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martedì 2 aprile
2013
Il prestigioso premio “International
Opera Award” verrà conferito il 22 aprile all’Hilton Park Lane di Londra
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Un piccolo teatro italiano è entrato
in finale per l’Oscar internazionali della Lirica
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Giuseppe Pennisi
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La grande stampa
italiana non ne è parlato, perché la notizia fa invidia a fondazioni
blasonate come La Scala, l’Opera di Roma, il San Carlo.
Un piccolo teatro italiano - l’Associazione lirica di Como, AsLiCo, che opera nel Teatro sociale della città (le cui produzioni partano dalla splendida città in riva al lago) - è in lizza con il Metropolitan Opera, la Welsh National Opera, e la Streetwise Opera per il prestigioso “International Opera Award” che verrà conferito il 22 aprile all’Hilton Park Lane di Londra. La categoria in cui Como sfida il Met e gli altri è ‘Accessibility’ (ovvero programmazione e progetti di apertura verso la città e il pubblico). In questa stagione - come è noto - l’allestimento dell’’Olandese Volante’ dell’AsLiCo si vedrà in 21 città italiane, nonché in Francia e in Germania. I finalisti di tutte le categorie saranno giudicati da una giuria indipendente di esperti del settore e presentati in una cerimonia scintillante. La nomination arriva alla vigilia di uno straordinario e unico evento, promosso dal Teatro Sociale di Como: a giugno 2013 un inedito progetto per la città, aprirà l'anno dei festeggiamenti per il bicentenario del teatro comasco, coinvolgendo i cittadini in una rappresentazione scenica collettiva dei "Carmina Burana". info: www.operaawards.org |
martedì 2 aprile 2013
Un piccolo teatro italiano è entrato in finale per l’Oscar internazionali della Lirica in Quotdiano Arte 2 aprile
lunedì 1 aprile 2013
Così i saggi di Napolitano possono convincere i mercati in Il Sussidiario 1 aprile
FINANZA
& POLITICA/ Così i saggi di Napolitano possono convincere i mercati
lunedì 1 aprile 2013
Approfondisci
NEWS Economia e Finanza
Se Pier Luigi Bersani si fosse informato presso il Fondo monetario
internazionale e, soprattutto, il Banco americano per lo sviluppo, avrebbe
appreso che la teoria dei giochi non è il forte di Stefano Fassina. Forse
avrebbe detto “Nessuno è perfetto”, come nell’ultima indimenticabile
inquadratura di A qualcuno piace caldo. Ma forse non si sarebbe affidato
al suo “consigliere economico” per la strategia da seguire dopo le elezioni.
Tanto più che i suoi avversari, Silvio Berlusconi e Beppe Grillo, conoscono a
fondo la teoria dei giochi per averla praticata (più che studiata) per anni nel
mondo dell’industria e delle arti e delle professioni. Inoltre, il primo ha un
supporto in Renato Brunetta che - mi hanno detto studenti che hanno frequentato
il suo corso prima di seguire il mio - la teoria dei giochi la spiega molto
bene. I parlamentari del secondo sono altamente scolarizzati (l’80% è laureato)
e sguazzano come pesci negli “equilibri dinamici alla Nash” e simili algoritmi.
Perché occuparci di teoria dei giochi quando siamo alle prese con “giochi
di governo” da cui dipende un Paese sull’orlo di una profonda depressione?
Com’è noto, dopo oltre un mese di tentativi inconcludenti di Bersani, il Capo
dello Stato lo ha inviato a Piacenza a festeggiare Pasqua e Pasquetta in
famiglia, mentre due commissioni definiscono il programma e, tra qualche
giorno, qualche altro entrerà a Palazzo Chigi. In effetti, per un mese,
Bersani, seguendo i suggerimenti di Fassina (che gli faceva da contrappunto in
dichiarazioni e interviste), ha perseguito quello che in teoria dei giochi si
chiama “un gioco a ultimatum”: o vinco tutto il piatto secondo il mio
“ultimatum” (spezzando il Movimento Cinque Stelle, M5S) o perdo tutto.
Per chi non mastica di economia, si tratta del “gioco” tra Don Giovanni e
il Commendatore nel secondo atto della nota opera di Mozart (Pasquale Lucio
Scandizzo, Università di Tor Vergata, e Antonio Cognata, Università di Palermo,
hanno scritto, dieci anni fa, un bel saggio in materia). Come Don Giovanni,
Bersani ha puntato tutto sulla sfida al Commendatore, il quale lo ha portato
all’Inferno. Il Pd rischia di seguirlo, trovando collocazione nel dantesco
girone dei litigiosi.
Gli altri due contendenti, usciti dalle elezioni, come il Pd, con il 25-30%
del voto popolare, hanno compreso che il gioco era molto più complesso e si
“giocava” parallelamente su tre tavoli: in uno la posta, era ed è, “la
reputazione” di essere un affidabile partner di governo, in un altro la posta
era ed è “la popolarità” di aumentarne i numeri di elettori in caso di ritorno
alle urne, nel terzo, al Quirinale, la posta era ed è “l’affidabilità” di dare
vita a un esecutivo stabile.
In questo quadro, i “giochi a ultimatum” portano inevitabilmente a fare la
fine di Don Giovanni nello scontro con il Commendatore. Occorre, invece, essere
disposti a trovare un equilibrio, con i partner, tra “reputazione”,
“popolarità” e “affidabilità”. È quanto ha fatto il Quirinale togliendo il
mazzo di carte a Bersani (anche se da Piacenza giungono “grida” che farà di
tutto per riprendersele in mano) e affidando a due gruppi di “saggi” la
definizione di un programma sulla cui base formare un “Governo di scopo”.
Come reagiranno i mercati finanziari internazionali, quando domani
riapriranno i battenti, a questa nuova situazione? Da un lato, il “gioco” ora è
impostato bene e può portare a risultati solidi. Non è più un “ultimatum”
lanciato all’universo mondo da chi ha avuto meno del 30% del voto popolare. Ma
una ricerca, per tentativi, di un equilibrio dinamico basato su un programma di
punti condivisi. È un’innovazione profonda che può piacere ai mercati. Da un
altro, può preoccuparli se il duo “Bersani & Fassina” riprende il
ritornello dell’ultimatum, sterilizzando l’opera del Quirinale. Tuttavia, il
resto del Pd (a rischio di scissione) e, soprattutto, il 70% degli italiani,
dispongono di carte per impedirlo.
© Riproduzione Riservata.
Samson et Dalila torna a Roma (vista dalla Fura dels Baus) in Velino 29 marzo
Samson et Dalila torna a Roma (vista dalla Fura dels Baus)
Samson et Dalila torna a Roma (vista
dalla Fura dels Baus)
di Hans Sachs - 29 marzo 2013 11:08fonte ilVelino/AGV NEWSRoma

A Roma la sera del 5 aprile si apre il sipario del Teatro dell’Opera su
Samson et Dalila di Camille Saint-Saën. E’ una delle ‘prime’ più attese per tre
ordini di motivi. In primo luogo, l’opera manca al Teatro dell’Opera dalla
Stagione 1962-63, quando fu rappresentato in un allestimento con due
protagonisti di prestigio: Giulietta Simionato e Mario Del Monaco. Grande
successo da fine ottocento alla prima metà del Novecento, i suoi allestimenti
sono diventati relativamente rari a ragione del gran dispiego di masse che essa
comporta, nonché dei balletti (due a carattere fortemente erotico). E’ stata
spesso confinata in teatri all’aperto (Sferisterio di Macerata, Arena di
Verona) dove non solo i due atti sono stati presentati come si fosse alle prese
con ii film biblici di moda negli Anna Cinquanta. Ricordo un’unica
rappresentazione di livello a cui ho assistito in tempi recenti- a La Fenice
nel 1999. Non si sa nulla della regia, della drammaturgia, delle scene e dei
costumi di Carlus Padrissa, alla guida della Fura dels Baus , il gruppo
catalano famoso in tutto il mondo per gli spettacolari allestimenti di grande
impatto visivo. Non sarà un’imitazione , però, dei film di Cecil B. De Mille
data la forza creativa e le provocazioni che caratterizzano l’équipe. In
secondo luogo, mentre spesso l’accento è posto sull’allestimento scenico, le
vere difficoltà riguardano principalmente l’orchestra. Saint-Saën aveva
inizialmente pensato ad un oratorio (da rappresentarsi in una grande Chiesa
parigina ma in effetti la prima avvenne, nel 1877, nel piccolo teatro di Weimar
in traduzione ritmica in tedesco; quando l’opera, tredici anni dopo, raggiunse
la Francia , non Parigi ma il teatro provinciale di Rouen, non destò alcun
entusiasmo. In effetti, né Weimar né Rouen poteva dispiegare un orchestra (ed
un maestro concertatore) in grado di trovare un equilibrio tra la violenza
pagana, la carica erotica e l’armonia wagneriana della complessa partitura. Il
Teatro dell’Opera si è assicurato una delle maggiori, e più attente, bacchette
francesi, Charles Dutoit. In terzo luogo, l’opera richiede due grandissime voci
non solo a ragione del fascino esotico e della sensualità del mondo orientale
(quale percepito nella Francia dove furoreggiava la pitture di Delacroix ma
perché Saint-Saën ambiva che diventasse un Tristan und Isolde in stile francese
, collocato, però, nel contesto dello scontro tra filistei ed ebrei. Il Teatro
dell’Opera ha trovato due voci d’eccezione: Olga Borodina, nei panni della
perfida e bellissima filistea Dalila (si alternerà con Ekaterina Semenchuk
nelle recite dell’11 e 13 aprile), e Aleksandrs Antonenko, in quelli
dell’amante-nemico giudeo dalla forza straordinaria. Il pubblico ricorderà il
successo di Antonenko nel ruolo di Otello con la direzione di Muti. Al loro
fianco nel ruolo del sommo sacerdote del Dio Dagone Elchin Azizov, nel ruolo di
Abimélech Mikhail Korobeinikov. Dopo la prima del 5 aprile alle 20, l’opera va
in scena domenica 7 (ore 16.30), martedì 9 (ore 20), giovedì 11 (ore 20),
sabato 13 (ore 18).
Per crescere essenziale una politica per le infrastrutture Il Velino 29 marzo
Per crescere essenziale una
politica per le infrastrutture
Otto proposte dallo studio
Astrid-Res Pubblica–Italia Decide del 2011
di Giuseppe Pennisi - 29 marzo 2013 10:59fonte ilVelino/AGV NEWSRoma
Quale che sarà il
prossimo governo, per la ripresa occorre rilanciare la politica delle
infrastrutture. Il tema del ritardo infrastrutturale dell’Italia e dei costi
che ciò comporta per l’economia è stato sviscerato in vari documenti recenti -
tra cui un rapporto curato da Astrid, Res Pubblica ed ItaliaDecide; una
raccolta di studi curata dalla Banca d’Italia; una serie di Osservazioni e
Proposte del Cnel, e un lavoro del Cresme. Per approfondimenti, si rimanda a
questi lavori, nonché ad un recente studio dell’Office Français des
Conjunctures économiques (Ofce), prodotto in collaborazione con due altri
istituti di ricerca: l’Imk di Düsserdolf e l’Eclm di Copenhagen su incarico del
gruppo socialista e democratico del Parlamento Europeo. In estrema sintesi, il
crollo dell’investimento pubblico in infrastrutture (sostituito solo in parte
modesta dall’investimento privato) è una delle determinanti che stanno
accentuando le recessione nei maggiori Paesi europei e allontanando le
prospettive di ripresa. Solo in Italia, il tracollo dell’investimento pubblico
ha aggravato la contrazione dell’economia e provocato, nel biennio 2010-2011,
unicamente nel settore delle costruzioni, una perdita di circa 350mila posti di
lavoro, che arrivano a oltre 500mila se si considera anche l’indotto. È quindi,
essenziale, che il nuovo Governo rivolga a questi temi la propria attenzione.
Il nerbo del lavoro Astrid-Res Pubblica–Italia Decide del 2011 è ancora
validissimo. L’analisi portava a 33 proposte . Per un programma di governo occorre
selezionare quelle più urgenti (anche alla luce di quanto realizzato
nell’ultimo anno). A mio avviso esse sono le seguenti otto proposte che, se
articolate in disegni di legge, potrebbero essere approvate nei primi Consigli
dei ministri e dare un forte segnale di svolta:
a) Approvare una
miniriforma dell’articolo 117 della Costituzione, per eliminare la competenza
concorrente fra Stato e Regioni in materia di impianti e infrastrutture (e
anche di energia e telecomunicazioni), attribuendo alla competenza esclusiva
della legge statale le infrastrutture strategiche e alla competenza esclusiva
delle Regioni le infrastrutture di interesse locale. Le infrastrutture
strategiche di interesse nazionale saranno tutte quelle individuate dal CIPE
nel Piano nazionale infrastrutture e in suoi eventuali aggiornamenti.
Nell’ambito della riforma della legge-obiettivo, bisognerebbe prevedere che,
quando manchi l’intesa fra Stato e Regioni, il CIPE approvi per ciascuna
infrastruttura strategica le caratteristiche tecniche, la localizzazione (o il
tracciato) ottimale e il piano preliminare “rafforzato”. Prevedere un termine
(ragionevolmente breve) entro il quale la Regione o le Regioni interessate
dovranno definire la localizzazione puntuale e le opere compensative.
b) Definire una lista
breve di opere prioritarie la cui realizzazione rappresenta un interesse
strategico per il sistema-Paese. Tale lista deve includere gli archi e i nodi
della rete essenziale europea (core network) TEN-T. Concentrare su queste opere
le risorse derivanti dalla revisione delle politiche di coesione e migliorare
l’attività di monitoraggio e di valutazione, adottando le procedure previste
nel DPCM 3 agosto 2012 , pubblicato sulla GU del 22 novembre in materia in
materia di linee guida per la valutazione degli investimenti relativi ad opere
pubbliche e del documento pluriennale di pianificazione degli investimenti in
opere pubbliche.
c) Verificare le
possibilità di una gestione più efficiente dell’offerta disponibile per
rispondere alla domanda di mobilità, applicando, per esempio, soluzioni di
Intelligent Transportation System. Valutare un potenziamento delle
infrastrutture esistenti qualora possano diventare sufficienti per soddisfare
la domanda prevista nel medio-lungo termine.
d) Aumentare i ricavi
delle infrastrutture di servizi pubblici di mercato, come le ferrovie, con una
maggiore produttività. Ad esempio, nel servizio di trasporto merci con treni
più lunghi e più pesanti e con pedaggi più elevati per il traffico ferroviario
passeggeri sulle tratte Alta Velocità (in virtù dell’ipotesi che questo mercato
può assorbire un aumento tariffario).
e) Stabilire tempi
brevi e certi per il perfezionamento delle delibere CIPE e per il successivo
controllo della Corte dei Conti. Sottoporre alle Conferenze dei servizi il
progetto preliminare “rafforzato”. Dare tempi certi alla attuazione delle
decisioni della Conferenza dei servizi, prevedendo che l’opposizione delle
amministrazioni “privilegiate” (per esempio Ambiente e Beni culturali) ne
blocchi l’esecuzione entro un termine tassativo (un mese?) e che esse ottengano
dal Consiglio dei ministri una decisione favorevole alla loro opposizione.
Stabilire per legge limiti insuperabili agli incrementi di costo
dell’infrastruttura derivanti (cumulativamente) da variazioni di localizzazione
(o di tracciato) e da opere compensative o mitigative, rispetto alla decisione
del CIPE.
f) Sostenere la
creazione di uno o più fondi equity per progetti greenfield che prevedano un
rendimento minimo tale da attirare potenziali investitori e rispondere alle
esigenze di capitale proprio dei progetti di grandi dimensioni. Sollecitare
l’ISVAP affinché disciplini le modalità di investimento delle riserve tecniche
delle società di assicurazione nel settore delle infrastrutture. Sostenere l’introduzione
di strumenti per tassare le esternalità negative (es. pedaggi cross-modal quali
eurovignette) e di strumenti per beneficiare delle esternalità positive (es.
cattura del valore immobiliare); costituire quindi un “fondo speciale” per le
infrastrutture per convogliare3 il flusso di risorse generato dall’applicazione
dei diversi strumenti di finanziamento.
g) Avvicinare il
trattamento fiscale del capitale proprio a quello (oggi più vantaggioso) del
capitale di debito introducendo una Allowance for Corporate Equity (ACE
-deducibilità dalla base imponibile di impresa di un interesse sul capitale
proprio calcolato a un tasso di interesse nominale predeterminato) o una
detassazione dal reddito di un importo commisurato ai costi effettivamente
sostenuti per la realizzazione dell’investimento.
h) Proporre un
trattamento fiscale agevolato o l’introduzione di strumenti di garanzia a
favore dei project bond emessi da imprese impegnate nella realizzazione di
progetti di investimento in settori strategici.
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