giovedì 5 novembre 2015

Formazione dei nuovi dirigenti pubblici: il modello statunitense contro la lottizzazione da Impresa Lavoro 5 novembre



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di Giuseppe Pennisi*
In un Paese dove la Pubblica Amministrazione intermedia circa la metà del Pil l’efficienza della macchina pubblica è cruciale. Dalla metà degli Anni Novanta l’immissione diretta di giovani a livello dirigenziale è avvenuta dopo una procedura concorsuale severa e un corso (inizialmente di due anni e mezzo, includendo uno stage di sei mesi in impresa) presso la Scuola Nazionale d’Amministrazione SNA.
Nella Legge di Stabilità finalmente giunta in Parlamento si delinea un programma che dovrebbe affiancare, e forse sostituire, i concorsi-corsi SNA (che viene commissariata): l’assunzione nel triennio 2016-2018 di 50 dirigenti nelle amministrazioni, di altri 50 nella carriera prefettizia nonché di 10 avvocati dello Stato e 10 procuratori. Le risorse verrebbero da una riduzione delle posizioni dirigenziali nei vari comparti che si renderanno vacanti a ragione del raggiungimento dell’età della pensione degli attuali titolari.
La proposta ha già suscitato le proteste delle rappresentanze dei dirigenti. Il ringiovanimento della dirigenza pubblica è comunque prioritario, dato che mediamente la dirigenza PA italiana è la più anziana dei Paesi OCSE. Ma olezza di particolarismo il fatto che le modalità di selezione e la distribuzione dei vincitori tra i vari comparti vengano delegate a un decreto del Presidente del Consiglio. È ancora vivo il ricordo di quando – durante i quattro mandati di Palmiro Togliatti a ministro della Giustizia – vennero immessi nella magistratura ben 4.000 avvocati, tutti iscritti o fidelizzati al PCI.
Perché non rimuovere tale olezzo, mantenere un unico programma di immissione di giovani dirigenti e utilizzare il modello statunitense dei ‘White House Fellows’, creato nel 1964 durante la Presidenza Johnson e che da allora funziona con piena soddisfazione di tutti? Mira a formare una ventina di ‘eccellenze’ e propone non un’assunzione a tempo indeterminato ma un contratto annuale rinnovabile per un massimo di due volte. Durante questo periodo i giovani lavorano in stretto contatto con il Presidente o il Vice Presidente oppure con i Segretari (Ministri). Il loro lavoro è integrato da seminari, dibattiti, incontri con responsabili politici stranieri. Il programma è rigorosamente non partisan e i ‘White House Fellows’ non vengono selezionati dall’equivalente americano della SNA ma da una commissione di nomina presidenziale in cui due terzi circa sono leader di imprese e un terzo alte figure del mondo accademico.
Nell’adattare questo modello all’Italia si promuoverebbe così una scelta ‘non partisan’ di alte professionalità che intendono servire lo Stato prima di intraprendere carriere nell’industria, nella finanza e nel commercio. Verrebbe così fugato anche il timore di rimpiazzare dirigenti di carriera con ‘nominati’ perché fidelizzati a questo o quel partito.
*Presidente del Comitato scientifico del Centro studi ImpresaLavoro
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martedì 3 novembre 2015

Il ritorno di Wozzeck alla Scala in Il Sussidairio 3 novembre



OPERA/ Il ritorno di Wozzeck alla Scala
Giuseppe Pennisi

Pubblicazione: martedì 3 novembre 2015
 Il Teatro La Scala
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NEWS Musica
Per tutti coloro che amano il teatro in musica del Novecento dovrebbe essere un must correre alla Scala per la ripresa di Wozzeck di Alban Berg in una produzione che debuttò  nel 1997 con la direzione orchestrale del mai troppo compianto  Giuseppe Sinopoli. La regia è sempre quella di Jürgen Flimm, con scene, costumi e coreografia di Erich Wonder, Florence von Gerkan e Catharina Luhr. Sul podio Ingo Metzmacher. Tra i protagonisti, Michael Volle, Roberto Saccà, Riccarda Marbeth. 
Occorre sottolineare che la riprese (la quinta dalla prima nel 1997) è stata decisa quasi a cartellone definito, quando György Kurtàg informò il teatro che non avrebbe potuto completare l’opera commissionatagli Fin de Partie (dal lavoro teatrale di Samuel Beckett), la cui prima mondiale è ora attesa il 6 novembre 2016. Non si è trattato, però, di una messa in scena di rincalzo, andando a scavare nei magazzini del teatro e cercando gli artisti disponibili per un lavoro comunque di repertorio.
L’interpretazione di Flimm dell’opera di Berg è una pietra miliare che La Scala dovrebbe riproporre ogni due anni non ogni cinque, non solo perché originale  ma perché ogni volta se ne scoprono aspetti nuovi. 
In una fase, come in questi giorni, di competitività tra Milano e Roma, è utile ricordare che nella sala del Piermarini Wozzeck è apparso nel 1952 (con Tito Gobbi; dir. Mitropulos); nel 1971 (Paolo Montarsolo; dir. Abbado); nel 1977 e nel 1979 (G. Sarabia; dir. Abbado). Nel 1952, alla prima ci furono, in sala e durante lo spettacolo, forti polemiche tra chi applaudiva un capolavoro con già un quarto di secolo di successi in tutto il modo e chi lo considerava ‘osceno’ e ‘mera propaganda comunista’ (così i giornali dell’epoca).
Wozzeck aveva avuto  la sua prima italiana al Teatro dell’Opera di Roma nel novembre 1942: dirigeva Tullio Serafin, era protagonista l’allora giovanissimo Tito Gobbi. Eravamo in guerra, alleati con i tedeschi, l’opera era vietata in Germania e in tutti i Paesi occupati perché ritenuta “degenerata” e proibita di fatto negli Stati Uniti perché considerata “un oltraggio al pudore” (arrivò al Metropolitan sono nel 1958). La messa in scena dell’opera a Roma nel 1942, nel teatro preferito del Duce, voleva significare una presa di posizione “eretica”. Era  il segno della grande attenzione che allora (anche a ragione della politica governativa, lo descrive bene il libro di Stefano Biguzzi “L’orchestra del Duce”, Utet 2003) riceveva la musica contemporanea. In effetti il capolavoro di Berg era inserito in una stagione dedicata alla musica allora da considerarsi contemporanea. Altresì, una era anche una pasquinata (sberleffo) che i romani, che applaudirono calorosamente, volevano intenzionalmente fare agli alleati troppo vistosamente presenti in città (mentre in Nord Africa , Montgomery dava botte da orbi alla volpe del deserto Rommel). 
Al Teatro dell’Opera di Roma, però, non si presentava il capolavoro di Berg dal 2007 quando dopo trent’anni venne proposto ‘fuori abbonamento’ e con poco pubblico in sala (ma una esecuzione semiscenica è stata realizzata al Parco della Musica dall’Accademia di Santa Cecilia nel 2003). Quella dell’Opera di Roma nel 2007 era una produzione di  Giancarlo del Monaco (con la bacchetta di Gianluigi Gelmetti ) che è stata sfortunata ma può gareggiare con quello di Jürgen Flimm  con quelle (memorabile) di Claude d’Anna gustato al Massimo Bellini di Catania nel 1996. Nettamente superiore a quanto a proposto a Palermo ed a Venezia nel primo decennio di questo secolo ed alla produzione  quello di Ruth Berghaus (molto ideologizzato) importato da Berlino a Napoli alla metà degli Anni Ottanta.
L’ultimo Wozzeck da me visto (prima di questa ripresa scaligera) è al festival Unesco di Bucarest lo scorso settembre. Ho ragione di pensare, sulla base di una ricerca fatta su internet, che Wozzeck mancasse da diversi anni dall’Opera Nazionale di Bucarest, un bel teatro di medie dimensioni che ha raggiunto una buona qualità. E’ da augurarsi che il Wozzeck proposto in versione di mise en éspace nella Sala Grande (4000 posti) del Palazzo dei Congressi di Bucarest preluda ad un ritorno di Wozzeck nel repertorio del Teatro dell’Opera della capitale romeno. Mise en espace vuol dire che gli uomini erano in smoking (tranne il protagonista ed il capitano) e le donne in abito da sera. Ma sul boccascena, ed in un momento, anche in sala, non mancava la recitazione (e recitazione di alto livello). 
Ma andiamo alla produzione scaligera, vista ed ascoltata non alla prima ma una domenica pomeriggio alle 14 in quelle rappresentazione di Scala Aperta a prezzi scontatissimi a cui assistono coloro che non sono in grado di pagare gli alti prezzi dei biglietti nelle serate ‘normali’. I 15 quadri della vicenda non sono divisi in tre atti ma costituiscono novanta minuti senza interruzione. Si svolgono in una scena unica , uno spazio concavo in cui, con pochissimi elementi di attrezzeria, si indicano i luoghi del dramma. 
Tutti i personaggi, anche quelli che dovrebbero rappresentare la ‘normalità borghese’ (il Capitano , il Dottore) si muovono come allucinati ad indicare che sono loro gli psicopatici non il povero soldato semplice che arrotonda il proprio ‘soldo’ facendo il barbiere del capitano e prestandosi ad esperimenti para-scientifici del dottore. Deve portare il necessario alla donna, una ex-prostituta, (Marie) che ama ed al loro bambino da ambedue adorato. La grande idea di vincente di Flimm è di non dipingere il protagonista come un ossesso ma come un profeta ed un artista, accanto al quale vive una quotidianità solo apparentemente normale. In questo clima si accentua la parabola di Wozzeck in quanto discesa all’inferno in 15 velocissimi quadri (ciascuno con una sua forma musicale puntuale): l’orgoglio del buon soldato viene umiliato dal Capitano (in una suite in 5 parti); vende (o più crudemente affitta) il proprio corpo perché sia oggetto di esperimenti da parte del Dottore (a tempo di passacaglia); la sua donna (Marie) si fa sedurre dal Tamburmaggiore (in un trascinante rondò); nel piccolo ambiente della caserma e dintorni lo sanno tutti, tranne il più diretto interessato che se ne accorge poco a poco (scherzo e trio); e così via sino all’assassinio di Marie da parte di Wozzeck (in si naturale) ed al suicidio (in cui ad un’invenzione su un accordo segue un’invenzione su una tonalità).
Questi dettagli apparentemente tecnici sono essenziali perché la bacchetta di Ingo Metzmacher era una delle poche che riusciva a coglierli a pieno. Alla Scala lo fece Sinopoli nel 1997 e prima di lui Abbado nel 1977 e nel 1979, ma pochi altri maestri concertatori ‘novecentisi’ (come James Conlon) furono perfettamente all’altezza di una scrittura musicale ancora oggi così innovativa. Altro aspetto, Metzamacher rende Wozzek un’opera piena di tenerezza, non solo il finale con lo hop hop del bambino, ma la lettura del Vangelo di parte di Marie (Riccarda Merbeth) e di ironia (il gradasso Tamburmaggiore- Roberto Saccà- , lo stupido Dottore – Alaine Coulombe- , il miserevole Capitano- Wolfang Ablinger- Sperrhacher). Lo stesso Wozzeck- Michael Volle visto ed ascoltato nel medesimi ruolo a Bucarest a metà settembre – ha momenti di estrema dolcezza quando consegna a Marie ciò che ha raggranellato dal Capitano e dal Dottore, quando è con il figlio, quando si dispera per avere ucciso Marie e si annega, lentamente, in uno stagno.
Per gran parte del pubblico – molti i giovani- era il primo contatto con la musica ed il capolavoro di Berg. Hanno seguito con attenzione e tensione. Si sono commossi ed hanno applaudito calorosamente e genuinamente. 


© Riproduzione Riservata.

domenica 1 novembre 2015

I rischi per Renzi alle prossime elezioni in Il Sussidiario 2 novembre



FINANZA E POLITICA/ I rischi per Renzi alle prossime elezioni

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RIPRESA?/ Italia, una crescita con la data di scadenza

AZIONI POSTE ITALIANE/ Al via la seconda settimana in cerca di rialzo (oggi, 2 novembre 2015)

Telecom: Niel atteso in Italia a spiegare scalata, incontra Cdp e Consob

La Legge di stabilità per il 2016 (penultima di una breve serie: da quella del 2016 sul 2017, la Legge di stabilità verrà fusa con quella sul bilancio dello Stato) è, sotto il profilo macro-economico, essenzialmente “neutra”: il maggior deficit di bilancio (che aggraverà il rapporto tra debito pubblico e Pil) viene “compensato” da maggiori spese. Lo conferma il quadro macro-economico delineato nel Documento di economia e finanza (Def); superato il lungo periodo di recessione e stagnazione, e il pericolo di una deflazione, la crescita tornerebbe a tassi modesti: 0,9% nel 2015, 1,6% tanto nel 2016 quanto nel 2017, 1,5% nel 2018, 1,3% nel 2019.
Prima della crisi, il tasso “potenziale di crescita” dell’Italia veniva stimato proprio a 1,3% l’anno dal servizio studi della Bce, oltre che da altri organismi internazionali (Banca mondiale, Ocse, Fondo monetario internazionale) a ragione principalmente dell’invecchiamento della popolazione e dell’obsolescenza dell’apparato produttivo.
La modesta crescita del Pil viene trainata, sempre secondo il Def, dalle esportazioni (non dalla domanda interna), a motivo, in gran parte, del deprezzamento dell’euro sui mercati internazionali. In questo quadro, il miglioramento degli indici di fiducia su cui si è tanto discusso la settimana scorsa non sono più che Due soldi di speranza, come quelli del film di Castellani degli anni Cinquanta.
Tuttavia, le analisi del Def, che rappresentano il supporto analitico della Legge di stabilità e, dunque, della strategia del Governo, non tengono conto che l’Italia sta uscendo lentamente (e con una buona dose di fragilità poiché la crescita, pur modesta, dipende dal contesto internazionale) non tanto da un ciclo negativo - la “congiuntura difficile” di cui si parlava negli anni Sessanta - quanto da una fase che ha profondamente inciso sulle strutture dell’economia: il settore manifatturiero ha subito una forte contrazione; imprese anche di grandi dimensioni hanno delocalizzato centri decisionali e impianti; nel settore dei servizi si è assistito a una vera e propria ecatombe del commercio al dettaglio; alcuni comparti (come l’editoria) sono in una profonda crisi strutturale; l’agricoltura perde peso di fronte alla liberalizzazione degli scambi di numerosi prodotti mediterranei. Quindi, non abbiamo attraversato una “congiuntura difficile”, ma abbiamo, non volendo, cambiato le strutture della nostra economia.
Non mancano analisi delle trasformazioni strutturali, ma riguardano principalmente i Paesi in via di sviluppo e quelli denominati “emergenti”. In questi giorni è uscito un interessante studio del Centre for European Policy Research (Discussion Papers No. DP 10884), ne sono autori Manuel Funke e Moritz Schularick, ambedue dell’Università Libera di Berlino, e Cristoph Trebesch della Ludwig Maximilian Universitat di Monaco di Baviera. L’analisi prende avvio dal fatto che conflitti di parte e incertezza sulle politiche economiche sono ritenuti determinanti di crescita lenta e fragile (come quella prevista per l’Italia) dopo lunghe crisi che “mordono” sulle strutture economiche.
o studio analizza le conseguenze e le implicazioni politiche derivanti da prolungate crisi finanziarie e di economia reale negli ultimi 140 anni per 20 paesi (quelli di cui si dispone di serie statistiche adeguate); i dati riguardano anche 800 elezioni politiche. La conclusione principale è che l’incertezza politica aumenta notevolmente quando si sta uscendo da una crisi: gli elettori appaiono attratti dalla “retorica” di estrema destra che attribuisce la colpa del travaglio economico a minoranze e a stranieri. I partiti estremisti aumentano, di solito, del 30% i loro voti dopo una crisi strutturale. L’analisi non osserva una dinamica politica analoga dopo recessioni “normali” e dopo shock macroeconomici che non incidono sulle strutture.
L’analisi integra quanto sostenuto su questa testata: i difetti della Legge di stabilità non sono tanto in questo o in quell’articolo, quanto nel fatto che le manca un disegno di dove pilotare quel che resta dell’economia italiana. Le manca un’anima. Mentre il quadro politico si fa confuso e si estremizza. Altro che Due soldi di speranza.


© Riproduzione Riservata.


Ecco la rivoluzione silenziosa nella dirigenza pubblica in Formiche del 31 ottobre



Ecco la rivoluzione silenziosa nella dirigenza pubblica

Ecco la rivoluzione silenziosa nella dirigenza pubblica
Zitti zitti, piano piano senza fare alcun rumore, nelle pieghe del disegno di legge di stabilità in esame al Senato si sta preparando una piccola rivoluzione nella dirigenza pubblica: la “chiamata diretta” di un numero crescente di dirigenti, passo importante per avere dirigenti “fidelizzati” all’organo politico di turno.
Una prima, chiarissima traccia si è avuta nel decreto legge del ministro Madia sulla pubblica amministrazione (Dl 90/2014, convertito in legge 114/2014). Il decreto, lungi dall’essere quella riforma “rivoluzionaria” annunciata, contiene due disposizioni utilissime per tracciare una via nuova alle aspirazioni politiche:
a) la possibilità, per gli enti locali, di assumere dirigenti cooptati a tempo determinato, senza concorsi, fino alla soglia del 30 per cento delle dotazioni organiche, circa il triplo di quanto previsto nello Stato e di quanto fosse ammesso, fino a poco tempo fa negli stessi enti locali;
b) la possibilità di assumere negli staff dei sindaci collaboratori a tempo determinato, retribuendoli come dirigenti, anche se privi della laurea, cioè del requisito per accedere alla qualifica dirigenziale. Le assunzione per chiamata diretta sono state in cima ai desideri dei sindaci. E in un Governo in buona misura formato da ex-sindaci, l’idea di estendere il metodo alla pubblica amministrazione dello Stato non poteva non essere succulenta. E’ già, infatti, adombrata nella legge delega di riforma della pubblica; lo “scoglio” è un decreto Bassanini del 1998 (legittimato da sentenze della Corte Costituzionale) in base al quale, nelle pubbliche amministrazioni centrali, lo spoil system all’italiana non può riguardare più del 10% dei dirigenti di prima fascia e del 5% di quelli di seconda fascia. Tentare di cambiare queste percentuali provocherebbe quanto meno uno “sciopero bianco” della dirigenza pubblica (se ne già avuto prova al Ministero dell’Economia e delle Finanze) che causerebbe grave imbarazzo all’esecutivo.
Dato che l’appetito non manca, si sta cercando di aggirare il problema. In primo luogo, quella che viene generalmente chiamata la Legge Madia prevede la possibilità di lasciare un dirigente senza incarico costringendolo o ad essere declassato come funzionario o a cercare lavoro altrove. Se non ci fossero vincitori di concorso in attesa di collocazione (come da circa un anno coloro che hanno superato l’ultimo corso concorso della Scuola Nazionale di Amministrazione), si potrebbe fare il caso per sostituirlo con un dirigente “a contratto”.
In secondo luogo, l’art. 33 del disegno di legge di stabilità prevede il commissariamento della Scuola Nazionale di Amministrazione (SNA) per riorganizzarla ancora una volta. Per oltre dieci anni ho coordinato il settore economico della SNA. Non conosco le ragioni specifiche che hanno portato alla decisione. Senza dubbio, la SNA aveva più forza quando reclutava i docenti stabili con un concorso di secondo grado tra professori universitari, alti dirigenti dello Stato e magistrati, richiedeva loro 200 ore di docenza ogni anno (attestata in specifici registri), e li poneva a riposo una volta raggiunta l’età della pensione. Inoltre, ciascun docente definiva con una o due amministrazioni a lui affidate un programma di formazione. Inoltre, il corso concorso per la dirigenza era programmato e vigilato da un organo collegiale.
Secondo molte voci, il commissariamento non è solo parte dello spoils system (il presidente in carica è stato per anni uno stretto collaboratore del Capo Gruppo alla Camera di Forza Italia, Renato Brunetta ed ha chiamato diversi colleghi) ma fa parte di un disegno più vasto: rigorosa integrazione con quelle che erano le Scuole di singole Amministrazione, risparmiare almeno il 10% delle spese ridurre il numero di docenti, mandare a casa quelli già in pensione, destinare altrove coloro che insegnano poche ore e si dedicano principalmente ad attività professionali personali. Nelle more del commissariamento, i futuri corsi concorsi slitteranno, creando esigenze di “dirigenti a contratto”.
L’art. 16 del disegno di legge di stabilità prevede poi l’immissione di un numero limitato di “giovani eccellenze”: 50 nei Ministeri, 50 nella carriere prefettizia, 10 nell’avvocatura dello Stato, 10 procuratori dello Stato “secondo procedure selettive”, non necessariamente concorsuali. In breve, un altro grimaldello.
Occhi aperti, quindi, si sta attuando una rivoluzione silenziosa.

Renzi e Madia presentano la nuova PA. Le foto di Pizzi
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