lunedì 8 febbraio 2010

HENZE Opfergang in ;Musica febbraio

HENZE Opfergang I. Bostridge, J. Tomlison, R. Valentini, M. Trementini, A. Fabiani, G.P. Fiocchi, A. Mameli.
MAHLER Das Lied von der Erde A. Larsson, S. O’ Niell
Orchestra dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia. Maestro Concertatore e Pianoforte Concertante, Antonio Pappano
Roma, Parco della Musica, Sala Santa Cecilia, 10 gennaio 2010

In una periferia, si incontrano un cane bianco smarrito, ma ben curato, e un fuggiasco. In un monologo, l'uomo racconta il suo inquietante passato. Braccato dalla polizia, in preda al panico, uccide il cane, che pur gli aveva mostrato affetto, e cade negli abissi dell'alienazione. Tema fondante il contrasto tra Bene e Male, tra Violenza e Purezza. Immediato il riferimento a Billy Budd di Benjamin Britten ( anche perché le voci sono esclusivamente maschili) pur se “il fuggiasco” ricorda L’Etranger di Albert Camus , non il Claggart di Meliville-Britten; a fronte dei suoi ululati di rabbia (nei confronti dell’esistenza proviamo quasi simpatia.
Opfergang (Immolazione nella traduzione italiana nel programma di sala; sarebbe più appropriato intitolare il lavoro, Sacrificio), è la «Konzertoper» di Hans Werner Henze, con cui l’Accademia di Santa Cecilia ha aperto il 2010 del teatro musicale. E’ un lavoro breve (circa 50 minuti) ma intenso ed innovativo, oltre che molto atteso. L’83enne Henze ha sorpreso ancora una volta: mettendo in musica un lavoro di Franz Werfel, espressionista e grande amico di Kafka, nonché ultimo marito di Alma Mahler, mantiene una cornice dodecafonica che viene utilizzata, orizzontalmente e verticalmente per la costruzione di melodie, melismi ed accordi – quasi un breve trattato di armonia redatto specialmente per questa composizione. Henze porta ancora una volta la dodecafonia al grande pubblico (come ha fatto per 60 anni) inserendo i temi, a lui consueti, della pietà e dell’accusa sociale in un “visivo musicale” eclettico. Dopo un agitato interludio dominano le battute eteree degli archi, una larga melodia dell’oboe baritono, l’angoscia della tuba wagneriana, gli “a solo” del pianoforte (magnifico Pappano al piano) per accompagnare i recitativi, i vaghi movimenti di danza dell’organetto ed un leit-motiv di Fa diesis maggiore e Do maggiore. La concertazione di Antonio Pappano svela, con tenerezza ed amore, le meraviglie della partitura. L’orchestra potrebbe essere definita un complesso da camera molto ampliato con il maestro concertatore, come si è detto, anche al pianoforte. Sette voci (il tenore schubertiano Ian Bostridge è il cagnolino, il baritono wagneriano John Tomlinson il fuggiasco, gli altri vengono dal Coro dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia) che dal declamato scivolano nell’arioso ed anche in duetti. In breve, una “prima mondiale” d’eccezione , pur se ci si deve chiedere se la vasta Sala Santa Cecilia con i suoi 2832 posti sia la più adatta ad un lavoro così intimo.

Das Lied von der Erde di Gustav Mahler (nella seconda parte del concerto) è troppo noto per richiedere una presentazione. Nell’ultimo lustro, a Roma, lo si è ascoltato quasi ogni anno in esecuzioni dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia dell’Orchestra di Roma e del Lazio, e dell’Orchestra sinfonica di Roma. In quanto struggente addio alla vita ha un nesso molto forte con Opfergang. Inoltre apre le celebrazioni dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia per il doppio anniversario (150 anni dalla nascita , e 50 dalla morte di Mahler) in cui verrà eseguita l’integrale del compositore. Nella precedente esecuzione nei concerti dell’Accademia, nel 1994, aveva concertato Myung-Wehun Chung e i solisti erano stati Anna Larsson e Thomas Moser. A differenza della concertazione passionale di Chung (densa di richiami, ad esempio, a Sawallisch e a Maazel), la bacchetta di Pappano è tersa (come quelle di Boulez e Walter , di cui esistono ottime edizioni discografiche); l’”addio” ( Der Abschied è il lungo finale) è più straziante, meno improntato a serenità Zen. Di grandissimo livello sia Anna Larsson (di nuovo nel ruolo di protagonista) e Simon O‘ Neill.


Giuseppe Pennisi

SULLE BORSE SOFFIA IL VENTO DAGLI USA Il Tempo 8 febbraio

SULLE BORSE SOFFIA IL VENTO DAGLI USA
Giuseppe Pennisi
Con una certa faciloneria, gli “obaniani nostrani” (ed il coretto che li accompagna sulla stampa ed in TV) hanno dato un’interpretazione semplicistica alla tormenta scatenatasi sulle Borse negli ultimi giorni. I mercati – hanno detto – puniscono i Paesi del Mediterraneo con un alto debito e deficit pubblico, come Grecia, Spagna e Portogallo. Alcuni commentatori intravedono l’inizio della fine dell’esperienza dell’unione monetaria. Altri profetizzano che la prossima bastonata colpirà anche l’Italia. E, da bravi “obaniani nostrani”, si augurano che ciò avvenga prima delle elezioni regionali ed incida sul voto. Dal coro a cappella ha preso le distanze unicamente Giancarlo Galli su Avvenire che ha correttamente criticato la montagnia di ipocrisie scritte, e lette, in questi giorni.
Come sempre, quando si intende plasmare la verità con una montagna d’ipocrisie, la lettura dei dati e dei fatti è in parte corretta. Né il baldanzoso Zapatero in Spagna né l’altezzoso Papandreu in Grecia – ambedue alla guida di litigiose coalizioni di centro sinistra – sembrano in grado di venire a capo delle difficoltà strutturali delle economie dei Paesi da loro governati- difficoltà aggravate dalla crisi internazionale non ostasse sperassero di celare taroccando i conti. Né l’uno né l’altro sono stati all’altezza di predisporre un programma di risanamento analogo a quello in corso di realizzazione in Irlanda. L’incapacità dei Governi di Madrid ed Atene di definire una strategia ha senza dubbio innescato la sfiducia degli operatori colpendo dapprima il Portogallo (dove però Governo e Parlamento stanno per giungere ad un’intesa su una finanziaria suppletiva per tenere i conti sotto controllo) e , poi, il resto dell’area dell’euro.
E’, però, errato pensare che la caduta dei listini sia un problema europeo ed in particolare dell’Europa mediterranea . Il tonfo è stato analogo alle Borse di Tokio, Shangai e Hong Kong che, per ragioni di fuso orario, chiudono le contrattazioni quando i mercati europei cominciano ad operare. In effetti, la tempesta finanziaria, in parte attesa poiché l’ascesa delle quotazioni rispondeva più all’abbondanza di liquidità che alle prospettive dell’economie reali, è stata innescata il primo febbraio quando la Casa Bianca ha delineato un programma di politica economica che , se approvato dal Congresso, porterà il disavanzo federale del 2010 al 12% del pil Usa (dopo che nel 2009 ha toccato il 9,9%): In una situazione in cui, secondo i conteggi di Steve Keen (economista vicino alla sinistra), lo stock totale di debito americano (individui, famiglie, imprese ,pubbliche amministrazioni) sfiora il 350% del pil (nel 1929, ha toccato il 150% del pil). A fronte di questo Himalaya, la strategia di Obama è chiara: un’ondata d’inflazione da esportare all’estero – come fece 40 anni fa Lindon B. Johnson. I mercati – diceva Einaudi – hanno la memoria di un elefante: sanno che ciò vuol dire un rialzo dei tassi. Che penalizzerà chi non riesce a tenere la barra dritta.

venerdì 5 febbraio 2010

Elektra si fa in due e attira il pubblico giovane Milano Finanza 6 febbraio

Elektra si fa in due e attira il pubblico giovane
Di Giuseppe Pennisi

InSCENA

In un inizio di stagione scialbo spicca Elektra di Richard Strauss in due edizioni innovative prodotte da teatri considerati a torto minori. La prima (prodotta dagli stabili di Bolzano, Ferrara, Modena e Piacenza) circola fino a metà febbraio, la seconda è in scena a Catania in tutta la seconda metà del mese. La prima Elektra in scena è interessante e sta conducendo a teatro molti giovani. È la prima volta che il lavoro viene presentato integralmente, ossia include alcuni passaggi normalmente eliminati perché considerati sconvenienti. Visto che l'organico richiede 110 elementi sono state amalgamate due orchestre (quella di Trento e Bolzano e quella dell'Emilia e Romagna) che in teatri di piccole dimensioni creano un effetto stereofonico, avvolgendo lo spettatore. L'impianto scenico prevede sul boccascena la stanza della protagonista e nei lati due torri di tubi di metallo che portano a una spoglia reggia. Elektra è una tragedia al femminile dove si sviscerano gli abissi della psiche delle tre protagoniste. Elena Popovskaya (Elektra), Maida Hundeling, (Crisothemis) e Anna Maria Chiuri (la prima italiana nel terrificante ruolo di Clitennestra) hanno superato brillantemente la prova. A Catania l'allestimento, seppur innovativo, non è così dirompente: si punta su cantanti di esperienza come Gabriele Schaut e Janice Baird. (riproduzione riservata)

The first performance of the unabridged 'Elektra' enthralls the audience, Music & Vision February 8

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Ensemble

Sheer Tension
The first performance of the unabridged 'Elektra'
enthralls the audience,
related by GIUSEPPE PENNISI



Stéphane Lissner, longtime director general of the Festival International de Art Lyrique in Aix en Provence and now superintendent and artistic director of La Scala, considers Richard Strauss' Elektra as the best opera of the nineteenth century. Even if this is not a universally shared opinion -- among Strauss' work for the stage, your reviewer considers Die Frau ohne Schatten as the absolute and unrivaled masterpiece -- the 'tragedy in one act' about the gruesome events in the Kingdom of the Mycenae is a milestone in opera history.

Very few are aware that the Strauss-Hofmannsthal tragedy has never been performed unabridged until very recently. In 1909, at its première in Dresden, a few verses of the text (and the relevant music) were cut because their explicit sexual references were considered unbecoming. Indeed as late as in 1968, in the Golden Encyclopedia of Music, Normal Llod calls even the 'abridged' text 'too lurid'. For the first time, the unabridged Elektra was staged last summer at the Tyrolean Festival in Erl, a small village 80km from Munich and 80km from Salzburg -- but seldom visited by music critics and by an international audience. Now, the unabridged Elektra is touring Northern Italy thanks to a joint venture by the theatres of Bolzano, Modena, Piacenza and Ferrara. The production is so successful that the tour may be extended to Reggio Emilia and Ravenna. In parallel, another production of unabridged Elektra will be on stage in Catania from 18 to 28 February 2010 and may reach Palermo next year.

It is an important event for several reasons. First, none of the theatres in the tour is a 'major' and highly subsidized 'lyric foundation'. They are small 'provincial' theatres seating five hundred to eight hundred and generally offering no more than four or five popular items every year, often with a semi-professional orchestra and chorus. Musicologist Carlo Vitali recalls that 'until the 1960s, "provincial theaters" were the backbone of Italy's operatic culture' but the 'pattern was nearly lost during the following decades, as growing travel opportunities on one side, and multimedia diffusion of grand opera productions on the other, compelled many a minor house to shut up shop'. Now, under the aegis of local councilors for culture and education, they put a premium on artistic quality rather than on business, albeit within the constraint of limited budgets. None of the theatres mentioned above has an orchestra pit for the 115 players required by the Elektra score. So for all of them, this winter it is the first time they're taking up Strauss' impervious score. Nonetheless, they have provided the best production available so far in Italy in this lackluster 2009-2010 opera season.

Second, the unabridged is far from lurid, but its sexually explicit text is essential to fully understand the Freudian overtones of the tragedy and the dazzling excitement of musical forces advancing beyond even Wagnerian lines. Third, under Gustav Kuhn's baton, two highly professional orchestras were amalgamated: the Haydn Orchestra of Trento and Bolzano and the Orchestra of Emilia-Romagna. With a strength of 115, the orchestra was not in the pit but on the stage, on the steps of a semi-circular auditorium (looking like a Greek theatre) with each element or group of elements visible to the audience. Fourth, the tragedy was staged right at the front of the stage on two levels: Elektra's claustrophobic room at the lower level and the empty Royal Palace at the upper level.

Under Kuhn's baton, the huge orchestra made the unabridged Elektra shattering: more grandiose and more savage than most performances I have listened to in the last few years. In keeping with the harsh, angular idiom, the musical phrases are mostly abrupt, but they blossom out into real cantilena whenever gentler feelings break through. The harmonies weave and clash with dissonances and the various leit-motifs are sculptured so well that one can grasp them at a first hearing.

Agamemnon's motif opens and closes the tragedy (even if the last verse is 'Orest ... Orest!'); at the beginning is a passionate accusation, at the end is an inflexible threat addressed to future development of the complicated family. In between, it recurs in Elektra's monologues. It is a harsh heroic theme set against a fervent expansive melody (Elektra's love for her father) and the glowing melodies of Chrysothemis' womanly feelings. Elektra's main objective is revenge, indeed a bloody revenge, but she is also capable of gentle emotions, as in the scene of her recognition of Orest. The third protagonist is Klytaemnestra, tormented soul. Her entrance is announced by savage, driving music. The gruesome reality of her emotions is revealed in his confrontation with Elektra, carefully revealed by the details of the score.

In this production, Elena Popovskaya alternates with Anna Katharina Behnke as Elektra, Anna Maria Chiuri with Mihaela Binder-Ungureanu as Klitaemnstra and Maria Hundeling with Michela Sburlaty as Chrysothemis. They are young and both vocally and scenically perfect in their impervious roles. Wieland Satter is a passionate Orest. Richard Decker a tired Aegisth. A cast any major theatre should strive for.

On 30 January 2010 in Piacenza, the audience was enthralled. There were many young people in the theatre. After two hours of sheer tension came fifteen minutes of curtain calls and accolades.

Copyright © 8 February 2010 Giuseppe Pennisi,
Rome, Italy

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RICHARD STRAUSS

ELEKTRA

ITALY

GERMANY

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Lirica, “Elektra”: un’opera che si addice ai giovani Il Velino 5 febbraio

CLT - Lirica, “Elektra”: un’opera che si addice ai giovani


Roma, 5 feb (Velino) - Quando il drammaturgo Eugene O’Neill, nel 1931, adattò la tragedia greca Elettra in un drammone di nove ore ambientato ai tempi della Guerra di Secessione americana, decise di intitolare il lavoro Il lutto si addice ad Elettra a ragione del vasto numero di morti che costellavano le tre parti dell’opera. O’ Neill si basò sulla trilogia di Eschilo. Nel 1904, invece, Hugo von Hofmannsthal scrisse Elektra traendola dalla tragedia di Sofocle. L'opera fu successivamente adattata (leggermente scorciata per adeguarla ai tempi della musica) come libretto per l'omonima opera di Richard Strauss, rappresentata nel 1909. La tragedia in musica in un atto di Strauss dura poco meno di due ore . Sono due ore di tensione assoluta. Il sovrintendente della Scala, Stéphane Lissner, ritiene Elektra la più bella opera del Novecento. Forse non lo è ed anzi tra i lavori di Strauss per il teatro spesso le viene preferita“La donna senz’ombra che il 29 aprile inaugurerà il Maggio Musicale Fiorentino. E’, però, certamente tra le più avvincenti e tra le più difficili da eseguire. E’ stato bellissimo vedere come la sera del 30 dicembre scorso, in molte file del Teatro Municipale di Piacenza dove l’opera veniva data per la prima volta, ci fossero numerosi giovani alle prese con un argomento difficile e una partitura ancora sconvolgente dopo cento anni.

Un nuovo allestimento di Elektra è in programma dal 18 al 26 febbraio al Massimo Bellini di Catania. Nell’opera il mito greco viene letto attraverso Freud da due cattolici: Strauss cattolico lieto e Hofmannsthal cattolico contorto. La reggia di Micene è un palazzo délabré (quindi malconcio) nel Ring di Vienna. Elettra e Crisotemide abitano al mezzanino, se non in cantina. Clitennestra ed Egisto al piano nobile ormai in rovina. Nell’arco di poche ore si svolge un dramma quasi interamente al femminile (in gran parte delle opere di Strauss gli uomini hanno ruoli secondari). Elettra è vergine e tale intende restare sino a quando ha vendicato il padre di cui è stata e seguita a essere innamorata. Crisotemide è vergine pure lei, ma desidera fortemente un uomo con cui fare sesso e da cui avere figli. Vergine non è Clitennestra, il cui sonno è tormentato da sogni dei propri tradimenti e delle proprie infedeltà e dalla paura di scontarne la sanzione in terra. Non è vergine Egisto, il suo amante ora ridotto al viagra. E’ vergine Oreste , chiamato da Elettra a uccidere gli assassini del loro genitore, ma che sembra perdere la propria innocenza nell’abbraccio-amplesso incestuoso con la sorella. Su questo intreccio le dissonanze di un’orchestra di 110 elementi scavano negli abissi dell’animo umano.

L’edizione vista a Piacenza è prodotta da quattro teatri considerati minori poiché non fanno parte del gruppo delle fondazioni liriche (quelli di Bolzano, Ferrara, Modena e Piacenza, in ordine alfabetico). E’ una produzione eccezionale che supera di gran lunga quanto visto e ascoltato a Milano, Roma e Napoli in questo inizio di stagione. Il lavoro di Hofmannsthal e Strauss viene presentato in versione integrale, ossia include alcuni versi e alcune battute musicali eliminate in occasione della prima mondiale a Dresda nel 1909 poiché ritenute troppo esplicitamente sessuali da essere sconvenienti: i pochi minuti mostrano la vena freudiana e sviscerano ancora di più gli abissi della psiche delle tre protagoniste femminili. Il maestro concertatore Gustav Kuhn ritrova lo smalto e il vigore di un tempo: ha amalgamato due orchestre (quella di Trento e Bolzano e quella emiliano-romagnola) che con un organico di 110 professori, nell’acustica perfetta di teatri di piccole dimensioni, creano un effetto stereofonico, avvolgendo letteralmente lo spettatore. L’enorme organico non è in buca (sarebbe stato impossibile date le dimensioni dei teatri in cui questa Elektra viene messa in scena), ma sul palcoscenico, in gradinate che fronteggiano il pubblico. In terzo luogo, quindi, si è alle prese, come al Festival del Tirolo a Erl, con un impianto scenico inusuale: sul boccascena la “stanza” della protagonista, un ambiente claustrofobico ammobiliato con una sola vecchia poltrona e ai lati due torri di tubi di metallo che portano ad un secondo piano, la reggia, anch’essa spoglia.

L’azione su due piani e nella scale che li collegano accentua ancora di più la stereofonia della partitura. Inoltre, il cast vocale. Benché ammalata, Elena Popovskaya si è rilevata una grande Elektra che gareggiava con Maida Hundeling, una Crisotemide, con un volume e un fraseggio pari a quello della protagonista. Per la prima volta un’italiana, Anna Maria Chiuri, ha affrontato il terrificante ruolo di Clitennestra superando brillantemente la prova. Le voci maschili, si sa, hanno un ruolo relativamente minore: eppure Wieland Satter e Igor Decker sono un Oreste e un Egisto giovani e di qualità. Molto buone le ancelle di Elektra che hanno la funzione del coro greco. In breve, uno spettacolo da gustare e rivedere, sperando che la tournée venga estesa ad altri teatri. Intanto, nell’imminente tappa al Bellini di Catania, la messa in scena, pur innovativa, non sarà così dirompente e si punterà su cantanti molto sperimentati come Gabriele Schaut e Janice Baird.

(Hans Sachs) 5 feb 2010 10:41

I DUE VOLTI DELLA COESIONE Il Tempo 5 febbraio

I DUE VOLTI DELLA COESIONE

Giuseppe Pennisi
Con 2,1 milione di persone che cercano lavoro senza trovarlo (e con la prospettiva che il tasso di disoccupazione aumenti ulteriormente nel corso dell’anno), la coesione sociale è al tempo stesso obiettivo e vincolo dell’azione di governo. Alle vicende (e vertenze) Fiat ed Alcoa – sulle prime pagine dei giorni da settimane – si aggiungono quelle dell’Eutelia nei pressi di Torino, dell’Omsa a Faenza, della IT Holding (sino a pochi anni fa una gemma della moda italiana), della Antonio Merloni e di tante piccole aziende. Anche imprese del Gruppo Finmeccanica (Ansaldo, Alenia, Elsag, Telespazio), sino a tempi recenti considerate saldissime, sono affaticate e ricorrono ad ammortizzatori.
E’, senza dubbio, essenziale evitare licenziamenti e , se indispensabili, accompagnarli con un batteria di misure a tutela del rapporto di lavoro e del sostegno del reddito. Tuttavia, occorre tenere presente che la coesione sociale è un Giano bifronte. Ha due volti. I casi a cui si è fatto riferimento (ed in molti altri che si potrebbero citare) riguardano spesso lavoratori tutelati da contratti di lavoro a tempo indeterminato, da sindacati che sanno fare sentire la loro voce, da misure (quali la cassa integrazione e le indennità di mobilità) che permettono, con sacrificio, di superare la fase di difficoltà ed in molti casi di traghettare verso nuove occupazioni o il pensionamento. In molti casi, si tratta anche di dipendenti di imprese che hanno spesso ricevuto incentivi e sussidi a carico della totalità dei contribuenti. Questo volto della coesione sociale non deve fare dimenticare che, per essere effettivamente tale, la coesione deve riguardare pure i lavoratori meno tutelati dai loro rapporti di lavoro, privi di sindacati che sappiano farsi valere, senza traghetti per andare verso sponde migliori e non alla dipendenze di imprenditori agevolati a volte per decenni anche grazie al gettito di tassi ed imposte pagate dai meno fortunati. Una cifra esprime la gravità del problema: ad un tasso di disoccupazione nazionale dell’8,4% corrisponde un tasso di disoccupazione giovanile (15-24 anni) del 23%. I giovani (e non solo loro) rischiano di pagare lo scotto della coesione sociale nei confronti di chi è relativamente meglio protetto. Ad un Giano con volto misericordioso riguardo a questi ultimi ( e pronto a staccare nuovi assegni a favore loro e delle imprese di cui sono dipendenti), corrisponde un Giano con volto severo, che toglie ai primi meno fortunati per dare a chi, anche nella congiuntura difficile, può contare su scialuppe di salvataggio. La coperta è corta: non permettere di riscaldare tutti.
Perché il doppio volto della coesione sociale non mostri uno Stato forte con i deboli e debole con i forti è necessario evitare, nei limiti del fattibile, misure puntiformi e cogliere la crisi occupazionale come occasione per riforme profonde, tra cui il passaggio da tutele particolaristiche (basate sulla tipologia di rapporto di lavoro) a tutele universalistiche. Un ruolo importante lo hanno i sindacati nell’esprimere solidarietà nei confronti di tutti i lavoratori, non di interessi specifici.

giovedì 4 febbraio 2010

RILANCIARE “LISBONA” SI PUO’ FARLO RIPARTENDO DAL PROGRAMMA PRESENTATO DALL’ITALIA in SYNTHESIS Febbraio

RILANCIARE “LISBONA” SI PUO’ FARLO RIPARTENDO DAL PROGRAMMA PRESENTATO DALL’ITALIA

Giuseppe Pennisi

Vi ricordate i “Protocolli di Lisbona” così denominati in quanto formulati ad un Consiglio Straordinario dei Capi di Stato e di Governo dell’UE (allora ancora a 15) tenuto sulle rive del Tago (il Portogallo aveva la Presidenza di turno dell’Unione) nel marzo 2000? I documenti esaminavano la crescita economica verificatasi nelle principali aree della comunità internazionali negli Anni Novanta, giungendo alla conclusione – per mutuare da un libro recente di Mario Baldassarri- che l’Europa era stata “la bella addormentata” in un mondo sempre più caratterizzato dalla “formica cinese”, dalla “cicala americana” e dall’”aquila russa”. La “bella addormentata”, in particolare, non aveva sfruttato (come avrebbe dovuto) le tecnologie della comunicazione e dell’informazione per ridurre drasticamente le distanze di tempo e di spazio ed aumentare competitività e produttività. In campi specifici come la banda larga, la diffusione di Internet, l’innovazione di processo e di prodotto si era rimasti pericolosamente indietro. In questo contesto, ed in questo spirito, il Consiglio Europea varava un piano ambizioso, incentrato sulla tecnologia, mirato a fare diventare entro il 2010 l’Europa l’area più dinamica del mondo.
Siamo alla vigilia del 2010: nella loro ultima tornata di previsioni (diramata il 23 maggio), i 20 maggiori istituti econometrici internazionali (tutti privati, nessuno italiano) anticipano che l’anno prossimo l’UE esporrà una crescita appena dello 0,3%, rispetto all’1,4% degli Usa , allo 0,6% del Giappone, al 2% della Russia, al 7% della Cina ed al 6% dell’India. A fronte di queste cifre, ciò-che-resta-degli-eurocrati di Bruxelles hanno imbarazzo quando si affronta il tema. Cambiano discorso sottolineando la crisi internazionale ed i suoi effetti, da cui però – come affermano le cifre citate – altre aree del mondo stanno uscendo prima e meglio dell’Europa.
La prima fase del programma di Lisbona – lo ha detto il rapporto Koch (dal nome dell’ex- Commissario Europeo Peter Koch) nel 2005 quando è stata effettuata una valutazione del primo lustro d’attuazione dei Protocolli – è stata afflitta da una malattia tipica di Bruxelles: il “mal d’indicatori” (il numero eccessivo di indicatori statistici, spesso di dubbia robustezza, richiesto dalla Commissione alle amministrazioni degli Stati membri al fine di “monitorare” politiche, piani, programmi, progetti e singole misure). E’ stata, quindi, varata una seconda fase che prevedeva una riduzione drastica degli adempimenti burocratici e dei relativi indicatori e la presentazione invece di programmi nazionali basati su 24 linee guida condivise dagli Stati membri dell’UE. Il ruolo della Commissione sarebbe cambiato: da controller a facilitator e coordinator.


L’Italia, infatti, è stata uno dei rari Paesi che ha presentato alla Commissione Europea il “Piano Nazionale per l’Innovazione, la Crescita e l’Occupazione” (il PICO, nel gergo comunitario) entro il termine previsto del 14 ottobre 2005. Lo ha fatto con discrezione, quasi con pudore. La discrezione ed il pudore, però, sono stati tali che la stampa e l’opinione pubblica quasi non si sono accorti del PICO (anche in quanto con la preparazione della campagna elettorale infuriava, ed infuria, la più aspra polemica politica su tutti e su tutto). Si tratta, invece, di documento che va letto, studiato e meditato il quanto, quale sarà il risultato delle elezioni politiche (ed amministrative) della prossima primavera, il PICO indica una strada, per molti aspetti al di sopra delle parti, da percorrere per riavviare il motore del sistema Italiana dopo circa tre lustri in cui la crescita è stata rasoterra e si è stati, a lungo, molto vicini alla stagnazione. I prossimi Consigli europei rappresentano un’occasione per ripartire dal PICO per definire una nuova strategia europea per l’innovazione, la crescita e l’occupazione.
Cosa è il PICO e come ha origine? La “strategia di Lisbona” sotto-intendeva una politica di crescita che avrebbe dovuto equilibrare (o meglio ancora controbilanciare) le politiche della moneta e di bilancio iscritte nel Trattato di Maastricht, prima, e nel “patto di stabilità”, poi – ambedue inerentemente restrittive. Dal 2000, lo sappiamo, l’attenzione è stata rivolta agli indicatori del “patto di stabilità” (comunque di più immediato impatto mediatico e politico) invece che alle strategie di trasformazione economica. Sotto il profilo istituzionale, il PICO italiano è stato definito da un Comitato di sei Ministri, coordinati dal Ministro per le Politiche Comunitarie Giorgio La Malfa. Sotto il profilo tecnico, l’anima ed il motore del PICO è stato Paolo Savona, rientrato per l’occasione nella pubblica amministrazione (nella veste di Capo Dipartimento delle Politiche Comunitarie), dove aveva già rivestito (circa un quarto di secolo fa) la carica di Segretario Generale della Programmazione.
Quale il metodo adottato per mettere a punto, in poche settimane, il PICO? Quali i contenuti? E cosa può maggiormente interessare imprese, famiglie ed individui? Oltre a passare al setaccio i capitoli dei bilanci delle pubbliche amministrazioni (ed i loro cassetti) per individuare i progetti effettivamente pronti e cantierabili nelle aree più incisive per la trasformazione tecnologica, l’allora Capo del Dipartimento delle Politiche Comunitarie, Prof. Paolo Savona ha svolto un vasto giro di consultazioni con le parti sociali (tutte le 37 organizzazioni con le quali il Governo di norma dialoga), con le Regioni e con le autonomie locali, nonché con numerosi economisti, al fine individuare cinque obiettivi che l'Italia considera prioritari: ampliare l'area di libera scelta dei cittadini e delle imprese; incentivare la ricerca scientifica e l'innovazione tecnologica; rafforzare l'istruzione e la formazione del capitale umano, nonché accrescere l'estensione dei relativi benefici alla popolazione, specie ai giovani; adeguare le infrastrutture materiali e immateriali; tutelare l'ambiente. Ciascun obiettivo prevede, nel Piano, una dettagliata ricognizione di programmi e progetti puntuali di intervento che spaziano dall'economico al sociale, al tecnologico, alla politica legislativa, alla qualità della regolazione.
In materia di contenuti, il PICO parte dalla constatazione che l’Italia presenta una preponderanza di imprese di piccole e medie dimensioni . Una categoria (principalmente a conduzione familiare) è vulnerabile alla competizione di prezzo, specialmente dai Paesi a bassi salari e bassa tutela sociale. Un’altra (il “made in Italy” di alta qualità) è vulnerabile alle contraffazioni. Sono, inoltre, presenti dualismi territoriali e settoriali accentuati. Infine, il Paese è caratterizzato da modi di soddisfazione delle esigenze di solidarietà tali da incidere sui bilanci delle pubbliche e delle imprese , già peraltro gravate da eccessiva regolamentazione.
Il PICO si articola in due vaste tipologie di strumenti da attivare: provvedimenti a carattere generale i progetti specifici. I primi riguardano : liberalizzazioni, segnatamente nei settori dei servizi; miglioramento delle prestazioni della pubblica amministrazione; creazione di un contesto normativo favorevole agli investimenti; valorizzazione della piccola e media impresa allo scopo di accrescere l’utilizzazione da parte loro delle tecnologie digitali, piena valorizzazione del capitale umano, creazione o completamento di reti infrastrutturali, un’incisiva attuazione della politica di seconda europea.
I secondi concernono : a) il completamento del progetto Galileo per una rete satellitare europea; b) la partecipazione ai progetti europei Egnos e Sesame per la gestione del traffico aereo; c) la realizzazione di piattaforme informatiche per la tutela della salute, lo sviluppo del turismo, l’infomobilità, la gestione delle banche dati pubbliche e territoriali; d) l’attuazione di 12 programmi strategici di ricerca nei settori della salute, farmaceutico e bio-medicale, dei sistemi di manifattura, della motoristica, della cantieristica navale e aeronautica, della ceramica, delle telecomunicazioni, dell’agroalimentare, dei trasporti e della logistica avanzata, dell’ ICT e componentistica elettronica e della microgenerazione energetica; e) la creazione di 12 laboratori di collaborazione pubblico-privata per lo sviluppo della ricerca nel Mezzogiorno nei settori della diagnostica medica, dell’energia solare, dei sistemi avanzati di produzione, dell’e-business, delle bio-tecnologie, della genomica, dei materiali per usi elettronici, della bioinformatica applicata alla genomica, dei nuovi materiali per la mobilità, dell'efficacia dei farmaci, dell’open source del software, dell’analisi della crosta terrestre; f) lo sviluppo di 24 distretti tecnologici, che estendono l’esperienza dei distretti industriali italiani a settori ad alto contenuto tecnologico e potenziale innovativo; g) l’ampliamento e l’uso razionale delle infrastrutture nel settore energetico e idrico; h) settori di rilevanza strategica aventi ricadute tecnologiche nei processi produttivi e nel benessere dei cittadini e in condizione di garantire una migliore tutela ambientale, con particolare attenzione alle fonti energetiche alternative.
Il PICO non è un Piano “chiuso”. Oltre a considerare ciò che già è stato fatto in attuazione della strategia di Lisbona, il PICO ha accolto provvedimenti e progetti di pronta attuazione, che incidono una tantum sulla spesa pubblica e sono capaci di attrarre risorse private, ma resta “aperto” ad accogliere nuovi contributi provenienti delle capacità progettuali del sistema economico e politico italiano ed europeo, anche perché il meccanismo di nuovi finanziamenti pubblici è basato sul gettito derivante dalla cessione di attività reali di proprietà dello Stato, secondo una logica di gestione patrimoniale (asset management), e trova attuazione nelle scelte che su queste disponiblità verranno effettuate dal CIPE. Le risorse finanziarie pubbliche messe al servizio del Piano sono in parte già incorporate negli stanziamenti di cassa previsti in bilancio fino al 2005 e in quelli di competenza previsti per il triennio 2006-2008, nonché nelle dotazioni aggiuntive per la politica di coesione comunitaria e, per la parte aggiuntiva, da fondi provenienti dalla cessione di attività reali dello Stato stimati nell’ordine dell’1% del PIL per il triennio di Piano (equivalenti a 13 mld di euro), di cui 3 mld nel 2006. Più importanti di questi dati quantitativi, che rappresentano ormai un mero documento di storia economica contemporanea, è sulk metodo consultativo del PICO e sui suoi risultati attesi che occorre porre l’accento. L’insieme dei provvedimenti e progetti avrebbero dovuto fare avvicinare le spese in ricerca e sviluppo (R&S) all’obiettivo del 3% del pil indicato dalla Commissione Europea. Più significativa appare invece la stima effettuata sull’impatto macroeconomico derivante dall’attuazione del Piano: l’innalzamento del reddito potenziale attuale è valutato nell’ordine dell’1%, con effetti disinflazionistici strutturali stimati in 30 centesimi di punto e un parallelo rafforzamento del potere di acquisto salariale. Il PICO avrebbe indotto un incremento dell’occupazione nell’ordine dei 200 mila posti di lavoro, con una significativa concentrazione tra i giovani.

Subito dopo la presentazione del PICO si è entrati in campagna elettorale, è cambiata la maggioranza parlamentare, si è avuto la più breve legislatura della storia della Repubblica e, subito dopo nuove elezioni, la nuova maggioranza si è trovata alle prese con la crisi finanziaria ed economica mondiale più grave dal dopoguerra e con emergenze nazionali come il terremoto dell’Abruzzo. Il PICO pare coperto da una coltre d’oblio anche al Dipartimento delle Politiche Comunitarie dove è stato preparato.

Tuttavia, mai come ora, è necessario aggiornarlo, riprendendone metodo ed obiettivi ed adattali alla nuova situazione europea ed internazionale. Ed offrirlo all’UE come proposta italiana per rilanciare la strategia definita dieci anni fa a Lisbona. Evitando che la bella addormentata , con il passare del tempo, diventi vecchia e grinzosa.


Giuseppe Pennisi, Vice Presidente del Comitato Scientifico dell’O.S.E.C.O, è Professore emerito della SSPA; insegna attualmente economia internazionale e politica economica europea all’Università Europea ed all’Università di Malta.