mercoledì 26 novembre 2008

OPPORTUNITA’ E MINACCE: OCCHI APERTI AL VERTICE PROPOSTO DA SARKOZY Libero 26 novembre

In questi giorni, i Capi di Stato e di Governo del G20 – ed in particolare quelli europei- devono decidere cosa rispondere all’invito esteso dal Presidente francese Nicolas Sarkozy per una riunione a Parigi l’8 ed il 9 gennaio. E’ una risposta difficile. Da un lato, Sarkozy è un Presidente permaloso; nessun vuole contrariarlo. Da un altro, l’impegno assunto al G20 di Washington (l’inchiostro è ancora caldo sul verbale e sul comunicato ufficiale) è che i “grandi” si rivedranno attorno al 30 aprile, lasciando il campo, nel frattempo, ai Ministri dell’Economia e delle Finanze (a cui compete cercare di riscrivere architettura e regole dell’economia internazionale) ed ai loro tecnici. Da un altro ancora, Sarkozy ha, per così dire, “un compare”; la riunione è co-ospitata da Tony Blair (disoccupato, o quasi, di superlusso) e complice nell’estendere l’invito. Alle diplomazie economiche internazionali (che hanno mostrato perplessità), è stato detto che non si tratta di una riunione formale vera e propria ma di una “conference”, un seminario tra amici (con il solito codazzo di Ministri, Sottosegretari, diplomatici, dirigenti delle Pa e barracuda-esperti) in una Parigi che sarà allora accarezzata dal dolce nevischio con cui inizia il terzo quadro de “La Bohème”. Suvvia, come si può dire di no ad un invito a cena, prima colazione e pranzo esteso da Nicolas, Tony, Carla e Cherrie?! In breve, pare un film degli Anni 70.
Agli americani, l’invito non è piaciuto più di tanto. Mark Landler, inchiestista di punta del “New York Times” ha dedicato una lunga analisi all’iniziativa: in breve proprio mentre a Washington, i “vecchi” stanno predisponendo il trasloco ed i “nuovi” non hanno ancora trovato casa, l’Iper-Presidente prende per sé le luci della ribalta (associandovi un’icona della politica mondiale degli Anni 90). Ciò vuole dire una diplomazia dell’euro e della sterlina ma in cui l’Europa (pur se in recessione) vuole mettersi nel sedile del conducente. E dare il là sui 47 temi regolatori ed economici individuati nel G7 di Washington.
L’iniziativa presenta, senza dubbio, opportunità per l’Ue – un profilo più alto vuol dire anche maggior voce in capitolo. Ha, però, anche minacce e trappole che gli sherpas dei leader Ue dovrebbero valutare con attenzione. Una minaccia, piccola in termini quantitativa ma potenzialmente esplosiva sotto il profilo della strategia europea ed internazionale, è stata anticipata la sera del 20 novembre dallo stesso Governo francese, con una misura di cui pochi si sono accorti: la nascita di un “fondo sovrano” piccolo (20 miliardi d’euro- appena il 2,5% della capitalizzazione di mercato alla Borsa di Parigi) ma strategico, poiché destinato ad investimenti dello Stato in s.p.a. che intendono abbracciare “progetti innovativi” oppure che “debbono stabilizzare la loro base in capitale per il futuro”. Di raffa, di raffa o di baracca si tratta di una nuova edizione di sussidi a “campioni nazionali” in potenza oppure in difficoltà. Gli sherpas che preparano la “conferenza” di Parigi dovrebbero leggere con attenzione il lavoro “"Subsidizing National Champions: An Evolutionary Perspective" di Cecile Aubert, Oliver Falck e Stepham Heblich (CESifo Working Paper Series n.2380) , una serrata critica di politiche di questa natura, nonché lo studio di Alberto Alesina, Silvia Ardagna e Vincenzo Galasso (Nber Working Paper N w14479) sull’unione monetaria e le riforme strutturali. L’analisi evidenzia che i Paesi che si sono tolti di dosso il vecchiume ed hanno accelerato le riforme sono quelli che più hanno tratto beneficio dall’unione monetaria. Tutto sommato, però, la minaccia è contenuta. Da un canto, i Capi di Stato e di Governo possono dire che non sono affari loro ma dei loro Ministri dell’Economia e delle Finanze e spedire altrove il dossier , augurandosi che si perda nei corridoi delle burocrazie. Da un altro, la Commissione Europea vigila sugli aiuti di stato e sull’eventuale utilizzo del fondo per bloccare Opa ostili.
Il trappolone è, invece, annidato in un “vertice” (convocato quasi all’improvviso dalla Presidenza francese) per una data più vicina: il 28 novembre. Riguarda l’agricoltura – la Francia otterrà, nel 2008, 10 miliardi di euro dal fondo per la politica agricola comune (Pac), una fetta importante dei 53 miliardi di euro disponibili , pari, a loro volta, al 40% del totale delle risorse comunitarie. Al vertice agricolo, viene presentato un documento (della Presidenza) in cui si elogia la “preferenza comunitaria”, si propone un ruolo dell’Ue nella soluzione “dell’equilibrio alimentare mondiale” (ciò vuol dire aumento della produzione lorda vendibile in Europa anche se non competitiva), si invita l’universo mondo ad adottare “azioni per incoraggiare la coesione in aree rurali” e si sottolineano i pregi dei prodotti “du terroir” (ossia puri ed organici). Soltanto panna montata? Non proprio. La crisi internazionale diventa un grimaldello per rilanciare quella Pac (che dovrebbe andare in pensione) ed anche per mettere una pietra tombale sul negoziato commerciale internazione, la Doha development agenda (Dda).
La riunione del 28 novembre probabilmente non avrà alcuna puntuale implicazione operativa, pur se, in ogni caso, darà un brutto colpo al moribondo Dda. Quella dell’8 e 9 gennaio serve a riproporre il problema Pac nella convinzione che i Capi di Stato e di Governo possono essere più sensibili a certe esigenze in merito alle quali gli stessi Ministri dell’agricoltura che non sono unanimi nel sostenere una Pac di cui la Francia è il principale beneficiario.
Quindi, “nessun dorma”!

martedì 25 novembre 2008

SE SIEGFRIED E' COSTRETTO A RICORRERE AL VIAGRA Il Velino 25 novembre

- “Siegfried” è forse tra le opere del “Ring” wagneriano, la più difficile da allestire. E’ la più breve delle tre “giornate”, pur se con le sue tre ore e mezza, supera di gran lunga la durata del “prologo”, l’atto unico “Das Rheingold”. Comporta una complicata produzione scenica con draghi, nani e, come protagonista, un fanciullo quasi imberbe, coperto solo di pelli (nonché in una lunga scena, quella del bagno nel sangue del drago, totalmente ignudo) ma con la voce da heldentenor (tenore eroico) che anche i migliori tenori acquistano in piena maturità. Ben Heppner, uno dei maggiori tenori wagneriani viventi, ha debuttato nel ruolo a 54 anni a Aix-en-Provence l’estate scorsa e lo replicherà al Festival di Pasqua a Salisburgo tra qualche mese. Ancora più ardue di quelle sceniche, le difficoltà musicali. Con voci quasi interamente maschili nei primi due atti, è opera densa di descrizioni (la foresta e i suoi misteri) che può essere interpretata (si riascolti la versione diretta da Karajan) quasi come un dramma pastorale o una commedia nera in stile fratelli Grimm. Ma che ha forti pulsioni eroiche (si riascolti Furtwangler o Kemp) pur nei toni talvolta di un idillio quasi intimista (nelle letture di Solti, Boulez e Bohm). Inoltre, c’è uno stacco netto tra i primi due atti e gran parte del terzo dove domina l’incredibilmente libidinosa (per metà Ottocento) scena finale. Del resto trascorsero 12 anni prima che, completato il resto, Wagner compose questa parte conclusiva.
La vulgata attribuisce la pausa alla convinzione, rivelatasi errata, che il “Ring”, pur se portato a termine, non avrebbe mai visto un palcoscenico, per ragioni sia di costo sia di innovazione drammatica e musicale. L’analisi della struttura del terzo atto e in particolare dell’ultima scena mostra, invece, che per trovare note e accordi, Wagner sarebbe dovuto scendere nell’eros e thanatos di “Tristan und Isolde”, caratterizzato da una scrittura quasi interamente cromatica con accenti tali da anticipare la dodecafonia. E risalire nell’esplosione di gioia di vita e di tolleranza tutta diatonica dei “Meistersinger”. L’ultima scena di “Siegfried” ha un impasto cromatico su una struttura diatonica, inconcepibile prima delle due opere pensate e composte nei 12 anni di interruzione del “Ring”. Ucciso il drago, bagnatosi nel suo sangue, conquistato l’anello che dona l’onnipotenza, spezzata la lancia allo stesso re degli dei, attraversato un muro di fiamme, il giovane Siegfried si trova davanti a qualcosa che non ha visto prima: una donna addormentata (Brunhilde). Si accorge della differenza quando le apre la corazza. Ha, per la prima volta nella sua vita, paura. Al ragazzo in procinto di diventare uomo, Brunhilde spiega la differenza tra generi e gli insegna cosa è l’amore e come lo si fa.
Quindi, 45 minuti di eros pieno di gioia culminante in un orgasmo finale in fortissimo “do”, proprio mentre in quegli stessi anni il melodramma in Italia, il grand opèra in Francia e il nazionalismo perbenista in Russia scacciavano l'eros, con un ostracismo durato oltre mezzo secolo, sia dal teatro in musica che dal teatro tout court. Per quei 45 minuti ci voleva una musica ardita e innovativa che sarebbe riapparsa solo nel secondo atto del “Parsifal”. Va ricordato che l’eros era di fatto scomparso dai teatri con il rossiniano “Le Conte Ory”. Lo stesso Wagner avrebbe ripreso l’argomento, prima che nel “Parsifal”, nel primo atto di “Gotterdamerung” (“Il Crepuscolo degli Dei”) dove si assiste addirittura a uno scambio di coppie in cui uno dei partner, Brunhilde, non è consenziente. La musica, però, enfatizza il dramma della violenza alla semi-divina valchiria diventata donna; non l’eros, tanto meno l’eros gioioso del finale di “Siegfried”, un vero e proprio inno alla sacralità della copula, molto più lunga e più trascinante di quella con cui si apre “Der Rosankavalier” (l’orgasmo della trentatreenne Marie Therese e del diciassettenne Octavian).
Cosa dire dell’allestimento co-prodotto dai teatri di Firenze e di Valencia? Innanzitutto, va ricordato che le prime due parti del “Ring”, presentate nel 2007, hanno meritatamente ottenuto il “Premio Abbiati” e che la conclusione “Gotterdamerung verrà presentata in primavera. In secondo luogo, va sottolineato che l’allestimento del gruppo catalano La Fura dels Baus (regista Carlos Pedrissa) è affascinante e tiene il pubblico inchiodato per oltre cinque ore intervalli compresi. In dodici schermi si succedono immagini che accompagnano il testo alla musica con effetti alla Spielberg o ai disegni animati alla Disney. Un accenno va inoltre fatto alla direzione musicale di Zubin Mehta: un “Siegfried” quasi intimista, nonostante la spettacolarità dell’allestimento, in cui la bacchetta è guidata dalla riflessione filosofica e i tempi sono leggermente dilatati. Il cast si può dire che è mediamente buono. Negativa, tuttavia, la scena sessuale del giovane Leonid Zakhozhaev nel ruolo impervio del protagonista: abbigliato con freccette multicolori come un hippy fine anni Sessanta, goffo nei movimenti e privo del volume e della capacità di ascendere a tonalità alte che richiede la partitura. Non lo aiuta di certo Jennifer Wilson, una Brunhilde formato armadio guardaroba e dal volume straripante. Nel duetto “Siefgried” pare dover ricorrere al Viagra per evitare una brutta figura.

TAGLIARE IVA E REGOLE PER MUOVERE L'EUROPA. Il Tempo 25 Novembre

A Berlino dove questa settimana si è svolta l’International Regulatory Reform Conference 2008 (un evento annuale organizzato dalla fondazione Bertelsmann ma sponsorizzato da organizzazioni internazionali ed imprese di tutto il mondo), si tocca il nodo della ripresa mondiale: a fare da traino (dicono i 20 principali modelli econometrici) sono i Paesi emergenti, gli Usa appaiono in marcato rallentamento, l’Europa in recessione. Schiacciata dal carico fiscale (mediamente 10 punti di pil di più di quello Usa e 20 di quello dell’Asia emergente) e dalla ragnatela di regole (soltanto quelle per il mercato unico europeo assommano a 150.000 pagine), paga più degli altri contenti la crisi subprime le cui origini sono (ce lo ricorda un bel libro recente di Martin Wolf) in Asia ma che è esplosa negli Usa.
I programmi di aumento di questa o quella partita di spesa pubblica per rilanciare la domanda e dare fiato all’offerta avranno poco respiro se non accompagnati da una strategia espansiva europea. Pur nel rispetto della Bce e del patto di stabilità questa politica dovrebbe avere due pilastri:
· Una riduzione coordinata dell’Iva. Le imposte indirette non sono lo strumento più efficace, ma l’Iva è l’unico di cui l’Ue dispone per dare a sé stessa ed al resto del mondo un segnale forte di mutamento di rotta: da sempre più tasse per l’Europa a un programma di riduzione di peso fiscale perché l’Europa cresca. La riduzione coordinata dell’Iva deve essere accompagnata da misure nazionali d’alleggerimento del carico. Ciò comporterà per molti Stati il superamento del vincolo del patto di stabilità (secondo cui il deficit annuo non deve superare il 3% del pil). Jean Pisani-Ferry, André Sapir e Jakob von Weizsäker (tre economisti il cui europeismo è fuori discussione) hanno proposto un rilassamento del “patto di stabilità” per i Paesi che presentino programmi triennali di riforme certificati dalla Commissione. Un’occasione su cui l’Italia deve balzare (anche a ragione della buona stampa all’estero delle misure che si stanno introducendo per migliorare ed innovare la Pa).
· Un allentamento della catena di ferro della regolamentazione europea. Per chi ne segue l’evoluzione e ne scrive da 40 anni, le istituzioni europee hanno l’immagine di un immenso Leviathan che sputa non fuoco ma regolamenti. Se ne sono convinti anche a Bruxelles ; il Vice Presidente della Commissione, Gűnter Vereughen ha iniziato un programma per ridurre del 25% entro il 2012 le regole europee in vigore (eliminando quelle ridondanti o obsolete). Il prossimo Consiglio Europeo di dicembre deve chiedere di più: ottenere dalla Commissione un impegno formale a ridurre di almeno un terzo (ed entro il 2010) il giogo regolamentare. L’impegno, di per sé stesso, darebbe un segnale forte a individui, famiglie ed imprese che l’Europa, in quanto Europa, sta effettuando una svolta, per molti aspetti epocale.
I due pilastri ci scuoterebbero da una melanconia mediterranea che pare avere contagiato anche il resto dell’Ue. Ci darebbero quell’ottimismo. Senza il quale, nella migliore delle ipotesi, si ristagna.

sabato 22 novembre 2008

ARIE NUOVE E VECCHIE DISPUTE RISCALDANO IL CLIMA DA PRIMA ALLA SCALA L'Occidentale 23 novembre

Un teatro lirico è come una compagnia aerea – chi scrive è stato, per un periodo, Vice Presidente di un teatro piccolo d’opera e lo sa. Professionalità molto differenti devono cooperare armonicamente e strettamente per il bene comune: mettere in scena uno spettacolo di qualità e che piaccia al pubblico. Quando nel 2004 portammo il piccolo teatro di cui ero Vice Presidente in Giappone (18 repliche di “Traviata” in meno di un mese cambiando città quasi ogni giorno e dovendo, quindi, fare una prova generale ogni mezzogiorno nel teatro dove si andava in scena alle 18 in punto), i non addetti ai lavori furono sorpresi dalla disciplina di tutti, principalmente dell’orchestra (ragazzi e ragazze appena usciti dai conservatori, oltre la metà dei quali non aveva mai intrapreso un viaggio in aereo) e del coro (in gran misura dilettanti). Se non fossero stati tutti rigorosamente disciplinati e coordinati, lo spettacolo (grande successo esaltato da tutta la stampa nipponica) sarebbe stato un disastro.
I “gruppuscoli” lo sanno; quindi, tirano fuori la grinta per richieste particolaristiche nella convinzione di potere tenere in scacco management, artisti ospiti, colleghi e maestranze tutte. Ciò spiega il proliferare di sigle sindacali, con un abile gioco di sponda possono bloccare il teatro una alla volta. Negli Anni 80 e 90 al Teatro dell’Opera di Roma ce ne erano ben 15 ed il burattinaio pare fosse lo stesso Segretario Generale del teatro. Alla Scala ce ne sono una dozzina. L’anno scorso, varie sigle si coalizzarono e, minacciando di fare saltare la tradizionale inaugurazione della stagione a Sant’Ambrogio, indussero Prodi e Rutelli a calarsi le brache e modificare, per decreto legge, la normativa sulla contrattazione integrativa, mettendo in agitazione l’intero settore (tutti, ovviamente, vollero un contratto modellato su quello della Scala). Ciò diede il colpo finale al San Carlo di Napoli, all’Arena di Verona ed al Carlo Felice di Genova – tutti e tre commissariati, sorte verso cui si sta avviando il Comunale di Bologna e rischiano di ritrovarsi i Teatri del Maggio Musicale Fiorentino. Adesso, la minaccia viene da una piccola sigla (la Fials) che minaccia uno sciopero per un anno e denunce per comportamento anti-sindacale nei confronti del management se firma con le altre sigle e il 7 dicembre va in scena. In nuce, si ripete nella sala del Piermarini quanto avviene ogni giorno, da settimane, all’aeroporto di Fiumicino. Il 75% degli italiani sono stanchi e stufi di questo andazzo.
Ciò avviene mentre complessivamente le 13 fondazioni liriche (6000 dipendenti fissi) hanno accumulato dal 1996 (“Legge Veltroni” , una normativa così scombinata che dimostra la pochezza culturale di chi la ha redatta) 300 milioni dei debiti , tre sono all’olio santo (Roma si salva in quanto guidata da un ragioniere che si è meritato il titolo di Commendatore), un’altra sta per chiedere l’ambulanza ed il costo medio di produzione di una serata supera del 30% la media dell’Ue a 15 (quasi il 50% di quella dell’Ue a 27).
Stéphane Lissner, Sovrintendente e Direttore Artistico della Scala - da dieci anni abbiamo una buona frequentazione (specialmente l’estate a Aix-en-Provence) - ha tre alternative:

1. Prendere esempio da ciò che fece Rudolf Bing quando era general manager del Metropolitan Opera House a New York. Chiudere il teatro (e non pagare nessuno) sino a quando le varie sigle si saranno messe d’accordo. E’ di cultura socialista ed un astuto manager: già a Aix superava (nel 2003) nodi di questa natura proponendo il referendum tra i lavoratori – ovviamente se vinceva “andare in scena”, chi non si presentava era sanzionato e finiva o licenziato o in tribunale (per risarcimento danni resi al teatro) oppure sia licenziato sia in tribunale.
2. Andare in scena con un “Don Carlo” ridotto, come avviene spesso in teatri britannici, indicando nominativamente i responsabili ed iniziando vertenze giudiziarie nei confronti di ciascuno.
3. Aprire il 7 dicembre il Piermarini alla città, con le scene (più o meno) montate di “Don Carlo” e rappresentare l’opera in versione di concerto con l’accompagnamento a pianoforte.
L’alternativa che preferisco è la prima. Non considero neanche il suggerimento dell’editoriale del 22 novembre di un quotidiano milanese – “abolire Sant’Ambrogio alla Scala”. Sarebbe una capitolazione incondizionata alla Fials. Ed ai particolarismi. Con conseguenze disastrose in molti settori (non solamente la lirica).

BERLUSCONI SEMPLIFICA E TUTTI DANNO IL MERITO A PRODI, Libero 22 novembre

La regolamentazione per dare vita (e fare funzionare) al mercato unico europeo ammonta a 150.000 pagine – ancora più carta è stata necessaria per la moneta unica ed ammennicoli vari; il costo dei regolamenti Ue su cittadini ed imprese è variamente stimato tra l’1 ed il 3,5% del pil complessivo dell’Europa a 27; lo documenta Alan Hardacre in un saggio pubblicato dall’Eipa (l’istituto europeo di formazione per la pubblica amministrazione, un ente che non inforca certo occhiali malevoli nei confronti delle istituzioni europee - che lo finanziano). In Germania, soltanto gli obblighi di fornire informazioni alla burocrazia federale (escludendo quella dei Länder) tocca 40 miliardi di euro l’anno (in base ad una stima effettuata su 7.000 dei 10.500 obblighi d’informazione individuati dal Consiglio federale per il Controllo della regolazione); l’ultimo rapporto annuale del Consiglio in questione afferma che si tratta di una stima per difetto , ma che il Governo federale si è impegnato a ridurre costi delle regole su cittadini ed imprese del 25% e che, di riffa o di raffa, lo farà (la determinazione teutonica è nota, anzi notoria). I tedeschi hanno preso a modello l’Olanda che, secondo l’”International Regulatory Reform Report 2008”, in libreria in questi giorni, “è diventata un modello ed un leader internazionale in materia di riforma della regolamentazione”. Anche la Francia (notoriamente statalista ed interventista) ci sta dando a fondo: dal 2006, afferma un saggio di Frédéric Bouder, si possono avere in otto giorni tutte le autorizzazioni per fare decollare un’impresa. In Francia, come in America dall’epoca del primo Governo Reagan (misura che nessun Presidente o Congresso successivo ha modificato) , tra breve tutti i disegni e le proposte di legge dovranno essere corredati non solo di una relazione tecnica relativa all’impatto sul bilancio dello Stato (analoga a quanto predisposto in Italia con l’ausilio della Ragioneria Generale dello Stato) ma anche da un’analisi costi benefici (o costi efficacia) rigorosa.
Queste ed altre informazioni, dati ed analisi si raccolgono nella ricca documentazione presentata alla International Regulatory Reform Conference 2008 (IRRC 2008), diventata un evento annuale a cui partecipano (su inviti individuali) regolatori e de-regolatori di tutto il mondo. Dopo una serie di anni in cui la conferenza è stata tenuta a Berlino il prossimo appuntamento è a Stoccolma dall’11 al 13 novembre 2009. In breve, tutti (Governo, Parlamenti, individui, famiglie, imprese) si sentono imbrigliati in una montagna ormai disincantata di regole grandi e piccole spesso da loro stessi generate o proposte. Ciascuna ha una sua giustificazione puntuale (o la aveva quando Governi e Parlamenti oppure autorità di regolazione le hanno varate). Tuttavia, sono adesso un freno allo sviluppo, specialmente dei Paesi industriale ad economia di mercato e più particolarmente nell’iper-regolata Ue (dove regole comunitarie si sommano a quelle internazionali a quelle statali, a quelle regionali a quelle provinciali a quelle comunali a quelle delle comunità montane, e via regolamentando). La montagna disincantata spiega, in certa misura, perché da qualche anno siano i Paesi in via di sviluppo ed a basso reddito pro-capite (dove le regole sono poche e poco osservate) a tirare la carretta dell’economia mondiale. L’eccesso di regolazione in Europa spiega, in certa misura, perché la crisi finanziaria scoppiata negli Usa ha rallentato l’economia americana (meno regolata di quella Ue) ma ha portato la recessione nel vecchio continente.
Cosa fare? Un po’ tutti si arrabattano a semplificare la regolazione e a frenare l’incontinenza di chi ne propone sempre di aggiuntiva. L’Italia ha poche lezioni da offrire. E’ poco credibile la cifra di 16 miliardi di euro pubblicizzata come costi di informazione che gravano su cittadini ed imprese (rispetto ai 40 miliardi, limitati al Governo federale computati in Germania). E’ in atto da alcuni anni uno studio sui costi di un campione di regolazioni; sarebbero ora che i suoi risultati venissero presentati e discussi quanto meno in un seminario tecnico-scientifico e messi, successivamente (se si vuole), on line come primo passo per giungere a sfoltire alla grande la foresta cresciuta sulla montagna disincantata. Sarebbe anche bene che una seconda fase dello studio venga affidata a specialisti di livello internazionale (meglio se stranieri e quindi più distinti e distanti dalle nostre beghe caserecce, spesso fonte di regole per dirimerle).
Dall’IIRC 2008 è emerso un aspetto interessante il “regulatory budgetting” intrapreso in modo sistematico in Gran Bretagna e già sperimentato con successo negli Usa in alcuni settori (sanità, ambiente).Anche in Italia, c’è qualche esempio (lo si è fatto ad esempio nel valutare la posizione Ue in materia ambientale o nell’esaminare la revisione delle tax expenditures per le elargizioni liberali per la cultura). Non lo abbiamo presentato,però, al resto del mondo. Se non mostriamo agli altri le cose buone che facciamo, non lamentiamoci di non essere trattati bene. L’uditorio dell’IRRC è stato, invece, martellato da una presentazioni in cui si mostravano come sarebbero state “fondamentali” le riforme regolatorie del 2006-2007 (Governo Prodi); l’accento è stato posto sulla semplificazione di alcune procedure lavoristiche con qualche fuggevole cenno alla normativa “ghigliottina” del Governo in carica. Nessun riferimento (se non in un intervento dalla sala nella riunione conclusiva) a strumenti come la “rete amica” che abolendo il monopolio di amministrazioni grandi e piccole in materia di certificati riduce drasticamente i tempi per cittadini od imprese. Oppure alla “sunset regulation” (ossia tutta la normativa deve essere a tempo e decade se non varata di nuovo dagli organi preposti) che il Governo in carica ha in anima di varare. E via discorrendo.
Comprensibile che se si appartiene ad uno schieramento politico, si tiri l’acqua alla propria cordata. In sedi internazionale come l’IRRC , tuttavia, gli altri mostrano il punto di vista dei Governi in carica non i risultati (anche ove meritori) da chi è stato mandato all’opposizione dagli elettori. Vecchi colleghi di Banca Mondiale, Fmi, Ocse e Commissione europea non hanno risparmiato battutine di corridoio: “Ciascuno a suo modo” (come Luigi Pirandello intitolò la sua commedia più bella, ma meno rappresentata – richiede 42 personaggi in scena).

Per saperne di più
I siti www..IRR-Conference.org e www.Regulatory-Reform.info

Frick F., T. Enst (a cura di) “International Regulatory Reform 2008” Berlin, Berstelsmann Stiftung 2008

Hardcare A. “Better Regulation –What is at Stake?”in “Eipascope” N. 2 , 2008-11-18

International Risk Governance Council “Globa Risk Governance ”, Geneva 2007

National Regulatory Control Council “Annual Report. Reduction of Bureaucracy- Time to Decide”, Berlin National Normenkontrollrat, 2008

venerdì 21 novembre 2008

CAI E’ PRONTA AL GRANDE PASSO MA ANCORA NON SA CON CHI L'Occidentale 21 novembre

Non è una scelta di poco conto o da farsi principalmente in base a simpatie oppure a più o meno antiche consuetudini. Il dibattito sul partner con cui la Cai dovrebbe andare a nozze deve essere inquadrato nei più vasti problemi del futuro del trasporto aereo europeo ed internazionale. In sintesi, come già sottolineato su L’Occidentale, nei cieli dei prossimi anni si profilerà sempre più una doppia tipologia di concorrenza: Su un piano, un numero limitato di “giganti” si confronterà sulle grandi rotte intercontinentali e su tratte interne (ai singoli Paesi) caratterizzate dalla clientela d’affari. Su un altro piano, le “low cost” serviranno principalmente quelle tipologie di turismo che possono programmare viaggi in anticipo (o all’ultimo minuto), che sono disponibili ad impegnarsi a date fisse di partenza e d’arrivo, che si curano essenzialmente dei servizi di base di trasporto e non di tutti gli ammennicolo che vengono con l’aereo. Unicamente, i “giganti” saranno in grado di avere una clientela diversificata, offrendo, per voli lunghi, vere e proprie cabine letto (come un tempo facevano le aerolinee argentine) ed avendo (nel medesimo aeromobile) classe business e classe economica con una gamma molto differenziata di servizi. La molla per questa trasformazione è, come sempre, il progresso tecnologico , unitamente all’aumento dei flussi di viaggiatori dalle esigenze ed abitudini più disparate.
La demarcazione tra “giganti” e “low cost” è netta. Non c’è posto per campioni nazionali o per compagnie di bandiera. Si possono macinare utili o perdite in ciascuna delle due categorie; cercare di porsi tra le due vuole dire restare al margine di ambedue i mercati. E’ ciò che ha fatto per troppi anni l’Alitalia con gli esiti che tutti sappiamo e tocchiamo con mano. E’ po’ la situazione del giovanotto che corteggiando parallelamente due fanciulle non solo non ne sposa nessuna ma va in bianco con tutte e due. E’, quindi, questo uno dei campi in cui la Cai deve dare prova di maggiore discontinuità rispetto al passato.
Gli esperti non sono unanimi sul numero di “giganti” che potrà permettersi l’Europa nel contesto mondiale dell’aviazione civile. Tuttavia, le differenze sono meno profonde di quanto non sembri. I “falchi” affermano che ne potremmo avere due. Le “colombe” parlano di quattro. Dato che British Airways e Iberia hanno già fatto una scelta (coniugandosi con American Airlines), le strade di fronte alla Cai erano essenzialmente tre: a) cercare di essere la cerniera per una grande alleanza dell’Europa continentale (alleandosi contemporaneamente sia con AirFrance-Klm sia con Lufthansa); b) sposarsi con AirFrance-Klm (con cui ha avuto un lungo, anche se un po’ burrascoso, fidanzamento; c) andare a nozze con il rivale di AirFrance-Klm, Lufthansa. Per un matrimonio, come per ballare il tango, occorre essere in due (pur se in certe parti del mondo se ne ammettono anche a tre). Il letto a tre piazze delineato in a) sarebbe stata una soluzione innovativa e rivolta al futuro ma non pare che AirFrance-Klm e Lufthansa siano pronte. Non soltanto per questione di pruderie.
Allora, la Cai non è in posizione di “scegliere di non scegliere” come la Contessa Maddalena nel “Capriccio” di Richard Strauss (la cui prima a Monaco il 28 ottobre 1942 fu piena di significato non tanto perché la vedovella andava sotto le lenzuola con due giovanotti per l’eloquenza, in quella contingenza storico-politica, della “non scelta”). Per la Contessa Maddalena, la scelta implicava se scegliere il bel poeta od il bel compositori (i due contendenti del suo materasso). Per la Cai, AirFrance-Klm oppure Lufthansa implicano due strategie molto differenti.
AirFrance-Klm è stata per anni associata con Alitalia in Sky Team ; esiste una forte consuetudine a lavorare insieme, al code-sharing delle rotte , a servizi in comune.Si andrebbe sul consolidato. AirFrance-Klm ha però un unico “maxi-hub” – a Parigi- ed un midi-hub a Amsterdam. Un matrimonio tra Cai e AirFrance-Klm farebbe diventare Fiumicino il “mini-hub” per il medio Oriente, l’Africa e le rotte meridionali verso l’Estremo Oriente. Nozze con Lufthansa vorrebbe dire sposarsi chi è alla ricerca di un terzo grande “hub” (con Francoforte e Monaco- ed il “midihub” di Berlino-Tegel) e pensa di averlo trovato a Malpensa. Gli “hub” sono la punta di un iceberg di politica della navigazione aerea. Ed è l’intero iceberg che la Cai sta valutando in questi giorni.

giovedì 20 novembre 2008

IL VAMPIRO DI MARSCHNER DIVENTA ANCORA PIU' LUGUBRE Milano Finanza 21 novembre

La stagione 2008-2009 del Teatro Comunale di Bologna è stata inaugurata con la prima assoluta per l'Italia di Der Vampyr, opera del 1828 di Heinrich Marschner. Tratta da un romanzo di J.W. Polidori, si svolge non in Transilvania ma in Gran Bretagna: il Vampiro emerge dall'oltretomba con il compito di uccidere tre vergini in 24 ore. Due ragazze in procinto di sposarsi finiscono sue prede ma la terza (e il proprio fidanzato) riescono a ribellarsi e a rispedirlo tra diavoli e zolfo. Nei due atti, parti in prosa si alternano a numeri musicali; tra questi ultimi, quelli a carattere più marcatamente diabolico (che preannunciano Wagner, anche quello di Lohengrin) ad arie, duetti, terzetti e concertati di stampo mozartiano (con richiami al virtuosismo del bel canto italiano). Non mancano situazioni, e musica, da opera buffa.
Der Vampyr è una proposta interessante, a pochi anni di distanza dalla prima italiana, a Cagliari, di quello che viene considerato il capolavoro di Marschner, Hans Heiling. Pierluigi Pizzi (autore di regia, scene e costumi) situa l'azione in una Gran Bretagna dove le feste pre-matrimoniali diventano piccole orge e si balla il rock-and-roll. La scena unica è un lugubre cimitero con un bel green da campo da golf. La scelta, però, non convince e fa perdere il carattere eclettico del testo e della partitura. Il carattere multifronte della scrittura orchestrale e vocale è colto a pieno, invece, da Roberto Abbado: nella «ouverture» si respira Mozart, al demoniaco si giustappongono echi rossiniani. Ciò nonostante, il lavoro ha una sua unità e integrità. Di livello il cast internazionale, specialmente i quattro protagonisti: Carmela Remigio, Donata D'Annunzio Lombardi, Detlef Rof, John Osborn, affiancati da una dozzina di altri solisti e da un coro che ha un ruolo importante. (riproduzione riservata)