A cavallo tra fine degli Anni Ottanta e l’inizio degli Anni Novanta, l’Italia si trovava o meno in una situazione analoga a quella in cui versa oggi la Repubblica Ellenica? In caso di risposta positiva, se non ne siamo usciti senza insolvenza o ristrutturazione perché non possono farlo pure i greci? Quale strategia abbiamo attuato?
Sotto il profilo dei conti pubblici, le analogie non mancano. Negli anni in cui si metteva a punto il Trattato di Maastricht, e lo si firmava, lo stock di debito pubblico dell’Italia cresceva dal 101% al 119% del Pil ed il disavanzo annuo (in termini tecnici, l’indebitamento netto delle pubbliche amministrazioni) era pari al 10% del Pil (nonostante si fosse raggiunto l’azzeramento del “deficit primario”, ovvero del disavanzo al netto dell’onere per ammortamento e interessi sul debito). Entravamo negli Anni Novanta con la forte probabilità di non essere ammessi nel “club dell’euro” che proprio allora si stava formando seguendo un percorso predeterminato a tappe obbligate per il raggiungimento di un buon grado di convergenza in termini di conti pubblici (un disavanzo non superiore al 3% del Pil ed uno stock di debito che non eccedesse il 60% del Pil). Grazie ad un intervento dell’ultima ora (in gergo “l’emendamento Carli” dal nome del Ministro del Tesoro italiano), la clausola relativa allo stock di debito venne mutata: non sarebbe stato necessario portare il fardello al 60% del Pil (obiettivo irrealizzabile, oltre che per l’Italia, che per il Belgio e per la Grecia nell’arco di otto anni) ma si sarebbe dovuto “tendere” a tale traguardo. Le autorità europee sono state sostanzialmente di manica larga nell’interpretare i passi effettivi attuati per dare corpo alla tendenza. Utile, però, ricordare che si era arrivati a tale situazione di finanza pubblica dopo dieci anni in cui i Governi che si sono succeduti erano riusciti ad ottenere un tasso non disprezzabile del Pil (attorno al 2,5% l’anno) portando al tempo stesso l’inflazione dal 20% l’anno al 6,5% circa. In effetti, l’indebitamento e la conseguente crescita dello stock del debito devono essere attribuiti a due determinanti: a) gli alti tassi d’interesse (per combattere l’inflazione): b) gli interventi per la ristrutturazione industriale e la coesione sociale (quali il varo di nuovi ammortizzatori alla fine degli Anni Ottanta).
L’Italia non ha avuto crisi di solvibilità internazionale anche in quanto il debito pubblico era principalmente sul mercato interno ed i risparmiatori (il popolo dei BOT) erano attratti dagli interessi praticati. Tuttavia, i mercati non diedero fiducia ai propositi di correzione di rotta. Ne conseguì la crisi dell’estate del 1992 che culminò che la richiesta di sospensione dagli accordi europei di cambio ed un deprezzamento del 30% della lira rispetto al paniere delle maggiori monete europee, l’Ecu. In effetti, il default ci fu: dall’oggi al domani gli italiani perdettero un terzo dei loro risparmi , investimenti e redditi di lavoro e pensione rispetto al resto d’Europa. Il deprezzamento che sarebbe dovuto durare tre mesi e venne invece protratto per oltre quattro anni, diede una spinta all’export, mentre sul piano interno venivano attuate manovre di finanza pubblica pari al 9,5% del Pil e varate riforme profonde in materia di previdenza e mercato del lavoro, unitamente ad un programma vigoroso (forse troppo affrettato) di privatizzazioni. Ossia proprio la ricetta che oggi UE e Fmi chiedono alla Grecia, senza , però, che l’Ellade possa utilizzare il deprezzamento della valuta come strumento per la crescita. E con l’aggravante di un contesto di crisi internazionale di cui non si vede ancora la soluzione.
giovedì 16 giugno 2011
ALL’OPERA DI ROMA UNA BOHÈME DA CAPOGIROin Il Velino swl 15 giugno
AGV NEWS presenta, in esclusiva per gli abbonati, le notizie via via che vengono inserite.
ALL’OPERA DI ROMA UNA BOHÈME DA CAPOGIRO
Roma - Debutta stasera il celebre lavoro di Giacomo Puccini. Dieci repliche per un allestimento squisito, curato anni fa dal costumista Pierluigi Samaritani per il teatro Bellini di Catania
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Roma - Nell’ultimo capitolo delle “Scene di una vita da bohème” di Henry Murger, il romanzo cui si sono ispirati sia Leoncavallo che Puccini per le rispettive opere, è passato un anno dalla morte di Mimì. Tanto il poeta Rodolfo quanto il pittore Marcello, nonché il musicista Colline e il filosofo Schaunard, hanno fatto fortuna nelle loro rispettive professioni. Si sono pure imborghesiti. Marcello ha appena passato una notte con Musette ma è stata “una triste notte….non era più lo stesso…niente affatto”. “La gioventù - conclude con una punta d’amarezza il pittore - ha una stagione sola”. La giovinezza come stagione che non ritorna è ben catturata nell’edizione della Bohème di Giacomo Puccini che debutta stasera e ha in programma dieci repliche, in gran misura già esaurite. Non è una ripresa, come inizialmente annunciato, dell’allestimento di Franco Zeffirelli che debuttò alla Scala 53 anni fa con la direzione musicale di Leonard Bernstein e che ha fatto il giro del mondo (a Roma, per esempio, si è visto circa dieci anni fa). È un allestimento di Pierluigi Samaritani concepito inizialmente per il Bellini di Catania. Il Teatro dell’Opera di Roma ha ben fatto ad accantonare il grandioso allestimento di Zeffirelli per importare quello, più economico, di Samaritani, che d’altronde ha avuto successo al Teatro Regio di Torino e nel circuito regionale toscano
La squisita messa in scena di Samaritani, scomparso nel 1994, è ripresa da Marco Gardini con i costumi disegnati da Anna Biagiotti per la sartoria del teatro. Da un lato, l’edizione di Samaritani, meno colossale di quella di Zeffirelli, ha più di quest’ultima come chiave interpretativa il senso del romanzo e ancor più dell’opera: “la giovinezza ha una stagione sola”, che non ritorna. Dall’altro, la messa in scena è stata concepita per il teatro, il Massimo Bellini di Catania, che ha in Italia la migliore acustica, tanto che è qui che la stupenda Dame Joan Sutheland amava cantare e registrare dischi (l’architetto che lo progettò realizzò in seguito quel teatro Colòn di Buenos Aires noto per l’eccellenza delle sue stagioni nella prima metà del Novecento). Nella produzione pucciniana, “Bohème” è un’opera unica, dal colore inconfondibile. Eclettica, tale da fondere mirabilmente il melodramma, il romanticismo tedesco, l’opéra lyrique francese e la romanza-canzone da salotto: è il più fulgido esempio italiano di literaturoper. Anche per questo motivo, è memore di Bizet, di Massenet e di Gounod più che della tradizione italiana.
Il prodigio dell’allestimento di Samaritani consiste proprio nell’aver saputo cogliere la magia di questo eclettismo e di averne tradotto il colore musicale in colori scenici ed in recitazione. È quindi impossibile imitarlo, mentre quello zeffirelliano è stato imitato negli anni Settanta da Gian Carlo Menotti, ottenendo peraltro scarso successo. Nelle dieci rappresentazioni al Teatro dell’Opera di Roma, ci sono due cast di alto livelli di Ramòn Vargas e Hibla Gerzmava (che si alterneranno con Stefano Secco e Maria Josè Siri) nel ruolo degli innamorati e tormentati protagonisti, Rodolfo e Mimì; accanto a loro Vito Priante/Guido Loconsolo (Schaunard), Franco Vassallo/Luca Salsi (Marcello), Marco Spotti/Giovanni Battista Parodi (Colline), Patrizia Ciofi/Ellie Dehn (Musetta). Maestro del Coro dell’Opera Roberto Gabbiani. Sul podio dell’Orchestra del Teatro dell’Opera, il maestro newyorkese James Conlon, nome di prestigio nel panorama internazionale, che vanta un vastissimo repertorio lirico e sinfonico eseguito in tutti i più importanti teatri del mondo.
(Hans Sachs) 15 Giugno 2011 16:40
ALL’OPERA DI ROMA UNA BOHÈME DA CAPOGIRO
Roma - Debutta stasera il celebre lavoro di Giacomo Puccini. Dieci repliche per un allestimento squisito, curato anni fa dal costumista Pierluigi Samaritani per il teatro Bellini di Catania
Edizione completa
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Roma - Nell’ultimo capitolo delle “Scene di una vita da bohème” di Henry Murger, il romanzo cui si sono ispirati sia Leoncavallo che Puccini per le rispettive opere, è passato un anno dalla morte di Mimì. Tanto il poeta Rodolfo quanto il pittore Marcello, nonché il musicista Colline e il filosofo Schaunard, hanno fatto fortuna nelle loro rispettive professioni. Si sono pure imborghesiti. Marcello ha appena passato una notte con Musette ma è stata “una triste notte….non era più lo stesso…niente affatto”. “La gioventù - conclude con una punta d’amarezza il pittore - ha una stagione sola”. La giovinezza come stagione che non ritorna è ben catturata nell’edizione della Bohème di Giacomo Puccini che debutta stasera e ha in programma dieci repliche, in gran misura già esaurite. Non è una ripresa, come inizialmente annunciato, dell’allestimento di Franco Zeffirelli che debuttò alla Scala 53 anni fa con la direzione musicale di Leonard Bernstein e che ha fatto il giro del mondo (a Roma, per esempio, si è visto circa dieci anni fa). È un allestimento di Pierluigi Samaritani concepito inizialmente per il Bellini di Catania. Il Teatro dell’Opera di Roma ha ben fatto ad accantonare il grandioso allestimento di Zeffirelli per importare quello, più economico, di Samaritani, che d’altronde ha avuto successo al Teatro Regio di Torino e nel circuito regionale toscano
La squisita messa in scena di Samaritani, scomparso nel 1994, è ripresa da Marco Gardini con i costumi disegnati da Anna Biagiotti per la sartoria del teatro. Da un lato, l’edizione di Samaritani, meno colossale di quella di Zeffirelli, ha più di quest’ultima come chiave interpretativa il senso del romanzo e ancor più dell’opera: “la giovinezza ha una stagione sola”, che non ritorna. Dall’altro, la messa in scena è stata concepita per il teatro, il Massimo Bellini di Catania, che ha in Italia la migliore acustica, tanto che è qui che la stupenda Dame Joan Sutheland amava cantare e registrare dischi (l’architetto che lo progettò realizzò in seguito quel teatro Colòn di Buenos Aires noto per l’eccellenza delle sue stagioni nella prima metà del Novecento). Nella produzione pucciniana, “Bohème” è un’opera unica, dal colore inconfondibile. Eclettica, tale da fondere mirabilmente il melodramma, il romanticismo tedesco, l’opéra lyrique francese e la romanza-canzone da salotto: è il più fulgido esempio italiano di literaturoper. Anche per questo motivo, è memore di Bizet, di Massenet e di Gounod più che della tradizione italiana.
Il prodigio dell’allestimento di Samaritani consiste proprio nell’aver saputo cogliere la magia di questo eclettismo e di averne tradotto il colore musicale in colori scenici ed in recitazione. È quindi impossibile imitarlo, mentre quello zeffirelliano è stato imitato negli anni Settanta da Gian Carlo Menotti, ottenendo peraltro scarso successo. Nelle dieci rappresentazioni al Teatro dell’Opera di Roma, ci sono due cast di alto livelli di Ramòn Vargas e Hibla Gerzmava (che si alterneranno con Stefano Secco e Maria Josè Siri) nel ruolo degli innamorati e tormentati protagonisti, Rodolfo e Mimì; accanto a loro Vito Priante/Guido Loconsolo (Schaunard), Franco Vassallo/Luca Salsi (Marcello), Marco Spotti/Giovanni Battista Parodi (Colline), Patrizia Ciofi/Ellie Dehn (Musetta). Maestro del Coro dell’Opera Roberto Gabbiani. Sul podio dell’Orchestra del Teatro dell’Opera, il maestro newyorkese James Conlon, nome di prestigio nel panorama internazionale, che vanta un vastissimo repertorio lirico e sinfonico eseguito in tutti i più importanti teatri del mondo.
(Hans Sachs) 15 Giugno 2011 16:40
Anche le micro-opere entrano nei grandi teatri Milano Finanza 4 giugno
Anche le micro-opere entrano nei grandi teatri
di Giuseppe Pennisi
A fine maggio, al Festival Montegral in Garfagnana, è stata messa in scena l'opera REDazione del 35nne Girolamo Deraco. La pièce ha luogo all'interno della redazione di un quotidiano dove imperversano i telefoni fissi e portatili e il direttore non tiene le redini della squadra, composta da un percussionista, sei fiati, un concertatore – tutti anche in grado di recitare ritmicamente.
La micro-opera andrà al maggior festival lirico scandinavo in estate e a Milano e Roma in autunno. L'anno scorso Deraco ha presentato l'esilarante Checkinaggio, un quarto d'ora di presa in giro di come si possono aggirare (con intenti terroristici) i controlli aeroportuali. Il compositore ha nel suo bagaglio un Abbecedario per Orchestra e due attori che è salpato da Bolzano verso verso festival internazionali e in cantiere un Amor che nullo che debutterà in luglio nel Tirolo. Non è però il solo autore italiano che, a fronte della crisi delle fondazioni liriche e delle grandi produzioni, viaggia verso micro-opere giovani per un pubblico giovane. Il Sogno di Arsenio di Marcello Filotei è stato presentato al Teatro Valle di Roma, mentre compositori di rango come Nicola Sani sono entrati nel mercato delle micro-opere con, per esempio, Centerentola.com che ha trionfato la primavera scorsa a Palermo e merita di essere ripresa in altri spazi. Infine Pollicino di Hans Werner Henze è stato lo spettacolo di maggior successo al Comunale di Firenze lo scorso autunno. (riproduzione riservata)
di Giuseppe Pennisi
A fine maggio, al Festival Montegral in Garfagnana, è stata messa in scena l'opera REDazione del 35nne Girolamo Deraco. La pièce ha luogo all'interno della redazione di un quotidiano dove imperversano i telefoni fissi e portatili e il direttore non tiene le redini della squadra, composta da un percussionista, sei fiati, un concertatore – tutti anche in grado di recitare ritmicamente.
La micro-opera andrà al maggior festival lirico scandinavo in estate e a Milano e Roma in autunno. L'anno scorso Deraco ha presentato l'esilarante Checkinaggio, un quarto d'ora di presa in giro di come si possono aggirare (con intenti terroristici) i controlli aeroportuali. Il compositore ha nel suo bagaglio un Abbecedario per Orchestra e due attori che è salpato da Bolzano verso verso festival internazionali e in cantiere un Amor che nullo che debutterà in luglio nel Tirolo. Non è però il solo autore italiano che, a fronte della crisi delle fondazioni liriche e delle grandi produzioni, viaggia verso micro-opere giovani per un pubblico giovane. Il Sogno di Arsenio di Marcello Filotei è stato presentato al Teatro Valle di Roma, mentre compositori di rango come Nicola Sani sono entrati nel mercato delle micro-opere con, per esempio, Centerentola.com che ha trionfato la primavera scorsa a Palermo e merita di essere ripresa in altri spazi. Infine Pollicino di Hans Werner Henze è stato lo spettacolo di maggior successo al Comunale di Firenze lo scorso autunno. (riproduzione riservata)
Negli Usa si studia un’altra sconfitta dell’Europa Il Sussidiario 16 giugno
MANOVRE/ Negli Usa si studia un’altra sconfitta dell’Europa
Giuseppe Pennisi
giovedì 16 giugno 2011
Christine Lagarde (Foto Ansa)
Approfondisci
MANOVRE/ Il nuovo “disco verde” al matrimonio Lactalis-Parmalat, di S. Riela
MANOVRE/ Dall’Asia all’America, la nuova “cricca” che può battere la crisi, di G. Fabi
Vista dal magnifico atrio dell’elegante palazzo (sede del Fondo monetario internazionale, Fmi) all’angolo tra la 19sima strada e la Pennsylvania Avenue nel quartiere North West di Washington D.C. (a due passi, quindi, dalla Casa Bianca e dal Tesoro), il conflitto di successione in corso al Fmi (e i presagi di quello nella vicina Banca mondiale) assumo contorni che non vengono toccati con mano nel Vecchio Continente. Ma di cui sono consapevolissimi gli Stati “emergenti” dell’Asia e dell’America Latina.
In primo luogo, c’è un Convitato di pietra: l’inquilino del 1600 Pennsylvania Avenue (la Casa Bianca) che al Fmi parla tramite il suo vicino all’angolo con la 15sima strada (il Tesoro). Sinora, silenzio assoluto. Almeno ufficialmente. In secondo luogo, ove il negoziato, di forma e di sostanza, non fosse abbastanza complicato, su di esso si stanno accavallando questioni giudiziarie interne.
Venerdì scorso sono state presentate le candidature ufficiali: Christine Lagarde (ministro dell’Economia e delle Finanze francese) dall’Europa, Agustin Carstens (Governatore della Banca centrale messicana) da un gruppo di Stati dell’America Centrale e Meridionale, e Grigori Marchenko (Governatore della Banca centrale del Kazakistan) dalla Russia. Quest’ultimo sa di essere unicamente una candidatura di bandiera, senza possibilità di successo rispetto agli altri due contendenti, ma pur sempre un’utile merce di scambio nelle votazioni dei 24 (cinque dell’Ue) componenti del Consiglio d’amministrazione del Fmi.
Sempre venerdì scorso (a ragione del fuso orario, simultaneamente alla presentazione delle candidature) è arrivata la notizia che in Francia il Tribunale dei Ministri ha rinviato all’8 luglio la decisione sull’autorizzazione di un procedimento per abuso di potere nei confronti di Christina Lagarde per una complicata vicenda interna che riguarda un accordo extra-giudiziale tra il Crédit Lyonnais (controllato dal Tesoro francese) e l’imprenditore (e politico, prima parlamentare socialista poi sarkoziano) per la vendita del proprio pacchetto azionario nella multinazionale dell’abbigliamento sportivo Adidas. Se l’8 luglio, il Tribunale dei Ministri concederà l’equivalente di una autorizzazione a procedere, Madame Lagarde ha già annunciato che darà una procura completa all’avvocato Christopher Mennooh (dello studio Field Fisher Waterhouse) a rappresentarla in udienze che si annunciano numerose e intricate.
In che misura il rinvio della decisione sull’autorizzazione a procedere nei confronti di Christine Lagarde influirà sulla decisione che il cda del Fmi deve prendere entro il 30 giugno? I componenti Ue del cda sostengono che le accuse nei confronti di Madame Lagarde sono così inconsistenti che la si può eleggere in tutta serenità. Tiepido, però, il britannico (sempre in stretto contatto con il collega americano); parla di un possibile rinvio di qualche settimana per attendere un chiarimento.
Nel frattempo, Christine Lagarde gira il mondo in piena campagna elettorale per raccogliere supporto tra emergenti di peso. Non mancano i colpi bassi: quali le insinuazioni che Agustin Carstens (che ha studiato a Chicago) sarebbe un liberista estremista, poco consono in una fase in cui, piaccia o no, l’intervento pubblico sta “tornando di moda”. Grigori Marchenko ha, nel frattempo, indossato la casacca della “merce di scambio”.
Le cene “gastro-negoziali” si succedono, specialmente nelle salette riservate del Cosmos Club e dell’International Club. Un alto funzionario del Tesoro Usa prefigura una soluzione che può sembrare complessa ma che ha una sua logica. L’elezione di Madame Lagarde entro il 30 giugno per non darla vinta al “giustizialismo francese” e per ottenere dall’Ue uno scambio importante: supporto dell’Europa all’elezione tra un anno di Hillary Clinton alla Presidenza della Banca mondiale (Obama non la vuole tra le scatole nelle nuove presidenziali); impegno dell’Europa a una revisione drastica delle quote in conto capitale (e dei diritti di voto) sia al Fmi sia alla Banca mondiale da completarsi nei prossimi cinque anni.
Numerosi “emergenti” condividerebbero questo approccio che farebbe vincere all’Ue una battaglia, ridimensionandola, però, per sempre.
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Giuseppe Pennisi
giovedì 16 giugno 2011
Christine Lagarde (Foto Ansa)
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MANOVRE/ Il nuovo “disco verde” al matrimonio Lactalis-Parmalat, di S. Riela
MANOVRE/ Dall’Asia all’America, la nuova “cricca” che può battere la crisi, di G. Fabi
Vista dal magnifico atrio dell’elegante palazzo (sede del Fondo monetario internazionale, Fmi) all’angolo tra la 19sima strada e la Pennsylvania Avenue nel quartiere North West di Washington D.C. (a due passi, quindi, dalla Casa Bianca e dal Tesoro), il conflitto di successione in corso al Fmi (e i presagi di quello nella vicina Banca mondiale) assumo contorni che non vengono toccati con mano nel Vecchio Continente. Ma di cui sono consapevolissimi gli Stati “emergenti” dell’Asia e dell’America Latina.
In primo luogo, c’è un Convitato di pietra: l’inquilino del 1600 Pennsylvania Avenue (la Casa Bianca) che al Fmi parla tramite il suo vicino all’angolo con la 15sima strada (il Tesoro). Sinora, silenzio assoluto. Almeno ufficialmente. In secondo luogo, ove il negoziato, di forma e di sostanza, non fosse abbastanza complicato, su di esso si stanno accavallando questioni giudiziarie interne.
Venerdì scorso sono state presentate le candidature ufficiali: Christine Lagarde (ministro dell’Economia e delle Finanze francese) dall’Europa, Agustin Carstens (Governatore della Banca centrale messicana) da un gruppo di Stati dell’America Centrale e Meridionale, e Grigori Marchenko (Governatore della Banca centrale del Kazakistan) dalla Russia. Quest’ultimo sa di essere unicamente una candidatura di bandiera, senza possibilità di successo rispetto agli altri due contendenti, ma pur sempre un’utile merce di scambio nelle votazioni dei 24 (cinque dell’Ue) componenti del Consiglio d’amministrazione del Fmi.
Sempre venerdì scorso (a ragione del fuso orario, simultaneamente alla presentazione delle candidature) è arrivata la notizia che in Francia il Tribunale dei Ministri ha rinviato all’8 luglio la decisione sull’autorizzazione di un procedimento per abuso di potere nei confronti di Christina Lagarde per una complicata vicenda interna che riguarda un accordo extra-giudiziale tra il Crédit Lyonnais (controllato dal Tesoro francese) e l’imprenditore (e politico, prima parlamentare socialista poi sarkoziano) per la vendita del proprio pacchetto azionario nella multinazionale dell’abbigliamento sportivo Adidas. Se l’8 luglio, il Tribunale dei Ministri concederà l’equivalente di una autorizzazione a procedere, Madame Lagarde ha già annunciato che darà una procura completa all’avvocato Christopher Mennooh (dello studio Field Fisher Waterhouse) a rappresentarla in udienze che si annunciano numerose e intricate.
In che misura il rinvio della decisione sull’autorizzazione a procedere nei confronti di Christine Lagarde influirà sulla decisione che il cda del Fmi deve prendere entro il 30 giugno? I componenti Ue del cda sostengono che le accuse nei confronti di Madame Lagarde sono così inconsistenti che la si può eleggere in tutta serenità. Tiepido, però, il britannico (sempre in stretto contatto con il collega americano); parla di un possibile rinvio di qualche settimana per attendere un chiarimento.
Nel frattempo, Christine Lagarde gira il mondo in piena campagna elettorale per raccogliere supporto tra emergenti di peso. Non mancano i colpi bassi: quali le insinuazioni che Agustin Carstens (che ha studiato a Chicago) sarebbe un liberista estremista, poco consono in una fase in cui, piaccia o no, l’intervento pubblico sta “tornando di moda”. Grigori Marchenko ha, nel frattempo, indossato la casacca della “merce di scambio”.
Le cene “gastro-negoziali” si succedono, specialmente nelle salette riservate del Cosmos Club e dell’International Club. Un alto funzionario del Tesoro Usa prefigura una soluzione che può sembrare complessa ma che ha una sua logica. L’elezione di Madame Lagarde entro il 30 giugno per non darla vinta al “giustizialismo francese” e per ottenere dall’Ue uno scambio importante: supporto dell’Europa all’elezione tra un anno di Hillary Clinton alla Presidenza della Banca mondiale (Obama non la vuole tra le scatole nelle nuove presidenziali); impegno dell’Europa a una revisione drastica delle quote in conto capitale (e dei diritti di voto) sia al Fmi sia alla Banca mondiale da completarsi nei prossimi cinque anni.
Numerosi “emergenti” condividerebbero questo approccio che farebbe vincere all’Ue una battaglia, ridimensionandola, però, per sempre.
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giovedì 2 giugno 2011
Il clistere e i misteri gloriosi del mercato del calcio in Il Sussidiario del 3 giugno
MERIT GOOD/ Il clistere e i misteri gloriosi del mercato del calcio
Giuseppe Pennisi
venerdì 3 giugno 2011
Foto Fotolia
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CALCIOSCOMMESSE/ 1. Blatter, Calciopoli, partite truccate: il lato oscuro del pallone, di S. Bocchio
CALCIOSCOMMESSE/ 2. L'esperto: rischio azzeramento campionati e colpi di scena, è solo l'inizio..., di M. Pozzi
L’ultimo, in ordine di tempo, scandalo del calcio solleva un problema interessante e poco esaminato in questa fase di grave crisi del settore: se, e in che misura, le tifoserie (in gergo economico una parte importantissima degli “stakeholder”) possono essere i promotori di una maggiore trasparenza nei conti delle società sportive.
I giornali di oggi riportano che l’industria è in profondo rosso per un miliardo di euro a ragione di ricavi in calo e perdite record. C’è un nesso tra profondo rosso e le varie forme di totonero o di scommesse truccate: le stesse tifoserie stanno perdendo fiducia nel loro “oggetto del desiderio” e si organizzerebbero per impedire che, a ragione di trucchi e trucchetti, resterebbero in vita così poche squadre che non ci sarebbe comunque campionato. La teoria economica, però, dà torto a questa tesi.
Ancora più significativo di algoritmi ed equazioni è il disastro di fronte agli occhi di tutti: esso dimostra che, una volta tanto, la teoria economica e il “chroniqueur” avevano previsto giusto otto anni fa (al momento del decreto “spalma perdite”), nel sostenere che la cancrena era irreversibile e non sarebbe bastato il “clistere” (quali quelli praticati dai medici di Molière a qualsivoglia paziente per qualsivoglia malattia) proprio del decreto “spalmaperdite”.
Lo spettacolo, lo sport e in particolare i comparti di spettacolo e sport di forte appello popolare comportano mercati altamente imperfetti, principalmente sotto il profilo delle informazioni e delle relative asimmetrie. Nel mercato del lavoro si innesca lo “star system”, dove il prezzo di equilibrio tra domanda e offerta resta indeterminato e indeterminabile; ciò si riflette nel mercato dei capitali (specifici al settore) e nei meccanismi di organizzazione e incentivazione all’interno delle squadre.
Sulle tifoserie, grava l’ipoteca degli “strong feelings” (dal titolo di un bel libro di Jon Elster di qualche anno fa) che annebbiano ancora di più le informazioni e le conoscenze necessarie per giungere a schede di offerta e di domanda razionali e, quindi, a prezzi di equilibrio. Nelle tifoserie, i giochi sono simultaneamente a più livelli e su più tavoli: le funzioni da massimizzare sono molteplici, ma tra di esse raramente viene inclusa, anche in una situazione di emergenza e di force majeure, quella della trasparenza contabile e dei bilanci in regola. Un’analisi del funzionamento economico del settore è un libro dell’economista Rocco Scandizzo, un’utile lettura per tutti gli interessati.
Il calcio è quello che gli economisti chiamano un “merit good”, “un bene meritorio”, o, secondo altri autori, un “bene sociale”, con forti effetti esterni per la collettività. Il fatto che le squadre del cuore siano, per molti italiani, “un pezzo di vita” contribuisce alla creazione di “capitale sociale”, arricchisce il senso di appartenenza, incanala l’irruenza verso segmenti (gli stadi) controllabili.
Dicono gli storici che nel luglio 1948, dopo l’attentato a Togliatti, l’Italia evitò la guerra civile grazie a una vittoria sportiva. Più recentemente, e più modestamente, nel luglio 1982, il primo Governo Spadolini ebbe vita più lunga grazie ai gol di Paolo Rossi, salutati dal balcone di Palazzo Chigi (evento quanto mai inusuale) dal presidente del Consiglio in persona. Per queste ragioni i misteri del mercato del calcio sono - diciamolo senza pudore - gloriosi.
Un “merit good” può essere prodotto e distribuito in modo socialmente efficiente solo se ben regolamentato. Dato che facciamo parte dell’Unione europea, la regolazione non può essere distorsiva del più ampio mercato comunitario. Regolazione vuole necessariamente dire disciplina di bilancio e, quindi, amministrazione controllata o commissariamento per le società finite letteralmente “nel pallone”, interdizione a nuovi incarichi per i manager responsabili dello sfascio, drastica riduzione di ingaggi e stipendi (negli altri settori, anche molto ma molto meritori, si va in cassa integrazione o si resta disoccupati).
Occorre, comunque, ricordarsi che la “la legge Draghi” comporta, per le società quotate in borsa, l’impossibilità di cedere i pacchetti di controllo (superiori sempre al 30%+1 delle azioni) senza Opa; ciò blocca, ad esempio, le possibilità alla Roma di attingere nuova capitalizzazione, espandendo il pacchetto di controllo. Se verrà la cura sarà amara. Ma verrà dai regolatori, non dalle tifoserie.
© Riproduzione Riservata.
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Giuseppe Pennisi
venerdì 3 giugno 2011
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CALCIOSCOMMESSE/ 1. Blatter, Calciopoli, partite truccate: il lato oscuro del pallone, di S. Bocchio
CALCIOSCOMMESSE/ 2. L'esperto: rischio azzeramento campionati e colpi di scena, è solo l'inizio..., di M. Pozzi
L’ultimo, in ordine di tempo, scandalo del calcio solleva un problema interessante e poco esaminato in questa fase di grave crisi del settore: se, e in che misura, le tifoserie (in gergo economico una parte importantissima degli “stakeholder”) possono essere i promotori di una maggiore trasparenza nei conti delle società sportive.
I giornali di oggi riportano che l’industria è in profondo rosso per un miliardo di euro a ragione di ricavi in calo e perdite record. C’è un nesso tra profondo rosso e le varie forme di totonero o di scommesse truccate: le stesse tifoserie stanno perdendo fiducia nel loro “oggetto del desiderio” e si organizzerebbero per impedire che, a ragione di trucchi e trucchetti, resterebbero in vita così poche squadre che non ci sarebbe comunque campionato. La teoria economica, però, dà torto a questa tesi.
Ancora più significativo di algoritmi ed equazioni è il disastro di fronte agli occhi di tutti: esso dimostra che, una volta tanto, la teoria economica e il “chroniqueur” avevano previsto giusto otto anni fa (al momento del decreto “spalma perdite”), nel sostenere che la cancrena era irreversibile e non sarebbe bastato il “clistere” (quali quelli praticati dai medici di Molière a qualsivoglia paziente per qualsivoglia malattia) proprio del decreto “spalmaperdite”.
Lo spettacolo, lo sport e in particolare i comparti di spettacolo e sport di forte appello popolare comportano mercati altamente imperfetti, principalmente sotto il profilo delle informazioni e delle relative asimmetrie. Nel mercato del lavoro si innesca lo “star system”, dove il prezzo di equilibrio tra domanda e offerta resta indeterminato e indeterminabile; ciò si riflette nel mercato dei capitali (specifici al settore) e nei meccanismi di organizzazione e incentivazione all’interno delle squadre.
Sulle tifoserie, grava l’ipoteca degli “strong feelings” (dal titolo di un bel libro di Jon Elster di qualche anno fa) che annebbiano ancora di più le informazioni e le conoscenze necessarie per giungere a schede di offerta e di domanda razionali e, quindi, a prezzi di equilibrio. Nelle tifoserie, i giochi sono simultaneamente a più livelli e su più tavoli: le funzioni da massimizzare sono molteplici, ma tra di esse raramente viene inclusa, anche in una situazione di emergenza e di force majeure, quella della trasparenza contabile e dei bilanci in regola. Un’analisi del funzionamento economico del settore è un libro dell’economista Rocco Scandizzo, un’utile lettura per tutti gli interessati.
Il calcio è quello che gli economisti chiamano un “merit good”, “un bene meritorio”, o, secondo altri autori, un “bene sociale”, con forti effetti esterni per la collettività. Il fatto che le squadre del cuore siano, per molti italiani, “un pezzo di vita” contribuisce alla creazione di “capitale sociale”, arricchisce il senso di appartenenza, incanala l’irruenza verso segmenti (gli stadi) controllabili.
Dicono gli storici che nel luglio 1948, dopo l’attentato a Togliatti, l’Italia evitò la guerra civile grazie a una vittoria sportiva. Più recentemente, e più modestamente, nel luglio 1982, il primo Governo Spadolini ebbe vita più lunga grazie ai gol di Paolo Rossi, salutati dal balcone di Palazzo Chigi (evento quanto mai inusuale) dal presidente del Consiglio in persona. Per queste ragioni i misteri del mercato del calcio sono - diciamolo senza pudore - gloriosi.
Un “merit good” può essere prodotto e distribuito in modo socialmente efficiente solo se ben regolamentato. Dato che facciamo parte dell’Unione europea, la regolazione non può essere distorsiva del più ampio mercato comunitario. Regolazione vuole necessariamente dire disciplina di bilancio e, quindi, amministrazione controllata o commissariamento per le società finite letteralmente “nel pallone”, interdizione a nuovi incarichi per i manager responsabili dello sfascio, drastica riduzione di ingaggi e stipendi (negli altri settori, anche molto ma molto meritori, si va in cassa integrazione o si resta disoccupati).
Occorre, comunque, ricordarsi che la “la legge Draghi” comporta, per le società quotate in borsa, l’impossibilità di cedere i pacchetti di controllo (superiori sempre al 30%+1 delle azioni) senza Opa; ciò blocca, ad esempio, le possibilità alla Roma di attingere nuova capitalizzazione, espandendo il pacchetto di controllo. Se verrà la cura sarà amara. Ma verrà dai regolatori, non dalle tifoserie.
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mercoledì 1 giugno 2011
Atene a un passo dal crac; l'Italia può limitare i danni Avvenire 1 giugno
ATENE A UN PASSO DAL CRAC, L’ITALIA PUÒ LIMITARE I DANNI
Difendersi dal «contagio» greco
con rigore, riforme e stabilità
GIUSEPPE PENNISI
Per la Grecia si avvicina il momento della verità. Anche gli analisti economici meno pessimisti, quelli che per settimane hanno sostenuto come la solidarietà europea e internazionale avrebbero impedito il tracollo della Grecia, ora incominciano ad avanzare seri dubbi circa la possibilità che la Repubblica Ellenica riesca a mantenere in equilibrio la situazione politico-sociale interna e la solvibilità estera. Ieri Moody’s ha tagliato nuovamente il rating di Atene,valutando la possibilità reale di un
default a causa di un debitosostanzialmente «fuori controllo».
Decisioni su un nuovo programma di
aiuti straordinari sono state rinviate auna riunione dell’Eurogruppo chepotrebbe tenersi lunedì prossimoDecisioni su un nuovo programma di aiuti straordinari sono state rinviate ad un’eventuale riunione dell’Eurogruppo che forse si terrebbe il 6 giugno.
Da ora ad allora, gli scenari che si prospettano vanno dall'ipotesi di una ristrutturazione del debito analoga a quella effettuata da Paesi in via di sviluppo, a una dichiarazione di fallimento simile a quella fatta dall'Islanda, fino all'uscita dall'unione monetaria con il ritorno alla Dracma. A questo punto diventa opportuno chiedersi: ci saranno implicazioni negative per l'Italia? Che cosa fare per minimizzarle.
Il contagio pare inevitabile. Un lavoro del Center of European Policy Research, ne indica le ragioni. In sintesi, in un'unione monetaria le banche centrali hanno interesse a diversificare le proprie riserve in debito sovrano di altri Paesi dell'area: ma se da un lato la diversificazione riduce i rischi, dall'altro porta il bacillo del contagio.
John Whittaker dell'Università di Lancaster ha studiato la rete di transazioni ufficiali pubbliche all'interno del sistema europeo: sino al dicembre 2010 la sola Banca centrale tedesca si era esposta per 325 miliardi di euro per venire in aiuto ad altre banche centrali dell'Eurozona; mentre le banche private di Francia e Germania hanno investito alla grande, attratte dai differenziali dei tassi d'interesse, in obbligazioni sovrane che oggi vengono trattate con uno sconto di circa un terzo del loro valore nominale.
Qual è la situazione specifica dell'Italia? Da un canto il nostro Paese si presenta più fragile di altri, a ragione dell'elevato debito pubblico, dell'economia in ristagno e del quadro politico incerto. Da un altro, su un totale di 87 miliardi di euro di riserve, meno dell'1% sono collocate in titoli greci. Secondo l'Abi e la Banca per i regolamenti internazionali, gli istituti di credito italiani sono poco o per nulla esposti nei confronti della Grecia, nonostante gli incentivi della Repubblica Ellenica ad aprire sportelli e a finanziare imprese e investimenti del Paese.
In breve, il contagio finanziario sarebbe verosimilmente di portata molto modesta, ma i suoi effetti potrebbero essere amplificati dalla situazione dei nostri conti pubblici, dall'andamento lento dell'economia reale e dalle fibrillazioni politiche. In particolare nello scenario peggiore, con l'uscita della Grecia dell'area dell'euro e il rischio di uno smottamento dell'Unione monetaria. È anche questo che ha indottogli analisti di Standard & Poor's a rivedere al ribasso il giudizio sulle prospettive del nostro debito.
Per limitare i danni si possono considerare due strategie parallele, una in sede europea e una al nostro interno. A livello europeo la strada da battere è quella di convincere i nostri partner e la Banca centrale a effettuare al più presto un allungamento delle scadenze del debito greco. Il "riscadenzamento" dovrebbe essere garantito da attività reali (imprese a partecipazioni statali e simili) e attuato sotto la vigilanza europea. Si tratterebbe, in pratica, di porre la Grecia in "amministrazione controllata". Una soluzione della quale Atene avrebbe poco di che dirsi orgogliosa, ma ben più tollerabile dell'eventualità di dover portare i libri in tribunale o, peggio, di essere accusati di bancarotta fraudolenta. Queste misure avrebbero l'effetto di rassicurare i mercati nei confronti dell'intera Eurozona.
Sotto il profilo interno, invece, all'Italia non basterà mantenere dritta la barra della finanza pubblica, ma per mettersi al riparo dalle turbolenze dovrà avviare iniziative per rilanciare produttività e crescita, varando misure micro-economiche che potrebbero essere parte di un nuovo e più ampio «patto sociale» per lo sviluppo. Fibrillazioni politiche permettendo
Difendersi dal «contagio» greco
con rigore, riforme e stabilità
GIUSEPPE PENNISI
Per la Grecia si avvicina il momento della verità. Anche gli analisti economici meno pessimisti, quelli che per settimane hanno sostenuto come la solidarietà europea e internazionale avrebbero impedito il tracollo della Grecia, ora incominciano ad avanzare seri dubbi circa la possibilità che la Repubblica Ellenica riesca a mantenere in equilibrio la situazione politico-sociale interna e la solvibilità estera. Ieri Moody’s ha tagliato nuovamente il rating di Atene,valutando la possibilità reale di un
default a causa di un debitosostanzialmente «fuori controllo».
Decisioni su un nuovo programma di
aiuti straordinari sono state rinviate auna riunione dell’Eurogruppo chepotrebbe tenersi lunedì prossimoDecisioni su un nuovo programma di aiuti straordinari sono state rinviate ad un’eventuale riunione dell’Eurogruppo che forse si terrebbe il 6 giugno.
Da ora ad allora, gli scenari che si prospettano vanno dall'ipotesi di una ristrutturazione del debito analoga a quella effettuata da Paesi in via di sviluppo, a una dichiarazione di fallimento simile a quella fatta dall'Islanda, fino all'uscita dall'unione monetaria con il ritorno alla Dracma. A questo punto diventa opportuno chiedersi: ci saranno implicazioni negative per l'Italia? Che cosa fare per minimizzarle.
Il contagio pare inevitabile. Un lavoro del Center of European Policy Research, ne indica le ragioni. In sintesi, in un'unione monetaria le banche centrali hanno interesse a diversificare le proprie riserve in debito sovrano di altri Paesi dell'area: ma se da un lato la diversificazione riduce i rischi, dall'altro porta il bacillo del contagio.
John Whittaker dell'Università di Lancaster ha studiato la rete di transazioni ufficiali pubbliche all'interno del sistema europeo: sino al dicembre 2010 la sola Banca centrale tedesca si era esposta per 325 miliardi di euro per venire in aiuto ad altre banche centrali dell'Eurozona; mentre le banche private di Francia e Germania hanno investito alla grande, attratte dai differenziali dei tassi d'interesse, in obbligazioni sovrane che oggi vengono trattate con uno sconto di circa un terzo del loro valore nominale.
Qual è la situazione specifica dell'Italia? Da un canto il nostro Paese si presenta più fragile di altri, a ragione dell'elevato debito pubblico, dell'economia in ristagno e del quadro politico incerto. Da un altro, su un totale di 87 miliardi di euro di riserve, meno dell'1% sono collocate in titoli greci. Secondo l'Abi e la Banca per i regolamenti internazionali, gli istituti di credito italiani sono poco o per nulla esposti nei confronti della Grecia, nonostante gli incentivi della Repubblica Ellenica ad aprire sportelli e a finanziare imprese e investimenti del Paese.
In breve, il contagio finanziario sarebbe verosimilmente di portata molto modesta, ma i suoi effetti potrebbero essere amplificati dalla situazione dei nostri conti pubblici, dall'andamento lento dell'economia reale e dalle fibrillazioni politiche. In particolare nello scenario peggiore, con l'uscita della Grecia dell'area dell'euro e il rischio di uno smottamento dell'Unione monetaria. È anche questo che ha indottogli analisti di Standard & Poor's a rivedere al ribasso il giudizio sulle prospettive del nostro debito.
Per limitare i danni si possono considerare due strategie parallele, una in sede europea e una al nostro interno. A livello europeo la strada da battere è quella di convincere i nostri partner e la Banca centrale a effettuare al più presto un allungamento delle scadenze del debito greco. Il "riscadenzamento" dovrebbe essere garantito da attività reali (imprese a partecipazioni statali e simili) e attuato sotto la vigilanza europea. Si tratterebbe, in pratica, di porre la Grecia in "amministrazione controllata". Una soluzione della quale Atene avrebbe poco di che dirsi orgogliosa, ma ben più tollerabile dell'eventualità di dover portare i libri in tribunale o, peggio, di essere accusati di bancarotta fraudolenta. Queste misure avrebbero l'effetto di rassicurare i mercati nei confronti dell'intera Eurozona.
Sotto il profilo interno, invece, all'Italia non basterà mantenere dritta la barra della finanza pubblica, ma per mettersi al riparo dalle turbolenze dovrà avviare iniziative per rilanciare produttività e crescita, varando misure micro-economiche che potrebbero essere parte di un nuovo e più ampio «patto sociale» per lo sviluppo. Fibrillazioni politiche permettendo
VERDI/ La prima esecuzione integrale de Les Vêpres Siciliennes di Verdi al San Carlo di Napoli Il Sussidiario 1 giugno
VERDI/ VERDI/ La prima esecuzione integrale de Les Vêpres Siciliennes di Verdi al San Carlo di Napoli
Giuseppe Pennisi
mercoledì 1 giugno 2011
Les Vêpres Siciliennes di Verdi
Approfondisci
MONTEGRAL/ La perla dei festival musicali estivi in un convento sulla Garfagnana
BENJAMIN BRITTEN/ Il "War Requiem" e l'inutile strage
Al San Carlo di Napoli è andata in scena quella che può a buon diritto essere considerata la prima esecuzione integrale in tempi di moderni di una delle opere più importanti e meno rappresentate di Verdi, Les Vêpres Siciliennes. Purtroppo, durante la prima parte dello spettacolo (che include tanto il primo quanto il secondo atto del lungo “grand opéra” con tre balletti), c’erano diverse file vuote. Probabilmente ciò è avvenuto in quanto le tessere di abbonamento indicavano le consuete 20,30 come orario di inizio (e non le 19), ma forse soprattutto perché la squadra di calcio della città stava giocando un’importante partita (l'esito positivo ha provocato festeggiamenti per tutta la notte). E così il teatro si è riempito all’inizio della seconda parte.
Perché si è trattato di prima esecuzione mondiale in tempi moderni? E’ invalsa la prassi di mettere in scena l’opera in versione ritmica (peraltro piuttosto mediocre) in italiano con il titolo I Vespri Siciliani (nella seconda metà dell’Ottocento, pure nelle esecuzioni in Italia l’azione veniva spostata in Portogallo ed il lavoro veniva intitolato Giovanna dè Guzman), eliminando il balletto “le quattro stagioni” del terzo atto e operando altri tagli. Anche al Metropolitan di New York (dove viene rappresentato il balletto del terzo atto), l’opera viene data in italiano. Non si può considerare “autentica” la versione integrale proposta a Roma nel 1997; includeva tutti i cinque atti, per una durata complessiva di circa quattro ore e mezzo, ma l’azione veniva spostata dalla Palermo del 1282 (seguendo una vicenda tra storia e leggenda immortalata da Michele Amari) a metà Ottocento e le veniva data una forte patina risorgimentale.
Con esiti quanto mai distanti dal libretto (peraltro scritto per un’opera Il Duca d’Alba, concepita per Donizetti, ma che il compositore non riuscì mai a completare). Ad esempio, il personaggio negativo, al centro di tutti i complotti e ideatore della strage finale, Giovanni da Procida, veniva presentato, nell’edizione romana del 1997, come una sorta di mazziniano (ove non come Mazzini in persona)
.
Sulla genesi dell’opera, e sui travisamenti in chiave risorgimentale, ho scritto altrove. Basti pensare che Les Vêpres Siciliennes venne commissionata dal Teatro Imperiale dell’Opera ai tempi di Napoleone III (non certo né risorgimentale nè mazziniano) e che alla prima rappresentazione nel giugno 1855 il successo fu tale che si ebbero ben 62 repliche. L’opera, nelle sue varie fogge, era spesso in scena sino al 1870 o giù di lì, ma sparì per circa un secolo dai cartelloni specialmente per lo sforzo produttivo che comporta. E’ lavoro, però, di grande importanza perché in esso ci sono tutti gli elementi delle opere future di Verdi.
La complessa vicenda (chiaramente situata in un Medio Evo con tracce ancora bizantine) è imperniata, più che sulla virtuale lotta di indipendenza dei siciliani contro i francesi (per darsi agli aragonesi) su un tormentato rapporto tra padre e figlio in un contesto di conflitti e violenze.
Le scene (di Federico Tiezzi), i costume (di Franca Squarciapino) situano chiaramente la vicenda in una Palermo medioevale densa di ricordi bizantini (grande l’idea di svolgere l’ultima scena all’interno del Duomo di Monreale). Non ci sono concessioni risorgimentali e nella regia di Nicolas Joël, Jean Procida è il vero malvagio della situazione. Le scene sono costruite su pochi elementi mobili e grandi distese marine.
Vengono da un allestimento (in italiano e incompleto) del Teatro Massimo di Palermo e funzionano a perfezione; bellissimo il gioco di luci. Elegante il balletto.
Gianlugi Gelmetti è in linea con la concezione al tempo stesso grandiosa (grandi movimenti di massa, danze) e intima (il rapporto tra padre e figlio) dell’allestimento. Gelmetti dirige senza spartito; di gran livello la prova dell’orchestra del San Carlo, specialmente degli ottoni e dei fiati, molto migliorati negli ultimi anni.
Sotto il profilo vocale Les Vêpres Siciliennes è irto di trappole, specialmente per il tenore - tanto più che, dopo la morte di Alfredo Kraus, non credo ci siano “tenori di grazia” con la dizione nasale e il registro molto acuto. Gregery Kunde lo era una ventina circa di anni fa quando impersonava Arnold nel rossiniano “Guillaume Tell. Per alcuni anni ha avuto serie difficoltà, ora superate. Ma il timbro si è scurito ed è un vigoroso tenore “lirico spinto”. Il meglio che passa il convento in questi anni. Il 15 maggio ha avuto ovazioni dopo la grande aria O jour de peine et de souffrance.
I ruoli del baritono (Dario Solari) e del basso (Orlin Anastassov) sono lunghi e duri, ma non presentano particolari difficoltà. Il principale personaggio femminile è stato affidato ad Alexandrina Pendatchanska, buona emissione e buona coloratura, ma un volume troppo piccolo per le grandi dimensioni del San Carlo. Di buon livelli i caratteristi minori e il coro (la cui dizione francese era però incomprensibile). Dopo cinque ore in teatro, ovazioni per Kunde Anastassov e Gelmetti. Applausi per gli altri.
© Riproduzione Riservata.
Giuseppe Pennisi
mercoledì 1 giugno 2011
Les Vêpres Siciliennes di Verdi
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MONTEGRAL/ La perla dei festival musicali estivi in un convento sulla Garfagnana
BENJAMIN BRITTEN/ Il "War Requiem" e l'inutile strage
Al San Carlo di Napoli è andata in scena quella che può a buon diritto essere considerata la prima esecuzione integrale in tempi di moderni di una delle opere più importanti e meno rappresentate di Verdi, Les Vêpres Siciliennes. Purtroppo, durante la prima parte dello spettacolo (che include tanto il primo quanto il secondo atto del lungo “grand opéra” con tre balletti), c’erano diverse file vuote. Probabilmente ciò è avvenuto in quanto le tessere di abbonamento indicavano le consuete 20,30 come orario di inizio (e non le 19), ma forse soprattutto perché la squadra di calcio della città stava giocando un’importante partita (l'esito positivo ha provocato festeggiamenti per tutta la notte). E così il teatro si è riempito all’inizio della seconda parte.
Perché si è trattato di prima esecuzione mondiale in tempi moderni? E’ invalsa la prassi di mettere in scena l’opera in versione ritmica (peraltro piuttosto mediocre) in italiano con il titolo I Vespri Siciliani (nella seconda metà dell’Ottocento, pure nelle esecuzioni in Italia l’azione veniva spostata in Portogallo ed il lavoro veniva intitolato Giovanna dè Guzman), eliminando il balletto “le quattro stagioni” del terzo atto e operando altri tagli. Anche al Metropolitan di New York (dove viene rappresentato il balletto del terzo atto), l’opera viene data in italiano. Non si può considerare “autentica” la versione integrale proposta a Roma nel 1997; includeva tutti i cinque atti, per una durata complessiva di circa quattro ore e mezzo, ma l’azione veniva spostata dalla Palermo del 1282 (seguendo una vicenda tra storia e leggenda immortalata da Michele Amari) a metà Ottocento e le veniva data una forte patina risorgimentale.
Con esiti quanto mai distanti dal libretto (peraltro scritto per un’opera Il Duca d’Alba, concepita per Donizetti, ma che il compositore non riuscì mai a completare). Ad esempio, il personaggio negativo, al centro di tutti i complotti e ideatore della strage finale, Giovanni da Procida, veniva presentato, nell’edizione romana del 1997, come una sorta di mazziniano (ove non come Mazzini in persona)
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Sulla genesi dell’opera, e sui travisamenti in chiave risorgimentale, ho scritto altrove. Basti pensare che Les Vêpres Siciliennes venne commissionata dal Teatro Imperiale dell’Opera ai tempi di Napoleone III (non certo né risorgimentale nè mazziniano) e che alla prima rappresentazione nel giugno 1855 il successo fu tale che si ebbero ben 62 repliche. L’opera, nelle sue varie fogge, era spesso in scena sino al 1870 o giù di lì, ma sparì per circa un secolo dai cartelloni specialmente per lo sforzo produttivo che comporta. E’ lavoro, però, di grande importanza perché in esso ci sono tutti gli elementi delle opere future di Verdi.
La complessa vicenda (chiaramente situata in un Medio Evo con tracce ancora bizantine) è imperniata, più che sulla virtuale lotta di indipendenza dei siciliani contro i francesi (per darsi agli aragonesi) su un tormentato rapporto tra padre e figlio in un contesto di conflitti e violenze.
Le scene (di Federico Tiezzi), i costume (di Franca Squarciapino) situano chiaramente la vicenda in una Palermo medioevale densa di ricordi bizantini (grande l’idea di svolgere l’ultima scena all’interno del Duomo di Monreale). Non ci sono concessioni risorgimentali e nella regia di Nicolas Joël, Jean Procida è il vero malvagio della situazione. Le scene sono costruite su pochi elementi mobili e grandi distese marine.
Vengono da un allestimento (in italiano e incompleto) del Teatro Massimo di Palermo e funzionano a perfezione; bellissimo il gioco di luci. Elegante il balletto.
Gianlugi Gelmetti è in linea con la concezione al tempo stesso grandiosa (grandi movimenti di massa, danze) e intima (il rapporto tra padre e figlio) dell’allestimento. Gelmetti dirige senza spartito; di gran livello la prova dell’orchestra del San Carlo, specialmente degli ottoni e dei fiati, molto migliorati negli ultimi anni.
Sotto il profilo vocale Les Vêpres Siciliennes è irto di trappole, specialmente per il tenore - tanto più che, dopo la morte di Alfredo Kraus, non credo ci siano “tenori di grazia” con la dizione nasale e il registro molto acuto. Gregery Kunde lo era una ventina circa di anni fa quando impersonava Arnold nel rossiniano “Guillaume Tell. Per alcuni anni ha avuto serie difficoltà, ora superate. Ma il timbro si è scurito ed è un vigoroso tenore “lirico spinto”. Il meglio che passa il convento in questi anni. Il 15 maggio ha avuto ovazioni dopo la grande aria O jour de peine et de souffrance.
I ruoli del baritono (Dario Solari) e del basso (Orlin Anastassov) sono lunghi e duri, ma non presentano particolari difficoltà. Il principale personaggio femminile è stato affidato ad Alexandrina Pendatchanska, buona emissione e buona coloratura, ma un volume troppo piccolo per le grandi dimensioni del San Carlo. Di buon livelli i caratteristi minori e il coro (la cui dizione francese era però incomprensibile). Dopo cinque ore in teatro, ovazioni per Kunde Anastassov e Gelmetti. Applausi per gli altri.
© Riproduzione Riservata.
Giuseppe Pennisi
mercoledì 1 giugno 2011
Les Vêpres Siciliennes di Verdi
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MONTEGRAL/ La perla dei festival musicali estivi in un convento sulla Garfagnana
BENJAMIN BRITTEN/ Il "War Requiem" e l'inutile strage
Al San Carlo di Napoli è andata in scena quella che può a buon diritto essere considerata la prima esecuzione integrale in tempi di moderni di una delle opere più importanti e meno rappresentate di Verdi, Les Vêpres Siciliennes. Purtroppo, durante la prima parte dello spettacolo (che include tanto il primo quanto il secondo atto del lungo “grand opéra” con tre balletti), c’erano diverse file vuote. Probabilmente ciò è avvenuto in quanto le tessere di abbonamento indicavano le consuete 20,30 come orario di inizio (e non le 19), ma forse soprattutto perché la squadra di calcio della città stava giocando un’importante partita (l'esito positivo ha provocato festeggiamenti per tutta la notte). E così il teatro si è riempito all’inizio della seconda parte.
Perché si è trattato di prima esecuzione mondiale in tempi moderni? E’ invalsa la prassi di mettere in scena l’opera in versione ritmica (peraltro piuttosto mediocre) in italiano con il titolo I Vespri Siciliani (nella seconda metà dell’Ottocento, pure nelle esecuzioni in Italia l’azione veniva spostata in Portogallo ed il lavoro veniva intitolato Giovanna dè Guzman), eliminando il balletto “le quattro stagioni” del terzo atto e operando altri tagli. Anche al Metropolitan di New York (dove viene rappresentato il balletto del terzo atto), l’opera viene data in italiano. Non si può considerare “autentica” la versione integrale proposta a Roma nel 1997; includeva tutti i cinque atti, per una durata complessiva di circa quattro ore e mezzo, ma l’azione veniva spostata dalla Palermo del 1282 (seguendo una vicenda tra storia e leggenda immortalata da Michele Amari) a metà Ottocento e le veniva data una forte patina risorgimentale.
Con esiti quanto mai distanti dal libretto (peraltro scritto per un’opera Il Duca d’Alba, concepita per Donizetti, ma che il compositore non riuscì mai a completare). Ad esempio, il personaggio negativo, al centro di tutti i complotti e ideatore della strage finale, Giovanni da Procida, veniva presentato, nell’edizione romana del 1997, come una sorta di mazziniano (ove non come Mazzini in persona)
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Sulla genesi dell’opera, e sui travisamenti in chiave risorgimentale, ho scritto altrove. Basti pensare che Les Vêpres Siciliennes venne commissionata dal Teatro Imperiale dell’Opera ai tempi di Napoleone III (non certo né risorgimentale nè mazziniano) e che alla prima rappresentazione nel giugno 1855 il successo fu tale che si ebbero ben 62 repliche. L’opera, nelle sue varie fogge, era spesso in scena sino al 1870 o giù di lì, ma sparì per circa un secolo dai cartelloni specialmente per lo sforzo produttivo che comporta. E’ lavoro, però, di grande importanza perché in esso ci sono tutti gli elementi delle opere future di Verdi.
La complessa vicenda (chiaramente situata in un Medio Evo con tracce ancora bizantine) è imperniata, più che sulla virtuale lotta di indipendenza dei siciliani contro i francesi (per darsi agli aragonesi) su un tormentato rapporto tra padre e figlio in un contesto di conflitti e violenze.
Le scene (di Federico Tiezzi), i costume (di Franca Squarciapino) situano chiaramente la vicenda in una Palermo medioevale densa di ricordi bizantini (grande l’idea di svolgere l’ultima scena all’interno del Duomo di Monreale). Non ci sono concessioni risorgimentali e nella regia di Nicolas Joël, Jean Procida è il vero malvagio della situazione. Le scene sono costruite su pochi elementi mobili e grandi distese marine.
Vengono da un allestimento (in italiano e incompleto) del Teatro Massimo di Palermo e funzionano a perfezione; bellissimo il gioco di luci. Elegante il balletto.
Gianlugi Gelmetti è in linea con la concezione al tempo stesso grandiosa (grandi movimenti di massa, danze) e intima (il rapporto tra padre e figlio) dell’allestimento. Gelmetti dirige senza spartito; di gran livello la prova dell’orchestra del San Carlo, specialmente degli ottoni e dei fiati, molto migliorati negli ultimi anni.
Sotto il profilo vocale Les Vêpres Siciliennes è irto di trappole, specialmente per il tenore - tanto più che, dopo la morte di Alfredo Kraus, non credo ci siano “tenori di grazia” con la dizione nasale e il registro molto acuto. Gregery Kunde lo era una ventina circa di anni fa quando impersonava Arnold nel rossiniano “Guillaume Tell. Per alcuni anni ha avuto serie difficoltà, ora superate. Ma il timbro si è scurito ed è un vigoroso tenore “lirico spinto”. Il meglio che passa il convento in questi anni. Il 15 maggio ha avuto ovazioni dopo la grande aria O jour de peine et de souffrance.
I ruoli del baritono (Dario Solari) e del basso (Orlin Anastassov) sono lunghi e duri, ma non presentano particolari difficoltà. Il principale personaggio femminile è stato affidato ad Alexandrina Pendatchanska, buona emissione e buona coloratura, ma un volume troppo piccolo per le grandi dimensioni del San Carlo. Di buon livelli i caratteristi minori e il coro (la cui dizione francese era però incomprensibile). Dopo cinque ore in teatro, ovazioni per Kunde Anastassov e Gelmetti. Applausi per gli altri.
© Riproduzione Riservata.
Giuseppe Pennisi
mercoledì 1 giugno 2011
Les Vêpres Siciliennes di Verdi
Approfondisci
MONTEGRAL/ La perla dei festival musicali estivi in un convento sulla Garfagnana
BENJAMIN BRITTEN/ Il "War Requiem" e l'inutile strage
Al San Carlo di Napoli è andata in scena quella che può a buon diritto essere considerata la prima esecuzione integrale in tempi di moderni di una delle opere più importanti e meno rappresentate di Verdi, Les Vêpres Siciliennes. Purtroppo, durante la prima parte dello spettacolo (che include tanto il primo quanto il secondo atto del lungo “grand opéra” con tre balletti), c’erano diverse file vuote. Probabilmente ciò è avvenuto in quanto le tessere di abbonamento indicavano le consuete 20,30 come orario di inizio (e non le 19), ma forse soprattutto perché la squadra di calcio della città stava giocando un’importante partita (l'esito positivo ha provocato festeggiamenti per tutta la notte). E così il teatro si è riempito all’inizio della seconda parte.
Perché si è trattato di prima esecuzione mondiale in tempi moderni? E’ invalsa la prassi di mettere in scena l’opera in versione ritmica (peraltro piuttosto mediocre) in italiano con il titolo I Vespri Siciliani (nella seconda metà dell’Ottocento, pure nelle esecuzioni in Italia l’azione veniva spostata in Portogallo ed il lavoro veniva intitolato Giovanna dè Guzman), eliminando il balletto “le quattro stagioni” del terzo atto e operando altri tagli. Anche al Metropolitan di New York (dove viene rappresentato il balletto del terzo atto), l’opera viene data in italiano. Non si può considerare “autentica” la versione integrale proposta a Roma nel 1997; includeva tutti i cinque atti, per una durata complessiva di circa quattro ore e mezzo, ma l’azione veniva spostata dalla Palermo del 1282 (seguendo una vicenda tra storia e leggenda immortalata da Michele Amari) a metà Ottocento e le veniva data una forte patina risorgimentale.
Con esiti quanto mai distanti dal libretto (peraltro scritto per un’opera Il Duca d’Alba, concepita per Donizetti, ma che il compositore non riuscì mai a completare). Ad esempio, il personaggio negativo, al centro di tutti i complotti e ideatore della strage finale, Giovanni da Procida, veniva presentato, nell’edizione romana del 1997, come una sorta di mazziniano (ove non come Mazzini in persona)
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Sulla genesi dell’opera, e sui travisamenti in chiave risorgimentale, ho scritto altrove. Basti pensare che Les Vêpres Siciliennes venne commissionata dal Teatro Imperiale dell’Opera ai tempi di Napoleone III (non certo né risorgimentale nè mazziniano) e che alla prima rappresentazione nel giugno 1855 il successo fu tale che si ebbero ben 62 repliche. L’opera, nelle sue varie fogge, era spesso in scena sino al 1870 o giù di lì, ma sparì per circa un secolo dai cartelloni specialmente per lo sforzo produttivo che comporta. E’ lavoro, però, di grande importanza perché in esso ci sono tutti gli elementi delle opere future di Verdi.
La complessa vicenda (chiaramente situata in un Medio Evo con tracce ancora bizantine) è imperniata, più che sulla virtuale lotta di indipendenza dei siciliani contro i francesi (per darsi agli aragonesi) su un tormentato rapporto tra padre e figlio in un contesto di conflitti e violenze.
Le scene (di Federico Tiezzi), i costume (di Franca Squarciapino) situano chiaramente la vicenda in una Palermo medioevale densa di ricordi bizantini (grande l’idea di svolgere l’ultima scena all’interno del Duomo di Monreale). Non ci sono concessioni risorgimentali e nella regia di Nicolas Joël, Jean Procida è il vero malvagio della situazione. Le scene sono costruite su pochi elementi mobili e grandi distese marine.
Vengono da un allestimento (in italiano e incompleto) del Teatro Massimo di Palermo e funzionano a perfezione; bellissimo il gioco di luci. Elegante il balletto.
Gianlugi Gelmetti è in linea con la concezione al tempo stesso grandiosa (grandi movimenti di massa, danze) e intima (il rapporto tra padre e figlio) dell’allestimento. Gelmetti dirige senza spartito; di gran livello la prova dell’orchestra del San Carlo, specialmente degli ottoni e dei fiati, molto migliorati negli ultimi anni.
Sotto il profilo vocale Les Vêpres Siciliennes è irto di trappole, specialmente per il tenore - tanto più che, dopo la morte di Alfredo Kraus, non credo ci siano “tenori di grazia” con la dizione nasale e il registro molto acuto. Gregery Kunde lo era una ventina circa di anni fa quando impersonava Arnold nel rossiniano “Guillaume Tell. Per alcuni anni ha avuto serie difficoltà, ora superate. Ma il timbro si è scurito ed è un vigoroso tenore “lirico spinto”. Il meglio che passa il convento in questi anni. Il 15 maggio ha avuto ovazioni dopo la grande aria O jour de peine et de souffrance.
I ruoli del baritono (Dario Solari) e del basso (Orlin Anastassov) sono lunghi e duri, ma non presentano particolari difficoltà. Il principale personaggio femminile è stato affidato ad Alexandrina Pendatchanska, buona emissione e buona coloratura, ma un volume troppo piccolo per le grandi dimensioni del San Carlo. Di buon livelli i caratteristi minori e il coro (la cui dizione francese era però incomprensibile). Dopo cinque ore in teatro, ovazioni per Kunde Anastassov e Gelmetti. Applausi per gli altri.
© Riproduzione Riservata.
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