IL FUTURO DELLA POLITICA INDUSTRIALE ITALIANA: VERSO L’EUROPA 2020
Giuseppe Pennisi
Uno dei primi compiti di chi passerà la soglia di Via Molise 2 con l’incarico di Ministro dello Sviluppo Economico sarà quello di dare nuova rispettabilità ad una locuzione spesso considerata una parolaccia:”politica industriale”. Perché è diventata tale? In Italia, Paese di tarda industrializzazione, si è sempre fatta “politica industriale”, anche prima che termine venisse coniato. La prima fase, in età giolittiana, si chiuse con lo scandalo della Banca Romana (che nessuno vuole ricordare). Tra le due guerre mondiali, venne concettualizzata una politica per l’industrializzazione del Paese che gran parte del resto del mondo considera, esemplare: non è politically correct parlarne perché legata a lustri che si vogliono obliare. Dopo la ricostruzione, durante il centro-sinistra, si pose l’accento sulla “politica dei settori”; creare, con risorse in gran misura pubbliche, poli di sviluppo per l’industria pesante (non dimenticando mai attenzione all’auto): torna il ricordo della Sir (il cui comitato di liquidazione ha lavorato per 40 anni), della metallurgia di Portovesme, della siderurgia di Bagnoli, di Corigliano e di Portocuso, del “polo” mai creato a Taranto. Negli ultimi due decenni del XX secolo, si è passati alla “politica industriale dei fattori”, ossia incentivi (quindi, sussidi) al capitale ed al lavoro con una certa discrezionalità e predilezione per la media impresa. La memoria va gli istituiti di credito speciale (ed ai loro travagli), alle diatribe con l’Unione europea, Ue, sui Contratti di formazione e lavoro,Cfl, e via discorrendo. Negli ultimi anni, la materia è stata mal ritagliata la materia tra competenze statali e regionali nell’approssimativa riforma del Titolo V della Costituzione; il termine “politica industriale” evoca scampoli di barracuda esperti alle prese con “incentivi” (fortunatamente trasformati in sgravi fiscali) e con “bacini di crisi” (altro parola da incubo), nonché liti nei tribunali amministrativi. Non meravigliamoci se la locuzione “politica industriale” ha perso smalto da non suggerirne l’impiego di fronte a signore.
Il nuovo inquilino di Via Molise 2 ha un’opportunità : prendere come stella polare la sua azione il documento “Europa 2020” della Commissione Europea. E’ un testo agile a cui si deve dare ancora corpo (ed alcuni gruppi di lavoro stanno lavorando a questo fine). Ha una leva significativa che, con la riforma del Titolo V varata di corsa dalla sinistra sperando di prendere voti alla Lega, non è stata frantumata: l’energia. Operando con Eni e con Enel, può mirare a ridurre uno dei maggiori costi per il manifatturiero. Può, inoltre, mandare in pensione le polverosi unità di crisi ed agevolare ristrutturazioni e riorganizzazioni, avvalendosi degli standard internazionali che trapelano dai documenti dell’unità di valutazione poco valorizzata dai suoi predecessori. Può rilanciare la concorrenza anche tramite apposite direttive nelle materie in parte trasferite ad altri livelli di governo. Infine, ha, con altri colleghi dell’Esecutivo, molto da fare nel campo dell’innovazione Futile lamentarsi perché i capitoli di bilancio sono asciutti: “non è tempo di piagnistei “, disse Piero Bargellini (allora Sindaco di Firenze) agli Uffizi con il fango sino alle ginocchia. Guardi al Long Term Investment Club creato dalla Cassa Depositi e Prestiti, con la Caisse de Depôts e Consignations francese, la Bei, il Fondo sovrano cinese ed altri. Le buone idee trovano sempre finanziatori.
domenica 5 settembre 2010
venerdì 3 settembre 2010
Pellegrinaggi dell'anima alla Sagra Musicale Umbra Milano Finanza 4 settembre
inscena
Pellegrinaggi dell'anima alla Sagra Musicale Umbra
di Giuseppe Pennisi
La Sagra Musicale Umbra è nata per promuovere la musica dello spirito, coinvolgendo un'intera regione e i principali complessi sinfonici e cameristici internazionali. Per quanto sostenuta quasi esclusivamente da privati e da enti locali è giunta alla sessantacinquesima edizione, in cui propone i pellegrinaggi dell'anima.
Una sorta di MiTo a tema dell'Italia centrale. Il programma offre almeno due concerti al giorno in tutte le città della Regione (con l'eccezione di Spoleto impegnata con la stagione del Lirico Sperimentale). Cosa suggerire? In primo luogo il concerto di apertura che, per la prima volta, viene eseguito non al Teatro Morlacchi ma nella Chiesa di San Bevignate a Perugia. Hesperion XXI è un raro confronto di musiche cristiane, sefardite, ottomane ed arabo-andaluse del XIV e XV secolo. Di grande rilievo anche il concerto in cui la Mahler Jugendorchester, creata da Claudio Abbado ma diretta in questa occasione dal giovanissimo David Afkham, si cimenterà con Hindemith (sinfonia di Mathis der Mahler) e Bruckner (Nona Sinfonia). Sempre nel comparto sinfonico, la Hofkappelle e il Kammerchor di Stuttgart, guidati dalla bacchetta di Frieder Bernius, offrirà l'incompiuta di Schubert, il rarissimo Requiem per Mignon di Schumann e il Requiem in do minore di Cherubini. In breve, un confronto sull'esistenza da Ancien Régime a Romanticismo. Un'ultima raffinatezza: per i 300 anni dalla nascita di Pergolesi, il suo Vespro della Beata Vergine (ricostruito per l'occasione) è affidato alla Kölner Akadmie (concerta Michael Willens con Gabriele Hierdeis e Ursula Eittinger solisti). (riproduzione riservata)
Pellegrinaggi dell'anima alla Sagra Musicale Umbra
di Giuseppe Pennisi
La Sagra Musicale Umbra è nata per promuovere la musica dello spirito, coinvolgendo un'intera regione e i principali complessi sinfonici e cameristici internazionali. Per quanto sostenuta quasi esclusivamente da privati e da enti locali è giunta alla sessantacinquesima edizione, in cui propone i pellegrinaggi dell'anima.
Una sorta di MiTo a tema dell'Italia centrale. Il programma offre almeno due concerti al giorno in tutte le città della Regione (con l'eccezione di Spoleto impegnata con la stagione del Lirico Sperimentale). Cosa suggerire? In primo luogo il concerto di apertura che, per la prima volta, viene eseguito non al Teatro Morlacchi ma nella Chiesa di San Bevignate a Perugia. Hesperion XXI è un raro confronto di musiche cristiane, sefardite, ottomane ed arabo-andaluse del XIV e XV secolo. Di grande rilievo anche il concerto in cui la Mahler Jugendorchester, creata da Claudio Abbado ma diretta in questa occasione dal giovanissimo David Afkham, si cimenterà con Hindemith (sinfonia di Mathis der Mahler) e Bruckner (Nona Sinfonia). Sempre nel comparto sinfonico, la Hofkappelle e il Kammerchor di Stuttgart, guidati dalla bacchetta di Frieder Bernius, offrirà l'incompiuta di Schubert, il rarissimo Requiem per Mignon di Schumann e il Requiem in do minore di Cherubini. In breve, un confronto sull'esistenza da Ancien Régime a Romanticismo. Un'ultima raffinatezza: per i 300 anni dalla nascita di Pergolesi, il suo Vespro della Beata Vergine (ricostruito per l'occasione) è affidato alla Kölner Akadmie (concerta Michael Willens con Gabriele Hierdeis e Ursula Eittinger solisti). (riproduzione riservata)
Già da adolescente Giacchino guardava beffardo al teatrino della politica Il Foglio 3 settembre
3 settembre 2010
Il giovane Rossini al Rof 2010
Già da adolescente Giacchino guardava beffardo al teatrino della politica
Estate calda per il teatro in musica in Italia. Il Carlo Felice di Genova viene chiuso e le masse tecnico artistiche messe in cassa integrazione per quattro mesi; all’Opera di Roma sembra abbia un disavanzo di 7 milioni di euro per la stagione in corso (le fondazioni di Genova e Roma sono appena uscite dal commissariamento); pare ci siano difficoltà a trovare manager musicali con vocazione al suicidio pronti a prendersi carico delle fondazioni liriche di Bologna e Trieste (i cui cda scadono in settembre). Stanno, però, terminando in utile o leggero pareggio una quarantina di festival lirici estivi (vedi Il Foglio del 2 luglio). Ed il Rossini Opera Festival (Rof 2010) appena terminato, è andato a gonfie vele in termini di affluenza e di incassi. Si sta pensando di adottare misure da Bayreuth (liste d’attesa pluriennali) o da Aix en Provence (vendite di “opzioni” di biglietti per il quadriennale Ring wagneriano). Sono tanti gli appassionati del nostro Gioacchino (il 70 per cento del pubblico è straniero; ai tradizionali tedeschi, inglesi, francesi e giapponesi si aggiungono, alla grande, i russi)? Pur se ha lasciato la propria (cospicua) eredità a Pesaro (per crearne il Conservatorio) ed è sepolto a Santa Croce, era un anti-italiano. Non solo guardò con sospetto il Risorgimento, ma amava vivere a Parigi e sin da adolescente sberleffava il “teatrino della politica” della Penisola. Non ha avuto maestri e non ha creato (volutamente) scuole. In un periodo in cui il melodramma tentava di farsi sempre vicino alla realtà romanzata, la sua musica è sempre stata astratta, sperimentale, agganciata al resto dell’innovazione europea.
E’ forse questa una delle determinanti che attira pubblico e critica al Rof 2010 in cui sono in scene tre opere giovanili (una sola nota, “La Cenerentola”) in cui Gioacchino guarda a quel “teatrino” della politica che imperversava negli Statarelli della Penisola e che sarebbe diventato “teatrone” dal 1848. E’ la prima volta che il breve “dramma serio” in due atti Demetrio e Polibio viene presentato sulla base di una revisione critica sulle fonti. E’ il primo lavoro per il teatro del Giovane Gioacchino che , all’età di 16 anni, lo ebbe commissionato dalla compagnia di giro Mombelli. E’ difficile dire quanto della musica sia di Rossini, giovanissimo, e quanto dei Morbelli. Richiede quattro personaggi, un piccolo coro ed un organico strumentale essenziale. Presenta due novità importanti: l’uso di un mezzo soprano (non di un castrato) per la parte “en travesti” del giovane amoroso e quello di un bari-tenore per il ruolo del “padre nobile”. La trama è tipica dell’ "opera seria": intrallazzi tra re , principi e principesse alla ricerca di nozze e corone. All’epoca una vicenda del genere veniva di norma trattata a tinte fosche. Lievissime e scherzose, invece, quelle di Gioacchino: il Rof lo sottolinea ancora di più in quanto il teatrino della politica è affidato a fantasmi (di politici del tempo che fu) su un palcoscenico quasi vuoto. Bravi i giovani cantanti cresciuti all’Accademia Rossiniana.
Ancora più acuta la mano ironica di Rossini, ormai ventiduenne, nel trattare in Signismondo un’antica leggenda romantico-religiosa (ispirò Schumann per Genoveva) . Allora (si era nel 1814, ossia tra Waterloo ed il Congresso di Vienna) le guerre tra polacchi e boemi, i malintesi tra fondatori di alleanze, gli intrighi del resto d’Europa erano all’ordine del giorno in tutto lo scacchiere europeo. La musica ambigua e beffarda di Gioacchino non solo le ridimensiona ma sottolinea il valore della tolleranza, volterrianemte è “necessaria l’intolleranza più rigorosa nei confronti dell’intolleranza”. Purtroppo, il giovane regista “politically correct” Damiano Michieletto si prende sul serio (Gioacchino non lo avrebbe mai fatto) ed ambienta il tutto in un manicomio inizio Novecento come fosse alla prese con Ibsen interpretato da Renzo Ricci oppure con un Brecht-Weill alla matriciana. Ottima l’esecuzione musicale; speriamo in un cd, non in un dvd.
Riguarda il teatrino della politica anche La Cenerentola del 1817? Eccome. Lo si vede non tanto nel colossale allestimento di Luca Ronconi (inizialmente presentato al ROF nel 1998 ed ora alla terza ripresa) ma in quello “politically uncorrect” che Robert Hall predispose a Glyndebourne nel 2005: le tensioni tra il ceto che scendeva le scale (del censo e del potere) e quello che le saliva erano chiarissime. Rossini dava loro una musica scintillante proprio in virtù della volterriana tolleranza.
Un quasi-qualunquista già da adolescente? Niente affatto. Farsi beffe del teatrino della politica non vuol dire non amare la Politica con la P maiuscola. Rossini lo mostrò, a tutto tondo, nel mirabile secondo atto del Guillaume Tell , sua ultima opera a soli 37 anni. Prima di un lungo silenzio. Mentre i teatrini della politica continuavano.
© - FOGLIO QUOTIDIANO
di Giuseppe Pennisi
Il giovane Rossini al Rof 2010
Già da adolescente Giacchino guardava beffardo al teatrino della politica
Estate calda per il teatro in musica in Italia. Il Carlo Felice di Genova viene chiuso e le masse tecnico artistiche messe in cassa integrazione per quattro mesi; all’Opera di Roma sembra abbia un disavanzo di 7 milioni di euro per la stagione in corso (le fondazioni di Genova e Roma sono appena uscite dal commissariamento); pare ci siano difficoltà a trovare manager musicali con vocazione al suicidio pronti a prendersi carico delle fondazioni liriche di Bologna e Trieste (i cui cda scadono in settembre). Stanno, però, terminando in utile o leggero pareggio una quarantina di festival lirici estivi (vedi Il Foglio del 2 luglio). Ed il Rossini Opera Festival (Rof 2010) appena terminato, è andato a gonfie vele in termini di affluenza e di incassi. Si sta pensando di adottare misure da Bayreuth (liste d’attesa pluriennali) o da Aix en Provence (vendite di “opzioni” di biglietti per il quadriennale Ring wagneriano). Sono tanti gli appassionati del nostro Gioacchino (il 70 per cento del pubblico è straniero; ai tradizionali tedeschi, inglesi, francesi e giapponesi si aggiungono, alla grande, i russi)? Pur se ha lasciato la propria (cospicua) eredità a Pesaro (per crearne il Conservatorio) ed è sepolto a Santa Croce, era un anti-italiano. Non solo guardò con sospetto il Risorgimento, ma amava vivere a Parigi e sin da adolescente sberleffava il “teatrino della politica” della Penisola. Non ha avuto maestri e non ha creato (volutamente) scuole. In un periodo in cui il melodramma tentava di farsi sempre vicino alla realtà romanzata, la sua musica è sempre stata astratta, sperimentale, agganciata al resto dell’innovazione europea.
E’ forse questa una delle determinanti che attira pubblico e critica al Rof 2010 in cui sono in scene tre opere giovanili (una sola nota, “La Cenerentola”) in cui Gioacchino guarda a quel “teatrino” della politica che imperversava negli Statarelli della Penisola e che sarebbe diventato “teatrone” dal 1848. E’ la prima volta che il breve “dramma serio” in due atti Demetrio e Polibio viene presentato sulla base di una revisione critica sulle fonti. E’ il primo lavoro per il teatro del Giovane Gioacchino che , all’età di 16 anni, lo ebbe commissionato dalla compagnia di giro Mombelli. E’ difficile dire quanto della musica sia di Rossini, giovanissimo, e quanto dei Morbelli. Richiede quattro personaggi, un piccolo coro ed un organico strumentale essenziale. Presenta due novità importanti: l’uso di un mezzo soprano (non di un castrato) per la parte “en travesti” del giovane amoroso e quello di un bari-tenore per il ruolo del “padre nobile”. La trama è tipica dell’ "opera seria": intrallazzi tra re , principi e principesse alla ricerca di nozze e corone. All’epoca una vicenda del genere veniva di norma trattata a tinte fosche. Lievissime e scherzose, invece, quelle di Gioacchino: il Rof lo sottolinea ancora di più in quanto il teatrino della politica è affidato a fantasmi (di politici del tempo che fu) su un palcoscenico quasi vuoto. Bravi i giovani cantanti cresciuti all’Accademia Rossiniana.
Ancora più acuta la mano ironica di Rossini, ormai ventiduenne, nel trattare in Signismondo un’antica leggenda romantico-religiosa (ispirò Schumann per Genoveva) . Allora (si era nel 1814, ossia tra Waterloo ed il Congresso di Vienna) le guerre tra polacchi e boemi, i malintesi tra fondatori di alleanze, gli intrighi del resto d’Europa erano all’ordine del giorno in tutto lo scacchiere europeo. La musica ambigua e beffarda di Gioacchino non solo le ridimensiona ma sottolinea il valore della tolleranza, volterrianemte è “necessaria l’intolleranza più rigorosa nei confronti dell’intolleranza”. Purtroppo, il giovane regista “politically correct” Damiano Michieletto si prende sul serio (Gioacchino non lo avrebbe mai fatto) ed ambienta il tutto in un manicomio inizio Novecento come fosse alla prese con Ibsen interpretato da Renzo Ricci oppure con un Brecht-Weill alla matriciana. Ottima l’esecuzione musicale; speriamo in un cd, non in un dvd.
Riguarda il teatrino della politica anche La Cenerentola del 1817? Eccome. Lo si vede non tanto nel colossale allestimento di Luca Ronconi (inizialmente presentato al ROF nel 1998 ed ora alla terza ripresa) ma in quello “politically uncorrect” che Robert Hall predispose a Glyndebourne nel 2005: le tensioni tra il ceto che scendeva le scale (del censo e del potere) e quello che le saliva erano chiarissime. Rossini dava loro una musica scintillante proprio in virtù della volterriana tolleranza.
Un quasi-qualunquista già da adolescente? Niente affatto. Farsi beffe del teatrino della politica non vuol dire non amare la Politica con la P maiuscola. Rossini lo mostrò, a tutto tondo, nel mirabile secondo atto del Guillaume Tell , sua ultima opera a soli 37 anni. Prima di un lungo silenzio. Mentre i teatrini della politica continuavano.
© - FOGLIO QUOTIDIANO
di Giuseppe Pennisi
giovedì 2 settembre 2010
l’alfiere e il suo doppio alla “sagra” low cost di Rimini Il Velino 2 settembre
CLT - Lirica, l’alfiere e il suo doppio alla “sagra” low cost di Rimini
Rimini, 2 set (Il Velino) - La sagra musicale di Rimini, giunta alla 61esima edizione, è un raro esempio di festival finanziato quasi interamente dagli enti locali, da imprese e dalla biglietteria. È anche un festival che, pur allacciandosi al grande repertorio e dedicando tradizionalmente la prima sezione a uno dei maggiori compositori di tutti i tempi (Bach), traccia nuove strade in un campo tradizionalmente distante da festival cameristici e sinfonici: l’opera lirica. Merita grande attenzione, quindi, da parte del ministero dei Beni culturali non solo come campione di grande evento internazionale articolato su vari mesi e in gran misura autofinanziato, ma anche per il sentiero che apre alla lirica. Fino al 6 novembre l'edizione 2010 (iniziata il 4 agosto) comprende quattro concerti cameristici dedicati a Bach, sei per grandi complessi sinfonici (Gewandhausorchester di Lipsia, Mahler Chamber Orchestra, Orchestra Filarmonica della Scala, Czech Philharmonic Orchestra, Bayerisches Staatsorchester) con bacchette di rango (Riccardo Chailly, Constantinos Carydis, Semyon Bychkov, Ion Marin, Kent Nagano) e sette affidati a giovani esecutori, in cui Schumann viene giustapposto al moderno. I concerti sinfonici vengono spesso replicati, dopo qualche giorno, al MiTo. Non solo il pubblico della Romagna e dintorni ha spesso un’anteprima della grande sinfonica milanese e torinese ma il menu viene offerto, a prezzi decisamente concorrenziali, anche a tutti quei turisti stranieri che si recano sulle spiagge dell’Adriatico. Dopo Bach e la sinfonica, il festival prosegue con una serie di eventi “collaterali” ma che hanno un grande rilievo per gli appassionati di musica: chicche come i mottetti seicenteschi riminesi, musica agganciata alle grandi scuole di medicina del Seicento, convegni e anche una rara edizione de “Il mandarino meraviglioso” di Bartòk.
Dopo la rassegna dedicata a Bach e prima della sinfonica, anche quest'anno la Sagra ha presentato, ieri e l’altroieri, la prima mondiale della versione scenica (in opera di camera) di un lavoro concepito inizialmente per la cameristica. È il quarto anno che, guidato da Denis Krief (regista, scenografo, e autore dei costumi e delle luci) , si ripete un esperimento ormai diventato un appuntamento obbligato per i maggiori critici italiani e stranieri. Già nell’immediato dopoguerra, Benjamin Britten era convinto che il ritorno all’opera da camera fosse il futuro del teatro in musica (a fronte dei crescenti costi della lirica tradizionale); vi dedicò lavori di grande bellezza le cui prime mondiali avvennero nel “suo” teatro (che dopo essere stato ampliato, aveva 300 posti). Giancarlo Menotti era della stessa idea e in questo spirito compose deliziose opere da camera per bambini. Pure quel genio di Igor Stravinsky era della partita. Krief e i riminesi fanno di più: prendono un testo originariamente non composto per la scena e con un budget risicatissimo ne mostrano il valore drammaturgico in quel luogo fantastico che è il “Teatro degli Atti”, rovine di un convento bombardato. Per predisporre il pubblico alla lirica, poi, in un cinema di Rimini si possono vedere circa due volte al mese spettacoli in diretta da La Scala, Regio di Parma, Covent Garden e via discorrendo. Un’azione concreta che merita di essere ricordata perché altre città ne prendano esempio.
Lo spettacolo di Krief unisce la musica dedicata dai compositori Viktor Ullmann e Frank Martin a “Die Weise von Liebe und Tod des Cornets Christoph Rilke” (Il Canto d’amore e morte dell’alfiere Christoph Rilke), del poeta e scrittore Rainer Maria Rilke. Il lavoro racconta per due volte - e in forma diversa - a ballata di Rilke, seguendo l’unitaria interpretazione scenica di Krief e la presenza del pianista Francesco Libetta, del mezzosoprano Brigitte Ravenel e di Hans Fleischmann voce recitante. “Prima Martin e poi Ulmann - spiega Krief - ma non si può far finta che la storia rimanga la stessa. Il pubblico assisterà a uno spettacolo e alla memoria dello spettacolo a cui ha assistito. E ritornando sempre alle parole di Rilke”. Il testo di Rilke, scritto di getto nel 1899 “in una notte di nuvole e luna”, evoca il destino di un antenato del poeta stesso, Christoph, un giovane aristocratico partito per la guerra nel 1666 come alfiere in un reggimento della cavalleria imperiale e disperso in Ungheria dove il suo corpo non fu mai ritrovato. Ma il pretesto si trasforma subito in una sorta di amalgama all’interno del quale Rilke fonde quelli che saranno gli elementi costitutivi della sua poetica: il motivo della morte precoce, l'iniziazione alla morte attraverso l'amore, la figura dell'eroe come emblema della comunità delle stirpi, l'eros come forza ancestrale.
Pubblicato nella stesura definitiva nel 1912, il “Cornet” (“Alfiere”) riscosse un enorme successo: ne furono vendute cinquemila copie nelle prime tre settimane, quasi duecentomila entro il 1922. In un raro e utile saggio, il musicologo Alessandro Taverna ricorda che nel periodo tra le due guerre e in quello immediatamente successivo alla seconda guerra mondiale, molti musici sono stati attratti dalla “ballata” di Rilke; tra essi Kurt Weill, Paul von Klenau e Kasimir von Pászthory. La scelta della Sagra è caduta sulle versioni di Ullman e Martin in quanto i due compositori si rivolsero al lavoro mentre la seconda guerra mondiale volgeva al termine ma in condizioni ben diverse. Viktor Ullmann era internato nel campo di concentramento di Theresienstadt e a pochi mesi dalla morte nel lager di Auschwitz nel 1944 riuscì a mettere in musica dodici parti del ciclo per voce recitante e pianoforte e a farle rappresentare più volte in campo di concentramento mentre gli interpreti prima e il compositore stesso e la moglie poi stavano per essere trasferiti alla camere a gas. Nello stesso periodo, il compositore elvetico Frank Martin portò a termine nella neutrale Svizzera un melologo dove le parole di Rilke sono affidate a una voce di mezzosoprano. I due compositori nel pieno del secondo conflitto mondiale.
Pur se differenti, le due composizioni appartengono allo stesso clima, quello in cui Schönberg stava cercando di riportare a unità, con la magia della dodecafonia, i vari rivoli in cui si disperdeva il fiume della grande famiglia musicale europea. Complessivamente il lavoro dura un’ora e mezza, un tour de force di virtuosismo per Francesco Libetta (il pianista) alle prese con due partiture che discrivono i luoghi e le anime. Nella prima parte, il mezzo soprano Brigitte Ravanel alterna il declamato (che a volte scivola in parlato) con ariosi (che a volte diventano arie vere e proprie); altro tour de force in cui si sale ad acuti da musica barocca a gravi quasi da cabaret berlinese degli anni Trenta. Su due schermi viene proiettato il testo italiano, con lo sfondo di proiezioni di filmati d’epoca (da La Kermesse Héroique a J’Accuse). La seconda parte è più serrata: non solo Ulmann non ebbe il tempo di completare ma il testo è recitato (da Hans Fleischmann) non letto. Cambiano anche i filmati: dalle guerre del Seicento (Kermese ) e dalla prima guerra mondiale (J’Accuse) siamo a film sulla seconda guerra mondiale e a documentari, nazisti, sui campi di concentramento. Non è certo un spettacolo leggero. Ma è un evento che non si dimentica, che induce a riflettere sul significato dell’esistenza terrena e dei doveri che ciascuno di noi, come il Cornet , ha verso di essa e verso gli altri.
(Hans Sachs) 2 set 2010 14:44
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Rimini, 2 set (Il Velino) - La sagra musicale di Rimini, giunta alla 61esima edizione, è un raro esempio di festival finanziato quasi interamente dagli enti locali, da imprese e dalla biglietteria. È anche un festival che, pur allacciandosi al grande repertorio e dedicando tradizionalmente la prima sezione a uno dei maggiori compositori di tutti i tempi (Bach), traccia nuove strade in un campo tradizionalmente distante da festival cameristici e sinfonici: l’opera lirica. Merita grande attenzione, quindi, da parte del ministero dei Beni culturali non solo come campione di grande evento internazionale articolato su vari mesi e in gran misura autofinanziato, ma anche per il sentiero che apre alla lirica. Fino al 6 novembre l'edizione 2010 (iniziata il 4 agosto) comprende quattro concerti cameristici dedicati a Bach, sei per grandi complessi sinfonici (Gewandhausorchester di Lipsia, Mahler Chamber Orchestra, Orchestra Filarmonica della Scala, Czech Philharmonic Orchestra, Bayerisches Staatsorchester) con bacchette di rango (Riccardo Chailly, Constantinos Carydis, Semyon Bychkov, Ion Marin, Kent Nagano) e sette affidati a giovani esecutori, in cui Schumann viene giustapposto al moderno. I concerti sinfonici vengono spesso replicati, dopo qualche giorno, al MiTo. Non solo il pubblico della Romagna e dintorni ha spesso un’anteprima della grande sinfonica milanese e torinese ma il menu viene offerto, a prezzi decisamente concorrenziali, anche a tutti quei turisti stranieri che si recano sulle spiagge dell’Adriatico. Dopo Bach e la sinfonica, il festival prosegue con una serie di eventi “collaterali” ma che hanno un grande rilievo per gli appassionati di musica: chicche come i mottetti seicenteschi riminesi, musica agganciata alle grandi scuole di medicina del Seicento, convegni e anche una rara edizione de “Il mandarino meraviglioso” di Bartòk.
Dopo la rassegna dedicata a Bach e prima della sinfonica, anche quest'anno la Sagra ha presentato, ieri e l’altroieri, la prima mondiale della versione scenica (in opera di camera) di un lavoro concepito inizialmente per la cameristica. È il quarto anno che, guidato da Denis Krief (regista, scenografo, e autore dei costumi e delle luci) , si ripete un esperimento ormai diventato un appuntamento obbligato per i maggiori critici italiani e stranieri. Già nell’immediato dopoguerra, Benjamin Britten era convinto che il ritorno all’opera da camera fosse il futuro del teatro in musica (a fronte dei crescenti costi della lirica tradizionale); vi dedicò lavori di grande bellezza le cui prime mondiali avvennero nel “suo” teatro (che dopo essere stato ampliato, aveva 300 posti). Giancarlo Menotti era della stessa idea e in questo spirito compose deliziose opere da camera per bambini. Pure quel genio di Igor Stravinsky era della partita. Krief e i riminesi fanno di più: prendono un testo originariamente non composto per la scena e con un budget risicatissimo ne mostrano il valore drammaturgico in quel luogo fantastico che è il “Teatro degli Atti”, rovine di un convento bombardato. Per predisporre il pubblico alla lirica, poi, in un cinema di Rimini si possono vedere circa due volte al mese spettacoli in diretta da La Scala, Regio di Parma, Covent Garden e via discorrendo. Un’azione concreta che merita di essere ricordata perché altre città ne prendano esempio.
Lo spettacolo di Krief unisce la musica dedicata dai compositori Viktor Ullmann e Frank Martin a “Die Weise von Liebe und Tod des Cornets Christoph Rilke” (Il Canto d’amore e morte dell’alfiere Christoph Rilke), del poeta e scrittore Rainer Maria Rilke. Il lavoro racconta per due volte - e in forma diversa - a ballata di Rilke, seguendo l’unitaria interpretazione scenica di Krief e la presenza del pianista Francesco Libetta, del mezzosoprano Brigitte Ravenel e di Hans Fleischmann voce recitante. “Prima Martin e poi Ulmann - spiega Krief - ma non si può far finta che la storia rimanga la stessa. Il pubblico assisterà a uno spettacolo e alla memoria dello spettacolo a cui ha assistito. E ritornando sempre alle parole di Rilke”. Il testo di Rilke, scritto di getto nel 1899 “in una notte di nuvole e luna”, evoca il destino di un antenato del poeta stesso, Christoph, un giovane aristocratico partito per la guerra nel 1666 come alfiere in un reggimento della cavalleria imperiale e disperso in Ungheria dove il suo corpo non fu mai ritrovato. Ma il pretesto si trasforma subito in una sorta di amalgama all’interno del quale Rilke fonde quelli che saranno gli elementi costitutivi della sua poetica: il motivo della morte precoce, l'iniziazione alla morte attraverso l'amore, la figura dell'eroe come emblema della comunità delle stirpi, l'eros come forza ancestrale.
Pubblicato nella stesura definitiva nel 1912, il “Cornet” (“Alfiere”) riscosse un enorme successo: ne furono vendute cinquemila copie nelle prime tre settimane, quasi duecentomila entro il 1922. In un raro e utile saggio, il musicologo Alessandro Taverna ricorda che nel periodo tra le due guerre e in quello immediatamente successivo alla seconda guerra mondiale, molti musici sono stati attratti dalla “ballata” di Rilke; tra essi Kurt Weill, Paul von Klenau e Kasimir von Pászthory. La scelta della Sagra è caduta sulle versioni di Ullman e Martin in quanto i due compositori si rivolsero al lavoro mentre la seconda guerra mondiale volgeva al termine ma in condizioni ben diverse. Viktor Ullmann era internato nel campo di concentramento di Theresienstadt e a pochi mesi dalla morte nel lager di Auschwitz nel 1944 riuscì a mettere in musica dodici parti del ciclo per voce recitante e pianoforte e a farle rappresentare più volte in campo di concentramento mentre gli interpreti prima e il compositore stesso e la moglie poi stavano per essere trasferiti alla camere a gas. Nello stesso periodo, il compositore elvetico Frank Martin portò a termine nella neutrale Svizzera un melologo dove le parole di Rilke sono affidate a una voce di mezzosoprano. I due compositori nel pieno del secondo conflitto mondiale.
Pur se differenti, le due composizioni appartengono allo stesso clima, quello in cui Schönberg stava cercando di riportare a unità, con la magia della dodecafonia, i vari rivoli in cui si disperdeva il fiume della grande famiglia musicale europea. Complessivamente il lavoro dura un’ora e mezza, un tour de force di virtuosismo per Francesco Libetta (il pianista) alle prese con due partiture che discrivono i luoghi e le anime. Nella prima parte, il mezzo soprano Brigitte Ravanel alterna il declamato (che a volte scivola in parlato) con ariosi (che a volte diventano arie vere e proprie); altro tour de force in cui si sale ad acuti da musica barocca a gravi quasi da cabaret berlinese degli anni Trenta. Su due schermi viene proiettato il testo italiano, con lo sfondo di proiezioni di filmati d’epoca (da La Kermesse Héroique a J’Accuse). La seconda parte è più serrata: non solo Ulmann non ebbe il tempo di completare ma il testo è recitato (da Hans Fleischmann) non letto. Cambiano anche i filmati: dalle guerre del Seicento (Kermese ) e dalla prima guerra mondiale (J’Accuse) siamo a film sulla seconda guerra mondiale e a documentari, nazisti, sui campi di concentramento. Non è certo un spettacolo leggero. Ma è un evento che non si dimentica, che induce a riflettere sul significato dell’esistenza terrena e dei doveri che ciascuno di noi, come il Cornet , ha verso di essa e verso gli altri.
(Hans Sachs) 2 set 2010 14:44
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STORIA E GEOGRAFIA DEL “PATTO SOCIALE” E LIMITI DEL FUNZIONAMENTO Il Foglio, 2 settembre
STORIA E GEOGRAFIA DEL “PATTO SOCIALE” E LIMITI DEL FUNZIONAMENTO
Giuseppe Pennisi
Dopo l’intervento di Sergio Marchionne al “meeting” di Comunione e Liberazione, il termine “patto sociale” è tornato nel lessico della politica. Pareva finito nella cassetta degli attrezzi degli Anni 80 e 90, specialmente da quando la crisi iniziata nel 2007 è al centro dell’attenzione della politica, dell’industria e della finanza nonché dei sindacati. E’ possibile che la “rentrée” non duri più dell’”éspace d’un matin” (lo spazio d’un mattino), secondo un detto francese. Di “patto sociale” non si parla nei punti che dovrebbero caratterizzare l’azione del Governo nella seconda parte della legislatura. A ragione delle preoccupazioni sul fronte occupazione – secondo gli ultimi dati Istat un giovane su quattro è senza lavoro – a delle grida dell’opposizione su una “Waterloo sociale”, è utile sapere quelle che potrebbero essere modalità e caratteristiche di un “patto”.
L’Organizzazione Internazionale del Lavoro (Oil), creata nel 1919 ed unica, tra le agenzie specializzate ONU, nei cui organi di governo siedono i rappresentanti non solo degli Stati membri ma anche delle parti sociali, è la migliore fonte d’informazione. E’ stata fondata nell’assunto che senza “social dumping” e con standard simili in materia lavoristica e sociale, si potrebbero evitare cause di conflitti tra Stati; a sua volta, la definizione di regole lavoristiche e sociali internazionali (le “convenzioni internazionali” Oil) presuppone regole interne elaborate tramite specifici “patti”. L’Oil produce, inoltre, analisi comparate di “patti sociali” e dei loro effetti. Dal più recente si ricava, in primo luogo, che i “patti sociali” non sono più di moda come lo erano una volta. Il lavoro sottolinea che negli anni successivi alla secondo guerra mondiale, “patti sociali”, diretti principalmente alla “politica dei prezzi e dei redditi”, sono stati uno strumento importante di politica economica in Europa (molto meno ,però, negli continenti) e che negli ultimi vent’anni del Ventesimo Secolo sono diventati una delle leve (non necessariamente la più importante) che hanno portato all’unione monetaria. Hanno ampliato i loro obiettivi per includere la competitività accanto alla giustizia sociale. Mentre un documento precedente Oil tracciava un’ampia tassonomia dei “patti”, il più fresco si limita ad analizzare i casi di Finlandia, Irlanda, Italia , Paesi Bassi, Portogallo, Slovenia e Spagna.
Dai due documenti, si possono ricavare alcune indicazioni. In primo luogo, i “patti” possono essere classificati in due vaste categorie: quelli “difensivi” – diretti a tutelare l’esistente (a volte con un occhio rivolto al passato)- e quelli “aggressivi” – diretti, invece, a facilitare l’adattamento d’un’economia e di una società ad un contesto in rapida evoluzione e a far da guida al cambiamento. In Italia, il ciampiano Patto di San Tommaso del 1993 ed il prodiano Accordo di Natale del 1998 sono esempi della prima categoria, mentre il Patto di San Valentino del 1984 Protocollo sul Welfare del 2007 contengono cenni della seconda. Il precursore dei “patti aggressivi” è l’olandese “accordo di Wassenaar” (dal nome della cittadina dove venne siglato) in cui le parti sociali e la coalizione “arcobaleno” (la sinistra e la destra erano al governo, il centro all’opposizione) rivoluzionarono normativa sul lavoro, pensioni e welfare in generale di fronte alla constatazione che per quadrare i conti operando unicamente sull’età legale della pensione (a ragione della più lunga aspettativa di vita) e con ritocchi negli altri capitoli, la si sarebbe dovuta portare a 81 anni.
Un esame dei “patti” più recenti, da un lato, riconferma la differenza tra quelli difensivi e quelli aggressivi e, da un altro, ne tratteggia le modalità di gestazione: a) tripartiti (Irlanda, Italia e Portogallo) in cui il Governo è fortemente coinvolto nella preparazione, firma e monitoraggio del “patto”; b) bipartiti (Olanda , Filandia) in cui il negoziato avviene tra parti sociali ed al più, quando è terminato, il Governo comunica di compiacersi per l’accordo raggiunto; c)misto (Spagna) il cui il Governo opera attivamente ma da dietro le quinte. Il terzo, pare, essere il più efficace specialmente se concentrato su un numero limitato di obiettivi.
In breve, un “patto” snello e grintoso rivolto alla crescita dei redditi e dell’occupazione tramite una maggiori produttività- i tassi d’utilizzazione degli impianti in Italia sono tra i più bassi in Europa – potrebbe essere utile. Occorre, però, evitare i macchinosi riti del passato.
Giuseppe Pennisi
Dopo l’intervento di Sergio Marchionne al “meeting” di Comunione e Liberazione, il termine “patto sociale” è tornato nel lessico della politica. Pareva finito nella cassetta degli attrezzi degli Anni 80 e 90, specialmente da quando la crisi iniziata nel 2007 è al centro dell’attenzione della politica, dell’industria e della finanza nonché dei sindacati. E’ possibile che la “rentrée” non duri più dell’”éspace d’un matin” (lo spazio d’un mattino), secondo un detto francese. Di “patto sociale” non si parla nei punti che dovrebbero caratterizzare l’azione del Governo nella seconda parte della legislatura. A ragione delle preoccupazioni sul fronte occupazione – secondo gli ultimi dati Istat un giovane su quattro è senza lavoro – a delle grida dell’opposizione su una “Waterloo sociale”, è utile sapere quelle che potrebbero essere modalità e caratteristiche di un “patto”.
L’Organizzazione Internazionale del Lavoro (Oil), creata nel 1919 ed unica, tra le agenzie specializzate ONU, nei cui organi di governo siedono i rappresentanti non solo degli Stati membri ma anche delle parti sociali, è la migliore fonte d’informazione. E’ stata fondata nell’assunto che senza “social dumping” e con standard simili in materia lavoristica e sociale, si potrebbero evitare cause di conflitti tra Stati; a sua volta, la definizione di regole lavoristiche e sociali internazionali (le “convenzioni internazionali” Oil) presuppone regole interne elaborate tramite specifici “patti”. L’Oil produce, inoltre, analisi comparate di “patti sociali” e dei loro effetti. Dal più recente si ricava, in primo luogo, che i “patti sociali” non sono più di moda come lo erano una volta. Il lavoro sottolinea che negli anni successivi alla secondo guerra mondiale, “patti sociali”, diretti principalmente alla “politica dei prezzi e dei redditi”, sono stati uno strumento importante di politica economica in Europa (molto meno ,però, negli continenti) e che negli ultimi vent’anni del Ventesimo Secolo sono diventati una delle leve (non necessariamente la più importante) che hanno portato all’unione monetaria. Hanno ampliato i loro obiettivi per includere la competitività accanto alla giustizia sociale. Mentre un documento precedente Oil tracciava un’ampia tassonomia dei “patti”, il più fresco si limita ad analizzare i casi di Finlandia, Irlanda, Italia , Paesi Bassi, Portogallo, Slovenia e Spagna.
Dai due documenti, si possono ricavare alcune indicazioni. In primo luogo, i “patti” possono essere classificati in due vaste categorie: quelli “difensivi” – diretti a tutelare l’esistente (a volte con un occhio rivolto al passato)- e quelli “aggressivi” – diretti, invece, a facilitare l’adattamento d’un’economia e di una società ad un contesto in rapida evoluzione e a far da guida al cambiamento. In Italia, il ciampiano Patto di San Tommaso del 1993 ed il prodiano Accordo di Natale del 1998 sono esempi della prima categoria, mentre il Patto di San Valentino del 1984 Protocollo sul Welfare del 2007 contengono cenni della seconda. Il precursore dei “patti aggressivi” è l’olandese “accordo di Wassenaar” (dal nome della cittadina dove venne siglato) in cui le parti sociali e la coalizione “arcobaleno” (la sinistra e la destra erano al governo, il centro all’opposizione) rivoluzionarono normativa sul lavoro, pensioni e welfare in generale di fronte alla constatazione che per quadrare i conti operando unicamente sull’età legale della pensione (a ragione della più lunga aspettativa di vita) e con ritocchi negli altri capitoli, la si sarebbe dovuta portare a 81 anni.
Un esame dei “patti” più recenti, da un lato, riconferma la differenza tra quelli difensivi e quelli aggressivi e, da un altro, ne tratteggia le modalità di gestazione: a) tripartiti (Irlanda, Italia e Portogallo) in cui il Governo è fortemente coinvolto nella preparazione, firma e monitoraggio del “patto”; b) bipartiti (Olanda , Filandia) in cui il negoziato avviene tra parti sociali ed al più, quando è terminato, il Governo comunica di compiacersi per l’accordo raggiunto; c)misto (Spagna) il cui il Governo opera attivamente ma da dietro le quinte. Il terzo, pare, essere il più efficace specialmente se concentrato su un numero limitato di obiettivi.
In breve, un “patto” snello e grintoso rivolto alla crescita dei redditi e dell’occupazione tramite una maggiori produttività- i tassi d’utilizzazione degli impianti in Italia sono tra i più bassi in Europa – potrebbe essere utile. Occorre, però, evitare i macchinosi riti del passato.
A SOPRESA ILNOSTRO FARDELLO E’ PIU’ LEGGERO DI QUELLO DEI VICINI
A SOPRESA ILNOSTRO FARDELLO E’ PIU’ LEGGERO DI QUELLO DEI VICINI
Giuseppe Pennisi
La crisi economica in corso dal 2007 (con le sua implicazioni nell’area dell’euro) è stata la molla per rivedere il “patto di crescita e di stabilità” , o tramite una revisione del trattato oppure tramite un protocollo interpretativo. In questo contesto, unicamente un quotidiano italiano di nicchia, ha riportato una notizia che merita di essere valutata con attenzione: Lituania, Lettonia, Bulgaria, Svezia, Slovacchia,Ungheria, Romania, Polonia, e Repubblica Ceca hanno proposto che nella revisione/ nuova interpretazione autentica del “patto di crescita e di stabilità” si tenga degli effetti delle riforme delle pensioni (sia effettuate sia in cantiere).
E’una proposta sensata poiché in un’Ue che invecchia (ed in un area dell’euro che invecchia a tassi ancora più rapidi di quelli dell’Ue in generale) il peso del debito a carico delle generazioni future è, pure ad una lettura superficiale, più importante delle oscillazioni dell’indebitamento annuo (spesso una conseguenza di movimenti di breve periodo del ciclo economico). Inoltre, in un’area in cui prevalgono sistemi previdenziali pubblici il debito previdenziale attualizzato (ossia riportato al suo valore odierno) e rapportato al Pil ha un significato ancora più pregnante del mero rapporto tra stock di debito pubblico e Pil. In Italia, si sono subito levate voci contrarie a questa proposta a ragione del nostro elevato indebitamento e debito pubblico (rispetto alla media dell’area dell’euro) e delle nuove difficoltà in caso di parametri previdenziali. Sono preoccupazioni immotivate e su cui la diplomazia economica dell’Italia dovrebbe riflettere alla luce dei calcoli esistenti non d’approssimazioni emotive.
I calcoli più pertinenti sono quelli pubblicati in primavera da Nicholar Barr (London School od Economics) e Peter Diamond (due dei massimi esperti di previdenza) in due volumi di studi comparati sulla previdenza nei Paesi Ocse, in un lavoro di Robert Holzmann(a lungo Vice Presidente responsabile della Protezione Sociale in Banca mondiale) ed in un’analisi di Jagadeesh Gokhale, del Cato Institute. In breve, il debito pubblico italiano è da capogiro se si include anche quello degli istituti previdenziali: ben il 364% del Pil. E’, però, inferiore alla media dell’Ue a 25 (ossia senza considerare Bulgaria e Romania): un massiccio 434% del Pil, con i dati per la Polonia (1550% del Pil), della Slovacchia (1149% del pil) e della Grecia (875% del Pil), addirittura da svenimento. E’ un fardello meno pensante di quelli di Francia (550% del Pil), Gran Bretagna (442% del Pil) e Germia (418% del Pil). Pare leggero se raffrontato alle stime per gli Usa dove ad un debito pubblico totale (Governo federale, Stati dell’Unione, previdenza obbligatoria, sanità per i poveri e gli anziani) che sfiora il 500% si aggiunge un debito di individui, famiglie ed imprese pari al 300% del Pil- fa tremare anche i Pini di Roma più secolari.
Non c’è da stare allegri, soprattutto per le nuove generazioni. Ma altrove la situazione è ben peggiore che da noi, soprattutto in Francia, oltre che in Grecia: nei due Paesi l’età “normale” della pensione è 60 anni- sia Sarkozy sia Papandreu hanno tentato di cambiarla, senza alcun esito (almeno per ora). Il lavoro di Holzmann indica il sistema contributivo figurativo (di cui Italia e Svezia sono stati i precursori nel 1995) come la strada da seguire per rimettere le cose a posto in Europa. Analoghe le conclusioni dei due volumi di Barr e Diamond, anche se, correttamente, insistono per una serie di modifiche per rendere più semplici gli adeguamenti alla dinamiche demografiche ed economico-finanziarie. Modifiche già inserite nella riforma svedese del 1995 e previste nell’aggiornamento effettuato pochi mesi fà di quelle iniziate in Italia 15 anni fa.
Possiamo, quindi, presentarci a testa alta: da un lato, abbiamo un “peso” previdenziale , pur elevatissimo, ma inferiore alla media dell’area dell’euro e di molti nostri vicini; a un altro, abbiamo un sistema esemplare (tanto che lo stanno imitando numerosi Paesi neocomunitari, Polonia in primo luogo) e che può essere il denominatore comune “europeo” di sistemi molto differenti in quanto a spettanze, organizzazione, gestione delle prestazioni e via discorrendo; da un altro, ancora, infine, abbiamo reso l’età legale di pensionamento flessibile ed agganciata all’apettativa media di vita alla nascita.
Giuseppe Pennisi
La crisi economica in corso dal 2007 (con le sua implicazioni nell’area dell’euro) è stata la molla per rivedere il “patto di crescita e di stabilità” , o tramite una revisione del trattato oppure tramite un protocollo interpretativo. In questo contesto, unicamente un quotidiano italiano di nicchia, ha riportato una notizia che merita di essere valutata con attenzione: Lituania, Lettonia, Bulgaria, Svezia, Slovacchia,Ungheria, Romania, Polonia, e Repubblica Ceca hanno proposto che nella revisione/ nuova interpretazione autentica del “patto di crescita e di stabilità” si tenga degli effetti delle riforme delle pensioni (sia effettuate sia in cantiere).
E’una proposta sensata poiché in un’Ue che invecchia (ed in un area dell’euro che invecchia a tassi ancora più rapidi di quelli dell’Ue in generale) il peso del debito a carico delle generazioni future è, pure ad una lettura superficiale, più importante delle oscillazioni dell’indebitamento annuo (spesso una conseguenza di movimenti di breve periodo del ciclo economico). Inoltre, in un’area in cui prevalgono sistemi previdenziali pubblici il debito previdenziale attualizzato (ossia riportato al suo valore odierno) e rapportato al Pil ha un significato ancora più pregnante del mero rapporto tra stock di debito pubblico e Pil. In Italia, si sono subito levate voci contrarie a questa proposta a ragione del nostro elevato indebitamento e debito pubblico (rispetto alla media dell’area dell’euro) e delle nuove difficoltà in caso di parametri previdenziali. Sono preoccupazioni immotivate e su cui la diplomazia economica dell’Italia dovrebbe riflettere alla luce dei calcoli esistenti non d’approssimazioni emotive.
I calcoli più pertinenti sono quelli pubblicati in primavera da Nicholar Barr (London School od Economics) e Peter Diamond (due dei massimi esperti di previdenza) in due volumi di studi comparati sulla previdenza nei Paesi Ocse, in un lavoro di Robert Holzmann(a lungo Vice Presidente responsabile della Protezione Sociale in Banca mondiale) ed in un’analisi di Jagadeesh Gokhale, del Cato Institute. In breve, il debito pubblico italiano è da capogiro se si include anche quello degli istituti previdenziali: ben il 364% del Pil. E’, però, inferiore alla media dell’Ue a 25 (ossia senza considerare Bulgaria e Romania): un massiccio 434% del Pil, con i dati per la Polonia (1550% del Pil), della Slovacchia (1149% del pil) e della Grecia (875% del Pil), addirittura da svenimento. E’ un fardello meno pensante di quelli di Francia (550% del Pil), Gran Bretagna (442% del Pil) e Germia (418% del Pil). Pare leggero se raffrontato alle stime per gli Usa dove ad un debito pubblico totale (Governo federale, Stati dell’Unione, previdenza obbligatoria, sanità per i poveri e gli anziani) che sfiora il 500% si aggiunge un debito di individui, famiglie ed imprese pari al 300% del Pil- fa tremare anche i Pini di Roma più secolari.
Non c’è da stare allegri, soprattutto per le nuove generazioni. Ma altrove la situazione è ben peggiore che da noi, soprattutto in Francia, oltre che in Grecia: nei due Paesi l’età “normale” della pensione è 60 anni- sia Sarkozy sia Papandreu hanno tentato di cambiarla, senza alcun esito (almeno per ora). Il lavoro di Holzmann indica il sistema contributivo figurativo (di cui Italia e Svezia sono stati i precursori nel 1995) come la strada da seguire per rimettere le cose a posto in Europa. Analoghe le conclusioni dei due volumi di Barr e Diamond, anche se, correttamente, insistono per una serie di modifiche per rendere più semplici gli adeguamenti alla dinamiche demografiche ed economico-finanziarie. Modifiche già inserite nella riforma svedese del 1995 e previste nell’aggiornamento effettuato pochi mesi fà di quelle iniziate in Italia 15 anni fa.
Possiamo, quindi, presentarci a testa alta: da un lato, abbiamo un “peso” previdenziale , pur elevatissimo, ma inferiore alla media dell’area dell’euro e di molti nostri vicini; a un altro, abbiamo un sistema esemplare (tanto che lo stanno imitando numerosi Paesi neocomunitari, Polonia in primo luogo) e che può essere il denominatore comune “europeo” di sistemi molto differenti in quanto a spettanze, organizzazione, gestione delle prestazioni e via discorrendo; da un altro, ancora, infine, abbiamo reso l’età legale di pensionamento flessibile ed agganciata all’apettativa media di vita alla nascita.
La via verso la mediocrazia da Il Velino primo settembre
ECO - *La via verso la “mediocrazia”
Roma, 1 set (Il Velino) - Tra il 31 agosto e il primo settembre sono giunte due notizie parallele: una riguarda la lontana Cina, l’altra il Lazio. Pochi se ne sono accorti ma l’argomento è identico, anche se – ahinoi! – le conclusioni sembrano divergere, non certo a favore dell’Italia. La prima è un’inchiesta di Michael Wines, uno dei giornalisti di punta del New York Times, su come, anche a ragione della crisi economica internazionale, la Cina sta riorganizzando le proprie aziende a partecipazione, e controllo, statale. L’inchiesta prende l’avvio da uno studio della Banca mondiale relativo, in particolare al settore minerario e manifatturiero, del Celeste Impero. Contrariamente alle leggende metropolitane che circolano in Europa, la Cina non sta facendo marcia indietro. Al contrario sta ricapitalizzando con fresco denaro pubblico (diminuendo, quindi, la propria propensione e disponibilità a comprare titoli di stato americano) e, in parallelo, sta cambiando i manager ai vertici delle imprese.
La seconda è un inchiesta su Il Sole-24 Ore a firma di Andrea Gagliardi, ben due pagine dell’inserto “romano” con richiamo in prima. L’inchiesta analizza il cambio di squadra nelle società in cui la Regione Lazio è azionista di riferimento o totalitario; a cominciare da Sviluppo Lazio per giungere alla Filas, al Bic ed ad Unionfidi ed ad una galassia di sigle minori, alcune delle quali il nuovo governo della Regione avrebbe l’intenzione di accorpare, o smantellare o chiudere. Gagliardi è, senza dubbio, meglio informato di Wines; per gli incarichi nelle principali aziende regionali specifica emolumenti, appannaggi, fringe benefits e candidati che sono, o si ritengono, in pole position. Ciò non dipende solo dal fatto che il Lazio è, naturalmente, più piccolo (e più semplice) della Cina, nonché da una maggiore trasparenza dell’informazione. Gagliardi ha un compito più facile di Wines perché i nuovi amministratori verrebbe scelti, in gran misura, tra candidati al Consiglio o alla Giunta regionale ma che non ce l’hanno fatta. Molti erano nella lista Pdl che, in seguito a vicende picaresche, sarebbe stata presentata in ritardo: hanno fatto la campagna elettorale, speso di tasca loro (o dei loro supporter), e, dunque, vengono collocati e prebendati.
In Cina, invece, è stato bandito un maxi-concorso (quasi severo come quello da Mandarino). Non che la mano politica sia assente: il concorso fornirà rose ristrette di pochi nomi di competenti per ciascun posto in palio ed all’interno di questa rosa la mano politica eserciterà la sua responsabile discrezionalità. Sono amico di Gianni Alemanno e Renata Polverini e lieto che Comune e Regioni abbiamo lo stesso orientamento. Ma tra i due metodi è superiore quello delineato da Gagliardi o quello tracciato da Wiles? Dal California Institute of Technology e dalla University of Pennsylvania, dove si sono trasferiti da anni, Andrea Mattozzi e Antonio Merlo, i maggiori studiosi della “mediocrazia”, mi dicono che il primo, se attuato, è la ricetta migliore per portarci a manager mediocri ed aziende in difficoltà. Spero che con le loro azioni Gianni e Renata ci mostrino eloquentemente che Gagliardi ha frainteso.
(Giuseppe Pennisi) 1 set 2010 20:27
TOP
Roma, 1 set (Il Velino) - Tra il 31 agosto e il primo settembre sono giunte due notizie parallele: una riguarda la lontana Cina, l’altra il Lazio. Pochi se ne sono accorti ma l’argomento è identico, anche se – ahinoi! – le conclusioni sembrano divergere, non certo a favore dell’Italia. La prima è un’inchiesta di Michael Wines, uno dei giornalisti di punta del New York Times, su come, anche a ragione della crisi economica internazionale, la Cina sta riorganizzando le proprie aziende a partecipazione, e controllo, statale. L’inchiesta prende l’avvio da uno studio della Banca mondiale relativo, in particolare al settore minerario e manifatturiero, del Celeste Impero. Contrariamente alle leggende metropolitane che circolano in Europa, la Cina non sta facendo marcia indietro. Al contrario sta ricapitalizzando con fresco denaro pubblico (diminuendo, quindi, la propria propensione e disponibilità a comprare titoli di stato americano) e, in parallelo, sta cambiando i manager ai vertici delle imprese.
La seconda è un inchiesta su Il Sole-24 Ore a firma di Andrea Gagliardi, ben due pagine dell’inserto “romano” con richiamo in prima. L’inchiesta analizza il cambio di squadra nelle società in cui la Regione Lazio è azionista di riferimento o totalitario; a cominciare da Sviluppo Lazio per giungere alla Filas, al Bic ed ad Unionfidi ed ad una galassia di sigle minori, alcune delle quali il nuovo governo della Regione avrebbe l’intenzione di accorpare, o smantellare o chiudere. Gagliardi è, senza dubbio, meglio informato di Wines; per gli incarichi nelle principali aziende regionali specifica emolumenti, appannaggi, fringe benefits e candidati che sono, o si ritengono, in pole position. Ciò non dipende solo dal fatto che il Lazio è, naturalmente, più piccolo (e più semplice) della Cina, nonché da una maggiore trasparenza dell’informazione. Gagliardi ha un compito più facile di Wines perché i nuovi amministratori verrebbe scelti, in gran misura, tra candidati al Consiglio o alla Giunta regionale ma che non ce l’hanno fatta. Molti erano nella lista Pdl che, in seguito a vicende picaresche, sarebbe stata presentata in ritardo: hanno fatto la campagna elettorale, speso di tasca loro (o dei loro supporter), e, dunque, vengono collocati e prebendati.
In Cina, invece, è stato bandito un maxi-concorso (quasi severo come quello da Mandarino). Non che la mano politica sia assente: il concorso fornirà rose ristrette di pochi nomi di competenti per ciascun posto in palio ed all’interno di questa rosa la mano politica eserciterà la sua responsabile discrezionalità. Sono amico di Gianni Alemanno e Renata Polverini e lieto che Comune e Regioni abbiamo lo stesso orientamento. Ma tra i due metodi è superiore quello delineato da Gagliardi o quello tracciato da Wiles? Dal California Institute of Technology e dalla University of Pennsylvania, dove si sono trasferiti da anni, Andrea Mattozzi e Antonio Merlo, i maggiori studiosi della “mediocrazia”, mi dicono che il primo, se attuato, è la ricetta migliore per portarci a manager mediocri ed aziende in difficoltà. Spero che con le loro azioni Gianni e Renata ci mostrino eloquentemente che Gagliardi ha frainteso.
(Giuseppe Pennisi) 1 set 2010 20:27
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