mercoledì 6 ottobre 2010

Performing the Past Il Foglio 6 ottobre

Karin Tilmans, Frank Van Vree, Jay Winter (a cura di)
Performing the past.Memory, History and Identity in Modern Europe
368 pp Amsterdam University Press, Londra 2010 27 euro
Questo libro è stato concepito a una conferenza scientifica sul tema Theatres of Memory . A Conference on Historical Culture (Il Teatro della Memoria. Una conferenza sulla cultura storica) La sua preparazione ha richiesto circa cinque anni, la collaborazione tra tre differenti istituzioni accademiche negli Stati Uniti ed in Europa . Il volume include 15 saggi di 16 autori: è composto di un’introduzione (“Il quadro di riferimento) e tre parti (“”La svolta della rappresentazione”, “I media e le arti”, “Identità, politica e la rappresentazione della storia”). Karin Tilmans è coordinatore di due programmi di dottorato di storia europea all’Istituto Universitario Europeo a Fiesole Frank van Vree insegna storia del giornalismo alla Universiteit van Amsterdam. Jay Winter is the Charles J. Stille è professore di storia alla Yale University.
Performing the Past è un’analisi delle molteplici prassi culturali e sociali, tramite le quali gli europei hanno negoziato (tra di loro) un’area, tra le loro storie nazionali e la loro memoria negli ultimi duecento anno, che ambirebbe essere comune e condivisa. Nei musei, nei teatri di prosa e d’opera, nella sale da concerto, nei cinema, navigando su Internet, i racconti del passato relativamente recente viaggiano a grande velocità. La rappresentazione del passato è diventata un settore fiorente nell’editoria, nel cinema, nel teatro, alla televisione. I 15 saggi, basati su tradizioni disciplinari differenti e su percorsi culturali anch’essi differenti, documentano ed analizzano i modi in cui gli europei “rappresentano il passato” per scoprire chi sono e, soprattutto, dove stanno andando.
Il tema centrale è se ed in che modo la “memoria rappresentata” (in libri di testo per le scuole, romanzi, drammi, musica, cinema, inchieste e rievocazioni giornalistiche) contribuisce alla formazione di una “memoria collettiva”, essenziale, a sua volta, ad un’”identità collettiva europea. I casi di studio vanno dal trattamento della memoria nel Zauberflöte (Il Flauto Magico) di Mozart a rievocazioni del passato prossimo nella Repubblica Cèca ed in Polonia dopo il 1989 , dai ricordi dell’Olocausto a come i lettori di romanzi storici ne filtrano vicende e contesto attraverso il loro quadro politico-sociale di riferimento.
La conclusione è che una “memoria collettiva europea”, e, quindi “un’identità europea”, è ancora distante da potersi considerare realtà. Tra i documenti portati a supporto di questa ipotesi, eloquente è un’analisi di come i libri di storia italiani, francesi e tedeschi rappresentano gli ultimi due secoli e le loro differenze nello spiegare, alle future generazioni, le ragioni a favore dell’integrazione europea. Gli europei hanno ricordi collettivi (che assaporano con ottiche diverse e differenti). Questo è forse, il primo stadio d’un percorso molto lungo verso un’identità comune e condivisa. Un libro stimolante anche e soprattutto per mettere in un contesto più appropriato molto europeismo da salotto.

La ripresa a rischio Il Velino 6 ottobre

ECO - La ripresa a rischio

Roma, 6 ott (Il Velino) - Gli economisti hanno il compito in grado di portare via gli alcolici proprio quando la festa è più divertente e gli ospiti danno segni eloquenti di sentirsi felicemente a proprio agio. Il mese di ottobre è iniziato con una serie di segnali positivi: la nomina del ministro per lo Sviluppo economico (e la ripresa, di buona lena, dei lavori a via Molise 6 per dare corpo al Piano per il Sud), l’apertura del tavolo di concertazione tra industriali e sindacati con lo scopo di trovare insieme modi e maniere per aumentare la produttività e, nel contempo, fare anche crescere l’occupazione; la selezione delle 28 priorità su cui concentrarsi nel mettere in atto il piano infrastrutture. Questi segnali non dovrebbero dare atto a compiacimenti, pacche sulle spalle ed euforia. Non tanto perché la situazione dei conti pubblici resta molto delicata ma poiché le prospettive dell’economia reale restano inquietanti. L’ultima tornata delle proiezioni macro-economiche dei 20 istituti econometrici che rappresentato quello che viene di solito chiamato “il gruppo del consenso” (tutti privati, nessuno italiano), prevedono un leggero rallentamento della crescita economica nell’area dell’euro (dall’1,5 all’1,3 per cento) tra il 2010 ed il 2011. La differenza – un misero – 0,2 per cento - è quasi impercettibile.

Tuttavia, la direzione di marcia è preoccupante. Uscendo da una recessione profonda come quella appena subita, ci si dovrebbe aspettare un consolidarsi della crescita, una sua pur graduale accelerazione, un maggiore progressivo spessore. Non una, pur piccola, marcia indietro. Se si guarda ai maggiori Paesi dell’eurozona solo Germania, Olanda e Francia presentano un tasso di crescita tra l'1,5 e il 2,5 per cento. Anche, però, il 2011 rappresenterebbe una decelerazione rispetto al 2010. Uno studio monografico nel World Economic Outlook che il Fondo monetario internazionale (Fmi) presenta in questi giorni suggerisce che le prospettive potranno essere pure peggiori. La monografia è molto tecnica – Will it Hurt? Macro-economic Effects of Fiscal Consolidation - e verosimilmente non attirerà l’attenzione né dei giornalisti né nei barracuda-esperti che formano il codazzo dei ministri e per i quali principale interesse della trasferta a Washington è correre da un party all’altro e comparire per un istante in televisione (per la gioia della famiglia e l’invidia dei colleghi rimasti a Roma).

Lo studio include un’analisi differente rispetto a quella di Alberto Alesina e Silvia Ardagna, che nel gennaio scorso fece un certo scalpore. Alesina e Ardagna concludevano che in certe condizioni il riassetto di bilancio poteva dare dividendi immediati se effettuato riducendo la spesa , non aumentando le entrate. Il Fmi concorda che i tagli alla spese sono preferibili all’incremento della pressione fiscale-contributiva . Sostiene, però, che l’aggiustamento simultaneo dei conti pubblici nei maggiori Paesi Ocse comporta una contrazione del pil almeno dello 0,5 per cento nell’arco dei prossimi due anni. È una stima – aggiunge - che si basa sulle esperienze del passato quando, però, le restrizioni di bilancio sono state controbilanciate da riduzione dei tassi d’interesse. Adesso, i tassi sono già raso-terra. Quindi, più verosimilmente, la contrazione complessiva si porrà su un punto percentuale di pil. Ponendo a serio rischio una ripresa già di per se stessa molto fragile.

(Giuseppe Pennisi) 6 ott 2010 19:12

lunedì 4 ottobre 2010

Opera, un controverso “Trovatore” ha aperto il Festival Verdi Il Velino 4 ottobre

CLT - Opera, un controverso “Trovatore” ha aperto il Festival Verdi


Roma, 4 ott (Il Velino) - Un controverso “Trovatore” ha inaugurato a Parma il primo ottobre la ventesima edizione del Festival Verdi, manifestazione con cui il Teatro Regio, nel mese in cui ricorre l’anniversario della nascita del grande compositore, celebra il più alto momento della storia, della cultura e della tradizione della città emiliana. “Il Trovatore”, “I Vespri siciliani” e “Attila”, sono le opere che, in tre nuovi allestimenti, segnano il programma del Festival a Parma e nelle terre di Verdi sino al 28 ottobre. Nei 28 giorni della manifestazione, dedicati ognuno a un’opera verdiana e uno al 197esimo compleanno del maestro, si possono ascoltare interpreti verdiani dei nostri tempi: Daniela Dessì, Norma Fantini, Marianna Tarasova, Marcelo Alvarez, Fabio Armiliato, Leo Nucci, Giovanni Battista Parodi, Giacomo Prestia tra i cantanti; Susanna Branchini, Sebastian Catana, tra i giovani interpreti; Andrea Battistoni, Yuri Temirkanov, Massimo Zanetti tra i direttori d’orchestra; Lorenzo Mariani, Pierfrancesco Maestrini, Pier Luigi Pizzi. Le riserve, accompagnate da sonori fischi dal loggione, alla “prima” hanno riguardato principalmente l’allestimento scenico e il coordinamento tra buca orchestrale e cantanti. E’ possibile che il secondo di questi problemi sia il frutto di uno scarso numero di prove e venga appianato quanto prima.

E’ importante che i nodi dell’opera forse più attesa al Festival Verdi vengano, se possibili, risolti non solo per motivi artistici ma anche commerciali. La manifestazione sta per accogliere il più alto numero di spettatori stranieri della sua storia, a dimostrazione che la sua rinnovata formula, tre nuovi allestimenti e spettacoli quasi tutte le sere, trova il gradimento di appassionati di diverse tradizioni culturali, attratti dalla qualità delle produzioni e dall’atmosfera di accoglienza tipica delle terre di Verdi che il festival riesce ad esaltare.

Almeno 4.000 dei 16.000 posti disponibili per le recite di Parma e Busseto sono stati acquistati, infatti, da gruppi organizzati o da singoli spettatori provenienti dall’estero. Un dato davvero sorprendente se si tiene conto che per ogni spettatore italiano in sala, in posti di primo e secondo prezzo, quelli richiesti dai tour operator, ci sarà uno spettatore che viene da fuori Italia. La loro provenienza, come emerge dai dati, mostra la crescita di importanti gruppi che si affiancano allo zoccolo tradizionale dei vicini francesi, svizzeri e tedeschi. È il caso per esempio degli scandinavi, in netto aumento e ormai vicini, per numero, ai melomani provenienti dal Nord America. Significative sono gli arrivi attesi da paesi turisticamente emergenti come Australia, Nuova Zelanda, Singapore e Cina, dopo le recenti e trionfali tournée a Pechino e Hong Kong del “Rigoletto”. Un’importante conferma viene invece dal mercato giapponese che, in costante crescita, raggiunge quota 500 biglietti venduti.

(Hans Sachs) 4 ott 2010 10:01



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domenica 3 ottobre 2010

E AL FONDO PARTE IL VALZER DELLE POLTRONE Avvenire 3 ottobre

E AL FONDO PARTE IL VALZER DELLE POLTRONE
Giuseppe Pennisi
Quando nel luglio 2007 la crisi finanziaria internazionale ha cominciato a mordere. nel magnifico edificio all’angolo tra la 19sima Strada e Pennsylvania Avenue della capitale degli Stati Uniti, - sede del Fondo monetario internazionale (Fmi), si è tirato un sospiro di sollievo : il mondo entrava in crisi, quindi loro ne uscivano. E si allontanava non solo il blocco degli stipendi ma anche la paventata riduzione del 20 percento dell’organico. Da anni, infatti, il Fmi era rimasto bloccato alla missione definita dai “padri fondatori”: aiutare, tramite prestiti a breve termine, Stati con i conti con l’estero in profondo rosso. Ha cercato di arricchirla con vari marchingegni (ad esempi i prestiti per il riassetto strutturale), ed ora spera di trovarne una nella vigilanza. Man mano che , negli anni della crescita di buon livello dell’economia mondiale, perdeva non solo clienti (poiché quasi tutto il resto del mondo diventava prestatore netto nei confronti degli Stati Uniti), ma anche introiti (sostanzialmente gli interessi sui prestiti). Le aree un tempo emergenti (Asia , e l’ America Latina) non hanno esigenza di ricorrere al Fmi che raramente ; il Bacino del Pacifico ha pure messo in cantiere un proprio strumento per le emergenze.
Al cambiamento dell’economia mondiale, non ha corrisposto una modifica del sistema di governance . Il Fmi ha il proprio cuore un CdA che si riunisce tre volte la settimana ed un Managing Director (attualmente il francese Dominique Strauss-Kahn) che opera su mandato specifico dei 24 Direttori Esecutivi. Un numero di Direttori sono nominati dai Governi (Stati Uniti, Giappone, Germania, Francia, Regno Unito) e dispongono del 40 percento circa dei voti, gli altri, eletti da gruppi di Stati membri (Il Direttore italiano rappresenta pure Albania,Grecia, Malta , Portogallo, San Marino e Timor Leste, per un totale del 4,1 percento dei voti). In effetti, nove su 24 sono europei, ma nessuno rappresenta l’Ue o l’area dell’euro ed il coordinamento è minimo. Gli ex-emergenti vogliono contare di più e lamentato che i voti di cui dispongono non corrispondono al loro peso nel Pil e nell’export mondiale Un programma graduale di riforme, varato nella primavera 2006, ha fornito aumenti delle rispettive quote a Cina, Corea, Messico e Turchia e progressivamente innalzerà quelle di altri 54 Stati “sottorapresentati”. Le quote,ed i relativi voti, sono solo uno degli aspetti problematici:un libro curato da Paolo Guerrieri e Domenico Lombardi (L’Architettura del Mondo Nuovo) mette in risalto come il CdA sia “debole” (i grandi “nominati” riferiscono ai loro Governi, gli altri si barcamenano con i loro “elettori”, pochi o nessuno dà la priorità alla missione Fmi), e “passivo” (non sollecita opinioni esterne, raramente prende posizioni dialettiche con il Managing Director).
In questo quadro si pongono i nodi del ruolo dell’Europa nel Fondo. In base ad una cordiale intesa del 1944, il Managing Director è un europeo. L’Asia ha provato, senza tanto calore ad ottenere la poltrona; è più interessata al riassetto del sistema monetario (che si negozia in sedi quali il G8 ed il G20) che ai voti nel CdA. Se l’Ue avesse un seggio unico a rotazione (con voti commensurati al suo peso nel Pil e nell’export mondiale), potrebbe disporre del circa il 30 per cento dei voti ed essere l’azionista di riferimento invece degli gli Stati Uniti con il 16 per cento dei voti (le decisioni più importanti richiedono l’85 percento dei voti). Anche al più recente Ecofin, Francia, Germania e Regno Uniti sono restii a “perdere” i “loro” Direttori Esecutivi. L’attuale CdA scade il 31 ottobre. Si preannuncia il solito teatrino per qualche poltrona in condominio. Il mandato è due anni. E’ probabile che nei prossimi 24 mesi o l’Eu si organizza meglio o perde qualche poltrona (e voti). E’ di queste ultime ore la voce che circola a Washington secondo cui la Spagna dovrebbe lasciare il gruppo “linguistico” (composto in gran parte di Stati dell’America Latina) che oggi presiede e trovare spazio tra gli europei, i cui componenti del CdA diminuirebbero, quindi, di una unità. Non è chiaro se il seggio dell’Italia (lo teniamo da circa 40 anni) sia a rischio di cessione ad uno spagnolo.

sabato 2 ottobre 2010

Rimettiamo il lavoro al centro della politica Ffwebmagazine 2 ottobre

L'ANALISI


Serve un fondo investimenti contro la disoccupazione
Rimettiamo il lavoro
al centro della politica
di Giuseppe Pennisi Definite le grandi linee di un’azione di governo per i prossimi tre anni, con l’approvazione delle mozioni di fiducia sia alla Camera sia al Senato, è essenziale individuare un punto centrale che sia da fulcro alla politica economica. Ciò non significa dare meno importanza (di quella che merita) al riequilibro della finanza pubblica e alla riduzione del debito pubblico che si sta perseguendo con coraggio da alcuni anni non tanto su richiesta dell’Unione Europea e dei mercati internazionali ma perché senza conti pubblici sani non si potrebbero utilizzare le altre leve della politica economica. In effetti, come si studiava un tempo, la solidità dei conti pubblici non è un obiettivo in sé ma la cornice della politica economica e strumento servente (nobilmente servente) altri obiettivi di sviluppo.
A mio avviso, l’occupazione e il lavoro devono essere l’obiettivo principale, quindi, il fulcro. I preoccupanti dati Istat relativi alla più recente indagine trimestrale sulle forze di lavoro sono il presagio di una jobless growth, crescita senza aumento dei posti di lavoro, analoga a quella che si ebbe dopo la crisi della fine anni Settanta-inizio anni Ottanta (che pochi, però, ricordano). L’attività nell’industria è bassa. Stagnante nei servizi. La domanda di lavoro è debole. Calano la Cassa integrazione ordinaria e straordinaria ma aumenta quella in deroga. I disoccupati di lungo periodo (ossia con almeno sei mesi di ricerca senza esiti di un lavoro) sfiorano il 6% della forza lavoro. All’orizzonte non si vedono miglioramento.

Sotto il profilo macro-economico le stime diramate il primo ottobre dai 20 maggiori istituti econometrici internazionali (tutti privati, nessuno italiano) mostrano un aumento del tasso di disoccupazione in tutta l’area dell’euro, e quindi anche in Italia, con l’eccezione della Germania. Dati micro-economici evidenziano che orari più lungi necessari per il rilancio della produttività che ristagna da un decennio) spiazzano la ripresa dell’occupazione, che in alcuni settori (estrazione minerali, agricoltura, chimica, editoria, tessili), il fenomeno è strutturale - non solo di breve e medio periodo. Il nostro Clup (Costo del lavoro per unità di prodotto) è ancora alto nell’area dell’euro. La diseguaglianza resta elevata: in termini di indice di Gini, siamo al 13 posto (ossia tra gli ultimi) tra i 16 maggiori Paesi Ocse.
È essenziale un aggiornamento del Libro Bianco del 2009 alla luce della nuova situazione. Nel contempo si possono fare due suggerimenti. Il primo è che una volta concentrati in un’unica cabina di regia i finanziamenti Ue per il Sud (anche per vederli dirottare verso altri Stati dell’Unione), occorre creare strumenti come il Fondo investimenti e occupazione e il Fondo per il rientro dalla disoccupazione degli anni Ottanta (mirati a combattere la jobless growth di allora) utilizzando le risorse che si annidano nelle “contabilità speciali” di ministeri dalla limitata capacità di spesa. Il secondo è che occorre operare per una contrattazione collettiva nazionale a maglie larghe, evitando la frammentazione e segmentazione in tanti piccoli contratti, al fine sia di dare maggiore spazio alla contrattazione integrativa che premi merito e produttività, sia di porre le basi per essere protagonisti non comprimari nella contrattazione collettiva europea.

2 ottobre 2010

venerdì 1 ottobre 2010

A Roma è in scena la solitudine di Elisabetta Milano Finanza 2 ottobre

A Roma è in scena la solitudine di Elisabetta di Giuseppe Pennisi


Delle quattro opere, tre drammi tragici e una commedia a lieto fine, dedicate da Gaetano Donizetti alle regine Tudor, Roberto Devereux rappresenta il ponte dal melodramma d'inizio Ottocento a quello verdiano. L'edizione a Roma in scena fino al 6 ottobre è il ritorno di un fortunato ed efficace, pur se un po' polveroso, allestimento di Alberto Fassini.

L'opera ebbe grande successo solo dal 1837 al 1882, quando lo stesso Verdi veniva soppiantato dal verismo. La riscoperta avvenne in gran misura in America dove Beverly Sills costruì una trilogia tragica delle regine Tudor alla metà degli anni Settanta. Non si tratta di una coincidenza casuale: la trilogia era marcatamente femminista in quanto Anna Bolena, Maria Stuarda ed Elisabetta I sovrastavano i loro partner sotto il profilo e vocale e drammaturgico. Roberto Devereux è incentrata sulla tragedia della Regina, in solitudine assoluta nella gestione del potere e costretta, con l'inganno, a far condannare a morte l'uomo che ama. Nell'allestimento in scena a Roma Bruno Bartoletti concerta evidenziando tutta la modernità della partitura. Carmela Remigio debutta nel ruolo di Elisabetta. Truccata da anziane è imponente, sia nelle arie di agilità sia nel filato. La sua rivale è la veterana Sonia Ganassi con tonalità gravi quasi da contralto. Un po' fibroso Massimiliano Pisapia, il Conte di Essex che le due si contendono. Alberto Gazale dà corpo e voce alla fierezza ed all'implacabilità vendicativa di Nottingham. (riproduzione riservata)

- Opera, a quando la trilogia delle regine Tudor di Donizetti? Il Velino primo ottiobre

CLT - Opera, a quando la trilogia delle regine Tudor di Donizetti?


Roma, 1 ott (Il Velino) - Torna all’Opera di Roma, dopo 22 anni, “Roberto Devereux” di Gaetano Donizetti, l’ultimo dei lavori dedicati dal compositore bergamasco alle regine Tudor nell’arco di tempo 1830-1837. Si tratta di quattro opere di cui tre (“Anna Bolena”, “Maria Stuarda” e, per l’appunto, “Roberto Devereux”) a carattere decisamente tragico, mentre la quarta (“Elisabetta al castello di Kenilworth”) è quasi al confine della commedia drammatica con lieto fine. Le prime tre rappresentano una vera e propria trilogia, con un forte significato sia politico-sociale sia musicale, anche per l’unità di stile pur nello sviluppo dal “belcanto” ai presagi del “melodramma verdiano”. Della “Elisabetta al castello di Kenilworth” si ricorda una unica messa in scena, a Bergamo nel 1989. Il suo punto di forza è la pirotecnica aria di apertura della regina, affidata in quella esecuzione (di cui esiste una registrazione della Casa Ricordi) a Mariella Devia. Nel rappresentare le vicende della Casa Tudor da Enrico VIII alla rinuncia al trono di Elisabetta la Grande in favore di Giacomo I, Donizetti non solo copre una fase importante della storia della Gran Bretagna (con un piglio che ritroveremo decenni più tardi nel “Don Carlos” di Verdi) , ma mostra come nella prima parte dell’Ottocento, il “femminismo” fosse una dinamica sociale importante della società degli stati e degli statarelli che sarebbero diventati Regno d’Italia. Nelle tre opere, infatti, primeggiano vocalmente e drammaturgicamente le donne. Enrico VIII è un capriccioso “bamboccione”. Leicester e Essex sono meri “sex objects”. Ne vengono fuori opere di grande modernità. Sotto il profilo musicale, Donizetti evolve da un stile quasi belliniano in “Anna Bolena” (1830) a uno alle soglie di Verdi in “Devereux” nel 1837. Ricordiamo che solo alcuni anni prima Giacomo Rossini aveva trattato parte delle stesse vicende in “Elisabetta regina d’Inghilterra” con un taglio molto differente.

Le tre opere circolarono con successo in Italia e all’estero sino alla fine dell’Ottocento, per sparire con il verismo ed avere una renaissance negli anni Sessanta grazie a Maria Callas (Bolena, Stuarda), Leyla Gencer e Monserrat Caballé (Devereux). Tuttavia, poterono essere apprezzate in maniera completa unicamente quando Beverly Sills le portò, prima separatamente poi insieme, alla City Opera nella prima metà degli anni Settanta (la contemporaneità dell’affermarsi del movimento femminista Usa non è una mera coincidenza). Nelle tre registrazioni Emi ora purtroppo fuori catalogo, si può apprezzare l’unitarietà del disegno drammaturgico pur se i librettisti erano differenti e musicale pur nel progredire dello stile. Da anni si attende che un sovrintendente coraggioso o il Festival di Bergamo ripropongano la trilogia nella sua unitarietà. Nel’ultimo lustro, “Anna Bolena” e “Maria Stuarda” si sono viste ed ascoltate più volte nei maggiori teatri. Non così “Devereux”, erroneamente considerato “opera minore” del catalogo donizettiano. Infatti se ne ricorda, nel lontano ottobre 1973, un’edizione adeguata in un cinema-teatro di Seul in Corea del Sud (allora paese con un reddito pro-capite di 300 dollari l’anno) e da qualche tempo trionfa a Monaco di Baviera in un allestimento in abiti moderni in cui Edita Gruberova veste i tailleur di Margaret Thatcher. Due testimonianze, insomma, dell’importanza del lavoro. “Devereux” è incentrata sulla tragedia della regina, in solitudine assoluta nella gestione del potere e costretta, con l’inganno, a far condannare a morte l’uomo che ama e, quindi, a lasciare, disperata per il proprio fallimento come donna e come politica, lo scettro.

L’edizione a Roma sino al 6 ottobre è il ritorno di un fortunato ed efficace, pur se un po’ polveroso, allestimento di Alberto Fassini che si ispirò al clima e alle scenografie del famoso film “Il conte di Essex” con Bette Davis. Lo riprende Joseph Francioni Lee. Il cast offre un grande scintillio di voci con cantanti di fama internazionali: il soprano Carmela Remigio (che debutta nel ruolo di Elisabetta), il mezzosoprano Sonia Ganassi (Sara), il tenore Massimiliano Pisapia (Devereux) e il baritono Alberto Gazale (Nottingham). Completano il cast Virna Sforza (Elisabetta, nelle repliche del 2 e 5), Devid Cecconi (Nottingham, nella replica del 2), Gianluca Terranova (Devereux il 2, 3 e 6), Bruno Lazzaretti (Cecil), Ezio Maria Tisi (Releigh). Bruno Campanella dirige l’Orchestra dell’Opera, maestro del Coro Gea Garatti Ansini, scene e costumi di David Walker. Bruno Bartoletti concerta evidenziando tutta la “modernità” della partitura. La bella e giovane Carmela Remigio, truccata da anziana, è imponente nelle arie di agilità e nel filato. La sua rivale è la veterana Sonia Ganassi con tonalità gravi quasi da contralto. Un po’ fibroso Massimiliano Pisapia, il Conte di Essex che le due si contendono. Alberto Gazale dà corpo e voce alla fierezza e all’implacabilità vendicativa di Nottingham. Spettacolo tradizionale ma di grande gusto.

(Hans Sachs) 1 ott 2010 12:43