LE “LEZIONI “DEI PAESI EUROPEI:PRIORIA’FAMIGLIA, GIOVANI E LAVORO
Giuseppe Pennisi
Il “semestre europeo” (terminato il 30 giugno) – lo ha ricordato di recente la Commissione Europea nelle sue osservazioni ai programmi presentati dagli Stati membri - ha un obiettivo di fondo a breve, medio e lungo termine: coniugare stabilità finanziaria e sviluppo con due documenti (il PNR ed il Programma di Stabilità e Convergenza, PCS) che rappresentino due volti di una medesima politica economica tesa alla crescita inclusiva (specialmente dei più deboli) nei rispetto dei vincoli di bilancio. In Italia questa strategia è stata seguita soltanto in parte perché il “Decreto Sviluppo” è stato varato distintamente dal programma di riassetto finanziario (il cui iter è appena iniziato).
In questo campo – auguriamoci - miglioreremo man mano che adatteremo i nostri calendari politico-amministrativi). Dato che ora che sono disponibili tutti i PNR dei 27 dell’UE, e gran parte dei PSC, è interessante notare dove la strategia dell’Italia diverge da quelle dei nostri maggiori partner. I PNR e numerosi PSC sono disponibili (spesso solo in lingua originale) nei siti europei ed in quello di alcune associazioni italiane di ricerca (ad esempio, Astrid. Su “Avvenire”, ad esempio, del 14 febbraio e del 26 aprile si è documentato, con ricchezza di dati, come per la crescita di lungo periodo dell’Europa ed in particolare dell’Italia è necessaria una politica per la famiglia e per lo sviluppo del capitale umano che modifichi le tendenze demografiche. Se ci si concentra su un raffronto del PNR italiano con quelli di Germania, Francia e Gran Bretagna (i “grandi” dei 27) due aspetti saltano agli occhi: a)il minor grado di dettaglio fornito da Roma (ed in buona misura anche da Londra) rispetto a Berlino e Parigi sulle strategie specifiche per raggiungere gli obiettivi quantitativi di “Europa 2020”: b) la maggiore attenzione che Francia, Germania e pure Gran Bretagna danno alle politiche per la famiglia, per la formazione dei giovani e per il lavoro rispetto al PNR dell’Italia.
La Francia ha una forte politica per la famiglia sin dal 1870 nel quadro di una strategia nazionale tesa a favorire la natalità e scoraggiare l’invecchiamento demografico. Nel PNR 2011, Parigi si impegna a raggiungere per 2020 un tasso d’attività del 75% sia per uomini sia per donne, a ridurre al 9,5% l’abbandono scolastico (quello dell’Italia sfiora il 19%), a fornire assistenza addizionale alle famiglie in difficoltà ed ad avere un tasso di laureati del 50% per la popolazione tra i 17 ed i 33 anni (noi siamo al 20%). Nel 2009-2011, nonostante le difficoltà finanziarie, la spesa pubblica per l’istruzione superiore e la ricerca è aumentata del 17% come dettagliato ad esempio da un’analisi pubblicata da “La Documentation Française.
Molto specifico il PNR tedesco per portare il tasso disoccupazione giovanile dal 9% al 7,5% (in Italia sfiora il 30%) prevede’”alleanze per il lavoro” (a livello locale) ed una riduzione del “cuneo fiscale” sul costo del lavoro (le prime misure in tal senso sono state prese il 20 giugno), nonché una revisione degli orari degli asili nido per renderli più vicini alle esigenze di genitori lavoratori, misure (finanziate dal Fondo sociale europeo, Fse) per facilitare il ritorno al lavoro (se lo si è lasciato per accudire ai figli), promuovere misure per l’inserimento nel mercato del lavoro di genitori soli (con “reti di assistenza” adeguate), e schemi per incoraggiare il lavoro familiare in casa in collaborazione con associazioni imprenditoriali e sindacati. Analisi puntuali sono disponibili presso l’istituto federale di ricerca sul lavoro (IZA).
Anche il PNR britannico dà priorità al child care , la cura dei bambini, all’aumento dell’occupazione giovanile ed alla riforma degli ammortizzatori sociali, come documentato anche dall’International Institute of Labour Studies.
Mettiamoci presto al lavoro per il “semestre europeo” che inizia il primo gennaio ed impariamo dagli altri non solo sul metodo – contemporaneità di PNR e di PCS- ma anche sui contenuti : famiglia, giovani e lavoro non devono essere priorità declamatorie ma strategie concrete e dettagliate alla luce di “Europa 2020”.
lunedì 18 luglio 2011
I LIBRI DEI MINISTRI: MAURIZIO SACCONI:LE RELIGIONI E L'ECONOMIA SOMMERSA Il Riformista 8 luglio
I LIBRI DEI MINISTRI: MAURIZIO SACCONI
LE RELiGIONI E L’ECONOMIA SOMMERSA
Giuseppe Pennisi
Una parte dell’ultimo libro di Luciano Pellicani – “Dalla Città Sacra alla Città Secolare”, Rubettino 2011- ha interessato molto il Ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali, Maurizio Sacconi: quello in cui si parla del “mercato delle Fedi” che ha preso piedi negli Stati Uniti e che sta trasformando le caratteristiche della società americana. Anche in quanto Sacconi ha letto il libro quasi in parallelo con gli ultimi saggi di Friederich Schneider, della Università di Linz, uno dei maggiori esperti in tema di economia sommersa (e di mercato del lavoro sommerso). Che nesso c’è tra la competizione tra Fedi per conquistarsi fedeli ed “il sommerso”? Andiamo con ordine.
In uno studio appena pubblicato dalla Banca Mondiale -"Shadow Economies All Over the World: New Estimates for 162 Countries from 1999 to 2007" World Bank Policy Research Working Paper No. 5356 , curato da Schneider in collaborazione con Claudio de Montenegro del servizio studi della Banca e Andreas Buhen dell’Università di Dresda, vengono presentate stime del sommerso in 162 Paesi nel periodo 1999-2007. Negli ultimi anni sfiorava il 39% del Pil di 98 Paesi in via di sviluppo, il 38% di Europa Orientale ed Asia Centrale ed il 19% in 25 Paesi ad alto reddito medio . Quindi, non è un problema unicamente o principalmente dell’Italia il cui “sommerso” è solo un po’ più elevato della media Ocse. Nell’altro lavoro- un’analisi puramente accademica (“The Shadow Economy and Shadow Economy Labor Force: What Do We (Not) Know?" IZA Discussion Paper No. 5769) – Schneider si chiede cosa si può fare in particolare per ridurre le dimensioni della “forza lavoro ombra”; risponde affermando che le politiche tributarie (in particolare il cuneo fiscale) e la regolamentazione (se troppo pesante) spingono a sommergersi.
E’ a questo punto che entra in ballo “la città secolare” con il suo “mercato delle Fedi” analizzata da Pellicani con strumenti analoghi a quelli che si impiegano per capire i mercati dei beni, dei servizi e dei fattori di produzione e per elaborare ed attuare politiche. Un ultimo saggio di Schneider ( "Religion and the Shadow Economy" ZEW - Centre for European Economic Research Discussion Paper No. 11-0389) esamina l’impatto delle Fedi sulle dimensioni dell’economia che più difficilmente appare nella contabilità economica nazionale (e dei pertinenti mercati del lavoro e gettito tributario potenziale). Il lavoro è a quattro mani di Friederich Heinemann del Centre for European Policy Research. E’ uno studio comparativo in cui si constata, dati alla mano, che i Paesi o le aree geografiche dove predominano l’Islam e le Fedi orientali (buddismo, shintoismo) sono anche quelli in cui il “peso” del “sommerso” è meno rilevante. Il fenomeno si addensa specialmente nei Paesi cristiani. Tuttavia, con un’eccezione, dove Stato e Fedi sono contigue si alleano per contenere il “sommerso” in una serie di relazioni che, in fin dei conti, convengono a tutti e due. Negli Stati Uniti dove, per ragioni demografiche (come la forte immigrazione dall’America Latina) il cattolicesimo pare vincente nel mercato delle Fedi, il “sommerso” è in ritirata , in parte a ragione di questa alleanza implicita basata su mutue convenienze.
LE RELiGIONI E L’ECONOMIA SOMMERSA
Giuseppe Pennisi
Una parte dell’ultimo libro di Luciano Pellicani – “Dalla Città Sacra alla Città Secolare”, Rubettino 2011- ha interessato molto il Ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali, Maurizio Sacconi: quello in cui si parla del “mercato delle Fedi” che ha preso piedi negli Stati Uniti e che sta trasformando le caratteristiche della società americana. Anche in quanto Sacconi ha letto il libro quasi in parallelo con gli ultimi saggi di Friederich Schneider, della Università di Linz, uno dei maggiori esperti in tema di economia sommersa (e di mercato del lavoro sommerso). Che nesso c’è tra la competizione tra Fedi per conquistarsi fedeli ed “il sommerso”? Andiamo con ordine.
In uno studio appena pubblicato dalla Banca Mondiale -"Shadow Economies All Over the World: New Estimates for 162 Countries from 1999 to 2007" World Bank Policy Research Working Paper No. 5356 , curato da Schneider in collaborazione con Claudio de Montenegro del servizio studi della Banca e Andreas Buhen dell’Università di Dresda, vengono presentate stime del sommerso in 162 Paesi nel periodo 1999-2007. Negli ultimi anni sfiorava il 39% del Pil di 98 Paesi in via di sviluppo, il 38% di Europa Orientale ed Asia Centrale ed il 19% in 25 Paesi ad alto reddito medio . Quindi, non è un problema unicamente o principalmente dell’Italia il cui “sommerso” è solo un po’ più elevato della media Ocse. Nell’altro lavoro- un’analisi puramente accademica (“The Shadow Economy and Shadow Economy Labor Force: What Do We (Not) Know?" IZA Discussion Paper No. 5769) – Schneider si chiede cosa si può fare in particolare per ridurre le dimensioni della “forza lavoro ombra”; risponde affermando che le politiche tributarie (in particolare il cuneo fiscale) e la regolamentazione (se troppo pesante) spingono a sommergersi.
E’ a questo punto che entra in ballo “la città secolare” con il suo “mercato delle Fedi” analizzata da Pellicani con strumenti analoghi a quelli che si impiegano per capire i mercati dei beni, dei servizi e dei fattori di produzione e per elaborare ed attuare politiche. Un ultimo saggio di Schneider ( "Religion and the Shadow Economy" ZEW - Centre for European Economic Research Discussion Paper No. 11-0389) esamina l’impatto delle Fedi sulle dimensioni dell’economia che più difficilmente appare nella contabilità economica nazionale (e dei pertinenti mercati del lavoro e gettito tributario potenziale). Il lavoro è a quattro mani di Friederich Heinemann del Centre for European Policy Research. E’ uno studio comparativo in cui si constata, dati alla mano, che i Paesi o le aree geografiche dove predominano l’Islam e le Fedi orientali (buddismo, shintoismo) sono anche quelli in cui il “peso” del “sommerso” è meno rilevante. Il fenomeno si addensa specialmente nei Paesi cristiani. Tuttavia, con un’eccezione, dove Stato e Fedi sono contigue si alleano per contenere il “sommerso” in una serie di relazioni che, in fin dei conti, convengono a tutti e due. Negli Stati Uniti dove, per ragioni demografiche (come la forte immigrazione dall’America Latina) il cattolicesimo pare vincente nel mercato delle Fedi, il “sommerso” è in ritirata , in parte a ragione di questa alleanza implicita basata su mutue convenienze.
UN GIOVANE COMPOSITORE MILANESE INAUGURA IL FESTIVAL INTERNAZIONALE DI AIX EN PROVENCE Il RIFORMISTA 10 LUGLIO
UN GIOVANE COMPOSITORE MILANESE INAUGURA IL FESTIVAL INTERNAZIONALE DI AIX EN PROVENCE
Beckmesser
In quello che è stato per decenni il tempio mozartiano in Francia – il Festival International d’Art Lyrique di Aix en Provence – questo anno di grazia 2011, l’inaugurazione è stata affidata alla prima mondiale di un’opera del milanese 35nne Oscar Bianchi, poco noto, forse, in Italia ma apprezzatissimo Oltralpe, Oltre Reno ed Oltreatlantico. Bianchi, che ha studiato al Conservatorio Verdi di Milano prima di completare la propria formazione all’IRCAM di Parigi ed alla Columbia Università è alla sua prima opera per il teatro. Quindi, Thanks to my eyes tratta di una pièce di Joël Pommerat che ha avuto notevole successo in Francia nella metà del decennio scorso è doppiamente un’opera prima: una prima composizione per il teatro in musica e la consacrazione ad uno dei maggiori festival internazionali. Il lavoro di Bianchi non si fermerà a Aix; in marzo 2012 sarà in due teatri della regione parigina, in aprile alla Monnaie di Bruxelles, in maggio a Lisbona ed in giugno a Madrid. Si parla già di una possibile trasferta negli Stati Uniti (dove comunque Bianchi è di casa), ma purtroppo nessun teatro o festival musicale italiano ne ha proposto un allestimento, nonostante sia lavoro “economico”, di quelli che Sovrintendenti, disperati per i magri bilanci, dovrebbero corteggiare. L’organico orchestrale di appena 12 elementi (ma creano sonorità degne di un’orchestra di trenta), solo quattro cantati e due recitanti sul palcoscenico in una scena unica in cui i 24 quadri in un’ora e mezzo di spettacolo vengon o presentanti principalmente grazie a giochi di luce, mentre platea, palchi e gallerie sono tenuti nel buio più fitto.
Piuttosto di ripetere le solite geremiadi sui talenti che emigrano all’estero, soffermiamoci su Thanks to my eyes nella speranza che il mondo del teatro in musica italiano se ne accorga. Il lavoro teatrale da cui è tratto è molto più lungo e complesso. Pommerat e Bianchi lo hanno scarnito è portato ai termini essenziali: il conflitto tra un padre , convinto – pare più a torto che a ragione – di essere stato un genio di grande successo nella propria professione ed il figlio, Aymar, che detta professione non ha nessuna intenzione di intraprendere. Siamo tra le brune nordiche: la madre del giovane ed il postino (voce recitanti) sanno la verità ma non la dicono che alla fine (quando si sfiora la tragedia). Due donne, una solare che appare di giorno, ed una notturna che si fa viva unicamente dopo il calare del sole- portano gradualmente Aymar alla realtà. Tuttavia, il testo può essere aperto a varie interpretazioni: anche quella in cui si tratti soltanto di un sogno adolescenziale. Gli autori stessi invitano ad una pluralità di lettura.
Il testo risente dell’influenza di Checov (“Il Gabbiano”), Maetterlink, Ibsen, e Bernhard – quindi della cultura dell’inizio più che della fine del Novecento o dei primi anni di questo secolo. Non la musica di Bianchi; pur mantenendo alcune convenzioni dell’opera tradizionale- ci sono, ad esempio, due duetti, alcuni ariosi e pura una “scena dell’accecamento” che ricorda “le scene della pazzia” del melodramma dell’inizio dell’Ottocento, ha una scrittura orchestrale ricchissima , molto timbrica ma al tempo stesso intrisa di melanconia.
Anche le voci seguono le convenzioni: il padre è un basso (Brian Bannatyne-Scott), le due donne (Karen Motseri e Fflur Wyn) due soprano lirici (una con agilità e coloratura), ma per Aymar Bianch scava nella vocalità seicentesca e porta un controtenore in grado sia di ascendere a tonalità altissime sia a giungere a toni baritonali. Non manca uno spiffero di elettroacustica per dilatare alcuni momenti.
“Le Monde” ha dedicato una pagina a questo lavoro una pagina intera parlando di “ritratto magistrale delle melanconia” della società di oggi. Il lavoro di Bianchi può lasciare perplessi chi è abituato all’opera di repertorio ma non può non fare discutere sia per i temi che tratta sia per la scrittura musicale vocale,
Dal 5 al 25 luglio il festival presenta sei opere (oltre a Thanks to my eyes)
Beckmesser
In quello che è stato per decenni il tempio mozartiano in Francia – il Festival International d’Art Lyrique di Aix en Provence – questo anno di grazia 2011, l’inaugurazione è stata affidata alla prima mondiale di un’opera del milanese 35nne Oscar Bianchi, poco noto, forse, in Italia ma apprezzatissimo Oltralpe, Oltre Reno ed Oltreatlantico. Bianchi, che ha studiato al Conservatorio Verdi di Milano prima di completare la propria formazione all’IRCAM di Parigi ed alla Columbia Università è alla sua prima opera per il teatro. Quindi, Thanks to my eyes tratta di una pièce di Joël Pommerat che ha avuto notevole successo in Francia nella metà del decennio scorso è doppiamente un’opera prima: una prima composizione per il teatro in musica e la consacrazione ad uno dei maggiori festival internazionali. Il lavoro di Bianchi non si fermerà a Aix; in marzo 2012 sarà in due teatri della regione parigina, in aprile alla Monnaie di Bruxelles, in maggio a Lisbona ed in giugno a Madrid. Si parla già di una possibile trasferta negli Stati Uniti (dove comunque Bianchi è di casa), ma purtroppo nessun teatro o festival musicale italiano ne ha proposto un allestimento, nonostante sia lavoro “economico”, di quelli che Sovrintendenti, disperati per i magri bilanci, dovrebbero corteggiare. L’organico orchestrale di appena 12 elementi (ma creano sonorità degne di un’orchestra di trenta), solo quattro cantati e due recitanti sul palcoscenico in una scena unica in cui i 24 quadri in un’ora e mezzo di spettacolo vengon o presentanti principalmente grazie a giochi di luce, mentre platea, palchi e gallerie sono tenuti nel buio più fitto.
Piuttosto di ripetere le solite geremiadi sui talenti che emigrano all’estero, soffermiamoci su Thanks to my eyes nella speranza che il mondo del teatro in musica italiano se ne accorga. Il lavoro teatrale da cui è tratto è molto più lungo e complesso. Pommerat e Bianchi lo hanno scarnito è portato ai termini essenziali: il conflitto tra un padre , convinto – pare più a torto che a ragione – di essere stato un genio di grande successo nella propria professione ed il figlio, Aymar, che detta professione non ha nessuna intenzione di intraprendere. Siamo tra le brune nordiche: la madre del giovane ed il postino (voce recitanti) sanno la verità ma non la dicono che alla fine (quando si sfiora la tragedia). Due donne, una solare che appare di giorno, ed una notturna che si fa viva unicamente dopo il calare del sole- portano gradualmente Aymar alla realtà. Tuttavia, il testo può essere aperto a varie interpretazioni: anche quella in cui si tratti soltanto di un sogno adolescenziale. Gli autori stessi invitano ad una pluralità di lettura.
Il testo risente dell’influenza di Checov (“Il Gabbiano”), Maetterlink, Ibsen, e Bernhard – quindi della cultura dell’inizio più che della fine del Novecento o dei primi anni di questo secolo. Non la musica di Bianchi; pur mantenendo alcune convenzioni dell’opera tradizionale- ci sono, ad esempio, due duetti, alcuni ariosi e pura una “scena dell’accecamento” che ricorda “le scene della pazzia” del melodramma dell’inizio dell’Ottocento, ha una scrittura orchestrale ricchissima , molto timbrica ma al tempo stesso intrisa di melanconia.
Anche le voci seguono le convenzioni: il padre è un basso (Brian Bannatyne-Scott), le due donne (Karen Motseri e Fflur Wyn) due soprano lirici (una con agilità e coloratura), ma per Aymar Bianch scava nella vocalità seicentesca e porta un controtenore in grado sia di ascendere a tonalità altissime sia a giungere a toni baritonali. Non manca uno spiffero di elettroacustica per dilatare alcuni momenti.
“Le Monde” ha dedicato una pagina a questo lavoro una pagina intera parlando di “ritratto magistrale delle melanconia” della società di oggi. Il lavoro di Bianchi può lasciare perplessi chi è abituato all’opera di repertorio ma non può non fare discutere sia per i temi che tratta sia per la scrittura musicale vocale,
Dal 5 al 25 luglio il festival presenta sei opere (oltre a Thanks to my eyes)
Pensioni e Manovra: Consigli per una riforma vera, Il Velino 4 luglio
*PENSIONI E MANOVRA: CONSIGLI PER UNA RIFORMA VERA
Roma -
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Roma - La parola “p…” è entrata – come ci si aspettava - nel dibattito sul “programma di stabilità e convergenza finanziaria”, in breve l’articolato approvato il 30 giugno dal Consiglio dei ministri e che ha, nella mente dei più, preso il posto della legge finanziaria d’antan. I meno giovani si ricorderanno che negli Anni 50 e 60, la “p…” era considerata una parolaccia tanto che Jean-Paul Sartre intitolò “La p….respecteuse” uno dei suoi drammi di maggior successo che a Roma venne rappresentato, tra molti borbottii dei pensanti, dagli irriverenti coraggiosi del Teatro delle Arti. Allora voleva dire “puttana” e la pièce era un dialogo tra una “p..” parigina e un militare alleato afro-americano, dialogo che toccava i massimi sistemi e riguardava la tolleranza nei confronti del mestiere dell’una e della pelle dell’altro.
Anche adesso la parola “p….” è vocabolo che nessun politico vorrebbe pronunciare: vuole dire “pensioni” ed evoca ricordi dei veri e propri moti che, utilizzando come stendardo la parola “p….”, nell’inverno 1994-95 venne scalzato un Governo legittimamente eletto e sostituito con un Esecutivo “del presidente”. Evoca anche una serie di riforme iniziate nel 1993 e conclusesi – si pensava nel 2004- ma in gran parte neutralizzate con la controriforma prevista della legge n. 247 del 24 dicembre 2007 , uno degli ultimi atti di quel “Governo Prodi” che nessuno desidera ricordare (neanche in sedute spiritiche organizzate da Medium di rango”. Nel 2009 – è doveroso ricordarlo – parte della legge n. 247/2007 è stata modificata con buon senso e razionalità.
Per chiunque è al Governo, la parola “p….” è pur sempre un macigno che si aggiungerà a tutti gli altri nel percorso minato per pareggiare il bilancio e ridurre drasticamente il debito pubblico. Tanto più che a causa della recessione (la contrazione di ben cinque punti del Pil nel 2009-2010) la spesa per le pensioni pubbliche ha raggiunto il 16 per cento del reddito nazionale e non si è ancora attivato un efficiente sistema di previdenza privata (sono stati autorizzati circa 700 fondi privati, molti dei quali così lillipuziani da non infondere fiducia a nessuno).
Il macigno si trasforma in un detonatore al momento in cui le pensioni medio–alte (ossia sopra i 1.400 euro lordi al mese), già penalizzate del populismo prodian-ferreriano con l’Accordo sul Welfare del 27 luglio 2007, vengono ulteriormente colpite. È comprensibile che i sindacati protestino. È anche comprensibile che la Lega Nord minacci di sfilacciarsi dal Governo come già fece nel 1994. Non sono unicamente ragioni particolaristiche (ossia il fatto che in gran misura i pensionati con assegni – lordi – superiori ai 1400 euro al mese si concentrino nel Centro Nord).
Ci sono determinanti economiche serie:
1. In primo luogo, la bassa crescita economica è in gran misura funzione della stasi (ove non riduzione dei consumi). E’ iniziata la stagione dei saldi: i negozi sono vuoti. E’ cominciata quelle delle vacanza: gli alberghi offrono stanze a prezzo di costo e le crociere pure a prezzi inferiori al costo marginale. I pensionati hanno un’alta propensione al consumo: senza il loro apporto, l’Italia resta piatta.
2. In secondo luogo, nel lontano 1997, documentai in un libro esaurito da tempo ma da nessuno smentito che il “welfare” all’italiana si basa su un marchingegno bizzarro: le pensioni dei nonni pagano la scuola dei nipoti e anche parte del fitto dei figli. È un sistema da correggere ma con gradualità e buon senso non soltanto per risparmiare cassa.
Non che il sistema previdenziale italiano non vada ritoccato con misure quali: a) aumento dell’età della pensione (con eccezioni per i lavori davvero usuranti); b) estensione a tutti le tecniche di computo pro-quota previste dal Notional defined contribution system introdotto nel 1995 c; c) aggiornamento dei coefficienti di trasformazione per tenere conto dell’allungamento delle aspettative di vita); d) incremento delle pensioni minime e aggancio della loro evoluzione all’andamento dei salari (come prima del 1993); e) un indicizzazione più forte per gli ultra 75enni (a ragione delle pi alte spese per la cura della persona in cui si incorre in tarda età. I risparmi sulle voci a), b) e c) di cui beneficiano, di norma, coloro con redditi alti o medio alti, sarebbe serviti a finanziare le voci d) ed e) , dirette invece a chi è in condizioni di vero disagio. Per la previdenza complementare è urgente favorire l’accorpamento di fondi pensione ed abolire la Covip o affidarla a effettivi esperti di previdenza, anche comparata. La possibile riorganizzazione degli istituti previdenziali deve essere vista in questa ottica e portata avanti solamente se comporta risparmi certi e dopo l’integrazione dei rispettivi sistemi informatici. Parte di queste misure sono previste nel provvedimento in attesa di essere presentato al Parlamento. La riduzione delle indicizzazioni ed in molti casi il blocco è in aperto contrasto con i punti c) e d).
Soprattutto senza una riforma vera dei costi della politica (portare immediatamente indennità di ogni genere ai livelli della media europea per tutte la cariche elettive; dimezzamento dei contributi alle spese elettorali ed ai giornali di partito) vorrebbe dire sconfitta certa alle prossime elezioni per chi propone tagli o contenimenti alla pensioni.
Cavaliere, attenzione alla “p…..”, potrebbe non essere rispettosa (come lo era quella di Sartre).
(Giuseppe Pennisi) 04 Luglio 2011 19:49
Roma -
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Roma - La parola “p…” è entrata – come ci si aspettava - nel dibattito sul “programma di stabilità e convergenza finanziaria”, in breve l’articolato approvato il 30 giugno dal Consiglio dei ministri e che ha, nella mente dei più, preso il posto della legge finanziaria d’antan. I meno giovani si ricorderanno che negli Anni 50 e 60, la “p…” era considerata una parolaccia tanto che Jean-Paul Sartre intitolò “La p….respecteuse” uno dei suoi drammi di maggior successo che a Roma venne rappresentato, tra molti borbottii dei pensanti, dagli irriverenti coraggiosi del Teatro delle Arti. Allora voleva dire “puttana” e la pièce era un dialogo tra una “p..” parigina e un militare alleato afro-americano, dialogo che toccava i massimi sistemi e riguardava la tolleranza nei confronti del mestiere dell’una e della pelle dell’altro.
Anche adesso la parola “p….” è vocabolo che nessun politico vorrebbe pronunciare: vuole dire “pensioni” ed evoca ricordi dei veri e propri moti che, utilizzando come stendardo la parola “p….”, nell’inverno 1994-95 venne scalzato un Governo legittimamente eletto e sostituito con un Esecutivo “del presidente”. Evoca anche una serie di riforme iniziate nel 1993 e conclusesi – si pensava nel 2004- ma in gran parte neutralizzate con la controriforma prevista della legge n. 247 del 24 dicembre 2007 , uno degli ultimi atti di quel “Governo Prodi” che nessuno desidera ricordare (neanche in sedute spiritiche organizzate da Medium di rango”. Nel 2009 – è doveroso ricordarlo – parte della legge n. 247/2007 è stata modificata con buon senso e razionalità.
Per chiunque è al Governo, la parola “p….” è pur sempre un macigno che si aggiungerà a tutti gli altri nel percorso minato per pareggiare il bilancio e ridurre drasticamente il debito pubblico. Tanto più che a causa della recessione (la contrazione di ben cinque punti del Pil nel 2009-2010) la spesa per le pensioni pubbliche ha raggiunto il 16 per cento del reddito nazionale e non si è ancora attivato un efficiente sistema di previdenza privata (sono stati autorizzati circa 700 fondi privati, molti dei quali così lillipuziani da non infondere fiducia a nessuno).
Il macigno si trasforma in un detonatore al momento in cui le pensioni medio–alte (ossia sopra i 1.400 euro lordi al mese), già penalizzate del populismo prodian-ferreriano con l’Accordo sul Welfare del 27 luglio 2007, vengono ulteriormente colpite. È comprensibile che i sindacati protestino. È anche comprensibile che la Lega Nord minacci di sfilacciarsi dal Governo come già fece nel 1994. Non sono unicamente ragioni particolaristiche (ossia il fatto che in gran misura i pensionati con assegni – lordi – superiori ai 1400 euro al mese si concentrino nel Centro Nord).
Ci sono determinanti economiche serie:
1. In primo luogo, la bassa crescita economica è in gran misura funzione della stasi (ove non riduzione dei consumi). E’ iniziata la stagione dei saldi: i negozi sono vuoti. E’ cominciata quelle delle vacanza: gli alberghi offrono stanze a prezzo di costo e le crociere pure a prezzi inferiori al costo marginale. I pensionati hanno un’alta propensione al consumo: senza il loro apporto, l’Italia resta piatta.
2. In secondo luogo, nel lontano 1997, documentai in un libro esaurito da tempo ma da nessuno smentito che il “welfare” all’italiana si basa su un marchingegno bizzarro: le pensioni dei nonni pagano la scuola dei nipoti e anche parte del fitto dei figli. È un sistema da correggere ma con gradualità e buon senso non soltanto per risparmiare cassa.
Non che il sistema previdenziale italiano non vada ritoccato con misure quali: a) aumento dell’età della pensione (con eccezioni per i lavori davvero usuranti); b) estensione a tutti le tecniche di computo pro-quota previste dal Notional defined contribution system introdotto nel 1995 c; c) aggiornamento dei coefficienti di trasformazione per tenere conto dell’allungamento delle aspettative di vita); d) incremento delle pensioni minime e aggancio della loro evoluzione all’andamento dei salari (come prima del 1993); e) un indicizzazione più forte per gli ultra 75enni (a ragione delle pi alte spese per la cura della persona in cui si incorre in tarda età. I risparmi sulle voci a), b) e c) di cui beneficiano, di norma, coloro con redditi alti o medio alti, sarebbe serviti a finanziare le voci d) ed e) , dirette invece a chi è in condizioni di vero disagio. Per la previdenza complementare è urgente favorire l’accorpamento di fondi pensione ed abolire la Covip o affidarla a effettivi esperti di previdenza, anche comparata. La possibile riorganizzazione degli istituti previdenziali deve essere vista in questa ottica e portata avanti solamente se comporta risparmi certi e dopo l’integrazione dei rispettivi sistemi informatici. Parte di queste misure sono previste nel provvedimento in attesa di essere presentato al Parlamento. La riduzione delle indicizzazioni ed in molti casi il blocco è in aperto contrasto con i punti c) e d).
Soprattutto senza una riforma vera dei costi della politica (portare immediatamente indennità di ogni genere ai livelli della media europea per tutte la cariche elettive; dimezzamento dei contributi alle spese elettorali ed ai giornali di partito) vorrebbe dire sconfitta certa alle prossime elezioni per chi propone tagli o contenimenti alla pensioni.
Cavaliere, attenzione alla “p…..”, potrebbe non essere rispettosa (come lo era quella di Sartre).
(Giuseppe Pennisi) 04 Luglio 2011 19:49
Opere, Sinfoniche e Cameristica al Festival del Tirolo,Il Velino 4 luglio
OPERE, SINFONICA E CAMERISTICA AL FESTIVAL DEL TIROLO
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Roma - Nato una dozzina di anni fa quasi per una scommessa, il Festival del Tirolo (7-31 luglio) si è gradualmente imposto come una delle manifestazioni dell’estate che merita maggiore attenzione. L’iniziativa è stata presa dal compositore, direttore d’orchestra e regista Gustav Kuhn, austriaco (per l’esattezza salisburghese) ma la cui carriera internazionale si è svolta in gran parte in Italia, dove è stato, tra l’altro, direttore musicale del San Carlo di Napoli, del Teatro dell’Opera di Roma e del Festival dello Sferisterio, nonché fondatore dell’Orchestra Haydn di Bolzano.
Il Festival del Tirolo non ha luogo nella capitale del Land, Inndbrück, ma nel piccolo villaggio di Erl, in un lembo dell’Austria che entra nella Baviera. A 80 km a sud di Monaco e a 75 a Ovest di Salisburgo, Erl (1.400 abitanti) è dotata del più grande teatro a platea centrale dell’Austria, concepito tra il 1957 ed il 1959 da Robert Schuller per ospitare una rappresentazione della Passione che ogni sette anni dal 1616 coinvolge circa 600 uomini, donne e bambini del luogo. Nei sei anni tra una rappresentazione e l’altra della Passione, si solve il festival che, data la struttura della Passionspielehaus richiede regie particolari, con la sistemazione dei cantanti sul grande boccascena e dell’orchestra su gradoni nel palcoscenico. In questi ultimi anni, alcuni allestimenti che hanno debuttato al Festival sono stati, con successo in tournée, in Italia (di solito a Bolzano, Ravenna, Trento e Ferrara). Data la localizzazione, il Festival attira pubblico dall’Austria, dalla Germania e dall’Italia (Erl è a meno di tre ore d’auto da Verona). Il programma 2011 (per i dettagli www.tiroler-festpiele.at), presenta una quarantina di spettacoli in tre sezioni: opere, sinfonica, cameristica, a cui si aggiungiungono improvvisazioni serali in uno dei maggiori alberghi della località.
Tra le opere, il programma è interamente wagneriano. Grande attesa per il “Tannhauser” in un nuovo allestimento che probabilmente il prossimo autunno-inverno sarà in Italia. Viene utilizzata l’edizione detta “di Parigi”, ma per la prima volta verranno eseguite anche alcune parti solamente abbozzate di un lavoro che Wagner ha sempre considerato “incompiuto”. Due riprese, poi, di successo: “I Maestri Cantori” ed un “Parsifal” (di cui esiste già un ottimo cd edito dalla Casa Editrice Col-Legno). Nella sinfonica hanno un ruolo centrale Beethoven, Brucker e Verdi, nonché due vere chicche: il nuovo corso di liturgia di Paul Engel e “il cantato delle cose” dal gruppo Franui che rielabora i lieder di Schubert, Mahler e Brahms. Tra la cameristica, di grande rilievo i concerti di “Cabassi & Friends” guidati da Davide Cabassi, uno dei pianisti itialiani più noti e più apprezzati della giovane generazione. Una notazione importante: gli artisti sono in gran parte giovani. Molti hanno decollato a Erl alla volta dei maggiori teatri mondiali. Un’occasione da non perdere.
(Hans Sachs) 04 Luglio 2011 16:14
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Roma - Nato una dozzina di anni fa quasi per una scommessa, il Festival del Tirolo (7-31 luglio) si è gradualmente imposto come una delle manifestazioni dell’estate che merita maggiore attenzione. L’iniziativa è stata presa dal compositore, direttore d’orchestra e regista Gustav Kuhn, austriaco (per l’esattezza salisburghese) ma la cui carriera internazionale si è svolta in gran parte in Italia, dove è stato, tra l’altro, direttore musicale del San Carlo di Napoli, del Teatro dell’Opera di Roma e del Festival dello Sferisterio, nonché fondatore dell’Orchestra Haydn di Bolzano.
Il Festival del Tirolo non ha luogo nella capitale del Land, Inndbrück, ma nel piccolo villaggio di Erl, in un lembo dell’Austria che entra nella Baviera. A 80 km a sud di Monaco e a 75 a Ovest di Salisburgo, Erl (1.400 abitanti) è dotata del più grande teatro a platea centrale dell’Austria, concepito tra il 1957 ed il 1959 da Robert Schuller per ospitare una rappresentazione della Passione che ogni sette anni dal 1616 coinvolge circa 600 uomini, donne e bambini del luogo. Nei sei anni tra una rappresentazione e l’altra della Passione, si solve il festival che, data la struttura della Passionspielehaus richiede regie particolari, con la sistemazione dei cantanti sul grande boccascena e dell’orchestra su gradoni nel palcoscenico. In questi ultimi anni, alcuni allestimenti che hanno debuttato al Festival sono stati, con successo in tournée, in Italia (di solito a Bolzano, Ravenna, Trento e Ferrara). Data la localizzazione, il Festival attira pubblico dall’Austria, dalla Germania e dall’Italia (Erl è a meno di tre ore d’auto da Verona). Il programma 2011 (per i dettagli www.tiroler-festpiele.at), presenta una quarantina di spettacoli in tre sezioni: opere, sinfonica, cameristica, a cui si aggiungiungono improvvisazioni serali in uno dei maggiori alberghi della località.
Tra le opere, il programma è interamente wagneriano. Grande attesa per il “Tannhauser” in un nuovo allestimento che probabilmente il prossimo autunno-inverno sarà in Italia. Viene utilizzata l’edizione detta “di Parigi”, ma per la prima volta verranno eseguite anche alcune parti solamente abbozzate di un lavoro che Wagner ha sempre considerato “incompiuto”. Due riprese, poi, di successo: “I Maestri Cantori” ed un “Parsifal” (di cui esiste già un ottimo cd edito dalla Casa Editrice Col-Legno). Nella sinfonica hanno un ruolo centrale Beethoven, Brucker e Verdi, nonché due vere chicche: il nuovo corso di liturgia di Paul Engel e “il cantato delle cose” dal gruppo Franui che rielabora i lieder di Schubert, Mahler e Brahms. Tra la cameristica, di grande rilievo i concerti di “Cabassi & Friends” guidati da Davide Cabassi, uno dei pianisti itialiani più noti e più apprezzati della giovane generazione. Una notazione importante: gli artisti sono in gran parte giovani. Molti hanno decollato a Erl alla volta dei maggiori teatri mondiali. Un’occasione da non perdere.
(Hans Sachs) 04 Luglio 2011 16:14
domenica 3 luglio 2011
Così la manovra lascia l'Italia schacciata tra S & P e Grecia
FINANZA/ 2. Così la manovra lascia l'Italia schiacciata tra S&P's e Grecia
Giuseppe Pennisi
lunedì 4 luglio 2011
Foto Imagoeconomica
Approfondisci
SCENARIO/ Bertone: così i mercati "blindano" la manovra di Tremonti
FINANZA/ L’Italia sotto assedio di Goldman Sachs e co., di M. Bottarelli
vai allo speciale Manovra finanziaria 2011
Quasi in parallelo, il Parlamento della Repubblica Ellenica e il Consiglio dei Ministri della Repubblica Italiana hanno approvato due manovre di politica economica che si estendono su un arco di quattro anni.
L’entità delle due manovre è simile: 64 miliardi di euro (di cui 50 di privatizzazioni) quella varata dalla Grecia, 47 miliardi (principalmente di tagli alla spesa) quella approvata dall’Italia. Differente la scansione temporale: la manovra greca deve essere in gran misura effettuata nei prossimi 18 mesi (per non perdere i 120 miliardi di euro di fresh money, ossia di aiuti, essenziali per evitare l’insolvenza); 35-40 miliardi della manovra italiana sono progettati per la prossima legislatura.
Quindi, timing e contenuti (ad esempio, il mancato rilancio delle privatizzazioni in Italia) appaiono molto differenti. Eppure c’è un nesso forte tra le due manovre parallele. E, soprattutto, il paradosso che gli esiti dell’ammalato in relativa migliore salute (l’Italia) dipendono in gran misure dalle mosse dell’ammalato che pare quasi terminale (la Grecia). Vediamo perché.
In mercati aperti (vi ricordate dell’estate 1992?) i capitali volano rapidamente da una piazza all’altra: 19 anni fa, danesi e britannici voltarono le spalle al progetto di unione monetaria, ma l’Italia ne fu il Paese più colpito, perché l’intero progetto sembrava sul punto di un fallimento e Roma veniva, a torto o ragione, percepita come l’anello più fragile, quello che sarebbe stato ulteriormente indebolito dall’accantonamento o rinvio dell’unione monetaria.
All’indomani del varo del programma quadriennale di stabilità del Governo italiano, Standard & Poor's ha annunciato di avere messo sotto osservazione il rating, ossia la classificazione della qualità dei titoli pubblici italiani. Moody’s ha già abbassato nei giorni scorsi quella delle obbligazioni di una lunga lista di enti locali. In breve, o per i suoi contenuti o per il suo timing o per pregiudizi nei confronti dell’Italia, il programma non ha oggettivamente rassicurato i mercati. Può essere che li abbia delusi, come scrivono alcuni commentatori.
Che c’entra tutto questo con la Grecia? Le banche e gli investitori istituzionali italiani - lo sappiamo - detengono una parte minuta del debito pubblico greco (300 miliardi di euro rispetto ai nostri 1900 miliardi). Ma il contagio non si trasmette soltanto dormendo nello stesso letto. Si trasmette se crollato un birillo piccolo (la Danimarca nel 1992, mentre allora la Gran Bretagna era essenzialmente un birillo titubante), un birillo più grande ma dai piedi d’argilla comincia a sgretolarsi. Nel caso delle manovre parallele, se quella greca va a gambe all’aria, nell’eurozona ci sarà un tormentone che, a torto o a ragione, si accanirà contro chi ha il terzo debito pubblico più alto al mondo.
Guardiamo con attenzione il piano greco. Nel mercato secondario i titoli greci stipati nella casse della Bnp o della Deutsche vengono trattati al 50% del loro valore nominale (o giù di lì). L’infusione di fresh money porterebbe le quotazioni all’80%. Non è, quindi, con uno slancio di carità che hanno risposto agli inviti di partecipare anche loro al piano di salvataggio della Grecia. Ne sarebbero i principali beneficiari, come documenta un lavoro della Federazione bancaria francese (che sarebbe dovuto restare riservato).
Attenzione, non abbiamo alcun livore contro le banche (neanche contro quelle che hanno prestato a rischio e chiedono l’aiuto dei contribuenti); esse detengono i depositi dei cittadini e una crisi, ad esempio, della Bnp avrebbe conseguenze gravissime non soltanto per la Francia, ma per il resto dell’Europa (e non solo).
Il piano “salva-banche” si basa, però, su una medicina molto amara per la Grecia: non è un’impresa facile aumentare il gettito tributario di 14 miliardi di euro in un Paese le cui ferrovie hanno ricavi per 174 milioni d’euro l’anno, ne spendono 246 in salari ed espongono un deficit complessivo di 937 milioni. È quanto meno avventato congetturare che privatizzazioni frettolose per 50 miliardi di euro diano le ex-imprese pubbliche a manager in grado di aumentarne la produttività e la competitività. Anche perché il programma, quale approvato dal Parlamento, prevede misure dure per il ceto medio, ma non sfiora importanti lobby (ad esempio, l’industria farmaceutica).
Quasi contemporaneamente al varo del programma, 18 economisti greci nelle migliori università americane hanno pubblicato una lettera aperta in cui si invita all’autarchia: sganciarsi dalla moneta unica, svalutare e attuare un programma con tempi più lunghi e maggiore attenzione ai ceti deboli per chiedere di rientrare nell’Ue e nell’euro quando la casa sarà a posto.
È senza dubbio difficile fare previsioni, ma sulla base di un’ottantina di programmi di riassetto strutturale finanziati da Fondo monetario e Banca mondiale c’è un’alta probabilità che, così come è congegnato, quello della Grecia venga attuato soltanto in parte.
Il programma prevede un monitoraggio trimestrale. Teniamo impermeabili e ombrelli pronti per ottobre o gennaio. C’è il pericolo di un uragano così forte da provocare smottamenti, seri, pure da noi.
Giuseppe Pennisi
lunedì 4 luglio 2011
Foto Imagoeconomica
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SCENARIO/ Bertone: così i mercati "blindano" la manovra di Tremonti
FINANZA/ L’Italia sotto assedio di Goldman Sachs e co., di M. Bottarelli
vai allo speciale Manovra finanziaria 2011
Quasi in parallelo, il Parlamento della Repubblica Ellenica e il Consiglio dei Ministri della Repubblica Italiana hanno approvato due manovre di politica economica che si estendono su un arco di quattro anni.
L’entità delle due manovre è simile: 64 miliardi di euro (di cui 50 di privatizzazioni) quella varata dalla Grecia, 47 miliardi (principalmente di tagli alla spesa) quella approvata dall’Italia. Differente la scansione temporale: la manovra greca deve essere in gran misura effettuata nei prossimi 18 mesi (per non perdere i 120 miliardi di euro di fresh money, ossia di aiuti, essenziali per evitare l’insolvenza); 35-40 miliardi della manovra italiana sono progettati per la prossima legislatura.
Quindi, timing e contenuti (ad esempio, il mancato rilancio delle privatizzazioni in Italia) appaiono molto differenti. Eppure c’è un nesso forte tra le due manovre parallele. E, soprattutto, il paradosso che gli esiti dell’ammalato in relativa migliore salute (l’Italia) dipendono in gran misure dalle mosse dell’ammalato che pare quasi terminale (la Grecia). Vediamo perché.
In mercati aperti (vi ricordate dell’estate 1992?) i capitali volano rapidamente da una piazza all’altra: 19 anni fa, danesi e britannici voltarono le spalle al progetto di unione monetaria, ma l’Italia ne fu il Paese più colpito, perché l’intero progetto sembrava sul punto di un fallimento e Roma veniva, a torto o ragione, percepita come l’anello più fragile, quello che sarebbe stato ulteriormente indebolito dall’accantonamento o rinvio dell’unione monetaria.
All’indomani del varo del programma quadriennale di stabilità del Governo italiano, Standard & Poor's ha annunciato di avere messo sotto osservazione il rating, ossia la classificazione della qualità dei titoli pubblici italiani. Moody’s ha già abbassato nei giorni scorsi quella delle obbligazioni di una lunga lista di enti locali. In breve, o per i suoi contenuti o per il suo timing o per pregiudizi nei confronti dell’Italia, il programma non ha oggettivamente rassicurato i mercati. Può essere che li abbia delusi, come scrivono alcuni commentatori.
Che c’entra tutto questo con la Grecia? Le banche e gli investitori istituzionali italiani - lo sappiamo - detengono una parte minuta del debito pubblico greco (300 miliardi di euro rispetto ai nostri 1900 miliardi). Ma il contagio non si trasmette soltanto dormendo nello stesso letto. Si trasmette se crollato un birillo piccolo (la Danimarca nel 1992, mentre allora la Gran Bretagna era essenzialmente un birillo titubante), un birillo più grande ma dai piedi d’argilla comincia a sgretolarsi. Nel caso delle manovre parallele, se quella greca va a gambe all’aria, nell’eurozona ci sarà un tormentone che, a torto o a ragione, si accanirà contro chi ha il terzo debito pubblico più alto al mondo.
Guardiamo con attenzione il piano greco. Nel mercato secondario i titoli greci stipati nella casse della Bnp o della Deutsche vengono trattati al 50% del loro valore nominale (o giù di lì). L’infusione di fresh money porterebbe le quotazioni all’80%. Non è, quindi, con uno slancio di carità che hanno risposto agli inviti di partecipare anche loro al piano di salvataggio della Grecia. Ne sarebbero i principali beneficiari, come documenta un lavoro della Federazione bancaria francese (che sarebbe dovuto restare riservato).
Attenzione, non abbiamo alcun livore contro le banche (neanche contro quelle che hanno prestato a rischio e chiedono l’aiuto dei contribuenti); esse detengono i depositi dei cittadini e una crisi, ad esempio, della Bnp avrebbe conseguenze gravissime non soltanto per la Francia, ma per il resto dell’Europa (e non solo).
Il piano “salva-banche” si basa, però, su una medicina molto amara per la Grecia: non è un’impresa facile aumentare il gettito tributario di 14 miliardi di euro in un Paese le cui ferrovie hanno ricavi per 174 milioni d’euro l’anno, ne spendono 246 in salari ed espongono un deficit complessivo di 937 milioni. È quanto meno avventato congetturare che privatizzazioni frettolose per 50 miliardi di euro diano le ex-imprese pubbliche a manager in grado di aumentarne la produttività e la competitività. Anche perché il programma, quale approvato dal Parlamento, prevede misure dure per il ceto medio, ma non sfiora importanti lobby (ad esempio, l’industria farmaceutica).
Quasi contemporaneamente al varo del programma, 18 economisti greci nelle migliori università americane hanno pubblicato una lettera aperta in cui si invita all’autarchia: sganciarsi dalla moneta unica, svalutare e attuare un programma con tempi più lunghi e maggiore attenzione ai ceti deboli per chiedere di rientrare nell’Ue e nell’euro quando la casa sarà a posto.
È senza dubbio difficile fare previsioni, ma sulla base di un’ottantina di programmi di riassetto strutturale finanziati da Fondo monetario e Banca mondiale c’è un’alta probabilità che, così come è congegnato, quello della Grecia venga attuato soltanto in parte.
Il programma prevede un monitoraggio trimestrale. Teniamo impermeabili e ombrelli pronti per ottobre o gennaio. C’è il pericolo di un uragano così forte da provocare smottamenti, seri, pure da noi.
venerdì 1 luglio 2011
Ad Aix Musica e Politica nel sole della Provenza Il Velino primlo luglio
AGV NEWS presenta, in esclusiva per gli abbonati, le notizie via via che vengono inserite.
AD AIX MUSICA E POLITICA NEL SOLE DELLA PROVENZA
Aix-en-Provence - Dal 5 al 25 luglio nella città francese va in scena il classico festival. Oltre alla lirica e ai concerti, spazio anche all'economia
Edizione completa
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Aix-en-Provence - Il Festival di Aix–en-Provence è l’occasione per ascoltare buona musica e prendere il polso alla “Francia-che-può”. Sarebbe più corretto parlare di “Festivals”, al plurale, poiché quello più noto di musica lirica e concerti (5-25 luglio quest’anno) segue un mese di prove aperte dell’Accadémie Européenne de Musique (occasione per ascoltare nuove voci e nuove bacchette) in giugno ed è seguito da una rassegna di danza in agosto. Verso quella che fu la capitale della Provenza, si trasferiscono “the best and the brighest” (le teste d’uovo). In primo luogo dell’economia a ragione del convegno annuale del “Cercles des Economiste”, una quattro giorni serrata su come fare tornare l’Europa a crescere cui hanno partecipato un centinaio di economisti (tra gli italiani è annunciata la presenza di Giuliano Amato, Giulio Tremonti, Franco Bassanini, Edoardo Reviglio) e politici in carica (ma senza alcun “compaesano”, dato il clima rovente a Roma). Quest’anno il tema è il ruolo dello Stato nell’economia mondiale, quindi la produzione di beni pubblici come la giustizia, la difesa, la sicurezza interna, la democrazia, la stabilizzazione della congiuntura, la definizione di nuove regole per la finanza mondiale. Verrà una nutrita schiera di Nobel dagli Usa e da altre parti del mondo.
Una ragione della trasferta è che il Festival di musica alta è ampiamente supportato da mecenati dall’industria e dalla finanza internazionale, che ha appositi club a New York e Londra. Coprono oltre un terzo del costo e hanno titolo di prelazione sui biglietti: un altro terzo viene da amministrazioni pubbliche centrali e locali, il resto dalla biglietteria, ma ben un quinto degli introiti è frutto della vendita di spettacoli ad altri teatri e a case discografiche e televisive. Quindi si tratta di finanza, di economia e di politica tra bicchieri di pastis e di rosé de Provence, tra farcis provenceuax e bouliabasse. delicatezze locali che si gustano nella miriade di ristoranti del Cours Mirabeau e delle deliziose stradine di un piano regolatore seicentesco ancora intonso.
C’è un nesso tra le “rencontre” degli economisti e il tema del Festival vero e proprio che quest’anno viene inaugurato da un’opera di un italiano sconosciuto in patria ma molto apprezzato all’estero: Oscar Bianchi. Il nesso è la tolleranza o meglio, per dirla alla Voltaire, l’intolleranza nei confronti degli intolleranti, tanto nell’economia quanto nelle espressioni artistiche. In “Thanks to my eyes”, coprodotta con i teatri d’opera di Strasburgo e Bruxelles nonché con uno dei maggiori festival di musica contemporanea francese, la tolleranza è nei confronti di una giovane donna misteriosa che ogni notte viene e dormire nella baita di montagna di una famiglia chiusa e introversa, ma che proprio grazie a lei si apre al mondo. Nella “Traviata” (coprodotta con la Staatsoper di Vienna e i teatri di Digione e di Cannes) e in “La Clemenza di Tito” (con i teatri di Marsiglia e di Tolosa) la tolleranza è l’essenza stessa dei due lavori. Nel “Naso” (in collaborazione con l’Opera di Lione e il Metropolitan di New York) e in “Aci e Galatea” (realizzata con la Fenice, l’Eno e l’opera di Bergen) siamo invece all’intolleranza nei confronti dell’intolleranza: della burocrazia zarista-sovietica nella prima
AD AIX MUSICA E POLITICA NEL SOLE DELLA PROVENZA
Aix-en-Provence - Dal 5 al 25 luglio nella città francese va in scena il classico festival. Oltre alla lirica e ai concerti, spazio anche all'economia
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Aix-en-Provence - Il Festival di Aix–en-Provence è l’occasione per ascoltare buona musica e prendere il polso alla “Francia-che-può”. Sarebbe più corretto parlare di “Festivals”, al plurale, poiché quello più noto di musica lirica e concerti (5-25 luglio quest’anno) segue un mese di prove aperte dell’Accadémie Européenne de Musique (occasione per ascoltare nuove voci e nuove bacchette) in giugno ed è seguito da una rassegna di danza in agosto. Verso quella che fu la capitale della Provenza, si trasferiscono “the best and the brighest” (le teste d’uovo). In primo luogo dell’economia a ragione del convegno annuale del “Cercles des Economiste”, una quattro giorni serrata su come fare tornare l’Europa a crescere cui hanno partecipato un centinaio di economisti (tra gli italiani è annunciata la presenza di Giuliano Amato, Giulio Tremonti, Franco Bassanini, Edoardo Reviglio) e politici in carica (ma senza alcun “compaesano”, dato il clima rovente a Roma). Quest’anno il tema è il ruolo dello Stato nell’economia mondiale, quindi la produzione di beni pubblici come la giustizia, la difesa, la sicurezza interna, la democrazia, la stabilizzazione della congiuntura, la definizione di nuove regole per la finanza mondiale. Verrà una nutrita schiera di Nobel dagli Usa e da altre parti del mondo.
Una ragione della trasferta è che il Festival di musica alta è ampiamente supportato da mecenati dall’industria e dalla finanza internazionale, che ha appositi club a New York e Londra. Coprono oltre un terzo del costo e hanno titolo di prelazione sui biglietti: un altro terzo viene da amministrazioni pubbliche centrali e locali, il resto dalla biglietteria, ma ben un quinto degli introiti è frutto della vendita di spettacoli ad altri teatri e a case discografiche e televisive. Quindi si tratta di finanza, di economia e di politica tra bicchieri di pastis e di rosé de Provence, tra farcis provenceuax e bouliabasse. delicatezze locali che si gustano nella miriade di ristoranti del Cours Mirabeau e delle deliziose stradine di un piano regolatore seicentesco ancora intonso.
C’è un nesso tra le “rencontre” degli economisti e il tema del Festival vero e proprio che quest’anno viene inaugurato da un’opera di un italiano sconosciuto in patria ma molto apprezzato all’estero: Oscar Bianchi. Il nesso è la tolleranza o meglio, per dirla alla Voltaire, l’intolleranza nei confronti degli intolleranti, tanto nell’economia quanto nelle espressioni artistiche. In “Thanks to my eyes”, coprodotta con i teatri d’opera di Strasburgo e Bruxelles nonché con uno dei maggiori festival di musica contemporanea francese, la tolleranza è nei confronti di una giovane donna misteriosa che ogni notte viene e dormire nella baita di montagna di una famiglia chiusa e introversa, ma che proprio grazie a lei si apre al mondo. Nella “Traviata” (coprodotta con la Staatsoper di Vienna e i teatri di Digione e di Cannes) e in “La Clemenza di Tito” (con i teatri di Marsiglia e di Tolosa) la tolleranza è l’essenza stessa dei due lavori. Nel “Naso” (in collaborazione con l’Opera di Lione e il Metropolitan di New York) e in “Aci e Galatea” (realizzata con la Fenice, l’Eno e l’opera di Bergen) siamo invece all’intolleranza nei confronti dell’intolleranza: della burocrazia zarista-sovietica nella prima
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