domenica 4 agosto 2013

BANCHE/ Una “mano santa” può aiutare le imprese in Il Sussidiario del 5 agosto



BANCHE/ Una “mano santa” può aiutare le imprese

lunedì 5 agosto 2013
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La settimana scorsa binocoli e cannocchiali puntati sulla Corte di Cassazione hanno fatto sì che una serie di notizie sullo stato di salute del sistema bancario e sui suoi effetti su imprese e famiglie siano finite nei dorsi interni dei quotidiani specializzati in economia e finanza e tra le brevi di quelli generalisti. È probabile che anche questa settimana, con il rischio di crisi di governo, il tema desti poca attenzione. È urgente, quindi, far suonare la sveglia. In primo luogo, uno studio di Fitch (dai toni tali da preannunciare un declassamento) dice chiaro e tondo che la banche italiane appaiono oggi tra quelle dell’eurozona maggiormente penalizzate dalla crisi in corso dal 2008. Sfata, quindi, l’impressione secondo cui i nostri istituti, magari molto casalinghi e anche troppo prudenti, non sarebbero finiti nei gorghi dello tsunami finanziario.
A ragione del rapido aumento della proporzione di crediti deteriorati (anche e soprattutto a causa del cattivo andamento dell’economia reale), sta crescendo (giorno dopo giorno) la loro debolezza; ciò frena la loro capacità di fornire quel credito alle imprese che è indispensabile per la ripresa dell’economia. Soprattutto, gli istituti di medie dimensioni necessitano urgentemente di nuovi aumenti di capitale (merce, però, molto scarsa).
In secondo luogo, un’analisi empirica dalla Banca mondiale (da un paio di giorni on line sul sito dell’istituto di Washington nel Research Paper No.6528) mostra, sulla base di dati del periodo 2008-2011, come il credit crunch “morda” sui redditi e sui consumi delle famiglie: la maggiore cinghia di trasmissione è la perdita di posti di lavoro (dovuta alle difficoltà delle imprese). Le famiglie nella fascia intermedia dei redditi (ossia la media e piccola borghesia) hanno un tasso di rischio doppio delle altre di cadere a livelli molto più bassi dei redditi e dei consumi. In breve, a ragione del credit crunch, i poveri restano poveri e i ricchi rimangono ricchi, ma quello che un tempo veniva chiamato il “ceto medio” soffre sino a scendere nella prossimità della linea di povertà. O anche più sotto.
La Banca mondiale (l’analisi non riguarda soltanto l’eurozona) afferma che una maggiore flessibilità della politica monetaria potrebbe essere l’antidoto, ma nell’area dell’euro i margini sono molto modesti, come mostrato il primo agosto dagli esiti della riunione dell’organo di governo della Banca centrale europea (Bce), che mantiene tassi d’interesse molto bassi, ma non ha riattivato misure “non convenzionali” di politica monetaria - e non ha iniziato quelle annunciate nel giugno 2012.
D’altronde, uno studio quantitativo del servizio analisi economica della Federal Reserve americana (Feds Working Paper No. 2013-34, disponibile agli abbonati) ha analizzato le misure Bce e concluso che hanno ridotto la volatilità, e in tal modo aumentato la “capacità potenziale di fare prestiti”, ma non hanno inciso in misura significativa sul credito effettivamente erogato alle imprese. A conclusioni analoghe giungono Roberto De Santis del servizio studi Bce e Paolo Surico della London Business School in un saggio pubblicato sull’ultimo numero della rivista scientificaEconomic Policy. Ancora più nero il quadro tracciato il 3 agosto nell’editoriale di Milano Finanza di aperta critica alla Banca d’Italia: perché il governatore e tutto il direttorio non si impegnano in un dialogo rilassato e non quasi da inquisizione con il management delle banche? 
Si potrebbero aggiungere altre analisi, quale quella di R&S di Mediobanca, e altri dati quali quelli sulle sofferenze di Unicredit che nel 2012 ha avuto perdite del 36,9% sui crediti “dubbi”. Se ne trae non solamente un quadro deprimente, ma anche delusione a proposito delle misure Bce e dei passi effettuati da Banche centrali nazionali.
Se, però, si prende il microscopio si scoprono segnali positivi (di cui poco ci si accorge nel dibattito italiano). In questi ultimi mesi, è fiorita una letteratura interessante sul ruolo del sistema bancario collaterale (spesso chiamato in gergo “shadow banking”) nell’aiutare imprese in difficoltà. Si tratta spesso di rami di banche d’investimento o di fondi non soggetti alla regolazione bancaria; le loro attività comportano un maggior grado di rischio di quello degli istituti ordinari di credito, ma sovente il loro management sa scegliere con occhio sapiente dove investire e chi aiutare. In Italia, particolarmente pregevole il working paper n. 234 di Emilio Colombo, Luisanna Onnis e Patrizio Tirelli della Università di Milano Bicocca. Il lavoro analizza la risposta dell’“economa sommersa”, non solo dello “shadow banking”, alla crisi bancaria applicando a una base statistica empirica significativa un modello dinamico di equilibrio economico generale. Lo studio conclude che il 60% della contrazione dei settori ufficiali della produzione (e dell’occupazione) vengono “assorbiti” dal sommerso. Da considerare , quindi, una “mano santa” da elogiare, non da castigare.


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Perché la proposta italiana sulle agenzie di rating è un boomerang in Formiche 4 agosto


Perché la proposta italiana sulle agenzie di rating è un boomerang

04 - 08 - 2013Giuseppe Pennisi Perché la proposta italiana sulle agenzie di rating è un boomerang
L’Italia avrebbe proposto al G20 di affidare il compito di valutare il merito di credito dei titoli pubblici all’Ocse ed alla Bri, togliendolo alle “agenzie di rating“, che sino ad ora lo hanno esercitato. La proposta delineata da alcuni quotidiani non è stata, al momento in cui scrivo questa nota, confermata dal Ministero dell’Economia e delle Finanze. Tuttavia, a mio avviso, è errata nei contenuti e nella tempistica.
In primo luogo, quando si parla di “agenzie di rating” la mente va immediatamente alle tre principali, Moody’s Investors Service, Standard & Poor’s, e Fitch Ratings. Senza dubbio, come ho sostenuto di recente in altra sede, le tre principali agenzie hanno acquisito un’autorevolezza (a torto o a ragione) ed un ruolo sul mercato che inducono a pensare, ove non ad oligopolio, almeno ad una posizione dominante, che dovrebbe essere regolamentata. Negli ultimi decenni, comunque, il mercato si è ampliato a new entrants. Oltre alla cinese Dagong, che ha ormai un peso analogo a quello delle tre “grandi” a ragione del peso che la Repubblica Popolare ha nel mercato dei capitali, occorre pensare che negli USA funzionano, con efficacia, la Dbrs, la Morningstar, la A.M. Best, il Public Service Credit Solutions, la Rapid Rating International, la Ega Jones Rating Agency, in Australia la Baycorn Advantage, in Giappone la Credit Rating Agency Ltd, in Russia la Muros Rating, nella Repubblica di Sud Africa la Global Rating Agency, in India la ICRA Ltd, in Nigeria la Augusto & Co, in Bangladesh la la Credit Rating and Service Information Ltd.
Questo elenco è meramente indicativo. Dimostra quanto è valido il detto di Luigi Einaudi secondo cui il mercato si vendica sempre. Negli ultimi anni, le tre principali agenzie hanno preso alcune cappellate, ed in certi casi sono state accusate di collusione con clienti. Di conseguenza, ne stanno nascendo (come funghi) di alternative. Quasi sempre per iniziativa privata: un’agenzia di rating ha clienti se ha autorevolezza, una dote che si acquista gradualmente e soprattutto non si può imporre.
Michel Araten di JPMorgan Chase ha di recente compiuto un’analisi della “validità” dei rating attribuiti dalle tre maggiori agenzie alle obbligazioni emesse negli ultimi 14 anni dalle principali banche operanti a livello internazionale ; il lavoro, che è stato diramato unicamente ai clienti di JPMorgan Chase dimostra che, con scarti molto piccoli, i giudizi delle agenzie hanno anticipato di alcuni mesi quelli dati dai mercati. Non è facile sostenere che in un mercato di un paio di miliardi di operatori, le agenzia, spesso descritte come una “banda dei tre”, possano incidere, come “persuasori occulti”, sulle decisioni di tanti e tanto differenti investitori.
In secondo luogo, l’Ocse e la Bri non hanno lo staff specializzato per prendere il ruolo di quello delle agenzie di rating, che hanno sviluppato le loro capacità nell’arco di decenni: da quando i mercati finanziari erano piccoli, segmentati e molto controllati dai Governi a quando sono diventati multipli del Pil mondiale e si sono globalizzati. Sotto il profilo tecnico, Ocse e Bri potrebbero, su incarico del G20, svolgere un’indagine per esaminare se, nonostante la nascita di tante altre agenzie, le “major” hanno una posizione “dominante” e come temperarla (se fattibile) con adeguata regolazione internazionale (e nazionale). Questo sarebbe un suggerimento concreto e fattibile.
In terzo luogo, i tempi della proposta italiana sembrano poco opportuni. Abbiamo appena subito un declassamento del valore dei nostri titoli. Nonostante il Governo Letta-Alfano abbia tutte le intenzioni di “tirare dritto”, le principali decisioni di politica economica sembrano essere state procrastinate, settimana dopo settimana. I due principali “azionisti” del “governo di servizio delle larghe intese” si accusano reciprocamente di “eversione” e di “attentati alla democrazia”. Dall’interno di ambedue gli schieramenti che compongono il governo giungono appelli ad andare al più presto alle urne, anche senza riformare una legge elettorale che pare non piacere a nessuno.
La proposta poco meditata di rimpiazzare Moody’s Investors Service, Standard & Poor’s, e Fitch Ratings (ed anche le altre?) con il personale Ocse e Bri (che, lo ripeto, non si è mai occupato di queste tematiche) sembra un maldestro tentativo di mettere le mani avanti prima di una nuova bocciatura. Un po’ come quella degli studenti che, in attesa di fare un esame universitario, fanno passare loro colleghi avanti in attesa che sia il turno di un docente ritenuto (a torto o a ragione) particolarmente benevolo. Potrebbe essere un boomerang o un autogol.

sabato 3 agosto 2013

Tosca si divide tra Roma e Torre del Lago in Milano Finanza 3 agosto



InScena
Tosca si divide tra Roma e Torre del Lago
di Giuseppe Pennisi

Anche se concepita per teatri al chiuso, dove si possono meglio apprezzare la raffinatezza e l'innovazione dell'orchestrazione, Tosca di Puccini è l'opera favorita dai festival estivi in spazi all'aperto. Delle numerose edizioni in programmazione in Italia, due meritano speciale attenzione.
http://www.milanofinanza.it/artimg/2013/152/1837264/1-img395887.jpgLa prima è la grande coproduzione con il Palau de les Arts Reina Sofia di Valencia, l'Opéra di Montecarlo, il Teatro Regio di Torino e il nuovo lirico di Tianjin in Cina. Si replica fino al 22 agosto al Festival Puccini di Torre del Lago. Particolarmente interessante la regia e la scenografia di Jean-Louis Grinda e Isabelle Patriot-Perri: poche strutture fisse e un grande gioco di proiezioni e luci si possono adattare a palcoscenici molto differenti. Spiccano il timbro chiaro e il volume generoso di Marco Berti e l'abilità con cui Norma Frantini passa da mezze voci a drammatici acuti. Promettente il giovane Gabriele Viviani nel ruolo di Scarpia. Puntuale la bacchetta di Alberto Veronesi, veterano della partitura (al pari dell'orchestra di Torre del Lago). A Roma, fino al 6 agosto, ha, invece luogo una Tosca, doppiamente autarchica sia perché fatta in casa da Pierlugi Pizzi e Massimo Gasparon, sia perché ambientata in epoca fascista (ma l'idea non è nuova). Drammatica e sensuale Martina Serafin che si alterna con Raffaella Angeletti. Di buon livello gli altri. Renato Palumbo e l'orchestra del Teatro dell'Opera scavano con perizia nella complessa partitura; meriterebbero di essere ascoltati e apprezzati al chiuso perché alle Terme di Caracalla le raffinatezze si colgono solo nelle prime file. (riproduzione riservata)

giovedì 1 agosto 2013

Teatro, alcune ricette per sopravvivere alla crisi in Formiche 1 agosto



Teatro, alcune ricette per sopravvivere alla crisi

01 - 08 - 2013Giuseppe Pennisi Teatro, alcune ricette per sopravvivere alla crisi
Il Maggio Musicale sta per sprofondare verso la liquidazione. Il Carlo Felice di Genova è in piena crisi di liquidità. Altre fondazioni liriche sono commissariate e sulla strada per diventarlo. Al Ministero dei Beni e delle Attività Culturali si sta lavorando ad un ‘fondo di emergenza’ di credito agevolato per teatri che presentino credibili piani di risanamento. L’intenzione sarebbe di portarlo al Consiglio dei Ministri di venerdì 2 agosto, ma non solo ci sono temi ancora più urgenti ma, da Via Venti Settembre, nonostante il Ministro sia un melofilo, si è fatto sapere che non se ne parlerà prima di settembre. Tanto più che a) non è chiaro chi sarebbe l’intermediario finanziario; b) si potrebbe aprire una vertenza con l’Unione Europea (unicamente a quella che portò allo smantellamento dei vecchi istituto di credito speciale)
Soprattutto, da un lato sovvenzionare questo o quel teatro comporta delicatissimi problemi politici (si legga il recentissimo saggio di Markust Tepe e Pieter Vanhusee A Vote at The Opera? The Political Economy of Public Theatres and Orchestras in the German States); da un altro, ci sono organizzazioni liriche che sono riuscite a mettersi in piedi con le proprie gambe e solo dopo il risanamento hanno avuto la meritata premialità.
Festival Puccini 2013 - Rigoletto - (D.Cecconi)
Festival Puccini 2013 - Rigoletto - scena 3
Festival-Puccini-2013-Rigoletto
Festival Puccini 2013 - Tosca - Cavaradossi e Tosca (M.Berti-N.Fantini)

Festival Puccini 2013 - Tosca - Scarpia (G.Viviani).
Festival Puccini 2013 - Tosca - scena 2
Festival Puccini 2013 - Tosca - scena 3
Festival Puccini 2013 - Tosca

Festival Puccini 2013 - Tosca

Opera Festival 2013
E’ questo il caso del Festical Pucciniano a Torre del Lago, giunto alla 59 edizione, manifestazione a volte considerata con sufficienza perché in vasto teatro all’aperto (privo di un’acustica ottimale) e frequentata in gran parte dai turisti in Versilia. Due anni fa aveva perso quasi tutto il finanziamento pubblico (pare per una serie di errori materiali al Collegio Romano ed all’Arcus, ma era riuscita a vivere importando produzioni dalla Cina e dal Giappone, dove Puccini è venerato). Si parlò di Asian Aid alla lirica italiana. Un’indicazione eloquente comunque di come l’ esportar cantando possa fare da traino al ‘made in Italia’ e alla diffusione della cultura italiana all’estero in generale. Ora una legge la include tra le quattro manifestazioni italiane «di importanza internazionale» ed ha un supporto assicurato
La Tosca
La Tosca che ha debuttato il 26 luglio segna una svolta: sulla scia di Aix-en-Provence e Salisburgo, nella convinzione che solo cooperando si riesce a dividere i costi, la Tosca di Torre del Lago è una grande co-produzione internazionale, in cui hanno messo insieme le pro­prie risorse la Fondazione Puccini, il Palau de les Arts Reina Sofia di Valencia, l’Opéra di Montecarlo, il Teatro Regio di Torino e il nuovo lirico di Tianjin in Cina. La formula delle grandi co-produzioni comporta una certa omologazione, ma è l’unica stra­da per far sopravvivere quel teatro in musica che richiede grandi organici
Pur se concepita per teatri al chiuso (dove si può meglio apprezzare la raffinatezza e l’innovazione dell’orchestrazione), Tosca di Puccini è opera favorita dai festival estivi in spazi all’aperto. Particolarmente interessante la regia e la scenografia di Jean-Louis Grinda e Isabelle Partiot-Pieri: poche strutture fisse ed un grande gioco di proiezioni e luci tali da potersi adattate a palcoscenici molto differenti. Spiccano il timbro chiaro ed il volume generoso di Marco Berti e l’abilità con cui Norma Frantini passa da ‘mezze voci’ a drammatici acuti. Promettente il giovane Raffaele Viviani nel ruolo di Scarpia. Puntuale la bacchetta di Alberto Veronesi, veterano della partitura (al pari dell’orchestra di Torre del Lago).
Il Rigoletto
Per celebrare il bicentenario della nascita di Giuseppe Verdi, il Festival pucciniano di Torre del Lago, ha in scena, sino al 23 agosto, un nuovo allestimento di Rigoletto, appositamente pensato per essere ripreso da circuiti di teatri di tradizione ed anche all’estero (come è noto, la Fondazione collabora con gli altri teatri della Toscana e con quelli dell’Estremo Oriente. La regia è di Renzo Giacchieri e le scene sono firmate da Alfredo Troisi. Un impianto facilmente trasportabile e tale da piacere a chi ama l’opera ‘tradizionale’. L’ambientazione e la recitazione ricordano gli sceneggiati televisivi Anni Settanta ed incontrano il gusto del pubblico meno innovativo, in Italia e all’estero. La concertazione di Boris Brott (uno degli allievi prediletti di Bernstein) rileva grande tecnica nel mostrare i ‘blocchi’ di cui si compone la partitura. David Cecconi è un protagonista con grande volume ma da routine.
La novità sono i giovani per i due ruoli centrali di Gilda e del Duca di Mantova. Ekaterina Bakanova è un soprano lirico leggero fresco e svettante (da antologia il suo Caro Nome); sarà in autunno la protagonista de La Traviata a La Fenice. Francesco Demuro è un Duca baldanzoso. Alla seconda replica, ammalato, è stato rimpiazzato dall’ancor più giovane Angelo Fiore, praticamente catapultato sul palcoscenico senza prove. Nonostante qualche esitazione nella cavatina iniziale Questa o Quella, Fiore ha meritato applausi a scena aperta. Farà strada, sempre che non cada nella trappola di affrontare ruoli troppo ‘pesanti’ per la sua vocalità.