I mercati azionari potrebbero avere già toccato il fondo della crisi subprime. Ma contrariamente alle previsioni di alcuni analisti che guardano alle piazze emergenti come una possibilità di rinvigorire i mercati , potrebbero essere gli Usa il motore della svolta. Secondo EPFR Global, un osservatorio dell’andamento dei fondi comuni, dagli Stati Uniti starebbero già venendo segnali eloquenti: nella settimana terminata il 6 febbraio c’è stato un flusso positivo netto verso i fondi azionari americani di 1,33 miliardi di dollari – un flusso quasi analogo a quello segnato nell’intero 2007. La marcata riduzione dei tassi d’interesse non soltanto ha arrestato quella che era parsa una caduta libera dell’azionario ma ha anche indotto un’inversione di rotta: l’interbancario è passato dal 5,25% l’anno in agosto al 3% e la Fed ha fatto comprendere agli operatori che se necessario ne guiderà ulteriori ribassi. Complice il fatto che si sono di fatto azzerate le emissioni di Cdo (con elementi di subprime).
Certo i listini hanno ancora molta strada da fare per recuperare quanto perso negli ultimi mesi del 2007 ed all’inizio del 2008. Soprattutto in Europa dove il FTSE Eurofirst 300 dovrebbe aumentare del 12% solo per azzerare, nell’anno in corso, le perdite subite dall’autunno. Tuttavia, si comincia a respirare aria di ripresa. E con essa l’impressione che le opportunità non colte adesso non si ripresenteranno. Da un’indagine appena condotta tra 500 gestori dell’area Usa-Eu emerge che il 74% afferma che è il momento di comprare, non di vendere o di tenere immobile il portafoglio. Gli stessi gestori in gennaio avevano segnato un alto grado di avversione al rischio Segno che il punto di minima è stato superato. L’elevato numero di possibilisti potrebbe fare pensare ad una eccessiva di ottimismo ma da un’altra inchiesta risulta che le 500 s.p.a. dell’indice S&P 500 ritengono di chiudere il 2008 con un aumento degli utili netti mediamente dell’8,6% .
E anche Morgan Stanley esprime cautela sui tempi e sui modi necessari perché la ripresa dell’azionario americano si espanda in Europa, può indurre ad un certo ottimismo un’analisi del premio di rischio del servizio studi della Bce nei principali settori dell’azionario in Francia, Germania, Italia, Olanda e Spagna. L’analisi giunge alla conclusione che il grado di integrazione finanziaria è molto forte. Non appena la ripresa dei mercati proveniente dagli Usa tocca un Paese si diffonde nel resto dell’area. Un invito alla Bce perché riduca i tassi?
lunedì 18 febbraio 2008
sabato 16 febbraio 2008
SASSI ISPIRATO SUI FONDI PENSIONE
Il Presidente dell’Inps, Giampaolo Sassi, (in predicato di andare alla guida dell’ente che unificherà Inps, Inpdap, Ipsema, se mai si farà) sa che la riforma delle pensioni necessita il decollo dei fondi pensione. I dati della Covip e quelli dell’Ocse sono scoraggianti: nonostante gli sforzi fatti (devoluzione ai fondi del trattamento di fine rapporto, tfr, incentivi tributari, campagna mediatica), gli aderenti a fondi pensione od a piani previdenziali individuali sono meno del 20% degli occupati e le risorse impegnate non raggiungono lo 0,5 dello stock di ricchezza degli italiani. Altra classifica in cui in sede Ocse siamo il fanalino di coda. L’urgenza del decollo è indicata tra l’altro in un libro della Fondazione cattolica Novae Terrae (saggistica a cui Sassi è molto attenta): “La vera verità sulle pensioni” di Giovanni Palladino. Sassi lo ha letto raffrontandolo con due lavori, che per quanto di autori italiani, hanno avuto una circolazione modesta:a) il quaderno di ricerca n.27/07 della Università Cà Foscari ( ne sono autori Erich Battistini, Agar Brugiavini, Enrico Rettore e Guglielmo Weber) in cui si esamina, con un ricco armamentario statistico, la riduzione dei consumi delle famiglie che segue il pensionamento; b) un’analisi di Bankitalia - il documento di lavoro n. 8 del servizio studi (firmato da Riccardo Cesari , Giuseppe Grande e Fabio Panetta) che documenta come gli alti costi di gestione, l’opacità e la frammentazione della previdenza complementare facciano da deterrente (ancora più dei rendimenti relativamente bassi) alle scelte dei lavoratori.
I suoi collaboratori hanno selezionato alcuni studi specifici sui fondi in Spagna – uno della Università di Navarra fresco di stampa- ed in Gran Bretagna - saggi apparsi sul Financial Analysis Journal e la Financial Services Review. Roba ostica per un manager il cui tempo per la lettura è contingentato. I lavori più utili sono quelli sui risparmi (e gli investimenti) in vista della terza età apparsi nella sezione monografica dedicata al tema nell’ultimo numero del Journal of Economic Perspectives, la rivista di alta divulgazione dell’American Economic Association: ancora una volta, l’invito è a concentrare i circa 600 fondi esistenti in Italia in numero più piccolo ma in cui ciascun fondo abbia una solida consistenza. Non è la prima volta che viene formulato: si riuscirà a raggiungere questo obiettivo senza una riforma della normativa (del lontano 1993) che , per accontentare tutti, basava la previdenza integrativa sui “cento fiori” (quanti più fondi nascono, anche piccoli, tanto meglio è)?
I suoi collaboratori hanno selezionato alcuni studi specifici sui fondi in Spagna – uno della Università di Navarra fresco di stampa- ed in Gran Bretagna - saggi apparsi sul Financial Analysis Journal e la Financial Services Review. Roba ostica per un manager il cui tempo per la lettura è contingentato. I lavori più utili sono quelli sui risparmi (e gli investimenti) in vista della terza età apparsi nella sezione monografica dedicata al tema nell’ultimo numero del Journal of Economic Perspectives, la rivista di alta divulgazione dell’American Economic Association: ancora una volta, l’invito è a concentrare i circa 600 fondi esistenti in Italia in numero più piccolo ma in cui ciascun fondo abbia una solida consistenza. Non è la prima volta che viene formulato: si riuscirà a raggiungere questo obiettivo senza una riforma della normativa (del lontano 1993) che , per accontentare tutti, basava la previdenza integrativa sui “cento fiori” (quanti più fondi nascono, anche piccoli, tanto meglio è)?
SOCIETE’ GENERALE, LONE STAR………. IL DIFETTO STA NEL MANICO
Se, al di là di implicazioni giudiziarie (frodi) ed organizzative (controlli interni poco efficienti), il difetto stia nel manico, ossia nei metodi, nelle tecniche, nelle procedure e nelle prassi per valutare il rischio finanziario e, quindi, contenerlo? Occorre chiederselo in seguito alle vicende della Sociètè Générale, nonché di quelle (per molti aspetti analoghe ma meno note in Europa) che hanno portato ad una maxi-condanna , a Seul, di Paul Yoo (amministratore delegato della filiale coreane di Lone Star, uno dei maggiori fondi internazionali di private equity). Oltre che di alcune caratteristiche della crisi subprime.
Jérôme Kerviel e Paul Yoo hanno un tratto comune (nonostante le differenze di età e di continente): un addestramento molto matematico nell’approccio al rischio – il CAPM (Capital Asset Pricing Model) nelle versioni tecniche più raffinate era il loro cibo quotidiano, croce e delizia del loro lavoro. Avevano, però, poca dimestichezza con gli assunti teorici del CAPM e dei suoi limiti: un tratto condiviso con migliaia di operatori che utilizzano il CAPM ogni giorno. Inoltre, né l’uno né l’altro andavano mai in ferie (comportamento normale in Corea ma quanto mai insolito in Francia dove vige addirittura una mistica delle vacanze) . Kerviel agganciato al suo computer , You non solo al suo ed impartendo istruzioni a quelli dei suoi collaboratori erano certi di minimizzare il rischio finanziario (sino quasi ad azzerarlo) grazie alla strumentazione di cui avevano intima conoscenza. E di meritarsi premi di produzione molto consisenti. Per Kerviel (che ha chiesto un bonus di 600.000 euro a fine 2007) 50 miliardi di euro di “put” e 49 di “call” volevano dire un rischio quasi impercettibile a ragione della bassa probabilità che tutti i controlli della Soc-Gén saltassero simultaneamente proprio nei rari minuti (a suo parere) di debolezza del marchingegno.
IL CAPM ha limiti noti agli studiosi (principalmente le ipotesi che gli operatori hanno una modesta propensioni al rischio e un dominio perfetto di tutte le informazioni necessarie a valutare un titolo). Negli ultimi anni, il rischio è cresciuto; spesso si opera in condizioni di incertezza (cambia l’intero quadro; non si possono utilizzare tecniche di minimizzazione del rischio basate sul calcolo delle probabilità) Un’analisi ancora inedita della Università dell’Ontario Occidentale mostra sulla base di panieri analoghi a quelli dello Standard & Poor 500 e del Russell Index 1000 che le variazioni di liquidità (vengono impiegate tre misure differenti della liquidità) incidono molto sul rischio – negli ultimi mesi si è passati, nel settore bancario, da abbondanza di liquidità a credit crunch. Uno studio dell’Università di Lipsia sottolinea i rischi associati al “vagabondare della liquidità” (altro fenomeno di questi mesi – si pensi a fondi sovrani, a mercati emergenti; essi non vengono colti nelle tecniche derivanti dal CAPM. Sulla base dello Standard & Poor 500 per la valutazione delle “options”, l’Istituto Svizzero di Studi Finanziari ha appena proposto un nuovo metodo per valutare “put” e “call” (ciò che facevano Kerviel e Yoo) sulla base, oltre che parametrica (come nel CAPM), anche di misure quantitative delle innovazioni. Su linee simili si muovono analisi del servizio studi della Federal Reserve.
Pure se questi argomenti sono in parte trattati nel “North Holland Handbook of Finance” pubblicato nel 2006 (uno dei manuali più aggiornati in materia), si tratta di metodi allo stadio di discussione scientifica, non distillati in tecniche e procedure e, quindi, poco, ove non pochissimo, diffusi tra gli operatori.
Per fare attenzione a non inciampare, occorre, dunque, riprendere in mano i testi sui limiti del CAPM (e di tecniche e prassi su di esso basate) e tenere presente che dalla fine degli Anni 90 i progressi sono stati rapidissimi. Il CAPM, ricordiamolo, è stato formulato alla fine degli Anni 60 e testato empiricamente all’inizio degli Anni 70. L’anagrafe (e l’invecchiamento) esistono anche per i modelli. Non è il caso di aprire un dibattito, su Libero Mercato, nella professione?
Jérôme Kerviel e Paul Yoo hanno un tratto comune (nonostante le differenze di età e di continente): un addestramento molto matematico nell’approccio al rischio – il CAPM (Capital Asset Pricing Model) nelle versioni tecniche più raffinate era il loro cibo quotidiano, croce e delizia del loro lavoro. Avevano, però, poca dimestichezza con gli assunti teorici del CAPM e dei suoi limiti: un tratto condiviso con migliaia di operatori che utilizzano il CAPM ogni giorno. Inoltre, né l’uno né l’altro andavano mai in ferie (comportamento normale in Corea ma quanto mai insolito in Francia dove vige addirittura una mistica delle vacanze) . Kerviel agganciato al suo computer , You non solo al suo ed impartendo istruzioni a quelli dei suoi collaboratori erano certi di minimizzare il rischio finanziario (sino quasi ad azzerarlo) grazie alla strumentazione di cui avevano intima conoscenza. E di meritarsi premi di produzione molto consisenti. Per Kerviel (che ha chiesto un bonus di 600.000 euro a fine 2007) 50 miliardi di euro di “put” e 49 di “call” volevano dire un rischio quasi impercettibile a ragione della bassa probabilità che tutti i controlli della Soc-Gén saltassero simultaneamente proprio nei rari minuti (a suo parere) di debolezza del marchingegno.
IL CAPM ha limiti noti agli studiosi (principalmente le ipotesi che gli operatori hanno una modesta propensioni al rischio e un dominio perfetto di tutte le informazioni necessarie a valutare un titolo). Negli ultimi anni, il rischio è cresciuto; spesso si opera in condizioni di incertezza (cambia l’intero quadro; non si possono utilizzare tecniche di minimizzazione del rischio basate sul calcolo delle probabilità) Un’analisi ancora inedita della Università dell’Ontario Occidentale mostra sulla base di panieri analoghi a quelli dello Standard & Poor 500 e del Russell Index 1000 che le variazioni di liquidità (vengono impiegate tre misure differenti della liquidità) incidono molto sul rischio – negli ultimi mesi si è passati, nel settore bancario, da abbondanza di liquidità a credit crunch. Uno studio dell’Università di Lipsia sottolinea i rischi associati al “vagabondare della liquidità” (altro fenomeno di questi mesi – si pensi a fondi sovrani, a mercati emergenti; essi non vengono colti nelle tecniche derivanti dal CAPM. Sulla base dello Standard & Poor 500 per la valutazione delle “options”, l’Istituto Svizzero di Studi Finanziari ha appena proposto un nuovo metodo per valutare “put” e “call” (ciò che facevano Kerviel e Yoo) sulla base, oltre che parametrica (come nel CAPM), anche di misure quantitative delle innovazioni. Su linee simili si muovono analisi del servizio studi della Federal Reserve.
Pure se questi argomenti sono in parte trattati nel “North Holland Handbook of Finance” pubblicato nel 2006 (uno dei manuali più aggiornati in materia), si tratta di metodi allo stadio di discussione scientifica, non distillati in tecniche e procedure e, quindi, poco, ove non pochissimo, diffusi tra gli operatori.
Per fare attenzione a non inciampare, occorre, dunque, riprendere in mano i testi sui limiti del CAPM (e di tecniche e prassi su di esso basate) e tenere presente che dalla fine degli Anni 90 i progressi sono stati rapidissimi. Il CAPM, ricordiamolo, è stato formulato alla fine degli Anni 60 e testato empiricamente all’inizio degli Anni 70. L’anagrafe (e l’invecchiamento) esistono anche per i modelli. Non è il caso di aprire un dibattito, su Libero Mercato, nella professione?
venerdì 15 febbraio 2008
DUE SETTIMANE DI FESTA INTERNAZIONALE PER I 100 ANNI DELL'ORCHESTRA DI SANTA CECILIA
Dal 16 al 25 febbraio il Parco della Musica di Roma (ed altre città italiane) saranno in festa per celebrare il centenario dell’Orchestra sinfonica dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia. L’Accademia è molto più antica: venne istituita da Papa Sisto V nel 1585. La creazione di una formazione dedicata interamente alla sinfonica (ed ora anche al teatro in musica in edizioni semi-sceniche) rappresentava un’assoluta novità nel panorama italiana dell’inizio del Novecento quando gran parte delle orchestre erano quelle dei teatri d’opera. Solo più tardi vennero costituite le sinfoniche dell’Eiar , prima, e della Rai, poi – oggi confluite nell’Orchestra sinfonica nazionale di Torino.
Adesso, la sinfonica di Santa cecilia da ottobre a giugno attira circa 9.000 spettatori la settimana ad ascoltare la grande musica con programmi che coniugano il repertorio classico con il Novecento “storico”; nelle sale più piccole del complesso ci si spinge sino alla contemporaneità ed all’avanguardia, nonché all’interazione con altri generi. La festa comprende tre repliche del programma inaugurale dal 16 al 19 febbraio a Roma (con tourné a Perugia, Ferrara, Parma e Torino sino al 25 febbraio). Nella capitale ci sarà pure una maratona musicale con spettacoli per lo più gratuiti dalle 10 alle 22 di domenica 17 febbraio nelle cinque sale di cui è dotato il Parco della Musica. E’ una maratona internazionale in cui a Beethoven, Schumann, Brahms ed al barocco vengono affiancati il jazz, dixieland, il tango, il fox-trot, la canzone americana e molto altro.
Quando, nel febbraio 1908, alle 16 del pomeriggio, veniva inaugurata a Roma la sinfonica di Santa Cecilia la sua sede era una delle più grandi sale da concerto del mondo, l’Augusteo, con 3500 posti. Svettava sul cocuzzolo del Mausoleo di Augusto, (ora Piazza Augusto Imperatore) ed altro non era che l’anfiteatro Corea (dal nome della famiglia proprietaria), ricoperto e ristrutturato. Prima di essere trasformato in un auditorio con un’acustica di cui ancora si raccontano meraviglia, l’anfiteatro era un politeama adibito a spettacoli di varia natura – anche circensi. Anfiteatro Corea e Aditorium Augusteo sono stati demoliti nel riassetto urbanistico dell’area negli Anni Trenta, mentre il Mausoleo di Augusto, che di tale riassetto sarebbe dovuto diventare il punto centrale d’attenzione e di attrazione, attende da oltre 70 anni di essere aperto al pubblico. Secondo l’uso dell’epoca, il programma del concerto inaugurate (replicato oggi con la bacchetta di Antonio Pappano), era eterogeneo: coniugava “classici” come la sinfonia de “L’Assedio di Corinto” di Rossini, l’Eroica di Beethoven, una parte di una sonata di Mozart (difficile comprendere perché non venisse eseguita integralmente), con l’ouverture del “Tannhäser” ed il “mormorio della foresta” di Wagner. La musica di Wagner era allora considerata innovativa rispetto a quella di Rossini, Beethoven e Mozart. Il programma verrà portato nella tournée che si conclude il 25 febbraio al Lingotto.
In margine alle manifestazioni viene inaugurato il nuovo museo degli strumenti musicali, il secondo di questo genere a Roma – il primo, frutto della passione di un collezionista privato, è in una ex-caserma nei pressi della Basilica di Santa Croce in Gerusalemme. Il nuovo museo è, con la medioteca in funzione da qualche anno al Parco della Musica, è una chicca per i più giovani a ragione dello spazio dato anche alla live electronics.
Adesso, la sinfonica di Santa cecilia da ottobre a giugno attira circa 9.000 spettatori la settimana ad ascoltare la grande musica con programmi che coniugano il repertorio classico con il Novecento “storico”; nelle sale più piccole del complesso ci si spinge sino alla contemporaneità ed all’avanguardia, nonché all’interazione con altri generi. La festa comprende tre repliche del programma inaugurale dal 16 al 19 febbraio a Roma (con tourné a Perugia, Ferrara, Parma e Torino sino al 25 febbraio). Nella capitale ci sarà pure una maratona musicale con spettacoli per lo più gratuiti dalle 10 alle 22 di domenica 17 febbraio nelle cinque sale di cui è dotato il Parco della Musica. E’ una maratona internazionale in cui a Beethoven, Schumann, Brahms ed al barocco vengono affiancati il jazz, dixieland, il tango, il fox-trot, la canzone americana e molto altro.
Quando, nel febbraio 1908, alle 16 del pomeriggio, veniva inaugurata a Roma la sinfonica di Santa Cecilia la sua sede era una delle più grandi sale da concerto del mondo, l’Augusteo, con 3500 posti. Svettava sul cocuzzolo del Mausoleo di Augusto, (ora Piazza Augusto Imperatore) ed altro non era che l’anfiteatro Corea (dal nome della famiglia proprietaria), ricoperto e ristrutturato. Prima di essere trasformato in un auditorio con un’acustica di cui ancora si raccontano meraviglia, l’anfiteatro era un politeama adibito a spettacoli di varia natura – anche circensi. Anfiteatro Corea e Aditorium Augusteo sono stati demoliti nel riassetto urbanistico dell’area negli Anni Trenta, mentre il Mausoleo di Augusto, che di tale riassetto sarebbe dovuto diventare il punto centrale d’attenzione e di attrazione, attende da oltre 70 anni di essere aperto al pubblico. Secondo l’uso dell’epoca, il programma del concerto inaugurate (replicato oggi con la bacchetta di Antonio Pappano), era eterogeneo: coniugava “classici” come la sinfonia de “L’Assedio di Corinto” di Rossini, l’Eroica di Beethoven, una parte di una sonata di Mozart (difficile comprendere perché non venisse eseguita integralmente), con l’ouverture del “Tannhäser” ed il “mormorio della foresta” di Wagner. La musica di Wagner era allora considerata innovativa rispetto a quella di Rossini, Beethoven e Mozart. Il programma verrà portato nella tournée che si conclude il 25 febbraio al Lingotto.
In margine alle manifestazioni viene inaugurato il nuovo museo degli strumenti musicali, il secondo di questo genere a Roma – il primo, frutto della passione di un collezionista privato, è in una ex-caserma nei pressi della Basilica di Santa Croce in Gerusalemme. Il nuovo museo è, con la medioteca in funzione da qualche anno al Parco della Musica, è una chicca per i più giovani a ragione dello spazio dato anche alla live electronics.
DAL TESORETTO ALLA CRONACA DEL BUCO ANNUNCIATO
C’è o non c’è il “tesoretto”? Viene quantizzato da fonti sindacali in 10 miliardi di euro ma, dopo numerose conferme implicite da parte di esponenti dell’attuale maggioranza, nonché dello stesso leader del PD, Walter Veltroni, è stato negato dal Ministro dell’Economia TPS. Secondo sussurri e grida dai grigi corridoi di Via Venti Settembre, dopo la presa di posizione dell’Ue sui tempi per raggiungere il pareggio di bilancio c’è da dubitare che, il marzo prossimo, la trimestrale di cassa confermi la disponibilità di risorse che, alla vigilia delle elezioni, l’Esecutivo (in carica per gli affari correnti) vorrebbe utilizzare per sgravi tributari alle famiglie a più basso reddito. Lungi da noi che si tratti di misura elettorale! Non solamente a tali sgravi si accompagnerebbero costi di transazione che ne vanificano parte della portata, ma dal 2000 al 2006 (ultimo anno per il quale si dispone di un consuntivo) la spesa pubblica è passata dal 46,2% al 50,5% del pil: stime preliminari Ocse-Fmi la portano al 51% del pil nel 2007.
Anche nell’eventualità che il gettito effettivo aumentasse più delle previsioni, non ci sarebbe – per dirla alla romana – trippa per gatti. Le previsioni non sono rosee: la sera dell’8 febbraio il “consensus” dei 20 istituti econometrici privati internazionali (nessuno è italiano) ha sentenziato un ulteriore rallentamento delle stime dell’economia italiana nel 2008 rispetto alle elaborazioni di un mese fa. In media si sfiora un aumento del pil del’1% ma 9 istituti ne prevedono uno attorno allo 0,5%. La finanziaria è stata costruita ipotizzando incrementi del pil tra l’1,5% e l’1,7%. L’effetto congiunto di esaurimento degli effetti dei condoni e dei concordati e di rallentamento, fa si che è più realistico parlare non di presunto “tesoretto” ma di “cronaca di un buco annunciato” piuttosto che di un “tesoretto”.
A quanto ammonta il “buco annunciato”? Un centro studi lo ha quantizzato in 7 miliardi di euro. Le mie stime lo pongono tra gli 8 ed i 12 miliardi – l’equivalente di una legge finanziaria degli Anni Novanta. Con un margine d’errore del 50%, restiamo nell’ordine di almeno 4-6 miliardi , una cifra che non si può raggranellare con qualche ritardo alle erogazioni per pagamenti, facendoli slittare dall’esercizio 2008 a quello 2009. Chi sarà in carica in maggio-giugno dovrà spalmarla su sei mesi all’assestamento di bilancio: difficile tagliare spese per un’entità (almeno) tra i 2 miliardi ed i 600 milioni al mese. Se torna VVV (Vice Ministro Vincenzo Visco) avrà una motivazione seria per il suo diletto preferito: aumenterà tasse. Se arriverà un’altra squadra, dovrà avere nervi di ghiaccio per non mettersi le mani tra i capelli.
Il quadro sarebbe ancora più inquietante se prima del voto (per avere i sindacati come grandi elettori) verranno concessi dal Governo in carica i 7 miliardi che chiede a gran voce il pubblico impiego.
Anche nell’eventualità che il gettito effettivo aumentasse più delle previsioni, non ci sarebbe – per dirla alla romana – trippa per gatti. Le previsioni non sono rosee: la sera dell’8 febbraio il “consensus” dei 20 istituti econometrici privati internazionali (nessuno è italiano) ha sentenziato un ulteriore rallentamento delle stime dell’economia italiana nel 2008 rispetto alle elaborazioni di un mese fa. In media si sfiora un aumento del pil del’1% ma 9 istituti ne prevedono uno attorno allo 0,5%. La finanziaria è stata costruita ipotizzando incrementi del pil tra l’1,5% e l’1,7%. L’effetto congiunto di esaurimento degli effetti dei condoni e dei concordati e di rallentamento, fa si che è più realistico parlare non di presunto “tesoretto” ma di “cronaca di un buco annunciato” piuttosto che di un “tesoretto”.
A quanto ammonta il “buco annunciato”? Un centro studi lo ha quantizzato in 7 miliardi di euro. Le mie stime lo pongono tra gli 8 ed i 12 miliardi – l’equivalente di una legge finanziaria degli Anni Novanta. Con un margine d’errore del 50%, restiamo nell’ordine di almeno 4-6 miliardi , una cifra che non si può raggranellare con qualche ritardo alle erogazioni per pagamenti, facendoli slittare dall’esercizio 2008 a quello 2009. Chi sarà in carica in maggio-giugno dovrà spalmarla su sei mesi all’assestamento di bilancio: difficile tagliare spese per un’entità (almeno) tra i 2 miliardi ed i 600 milioni al mese. Se torna VVV (Vice Ministro Vincenzo Visco) avrà una motivazione seria per il suo diletto preferito: aumenterà tasse. Se arriverà un’altra squadra, dovrà avere nervi di ghiaccio per non mettersi le mani tra i capelli.
Il quadro sarebbe ancora più inquietante se prima del voto (per avere i sindacati come grandi elettori) verranno concessi dal Governo in carica i 7 miliardi che chiede a gran voce il pubblico impiego.
LA VELTRONIECONOMICS SI E' SCORDATA LA SPESA PUBBLICA
Nel discorso programmatico con cui ha aperto, nella francescana Spello, la campagna elettorale del Partito Democratico, Walter Veltroni ha glissato su un punto essenziale di politica economica: verrà contenuta o non verrà contenuta la spesa pubblica che supera la metà del prodotto interno lordo? L’ambiguità non è dovuta al caso od alla poca abilità dei suoi speech writers. Da un canto, Veltroni tende a tranquillizzare la grandissima parte dell’elettorato tartassata nei 20 mesi del Governo Prodi – e lo fa con la giaculatoria “pagheremo meno tasse perché le pagheranno tutti”. Da un altro, deve tenere a bada il “partito della spesa” che, sindacati in prima linea (soprattutto Cgil e Cisl), è l’architrave stessa del Partito Democratico ed ha già posto sul piatto una richiesta di 7 miliardi di euro di aumenti di stipendio ai dipendenti pubblici. Se ne è accorto anche Il Sole-24 Ore (nella cui redazione, e direzione, non manca chi guarda con grande interesse, e con più di una punta di malcelata simpatia, all’esperimento veltroniano). L’editoriale del 13 febbraio invitava apertamente ad indicare quali poste di spesa ridurre. A riguardo, indicazioni puntuali sono già vendute dal Popolo della Libertà PdL (specialmente in materia di ritorno al sistema previdenziale modificato dalla costosa controriforma Prodi-Damiano-TPS).
In effetti, proprio mentre la Veltronieconomcs non si pronunciava in materia di spesa pubblica, la Banca Mondiale pubblicava (e metteva on line) un’analisi comparata del nesso tra spesa pubblica e crescita basata su un lavoro econometrico in cui si esamina l’esperienza di 140 Paesi (118 in via di sviluppo e 21 appartenenti all’Ocse) in un lasso di tempo (1972-2005) sufficientemente lungo da essere significativo. La crescita (definita in quanto aumento del pil pro-capite del 2% l’anno per almeno un lustro) si verifica quando per almeno cinque anni di seguito la spesa primaria (ossia al netto del pagamento degli interessi sul debito) non cresce più dell’1% l’anno e l’indebitamento netto delle pubbliche amministrazioni non supera mai il tetto del 2% del pil. Perché si verifichino queste due condizioni, occorre un’effettiva cura dimagrante della macchina pubblica italiana con i suoi annessi e connessi: non basta promettere che non verrà ulteriormente aumentata la pressione fiscale.
Un’alta spesa pubblica non è solamente una palla di piombo alla crescita. E’ anche un concime per la criminalità. Lo documenta un’analisi quantitativa effettuate nell’ambito dell’Università Cattolica del Sacro Cuore ed ancora in corso di pubblicazione. Si può, se si desidera esaminarne i dettagli, rivolgersi all’autore Raul Caruso (raul.caruso@unicatt.it) , il cui cognome non individua una secolare dinastia bergamasca o trentina. Dopo un’introduzione teorica (ancorata alle teorie economica della rendita), il lavoro contiene un’analisi empirica su dati di 20 Regioni nell’arco di tempo 1977-2003. L’analisi contiene la costruzione di un indice di intensità e diffusione della criminalità organizzata. I risultati principali sono i seguenti: a) una correlazione negativa tra investimenti nel settore privato e criminalità organizzata; b) una correlazione positiva molto forte tra spesa ed investimenti pubblici (specialmente nell’edilizia) e criminalità organizzata; c) una correlazione negativa, invece, tra tutela sociale e criminalità organizzata. E’ utile ricordare che nel 1998 Giuseppe Tullio e Stefano Quarella (allora ambedue all’Università di Brescia) giunsero a conclusioni analoghe con un apparato statistico molto più semplice di quello di Caruso: le aree a più alto tasso di spesa pubblica erano proprio quelle con il più alto tasso di omicidi.
Quindi è bene che la Veltronieconomics sia chiara (se può) su come il PD intende tagliare la spesa e, di conseguenza, migliorare la sicurezza dei cittadini ed il controllo del territorio da parte dello Stato.
Riferimenti
Caruso R. "Public Spending and Organised Crime in Italy - A Panel-Data Analysis Over the Period 1997-2003 (Spesa Pubblica E Criminalità Organizzata in Italia Evidenza Empirica Su Dati Panel Nel Periodo 1997-2003)" In corso di stampa; si può richieder a raul.caruso@unicatt.it
Carrerw C., De Melo J."Fiscal Spending and Economic Performance: Some Stylized Facts" World Bank Policy Research Working Paper No. 4452
In effetti, proprio mentre la Veltronieconomcs non si pronunciava in materia di spesa pubblica, la Banca Mondiale pubblicava (e metteva on line) un’analisi comparata del nesso tra spesa pubblica e crescita basata su un lavoro econometrico in cui si esamina l’esperienza di 140 Paesi (118 in via di sviluppo e 21 appartenenti all’Ocse) in un lasso di tempo (1972-2005) sufficientemente lungo da essere significativo. La crescita (definita in quanto aumento del pil pro-capite del 2% l’anno per almeno un lustro) si verifica quando per almeno cinque anni di seguito la spesa primaria (ossia al netto del pagamento degli interessi sul debito) non cresce più dell’1% l’anno e l’indebitamento netto delle pubbliche amministrazioni non supera mai il tetto del 2% del pil. Perché si verifichino queste due condizioni, occorre un’effettiva cura dimagrante della macchina pubblica italiana con i suoi annessi e connessi: non basta promettere che non verrà ulteriormente aumentata la pressione fiscale.
Un’alta spesa pubblica non è solamente una palla di piombo alla crescita. E’ anche un concime per la criminalità. Lo documenta un’analisi quantitativa effettuate nell’ambito dell’Università Cattolica del Sacro Cuore ed ancora in corso di pubblicazione. Si può, se si desidera esaminarne i dettagli, rivolgersi all’autore Raul Caruso (raul.caruso@unicatt.it) , il cui cognome non individua una secolare dinastia bergamasca o trentina. Dopo un’introduzione teorica (ancorata alle teorie economica della rendita), il lavoro contiene un’analisi empirica su dati di 20 Regioni nell’arco di tempo 1977-2003. L’analisi contiene la costruzione di un indice di intensità e diffusione della criminalità organizzata. I risultati principali sono i seguenti: a) una correlazione negativa tra investimenti nel settore privato e criminalità organizzata; b) una correlazione positiva molto forte tra spesa ed investimenti pubblici (specialmente nell’edilizia) e criminalità organizzata; c) una correlazione negativa, invece, tra tutela sociale e criminalità organizzata. E’ utile ricordare che nel 1998 Giuseppe Tullio e Stefano Quarella (allora ambedue all’Università di Brescia) giunsero a conclusioni analoghe con un apparato statistico molto più semplice di quello di Caruso: le aree a più alto tasso di spesa pubblica erano proprio quelle con il più alto tasso di omicidi.
Quindi è bene che la Veltronieconomics sia chiara (se può) su come il PD intende tagliare la spesa e, di conseguenza, migliorare la sicurezza dei cittadini ed il controllo del territorio da parte dello Stato.
Riferimenti
Caruso R. "Public Spending and Organised Crime in Italy - A Panel-Data Analysis Over the Period 1997-2003 (Spesa Pubblica E Criminalità Organizzata in Italia Evidenza Empirica Su Dati Panel Nel Periodo 1997-2003)" In corso di stampa; si può richieder a raul.caruso@unicatt.it
Carrerw C., De Melo J."Fiscal Spending and Economic Performance: Some Stylized Facts" World Bank Policy Research Working Paper No. 4452
LA VELTRONIECONOMICS FA LO SGAMBETTO AI SINDACATI
La Veltroeconomics ne ha fatta un’altra ancora: uno sgambetto a quelle tre sigle sindacali confederali che pur dovrebbero essere i suoi grandi elettori. Altri, più malignamente, dicono che si tratta di vero e proprio un colpo di stivale là non batte il sole della Triplice e dei suoi leader. Nel loft non si discute più se lo sgarbo (o lo sgarro) ci sia stato , ma se sia stato intenzionale o preterintenzionale. Nel primo caso, sapendo di perdere, il leader del PD vuole fare terra bruciata nei confronti di “Mimì metallurgico” e dei suoi discendenti per presentarsi , craxianamente, come espressione dei ceti emergenti. Nel secondo, si tratterebbe solamente di un’ulteriore indicazione della sua modesta dimestichezza con l’economia (croce più che delizia del dolce e paziente Marco Causi, da 12 anni suo precettore nei labirinti della disciplina); Goffredo Bettini starebbe già facendo il pontiere con le centrali della Triplice. Lo si è visto a Corso d’Italia, Via Po e Via Lucullo- Probabilmente non in una “promenade de santé”.
Veniamo ai fatti nudi e crudi. Nel salotto di Bruno Vespa, il candidato del PD a Palazzo Chigi ha annunciato che punto fondante del suo programma legislativo è una normativa per definire i minimi salariali ed ha pure indicato quale dovrebbe essere il valore monetario mensile di tali minimi. Non sta a noi discettare se tale normativa sia appropriata o meno. In materia c’è un dibattito intenso da lustri tra economisti del lavoro e tra giuslavoristi. Non possiamo certo pensare che Veltroni abbia dimestichezza con la critica serrata formulata da uno dei maggiori studiosi svedesi, Assar Lindbeck, Premio Nobel per l’Economia, da sempre considerato contiguo alla sinistra e insignito dell’importante onorificenza proprio perché ha dimostrato come il “minimum wage” danneggia individui e famiglie negli scalini più bassi dei redditi e dei consumi. Veltroni è un politico in tante cose affaccendato; quindi, non ha probabilmente mai letto neanche una sintesi del libro fondamentale di Edmud Phelps (altro beniamino della sinistra) sulle implicazioni macro-economiche negative (per le politiche di crescita) di un “salario minimo”.
Da politico, che indossa abiti di taglio americano, avrebbe dovuto seguire, però, il recente dibattito sul tema al Congresso Usa; quanto meno si sarebbe dovuto fare fornire un sunto dei lavori dello Institute for Policy Studies di Washington D.C, il pensatoio per eccellenza del movimento sindacale collaterale alla sinistra americana (negli Usa ci sono anche sindacati molto vicini alla destra). Ove l’America fosse troppo distinta e distante , sarebbe stato utile, prima di esporsi su questo tema, che prendesse visione della ricca, e freschissima, letteratura disponibile sul sito dell’Istituto tedesco di studi del lavoro (www.iza.org) ; gran parte della documentazione è in lingua inglese e – come Veltroni certamente sa (si spera, ne abbiano contezza i suoi consiglieri) – nella Repubblica Federale ci sono state negli ultimi mesi discussioni molto accese sull’argomento. Il maggior sindacato tedesco, la Deutscher Gewerkschaftsbund, DGB, è stato seriamente diviso, al proprio interno, su che posizione prendere in materia. Il potentissimo IG Metall si è espresso contro la misura.
Le ragioni dell’opposizione sindacale al salario minimo riflettono soltanto in parte le determinanti economiche documentate da Assar Lindbeck e Edmund Phelps. Hanno a che fare con la “politics” (l’analisi politica) oltre che con l’”econonomics” (l’analisi economica) del salario minimo normato: come documentato da lustri di studi comprati dell’Ocse e dell’Oil (Organizzazione internazionale del lavoro- agenzia delle Nazioni Unite nei cui organi di governo e di gestione sono rappresentati i sindacati) , i Paesi in cui esiste il “minumun wage” la contrattazione collettiva nazionale non riguarda minimi salariali (punto centrale del sindacalismo dell’Europa continentale , e fiore all’occhiello, ad esempio, della IG Metall) ma altri aspetti (dalle consultazioni in fabbrica, alle vacanze, a soprattutto i salari aziendali).
La proposta di Veltroni, dunque, spezza una delle spade a cui il sindacalismo italiano è più affezionato. I leader sindacali italiani sanno leggere e scrivere (anche in lingue straniere). Non vogliono essere mandati in pensione da un “ex”. Consigliano, quindi, di guardare con attenzione all’Arcobaleno.
Veniamo ai fatti nudi e crudi. Nel salotto di Bruno Vespa, il candidato del PD a Palazzo Chigi ha annunciato che punto fondante del suo programma legislativo è una normativa per definire i minimi salariali ed ha pure indicato quale dovrebbe essere il valore monetario mensile di tali minimi. Non sta a noi discettare se tale normativa sia appropriata o meno. In materia c’è un dibattito intenso da lustri tra economisti del lavoro e tra giuslavoristi. Non possiamo certo pensare che Veltroni abbia dimestichezza con la critica serrata formulata da uno dei maggiori studiosi svedesi, Assar Lindbeck, Premio Nobel per l’Economia, da sempre considerato contiguo alla sinistra e insignito dell’importante onorificenza proprio perché ha dimostrato come il “minimum wage” danneggia individui e famiglie negli scalini più bassi dei redditi e dei consumi. Veltroni è un politico in tante cose affaccendato; quindi, non ha probabilmente mai letto neanche una sintesi del libro fondamentale di Edmud Phelps (altro beniamino della sinistra) sulle implicazioni macro-economiche negative (per le politiche di crescita) di un “salario minimo”.
Da politico, che indossa abiti di taglio americano, avrebbe dovuto seguire, però, il recente dibattito sul tema al Congresso Usa; quanto meno si sarebbe dovuto fare fornire un sunto dei lavori dello Institute for Policy Studies di Washington D.C, il pensatoio per eccellenza del movimento sindacale collaterale alla sinistra americana (negli Usa ci sono anche sindacati molto vicini alla destra). Ove l’America fosse troppo distinta e distante , sarebbe stato utile, prima di esporsi su questo tema, che prendesse visione della ricca, e freschissima, letteratura disponibile sul sito dell’Istituto tedesco di studi del lavoro (www.iza.org) ; gran parte della documentazione è in lingua inglese e – come Veltroni certamente sa (si spera, ne abbiano contezza i suoi consiglieri) – nella Repubblica Federale ci sono state negli ultimi mesi discussioni molto accese sull’argomento. Il maggior sindacato tedesco, la Deutscher Gewerkschaftsbund, DGB, è stato seriamente diviso, al proprio interno, su che posizione prendere in materia. Il potentissimo IG Metall si è espresso contro la misura.
Le ragioni dell’opposizione sindacale al salario minimo riflettono soltanto in parte le determinanti economiche documentate da Assar Lindbeck e Edmund Phelps. Hanno a che fare con la “politics” (l’analisi politica) oltre che con l’”econonomics” (l’analisi economica) del salario minimo normato: come documentato da lustri di studi comprati dell’Ocse e dell’Oil (Organizzazione internazionale del lavoro- agenzia delle Nazioni Unite nei cui organi di governo e di gestione sono rappresentati i sindacati) , i Paesi in cui esiste il “minumun wage” la contrattazione collettiva nazionale non riguarda minimi salariali (punto centrale del sindacalismo dell’Europa continentale , e fiore all’occhiello, ad esempio, della IG Metall) ma altri aspetti (dalle consultazioni in fabbrica, alle vacanze, a soprattutto i salari aziendali).
La proposta di Veltroni, dunque, spezza una delle spade a cui il sindacalismo italiano è più affezionato. I leader sindacali italiani sanno leggere e scrivere (anche in lingue straniere). Non vogliono essere mandati in pensione da un “ex”. Consigliano, quindi, di guardare con attenzione all’Arcobaleno.
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