lunedì 5 dicembre 2016

Young Musicians European Orchestra/ Musica per un Natale di pace in Il Sussidiario del5 decembre



Young Musicians European Orchestra/ Musica per un Natale di pace

Pubblicazione: lunedì 5 dicembre 2016 - Ultimo aggiornamento: lunedì 5 dicembre 2016, 7.46
Il Maestro Paolo Olmi Il Maestro Paolo Olmi
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Sono molte le iniziative per avvicinare, con la musica, popoli e nazioni in guerra. Nell’area in cui da decenni è vivo un conflitto tra Israele e la Palestina non ancora assunta ad entità statale, le iniziative più conosciute sono il concerto annuale Le Vie dell’Amicizia dal 1997 guidato da Riccardo Muti e la East West Divan Orchestra, creata nel 1999 da Daniel Barenboin e Edward Said. Mentre la prima opera principalmente nell’area del Mediterraneo esteso ai Balcani, la seconda è formata di giovani musicisti israeliani e palestinesi ed ha assunto una fama internazionale.
Meno conosciuta, ma forse più efficace è Young Musicians European Orchestra, diretta dal Maestro Paolo Olmi.
Quest’anno sono in programma quattro concerti per offrire armonia al mondo, in nome della pace e della fratellanza. Un significativo progetto della si realizza nel prossimo mese di dicembre, con una sinergia fra l'Organizzazione Internazionale EMMA FOR PEACE, la Cooperativa Ravennate Emilia Romagna Concerti, la Venice International University e la Fondazione Italia Giappone, con il Patrocinio dell'UNESCO. La tournée dei giovani musicisti parte il 4 dicembre dalle prove in Romagna toccherà le zone terremotate del Reatino, il Quirinale, Gerusalemme e Betlemme.
Da alcuni uni anni, la Cooperativa ERConcerti riunisce nel mese di dicembre la Young Musicians European Orchestra" formata da giovanissimi musicisti dall'Europa e dal mondo, esibendosi in varie città Italiane, con repliche sia a Gerusalemme (parte occidentale) sia a Betlemme. Nel nome della pace, nelle province di Ravenna e di Forlì, vengono coinvolti anche i rifugiati e i richiedenti asilo, nella convinzione che attraverso la Cultura e l'Arte si possa ottenere una maggiore integrazione sociale.
Quest'anno i concerti, le cui prove sono iniziate il 4 dicembre a Cervia, vengono organizzati insieme alla Fondazione Emma for Peace - attiva in iniziative culturali soprattutto in Medio Oriente -  e alla Fondazione Italia Giappone, che celebra i 150 anni delle relazioni diplomatiche con il Paese dell’Estremo Oriente. I concerti sono resi possibili grazie anche ai contributi del Mibact, della Regione Emilia Romagna, del Comune di Ravenna e del Comune di Cervia, dell’Ambasciata d'Italia a Tel Aviv, dell’Istituto Italiano di Cultura a Tel Aviv, del Consolato generale d'Italia a Gerusalemme e di alcune imprese sponsor e mecenati.
Il 10 dicembre l'Orchestra fa tappa a Rieti, nell’Aula Magna della Sabina Universitas (via Angelo Maria Ricci, 35/a), alle ore 16:30, per un concerto-incontro con i bambini delle zone terremotate e l'11 dicembre alle ore 11,50 avrà luogo un Concerto nella Cappella Paolina del Quirinale, alla presenza del Capo dello Stato. Il concerto sarà trasmesso in diretta da Radio 3 e Euroradio.
Nella serata dell’11 dicembre l'Orchestra partirà da Roma per la Terra Santa, dove avranno luogo due Concerti: il 12 dicembre alle 20,30 nella Chiesa di Notre Dame a Gerusalemme e il 13 dicembre alle ore 18 nell’Auditorium della Pace a Betlemme.
Sia l'Autorità Nazionale Palestinese che il Governo di Israele hanno invitato ufficialmente il Maestro Paolo Olmi e la sua orchestra a dirigere i Concerti di Natale in Terra Santa, considerando questa iniziativa prioritaria e utile al dialogo e alla pace.
I giovani musicisti provengono da 15 Paesi, tra cui: Israele, Palestina, Russia, Canada, Usa, Ucraina, Albania, Lituania, Sudafrica e Giappone.
Pubblicità. La clip "Atletico e PSV in pareggio nonostante l'espulsione" partirà dopo la pubblicità.


Questo il programma:
Ciaikowsky: Variazioni su un tema Rococo' per violoncello e orchestra- solista Jonathan Roozeman
Paganini: Variazioni di bravura sulla preghiera del Mose' di Rossini - Solista Yury Revich
Bottesini, Gran duo Concertante per violino, contrabbasso e Orchestra-Solisti Yury Revich e Luis Cabrera
Bach: Suite per Orchestra n. 3 in re maggiore.


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ITALIA COMMISSARIATA DOPO IL REFERENDUM?/ Tre mosse per evitarlo in il Sussidiario 5 dicembre



ITALIA COMMISSARIATA DOPO IL REFERENDUM?/ Tre mosse per evitarlo
Pubblicazione: lunedì 5 dicembre 2016
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NEWS Economia e Finanza
HA VINTO IL NO, REFERENDUM COSTITUZIONALE 4 DICEMBRE: CHE SUCCEDE ORA? Questa nota viene scritta mente sono in corso le operazioni di voto per il quesito referendario a cui gli italiani devono rispondere con secco Si o No, quali che siano i singoli aspetti dei complessi temi e problemi posti alla loro valutazione. Molti giornali e web magazine di oggi congetturano su quelle che saranno le conseguenze politiche ed economiche dei due possibili risultati. Dato che chiunque sarà il vincitore il suo primo compito sarà quello di ricompattare il Paese, dopo due anni di mezzo di violenta contrapposizione, poiché senza un Paese compatto e teso verso il raggiungimento di un’Italia più moderna e più giusta si resta a ciurlar nel manico, occorre chiedersi qual è la strada obbligata che chiunque vinca il referendum è costretto a percorre, qualsiasi altro obiettivo di politica economica abbia tra le sue priorità, e promesse referendarie.
Il percorso è, in grande misura, reso necessario dalla posizione dell’Italia nell’economia internazionale. Siamo in Paese di medie dimensioni, che dal 2008 ha perso il 25% della sua capacità produttiva nel manifatturiero, con una percentuale di risorse umane non utilizzate, con alcune eccellenze di alta tecnologia in una palude di imprese a tecnologia bassa o intermedia, con 198.000 leggi che rendono difficile operare e con uno dei debiti in rapporto al Pil più alti dell’eurozona, e con sistema bancario in gravi crisi. Il quadro internazionale presenta segni sempre più forti di rallentamento.
In questo contesto, le previsioni a medio termine non sono incoraggianti. Il gruppo dei venti istituti del consensus (venti centri di analisi previsionale-econometrica, tutti privati e nessuno italiano), prevede per il 2017 (rispetto al 2016) una riduzione di circa mezzo punto percentuale per la crescita del Pil nell’eurozona. Istituti italiani, come Prometeia e il Ref, indicano, nei loro rapporti, che nel 2017 la crescita economica dell’Italia potrebbe essere inferiore a quella della Grecia; nelle graduatorie saremmo gli ultimi nell’eurozona. Per questo motivo, giornali come The Financial Times paventano che l’Italia sarà commissariata da Commissione europea, Banca centrale europea e Fondo monetario internazionale al fine di monitorarne le politiche e se indispensabile trovare regole speciali per farla restare nella moneta unica (quali un ritorno, per alcuni Paesi, agli accordi europei sui cambi, colloquialmente chiamati Sme).

In questo scenario prospettico si troverà chiunque e dovrà fare politica economica. Escludendo l’ipotesi apocalittica di crisi di fiducia nell’Italia (che ce la possa fare) e di crisi di mercati, il percorso predeterminato si può riassumere in questi termini:
- Consolidamento della finanza pubblica. Ciò vuol dire non solo cancellare “mance elettorali” da una Legge di bilancio che sta ancora espletando il proprio iter parlamentare, ma un rigoroso controllo della spesa sia di parte corrente, sia in conto capitale, applicando le tecniche di valutazione che sino a tre-quattro anni fa veniva insegnate alla Scuola Nazionale d’Amministrazione. Ciò comporta anche una riduzione del rapporto debito/Pil. Come farlo è indicato in numerosi lavori (quale il Rapporto Astrid per il Governo Monti e l’analisi comparata dei differenti metodi fatta dal Cnel). Non solo, in uno degli ultimi fascicoli della Yale Law Review e del Financial Crisis Journal vengono offerte ricette dettagliate sulla base delle più recenti esperienze internazionali. Quindi, il menu non manca; dopo tre anni di inazione, chiunque vinca il referendum, deve passare ai fatti.
- Politica della domanda aggregata. Una vera e propria politica di austerity non c’è mai stata, ma come rivela l’ultimo Rapporto Censis, le famiglie che potevano hanno aumentato risparmi e ridotto i consumi. Quelle a basso reddito sono scivolate verso la povertà. È urgente quella che un tempo si chiamava politica dei prezzi e dei redditi. Se viene soppresso il Cnel e chiusa a doppia mandata la sala verde di palazzo Chigi, si dovrà trovare altra sede per avviare un dialogo sociale con i corpi intermedi della società civile. Non si può eludere il problema.
- Una politica dell’offerta diretta all’innovazione industriale e alla ripresa. La Legge di bilancio prevede somme ingenti di supporto alla imprese a questi fini. Devono essere integrate da un serio scrutinio (trasparente e pubblico) del loro rendimento finanziario ed economico-sociale di ciascun progetto.


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sabato 3 dicembre 2016

Due secoli dopo “Otello” riconquista Napoli in Avvenire 4 dicembre



Lirica.
Due secoli dopo “Otello” riconquista Napoli
GIUSEPPE PENNISI
NAPOLI
Il 30 novembre è iniziata per il San Carlo di Napoli una stagione di grande rilievo: ben diciassette titoli di opera, il primo dei quali è Otello di Rossini nel secondo centenario dalla prima assoluta proprio a Napoli. Allora fu un enorme successo, ora è una rarità da imputarsi sia alla fragilità del libretto sia alle difficoltà vocali, non ultima quella di disporre di tre te- nori per controbilanciare un soprano di agilità, esteso tanto verso acuti spericolati quanto a un registro molto grave.
L’opera attinge solo in parte all’Othello di Shakespeare, più nitidi sono invece i riferimenti a Othello di Jean François Ducis, del 1792. Il protagonista non è il Moro (definito da Stendhal «poco tormentato, poco tenero e molto vanitoso che sconvolto fa un’isterica follia e arriva a uccidere») ma Desdemona, torturata dall’amore per il padre, che vuole darla in moglie al figlio del Doge mentre ella è già sposa segreta di Otello. Ciò spiega perché la regia di Amos Gitai, che ha avuto anche qualche fischio, poco si integri sia con le monumentali scene rinascimentali di Dante Ferretti sia con l’azione. Gitai vede nell’Otello rossiniano un contrasto di civiltà (alcune proiezioni fanno riferimento alla guerra in Medio Oriente). Una regia forse appropriata all’Otello verdiano, poco in linea però con una partitura delicata e una scrittura vocale dominata da vocalizzi e coloratura.
Di altissimo livello la parte musicale. Con Gabriele Ferro, l’orchestra del San Carlo è in grande spolvero. Nino Machaidze è la protagonista assoluta della serata sia sotto il profilo vocale sia scenico, con un distinto sviluppo psicologico. John Osborn (Otello), Dmitry Korchak (Rodrigo) e Juan Francisco Gatell (Iago) sono i tre tenori di grande livello che la circondano e contendono per lei. Una squadra che pochi teatri sarebbero in grado di mettere insieme.
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Di livello la direzione di Ferro e il cast nell’impegnativa partitura rossiniana Ma la regia di Gitai è apparsa fuori centro rispetto allo spirito dell’opera
http://avvenire.ita.newsmemory.com/newsmemvol1/italy/avvenire/20161204/p270412spe1.pdf.0/img/Image_0.jpg
Osborn in “Otello” (Romano)

Otello" inaugura il San Carlo: la musica vince su una regia sbagliata in Il Sussidiadiaro del 3 dicembre



OPERA/ "Otello" inaugura il San Carlo: la musica vince su una regia sbagliata

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Foto di Luciano Romano Foto di Luciano Romano
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Il 30 novembre è iniziata per il San Carlo di Napoli  una “stagione” di grande rilievo: ben 17 titoli di opera (a cui aggiungere quelli di balletto ed un ricco programma sinfonico). La stagione ha debuttato con Otello di Gioacchino Rossini nel secondo  centenario dalla sua prima assoluta, al Teatro del Fondi di Napoli (il San Carlo era in riparazione dopo un incendio)
Teatro pienissimo, abiti lunghi e pellicce per le signore (il clima era quasi siberiano), smoking per i signori.  Anche se presentata con un unico intervallo (di venti minuti), l’opera ha proporzioni wagneriane: circa quattro ore. Dopo lo spettacolo la Maison Bulgari offriva una cena ad un gruppo di invitati. Il grande foyer, che si apre sui giardini di Palazzo Reale, era chiuso per predisporre il banchetto. Quindi, afferrare una foglietta od un panino od andare alla toilette diventava un’avventura.
Duecento anni fa Otello fu uno strepitoso successo: si contano circa trecento allestimenti o riprese  in tutta Europa (di cui 70 nella sola Francoforte ed alcuni, come a Roma e Firenze, con finale ‘lieto’ non tragico - ossia Desdemona non veniva uccisa ed Otello non si suicidava ma i ‘malvagi’ ossia Jago, venivano punti ed un grande rondò con concertato terminava l’opera). 
Adesso Otello  è una rarità: memorabili gli allestimenti a Roma di Giorgio  De Chirico nel 1964 e quello a Pesaro nel 2008, curato da Giancarlo Del Monaco e coprodotto con l’opera di Losanna e la Deutsche Oper di Berlino (dove è entrata in repertorio). Un allestimento allora giudicato controverso senza scene dipinte ispirate ai vedutisti veneziani ma una grande sala (con tante porte) di inizio Ottocento. 
In questa “prigione” (per Desdemona), con il mare ed il cielo sempre presenti, si svolgeva una vicenda che solo nel finale si riallaccia alla tragedia di Shakespeare.
A fine Ottocento, l’Otello rossiniano sparì dalle sene non tanto perché soppiantato da quello di Verdi (il cui bellissimo libretto è interamente tratto da Shakespeare) ma perché i gusti del pubblico (soprattutto in materia di libretti) dopo anni di melodrammi verdiani e di musik drama wagneriano non c’erano più le voci per i ruoli rossiniani
L’opera di Rossini attinge solo in parte a The Tragedy of Othello, the Moor of Venice di William Shakespeare (soprattutto nel finale), più nitidi sono invece i riferimenti a Othello, ou Le more de Venise, di Jean François Ducis, del 1792. Il protagonista non è il Moro (definito da Stendhal ‘’poco tormentato, poco tenero e molto vanitoso che sconvolto fa un’isterica follia ed arriva ad uccidere’) ma Desdemona, torturata dall’amore per il padre, che vuole darla in moglie al figlio del Doge mentre ella è già sposa segreta ed innamorata di Otello. 
La vicenda e la musica hanno come focus centrale la storia di una fanciulla calunniata che muore innocente,  tema consueto in quel periodo. In effetti, la tragedia di Shakespeare, che non credo si vedesse nei teatri italiana ma in edizione modificata aveva appena raggiunto quelli francesi, viene adattata al teatro larmoyant in cui una fanciulla innocente (Desdemona), ama l’eroe della pièce (Otello) ma il padre (Elmiro) ha promesso al figlio del Doge (Rodrigo). Jago si inserisce nella vicenda per la macchinazione finale. Un libretto considerato insulso nel tardo Ottocento quando piacevano i ‘drammi forti’ di pancia e sangue.
Inoltre, l’opera era costruita a pennello per Isabella Colbran, un soprano ‘anfibio’ che in quel periodo era amante sia del giovane pesarese (che poi sposò) sia dell’impresario Barbaja (datore di lavoro di ambedue). L’idea geniale di Rossini fu di contrapporle tre tenori: uno dalla vocalità larga e spianata (Otello), un contaltrino di agilità,con una tessitura dal mi bemolle al do acuto (Rodrigo), ed un terzo dal timbro scuro quasi baritonale (Jago). Voci introvabili a fine Ottocento e che oggi di possono ascoltare principalmente grazie al lavoro trenta cinquennale dell’Accademia Rossiniana di Pesaro.
E’ invalso l’uso di affidare le regie liriche a divi del cinema. Questa volta è stato chiamato Amos Gitai a maneggiare questo gioiello di inizio Ottocento, più vicino a Mozart che a Donizetti. Gitai è uso a film forti unidirezionali (per intenderci, per mutuare da un recente editoriale di Panebianco sul Corriere della Sera quelli dove si piange ai funerali del dittatore Castro ma non a quelli di Franco, anche lui dittatore pur se meno sanguinario). In interviste a vari giornali, Gitai ha affermato che il tema di fondo è che l’Otello rossiniano è un migrante portato ad uccidere da discriminazioni razziali. 
Dopo la sinfonia, un filmato (ad orchestra silente) mostra scene della guerra in Medio Oriente per poi entrate nelle grandiose scene rinascimentali di Dante Ferretti. Ancora meno la lettura di Gitai quadra l’azione  (centrata su Desdemona)  e con la delicata partitura. Una regia con questa chiave era appropriata alll’Otello verdiano, come in quella di Vera Nermirova vista un lustro fa in vari teatri europei. Poco in linea però con una partitura raffinata ed una scrittura vocale dominata da  coloratura. Gitai si è preso qualche fischio (pochi a mio avviso perché i napoletani sono ben educati ed un nutrito drappello aveva fretta di andare a cena). Spero che ritorni alle sue più consuete e a lui più consone attività.
Alla base del successo dello spettacolo c’è la musica dell’allora giovane, ed amante impetuoso, Gioacchino  Rossini, la bravura del maestro concertatore, Gabriele Ferro, e dell’orchestra (ottimi i legni e gli ottoni) ed il virtuosismo dei cantanti.

Di altissimo livello la parte musicale. Con la bacchetta di Gabriele Ferro , l’orchestra del San Carlo è in grande forma ; ottima l’idea di attenuare il suo acuto raddoppiando il quartetto di archi e dare un suono più brunito ed alzando l’orchestra sino quasi a sfiorare il palcoscenico come ai tempi di Rossini. Nino Machaidze è la protagonista assoluta sia sotto il profilo vocale sia come bella e grande attrice con un distinto sviluppo psicologico nel corso dell’opera. John Osborn (Otello), Dmitry Korchak (Rodrigo) e Juan Francisco Gatell (Iago) sono i tre tenori, di altissimo livello, che la circondano e contendono per lei. Una squadra che pochi teatri sarebbero in grado di mettere insieme.


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