giovedì 4 febbraio 2010

Per risollevare l'economia ci vuole coraggio e vitalità Crisi, non è tempo di piagnistei: rilanciamo il Pico Ffwebmagazine 4 febbraio

Per risollevare l'economia ci vuole coraggio e vitalità
Crisi, non è tempo di piagnistei:
rilanciamo il Pico
di Giuseppe Pennisi Tra poche settimane ricorrono i dieci anni dal varo, da parte di una sessione straordinaria del Consiglio europeo, del programma di Lisbona in base al quale l’Ue sarebbe dovuta diventare nel 2010 l’area più dinamica della comunità internazionale. Costruito con un approccio burocratico centralista di programmazione a cascata, già del 2005, il programma è stato profondamente rivisto, negli strumenti più che con gli obiettivi. Oggi, l’Ue sta uscendo lentamente da una grave recessione e ha un tasso di disoccupazione del 10%.

In Italia, con 2,1 milioni di persone che cercano lavoro senza trovarlo (e con la prospettiva che il tasso di disoccupazione, all’8,4% all’ultima conta, aumenti ulteriormente nel corso dell’anno), la coesione sociale è al tempo stesso obiettivo e vincolo dell’azione di governo. Alle vicende (e vertenze) Fiat e Alcoa – sulle prime pagine dei giornali da settimane – si aggiungono quelle dell’Eutelia nei pressi di Torino, dell’Omsa a Faenza, della IT Holding (sino a pochi anni fa una gemma della moda italiana), della Antonio Merloni e di tante piccole aziende. Anche imprese del Gruppo Finmeccanica (Ansaldo, Alenia, Elsag, Telespazio), sino a tempi recenti considerate saldissime, sono affaticate e ricorrono ad ammortizzatori. Molto più grave, poi, la situazione dei giovani (il tasso di disoccupazione supera il 20%) e di tutti coloro con rapporti di lavoro a termine. La povertà aumenta, specialmente tra le famiglie monoreddito e con figli a carico.

In questo quadro, è importante ricordarsi cosa disse Piero Bargellini, allora sindaco di Firenze, ai tempi dell’alluvione di Firenze: «Non è tempo di piagnistei!». Bargellini era agli Uffizi con il fango sino alle ginocchia. In un momento in cui, a proposito del programma di Lisbona, gran parte della stampa, e della politica, si rifugia nei lacrimatoi, occorre essere propositivi e dare prova di coraggio e vitalità. La proposta è semplice e ha radici italiane: rilanciare, in Italia e in sede europea, il Pico - sigla dimenticata che vuol dire Programma per l’innovazione, la competitività e l’occupazione.

Nel 2005, nelle maratone europee, il Governo Berlusconi dell’epoca arrivò primo. Suscitando l’invidia anche dei francesi, avvezzi a vincere tutte le gare di velocità. L’Italia, infatti, è stata uno dei rari Paesi che ha presentato alla Commissione Europea il “Piano Nazionale per l’Innovazione, la Crescita e l’Occupazione” (il PICO, nel gergo comunitario) entro il termine del 14 ottobre 2005. Lo ha fatto con discrezione, quasi con pudore – un vero tratto di signorilità quando si vince un contesto. La discrezione ed il pudore, però, sono stati tali che la stampa e l’opinione pubblica quasi non si sono accorti del PICO (anche in quanto con la preparazione della campagna elettorale infuriava, ed infuria, la più aspra polemica politica su tutti e su tutto). Si tratta, invece, di documento che va letto, studiato e meditato anche oggi per vedere cosa è stato attuato negli anni successivi (Il Governo Prodi fece di tutto per farlo obliare) e per costruirne uno nuovo, esemplare per il resto dell’UE.
Il PICO 2005 indicava una strada, per molti aspetti al di sopra delle parti, da percorrere per riavviare il motore del sistema Italiana dopo circa tre lustri in cui la crescita è stata rasoterra e si è stati, a lungo, molto vicini alla stagnazione. Le sue radici erano proprio nella “strategia di Lisbona” . Il PICO partiva dalla constatazione che l’Italia presenta una preponderanza di imprese di piccole e medie dimensioni . Una categoria (principalmente a conduzione familiare) è vulnerabile alla competizione di prezzo, specialmente dai Paesi a bassi salari e bassa tutela sociale. Un’altra (il “made in Italy” di alta qualità) è vulnerabile alle contraffazioni. Sono, inoltre, presenti dualismi territoriali e settoriali accentuati. Infine, il Paese è caratterizzato da modi di soddisfazione delle esigenze di solidarietà tali da incidere sui bilanci delle pubbliche e delle imprese , già peraltro gravate da eccessiva regolamentazione.
Il PICO si articolava in due vaste tipologie di strumenti da attivare: provvedimenti a carattere generale i progetti specifici. I primi riguardano : liberalizzazioni, segnatamente nei settori dei servizi; miglioramento delle prestazioni della pubblica amministrazione; creazione di un contesto normativo favorevole agli investimenti; valorizzazione della piccola e media impresa allo scopo di accrescere l’utilizzazione da parte loro delle tecnologie digitali, piena valorizzazione del capitale umano, creazione o completamento di reti infrastrutturali, un’incisiva attuazione della politica di seconda europea.
I secondi concernono : a) il completamento del progetto Galileo per una rete satellitare europea; b) la partecipazione ai progetti europei Egnos e Sesame per la gestione del traffico aereo; c) la realizzazione di piattaforme informatiche per la tutela della salute, lo sviluppo del turismo, l’infomobilità, la gestione delle banche dati pubbliche e territoriali; d) l’attuazione di 12 programmi strategici di ricerca nei settori della salute, farmaceutico e bio-medicale, dei sistemi di manifattura, della motoristica, della cantieristica navale e aeronautica, della ceramica, delle telecomunicazioni, dell’agroalimentare, dei trasporti e della logistica avanzata, dell’ ICT e componentistica elettronica e della microgenerazione energetica; e) la creazione di 12 laboratori di collaborazione pubblico-privata per lo sviluppo della ricerca nel Mezzogiorno nei settori della diagnostica medica, dell’energia solare, dei sistemi avanzati di produzione, dell’e-business, delle bio-tecnologie, della genomica, dei materiali per usi elettronici, della bioinformatica applicata alla genomica, dei nuovi materiali per la mobilità, dell'efficacia dei farmaci, dell’open source del software, dell’analisi della crosta terrestre; f) lo sviluppo di 24 distretti tecnologici, che estendono l’esperienza dei distretti industriali italiani a settori ad alto contenuto tecnologico e potenziale innovativo; g) l’ampliamento e l’uso razionale delle infrastrutture nel settore energetico e idrico; h) settori di rilevanza strategica aventi ricadute tecnologiche nei processi produttivi e nel benessere dei cittadini e in condizione di garantire una migliore tutela ambientale, con particolare attenzione alle fonti energetiche alternative.
Il PICO non era un Piano “chiuso”. Restava “aperto” ad accogliere nuovi contributi provenienti delle capacità progettuali del sistema economico e politico italiano ed europeo, anche perché il meccanismo di nuovi finanziamenti pubblici è basato sul gettito derivante dalla cessione di attività reali di proprietà dello Stato, secondo una logica di gestione patrimoniale (asset management), che avrebbe trovato attuazione nelle scelte che su queste disponibilità verranno effettuate dal Cipe. Obiettivi e metodo sono ancora validi. Una volta fatto un consuntivo delle realizzazioni, esiste la base per lanciare una proposta per i primi anni del decennio appena ininziato.

4 febbraio 2010

mercoledì 3 febbraio 2010

Cosa ha affossato la strategia di Lisbona Il Velino 3 febbraio

ECO - Cosa ha affossato la strategia di Lisbona

Roma, 3 feb (Velino) - In queste settimana ricorrono i dieci anni dal varo, da parte di una sessione straordinaria del Consiglio Europeo, del programma di Lisbona in base al quale l’UE sarebbe dovuta diventare nel 2010 l’area più dinamica della comunità internazionale. Nessuno pare intenzionato a celebrare la ricorrenza. Infatti c’è poco da stare allegri: costruito con un approccio burocratico centralista di programmazione a cascata, già del 2005 il programma è stato profondamente rivisto, negli strumenti più che con gli obiettivi. L’Italia ha fatto la sua parte presentando nell’autunno 2005 un Programma per l’Innovazione, la Competitività e l’Occupazione (PICO) considerato esemplare nell’UE ma presto dimenticato a casa nostra quando è giunta nei Palazzi “la sinistra di governo”. Dopo le elezioni del 2008, nessuno parlava più di Lisbona né in Europa né in Italia in quanto eravamo travolti dalla crisi finanziaria ed economica internazionale. Oggi, l’UE sta uscendo lentamente da una grave recessione ed ha un tasso di disoccupazione del 10% che potrebbe aggravarsi nel corso del 2010. L’obiettivo di diventare l’area più dinamica della comunità internazionale, quindi, è tanto lontano che non se parla più. Mentre chi si ricorda di Lisbona corre ai lacrimatoi ed intona le proprie lamentazioni, occorre analizzare gli elementi che erano sotto il nostro controllo (indipendenti quindi dal contesto internazionale e dallo stesso cambiamento di maggioranza nel 2006-2008) ma non sono stati a pieno utilizzati. Al fine che lo siano – qualche che sia il futuro della strategia di Lisbona – per porre di nuovo l’Italia sulla via dello sviluppo.

Un aspetto critico della transizione verso l’economia digitale e la società dell’informazione è il ruolo che, specialmente nell’esperienza italiana, ha la televisione digitale (in gergo Dvb-T, Digital video broadcasting- Terrestrial) come elemento unificante ed asse portante per l’insieme dell’economia digitale (umts, banda larga) e, di converso, la funzione delle autonomie locali nel rendere possibile il successo della Dvb-T. E’ intuitivo anche per non iniziati nei meandri della e-economy vedere come la transizione da televisione analogica a Dvb-T possa fare da motore e dare unità al cambiamento : dato che il 90% delle famiglie italiane ha un televisore mentre meno di il 60% ha un Pc e sono ancora meno quelle con un collegamento veloce alla rete delle reti, quando , con la Dvb-T, tutti i televisori avranno, o direttamente oppure tramite il decoder (set top box), le proprietà di interattività di un computer, si sarà fatto un passo da gigante verso la digitalizzazione del sistema economico.

Meno immediata la connessione con le autonomie locali. Un’analisi economica e finanziaria della Dvb-T condotta dalla Fondazione Ugo Bordoni (Fub) illustra con chiarezza come la sostenibilità finanziaria della Dvb-T dipenda principalmente da come verrà utilizzata la sua interattività, ossia dal numero di transazioni giornaliere per famiglia. Nell’ipotesi che vengano effettuate 10 transazioni al giorno, gli indicatori di convenienza finanziaria risultano positivi, mentre è forte la probabilità che diventino negativi se scendono al di sotto di sette transazioni al giorno. L’analisi esamina un’ampia gamma di scenari e fa ricorso non solo a metodi probabilistici come “le simulazioni di Montecarlo” ma anche alla valutazione delle opzioni di flessibilità e di differimento.

In altri termini, la validità finanziaria della Dvb-T (e del resto dell’economia digitale al suo traino) dipende dalla capacità di vendere una quantità sufficiente di servizi on line complessi. Tali servizi – si badi bene – sono in gran parte quelli della Pa a livello locale oppure di istituzioni come le Asl- ossia di amministrazioni, agenzie, aziende pubbliche ed enti vari a cui le famiglie e gli individui devono ricorrere con grande frequenza nella loro vita di tutti i giorni. In effetti la Dvb-T presuppone una riorganizzazione, a volte anche radicale, della Pa , soprattutto a livello locale, e di agenzie, aziende pubbliche ed enti vari perché massimizzino le opportunità loro offerte dalle tecnologie dell’informazione e della comunicazione (Itc). Ciò conferma la centralità della Dvb-T nel processo di trasformazione tecnologica dell’Italia. Se la via dello sviluppo tecnologico passa per la Dvb-T e, a sua volta, la Dvb-T passa per i comuni digitali, diventa critico quello delle autonomie locali. La vasta gamma di enti ed agenzie ad esse collegate (se non lo hanno ancora fatto) si diano una mossa.

(Giuseppe Pennisi) 3 feb 2010 12:52

RIFORME 2010, CASO ROMANO, RICETTA NAZIONALE, Formiche febbraio

RIFORME 2010, CASO ROMANO, RICETTA NAZIONALE
Giuseppe Pennisi
Giuliano Amato ama ripetere che da Michele Salvati ha appreso (alcuni decenni fa) come per studiare un bosco, occorra, prima, analizzare bene il singolo albero. E’ la domanda che mi sono posto all’inizio dell’anno, studiando le previsioni econometriche dei 20 maggiori centri internazionali d’analisi (tutti privati nessuno italiano): la ripresa, sebbene in atto, è debole particolarmente nel Continente vecchio, specialmente in quei Paesi che fanno parte dell’area dell’euro (un aumento del pil appena dell’1,2%, andando di questo passo si dovrà aspettate il 2012 per avere un reddito nazionale analogo a quello che Eurolandia ha segnato nel 2007); per l’Italia il quadro è ancora meno incoraggiante , appena lo 0,8% (con la prospettiva di dovere aspettare sino al 2014 per “tornare” al pil del 2007).I lettori di Formiche ricorderanno come, secondo le stime effettuate dalla Banca centrale europea (Bce), prima della crisi finanziaria ed economica, a ragione dell’invecchiamento demografico ed industriale il “potenziale” di crescita del nostro Paese sarebbe un pallido 1,3%: senza uno scatto, nei prossimi anni rischiamo di viaggiare al 60% di quella pur modesta capacità di velocità di crociera. La soluzione, ormai universalmente indicata (sia da maggioranza sia da opposizione), sarebbe un vigoroso programma di riforme. In particolare di quelle che non costano, come le liberalizzazioni. E’ fattibile?
Il singolo albero di Michele Salvati potrebbe essere la Capitale- laboratorio del centro-sinistra (il “modello Roma” di cui si è parlato per dieci anni circa) ed ora laboratorio del centro-destra. Un libro inchiesta di un giornalista della giovane generazione, Claudio Cerasa, analizza, con ricchezza di particolare, come il nuovo Governo della capitale si regga su un equilibrio tra vari interessi (legittimi , pur se particolaristici, e di solito contrapposti) allo scopo di dare una nuova anima, prima ancora che un nuovo volto, alla città, ed all’intera, area metropolitana. E prendere l’avvio da questa nuova anima e da questo nuovo volto per un più ambizioso programma di riassetto dell’intera Italia. Roma, dunque, come albero da studiare ( e sui sperimentare) per meglio comprendere il bosco, un albero su cui porre nuovi innesti per estenderli, se funzionano, all’intero bosco. L’equilibrio non ha un etichetta – come il “modello Roma” d’antan. Forse perché vuole consolidarsi prima di darsi un nome. O forse, perché, come ha teorizzato Albert Hirschmann, al fine che le riforme si attuino occorre tenere sempre presente l’importanza di non farsi notare.
E’ necessaria anche un’altra avvertenza: l’equilibrio può essere l’architrave di un “compromesso senza riforme”. E’ utile , a questo punto, fare riferimento ad un saggio importante di Fabrizio Barca , che suscitò molti dibattiti quando uscì ma che ora pare dimenticato- quello su “Il capitalismo italiano : storia di un compromesso senza riforme”. Barca traccia acutamente la storia economica italiana dal dopoguerra agli Anni 80, come quella di “un compromesso tra idee ed interessi pure molto diversi che convergono in una rinunzia ed in una scelta: la rinunzia a disegnare le regole del gioco per l’ordinario funzionamento dei mercati e della pubblica amministrazione; la scelta di restare nel solco disegnato negli Anni Venti e Trenta , affrontando il problema dello sviluppo per mezzo dello strumento straordinario degli enti pubblici”.
Un equilibrio, quindi, che si giustappone a quello tratteggiato dal Premio Nobel per l’Economia 2009 Oliver E. Williamson, uno dei cui lavori principali è quasi un’interfaccia di quello di Barca. In “Le istituzioni economiche del capitalismo” , guardando principalmente all’esperienza americana, Williamson analizza come un “compatto” tra interessi diversi possa allestire “istituzioni” (nel senso economico di regole e prassi non in quello giuridico di organizzazioni) in grado di ridurre “i costi di transazione” tra soggetti economici (individui, famiglie, imprese, pubblica amministrazione, autorità di vario ordine e grado) e favorire così sia il progresso sia l’adattamento al mutamento di circostanze esterne.
Torniamo a Roma. Dal libro-inchiesta di Cerasa non si trae solamente un quadro vivido di chi comanda quando la Capitale cambia colore e non si vedono unicamente di un alleanza tra gruppi e forze diverse e differenti, ma sorge l’interrogativo – peraltro non risolto – se al di là dello straordinario (ad esempio l’emergenza Tevere) il compatto vorrà e potrà effettuare le riforme che pur nell’ambito delle competenze di un’amministrazione comunale (ad esempio, il commercio ed i servizi) potranno fare da stella polare al resto del Paese.
Per saperne di più
C. Cerasa La presa di Roma Rizzoli, 2009
F. Barca Il capitalismo italiano : storia di un compromesso senza riforme” Donzelli, 1999
A.O. Hirschmann Come far passare le riforme Il Mulino 1990
O. E. Williamson Le istituzioni economiche del capitalismo F. Angeli 1987

martedì 2 febbraio 2010

The Quality of the Cooks Music & Vision 4 febbraio

The Quality of the Cooks




Verdi comic operas on stage,
tasted by GIUSEPPE PENNISI



Verdi composed two 'comic' operas, fifty years apart: Un Giorno di Regno', the second opera of his long career, and Falstaff, his last masterpiece and farewell to life. This January they could be seen, and listened to, in Italy, within the span of a week: the latter inaugurated the 'season' of Rome's Teatro dell'Opera on 23 January 2010, and the former that of Parma's Teatro Regio on 29 January. This unique coincidence gives the opportunity to appraise Verdi as a 'comic' composer. Well, although he tried to be funny (especially in Un Giorno di Regno), his talents clearly lay elsewhere. Un Giorno di Regno is mediocre, and Falstaff, an absolute milestone in the history of opera, is not a 'comic' opera but a reflection on life by an eighty-year-old artist who has seen an entire century ripe with events that changed the world. The main conclusion is that, in setting Verdi's 'comic' operas for the stage, the quality of the cooks is fundamental: good cooks can do marvels even with poor ingredients (like those of Un Giorno di Regno), whilst poor cooks or cooks who've lost the flair for high level cuisine make a middling quality meal even when the raw material is excellent and the recipe superb (as in Falstaff).

Alessandra Marianelli as Giulietta di Kelbar in 'Il signor La R
Alessandra Marianelli as Giulietta di Kelbar in 'Il signor La Rocca' at Teatro Regio di Parma. Photo © 2010 Roberto Ricci

Un Giorno di Regno is based on a rather poor French farce about a Polish would-be-king in the castle of a penniless aristocrat, attempting to marry his daughter off to someone wealthy and powerful. The intrigues are rather customary for 'comic' theatre of the period (around 1830-1845). At this time, the French bourgeoisie used to make fun of the Polish as much as they now do with the Belgians. The libretto by Felice Romani and Temistocle Solera was most likely written hastily and with neither effort nor wit.

Paolo Bordogna in 'Il signor La Rocca' at Teatro Regio di Parma
Paolo Bordogna in 'Il signor La Rocca' at Teatro Regio di Parma. Photo © 2010 Roberto Ricci

Giuseppe Verdi was twenty seven when La Scala impresario Merelli commissioned him to set it to music. His first opera, Oberto Conte di San Bonifacio, had been rather successful; thus, the composer seemed to be a young promise to bet on. Verdi did not have much flair for a melodramma giocoso (as the work is labeled). He accepted the commission because he needed the money badly: he was embarrassed to live on subsidies from his father-in-law. The period when he was composing Un Giorno di Regno was one of the worst of his life: in those months, he lost his two children, Virginia and Icilio, as well his wife Margherita. Verdi's world, so full of joy and promise, had fallen into ruins. He had also lost the faith in God with which he had been raised.

Alessandra Marianelli as Giulietta di Kelbar in 'Il signor La R
Alessandra Marianelli as Giulietta di Kelbar in 'Il signor La Rocca' at Teatro Regio di Parma. Photo © 2010 Roberto Ricci

Under the circumstances, it was, in any event, very hard to attempt to be funny. In short, the melodramma giocoso was a dismal fiasco: only one evening at La Scala. In the nineteenth century, attempts to revive it -- such as at the San Carlo in Naples -- were not successful. Only in the 1960s did Italian musicologists such as Massimo Mila and Gabriele Baldini try to show the very hidden qualities of the score. Now it is performed in music schools at American universities, especially because the simple orchestral and vocal writing makes it a good training device, but it is very seldom performed in major theatres.

A scene from Act I of 'Il signor La Rocca' at Teatro Regio di P
A scene from Act I of 'Il signor La Rocca' at Teatro Regio di Parma. Photo © 2010 Roberto Ricci

In fact, the quality of the score is rather poor: it echoes that of some Donizetti's operas recently revived (like Don Gregorio on stage in Bergamo and Catania a couple of years ago) without much success. The best parts of Un Giorno di Regno are two duettini for bassi buffi and the concertatos at the end of each of the two acts.

Alessandra Marianelli as Giulietta di Kelbar in 'Il signor La R
Alessandra Marianelli as Giulietta di Kelbar in 'Il signor La Rocca' at Teatro Regio di Parma. Photo © 2010 Roberto Ricci

Nonetheless, Pierluigi Pizzi and Donato Renzetti have been able to cook up an elegant and delightful production. Pizzi is responsible for the sets, costumes and stage direction, and Renzetti for the musical direction. In the production, the melodramma giocoso is set in Parma's best known Palace and its surroundings. The pace of the action is fast but not swift. The cast is good, especially Anna Caterina Antonacci. In short, the production holds quite well in spite of the modest and insipid raw material.

The Rome production of Falstaff is authored by Franco Zeffirelli, now eighty seven years old. In Zeffirelli's catalogue, this would be his ninth Falstaff . They all look similar to his first staging in Tel Avìv in 1956 (with Serafin in the pit). In Zeffirelli's view, Verdi's true intention was to make the audience laugh. Within the rich sets and costumes, there is a lot of action on stage, and as many gags as feasible. However, Boito and Verdi did label Falstaff 'lyric comedy in three acts', not 'opera buffa'. In my opinion, Falstaff is a serious opera upside down or reversed: the ageing protagonist is looking at the intrigues of life with melancholy, irony and detachment. On the opening night, Renato Bruson (now seventy four) was the protagonist; in the other performances Bruson alternated with two old timers (Ruggero Raimondi and Juan Pons) and an experienced Alberto Mastromarino. Your reviewer went to the 23 January and 28 January 2010 performances with, respectively, Bruson and Raimondi in the title role.

Bruson's voice, especially the volume, is no longer what it used to be. Ascher Fisch, the conductor, did not seem to manage to balance Bruson's voice with the orchestra and the other soloists. Even more complicated was the performance of Raimondi (now sixty nine). He is a veteran of the role, too, but now he talks rather than sings.

Among the baritones and tenors, two interpreters deserve to be singled out: Carlos Álvarez, a high-level Ford with a round and agile voice, and the young Taylor Stayton, a perfect Fenton both vocally and scenically. Good also was the group of women: Myrtò Papatanasiu was a sexy Alice, Elisabetta Fiorillo a foxy Quickly, Laura Giordano an exquisite Nannete, and Francesca Franci a sparkly Meg. But a Verdi masterpiece like Falstaff requires an excellent protagonist. Otherwise, it has the taste of an overcooked dish of fettuccine or frozen food just out of the microwave oven.

Copyright © 4 February 2010 Giuseppe Pennisi,
Rome, Italy

lunedì 1 febbraio 2010

Seeds of Hunger Leonardo Reviews February

Seeds of Hunger

by Yves Billy and Richard Prost, Directors
Produced by ARTE Auteurs Associés
Icarus Film, Brooklyn, NY, 2008
DVD, 52 mins., col.
Sales, $390
Distributor address: http://www.icarusfilms.com.

Reviewed by Giuseppe Pennisi
Economics Università Europea di Roma
Rome (Italy)

giuseppe.pennisi@gmail.com

Nearly 40 years ago, Nobel Prize Amartya Sen wrote a fundamental and, at the time, controversial book on the reasons for recurring famines in several areas of what it used the be called the Third World (Poverty and Famines: An Essay on Entitlements and Deprivation, Oxford, Clarendon Press, 1982). In that book and in the later essay Hunger and Public Action (Oxford, Clarendon Press, 1989) he coauthored with the Belgian-American economist Jacque Dèze Sen contended that there are not technical fundamentals for the lack of food production and, thus, for hunger in the world. The roots have to do with policies and politics: mostly, wrong agricultural policies (from seeding to marketing) due to strong empowerment of certain social groups (mostly urban consumers) and the weak empowerment of others (by and large, the farmers). In the 1982 book, Sen looked primarily into famines into his own home land in the Bengal Gulf, and the feudal and post-feudal agrarian tenure system. In the 1989 book authored with Dréze, he demonstrated that the same asymmetric empowerment worked not only nationally but also at the international level: the EU Common Agricultural Policy (PA) and the US farm subsidies system provide clear evidence of such an asimmetry.

The film by Yves Billy and Richard Prost is a good popularization and updating of Sen and Dréze’s analysis and contention. Interestingly, it is produced by ARTE, a French and German joint venture in cultural and educational television. France, and to a lesser extent, Germany are among the worst offenders in agricultural policies domestically and in international trade in agriculture as well. The film is quite forceful in showing the CAP damages on European consumers and on agriculture exporting countries too. Yet, it is rather strong in depicting like how in the US, certain aspects of environmental policies (viz. the production of renewal energy from bio-mass) have worsened the problem because crops are channeled from food to power production.

The movie is filmed in Africa, China, Latin America and the US, but it is not shy about Europe’s responsibility even if it does not show the Brussels buildings where CAP is formulated and enacted. Well photographed sections on farming techniques, farmers’ life and related topics (e.g. the processing of energy from crops, the impact of genetically modified food) in several continents are skillfully intertwined with interviews with specialists from a large sample of agricultural research agencies and international organizations. Thus, it is attractive and useful film that can be effectively be utilized as a teaching tools in courses on economic development and international economic relations.

There is an area where , in my view, the movie is comparatively weak: the rather cursory treatment of international trade negotiations on agricultural produced – from the attempts at the GATT Kennedy Round to those at the most recent, and still unfinished, WTO Doha Development Agenda. In my opinion, it would be very hard to reach a national or even regional (e.g. EU, or NAFTA) solution the basic empowerment asymmetry until a worldwide agreement on agricultural trade rules and governance are developed and there is a broader, although longer term, prospective of a better balance.

Last Updated 1 February, 2010

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Black Sun: The Mythological Background Of National Socialism Leonardo Review Febbraio

Black Sun: The Mythological Background Of National Socialism

by Rüdiger Sünner , Director
Icarus Film, Brooklyn, NY, 2009
DVD, 90 mins., col.
Sales, $440
Distributor’s address: http://www.icarus films.com.

Reviewed by Giuseppe Pennisi
Economics Università Europea di Roma
Rome. Italy

giuseppe.pennisi@gmail.com

This film was originally produced and distributed in 1997, but as far as I understand it was shown only through TV channels––mostly cultural channels like ARTE––in the Federal Republic of Germany and France. The DVD edition is an excellent proposal for a more general distribution, both through TV channels as a teaching device in the course of modern history, including modern economic history. It is in German, with English sub-titles, and combines skillful rare archival footage (mostly from information reels of the 1920s and 1930s) with contemporary scenes shot in historic placet, as well as a limited number of interviews with present day scholars.

It brings to a large audience interesting and, to a certain extent, new views of the origins of Nazism as well as on the strong consensus Hitler’s political movement had in Germany and in other countries of German culture and language. In short, whereas many documentary films have explored the economics and the politics of the irresistible rise of Nazism – viz. the economic disarray caused by war reparations and high inflation as well as the weaknesses of the Weimar Republic institutions – Black Sun delves on the mystical and exoteric determinants of the movement. Nazism’s occult roots in the world of myth, symbol and fantasies date back to the writing and “intellectual” clubs of various mystics at the end of the 19th and at the beginning of the 20th Centuries ; they located the original “home” of the German peoples in sunken continents such as Thules and Atlantis and traced the mythology of the superior race, who fought against the forces of moral decadence and impurity. Later in the first half of the 20th Century, with Nazism in power (or about to get to full control of Germany and Austria), other pseudo-scientists conducted anthropological and archeological research in places as distant as Tibet and Peru to confirm their theorems of the “master race” (and of its religion); after the sinking of their continents – the most advanced areas of the globe before the natural disaster (e.g. a tsumani) which destroyed them – such a “master race” would have reached the eight of mountain plateaux in Asia and Latin America. The footage on the anthropological and archeological research is especially interesting; it is very rare and it show not only racial but also “Lombroso” theories at work. In the film, it is also incorporated some footage of Leni Riefenstahl’s Triumph des Willens , a real masterpiece, albeit a propaganda movie, on the 1934 Nazi Congress in Nuremberg ; it is a clear indication of the skills of the German film industry in the 1930s. The interviews with today’s scholars are less impressive and less eloquent than the images.

The main contention of the film is that Nazism was a religion more than a political party or movement. Thus, it searched its origins way back into the history of mankind, it built its liturgies , it constructed its rituals and worship symbols. It is contention already presented in scholarly literature (even in economic history literature); but it is, I believe, the first time to be the core of a full length movie meant for a wide general audience. The forceful argument made in the 90 minutes film is that Nazism’s success was largely due to a need and a demand for religion unmet by the Christian denominations (both Roman Catholic and Protestant) present in Germany a century ago. It is a disturbing and disquieting contention, also because the film shows how the “cult” sites of Nazism are still attracting youngsters in search for a religion different from the Christian faiths and rooted in the depths of their own historical, and ethnical, origins. In interviews, some of these youngsters state strongly that they are not the heir of the hippies and yuppies of the 1960s and 1970s; their search for a different and less materialistic way of living is rooted in their German ancestors of several centuries (or even millennia) ago.

The film ends with a warning: in today’s Europe: Traditional Christian denominations are losing grounds, mostly in terms of attendance to religious services. Could this be the virus for a new search of alternative, and dangerous, religione? It is a warning worth reflecting about. In sum, a good educational material for classes of a large variety of subjects.

Last Updated 1 February, 2010

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“Un giorno di regno”: una pietanza semplice e buona, Il Velino primo febbraio

CLT - Lirica, “Un giorno di regno”: una pietanza semplice e buona

Lirica, “Un giorno di regno”: una pietanza semplice e buona
Roma, 1 feb (Velino) - Nell’ambito del programma di fare uscire entro il 2013, centenario della nascita di Giuseppe Verdi, tutte e 27 le opere del compositore di Busseto e diffonderle in un cofanetto dvd e in varie catene televisive, il Teatro Regio di Parma ha inaugurato la stagione con “Un giorno di regno”. L’opera, che resterà in scena nella città granducale sino al 9 febbraio, venne composta nel 1839-40 mentre si preparavano i moti risorgimentali del ‘48. Di Verdi e dei suoi rapporti tutt’altro che complicati con il Risorgimento se ne è discusso sulla stampa nei giorni scorsi: l’apolitico compositore era distante da ciò che bolliva in pentola. “Un giorno di regno” è la seconda opera lirica del compositore di Bussetto che allora si considerava suddito del Granducato (ma in cuor suo più piacentino che parmigiano), in trasferta in quella Milano dove c’erano opportunità che mancavano dove regnava Maria Luigia. L’opera è un “melodramma giocoso”, ossia una commedia “comica”, genere a cui Verde tornò , in parte, soltanto 50 anni più tardi con “Falstaff”, definito “commedia lirica”. Un “melodramma giocoso” ha l’obiettivo di fare ridere. Il libretto è di Felice Romani (librettista preferito da Vincenzo Bellini) e Temistocle Solera (alla cui penna si deve poco più tardi il testo del “Nabucco”). A sua volta, il “melodramma giocoso” si basava su una farsa francese, messa peraltro in musica più volte, sulla vicenda di un patriota polacco (i polacchi erano allora oggetto di schermo come in Italia lo sono stati per anni i carabinieri) costretto a fingersi re mentre il vero sovrano, spodestato dai sassoni, tenta di raggiungere Varsavia e ottenere investitura e armi dalla Dieta. Il Cavaliere di Belfiore (questo è il nome del finto re) finisce ospite di un aristocratico spiantato in un castello dove per un giorno si scatenano vari equivoci tra coppie.

Il libretto è poco o più di una innocente commediola. La musica è stata composta in un periodo in cui morirono prima i due figli e poi la moglie del compositore. Verdi non aveva comunque una vena comica e le circostanze non favorirono certo il mettere in musica duettini e cabalette con intento umoristico. Nel 1840 l’opera resse un giorno solo alla Scala. E’stata ripresa sporadicamente nell’Ottocento, ad esempio al San Carlo. Di recente appare con una certa frequenza nelle Schools of Music delle università americane perché tanto la parte orchestrale quanto quella vocale sono abbastanza facili e si prestano alla formazione di giovani strumentisti e cantanti. Nonostante negli anni ’60 del secolo scorso Massimo Mila e Gabriele Baldini abbiano cercato di rivalutarla, la sua messa in scena in teatri d’opera è una rarità. Non mancano situazioni divertenti (per il gusto dello spettatore borghese dell’epoca) nel libretto, ma la partitura del 27enne Verdi è piuttosto incolore, specialmente se raffrontata con lo champagne che all’epoca offriva Rossini o l’eleganza proposta da Donizetti. In effetti “Un giorno di regno” ricorda alcuni lavori del compositore bergamasco considerati minori, come il “Don Gregorio” visto e ascoltato di recente a Catania e di cui esiste anche un pregevole dvd. In“Un giorno di regno”, ci sono momenti musicali di livello, quali il duettino tra i due bassi, ma sono isolati. Ben caratterizzato il personaggio della Marchesa del Poggio. Si tratta, tutto sommato, di una minestra basata su ingredienti di poco pregio.

Per fortuna lo spettacolo è stato affidato a due grandi cuochi, quelli che anche con una materia di base povera e sciapa sanno predisporre pietanze gradevoli: il regista è Pierluigi Pizzi, il direttore musicale Donato Renzetti. Presentano la versione integrale del lavoro, che quando viene messo in scena è di solito tagliato, in una cornice di grande eleganza: il castello dove si immagina la vicenda è il Palazzo della Pillotta a Parma, gli esterni sono in una dolce Padania. Dominano i colori sobri per il coro (varie sfumature del marrone), quelli sgargianti per i sette solisti. Nel cast eccelle Anna Caterina Antonacci (che si vorrebbe ascoltare più spesso in Italia). Gli altri sono in gran misura giovani di buon livello. Particolarmente apprezzabili il baritono (Guido Loconsolo), i due bassi (Andrea Porta e Paolo Bordogna) e il soprano lirico (Alessandra Marianelli). Nel primo atto ha fatto ben sperare il tenore lirico (Ivan Magrì) ma nel secondo ha errato per eccesso di vibrato. Senza il suo tremolio, la pietanza sarebbe stata perfetta.

(Hans Sachs) 1 feb 2010