domenica 3 marzo 2013

Muti riporta a Roma “I due Foscari” in Quotidiano Arte 4 marzo




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L'Opera di Verdi torna dopo 11 anni, dal 6 al 16 marzo al Teatro dell'Opera
http://www.quotidianoarte.it/nl/clienti/4394/img/Iduefoscaridef.jpg
Muti riporta a Roma “I due Foscari”
Giuseppe Pennisi
Dopo undici anni circa torna a Roma ‘I due Foscari’.
L’edizione in scena nella capitale dal 6 al 16 marzo è stata fortemente voluta da Riccardo Muti. La regia di Werner Herzog e le scene e i costumi di Maurizio Balò ci portano in una Venezia fredda e glaciale, quasi spettrale. Luca Solari è Francesco Foscari, Francesco Meli è Jacopo, e Tatiana Serjan (in alternanza con Csilla Borross) Lucrezia.
È senza dubbio lo spettacolo di teatro in musica più atteso della settimana.
“I Due Foscari” è l’opera più breve di Verdi. Tratta da un poema ancor più cupo di Byron e dimenticata nell’Ottocento, è stata “riscoperta” da Carlo Maria Giulini per una delle memorabili esecuzioni della Rai. Venne ripresa sotto l’egida di Francesco Siciliani per il “Maggio Fiorentino” e definitivamente rilanciata da Bruno Bartoletti a Roma nel 1968 in un allestimento che approdò al Metropolitan e preparò il vero e proprio “revival”. Nell’opera non avviene nulla o quasi in quanto tutto accade prima e i fatti di rilievo che succedono durante i tre atti si verificano, in gran misura, dietro le quinte. Ha solo tre personaggi di rilievo e dato che segue quasi le regole dell’unità aristotelica (tutto in un giorno, nel Palazzo Ducale e dintorni), anche lo sviluppo psicologico dei protagonisti è limitato.
Ildebrando Pizzetti, che ne adorava lo spartito e ne promosse la rappresentazione scenica del 1968, ne vedeva un dramma in musica modernissimo. In effetti, anche se “I due Foscari” appartiene agli “anni di galera” di Verdi, è una tragedia lirica, per alcuni aspetti agganciata alla prima metà dell’Ottocento e per altri già rivolta alla fine del secolo, se non già al Novecento: pezzi chiusi, naturalmente, ma pochi; intercalati da brevi intermezzi; enfasi sul declamato; un continuo orchestrale denso di mezze tinte, pur nella cupezza generale dell’opera, un prodigioso sestetto, un concertato di grande livello e arie con cabaletta da virtuosa. Ne erano appassionati Tullio Serafin, Bruno Bartoletti e Gianandrea Gavazzeni. E questo ne spiega il successo degli ultimi anni, specialmente negli Stati Uniti.
L’ascoltare attento si accorgerà che ‘I due Foscari’ anticipano i leit motiv di Wagner, anche se non credo che mai Wagner l’ascoltò data la poca diffusione dell’opera dopo le re

Guida all'ascolto de "I due Foscari" in Il Sussidiario 3 marzo



OPERA/ Guida all'ascolto de "I due Foscari"
domenica 3 marzo 2013
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OPERA/ Guida all'ascolto de I due Foscari

NEWS Musica
Per una mera coincidenza, il Teatro dell’Opera di Roma, dopo essere stato inaugurato con ‘Simon Boccanegra’ il 27 novembre scorso  concertato da Riccardo Muri, propone dal 6 al 16 marzo "I Due Foscari” , sempre con la bacchetta di Riccardo Muti. Una coincidenza analoga (ma senza Muti) si verificò nel ‘mese verdiano’ per eccellenza del 2009 quando a Parma il Festival Verdi venne aperto con "I Due Foscari” e quasi in contemporanea la stagione del Teatro Massimo di Palermo si chiudeva con ‘Simon Boccanegra’ Si tratta di due opere che soltanto di recente sono entrate nei repertori dei teatri.“I Due Foscari”, ignorata per decenni, si è vista di recente anche alla Scala e viene portata da Muti e dai complessi del Teatro dell’Opera in Giappone. “Boccanegra”, opera “maledetta” e ignorata da fine Ottocento al 1937, si è vista anche in una coproduzione tra La Scala, il Metropolitan e la Staatsoper unter den Linden di Berlino. Sono due lavori  distanti nel tempo: “Foscari” è del 1844, le versioni di “Boccanegra” del 1857, del 1859, e del 1881( quella correntemente rappresentata). Ambedue si basano su vicende storiche (romanzate a fosche tinte) ed hanno due temi fondanti: i rapporti con il  mondo della politica e le relazioni tra padre e figli
Soffermiamoci sul primo tema. In “Foscari”, il Doge di Venezia viene defenestrato da una congiura , dopo essere stato eletto ripetutamente  per 35 anni ed avere due volte rimesso il  mandato; il complotto si basa su un’accusa infamante nei confronti del proprio figlio, costretto all’esilio ed al suicidio. In “Boccanegra” , “un uomo del mare” (ossia della vita produttiva)  accetta di entrare in politica per sposare la figlia di un aristocratico, governa la Repubblica di Genova  per un quarto di secolo ma viene distrutto proprio da coloro che gli avevano chiesto di essere disponibile alla vita pubblica. In “Foscari” (tratto da un poema di Byron pregnante di pessimismo), il trentunenne Verdi vede la politica come un gioco di potere che annienta i valori migliori (l’amore paterno, la terzietà della giustizia).
Più complesso, il cammino delle varie versioni di “Boccanegra”. In quegli anni , si compiva il Risorgimento; su insistenti pressioni di Cavour, Verdi venne eletto al primo Parlamento del Regno nel 1861, ma diede le dimissioni a poco più di metà mandato. Nominato senatore a vita nel 1874, frequentò raramente il Palazzo e scriveva alla moglie che l’unico aspetto positivo del Senato erano i divani dove si poteva dormire profondamente. Un distacco dal “teatrino della politica” analogo a quello del trentunenne squattrinato, suddito del Granducato di Parma e Piacenza, alle prese con la  burocrazia del Papa Re (“Foscari” era una commissione del Teatro Argentina di Roma)? Niente affatto, le diverse versioni di “Boccanegra” e l’epistolario verdiano rivelano come Verdi fosse un partecipante (anche se non entusiasta) al movimento di unità nazionale, ma diventasse  progressivamente deluso da una  “politica politicante” (come il protagonista del romanzo incompiuto “L’imperio” di Federico De Roberto) sempre più distante dalla sua visione lungimirante . Nella scena-chiave di “Boccanegra”, il Doge fa proprio l’appello di Francesco Petrarca a porre fine delle guerre tra le Repubbliche di Genova e di Venezia allo scopo di lavorare insieme per un’Italia libera, ma  non è compreso né dai patrizi né dai plebei; ciò innesca l’intrigo  che porta alla catarsi finale. “Boccanegra” (parte dei cui temi “politici” verranno ripresi in “Don Carlo” ed in “Otello”) svela un rapporto tormentato con la politica analogo a quello con la religione: la visione a lungo raggio della Politica con la “p” maiuscola ed i programmi per realizzarla vengono bloccati da una politica con la “p” minuscola ridotta a intrighi.  Ho commentato la produzione presentata il 27 novembre a Roma su Il Sussidiario del 29 novembre.
“I Due Foscari” è l’opera più breve di Verdi . E’  cupa, tratta da un poema ancor più cupo di Byron. Dimenticata nell’Ottocento, “riscoperta” da Carlo Maria Giulini per una delle memorabili esecuzioni della Rai. Venne ripresa sotto l’egida di Francesco Siciliani per il “Maggio Fiorentino” e definitivamente rilanciata da Bruno Bartoletti a Roma nel 1968 in un allestimento magico che approdò al Metropolitan e preparò il vero e proprio “revival”. In scena non avviene nulla o quasi in quanto tutto accade prima e i fatti di rilievo che succedono durante i tre atti si verificano, in gran misura, dietro le quinte. Ha solo tre personaggi di rilievo e dato che segue quasi le regole dell’unità aristotelica (tutto in un giorno, nel Palazzo Ducale e dintorni), anche lo sviluppo psicologico dei protagonisti è limitato.
Ildebrando Pizzetti, che ne adorava lo spartito e ne promosse la rappresentazione scenica del 1968, ne vedeva un dramma in musica modernissimo. In effetti, anche se “I Due Foscari” appartiene agli “anni di galera” di Verdi (e come tale venne eseguita nella versione concertata da Maurizio Arena nell’edizione discografica Nuova Era del 1984), è una tragedia lirica, per alcuni aspetti agganciata alla prima metà dell’Ottocento e per altri già rivolta alla fine del secolo, se non già al Novecento: pezzi chiusi, naturalmente, ma pochi; intercalati da brevi intermezzi; enfasi sul declamato; un continuo orchestrale denso di mezze tinte, pur nella cupezza generale dell’opera, un prodigioso sestetto , un concertato di grande livello ed arie con cabaletta da virtuosa . Non è solo una tavolozza di “ Boccanegra”, uno dei lavori più sentiti da Verdi che ci lavorò per quasi tre lustri, nonché tra i più commoventi. È un piccolo, scarno capolavoro imperniato sull’amor filiale, tema centrale della vita e dell’opera di Verdi. Ne erano appassionati Tullio Serafin, Bruno Bartoletti e Gianandrea Gavazzeni. E questo ne spiega il successo degli ultimi anni, specialmente negli Stati Uniti. L’ascoltare attento si accorgerà che ‘I due Foscari’ anticipano i leit motiv di Wagner , anche se non credo che mai Wagner l’ascoltò data la poca diffusione dell’opera dopo le recite al Teatro Argentina di Roma.
L’edizione che si vedrà di nuovo a Roma dal 6 al 16 marzo è stata fortemente voluta da Riccardo Muti. La regia di Werner Herzog e le scene ed i costumi di Maurizio Balò ci portano in una Venezia fredda e glaciale, quasi spettrale. Luca Solari è Francesco Foscari, Francesco Meli Jacopo, e Tatiana Serjan (in alternanza con Csilla Borross Lucrezia. Da non perdere.


© Riproduzione Riservata.




GUIDA ALL’ASCOLO DE ‘I DUE FOSCARI’
Giuseppe Pennisi
Per una mera coincidenza, il Teatro dell’Opera di Roma , dopo essere stato inaugurato con ‘Simon Boccanegra’ il 27 novembre scorso  concertato da Riccardo Muri, propone dal 6 al 16 marzo ‘I Due Foscari” , sempre con la bacchetta di Riccardo Muti. Una coincidenza analoga (ma senza Muti) si verificò nel ‘mese verdiano’ per eccellenza del 2009 quando a Parma il Festival Verdi venne aperto con ‘I Due Foscari” e quasi in contemporanea la stagione del Teatro Massimo di Palermo si chiudeva con ‘Simon Boccanegra’ Si tratta di due opere che soltanto di recente sono entrate nei repertori dei teatri.“I Due Foscari”, ignorata per decenni, si è vista di recente anche alla Scala e viene portata da Muti e dai complessi del Teatro dell’Opera in Giappone. “Boccanegra”, opera “maledetta” ed ignorata da fine Ottocento al 1937, si è vista anche in una coproduzione tra La Scala, il Metropolitan e la Staatsoper unter den Linden di Berlino. Sono due lavori  distanti nel tempo: “Foscari” è del 1844, le versioni di “Boccanegra” del 1857, del 1859, e del 1881( quella correntemente rappresentata). Ambedue si basano su vicende storiche (romanzate a fosche tinte) ed hanno due temi fondanti: i rapporti con il  mondo della politica e le relazioni tra padre e figli
Soffermiamoci sul primo tema. In “Foscari”, il Doge di Venezia viene defenestrato da una congiura , dopo essere stato eletto ripetutamente  per 35 anni ed avere due volte rimesso il  mandato; il complotto si basa su un’accusa infamante nei confronti del proprio figlio, costretto all’esilio ed al suicidio. In “Boccanegra” , “un uomo del mare” (ossia della vita produttiva)  accetta di entrare in politica per sposare la figlia di un aristocratico, governa la Repubblica di Genova  per un quarto di secolo ma viene distrutto proprio da coloro che gli avevano chiesto di essere disponibile alla vita pubblica. In “Foscari” (tratto da un poema di Byron pregnante di pessimismo), il trentunenne Verdi vede la politica come un gioco di potere che annienta i valori migliori (l’amore paterno, la terzietà della giustizia).
 Più complesso, il cammino delle varie versioni di “Boccanegra”. In quegli anni , si compiva il Risorgimento; su insistenti pressioni di Cavour, Verdi venne eletto al primo Parlamento del Regno nel 1861, ma diede le dimissioni a poco più di metà mandato. Nominato senatore a vita nel 1874, frequentò raramente il Palazzo e scriveva alla moglie che l’unico aspetto positivo del Senato erano i divani dove si poteva dormire profondamente. Un distacco dal “teatrino della politica” analogo a quello del trentunenne squattrinato, suddito del Granducato di Parma e Piacenza, alle prese con la  burocrazia del Papa Re (“Foscari” era una commissione del Teatro Argentina di Roma)? Niente affatto, le diverse versioni di “Boccanegra” e l’epistolario verdiano rivelano come Verdi fosse un partecipante (anche se non entusiasta) al movimento di unità nazionale, ma diventasse  progressivamente deluso da una  “politica politicante” (come il protagonista del romanzo incompiuto “L’imperio” di Federico De Roberto) sempre più distante dalla sua visione lungimirante . Nella scena-chiave di “Boccanegra”, il Doge fa proprio l’appello di Francesco Petrarca a porre fine delle guerre tra le Repubbliche di Genova e di Venezia allo scopo di lavorare insieme per un’Italia libera, ma  non è compreso né dai patrizi né dai plebei; ciò innesca l’intrigo  che porta alla catarsi finale. “Boccanegra” (parte dei cui temi “politici” verranno ripresi in “Don Carlo” ed in “Otello”) svela un rapporto tormentato con la politica analogo a quello con la religione: la visione a lungo raggio della Politica con la “p” maiuscola ed i programmi per realizzarla vengono bloccati da una politica con la “p” minuscola ridotta a intrighi.  Ho commentato la produzione presentata il 27 novembre a Roma su Il Sussidiario del 29 novembre.
“I Due Foscari” è l’opera più breve di Verdi . E’  cupa, tratta da un poema ancor più cupo di Byron. Dimenticata nell’Ottocento, “riscoperta” da Carlo Maria Giulini per una delle memorabili esecuzioni della Rai. Venne ripresa sotto l’egida di Francesco Siciliani per il “Maggio Fiorentino” e definitivamente rilanciata da Bruno Bartoletti a Roma nel 1968 in un allestimento magico che approdò al Metropolitan e preparò il vero e proprio “revival”. In scena non avviene nulla o quasi in quanto tutto accade prima e i fatti di rilievo che succedono durante i tre atti si verificano, in gran misura, dietro le quinte. Ha solo tre personaggi di rilievo e dato che segue quasi le regole dell’unità aristotelica (tutto in un giorno, nel Palazzo Ducale e dintorni), anche lo sviluppo psicologico dei protagonisti è limitato.
 Ildebrando Pizzetti, che ne adorava lo spartito e ne promosse la rappresentazione scenica del 1968, ne vedeva un dramma in musica modernissimo. In effetti, anche se “I Due Foscari” appartiene agli “anni di galera” di Verdi (e come tale venne eseguita nella versione concertata da Maurizio Arena nell’edizione discografica Nuova Era del 1984), è una tragedia lirica, per alcuni aspetti agganciata alla prima metà dell’Ottocento e per altri già rivolta alla fine del secolo, se non già al Novecento: pezzi chiusi, naturalmente, ma pochi; intercalati da brevi intermezzi; enfasi sul declamato; un continuo orchestrale denso di mezze tinte, pur nella cupezza generale dell’opera, un prodigioso sestetto , un concertato di grande livello ed arie con cabaletta da virtuosa . Non è solo una tavolozza di “ Boccanegra”, uno dei lavori più sentiti da Verdi che ci lavorò per quasi tre lustri, nonché tra i più commoventi. È un piccolo, scarno capolavoro imperniato sull’amor filiale, tema centrale della vita e dell’opera di Verdi. Ne erano appassionati Tullio Serafin, Bruno Bartoletti e Gianandrea Gavazzeni. E questo ne spiega il successo degli ultimi anni, specialmente negli Stati Uniti. L’ascoltare attento si accorgerà che ‘I due Foscari’ anticipano i leit motiv di Wagner , anche se non credo che mai Wagner l’ascoltò data la poca diffusione dell’opera dopo le recite al Teatro Argentina di Roma.
 L’edizione che si vedrà di nuovo a Roma dal 6 al 16 marzo è stata fortemente voluta da Riccardo Muti. La regia di Werner Herzog e le scene ed i costumi di Maurizio Balò ci portano in una Venezia fredda e glaciale, quasi spettrale. Luca Solari è Francesco Foscari, Francesco Meli Jacopo, e Tatiana Serjan (in alternanza con Csilla Borross Lucrezia. Da non perdere.


Serendepità a Santa Cecilia in Formiche 3 marzo



Serendepità a Santa Cecilia

03 - 03 - 2013Giuseppe Pennisi
Serendepità a Santa Cecilia
Alcuni anni fa divenne di moda di parlare di ‘Serendipità’, un neologismo indicante la sensazione che si prova quando si scopre una cosa non cercata e imprevista mentre se ne sta cercando un’altra. Il termine deriva da Serendip, l’antico nome persiano dello Sri Lanka e venne coniato da Horace che lo usò in una lettera scritta nel 1754 al suo amico Morace Mann, un amico inglese che viveva a Firenze.
Horace Walpole fu ispirato dalla lettura della fiaba persiana “Tre prìncipi di Serendippo” di Cristoforo nel cui racconto i tre protagonisti trovano sul loro cammino una serie di indizi, che li salvano in più di un’occasione. La storia descrive le scoperte dei tre prìncipi come intuizioni dovute sì al caso, ma anche allo spirito acuto e alla loro capacità di osservazione: “È stato una volta che lessi una favoletta dal titolo ‘I tre prìncipi di Serendippo’. Quando le loro altezze viaggiavano, continuavano a fare scoperte, per accidente e per sagacia, di cose di cui non erano in cerca: per esempio, uno di loro scoprì che un cammello cieco dall’occhio destro era passato da poco per la stessa strada, dato che l’erba era stata mangiata solo sul lato sinistro, dove appariva ridotta peggio che sul destro – ora capisce la serendipità? Uno dei più ragguardevoli esempi di questa casuale sagacia (lei deve infatti notare che nessuna scoperta di cosa che si stia cercando può ricadere sotto tale descrizione) è stato quello del mio Lord Shaftesbury, il quale, capitato a pranzo dal Lord Chancellor Clarendon, si accorse del matrimonio del duca di York e di Mrs. Hyde, dal rispetto con cui la madre di quest’ultima trattava la figlia a tavola”.
Che c’entra tutto ciò con la stagione concertistica dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia? Per i concerti in programma dal 2 al 5 marzo e dal 9 al 12 marzo era stata annunciata la presenza di uno dei più grandi e dei più noti maestri concertatori russi, Yuri Temirkanov. Quasi alla vigilia è giunto uno scarno comunicato in cui si annunciava che ‘Per importanti motivi di salute’ il Maestro Yuri Temirkanov non sarebbe potuto essere a Roma e sarebbe sostituito. Sabato 2 marzo, entrando in sala, ho ricevuto, come tutti gli spettatori, una lettera personale di Temirkanov in cui esprima il suo rammarico, una cortesia che pochi direttori d’orchestra della sua fama avrebbero usato.
Soprattutto la bacchetta era affidata a Olari Elts, direttore principale della Helsinki Philharmonic e della Estonian National Symphony, nonché vincitore del prestigioso Concorso Internazionale di direzione d’orchestra “Sibelius” di Helsinki, noto all’estero, principalmente, nei Paesi nordici ma al debutto con i complessi dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia.
La seconda parte del concerto, ascoltato il 2 marzo (si replica il 4 ed il 5) riguardava una partitura nota: la prima sinfonia di Brahms, vasta composizione tardo romantica che ebbe la prima a Karlsruhe del 1876, che, per la sua ampiezza ed il afflato, alcuni hanno chiamato ‘decima sinfonia di Beethoven‘, molto conosciuta dal pubblica dell’Accademia di Santa Cecilia dove ritorna ogni due- tre anni. Per Elts il confronto più immediato era, oltre che con le innumerevoli edizioni discografiche, con le esecuzioni, sempre alla Sala Santa Cecilia, di Bychkov (2011) e Pappano (2008). Raffronto che è andato benissimo, soprattutto nell’ ‘Adagio ‘ in cui, con maggiore tenerezza dei suoi più immediati predecessori nel medesimo auditorium, Elts ha dato all’orchestra una tinta molto intima, specialmente quando ha messo in campo l’assolo del violino. Quindi, l’’Allegro ma non troppo. Con brio’ è parso ancora più giustapposto all’ ‘Adagio’. Eravamo, come i principi della fiaba, sulla via di Termikanov ed abbiamo scoperto Elts, che speriamo di riascoltare presto a Roma.
La vera ‘serendipità’ è stata la prima parte del concerto: due composizioni religiose per grande orchestra e coro – il ‘Te Deum per l’Imperatrice Maria Teresa ‘ di Franz Joseph Haydn (lavoro raro eseguito solo due volte a Roma dal lontano 1800) e ‘ Dixi ‘ del compositore georgiano Giya Kancheli (composto del 2009 ed ora in prima assoluta in Italia). Due composizioni molto differenti per durata (dieci minuti la prima, 23 la seconda) e stile. Il ‘Te Deum’ di Haydn è musica di grandiosa celebrazione imperiale più vicina al Settecento che all’Ottocento. ‘Dixi’ ha un testo in latino di ‘frasi fatte ‘entrate, in tutte le lingue nel linguaggio comune (‘Signo Temporis’, ‘Mortous Piango’, ‘ Sine Ira ni Studio’ e così via) di cui sono alcune sono tratte dalla liturgia. Il settantottenne Kancheli che, sino al 1991 (quando in Georgia imperava ed imperversava il ‘ socialismo reale’) ha trovato nella Fede l’antidoto al comunismo e la esprime con il linguaggio che ricorda le grandi preci corali nelle due maggiori opere di Mussrgsky piuttosto che il minimalismo sacro di Arvo Pärt con cui si avverte comunque un nesso sia nella frammentazione della partitura sia nei momenti corali in pianissimo prima della grandiosa esplosione finale. Kancheli vive da anni ad Anversa. Shcedrin, uno dei compositori russi viventi più eseguiti in Occidente, ne parla come di un ‘asceta con il temperamento di un Vesuvio represso’. Grazie alla ‘serendipità’ ed all’Accademia Nazionale di Santa Cecilia che ce lo hanno fatto scoprire.

venerdì 1 marzo 2013

Wagner d'Oro da Roma a Bayreuth in Milano Finanza 2 marzo



Wagner d'Oro da Roma a Bayreuth
di Giuseppe Pennisi

In queste settimane ferve la caccia ai biglietti per il Festival di Bayreuth offerti da agenzie specializzate e associazioni wagneriane in Italia. Di norma, le liste d'attesa per acquisti alla biglietteria sono di sette anni. Nel 2013 si celebra il bicentenario della nascita di Wagner, il lavoro più atteso del Festival è quindi il nuovo allestimento de L'Anello del Nibelungo, con regia di Frank Castor e direzione musicale di Kirill Petrenko, giovane direttore d'orchestra che in settembre diventerà Generalmusikdirektor della Staatsoper di Monaco di Baviera.
http://www.milanofinanza.it/artimg/2013/044/1814443/1-img305909.jpgSe l'allestimento scenico e drammaturgico sono top secret, gli aspetti musicali si sono potuti apprezzare in tre esecuzioni del Prologo della tetralogia, L'oro del Reno, concertate da Petrenko all'Accademia Nazionale di Santa Cecilia dal 23 al 27 febbraio con un cast che in larga misura si ritroverà al Festival. L'assaggio è utile per toccare con mano l'approccio di Petrenko alla tetralogia. Una lettura non eroica come quella di Furtwängler, intimista alla Karajan, o psicoanalitica alla Sinopoli, ma simile a quella effettuata in studio da Solti con la Filarmonica di Vienna e un cast d'eccezione negli studi della Decca tra la fine degli anni 50 e all'inizio degli anni 60, un prodigio tecnologico che segnò una svolta nella stereofonia e un miracolo musicale che mostrò un Oro del Reno e un Anello del Nibelungo cesellati, quasi cameristici, ma con volume sonoro ampio e spaziato. Tali sonorità sono possibili in studi o in auditori molto vasti e con accorgimenti acustici come la Sala Santa Cecilia e il Teatro di Bayreuth. I biglietti in platea hanno un costo di 700 euro per replica, ossia 2.800 per le quattro opere. Presso Sipario musicale (www.ilsipariomusicale.com) pacchetti con hotel da 4.200-4.400 euro a persona, con Euridice circa 5.000 a persona (www.euridice-opera.com). (riproduzione riservata)