone, a New York, Budapest ed Amburgo quasi sempre in forma scenica. La vicenda è semplice. Cinquant’anni prima dell’alzata del sipario, durante una guerra civile, una bambina, nascosta in una botola, è stata risparmiata da uno dei tre componenti di un commando, un giovane che ha avuto pietà di lei. Nel lungo lasso di tempo, la donna ha avuto una vita complessa ma realizzata. Gli altri due componenti del commando sono morti in circostante oscure. La donna, alla ricerca del terzo componente, lo ritrova, a 72 anni, piccolo commerciante in un paesino. Gli narra brani della sua vita. L’uomo pensa che la donna cerchi vendetta. Lei lo perdona. Grande successo. Da rivedere e meditare.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
All’Accademia di Santa Cecilia è andata in scena l’opera del compositore magiaro tratta dal romanzo di Baricco

Come ridurre il debito pubblico in Impresa Lavoro 6 dicembre



Come ridurre il debito pubblico

Giuseppe Pennisi
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Lo Yale Jornal of International Law ha dedicato il suo ultimo numero (disponibile in versione telematica) a come ridurre il fardello del debito pubblico, tema che chiunque sarà al governo in Italia dovrà affrontare con urgenza. In tal senso alcuni saggi sono particolarmente utili e meritano essere segnalati anche a fini operativi.
Il lavoro di Matthias Goldoman del Max Planck Institute for Comparative Public Law alla Goethe Univesitaat di Francofore, nel saggio “Putting Your Faith in Good Faith: A Principled Strategy for Smoother Sovereign Debt Workouts” (Mettere la tua fede in buona fede: una strategia per alleggerire gradualmente il debito sovrano) sottolinea come per portare a termine una trattativa per la riduzione graduale del debito sovrano occorra far perno sulla buona fede delle parti in causa. Questa fa si che gli Stati debitori e i loro creditori riescano a iniziare bene una trattativa nel caso di una crisi e a raggiungere soluzioni ragionevoli senza ricorrere ad arbitrati o a vertenze giudiziarie.
Un altro saggio firmato da numerosi autori è frutto di un lavoro congiunto tra il Yale Journal of International Law e il Segretario dell’UNCTAD (The United Nations Conference on Trade and Development), che ha grande esperienza di soluzione di problemi del debito sovrano specialmente dei Paesi in via di Sviluppo. Il rapporto conclusivo individua un meccanismo e una road map nonché una guida operativa per giungere a una significativa riduzione del  debito sovrano. La proposta consiste un approccio graduale e incrementale utilizzando una vasta gamma di strumenti. La guida operativa è stata approvata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite nel 2015. Il fascicolo include i paper tecnici a corredo della guida: una vera e propria miniera di analisi e considerazioni.