sabato 7 agosto 2010

Rossini Opera Festival fa il tutto esaurito Milano Finanza 7 agosto

Rossini Opera Festival fa il tutto esaurito
di Giuseppe Pennisi inscena
Con 30 bilanci in attivo, la 31sima edizione del Rossini Opera Festival, in scena a Pesaro fino al 22 agosto, si presenta prospera: la richiesta di biglietti è alta e il 70% del pubblico è straniero. Secondo una ricerca dell'Università di Bologna, incluso l'indotto, i benefici sono pari a quattro volte il costo. Le tre opere in programma appartengono alla produzione del Rossini giovane: Sigismondo, Demetrio e Polibio, La Cenerentola. Solo la terza è una ripresa (con una protagonista stellare: Kate Aldrich), mentre le altre due sono rispettivamente una novità assoluta e una rarità. Per la prima volta viene messa in scena l'edizione critica di Sigismondo, che rappresenta una tavolozza di numeri musicali che verranno ripresi e affinati in un'opera successiva: nella trucida vicenda di tradimenti e sangue per la successione al trono polacco, spiccano le due protagoniste Daniela Barcellona (in abiti maschili) e Olga Peretyatko. Meno trucida ma non meno sanguinosa Demetrio e Polibio, apprezzata da Stendhal a Roma nel 1812, ripresa in veri teatri fino al 1825 e da allora rappresentata di rado. Interessanti le scene e i costumi approntati dall'Accademia delle Belle Arti di Urbino, spigliata la regia di David Livermore. C'è grande attesa per Yijie Shi, giovane tenore di agilità cinese scoperto all'Accademia Rossiniana. Una sezione speciale è dedicata alle giovani voci con cui si mette in scena Il Viaggio a Reims. (riproduzione riservata)
Demetrio

A Pesaro Rossini quadruplica i ricavi e scaccia la crisi Il Velino 7 agosto

CLT - Lirica/ 6 ago (Il Velino) - Non c’è aria di crisi a Pesaro, dove dal 9 al 22 agosto si tiene la 31esima edizione del Rossini Opera Festival (Rof). Secondo uno studio dell’Università di Bologna, infatti, con una spesa (tra contributi pubblici e sponsor privati) di sei milioni di euro, tenendo conto anche dell’indotto se ne attivano 24 di ricavi. Anche qualora i ricercatori dell’ateneo felsineo avessero esagerato del 100 per cento, gli introiti sarebbero comunque il doppio dei costi: un’operazione di fare invidia a finanzieri solidi e prudenti come Warren Buffet. Nell’arco di tre decenni, grazie a Rossini, Pesaro è diventata la Bayreuth o la Salisburgo italiana: le richieste di biglietti eccedono del 25-30 per cento i posti disponibili, tanto che si sta pensando di costruire (come a Bayreuth) liste d’attesa pluriennali, anche se la normativa e la prassi italiana prevedono comunque la vendita di un certo numero di posti di loggione il giorno della recita. Il Rof ha un grande seguito anche fra la stampa straniera, tanto che quest’anno è stato rifiutato a malincuore l’accredito ad alcune grandi testate giapponesi che lo avevano chiesto “tardi”, ossia a fine primavera, e un pubblico fidelizzato: il 70 per cento è straniero, il 30 per cento italiano.
I marchigiani sono appena il dieci per cento del totale, eppure sono proprio loro i maggiori beneficiari del Festival. Non solamente occorre prenotare alberghi con un anno d’anticipo (senza avere peraltro la certezza di acquistare i biglietti) e i ristoranti sono strapieni, ma l’alta moda, le cucine d i mobili eleganti e il lusso in generale sono diventati un abbinamento alla manifestazione. Uno dei maggiori negozi d’abbigliamento della città (con l’esclusiva per le maggiori marche europee) ha dovuto aprire un’alta speciale per le melomani che dal Marrinsly di San Pietroburgo, dal Bolshoi di Mosca, dal Bunka Kaikan e dal New Theatre di Tokio si trasferiscono, con i portafogli pieni di libretti di assegni e carte di credito, nella città marchigiana per le due settimane del Festival. Alcuni compiono un vero e proprio tour che inizia allo Sferisterio di Macerata, prosegue a Pesaro (la tappa dove si compra di più) e dopo una sosta a Verona arriva a Salisburgo. Data la richiesta, i tour operator praticano spesso un mark up del 30 per cento circa sui prezzi di hotel e di biglietti.
Quest’anno, il Festival presenta tre opere del Rossini giovane (“Sigismondo”, “Demetrio e Polibio”, “La Cenerentola”) accanto ad una folta schiera di concerti. La prima è quasi una novità assoluta; se ne ricorda una rappresentazione a Treviso di un’edizione non integrale. La seconda è un’opera rara. La terza torna in un fortunato allestimento di Luca Ronconi che partito da Pesaro una diecina di anni fa ha girato mezzo mondo. Delle tre opera, solo “La cenerentola” è allegra, mentre la prima è addirittura truculenta, come si chiedeva all’epoca per le “opere serie”. Sono però di un Rossini poco più che 20enne che sprizzava energia, gioia di vivere e voglia di amare. Un Rossini anti-crisi, anche se si sarebbe messo in pensione a 37 anni, componendo successivamente poco o nulla. Ma vivendo sontuosamente, grazie proprio a quanto accumulato e a una buona pensione reale.
(Hans Sachs) 6 ago 2010 15:53

venerdì 6 agosto 2010

ALTRUISMO E MARKETING Avvenire 6 agosto

ALTRUISMO E MARKETING
Giuseppe Pennisi
In meno dei sei settimane, 40 miliardari americani hanno risposto all’invito di Bill Gates e di Warren Buffett di destinare, in vita o al momento della fine della loro avventura terrena, almeno la metà della propria ricchezza a scopi filantropici. L’obiettivo è di giungere a 600 miliardi di dollari e dare un contributo fondamentale ai “Millennium Development Goals”in termini d’istruzione, di salute, di nutrizione e d’ opportunità d’ ascesa sociale. Ho studiato negli Usa e vi ho vissuto 15 anni: la cifra impegnata in un mese e mezzo indica che il traguardo può essere centrato prima del prossimo Capo d’Anno.
La filantropia è parte del DNA del “big business” Usa non solo in quanto l’arricchimento viene visto con una finalità sociale (non unicamente particolaristica) ma anche per ragioni educative. Il magnate dell’acciaio Andrew Carnegie lasciò ai propri figli soltanto “la legittima” per il timore che “si rammollissero”, e destinò due terzi del suo immenso patrimonio al Carnegie Endowment For Peace, alla Carnegie Hall, alla Carnegie-Mellon University, chiedendo che la sua lapide avesse, oltre al nome ed al cognome ed alle date di nascita e di morte, la scritta “ebbe la fortuna di avere collaboratori sempre molto più brillanti di lui”.
La filantropia americana non ha, però, solo questo volto. E’ pure parte delle attività di “marketing” dell’immagine dell’impresa, quindi particolarmente sensibile alle istanze di gruppi che, ancorché minoritari nella società, riescono ad avere un forte visibilità mediatica e, quindi, peso politico. E’ anche portatrice di visioni del benessere sociale- quelle dei benefattori e delle lobby che hanno su di essi influenza. Su alcuni temi (ad esempio quelli relativi all’inizio ed alla fine della vita terrena, alla famiglia) , possono differire oppure divergere da quelle dei beneficiati o di altre concezioni di cosa contribuisce allo sviluppo materiale ed umano. E’ auspicabile che il comitato che dovrà gestire questa immensa somma di aiuti non ascolti una campana sola, ma tenga conto e delle culture dei beneficiari e del magistero più alto. Ciò è tanto più necessario poiché la filantropia americana è incentivata da forti sgravi tributari: gli stessi esperti Usa di scienza delle finanze sostengono che con i soldi di tutti (e con il mancato gettito) occorre una visione che tenga adeguato conto del punto di vista pure di chi non è in condizione di essere parimenti generoso.
Nonostante questi aspetti, occorre chiedersi perché la filantropia non abbia avuto un vero sviluppo in Europa Occidentale in generale ed in Italia in particolare. Non sono mancati e non mancano casi di mecenatismo e di beneficienza. Non sono, però, incoraggiati da sgravi tributari che nel nostro Paese, al 19% delle somme elargite, paiono presumere che la filantropia sia associata ai livelli più bassi di reddito e di carico tributario. Soprattutto, dall’inizio del Novecento In Europa è prevalsa la concezione che i “beni sociali” debbano essere forniti dallo Stato in tutte le sua diramazioni. Ci si deve chiedere se questa visione è ancora in linea con uno Stato costretto, dall’integrazione economica internazionale, a fare marcia indietro in molti campi perché con una spesa pubblica al 50% del Pil non si può competere con chi la ha al 30% od anche meno. Una determinante importante per incoraggiare terzo settore e responsabilità sociale d’impresa.

mercoledì 4 agosto 2010

NELLA MACERATA DI MATTEO RICCI UN FESTIVAL “A MAGGIOR GLORIA”. CON I DUBBI DEI MODERNI Il Foglio del 5 agosto

NELLA MACERATA DI MATTEO RICCI UN FESTIVAL “A MAGGIOR GLORIA”. CON I DUBBI DEI MODERNI
Giuseppe Pennisi
Il tema del Festival in corso a Macerata sino al 10 agosto è: “Nella maggior Gloria di Dio”. Il nesso immediato è il collegamento con le celebrazioni per i 400 anni dalla morte di Matteo Ricci, il gesuita che diventò consigliere influente alla Corte Imperiale di Pechino. C’è un legame più profondo tra i lavori scelti (e come sono presentati) ed i dubbi che più travagliano la società di oggi. I lavori scelti spaziano da Monteverdi (“Il Vespro della Beata Vergine) a Vivaldi (“Juditha Triumphans”) a Gounod (“Faust”) e Verdi (una trilogia composta da “I Lombardi alla Prima Crociata”, “Attila”, e “La Forza del Destino”). Vengono presentati essenzialmente i due luoghi scenici (l’Arena Sferisterio ed il Teatro Lauro Rossi), nonché (per “Il Vespro”) in costumi e strumenti d’epoca nell’auditorium San Paolo. Al Teatro Lauro Rossi (un gioiello per 400 posti disegnato dai Fratelli Bibiena), regie, scene e costumi sono affidate a Massimo Gasparon. Nella vasta arena di 3000 posti ed all’auditorium San Paolo a Pier Luigi Pizzi. Per ragioni d’ economia e di unità stilistica, in ciascun luogo c’il medesimo impianto scenico ed (in buona misura) gli stessi costumi – un esempio che, in tempi come questi, altri teatri dovrebbero seguire.
Ma a quale “maggior Gloria” ci si riferisce e quali i rapporti tra il Seicento di Monteverdi e di Vivaldi (sacerdoti molto addentro nelle vicende del mondo – sia sopra sia sotto le lenzuola) e l’Ottocento del bigotto Gounod e dell’ateo dubbioso Verdi con i problemi di oggi? Innanzitutto – rileva correttamente Massimo Cacciari- il Vecchio ed il Nuovo Testamento presentano due differenti visioni della “maggior Gloria”: nel Vecchio un’onnipotenza che si manifesta con una luce accecante, nel Nuovo la massima umiliazione, ma anche massima esaltazione e pietà (la Croce). E’ a questa seconda interpretazione che si rivolgono i sei lavori nelle loro esecuzioni al Festival, affrontando quattro problemi cruciali della società d’oggi.
Il primo è il significato della politica come progetto di dove indirizzare la società. Ne “I Lombardi”, lo ha chiaramente Arvino, ma lo contrastano le macchinazioni di Pagano. In “Attila” , è (curiosamente) il Capo degli Unni ad avere una visione di modernizzazione, bloccata dagli intrighi di Ezio, dai particolarismi di Foresto e dai risentimenti di Odabella (che pur aspira a finire nel letto dell’unno). In “Juditha”, Oloferne viene trattato con una simpatia inattesa che fa sorgere il dubbio se il politico lungimirante sia lui o i suoi avversari (Giuditta inclusa). Dubbio analogo è in “Faust”: è lo scienziato che ha sottoscritto un patto con il Diavolo oppure Mefistofele a meglio comprendere che indirizzo dare alla società? Netto, invece, il “Vespro” (anche lì si parla di politica): il Salmo “Nisi Dominus” a 10 voci è limpido in quanto avverte che una rotta decisa supera le onde. Ne “La Forza”, il politichese polveroso dei “grandi” ed il loro “Viva la Guerra” travolge i destini dei tre ventenni protagonisti .
Il secondo riguarda le relazioni tra etnie differenti. Uno dei primi numeri de “Il Vespro” è Nigra sum sed formosa (Sono di pelle nera ma bella) dell’amore tra Re Salomone e la Regina di Saba. La bianca Giuditta decapita il nero Oloferne pur se ne è sessualmente attratta . Analogo il rapporto tra Odabella, figlia del Signore di Aquileia, e Attila. I “Lombardi” hanno al loro centro l’ amore tra una cristiana ed un mussulmano. E la molla che scatena la faida ne “La Forza” risiede nel fatto uno dei tre ragazzi è un “mulatto”. Faust è un estraneo al mondo di Margherita.
Il terzo è il rapporto tra eros e conoscenza-tema (chi lo ricorda?) trattato magistralmente in un film di Bergman del 1961 (“Come in uno specchio”) basato sulla prima lettera di Paolo di Tarso ai Corinzi. L’eros (da distinguere dalla libidine) porta alla conoscenza della “maggior Gloria”. Ne “Il Vespro”, lo evoca il duetto Pulchra es .In “La Forza”, l’eros conduce Leonora alla grandiosa aria con coro La Vergine degli Angeli al termine del secondo atto. In “Juditha” ed “Attila”, l’eros porta a comprendere l’avversario e le sue ragioni. In “Faust”, l’eros è la molla con cui conoscenza si salda con salvezza sia per “il dottore” sia per Margherita.
Ultimo immenso tema è la trascendenza. Il “Faust” di un Gounod (tormentato per tutta la vita dal non essere stato in grado di intraprendere l’agognata vita sacerdotale) è un ateo peccatore e, peggio ancora, un positivista; non si converte mai pienamente , ma acquista il senso della trascendenza. In “Forza” due dei tre giovani vengono salvati dalla comprensione della trascendenza. In “Attila” e “Juditha”, il barbaro afferra la trascendenza meglio dei suoi clericali avversari. La trascendenza redime Pagano ne “I Lombardi” e lo fa guidare i suoi conterranei alle porte di Gerusalemme. E’ una trascendenza a cui si giunge tramite il dubbio (che non viene mai superato a pieno tranne che nel “Magnificat” con cui Monteverdi, esperto di politica e di letti, chiude “Il Vespro”).
In breve, un Festival non solo per sentire buona musica (ne tratto nel quotidiano britannico Music & Vision) ma per meglio riflettere sul nostro mondo e sui noi stessi.

Bolle e balle (altri guai se la Germania non riprende a correre) Il Velino del 4 agosto

ECO - Bolle e balle (altri guai se la Germania non riprende a correre)

Roma, 4 ago (Il Velino) - La ripresina arranca ed alcune testate accusano implicitamente gli economisti “catastrofisti” ed i loro aedi di essere, se non all’origine, una delle determinanti di “bolle” finanziarie (ed economiche) belle e buone. In breve, gli economisti “catastrofisti” (a cominciare da Nouriel Roubini), ed i loro aedi, avrebbero lanciato allarmi inconsulti su una nuova crisi che sarebbe iniziata nell’Eurozona e minaccerebbe di contagiare il resto del mondo. Fesserie!, dicono alcuni dei nostri colleghi. Le quotazioni dell’euro sul dollaro si stanno riprendendo: questa sarebbe, a loro avviso, la prova più eloquente che la minacciata “estate calda dell’euro” sarebbe una fandonia. Si potrebbe quasi leggere un invito al ministro dell’Economia ad alleggerire il rigore di bilancio.

Cerchiamo di chiarire il quadro. In primo luogo, la paratia di difese comunitarie (in effetti un fondo di 750 miliardi di euro tra risorse dell’Ue, del Fondo monetario e dei singoli Stati) messe in atto poche settimane fa non poteva non rassicurare almeno temporaneamente i mercati. Un fenomeno analogo avvenne nel luglio del 2007 quando iniezioni di liquidità da parte delle autorità monetarie americane vennero, da alcuni, considerate risolutive. In effetti, dopo la scivolata di maggio, l’euro a ripreso fiato. Attenzione, però, all’ultima asta i titoli di Stato della Spagna sono stati collocati ad un tasso annuo d’interesse del 5,1% (con un aumento quasi di un punto percentuale rispetto alla precedente, a fine aprile), proprio in questi giorni l’agenzia Moody’s ha abbassato (e di un bel po’) il valore del credito del Portogallo e, quel che più conta, il governo tedesco sta facendo circolare un programma per mettere in pratica “ad amministrazione controllata” le politiche di bilancio dei Paesi che “sgarrano” in materia di deficit e di debito. Il piano tedesco ha già incassato il supporto della Francia e degli Stati tradizionalmente più vicini alle posizioni di Berlino (Austria, Olanda, Finlandia).

In decondo luogo, a queste indicazioni (che non inducono certo alla serenità) si aggiungono alcuni lavori inediti della Banca centrale europea, Bce (i working papers 1214 e 1216) relativi rispettivamente allo stress finanziario all’interno dell’Eurozona ed agli effetti della moneta unica sull’integrazione finanziaria europea. Sono documenti densi di algoritmi e di numeri; non saranno di facile lettura, una volta pubblicati. Indicano tuttavia che quando meno all’interno del servizio studi dell’istituto non si dormono sogni del tutto tranquilli. Alla base delle preoccupazioni non è tanto il ripetersi di una crisi analoga a quella greca quanto il progressivo sfasamento tra il valore reale dell’euro in Germania (e Paesi affini) ed il resto dell’area. Da dieci anni in questo gruppo di Paesi la media dei salari reali diminuisce gradualmente; si riduce di conseguenza il costo del lavoro per unità di prodotto; aumentano, quindi, gli squilibri commerciali (e finanziari) all’interno dell’Eurozona. Queste non sono né bolle né balle, ma concrete realtà confermate da Bce, Eurostat ed Ocse. Se la Germania non rimette a correre puntando sull’espansione del proprio mercato interno, saranno guai. Per tutti.

(Giuseppe Pennisi) 4 ago 2010 13:12

lunedì 2 agosto 2010

Verdi allo Sferisterio. E Macerata rivaleggia con Parma ll Velino 2 agosto

CLT - Lirica/ Verdi allo Sferisterio. E Macerata rivaleggia con Parma


Macerata, 2 ago (Il Velino) - Il Festival Sferisterio 2010 si presenta con un programma così diversificato, nel tema unificante della “maggior Gloria di Dio”, che è opportuno trattare i singoli spettacoli in due capitoli. Il primo riguarda quello delle tre opere verdiane, dove a Macerata si è tenuto un vero e proprio “minifestival”, tale da gareggiare quasi con quello che avrà luogo in ottobre a Parma. Le tre opere di Verdi danno modo di esaminare il percorso sia filosofico sia musicale dell’“ateo dubbioso”. “I Lombardi alla Prima Crociata” risalgono al 1843. Vengono generalmente considerate “un’opera risorgimentale” anche se il compositore, allora 30enne, si considerava un suddito fedele di Maria Luigia (a cui peraltro il lavoro è dedicato) e per tutta la vita nutrì profonda diffidenza per la politica nonché per la Chiesa, in quanto organizzazione di potere ancora più nefasto e repressivo. È un melodramma di stampo donizettiano, costruito quindi su cavatine, arie, cabalette, duetti, quartetti e gran pezzi concertati per chiudere le singole parti. Cominciano ad apparire cori potenti e vibranti tali da suscitare passione ed entusiasmo. Un amore interreligioso, argomento di grande attualità, è al centro di un melodramma concepito come un’epopea popolare sul cammino verso il Santo Sepolcro. Ha innovazioni importanti quali il concertato iniziale e il ruolo da protagonista affidato al coro.

L’impianto scenico di base (che non cambia per le altre opere in scena quest’anno all’Arena Sferisterio) è una grande pedana con tre praticabili. Con il minimo essenziale d’attrezzeria diventa, di volta in volta, la Milano del 1100, Antiochia, la valle di Giosafat, la caverna , il fiume Siroé, la spianata verso Gerusalemme dove, al termine di complesse vicende, i crociati arrivano e celebrano “la maggior Gloria di Dio”. Efficaci i movimenti delle masse scelte dalla regia di Pier Luigi Pizzi, la coreografia (affidata per tutto il ciclo a Gherghe Iancu) e il coro (guidato, in tutte le opere, da David Crescenzi). Daniele Callegari concerta in modo puntuale e spedito. Il cast è imperniato su tre star internazionali di prima grandezza Dimitra Theodossiou, Francesco Meli e Michele Pertusi. Di grande livello la Theodossiuo e Meli, più volte applaudito a scena aperta. All’impervia parte della protagonista - una delle più difficili del repertorio verdiano - non ha giovato che lo spettacolo fosse all’aperto.

“Attila”, del 1846 appartiene allo stesso genere de “I Lombardi” (il vero e proprio salto stilistico sarebbe stato fatto da Verdi un anno dopo, nel 1847, con Macbeth). Il lavoro rappresenta un progresso rispetto al precedente: il libretto è più compatto e i tre temi - la storia d’amore, l’intrigo e il tradimento con la forza spirituale che blocca l’avanzata degli unni verso Roma (ossia “la maggior Gloria di Dio”) - si intrecciano abilmente. Nell’antigenerale di sabato pomeriggio, quindi ancora un “work in progress”, è stato possibile apprezzare la regia molto efficace di Massimo Gasparon, che in una scena unica ed un elegante gioco di due colori (bianco e blu) riesce a dare sostanza alla complessa vicenda (con aspetti da grand-opéra: processioni, danze) nel piccolo spazio dell’elegante Teatro Lauro Rossi, di appena 400 posti. Troppo baldanzosa è parsa, invece, la concertazione di Riccardo Frizza, che avrebbe dovuto dare un tono quasi cameristico e intimistico agli aspetti musicali. Tra i cantanti attori, primeggia la Odabella di Maria Agresta, che a dispetto del passato da giovane mezzo soprano ora ha assestato la propria vocalità a quella di un soprano drammatico, abilissimo ad ascendere ad acuti spericolati e a discendervi con facilità. Attila è l’afro-americano Nmon Ford, un baritono-basso (mentre la parte vorrebbe un basso tout court). Ha, senza dubbio, “le physique du rôle”: sprizza virilità da ogni poro e sfoggia i propri muscoli quanto concesso in un teatro d’opera italiano. Pur scansando le tonalità più gravi, affronta bene l’impervio ruolo. Ezio è il giovane Claudio Sgura; strappa applausi in “Dagli immortali vertici” e regge efficacemente la difficile parte. Foresto è Giuseppe Gipali, altalenante nel primo atto (ma, ricordiamolo, si era a una prova) e poi progressivamente migliorato.

Tra Attila e La Forza del Destino (la cui prima stesura è andata in scena a San Pietroburgo nel 1862 e la seconda alla Scala nel 1869) Verdi è cambiato sia nella concezione filosofica della vita e della morte, sia nella scrittura musicale. Per certi aspetti, il cambiamento avviene proprio tra le due edizioni; esse hanno differenze profonde (tanto nell’organizzazione del terzo atto quanto soprattutto nella conclusione). Le modifiche del finale pare siano state non una richiesta della Scala ma l’influenza delle frequentazioni con Alessandro Manzoni e la lettura de “I Promessi Sposi”. Nell’edizione di San Pietroburgo, il finale è byroniano: privo di speranza in un quadro desolato si uccidono tutti e tre i giovani protagonisti. In quello scaligero, ormai divenuto “di riferimento” e quindi adottato al Festival, il suicidio di Alvaro viene fermato dal “Non imprecare, umiliati” del Padre Guardiano. Un finale manzoniano, insomma, in cui il rapporto con “la gran Gloria di Dio”, nel caso specifico il perdono, è diventato ancora più complesso e più tormentato.

Sotto il profilo musicale, siamo a uno dei primi esempi di quello che diventerà il “grand opéra” padano, opere grandiose con spazio per il balletto e che richiedono grandi voci, organici e cori. Non solo, viene introdotto un cromatismo molto particolare, tutto verdiano poiché a quell’epoca il Maestro non aveva ancora avuto accesso a Wagner e tornano momenti cameristici (gli “a solo” per clarinetto ed organo) che parevano ormai appartenere al passato. A Macerata (utilizzando lo stesso impianto scenico de “I Lombardi”, con cui “La Forza del destino” condivide la regia di Pier Luigi Pizzi) la vicenda viene imperniata sul contrasto tra i tre giovani (Leonora, Alvaro e Carlo sono sui vent’anni all’inizio dell’opera) e il mondo che li circonda (si spazia tra Spagna ed Italia, tra palazzi, campi di battaglia, osterie-bische, monasteri, impervie montagne e non mancano riferimenti alla lontana America Latina). Ma viene portata da un Settecento di maniera agli anni della Guerra di Spagna. Callegari affronta con destrezza la difficile scrittura musicale. Grande successo dei due giovani protagonisti: la 25enne Teresa Romano e il 30enne Zoran Todorovich nei ruoli di Leonora e Alvaro. Timbri molto chiari, vasta estensione, grande attenzione al registro di centro e alla “mezza voce” e buoni acuti (con il potenziale di diventare buonissimi). Marco De Felice (che avrebbe dovuto cantare Carlo), ammalato, è stato sostituito da Elia Fabian in buca ed un mimo in scena. Di alto livello sia Roberto Scandiuzzi (Padre Guardiano) sia Anna Maria Chiuri (Preziosilla) sia gli interpreti dei numerosi ruoli minori. Sembra che almeno due dei tre spettacoli siano destinati ad una tournée a Hong Kong e Macao. Un modo intelligente ed efficace per promuovere l’immagine dell’Italia.

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domenica 1 agosto 2010

Gounod, Vivaldi e Verdi nei luoghi dello Sferisterio in Milano Finanza 31 luglio

Gounod, Vivaldi e Verdi nei luoghi dello Sferisterio
di Giuseppe Pennisi

inscena


Il Festival dello Sferisterio a Macerata (in corso fino al 10 agosto) offre un cartellone di cinque opere e un oratorio in forma scenica. Si tratta di un festival a tema. Dopo l'iniziazione, la seduzione e l'inganno degli anni passati, ora il tema è A maggior gloria di Dio. L'evento ha luogo in tre spazi scenici: l'Auditorium San Paolo (per l'inaugurale I Vespri della Beata Vergine di Monteverdi); la vasta Arena Sferisterio e il piccolo Teatro Lauro Rossi (capolavoro dei fratelli Bibiena). Dopo l'inaugurazione, si dipanano due strade parallele improntate a forte unità stilistica. Una, nell'Arena Sferisterio, incentrata su tre melodrammi del XIX secolo (Faust di Gounod, La forza del destino e I Lombardi alla prima crociata di Verdi), la seconda su due opere fra loro distanti nel tempo ma di sorprendente affinità nell'impianto musicale e nello sviluppo delle trame (Juditha triumphans di Vivaldi del 1716 e di Attila di Verdi del 1846). Il primo percorso è curato da Pier Luigi Pizzi, il secondo da Massimo Gasparon. Solo due impianti scenici per le cinque opere, al fine di effettuare contenimento di costi e sottolineare l'unità stilistica delle opere. Per lo stesso principio molti cantanti appaiono in più di un lavoro, dando quasi vita a una compagnia integrata di canto. Il successo della serata iniziale (affidata al complesso Cantar Lontano guidato da Marco Mencoboni) è di buon augurio. (riproduzione riservata)