giovedì 20 novembre 2008

EUROPA E USA CONDANNATE A DIVIDERSI SUI SISTEMI DI CONTROLLO DEI MERCATI, Libero 20 novembre

Berlino. Un accordo transatlantico sulle regole per la finanza internazionale è fattibile, ma non scontati. Questa una delle sensazioni che si coglie dalla International Regulatory Reform Conference 2008 (Irrc 2008) organizzata dalla Bertelsmann Stiftung in collaborazione con le maggiori organizzazioni internazionali (Banca mondiale, Ocse, Commissione Europea), istituzioni private ( tra cui Ernst Young Institute for Better Government, Eipa, Society for Risk Analysis) ed Università (tra cui Pennysvania, Exeter, King’s College). L’Irrc è da circa un lustro un evento annuale ; si accede unicamente per invito e vengono invitati unicamente esperti del campo. E’ nata con l’obiettivo generale di semplificare e rendere più trasparente la regolazione pubblica e delle politiche pubbliche. Organizzata in “linee di lavoro” e sessioni plenarie, , quest’anno i 500 esperti venuti da tutto il mondo, si danno convengo dal 16 al 18 novembre. La macchina organizzativa dell’Irrc 2008 è stata messa in moto molto prima che la crisi finanziaria internazionale in atto avesse le caratteristiche di questi ultimi mesi tali da indurre alla convocazione del G20 – ad esempio, a me l’invito a partecipare è arrivato in agosto. Tuttavia, dato che si tiene all’indomani del G20 consente di prendere il polso su punti di vista ed impressioni di esperti della materia a proposito delle conclusioni della riunione appena conclusasi a Washington. Il tema non è all’ordine del giorno, ma se ne parla in numerose “linee di lavoro” dell’Irrc – ad esempio in quella sull’analisi di rischio- nonché in conversazioni tra i partecipanti.
Incoraggiante, ad esempio, il punto di vista di C. Burden Gray (Inviato Speciale per gli Affari Europei - in scadenza di mandato- dell’Amministrazione George W.Bush a Bruxelles). Gray sottolinea che “Usa ed Ue non debbono più avere differenze in materia di analisi d’impatto della regolazione (soprattutto in tema di finanza e di bache”; ciò “è possibile e fattibile” in quanto “a livello tecnico le differenze non sono insormontabili”. E le differenze politiche sono spesso ammantate da “veli tecnici” che celano, in sostanza, interessi (quasi sempre legittimi) di scuole di pensiero. Meno ottimista ma molto chiaro, il Vice Presidente della Banca mondiale (con delegate per settore finanziario privato) e Capo Economista della Società finanziaria internazionale, Michael Klein. Sottolinea come le radici dei nodi venuti al pettine in questi ultimi anni siano profonde: si è passati da economie (nella cui struttura di produzione predominano manifattura e agricoltura) dove la concorrenza ed il funzionamento delle regole del mercato sono “facili” ed economie di servizi “dove è difficile introdurre la concorrenza ed il mercato. In esse si deve fare ricorso ad un equilibrio delicato tra coordinamento (da parte della mano pubblica) e mercato. Un equilibrio difficile. Secondo Klein, il G20 ha mostrato due tendenze ancora marcatamente distinte e distanti. Nella visione, per così dire, “americana” le semplificazione e la maggiore trasparenza delle regole (e della loro attuazione) sarebbero la leva per sciogliere i nodi. In quella “europea”, soprattutto dell’Europa continentale, ed “asiatica”, l’accento è su un maggiore intervento regolamentare (sia nazionale sia internazionale) auspicabilmente di migliore qualità e su un forte scetticismo nei confronti del mercato sia delle autorità di regolazione e di vigilanza- serpeggia il principio secondo cui “sarebbe meglio rimettere i problemi in mano agli eletti”. I quali, però, sono spesso catturati da interessi particolaristici.
Due letture, se non proprio contrapposte, quanto meno divergenti . Esse riassumono bene l’atmosfera che si avverte del centro di conferenze Axica, a due passi dalla Porta di Brandeburgo. L’accordo transatlantico , dunque, è possibile ma non dietro l’angolo.

mercoledì 19 novembre 2008

I VAMPIRI SONO TRA NOI Il Velino 18 novembre

La sera del 15 novembre, l’elegante pubblico per l’inaugurazione della stagione 2008-2009 del Teatro Comunale di Bologna (molti sono arrivati correndo dalla “Lettura Annuale” dell’Associazione “Il Mulino” nell’aula magna dell’università evento carissimo all’intellighentsia lib-lab) è stato accolto da striscioni e manifesti delle maestranze di una fondazione lirica su cui incombe lo spettro del commissariamento. Elegante l’ultimo presentato da tutta la compagnia quando, tre ore più tardi, si raccoglievano gli applausi del pubblico: “I vampiri non siamo noi”. Nell’intervallo, Unipol ha servito a tutti gli spettatori, vini, tartine, sandwich e pasticcini, segno che, come Santa Romana Chiesa, il teatro è povero, ma non indigente. In effetti, anche se i vampiri non sono le maestranze del comunale, occorre chiedersi se non ci siamo vampiri nel funzionamento delle fondazioni liriche, o se non ci siano stati per numerosi anni. Come mai non si è ancora dato vita ad un cartellone nazionale in cui molte opere di gradimento al grande pubblico verrebbero circuitate tra fondazioni liriche con risparmi di allestimenti e di cachet per gli artisti (anche se non risolverebbe i problemi delle masse artistiche e maestranze tecnico-amministrative)? Perché pullulano i teatri “di tradizione”? Perché tanto poco si fa in materia di co-produzioni? Perché un Teatro sull’orlo del baratro , come il Comunale di Bologna, acquista pagine intere di pubblicità redazionale su quotidiani di grande tiratura?
Ma andiamo all’opera . Tratta un romanzo di J.W. Polidori e da un “play” di successo nella Parigi del 1820 (ripreso a Broadway una trentina di anni fà), si volge Sozia: il Vampiro emerge dall’oltretomba (che gli sta stretto, nonostante le orge ed i sacrifici di belle ragazze nude , primo quadro del primo atto), ma può restare nella terra unicamente se riesce ad uccidere tre vergini in 24 ore. Due ragazze in procinto di sposarsi finiscono sue prede ma la terza (ed il proprio fidanzato) si ribellano e rispediscono. In linea con il teatro in musica tedesco dell’inizio dell’Ottocento, nei due atti, parti in prosa si alternano a numeri musicali; sotto il profilo strettamente musicale, momenti a carattere più marcatamente “diabolico” (che preannunciano il Wagner di “Die fliegende Höllander” ed anche di “Lohengrin”) ad arie, duetti, terzetti e concertati di stampo mozartiano (con pure richiami al virtuosismo del “bel canto” italiano) . Non mancano situazioni, e musica, da “operabuffa” (quale il quartetto dei beoni nel primo quadro del secondo atto) che ricordano gioielli come quelli di Nicolai.
Marschner ebbe grande successo in Germania e Gran Bretagna nella prima metà dell’Ottocento. Già metà del 19simo secolo, il più autorevole critico dell’epoca, Eduard Hanslick, definì “Der Vampyr” “sintomo di un Romanticismo morbosamente sovreccitato, che dominò la nostra musica operistica negli anni 20 e 30”. “Der Vampyr” sparì dai cartelloni sino a quando venne rilanciata, nel 1924, dal compositore Hans Pfitzner, che la giudicava “una perla della musica operistica tedesca”. Richard Wagner, che verso il 1840 stava approntando lui stesso un’opera demoniaca (per l’appunto “Die fliegende Höllander”), vi aveva aggiunto un’aria di proprio pugno. “Der Vampyr” è una proposta interessante, a pochi di distanza dalla “prima” italiana, a Cagliari, di quello che considero il capolavoro di Marschner, la “grande opera romantica” a carattere fantastico “Hans Heiling”.
Pierluigi Pizzi (autore di regia, scene e costumi) situa l’azione in una Gran Bretagna circa 1950, dove le feste pre-matrimoniali diventano oretta, si fornica educatamente e si ballano ritmi moderni (la musica si adatta bene). Nel programma di sala Pizzi spiega le sue scelte : collocare l’opera “in un tempo fuori dal tempo”, enfatizzare un elemento fisso (una radura) utilizzando molto le luci per cambiare atmosfere, Tuttavia, la scena pare un lugubre cimitero con un “green” da campo da golf. Resto perplesso in quanto da un lato manca l’elemento gotico e dall’altro si avverte l’ironia di un lavoro in cui lo stesso Vampiro afferma di avere il cuore dolce (ha una carica erotica analoga a quello di un adolescente in piena esplosione ormonale) e la sua ultima preda (ed il di lei fidanzato) danno sfoggio di tutte le acrobazia della vocalità a cavallo tra fine Settecento ed inizio Ottocento.
Dell’esecuzione musicale (di grande livello) si tratta in altra sede. Resta un interrogativo: se si resuscita il vampiro di Marschner perché solo 6 recite a Bologna e non co-produrlo con altri teatri per effettuare sinergie e contenere i costi?

I DUE TAVOLI DI OBAMA PER SUPERARE L’IMPASSE Libero del 18 Novembre

La settimana appena iniziata ci dirà se il G20 ha raggiunto il proprio scopo immediato: “tenere alto il morale delle truppe” e frenare ulteriori crolli dei mercati e rallentamenti (maggiori di quanto già previsto) dell’economia reale. Entro la fine dell’anno potremo dire se il G20 ha centrato il suo obiettivo di breve periodo: impedire il ritorno (alla grande) del protezionismo e la dichiarazione di morte della Doha development agenda (Dda), il negoziato multilaterale sugli scambi in corso, in sono all’Organizzazione mondiale del commercio(Omc/Wto); dal novembre 2001. Non prima della primavera prossima, potremo cominciare ad intravedere se l’Amministrazione americana (guidata da Barack Omaba) è in grado di portare avanti con successo il gioco su due tavoli (la Washington-che-può parla ironicamente di “doppio gioco”) essenziale per mantenere gli aspetti centrali delle promesse a medio e lungo termine formulate nel comunicato del G20 del 15 novembre.
Spieghiamo perché. L’America è, oggi come prima, il perno del sistema economico internazionale: la crisi finanziaria è nata negli Stati Uniti (anche se, come vedremo. ha origini più lontane),si sta propagando nel resto del mondo e, quindi, è dagli Usa che deve trovare soluzione. La soluzione, però, ha un doppio volto: da un lato (o se vogliamo su un tavolo), la Casa Bianca deve individuarla (ed attuarla) con l’Asia (al fine di stroncare le radici di crisi analoghe); da un altro (il secolo tavolo) deve lavorare con l’Europa per definire una nuova architettura istituzionale e nuove regole. La crisi “subprime” (chiamiamola così per semplificare) ha le proprie origini in Asia, ma è con l’Ue che gli Usa condividono, da oltre 60 anni, cultura ed esperienze per la costruzione e l’applicazione di architetture e regole per la finanza e l’economia mondiale. Il gioco è difficile proprio perché doppio.
Le radici asiatiche della crisi sono illustrate molto efficamente da Martin Wolf, a lungo mio amico e collega in Banca mondiale e da anni alla guida degli editorialisti del “Financial Times”, nel libro “Fixing Global Finance: How to Curb Financial Crises in the 21st Century” (Johns Hopkins University Press). L’America (ed il resto del mondo) sono finiti nella trappola del “subprime” a ragione della “crisi asiatica” di 12 anni fa. Da un verso, scottati dagli squilibri di breve periodo (alla base dell’instabilità, prevalentemente nel bacino del Pacifico, del 1996-98 ), i Paesi asiatici interessati hanno condotto politiche mirate ad accumulare avanzi della bilancia dei pagamenti (per tutelarsi da nuove tensioni) ; gli Usa erano ben lieti di dare loro una mano (portando il proprio disavanzo con l’estero annua al 6-7% del pil ed espandendo oltre misura il proprio debito con il resto del mondo). Parte dei surplus asiatici tornavano negli Usa, dove, in aggiunta, la politica della moneta era espansionista e quella di bilancio in squilibrio a ragione, tra l’altro, degli impegni per la sicurezza nazionale. E’ in questa euforia che hanno avuto origine gli eccessi (tra cui il “subprime” nelle sue varie forme e guise). Nel tavolo Usa-Asia , dunque, la partita deve mirare ad un accordo sulla riduzione degli squilibri finanziari mondiali - un breve un “maxi-Plaza agreement” (realizzato quando il mondo era molto più semplice). Non è compito facile perché ciò vuole dire nuove politiche negli Usa ed in Asia ed anche perché un rallentamento in Oriente (inevitabile per giungere a nuovi equilibri) danneggia un’Ue la cui crescita dipende in gran misura dalla domanda estera.
Non è molto più semplice il tavolo Usa-Ue. Ci sono alcuni punti essenziali su cui nel futuro percorso verso il riassetto, una rinnovata partnership atlantica Usa-Ue può lavorare con profitto:
· La chiave della futura architettura finanziaria internazionale è la trasparenza- ciò che né Fmi, né Ocse, né l’Institute of International Finance né la moltitudine di altre istituzioni sono state in grado di assicurare in questi ultimi venti anni. La trasparenza deve riguardare specialmente due aspetti: la leva finanziaria ed il rischio. Se questi due nodi sono risolti quelli della finanza strutturata “tossica” si risolvono senza perdere i benefici della finanza strutturata in buona salute.
· La regolazione e la vigilanza devono restare dominio dei singoli Stati (anche se nell’Ue è pensabile un graduale spostamento a livello sopranazionale) , ma le autorità di regolazione e di vigilanza devono avere per quanto possibile un approccio comune al fine di non distorcere la concorrenza tra intermediari finanziari, di varia natura, forma e guisa e contenere (ove non sia possibile evitarlo) l’”arbitraggio regolatorio” (ossia la scelta di effettuare operazioni là dove la regolazione e la vigilanza sono più lasche), una brutta moda di questi ultimi anni. Ciò comporta in molti Stati (soprattutto negli Usa ma anche in Italia) una semplificazione dell’architettura nazionale di regolazione e di vigilanza .
· Una più rapida convergenza dei metodi, delle tecniche, delle procedure e delle prassi nazionali ed un loro maggior coordinamento allo scopo, non solo come si è detto di promuovere la convergenza, ma anche e soprattutto quello di contenere il contagio , in caso di crisi.
· Una risposta equilibrata alle fasi di instabilità, evitando di disseminare panico e di buttare via il bambino con l’acqua sporta. La “damnatio” lanciata contro i derivati (nati, lo ripetiamo, nell’antica Mesopotamia) minaccia di frenare non la finanza ma anche l’economia internazionale, con costi elevati per tutti.
· Gli intermediari finanziari devono, come qualsiasi altro settore produttivo, pagare per i propri eccessi soprattutto se coniugati con promesse (non mantenute) ai propri clienti e con lasche analisi di rischio su titoli più o meno strutturati e su investimenti.
· I Governi devono operarsi per evitare la trappola di una Bretton Woods all’incontrario in cui, con il pretesto del riassetto delle regole e delle prassi in materia finanziaria, torni il protezionismo commerciali nelle vesti e nelle maschere più inconsuete.
Ci sono, però, differenze anche profonde all’interno dell’Ue su molti di questi punti. Tanto l’accordo con l’Asia quanto quello con l’Europa comportano per Obama un rinvio (forse di diversi anni) di molti impegni di politica interna assunti in campagna elettorale.
Sotto il profilo tecnico, “la teoria dei giochi” può aiutare a risolvere i giochi multipli (su più tavoli). Sempre, però, che si sia pronti ad accantonare puntate fatte con i partner che più conta: il proprio elettorato.

"MEZZOGIORNO DI CUOCO": COME MANGIANO GLI ITALIANI Il Tempo 17 Novembre

Negli Anni 70, un capolavoro di Roberto Rossellini, commissionato dalla televisione francese, raccontava, in 90 minuti, la presa di potere di Luigi XIV documentando (in pieno rispetto d’unità di tempo, luogo e spazio) il ricco banchetto con il quale il giovane Re Sole mostrò a tutti di essere una spanna sopra gli altri. Con maggiori ambizioni, qualche anno fa, Kenneth F. Kiple e Kriemhild Conée Ornelas, ed una schiera di loro collaboratori, nei due volumi “The Cambridge History of Food Habitus” (ad un prezzo di listino di oltre 150 euro) hanno tracciato l’intera storia socio-politica dell’umanità attraverso non come ci si comporta a tavola (compito già svolto dall’antropologo Claude Lévi Strauss) ma come e cosa si mangia.
Si è dato obiettivi meno grandiosi, ma più vicini a noi, Giuseppe Romano, giornalista e docente universitario di piattaforme multimediali (oltre che raffinato buongustaio), con il suo “Mezzogiorno di Cuoco”: esaminare, attraverso le abitudini alimentari degli italiani, come è cambiata la società italiana dai tempi bui in cui si era appena entrati nella seconda mondiale all’oggi, ossia al periodo immediatamente precedente quella che potrebbe essere una lunga stagnazione. Le statistiche sono crude: all’inizio degli Anni 60 (in pieno miracolo economico) circa il 55% delle spese di consumo delle famiglie degli italiani erano per alimentari (e il 19% per altri generi di beni e servivi) mentre quando si stava per entrare nel XXI secoli, gli alimentari assorbivano meno del 20% dei consumi della famiglia-tipo (ed il 60% si dirigeva a beni e servizi di altra natura).
Utilizzando il metodo secondo cui, studiando un albero, si scopre molto di più sulle caratteristiche di un bosco che facendone una fotografia digitale da un elicottero, Romano esamina le abitudini alimentari degli italiani (e la trasformazione sociale) attraverso un unico prodotto: la carne, specialmente quella “in scatola”, prodotta in Italia in tempi d’autarchia prima ancora che arrivasse il “corned beef” americano del “Piano Marshall”. Da studioso dei media, esamina, quindi, l’evolversi della pubblicità, specialmente da quando la televisione è entrata nelle nostre case, il mutare della distribuzioni, le nuovi abitudini del “fast food” e dello “slow food”. Il racconto si ferma all’inizio di questo secolo: quando cominciano a mangiare carne cinesi ed indiani (ed i prezzi delle derrate vanno alle stelle).
Un saggio al tempo stesso divertente ed interessante che ricorderà agli anziani “come eravamo” ed insegnerà alle giovani generazioni che appena 50 anni fa la carne era riservata ai giorni di festa
Giuseppe Romano “Mezzogiorno di Cuoco” Venezia, Marsilio 2008 pp. 126 € 13

LA POVERTA’ AVANZA, MA ROMA HA LE CARTE IN REGOLA PER COMBATTERLA Il Tempo 17 Novembre

Il 12 novembre, all’Isae (Istituto studi ed analisi economica) è stato presentato il rapporto su “Politiche pubbliche e redistribuzione”, un documento che a cadenza annuale fa il punto sui temi della disuguaglianza e della povertà. L’edizione 2008 ricostruisce la situazione nell’Ue (prima dell’ingresso di Romania e Bulgaria) ed approfondisce alcuni temi all’ordine del giorno della politica, quali l’efficacia dell’Isee (indice di situazione economica prevalente) a 10 anni dalla sua introduzione, l’impatto del “fiscal drag” dal 2002 e le ipotesi su un’eventuale revisione della tassazione sul reddito (“quoziente familiare” ed altri strumenti.
Senza entrare nelle complesse problematiche sollevate dal rapporto, è utile chiedersi se alcune delle sue conclusioni possono essere utilizzate come strumenti per la lotta alla povertà a Roma e nel suo hinterland- tema che dovrebbe essere centrale sia alla politica di una Giunta comunale che ha particolare attenzione ai temi sociali sia alla formulazione di quella strategia di lungo periodo per la Capitale a cui sta lavorando la Commissione Marzano. A livello nazionale – afferma il Rapporto Isae- la percezione di povertà sta crescendo (sei famiglie su 10 si considerano oggi più povere di quanto lo fossero ieri) ed alcuni strumenti (quali l’Isee) lasciano a desiderare a ragione della qualità della base informativa per la loro applicazione (la banca dati del fisco che non riesce a cogliere fenomeni d’evasione e d’elusione).
Questi problemi riguardano anche Roma dove il 6% delle famiglie afferma di “tirare avanti con difficoltà” e l’8,8% “con molta difficoltà”; 2.000 persone vivono in strada, i disabili sono circa 140.000; più di un terzo dei bambini degli immigrati non osserva l’obbligo scolastico; la pubblica amministrazione ha smesso di svolgere la funzione di ammortizzatore occupazionale; una struttura produttiva basata su imprese familiari ha un alto tasso di vulnerabilità; una delle principali industrie (quella dell’aeronautica) sta per essere trascinata, da interessi corporativi, verso il baratro (con la perdita potenziale di 30.000 posti di lavoro). Le casse del Comune – ormai è noto – sono state lasciate a secco.
Tuttavia, Roma ha uno strumento per essere all’avanguardia nel campo del sociale. In primo luogo, è il primo grande comune a disporre di un SIS-C, ossia del Sistema Informativo Sociale messo a punto dalla Caritas (in base alla legge 328 del 2000) E’ il primo se non l’unico strumento del genere a livello nazionale: fornisce, in tempo reale, dati sui “veri poveri” e sull’efficienza e l’efficace di misure a loro favore. Da un lato, esso consente di integrare i dati provenienti dal fisco. Da un altro, esso permette di tarare meglio gli interventi al fine di massimizzare l’impatto di scarse risorse su chi è in maggiore stato di bisogno (il maximin del filosofo Rawls reso alla portata di tutti nel film “A Beautiful Mind” d’alcuni anni fa). La sfida c’è ed è enorme ma abbiamo anche il modo di rispondere.

domenica 16 novembre 2008

Musica e politica – allora ed ora STRAUSS E QUEL VALZER FINIS EUROPAE Il Domenicale 15 Novembre

Dopo 35 anni di assenza approda a Roma (in scena in questi giorni) la "commedia in musica" del XX secolo più rappresentata in Europa: "Der Rosenkavalier" ("Il Cavaliere della Rosa") , per l'appunto "Komôdie für Musik", del cattolico liberale bavarese Richard Strauss e dell'integralista (di famiglia di ebrei convertiti) Hugo von Hofmannsthal. Costruita sulla base di un'idea del laicissimo ed europeissimo "Graf" (Conte) Harry Klesser, nato a Parigi da padre tedesco e madre irlandese, ma cresciuto tra Gran Bretagna, Francia e Germania. L’allestimento (di Ezio Frigerio), co-prodotto con l’Opéra National du Capitole di Tolosa e l’Opéra Bastille di Parigi, è, al tempo stesso, grandioso ed elegante; il bianco immacolato delle colonne corinzie si fonde con gli ori degli arredi. Il cast è di grande livello e la bachetta di Gianluigi Gelmetti accarezzante (sia la partitura sia il pubblico). In questi ultimi anni, un allestimento di Pier Luigi Pizzi, concepito per il Teatro Carlo Felice di Genova, si è visto a Milano ed a Palermo ed ora arriva a Cagliari. La "Komôdie für Musik" è stata messa in scena anche a Catania, a Firenze, Bologna, Spoleto, Trieste ed Napoli. L’approdo a Roma (città dove di Richard Strauss si rappresentano quasi esclusivamente “Salomé” ed “Elettra”) ha significati importanti ed è un’occasione per trattare del rapporto tra musica e politica sotto due punti di vista distinti. In primo luogo, il messaggio “politico” di una "Komôdie für Musik" di solito considerata uno spettacolo di mero intrattenimento. In secondo ruolo, la figura di Richard Strauss che mai lasciò la Germania durante il nazismo e subì in tarda età (era nato nel giugno 1864) l’onta di un processo (venne assolto e fu provato che nella sua posizione poté salvare molti intellettuali ebrei, in primo luogo Stefan Zweig). In breve, continua l’analisi del rapporto tra intellettuale e potere che il “Dom” conduce da circa quattro anni.
Il progetto di Kessler era una curiosa "contaminatio" di commedie di Molières, dei libretti scritti da Da Ponte per Mozart (in particolare "Le Nozze di Figaro"), di capitoli del "Wilhelm Meister Lehrjahre" di Goethe, di spunti dal "Die Mesitersinger von Nürnberg" di Wagner, nonché di intrecci tipici del teatro italiano (soprattutto Goldoni e Machiavelli). Nata con ambizioni puramente commerciali, rappresentata per la prima volta a Dresda il 27 gennaio 1911 e, nel giro di pochi mesi, sulle scene di tutti i maggiori teatri europei, trasformata in un film di successo nel 1925, "Der Rosenkavalier" avrebbe cantato la "finis Europa" in tutte e due le guerre mondiali. Tanto nel 1914-18 quanto nel 1939-45, i giovani Jules e Jim, tedeschi e francesi, fischiettavano, in trincea, il tempo di valzer che accompagna gran parte della "commedia in musica" (specialmente le ultime scene del secondo atto), un valzer che è stato rielaborato dallo stesso Richard Strauss in una "suite" orecchiabile per orchestra leggera, nonché in versioni ancor più semplici per pianoforte ed anche per pianola meccanica.
"Der Ronsenkavalier" può essere interpretato a vari livelli: a) una "commedia per adulti" (dietro la maschera superficiale di una pochade per fare cassetta) sulla formazione del giovane protagonista (quindi, una "Bildungsoper"); b) una "rievocazione in musica" del tempo andato; c) un messaggio politico alto e forte sulla transizione (il "Verwandlung" che ha un ruolo fondante nella cultura non solo tedesca ma europea nella seconda parte del XIX e nella prima del XX secolo e che è di grande rilievo all’Italia ed alla Roma di questo primo scorcio di XXI secolo)
La "Bildungsoper" si basa su spunti spudoratamente falsi. La "cerimonia della rosa" centrale all'intreccio non è mai stata parte delle tradizioni della Vienna nè del Settecento nè di altri secoli. Nell'Impero austriaco, il cambiamento sociale - la decadenza dell'aristocrazia di provincia ed il sorgere di una borghesia mercantile - si verifica anch'esso in un'epoca distinta e distante da quella della metà del XVIII secolo. Infine, il valzer il cui tempo scandisce momenti salienti della "commedia" (ed è entrato prepotentemente nella "vulgata" sul "Der Rosenkavalier") è stato inventato diversi decenni dopo il periodo in cui si svolge la vicenda
Quale è il messaggio? Per Richard Strauss, nato nel 1864, già celebre nel 1880 ed ancora in attività nel 1949, e per Hugo von Hofmannsthal , nato dieci anni dopo e morto venti prima del suo sodale, la politica del secolo che va dalla battaglia di Sedan al secondo dopo-guerra (passando per la Marna e per il "blitzkrieg"), è stata solo un rumore di fondo, un brusio fuori scena, di un messaggio più alto, e, quindi, paradossalmente più "politico", modellato compiutamente per la prima volta proprio in "Der Rosenkavalier" e ripreso poi in altri lavori comuni - segnatamente nel "Die Frau ohne Schatten”- nonché dal compositore, ormai solo e quasi ottantenne, in "Capriccio": l'inarrestabilità della trasformazione e della modernizzazione. Marie-Thèrese, la Marescialla 33nne, "dà" Octavian, il giovane 17nne, a Sophie, fanciulla 16nne, perché sa che chi difende l'esistente perde sempre. Analogamente, il flusso inarestabile della sinfonia wagneriana si fonde con i terzetti mozartiani, la polifonia, la vocalità italiana ed il teatro "leggero" alla ricerca di qualcosa che supera gli stessi primi approcci di dodecafonia perché, anche nella composizione e nella "commedia in musica", chi difende l'esistente perde sempre.
Questo messaggio venne mantenuto da Strauss anche negli anni in cui, dal 1933 al 1935, fu Presidente della Camera Musicale Tedesca; era troppo popolare in Patria ed all’estero perché venisse osteggiato dal regime. Più che il suo epistolario, lo rivela la sua “conversazione in musica” “Capriccio” andata in scena a Monaco il 28 ottobre 1942, con il suo appello (non troppo implicito) ad agevolare il cambiamento (anche mostrando di non decidere).
Curiosamente, in Italia, c’è ancora chi associa Richard Strauss ad uno dei periodi più bui della Germania , mentre pochi ricordano che l’autore di “Carmina Burana”, spesso cantato ai Festival dell’Unità, è quel Karl Orff, effettivo compositore di Corte a Casa Hitler ed il cui lavoro era stato concepito per una manifestazione a Francoforte della gioventù nazista.
L’ignoranza è sovente un galantuomo ancora più efficace del tempo.
Riferimenti
M. Bortolotto G. "La Serpe in Seno- Sulla musica di Richard Strauss“, Milano, Adelphi, 2007
L. Lo russo “Orfeo al servizio del Fürer- Totalitarismo e musica nella Germania del Terzo Reich” Palermo, Epos 2008
Heinz-Mohor e Volker Sommer "Die Rose, Entfaltung eines Symbols" Monaco, Eugen Diederichs Verlag, 1988
H. von Hofmannsthal- H. Graf Kessler "Briefwechsel 1998-129" Francoforte, Insel 1968
H. von Hofmannsthal- R. Strauss "Epistolario" Milano, Adelphi 1993
A. Jefferson "Richard Strauss: "Der Rosenkavalier", Cambridge, Cambridge University Press, 1985
Q. Principe "Serpenti in forma di rosa" introduzione E. Jünger "Sulle scogliere di marmo" Parma, Guanda 1988


Box – L’intreccio

Andiamo, innanzitutto, alla "commedia per adulti" ricordando i punti salienti dell'intreccio. Siamo nella Vienna della metà del Settecento. Il "cavaliere" (con la minuscola) è un giovane biondo e snello aristrocatico, Octavian, che, a 17 anni e due mesi, tutto sa sull'eros e sul sesso ma nulla sull'amore : la breve e concitata ouverture ne rappresenta l'orgasmo e il primo atto si apre, dopo una notte di passione, con uno slancio di tenerezze (frammisto ad orgoglio per la propria prestazione) del ragazzo alla 33enne "Marescialla" Marie-Thèrese Principessa Werdenberg. Colto sul fatto - o più precisamente nel letto- e costretto ad indossare i panni femminili della cameriera di Marie-Thèrese , attira, con la sua avvenenza qual che sia la guisa, le attenzioni del Barone Ochs, volgare signorotto di provincia e cugino della "Marescialla". Ochs è giunto improvvisamente in visita di prima mattina alla ricerca di un paggio che, secondo il costume dell'epoca, porti come pegno d'amore e di fidanzamento una rosa d'argento alla 14nne Sophie Faninal, figlia di un ricco commerciante borghese, insignito, di recente, di un titolo nobiliare di quart'ordine: in tal modo, il barone risolverebbe due problemi - nozze con prole e ripiano dei debiti. La "Marescialla", un pò per celia un perché già consapevole che "oggi, domani od un altro giorno" il biondo e snello giovanotto, a cui tutto ha insegnato, la lascerà per qualche altra donna, designa Octavian per l'incombenza. Al primo sguardo con la pupattola Sophie, il "cavaliere" prova l'amore (o, almeno, crede di provarlo), perde l'innocenza (se mai ne ha avuta), ossolda furfanti (tra cui, alcuni "pentiti di professione" quali Valzacchi definito , nel libretto, "intrigante italiano" e Annina "sua compagna") per screditare Ochs e far sì che le progettate nozze saltino all'aria. Dopo altri travestimenti, imbrogli, visite a locande di malaffare ed anche un duello, sbeffeggiato Ochs e reso soddisfatto e canzonato il ricco Faninal, sarà Marie-Thèrese in persona a "consegnare" a Sophie un Octavian scaltritosi nel giro di due giorni; mentre "Cioccolattino" ( nomignolo del paggetto negro della "Marescialla") raccoglie un fazzoletto di pizzo intriso da una lacrima, una sola, di Marie-Thèrese, si scorgono già all'orizzonte, dapontaniamente parlando, "i giuramenti di quel labbro menzogner".
Nell'impostazione iniziale, il lavoro sarebbe dovuto essere una farsa incentrata sulle peripezie buffonesche del Barone Ochs (Jefferson, 1985 ). Successivamente, nella saggistica e negli allestimenti in teatro, l'attenzione si è sempre più spostata sul personaggio della "Marescialla" (un ruolo difficilissimo sotto il profilo scenico e vocale); l'accento viene posto , in particolare sulla lucida consapevolezza di Marie-Thèrese del "tempo-che-passa" e sulla sua "rinuncia" ad Octavian - analoga a quella del 45nee Hans Sachs che nel "Die Meistersinger" getta la pur adorata 20nne Eva nelle braccia del 23nne Walter von Stolzing (altro "cavaliere", questa volta di Franconia, finito in un mondo borghese) . A una lettura più accorta, tuttavia, il perno della "commedia per adulti" trova proprio il suo fulcro nella "maturazione" di Octavian, il solo personaggio quasi sempre in scena, anche se in abiti ora maschili ed ora femminili . Una "Bildungsoper", un'opera sulla formazione e crescita di un giovane dalla adolscenza alla maturità, quindi, nel solco della tradizione tedesca, ed europea, del "Bildungsroman" - per questo i riferimenti con il "Wilhelm Meister" goethiano, nonché l'uso esplicito dell'eros. L'eros, di cui "Der Rosenkavalier" è impregato dall'inizio alla fine, è centrale alla "Bildungsoper" tedesca : si pensi al lungo amplesso con cui si conclude, con l'iniziazione del protagonista, il "Siegfried" di Wagner. Proprio in quel periodo, invece, con il melodramma romantico, l'eros scompare dall'opera italiana: tra il rossiniano "Conte Ory" del 1828 (ultima opera erotica prima del romanticismo) alla pucciniana "Manon Lescaut" del 1893 (prima opera verista con carica erotica), in Italia nel teatro lirico, l'eros non è più in scena. A titolo di raffronto, ai 45 minuti dell'amplesso del giovane Siegfried, corrispondono i due del rapporto mercenario tra il Duca di Mantova e Maddalena nel "Rigoletto" ed i tre minuti e mezzo della "grande scena d'amore" tra Alvaro e Leonora ne "La Forza del Destino".

OGGI SI RIUNISCE IL G20 MA LA CRISI LA RISOLVERANNO L’EUROPA E L’AMERICA Libero 15 novembre

Tra molti miti (e qualche realtà), si riunisce questa sera (ora italiana) il G20, ossia i Capi di Stato e di Governo dei 20 Paesi che si ritieni “pesino” di più nell’economia mondiale. Il primo mito è che il G20 abbia poteri quasi taumaturgici e che sia in grado, se non di curare con una bacchetta magica i problemi della finanza e dell’economia internazionale, quanto meno di avviare il processo che porti ad una soluzione. Il secondo mito è che ampliando il consesso del G7 ai maggiori Paesi emergenti (Cina, India, Brasile, Russia e via discorrendo) la diagnosi sarà più accurata e la terapia più efficace (in quanto più e meglio condivisa). Il terzo mito è che, quale che sia la diagnosi, la medicina deve includere nuove regole e – ascoltate! – “una serie di collegi di supervisori” a livello internazionale come invocato dalla Federazione delle Banche Europee in un accorato appello inviato il 10 novembre.
Se questi miti non vengono smontati sarà davvero difficile individuare le aree in cui il G20 (o qualche altro G) potrà coniugare efficienza con efficacia ed evitare non solo la prosecuzione dell’esplosione della bolla ma anche quella che si profila come una lunga (pur se non necessariamente molto profonda) recessione internazionale. In primo luogo, il G20 non solo non ha virtù magiche (né di diagnosi né di terapia) ma solo un gruppo, o gruppetto o ancora gruppaccio, di malcapitati che si trovano a gestire disfunzione del processo d’internazionalizzazione che molti economisti seri avevano previsto (pur se non ne avevano azzeccato tempi e dimensioni). Lo analizzano accuratamente Gary Gordon della Università di Yale nel saggio “The Sub-Prime Panic” (Yale ICF Working Paper N. 08-25) e Joshua D.Coval e Erik Stafford (ambedue dell’Harvard Business School) con Jakub W.Jurek (Università di Princeton) in “The Economics of Structured Finance” (Harvard Business School Finance Working Paper n. 09 -060). In gran misura – come “Libero Mercato” ha documentato l’8 novembre – la crisi non nasce nelle politiche pubbliche ma in comportamenti privati sui quali i politici e le politiche possono ben poco incidere. A riguardo, non ha fondamento empirico l’ipotesi, diffusa in questi giorni in Italia, secondo cui alcune modifiche dell’imposizione tributaria sulle plusvalenze edilizie attuate dall’Amministrazione Clinton (ed accentuate nel 2004) sarebbero alla base della “bolla immobiliare” Usa. Uno studio della Banca federale di riserva di St. Louis (Bank of St, Louis Working Paper N. 20008-036A) esamina gli standard per i mutui edilizi a clienti di scarsa affidabilità praticati dal sistema d’intermediazione finanziaria Usa dal 1998 al 2007 e conclude che “contrariamente alla credenza popolare non c’è alcune prova di un loro alleggerimento” (ossia non è diventato più lasco di quanto non fosse in passato). E’ verosimile, però, che le banche centrali (di norma presentate come austere e severe) hanno aggravato la situazione sostenendo (con un’eccessiva immissione di liquidità una crescita che pensavano inarrestabile). Paul De Grawe (uno dei padri dell’unione monetaria) rafforza la tesi di Giovanni Magnifico (vedi “Libero Mercato” dell’8 novembre): gli “spiriti animali della politica monetaria” (CESifo Working Paper n. 2418) che danno luogo “ad onde alterne di pessimismo e d’ottimismo” e non tengono adeguatamente conto delle implicazioni micro-economiche della politica della moneta.
In secondo luogo, i nuovi soci del sinedrio che dovrebbe tentare di governare l’economia mondiale hanno interessi contrapposti sia nel loro interno sia con il G7. Lo si è visto a tutto tondo nel negoziato multilaterale sugli scambi, il defunto Doha Development Agenda dove i nuovi soci del G20 sono quasi venuti alle mani tra di loro. E’ bene dare loro un diritto di tribuna ma non aspettiamoci molto in termini di diagnosi o di terapia. Un nodo è chiaro a tutti: il tasso di cambio tra Cina e Usa. E’ ugualmente noto (lo si è visto su “Libero Mercato” del primo novembre) che la burocrazia celeste del continente cinese non ha alcuna intenzione di fare qualcosa a riguardo e che non saranno gli altri soci del G20 a convincerla. Ragionamenti analoghi si possono fare per Russia, Brasile, India e compagnia cantando. Mai come oggi, la diplomazia del dollaro e dell’euro è l’unico medico possibile per individuare e curare i guai della finanza e dell’economia mondiale. La crisi è nata all’interno di quella che un tempo veniva chiamata la comunità economica atlantica ed è all’interno di tale comunità che può e deve essere risolta. Alcune indicazioni sono state fornite da “Libero Mercato” dell’8 novembre.
In terzo luogo, con grande rispetto per il lavoro macro-economico del Fondo monetario (Fmi), è illusorio pensare che un potenziamento dello Fmi oppure “una serie di collegi di supervisori” a livello internazionale possono contribuire a risolvere problemi che non hanno diagnosticato tempestivamente sia nel recente passato sia nel 1987 (crisi debitoria dell’America Latina) sia nel 1996 (crisi debitoria asiatica).
Cosa può profilare una parteneshic economica atlantica (Usa-Ue, diplomazia del dollaro e dell’euro) oltre ai due punti indicati su “Libero Mercato” dell’8 novembre (in sintesi, un avvicinamento delle normative interne di regolazione e vigilanza finanziaria negli Usa e nell’Ue, un allentamento del patto di crescita e stabilità)? Un impegno di lungo periodo nel sostenere quelle che Katharina Pistor della School of Law della Columbia University (una giurista, quindi, non un’economista) chiama “la rete la “rete informale della finanza per tutelarsi a vicenda in tempi d’incertezza” "Global Network Finance: Organizational Hedging in Times of Uncertainty", diramato on linea in questi giorni Columbia Law and Economics Working Paper No. 339 è un lavoro che, mi auguro, gli sherpas abbiano letto e meditato (almeno quelli di Use e Ue). Traccia in modo eloquente gli elementi che già stanno emergendo di un nuovo sistema di “governance” della finanza internazionale ; tale sistema include banche, assicurazioni, fondi sovrani . “Nonostante tali organizzazioni abbiano regole, esperienze e prassi molto differenti stanno trasportando elementi di un regime da un sistema all’altro e ri-combinandoli dando vita ad un nuovo sistema basato su ”. Agevolare la formazione di tale Global Finance Network (Gfn) è una strada più promettente di quella di fare crescere nuove burocrazie o di rafforzare quelle esistenti. Lo implica anche il più recente Paolo Baffi Research Center Paper n. 2008-52 in cui si modellizzano gli effetti economici della regolazione e supervisione bancaria.