martedì 21 luglio 2009

IL RICORSO DELLA PA ALLE CONSULENZE E’ FRUTTO DEI CONCORSI BLOCCATI Il Tempo 21 luglio

Troppo o troppo poche le circa 300.000 consulenze registrate nella pubblica amministrazione nel 2008? Nella cifra aggregata c’è di tutto un po’- incarichi di una settimana per pochi euro e laute collaborazioni che si protraggono anche per lustri. Parte dei “consulenti” possono essere stati ingaggiati per motivi particolaristici , anche di mera affinità politica, piuttosto che per esigenze specifiche che non si sarebbero potuto soddisfare unicamente facendo ricorso al personale di ruolo della pubblica amministrazione. E’ concettualmente errato sotto il profilo dell’analisi, prima ancora che ingiusto ed ingiustificato fare di tutt’erba un fascio. E’ più utile analizzare le determinanti del fenomeno al fine d’individuare antidoti che non siano come le grida di manzoniana memoria.
A mio avviso, le determinanti principali sono due : a) il blocco alle assunzioni; e b) il familismo che ha portato a vere e proprie “dinastie” all’interno di amministrazioni. Il blocco alle assunzioni dura ormai da circa tre lustri. Non ha frenato la crescita del pubblico impiego o della spesa per stipendi e salari, ma ha provocato un invecchiamento non solamente della dirigenza pubblica (oggi mediamente la più anziana in Europa) ma anche degli impiegati con compiti tecnici ed amministrativi. In tale arco di tempo, c’è stata una vera e propria rivoluzione tecnologia ed organizzativa a cui i corsi di formazione on-the-job non possono sopperire che in parte limitata. E’ stata una misura dannosa; per limitarne i danni si è fatto ricorso alle consulenze. Lo svecchiamento della dirigenza , previsto da una misura proposta dal Ministro della Funzione Pubblica e dell’Innovazione, è un passo essenziale, anche se non necessariamente risolutivo, per prendere di petto il problema. Deve essere , però, accompagnato dal ritorno ad assumere. Con regole nuove.
Svecchiare la dirigenza e tornare ad assumere, tuttavia, richiede una modifica di concorsi. Prassi corporative, baste su cooptazione e favori reciproci hanno comportato a ciò che, riferendosi all’Italia, la rivista scientifica “Public Choice” ha chiamato, in uno dei suoi ultimi fascicoli “International transfer of public sector jobs: a shred of evidence of nepotism”- “trasferimento intergenerazionale di impiego nel settore pubblico- un forte indizio di nepotismo” :” in Italia meridionale chi ha il padre nel settore pubblico ha, se poco qualificato, una probabilità del 44% di trovare un’occupazione nella medesima occupazione del genitore”. Il “trasferimento intergenerazionale” del posto non è necessariamente il modo migliore perché si abbiamo competenze specifiche aggiornate. Basta scorrere gli elenchi di telefono delle amministrazioni (sia delle nobili “carriere speciali” sia dei dicasteri considerati meno prestigiosi sia delle Regioni, delle Province e dei Comuni) per tracciare veri e propri alberi genealogici.
La lunga linea grigia delle consulenze ha tra i suoi pilastri mandrie di elefanti che “tengono famiglia”. Questo è un nodo socio-culturale a cui è difficile trovare rimedi di politica legislativa. Anche il combinato disposto di procedure concorsuali più moderni e divieti espliciti all’impiego di consanguinei nella stessa amministrazione (in vigore, peraltro, in quasi tutte le organizzazione ma in Italia ritenuto da alcuni giuristi addirittura incostituzionale) sarebbero mosse nella direzione appropriata.

Altro che Partito del Sud, al Mezzogiorno serve più Europa Ffwebmagazine 21 luglio

Dopo una lunga fase in cui di Mezzogiorno si è parlato poco e raramente, il Sud e le Isole ritornano al centro dell’attenzione della politica economica. Il quadro tracciato dall’ultimo rapporto Svimez è decisamente inquietante. Ben 700mila persone, fra il 1997 e il 2008, hanno lasciato il proprio paesino natale nel Sud per raggiungere e città più ricche del Nord Italia. Solo nel 2008 il Sud avrebbe perso 122mila residenti, perlopiù fuggiti da Sicilia, Campania e Puglia, a fronte di un rientro di circa 60mila persone. In vistosa crescita le partenze dei laureati "eccellenti": nel 2004 partiva il 25% dei laureati meridionali con il massimo dei voti; tre anni più tardi la percentuale è balzata a quasi il 38%. La mobilità geografica Sud-Nord – sottolinea il rapporto – permette una mobilità sociale. I laureati meridionali che si spostano dopo la laurea al Centro-nord vanno infatti incontro a contratti meno stabili rispetto a chi rimane, ma a uno stipendio più alto. La “fuga di cervelli” però ha conseguenze negative di lungo periodo.«Caso unico in Europa – sottolinea il rapporto – l'Italia continua a presentarsi come un paese spaccato in due sul fronte migratorio: a un Centro-nord che attira e smista flussi al suo interno corrisponde un Sud che espelle giovani e manodopera senza rimpiazzarla con pensionati, stranieri o individui provenienti da altre regioni». Alla base di questo esodo vi sono le difficili condizioni del mercato del lavoro, sia per il numero esiguo dei posti di lavoro rispetto agli occupati, sia per la carenza di figure di livello medio-alto. Nel 2008, sono stati infatti 173 mila gli occupati residenti a Sud con un posto di lavoro al Centro-nord o all'estero. Sono 23 mila in più del 2007 (+15,3%). "Cittadini a termine" come li chiama il rapporto Svimez, che rientrano a casa per il week-end, nella migliore delle ipotesi, o un paio di volte al mese. Sono giovani e con un livello di istruzione medio-alta. Spesso sono maschi, single, dipendenti full-time in una fase transitoria della loro vita, come l'ingresso o l'assestamento nel mercato del lavoro.A partire dalla fine degli anni Novanta, l’Italia ha mediamente riportato una crescita inferiore a quella degli altri paesi europei, specie per quanto riguarda la produzione industriale, un deficit di competitività, con riferimento sia alla dinamica delle esportazioni sia agli investimenti diretti dall’estero, uno sviluppo apprezzabile dell’occupazione, ma una stagnazione della produttività. Sino al 2002, il Mezzogiorno si è mosso in parziale controtendenza. Ha riportato una crescita del prodotto e della produttività superiori a quelle del Centro-nord, e un miglioramento dell’occupazione. Inoltre, la tendenza alla maggiore crescita del Sud e delle Isole non è dovuta all’operatore pubblico, il cui “contributo di domanda” alla crescita complessiva (tramite i consumi delle amministrazioni e le spese per opere pubbliche) è stato anzi inferiore rispetto al Centro-nord, ma. a due determinanti virtuose e nuove per l’area: una minore crescita delle importazioni nette e una maggiore crescita degli investimenti in macchine e attrezzature .Non si è ancora verificata una svolta: anzi, la crescita del Mezzogiorno resta al di sotto della media europea, che era stata posta come obiettivo per la programmazione anche dei fondi comunitari per il 2000-2006. Tuttavia, si colgono anche segni di muova vivacità: dodici Amministrazioni centrali dello Stato hanno messo a punto un “documento strategico preliminare nazionale” e definito, dopo una serie di consultazioni ed audizioni, il Quadro Strategico Nazionale 2007-2013 da utilizzarsi anche ai fine della programmazione dei fondi strutturali comunitari. Il documento segue la logica del “valutare per decidere” caratteristica della nuova programmazione degli investimenti pubblici. Parte da una diagnosi delle tendenze dell’economia italiana e della stagnazione di produttività che la caratterizza, nonché da una valutazione degli scenari per il prossimo decennio. Vengono, quindi, valutati i profili finanziario e reale ella programmazione dei fondi comunitari e nazionali per i ritardi di sviluppo nel periodo 2000-2006, giustapponendo gli obiettivi inizialmente fissati ai risultati, individuando i punti di forza e le criticità, e ricavando le lezioni per il futuro.La diagnosi identifica le determinanti della prolungata stagnazione sociale e di produttività del paese nella scarsa innovazione imprenditoriale, nel livello mediamente inadeguato di competenze sia della popolazione adulta sia dei giovani, nelle insufficienze del mercato dei capitali, nella permanente difficoltà dello Stato nell’offrire e promuovere servizi collettivi e nel garantire condizioni generali di concorrenza. Queste determinanti assumono particolare rilievo nel Mezzogiorno. Ad esempio, il problema del deficit di competenze assume nel Sud e nelle Isole un peso particolare. Più basso è il livello di istruzione media degli occupati, più elevata è la dispersione scolastica nella scuola secondaria superiore e, soprattutto, assai più modesto risulta il livello medio di competenza. In particolare, per le competenze matematiche, la performance dei quindicenni del Mezzogiorno è fortemente inferiore a quella delle altre aree del paese e della media Ocse, per ogni ordine di scuola, indipendentemente dalle condizioni economico-sociali delle famiglie di provenienza. Più forte è nel Mezzogiorno, rispetto al resto del paese, anche l’inefficienza del mercato dei capitali. Il grado di intensità creditizia è particolarmente basso e più debole la relazione banca- impresa, nonostante alcuni recenti segnali di miglioramento, superiore il costo degli impieghi (a parità di ogni altra condizione). Particolarmente più grave è la qualità dei servizi collettivi: circa 8 per cento è la quota di rifiuti oggetto di raccolta differenziata, contro circa 28 nel Centro-nord; doppio rispetto al Centro-nord è il numero medio di interruzioni accidentali lunghe per utente dell’elettricità; largamente superiore è la percentuale di famiglie che denunziano irregolarità nel servizio idrico; superiori i tempi della giustizia; minori le garanzie di legalità e sicurezza; e così via.Valutati gli esiti della politica regionale e degli interventi nel 2000-2006, il documento individua tre linee di continuità: mirare la politica regionale, comunitaria e nazionale, nell’intero paese a obiettivi di produttività, competitività e innovazione, accompagnati da una forte attenzione all’inclusione sociale; perseguire tali obiettivi, producendo e promuovendo servizi collettivi che innalzino la qualità della vita, del lavoro, del fare impresa; destinare al Sud e alle Isole una quota dell’intervento generale, simile a quella del precedente ciclo di programmazione. Il documento propone, però, anche due linee di discontinuità rispetto al passato: una più chiara definizione delle priorità e una maggiore centralità della qualità dei servizi (con accento, in particolare, sul sistema bancario).Il documento individua quattro priorità, relative all’intero paese, e due priorità centrali per il Mezzogiorno, ma di complemento e sostegno a un rilancio della politica nazionale. Le priorità nazionali sono in sintonia con quelle del Piano per l’innovazione, la crescita e l’occupazione (Pico): la promozione della ricerca e dell’innovazione; un forte intervento sul capitale umano; un sostegno all’ambiente considerato come requisito per lo sviluppo sostenibile di lungo periodo; la modernizzazione dei mercati e della pubblica amministrazione. Si è, quindi, sul solco delle strategie di Lisbona e di Goteborg definite dai Consigli europei per rilanciare lo sviluppo del continente.Le priorità considerate “indispensabili” per il Mezzogiorno sono la sicurezza e l’inclusione sociale e le reti infrastrutturali e logistiche. Nel documento, l’inclusione sociale è priorità della politica nazionale specie nel Mezzogiorno, dove essa presenta ancora così elevate criticità (anche quando, anziché con la “povertà monetaria”, la si misuri con l’accesso ai servizi essenziali) e dove così alta è l’occupazione sommersa: alla riduzione dell’emarginazione e dell’esclusione sociale, alla promozione delle parità di trattamento, possono concorrere in modo determinante le quattro priorità indicate in precedenza, se esse sono realizzate avendo ben presente l’obiettivo dell’inclusione, ma è indispensabile un’azione nazionale di raccordo su cui la politica regionale deve potersi poggiare. Ciò è ancora più evidente nel caso della sicurezza. Nelle quattro regioni del Mezzogiorno dove la criminalità organizzata ha un ruolo diffuso e profondo e inquina, anche quando non attivamente presente, parte rilevante dell’azione pubblica, una più forte azione di politica nazionale per la sicurezza è condizione di buon governo. Anche il completamento delle reti e dei nodi logistici, in coerenza con la vocazione ambientale e turistica del Mezzogiorno (più ferrovie, più mare, più trasporto aereo) e con l’opportunità di un suo collegamento con alcune grandi direttrici mediterranee e balcaniche, è, secondo il documento, condizione necessaria del decollo del Sud e delle Isole. Si tratta di una condizione che può essere soddisfatta solo se si affermerà una programmazione nazionale, concertata fra Centro e Regioni, che stabilisca priorità,tempi credibili, sistemi di monitoraggio, esplicitazione delle connettività territoriali degli interventi. Se queste condizioni saranno soddisfatte, afferma il documento, la politica regionale potrà opportunamente aggiungere i propri finanziamenti alle azioni della politica nazionale. Un ritorno al passato, ossia alla “programmazione indicativa” degli anni Sessanta? Non proprio, perché l’accento è su una strategia unitaria tra Stato e Regioni per far funzionare meglio il mercato – quindi sulle liberalizzazioni.

Purtroppo alle promesse del Documento non hanno fatto seguito adeguati programmi operativi basati su progetti concreti. Questo nodo centrale dello sviluppo del Mezzogiorno può essere risolto con il Partito del Sud , o con qualche simile soggetto politico, di cui si è parlato nelle ultime settimane? No, non verrebbe sciolto ma aggravato, poiché il punto centrale consiste nel portate le migliori prassi e i migliori comportamenti “europei” nel Mezzogiorno; creare separatismi più o meno sottintesi non farebbe che aggravare questo processo di europeizzazione del Mezzogiorno, e del resto d’Italia – la sola strada per lo sviluppo di lungo periodo.

21 luglio 2009

domenica 19 luglio 2009

Götterdämmerung at Aix-en-Provence — A Human Symphony Opera Today 19 luglio

19 Jul 2009

This year’s program at the Aix-en-Provence Festival includes Götterdämmerung, the much-anticipated final installment of the Ring co-sponsored by Festival d’Aix-en-Provence and the Osterfestspiele Salzburg.
Richard Wagner: Götterdämmerung
Siegfried: Ben Heppner; Gunther: Gerd Grochowski; Hagen: Mikhail Petrenko; Alberich: Dale Duising; Brünnhilde: Katarina Dalayman; Gutrune : Emma Vetter; Waltraute: Anne Sophie von Hotter; First Norn: Maria Radner; Second Norn: Lilli Paasikivi; Third Norn: Miranda Keys; Woglinde: Sara Fox; Wellgunde: Eva Vogel; Maria Radner: Annette Jahns
Photos by Elisabeth Carecchio courtesy of Festival d'Aix en Provence

Its minimalist design by Stéphane Braunschweig (stage direction and sets), Thibault Vancraenenbroeck (costumes) and Marion Hewlett (lighting) notwithstanding, this production delivers a compelling musical drama that focuses on the human condition.
This production of the Ring is an important step forward in the interpretation of Wagner’s musical drama. Absent are the clichés of characters dressed as Nazis (or as Eastern German soldiers in the recent Knöll production in Venice). Absent is the bewildering “balance” between science fiction and poetry as in the recent La Fura production in Florence or the absurdly ridiculous staging in Lisbon that employed a circus ring. Absent, too, are cardboard reproductions of medieval German forests, rivers and royal palaces as imagined by late 19th century intellectuals.
Rather, we finally have a psychological reading of the Ring that emphasizes the interpersonal relationships of the dramatis personae. The staging is minimalist. The sets consist of three walls, a window and a staircase, along with a few abstract. The props are three chairs, a leather armchair and two beds. Lighting and acting (what a quality of acting!) do the rest, keeping the audience on the edge of their seats for nearly 6 hours.
A key element of Götterdämmerung, as with the Ring as a whole, is the sequence of leitmotifs associated with a character, a place, an event, an object and so on. The Prologue begins with the sequence expressing primal nature and the Rhine (No. 2), Erda (No. 42) and then the Annunciation of Death (No. 83B). A new leitmotif (No. 154) is introduced as the Norns appear weaving the ropes of destiny, discussing past events, the doom of the gods, the curse of the Niebelung’s Ring, questioning the nature of a distant gleam of light (is it fire or is it dawn?).* The Norns then disappear and dawn breaks. With the radiant tonality of daybreak, Brünhilde and Siegfried emerge after a joyous night of love-making. We could not be more directly assured that we are no longer in a world of gods, giants, dwarves, dragons and demigods. We are in a universe of men and women where mist and the darkness are contrasted against light and the radiance. Light and radiance win. Thus, after nearly 6 hours, the turmoil of the downfall of the gods segues to the leitmotif of redemption by love — the old order is shattered, a glorious new world is revealed.
Earlier productions stressed that the men and women in Götterdämmerung stand alone with their problems (intrigues of power and wealth) and their passions. Valhalla (with its gods and goddesses) is at a distance. In this production, Wotan appears silently at the very end as the Wanderer to witness the demise of “his” world — the old order. The human psychological content of the Ring, and especially of Götterdämmerung, is central to this production as conceived by Bruanschweig, Vancraenenbroeck and Hewlett.

Another key to a successful production of the Ring is the orchestra. Wagner thought of the Ring not as a cycle of operas (a rather normal practice in 19th century Germany) but as a festival drama (where each and every word had to be understood) with a symphony orchestra concealed in a pit under the stage (not to be seen by the audience). Sir Simon Rattle and the Berliner Philarmoniker transform Götterdämmerung into a symphony of humanity searching for a better world — independent of the intrigues of the gods, of the kings, of the dwarves, of the demigods and the like. A similar symphonic treatment had been attempted in the mid-1970s by the Washington National Opera in a production of Die Walküre (with Roberta Knie at the height of her splendour). But the staging was the traditional primeval Germany wrought in cardboard. And, with due respect to Antal Dorati, the Washington National Symphony never possessed the high standard of quality as that of the Berliner Philarmoniker. Sir Simon Rattle and his orchestra have greater skills than most other orchestras in finding the right musical colours, the gentle nuances, the always vivid imagination, especially the ability to slide from a chamber music Wagner (e.g. Solti, Böhm) to a highly dramatic , black, tragic Wagner (e.g. Boulez, Sinopoli, von Karajan, Fürtwangler). This is a Ring, and a Götterdämmerung, that demands many listenings to appreciate the symphonic rigor and impact produced by Rattle and company. A detail: there are six harps, as required by Wagner, which are placed just at the centre of the orchestra under the stage. “Normal” productions make do with two harps, often in a side box.

This Götterdämmerung benefitted from great acting and singing. At the age of 55, Ben Heppner is a naïve Siegfried. The role is taxing, but his voice maintained a magnificently crystal clear timbre and exhibited superb phrasing, a moving legato and the ability to reach high C and F. Next to him, Katarina Dalayma as Brünhilde displayed full vocal and dramatic power. Her performance was particularly impressive in the holocaust of the final scene. An ever young and attractive Anne Sophie von Otter appeared as Waltraute, the desperate Walkürie tortured by the looming end of the world. The vocally and dramatically promising Emma Vetter was a whorish Gutrune. As Hagen, an impressive Mikhail Petrenko presented a character that was devilish, astute, even more evil than his father Alberich (Dale Duesing). The Norns and the Rhinemaidens (Maria Radner, Lilli Paasiviki, Miranda Keys, Anna Siminska, Eva Vogel) were all top-notch.
In short, if you missed this Götterdämmerung in Provence, it is worth traveling to Salzburg for performances to be held there next Easter. Moreover, a recording of this production is in process. Look for it in your music store.
Giuseppe Pennisi
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*[Editor’s Note: The description and numbering of leitmotifs are based on Ernest Newman, The Wagner Operas 591-594 (Princeton Univ. Press 1949). The numbering of the leitmotifs, however, varies from source to source. Compare Ernst von Wolzogen, Guide through the music of “The Ring of the Nibelung” by Richard Wagner (Feodor Reinboth N.D.). It should be noted, however, that Barry Millington cautions against labeling leitmotifs because the context in which they appear rarely admits a consistently unequivocal meaning. Stewart Spencer & Barry Millington, Wagner’s Ring of the Niebelung — A Companion 14-24 (Thames & Hudson 1993).]

SULLE PENSIONI NON SIAMO ANCORA ALL’APPRODO E NON SI POTRA’ AGIRE SOLO SULL’ETA’ Avvenire 19 luglio

Sugli ultimi provvedimenti in materia previdenziale si staglia l’ombra di Wassenaar. E’ il nome di una cittadina (20.000 abitanti) dei Paesi Bassi dove nel 1982 venne siglato quello che, per decenni, l’Organizzazione Internazionale del Lavoro (Oil) ha considerato come il capostipite dei “patti sociali”. A Wassenaar, il Governo e le parti sociali pensavano di risolvere il nodo della spesa previdenziale senza aumentare i contributi (ciò avrebbe pregiudicato la competitività) e senza modificare il rapporto tra ultimi stipendi e assegni previdenziali (in gergo il “tasso di copertura”), ma operando unicamente sull’età effettiva di collocamento a riposo (a ragione dell’allungamento dell’aspettativa di vita). Il computer dimostrò che l’età d’equilibrio (mantenendo invariati contributi e “tasso di copertura”) sarebbe stata ben 81 anni: allora, l’Olanda cambio drasticamente il sistema (una pensione di base a carico della fiscalità generale e un numero limitato di fondi pensione sufficientemente robusti da resistere a intemperie finanziarie).
Le misure per parificare l’età della pensione tra uomini e donne e per collegare gradualmente, dal 2015, l’età per il pensionamento all’aspettativa media di vita sono un passo essenziale, ma non sufficiente. La prima elimina una discriminazione nei confronti delle donne innescata da ragioni socio-culturali: secondo uno studio Ocse, le donne italiane non entrano nell’impiego o lo lasciano in età fertile perché a casa fanno il 73% del lavoro domestico (compresa la cura dei figli) rispetto al 62% delle americane (il resto è affidato ai mariti). Allineare l’età della pensione di donne e uomini può essere un ingrediente (non certo il fondamentale) per ridurre queste barriere. Agganciando l’età della pensione all’aspettativa di vita, si favorisce un invecchiamento “attivo”, componente importante della produttività complessiva del Paese. La formula scelta è tanto graduale che sarà necessario rimetterci mano: tra oggi ed il 2035 l’età effettiva di pensionamento varierebbe da 61 a 66 anni per i dipendenti e tra 62 e 67 per gli autonomi. Implica mediamente un “tasso di copertura” più generoso di quello previsto dalla “riforma Dini” del 1995 una volta a regime. Nel complesso, i risparmi all’erario saranno meno consistenti di alcune stime citate (frettolosamente) in questi giorni. Quando nel 1889 Bismarck definì il primo sistema previdenziale su base occupazionale, l’aspettativa di vita di un prussiano era 47 anni e l’età per fruire della pensione venne fissata a 70 anni. Nel 1908, Lloyd George mise a punto il primo sistema pensionistico universalistico (ossia per tutti i britannici): avrebbero avuto la pensione coloro che avrebbero superato il capo dei 70 anni ma l’aspettativa di vita era mediamente 51 anni. Ciò conferma che operando sulla determinante età i margini di manovra sono stretti.
Non potendo aumentare i contributi (i nostri sono i più alti al mondo), non resta che modificare il “tasso di copertura”. Ciò può essere fatto in varie maniere: stabilendo una soglia di pensione sociale per i meno abbienti a carico della fiscalità generale e ponendo “tetti” alle pensioni pubbliche oppure ancora definendo un “tasso di copertura” più basso dal giorno in cui si va a riposo ai 75 anni di età, quando aumentando le esigenze di cure ed assistenza. La gamma di modalità tecniche è vasta. Ciascuna ha vaste implicazioni finanziarie, economiche e sociali. L’argomento merita un dibattito approfondito. Non l’illusione che si sia giunti all’approdo.

SCHELETRI NELL’ARMADIO DEL PRESIDENTE PRODI IIl Tempo del 19 luglio

Romano Prodi è stato condannato dalla Corte di Giustizia Europea per azioni compiute quando era Presidente della Commissione. Non è importante che il risarcimento ai direttamente danneggiati (tenuti comunque in servizio sino al limite d’età per la pensione) è di poca entità. Rilevano la condanna al pagamento delle spese di giudizio e le motivazioni della Corte : a) aver fornito al Parlamento Europeo notizie non veritiere e non documentate ; b) avere fatto circolare comunicati che mettevano in dubbio l’onorabilità di alti dirigenti (non allineati ai suoi voleri); c) avere tentato di ostruire la giustizia. Il testo integrale della sentenza è pubblico e si può ottenere dal cancelliere della Corte Europea.
Mentre al deposito della sentenza, se ne avuta una certa eco all’estero (nonostante gli sforzi di minimizzarla) in Italia si è stesa una coltre di silenzio , specialmente da parte di giornali con grandi uffici di corrispondenza a Bruxelles e a Lussemburgo pur informati in dettaglio. Lo hanno fatto per amor di Patria dato il discredito che il comportamento tratteggiato nella sentenza della Corte di Giustizia getta su una parte della classe dirigente del Paese? Per tentare di difendere la parte politica abbandonata dagli elettori prima ancora che condannata dai giudici europei?
I fatti che hanno portato alla condanna risalgono al 2002-2003. Si riferiscono ad una complicata vicenda relativa all’Eurostat, innescata dalla lettera di una funzionaria che si riteneva discriminata, nonché da una serie di missive anonime con accuse d’irregolarità contabili e forse pure di “fondi neri”. Venne chiamato ad indagare l’Olaf, organismo di controllo interno della Commissione.
L’inchiesta riguardava se tali irregolarità ci fossero e se fossero state effettuate ad iniziativa di dirigenti (per il loro tornaconto) o con la conoscenza e l’approvazione dei vertici della Commissione (ossia di Romano Prodi in persona). Parte importante di tali presunte irregolarità concernevano istituti senza fini di lucro (di cui uno a Roma) costituiti tra l’Eurostat e le autorità statistiche nazionali (in Italia l’Istat ne esprimeva il Presidente) allo scopo di diffondere buone prassi tra i Paesi che stavano per entrare nell’Ue e del Mediterraneo.
E’ cominciato il rimbalzo delle responsabilità, nonché “fughe di notizie” – afferma la sentenza – pilotate verso giornali amici. Anche a ragione di esperienze passate (Iri, indagini su Nomisma), Prodi temeva che l’eventuale scoperta di irregolarità lo avrebbe pregiudicato per sempre . Ha messo sotto accusa il direttore generale dell’Eurostat ed suo direttore del servizio finanziario. Li ha destituiti dai loro incarichi , ma non avendo elementi per licenziarli, li ha tenuti a non fare nulla sino alla pensione. Ha anche chiuso d’imperio gli istituti causando la perdita del lavoro ad un migliaio di persone. Come specificato nella sentenza, ha lanciato le accuse per comunicato; il 25 settembre 2003 le ha ribadite, in modo ritenuto non rituale dai giudici, alla conferenza dei capigruppo del Parlamento Europeo, dove si stava preparando una mozione di sfiducia nei suoi confronti di Prodi – frenata poiché pochi anni prima era stato sfiduciato il suo predecessore (da Jacques Santer) ed una seconda sfiducia avrebbe messo in crisi per sempre la Commissione Europea.
La sentenza frutto di cinque anni d’indagini (spesso ostacolate, secondo la Corte, dalla Commissione) rivela che non ci sono state irregolarità amministrative né fondi neri, quanto meno da parte da funzionari, e che il livello politico è stato sempre informato.

sabato 18 luglio 2009

OPPORTUNITA’E RIFORME PERUSCIRE DALLA CRISI Il Tempo del 18 luglio

Grazie al clima politico che si sta sviluppando in seguito al vertice internazionale de L’Aquila, l’Italia può trovare un percorso condiviso per le riforme? Credo di sì. Per articolarsi un programma realizzabile , sarebbe errato tentare convergenze alla spicciolata (su questo o su quel comparto) ma occorre avere chiaro un tema conduttore ed unificante di medio e lungo periodo (tale da prescindere dalla “exit strategy” dall’attuale crisi economica e finanziaria). Il Documento di politica economica in preparazione la sua imminente discussione in Parlamento sono un’occasione importante per individuare il tema condutture.
A mio avviso, tale tema conduttore unificante deve guardare all’Italia del dopo crisi,dove ( come nel resto del mondo), verrà data maggiore attenzione (che nel recente passato) alla produzione di beni e servizi , ai livelli dei consumi e dei risparmi, alla qualità degli investimenti. In linea con le prese di posizione programmatiche del Pdl (“nessuno resterà indietro”) e dell’attenzione alla distribuzione dei redditi di numerosi filon confluiti nel PD, l’ampliamento delle opportunità per ciascuna persona può essere tale tema conduttore. L’ampliamento delle opportunità differisce dalla riduzione delle diseguaglianze, di redditi o di consumi, poiché l’accento è sulla capacitazione (la capacità in potenza) dell’individuo (come nella più recente Enciclica) ed il suo potenziamento.
Un’analisi inedita delle Università di Milano e di Bari conclude che, su 17 Paesi europei, l’Italia si pone in posizione mediana in termini di disuguaglianza di opportunità. La determinante principale (in tutta Europa) della disuguaglianza di opportunità non è il reddito quanto il livello d’istruzione dei genitori e la tipologia di rapporto di lavoro (se “a tempo indeterminato” od in altra guisa). Ridurre questa disuguaglianza ed ampliare opportunità per tutti può essere la leva sulle riforme. L’analisi è confortante perché tra i 17 Paesi, l’Italia è uno di tre in cui si vedono segni di miglioramento (in termini d’opportunità) – gli altri due sono l’Austria e la Polonia.
Segnali ancora più incoraggianti vengono dai numerosi punti di convergenza tra “Il Libro Bianco” recentemente presentato dal Ministro del Lavoro, della Salute e della Solidarietà Sociale e proposte di alcune parti del PD, specialmente quelle che riprendendo i lavori d’Etienne Wasmer dell’Observatoire Français de Conjonctures Economique , delineano un percorso per eliminare le barriere tra rapporti di lavoro “a tempo indeterminato” ed altre forme, caratterizzate da vari gradi di flessibilità e precarietà. Più complesso, e di più lungo periodo, ridurre il vincolo rappresentato dal grado d’istruzione dei genitori; in Italia , in particolare, si stanno ancora rimarginando le ferite su scuola ed università causate da un Sessantotto durato un decennio. Una strategia basata su un obiettivo condiviso (che argini i particolarismi) può essere di grande utilità. A tutti.

venerdì 17 luglio 2009

WAGNER E IL RING DEL SECOLO XXI

Nel 2013, viene celebrato il secondo centenario dalla nascita di Verdi e di Wagner. Di quello verdiano – per cui il Regio di Parma sta predisponendo un’edizione integrale in DvD- ci occuperemo in autunno quando in Emilia sarà in corso il festival dedicato al cigno di Busseto. Di quello wagneriano , è bene, invece, cominciare ad interessarsi da adesso. Pulluleranno i progetti di nuove edizioni del Ring, la saga di quattro opere con oltre 30 solisti ed un organico orchestrale smisurato, a cui l’autore ha lavorato per circa 40 anni, è riuscito a far edificare un teatro apposito dove si sarebbe dovuta rappresentare un’unica volta (distruggendo, successivamente, la stessa struttura fisica per cui era stata creata). Dopo tre decenni, il Metropolitan mette in pensione un’edizione ormai storica approntata negli Anni ‘70 e rinverdita negli anni 90 (è cambiata la regia, non le straordinarie scene di Gunther Scheider-Siemssen). La Scala ha annunciato un nuovo Ring. Altri teatri, in tutto il mondo (anche a Manaus nel centro della foresta dell’Amazzonia) hanno in cantiere nuovi Ring.

Produrre il “Ring” è un’intrapresa terrificante: pare che la messa in scena della saga abbia portato negli Anni ‘90 al dissesto il Teatro “Massimo Bellini” di Catania e negli Anni ‘80 a quella del “Regio” di Torino. Tentativi, o meglio conati, di una rappresentazione scenica a Roma sono stati tentati più volte dal 1961, senza mai avere un esito : ne sono state date due edizioni in forma di concerto. L’impresa è una di quelle di fronte alla quale sovrintendenti e direttori artistici non restano insensibili: ad esempio, si sono cimentati di recente, per la prima volta con il “Ring” il “São Carlos” di Lisbona e il Mariinsky di San Pietroburgo, a Seattle è stato costruito un teatro apposito dove da 30 anni ogni estate il ciclo delle quattro opere viene rappresentato, all’English National Opera lo si canta in inglese arcaico per dare al pubblico britannico fremiti analoghi a quelli che ha il pubblico tedesco.

Questa estate terminano tre “Ring” di rilievo artistico prodotti negli ultimi anni rispettivamente il primo dal Maggio Musicale Fiorentino e dal Palau de la Reina Sofia di Valencia, il secondo dal Teatro La Fenice di Venezia e dal Teatro dell’Opera di Colonia e il terzo dai Festival di Aix-en-Provence e di Salisburgo. Sono le prime edizioni di spessore prodotte questo secolo. Forniscono indicazioni importanti per il futuro.

Iniziaziamo dal “Ring” di Venezia e Colonia. Il regista canadese Robert Carsen (le scene e i costumi sono di Patrick Kinmonth) opta per un’interpretazione storico-politica, analoga per molti aspetti a quelle che si sono viste in Germania, Gran Bretagna, negli Usa e anche in Italia negli Anni ‘70 e ’80. L’Italia può rivendicare la primogenitura. La Scala iniziò, nel 1974, un “Ring” ambientato nell’epoca della prima industrializzazione (scene e costumi Pierluigi Pizzi, regia Luca Ronconi); vennero realizzati unicamente il prologo e la prima opera (“Die Walkirie”) e il progetto venne interrotto per dissapori con Wolfgang Sawallisch, maestro concertatore e direttore d’orchestra. Venne ripreso, poi, nel 1979-82 a Firenze con la bacchetta allora altamente drammatica di Zubin Mehta. Purtroppo di questa bellissima edizione – il “Ring”, tra l’altro, era quasi interamente rappresentato in interni borghesi di tardo ottocento - sono state distrutte le scene. Vi è un bel cofanetto DvD del “Ring” del centenario della prima esecuzione integrale a Bayreuth: nel 1976 Patrice Chéreau e Pierre Boulez sorpresero il mondo con una lettura simile a quella di Pizzi-Ronconi-Mehta, ma, da un lato, con accenni favolistici e, dall’altro, con tempi più serrati. Prima del DvD, questa produzione Chéreau-Boulez ha fatto il giro del mondo grazie a una fortunata trasposizione televisiva ospitata pure in sale cinematografiche. Da “Ring” ambientati in epoca wagneriana d’industrializzazione, a quelli in epoca guglielmina e nazista il passo è breve. I “Ring” in cui o i nibelunghi o i ghibicunghi erano nazisti, mentre Sigfrido e Brunilde erano socialisti tesi verso il futuro, hanno pullulato soprattutto in Germania orientale, Polonia e Ungheria ma anche in edizioni nel mondo occidentale. Carsen e Kinmonth ritornano a questo filone. Ma i tempi sono cambiati. Nella Reggia , sventolano vessilli rosso fuoco . Il Palazzo è macero e corrotto . Il “Crepuscolo degli Dei” è pure la fine di un regime totalitario-comunista. Nell’ultima scena, l’incendio del Palazzo reale, il crollo di quello degli Dei, lo straripamento del Reno che “lava” e purifica la terra, pare indicare anche l’abbattimento del muro di Berlino. Altri aspetti confermano questa lettura tedesco-orientale: i costumi anni ‘50 nella festa nuziale nel secondo atto, le vesti povere delle norme, di Sigfrido e di Valchiria, la soffitta piena di mobili anni ‘30 e ‘40 in cui operano le norme, il fiume trasformato in discarica. Come in altre regie di Carsen, c’è anche una buona dose di sesso.
Completamente differente la chiave di lettura del Ring di Firenze e Valencia L’allestimento de la Fura dels Baus è un esempio di teatro totale in cui, non solo grazie ai sovratitoli si comprende ogni parola, ma musica e dramma sono coniugati con alta tecnologia (da proiezioni anche tridimensionali su dieci enormi schermi ad effetti speciali da film hollywoodiano), con acrobazie, con movimenti coreografici. Tecnologia, acrobazie e movimenti coreografici non solo rispettano la complessa partitura ma sono studiati in modo da esaltarla e da meglio far intendere i complicati intrecci tematici. Per sei ore (intervalli compresi) lo stupore degli spettatori non ha soluzioni di continuità. Lo spettacolo (che sarebbe potuto scivolare nel cattivo gusto) coglie e mantiene un delicato equilibrio tra fantascienza e poesia, dando rilievo ai momenti intimistici ma volta le spalle a letture politico-sociologiche
Prima di trattare del Ring di Aix e Salisburgo , è utile ricordare che sino all’inizio degli Anni 60), le messe in scene del Ring si basavano su ricostruzioni (spesso piuttosto buffe) in cartapesta della Germania mitologica quale vista con il cannocchiale di intellettuali tedeschi della fine del XIX secolo: tipiche a Bayreuth dal debutto nel 1876 alla fine della seconda guerra mondiale), ne vidi una a Roma da ragazzo. Successivamente si sono privilegiato letture simbolico-astratte sul tipo di quelle di Wieland Wagner, con le scene di Adolphe Appia fatte quasi esclusivamente di luci (tornate a volte di moda negli Anni 90).
A Aix e Salisburgo, Stéphane Braunschweig (regia e sceene), con la collaborazione di Thibault Vancraenenbroek (costumi) e luci (Mario Hwelett) e Sir Simon Rattle alla guida dei Berliner Philarmoniker non forniscono né una lettura “politica” né una filosofica né una fantasmagorica. Gli archetipi mitologici di Wagner sono, uomini e donne (pur se Dei), alle prese con le loro passioni. La scena è composta di tre pareti grigie ed una scalinata . L’attrezzeria è fatta di tre sedie, una poltrona in pelle, due letti ed alcuni tronchi astratti d’albero; le proiezioni ci offrono la profondità delle acque del Reno e l’incendio , con straripamento finale. Le luci fanno il resto tramite un abile gioco di colori. Sul palcoscenico non solo non ci sono foreste, palazzi reali e fiumi di cartapesta, costumi proto-tedeschi o nazisti o stalinisti tedesco-orientali, ma uomini e donne in abiti moderni come i nostri. Ci vuole un grande lavoro di recitazione per rendere , in un quadro così spoglio (quasi minimalista), l’intrigo di tradimenti ed amori che portano alla fine non solo degli Dei ma anche di un’intera classe dirigente terrena tale da tenere l’attenzione tesa per circa 6 ore. Un vero capolavoro di recitazione da parte di cantanti-attori selezionati con cura ed addestrati per mesi in questo Ring di cui un editore franco-tedesco-giapponese si è già assicurato i diritti televisivi e di riproduzione in DvD. Altra caratteristica è l’aspetto musicale. Nel golfo mistico c’è una formazione sinfonica che, di rado, entra nel comparto del teatro in musica: i Berliner Philarmoniker, guidati da Sir Simon Rattle (il loro Maestro stabile).Il Ring diventa una smisurata sinfonia sull’umanità alla ricerca di un nuovo , e migliore, futuro. Una meraviglia di colore, di sfumature, di virtuosismo in cui il sinfonismo continuo di Wagner evoca suoni intimi di cameristica. Dal suono chiaro e leggero, quasi etereo, si scivola, dolcemente, alle tonalità nere, tragiche. Indimenticabile il Sì bemolle con cui si chiude il ciclo- mai lo avevo sentito tanto pregno di speranza per un’umanità migliore. Un dettaglio: ci sono sei arpe al centro dell’orchestra, come prescritto dalla partitura, non due sistemate in un a palco di proscenio , come si usa di frequente.
Quale strada scegliere dipende da gusti personali e da risorse, finanziarie e artistiche, disponibile. Il vostro “chroniqueur” preferisce quella umana, troppo umana di Aix- Salisburgo. Ma il dibattito è aperto.