venerdì 17 agosto 2007

LA LENTOCRAZIA NON GIOVA AD ALITALIA

Una vecchia massima (che ciascun buon docente di economia insegna ai propri allievi) è quella secondo cui quando i procuratori prendono un mano una questione di economia o finanza, l’economista non può fare altro che uscire di scena. Tranne che non sia chiamato ad assumere l’incarico di perito. Per il Tribunale o per una delle parti in causa. Prima dell’intervento della Procura di Roma (proprio alla vigilia delle ferie estive) c’erano state voci di insider trading (a proposito dell’altalena del titolo) e pure avvertimenti, indiretti ma non per questo meno eloquenti, da parte della stessa Consob. Senza dubbio, l’indagine in corso ritarderà le procedure di vendita (dietro una vera asta alla Vickey, sosteniamo da mesi). Ciò non fa bene ad un’azienda che ha in cassa liquidità sino alla fine dell’anno e perde 2 milioni di euro al giorno.

Sarebbe errato, oltre che miope, attribuire i ritardi alla Procura. Il primo agosto il CdA avrebbe dovuto partorire quel “piano industriale” che sarebbe dovuto essere la base per una nuova asta, gara o selezione competitiva di sorta per porre in vendita la partecipazione di controllo del Ministero dell’Economia e delle Finanze (Mef) nel capitale della compagnia. La seduta si è conclusa con un rinvio a fine mese. Nel frattempo, il nuovo Presidente Maurizio Prato ha annunciato incontri con la numerose e variopinte sigle sindacali che per decenni hanno fatto il bello ed il cattivo tempo in azienda. Prato che è cresciuto nell’Iri guidata da Romano Prodi non ha annunciato incontri con i rappresentanti dei consumatori che avrebbero potuto illustrargli perché da lustri milioni di italiani e stranieri stanno voltando le spalle alla compagnia e, quando possono (ossia su rotte in cui Alitalia non opera in monopolio) scelgono altri vettori. Per utilizzare il lessico anglosassone, la “culture di Prato è quella di un manager di quella industria di Stato proprio in quegli anni in cui Giuliano Amato, in un libro sulla politica del settore edito da il Mulino, chiamava “impiccione” e “pasticcione” l’intervento pubblico a favore dello Stato produttore (tanto di metallurgia quanto di panettoni passando per linee aeree e le agenzie di viaggio). L’aver preferito l’incontro con le sigle sindacali (prima ancora della redazione del “piano industriale”) ricorda le vecchie prassi consociative che hanno tanto contribuito ad affossare le partecipazioni statali, e la stessa Alitalia. Lo conferma la strategia del rinvio decisa dal CdA: di fronte ad una situazione drammatica – il pasticciato beauty contest – sarebbe stato necessario approvare un “piano industriale”, pur perfettibile, ma comunque tale da rappresentare una base per la privatizzazione o cessione della compagnia. La lentocrazia pilatesca (che non decide) e gattopardesca (che non cambia nulla nella sostanza) non giova all’Alitalia poiché ne aggrava i problemi e scoraggia potenziali investitori proprio in una fase in cui a livello internazionale la liquidità non fa difetto.
E’ un pessimo segnale ai mercati. Può voler dire che si sta trattando (mentre l’Italia è in vacanza) con qualche interlocutore privilegiato, eliminando i paletti che tale interlocutore non gradisce e di mettere su in autunno un nuovo beauty contest , sapendo già chi ne uscirà vincitore. In breve un balletto da festival estivo di provincia per mettere a punto a chi dare la spoglie di Alitalia. A spese di ci lavora, direttamente o indirettamente. E degli italiani tutti.

Caste/1 I dirigenti pubblici

Premessa La dirigenza della pubblica amministrazione è la casta diva, per eccellenza. Nulla ovviamente a che vedere con la belliniana Norma. E’ “diva” perché come le divinità si considera eterna, e forse lo è: si perpetua nel tempo e si estende nello spazio (della Repubblica) tramite quelle che il Premio Nobel Douglas North (1990) chiama “istituzioni”, vincoli e regole non scritte ma più cogenti di quelle scritte. Ed è casta al quadrato: sia nel senso di rete che incide sulla politica, sulla società, sull’economia sia in quanto il precetto costituzionale di “imparzialità della pubblica amministrazione” le conferisce una corazza di verginità che è sopravvissuta ai vari passaggi dell’evoluzione dell’Italia e della sua storia – dallo Stato liberale (nelle sua varie guise), al fascismo, al centrismo, al centrosinistra, alle varie forme di bipolarismo.
Ha una consistenza di quasi 1200 dirigenti di prima fascia (un tempo venivano chiamati dirigenti generali e coloro a capo di uffici direttori generali) e circa 12.000 dirigenti di seconda fascia (un tempo chiamati primi dirigenti) nella amministrazione dello Stato in senso stretto. Se si includono settore pubblico allargato (istituti previdenziali, Ice, Aci, Cnr ed affini) e le Regioni i dirigenti di prima fascia arrivano ad oltre 5.000 e quelli di seconda fascia ad oltre 40.000. Il 60% della dirigenza ha superato i 60 anni. I due terzi vengono dall’Italia centrale, meridionale e dalle isole. Esiste una letteratura molto ampia sull’economia e sulla sociologia delle burocrazie nonché su pregi e difetti della dirigenza della pubblica amministrazione in Italia. In questa nota si intende sintetizzare il punto di vista di chi è entrato nella casta diva a 40 anni dopo una prima carriera in Banca Mondiale; non avendo mai metabolizzato le istituzioni informali che la regolano vi è rimasto un po’ come un marziano. Tanto che è stato dirigente generale in due differenti dicasteri (Bilancio e Programmazione Economica; Lavoro e Previdenza), è uscito dalla pubblica amministrazione due volte per lavorare per agenzie specializzate delle Nazioni Unite (Fao e Organizzazione Internazionale del Lavoro) e rientrato in servizio per andare ad insegnare a tempo pieno alla Scuola superiore della pubblica amministrazione (Sspa).
Come si entra a fare parte della casta diva. Sino a tempi recenti (la metà degli Anni Novanta), i dirigenti di prima fascia venivano nominati dal Consiglio dei Ministri; le nomine erano a vita , per assicurare l’imparzialità. I dirigenti di seconda fascia erano scelti dietro concorso- una loro percentuale dietro corsi-concorso presso la Sspa; mentre tali concorsi venivano effettuati, di norma, esclusivamente tra funzionari pubblici (spesso estesi al settore pubblico allargato), il Consiglio dei Ministri poteva nominare, sotto la propria responsabilità politica, chi voleva (anche persone che non avevano completato la scuola d’obbligo) dirigente di prima fascia. In pratica, le regole informali facevano sì oltre il 95 dei dirigenti di prima fascia venissero nominati tra chi era già di seconda fascia. Dopo alcuni casi clamorosi di dirigenti di prima fascia nominati tra archivisti di piccoli comuni e simili, alla fine degli Anni Ottanta vennero fissati paletti: per potere entrare nella prima fascia , occorrevano titoli di studio e almeno cinque anni dirigenza nel settore pubblico o privato.
L’ingresso formale nella dirigenza di prima fascia era il giuramento di fedeltà alla Repubblica sulla Costituzione nella mani del Ministro che aveva fatto la proposta di nomina al Consiglio dei Ministri. Questa procedura aveva un alto valore simbolico, ma è stata abolita.
L’ingresso sostanziale dipendeva dal caso. Venendo doppiamente dall’esterno (dalla Banca Mondiale e da 15 anni negli Usa), il mio ingresso al Ministero venne caratterizzato dall’aggressione verbale, appena arrivato, da una parte di una dirigente che mi accusava di avere preso il posto che secondo il “ruolo” (l’anzianità di servizio) sarebbe spettato a lei. Di maggior consistenza, l’invito del Capo di Gabinetto (del Ministro pro-tempore) a farsi notare il meno possibile e di un collega prossimo alla pensione il quale, sapendo che ho una certa facilità a scrivere, mi suggerì di tenermi il più distante possibile da giornali e giornalisti e di non apparire in pubblico se non richiesto.
Chi meglio mi spiegò il significato della casta diva fu un usciere in un caldo pomeriggio di giugno. Ero stato invitato dal Ministro a partecipare ad una delle ultime riunioni del Cipe prima dell’aggiornamento estivo. Era fissata alle 15,30. Vestito di blu facevo anticamera nel ballatoio nel palazzo umbertino di Via Venti Settembre dove si riunisce il Cipe . C’era solo un usciere con un quotidiano romano aperto alla pagina dei necrologi. Dopo mezz’ora di sudate da parte mia e di lettura dei necrologi da parte sua, dissi che sarei andato ad attendere nel mio ufficio dotato di aria condizionata e chiesi all’usciere di avvertirmi all’arrivo dei Ministri componenti il Cipe. Senza alzare la testa dal giornale, affermò secco : “A professò, non se ne vada i precari stanno arrivando: è appena passata dal portone la macchina del precario Signorile!”. Al mio, “I precari?!!”, rispose . “A’ professò, non li legge i giornali? Stiamo andando a crisi estiva e Governo balneare. Pure se non lo fossimo, quelli traballano sempre – precariato puro. I soli fissi qui siamo io e Lei”. Chiarissimo: la casta diva è stabile in un mondo, quello della politica, molto precario.
Come si fa carriera nella casta diva Ciò non significa che ci siano paratie di stagno tra i due mondi. Quello della politica ha bisogno della casta diva per predisporre politica legislativa e per fare funzionare l’amministrazione. Quello della casta diva ha bisogno di quello della politica sia per fare carriera sia, sino a tempi recenti, per guadagnare bene (invece che male). Sino alle riforme degli Anni Novanta, elemento importante per passare dalla seconda alla prima fascia erano le frequentazioni dei segretari dei Ministri (e della schiera assortita di portaborse) ; il tempo che si passava nelle loro anticamere, i servigi resi (spesso lecitissimi quali quelli per influire sui tempi di una pratica legittima, anzi un atto dovuto) erano indicatori importanti di chi ce la metteva tutta per ascendere ai livelli più alti ed agli uffici con tappeti e quadri storici. Una volta raggiunta la prima fascia o dirigenza generale (come si chiamava allora), la contesa riguardava gli incarichi , ossia seggi in consigli di amministrazione di enti o società controllate dallo Stato, partecipazione a commissioni di aggiudicazioni di appalti e di collaudo, e simili. La retribuzione netta annuale poteva aumentare di quattro-cinque volte rispetto a quella del collega che poteva contare unicamente sullo stipendio tabellare. Ancora una volta, cruciale l’importanza di non farsi notare, ma di appartenere a reti (interne all’amministrazione ma supportate da quelle della politica) per entrare nei meccanismi della distribuzione degli incarichi. Non è un fenomeno soltanto italiano: lo descrive bene l’economista laburista Paul Streeten (1986) nei capitoli della sua autobiografia in cui racconta la sua esperienza di alto burocrate del Governo Wilson.
Ciò non vuole dire che si faccia carriera unicamente nelle anticamere del personale di fiducia del politico alla guida del dicastero. Molti alti dirigenti hanno costruito le loro carriere su una perfetta conoscenza della macchina pubblica (tale che nessun segretario di Ministro riesce ad acquisire) e lavorando duro per almeno 12 ore al giorno. Alcuni hanno come ricompensa incarichi più o meno lucrosi. Tutti hanno la soddisfazione che raramente un Ministro si discosta da quanto proposto in una nota scritta, protocollata e firmata dal dirigente competente per l’ufficio. In un libro di venti anni fa (Pennisi e Peterlini 1987) ho raccontato come pure i tentativi di manovre clientelari più astuti vengano bloccati da un appunto firmato e protocollato.
Le riforme degli ultimi tre lustri La casta diva è passata piuttosto indenne attraverso le riforme degli ultimi tre lustri. Esse riguardano quattro aspetti salienti: a) la separazione tra funzione politica e funzione amministrativa, b) la nomina di “esterni” con contratti a termine (con un limite del 5% del totale, successivamente portato al 10%); c) le retribuzioni contrattualizzate per quasi tutte le categorie (eccezioni: i diplomatici, i prefetti, i militari, i magistrati i professori universitari e pochi altri) ed incluse in contratti individuali triennali in cui si specificano funzioni e obiettivi da raggiungere; b) il reclutamento e la formazione.
La separazione tra funzione politica e funzione amministrativa era già nel Dna sistema molto più di quanto non lo indicassero le regole formali. In pratica, la funzione amministrativa condizionava quella politica molto più di quanto l’indirizzo politico non condizionasse la casta diva (sempre pronta a rallentare i tempi in attesa che arrivasse una nuova ciurma di precari). Le nuove regole la hanno accentuata e resa più trasparente.
La nomina di esterni con contratti a termine ha dato luogo ad uno spoil system all’italiana. In pratica, il 90% è stabile pur se viaggia da contratto triennale a contratto triennale. Il 10% instabile ha, in molti casi, portato linfa nuova , anche se caratterizzata politicamente, poiché è in buona misura di provenienza aziendale. Importante notare che spesso gli “instabili” sono ricontrattualizzati (a scadenza dei loro mandati) dal nuovo Governo, anche se di parte avversaria a chi li aveva inizialmente chiamate. In alcuni casi, ciò avviene per la buona prova data e l’esigenza dei nuovi responsabili politici di servirsene. In altri, ciò avviene in seguito al trasformismo che caratterizza tutte le burocrazie.
Le retribuzioni sono state elemento che hanno attirato anche dal privato verso la dirigenza della pubblica amministrazione. Mediamente i dirigenti di seconda fascia guadagnano € 75.000 l’anno e quelli di prima fascia € 120.000 (ma con punte che superano € 500.000). All’inizio degli Anni Ottanta, la retribuzione netta di un dirigente generale non toccava un milione e mezzo al mese. Si è anche sfoltita la giungla degli incarichi e previsto che un terzo delle indennità/appannaggi venisse destinata non ai singoli ma ad un fondo comune che ciascuna amministrazione riparte tra tutti i dirigenti.
Il reclutamento dei dirigenti di seconda fascia è la leva principale per svecchiare la dirigenza. L’iniziativa principale è quella di corsi-concorsi presso la Sspa. La loro caratteristica è che sono aperti non solo a funzionari pubblici ma a tutti coloro che abbiamo titoli di base (livello e tipologia di laurea). Il corso è intercalata da periodi applicativi, anche all’estero, presso aziende e organizzazioni internazionali. Coloro ammessi al concorso possono scegliere la loro destinazione (tra quelle disponibili) in base alla graduatoria dei risultati ottenuti. Ci sono state luci ed ombre, ma complessivamente con i primi tre concorsi (il quarto è in via di espletamento) 250 dirigenti giovani (alcuni hanno già raggiunto la prima fascia) che modificheranno alcune caratteristiche della casta diva. Senza però indebolirla. Come dimostrato dalle associazioni già create (e molto attive) tra coloro che hanno fatto l’esperienza dei corsi-concorso.
Riferimenti bibliografici
Douglas North (1990) Istitutions, Institutional Change and Economic Performance Harvard University Press
Giuseppe Pennisi e Edoardo Peterlini (1987) Spesa pubblica e bisogno di inefficienza Il Mulino.
Paul Streeten (1987) Aerial Roots Banca Nazionale del Lavoro Quarterly Review n. 157
13 Agosto 2007 Commenta Email Condividi

MARE E CIELO CHE RICORDANO MAIGRITTE ENTRANO NELL' OTELLO DI DEL MONACO

Il ROF (Rossini Opera Festival) ha inaugurato l’edizione 2008 con “Otello” (successivamente a Losanna ed alla Deutsche Oper di Berlino). L’opera è stata concepita per l’ampio registro della Colbran (in grado di svettare da soprano di coloratura ma anche di giungere a tonalità gravi quasi da contralto) vengano contrapposti tre tenori: uno dalla vocalità larga e spianata (Otello), un contaltrino di agilità,con una tessitura dal mi bemolle al do acuto (Rodrigo), ed un terzo dal timbro quasi baritonale (Iago).Nell’Ottocento il lavoro ebbe ben 291 produzioni (senza contare le repliche) in 26 Paesi. Il silenzio (sino al secondo dopoguerra) deve imputarsi sia alla fragilità del libretto sia alle difficoltà vocali – non ultima quella di disporre di tre tenori per controbilanciare un soprano in grado tanto di acuti spericolati quanto di tonalità molto gravi.
L’aspetto migliore dello spettacolo è la regia di Giancarlo Del Monaco (pur se contrastata da una parte del pubblico). Nessun fondale ispirato a Canaletto ma un unico ambiente dove, attorniatiti da un mare e da un celo alla Magritte, si stilizza la vicenda e si cura molto la recitazione con un allestimento facilmente trasportabile da un teatro ad un altro. La regia giustappone il clima oppressivo in cui vive Desdemona con la grandezza del mare e del cielo.
La bacchetta di Renato Palumbo è a tratti un po’ pesante nel guidare l’orchestra del Comunale di Bologna. La bella e giovane Olga Peretyatko (Desdemona) è un soprano lirico puro; consapevole di non potere giungere né alle vette né alle profondità della Colbran, aggira le difficoltà. Dei tre tenori, ad un smagliante (ed applauditissimo) Juan Diego Flórez (Rodrigo), fanno riscontro un Gregrory Kunde (Otello) che acquista spessore gradualmente ed un Chris Merritt (Iago) da dimenticare. Da sottolineare, invece, la bravura della giovanissima , appena 21 anni, Alessandra Marienelli nell’affrontare l’impervio ruolo della protagonista in “Il turco in Italia”, seconda delle tre opere del Festival.

LA POLITICA CHE VA IN SCENA

Nei loro primi film di successo, due grandi registi della incomunicabilità mostravano come al Teatro dell’Opera si comunichi (e si faccia anche politica). In una delle prime inquadrature di “Cronaca di un amore” di Michelangelo Antonioni siamo alla Scala, si rappresenta “Francesca da Rimini” di Riccardo Zandonai e si imposta la soluzione di una complessa vertenza in materia di relazioni industriali. Analogamente, in “Sorrisi di una notte di estate” di Igmar Bergman, dopo le prime scene, siamo in teatro e scatta la molla dell’intreccio tra il politico, il filosofico, il sessuale che domina il resto del film.
Sino a pochi anni fa, “il Cinese” teneva banco in un palchetto del Teatro Rossini al Rof (Rossini Opera Festival) nella metà di agosto di ogni anno; ora pare che le cura di Bologna abbiano allontanato, lui e la sua corte, almeno delle “prime”, dove non mancava mai. Un periodico economico aveva annunciato che la serata operistica della politica si sarebbe spostata in Garfagnana, il 10 agosto, notte di stelle filanti ed inizio delle vacanze del Parlamento. Al Festival Pucciniano che da 53 anni si tiene sulle sponde del Lago Massacciuccoli, ci sarebbe stato il debutto nella regia lirica di Lorenzo Amato (figlio del Ministro dell’Interno Giuliano) con “La Rondine” di Giacomo Puccini, di cui sarebbe stata presentata in prima assoluta una quarta (e si spera ultima) versione basata su appunti postumi del compositore. La bacchetta affidata ad un'altra celebrità, Alberto Veronesi (figlio dell’oncologo Umberto, nonché alla guida dell’Orchestra Sinfonica Siciliana e Direttore Artistico del Teatro Sociale di Mantona). Si pensava, a ragione della cena di gala a Villa Caproni (al termine dello spettacolo), di un’occasione di incontro tra politici nazionali e locali, imprenditori e via discorrendo. Si preconizzava qualche nuovo tassello al costituendo Partito Democratico.
In effetti, non mancavano presenze di nome nel parterre (le famiglie al completo del regista e del maestro concertatore), grandi interpeti della lirica (Renata Scotto) e dello spettacolo (Maurizio Scaparro),il management dell’opera di Nizza (Benjamin Pionner) che co-produce l’allestimento (lo si vedrà anche a Lucca, a Trieste ed in un gran teatro Usa in occasione del 150 anniversario della nascita di Puccini nel 2008) , nonché il direttore generale dell’Opera delle Fiandre (interessato ad importarlo) e vari Ambasciatori.
Mancava, però, all’appello non solo la folla variopinta di politici (ed aspiranti tali) che passano l’estate all’Argentario (dove, da decenni, va in vacanza la famiglia Amato), ma anche il Sottosegretario ai Beni ed alle Attività Culturali Andrea Marcucci , lucchese e grande esponente della Garfagnana in seno al Governo. La folla dell’Argentario ha preferito i festeggiamenti per “L’Ultima Spiaggia” (lo stabilimento balneare di Capalbio); molti politici sono partiti in vacanza in terre lontane il giorno della chiusura delle Camere; e, soprattutto, la famiglia Amato (Ministro e regista in persona) ha voluto dare prova di una discrezione pari a quella de “La Rondine” pucciniana. Non sono neanche apparsi alla cena. I guardaspalle (se c’erano) erano ben celati tra gli spettatori. E pensare che interi Rotare Club di Pisa, Viareggio ed anche Ancona si erano organizzati (acquistando biglietti, prenotando corriere ) per essere presenti allo spettacolo ed alla cena del centro-sinistra-che-può.
Decadenza della lirica o della politica? Oppure ancora di ambedue.
Lo spettacolo (su cui ci riserviamo di tornare in altra sede sotto gli aspetti scenici e musicali) non sfigura affatto accanto a quelli di un ROF chiaramente in tono minore. Nonostante le difficoltà di realizzare un’opera su palafitte, e subito dopo un temporale estivo , - in condizioni quindi non ottimali per l’acustica, Alberto Veronesi ha trattato con delicata maestria la complessa partitura (frutto di un lavoro critico complesso per orchestrare pagine lasciate incompiute da Puccini). Di gran livello (specialmente dati i tempi che corrono) le voci dei cinque interpreti principali: Svetla Vassileva, Maya Dashuk, Fabrio Sartori, Emmanuele Giannino, Marzio Giossi. Intrigante , ma controverso, l’allestimento di Lorenzo Amato (regia) e NALL (un’équipe franco americana – scene e costumi). E’ a metà strada tra il 1917-20 (quando l’opera venne composta) e la contemporaneità, con aggiunta di ballerini che sembrano indossare intimo di Dolce & Gabbana. Sarebbe stata meglio una scelta netta: o l’inizio del Novecento o i giorni nostri. Come è stato fatto, ad esempio, per “Die Gezeichneten” (“I bollati”, ma sarebbe meglio “Gioventù Bruciata”) Franz Schreker nelle versioni che si vedono a Stoccarda, Salisburgo, Vienna, Amsterdam e Amburgo .Pur per mano di registi differenti, dalla Genova del Seicento si è trasportata l’azione ai nostri giorni: grandi orge di cantanti attori tutti nudi – pene al vento e chiappe all’aria non si deve neanche andare da Dolce & Gabbana.

IL FUTURO DELL’ITALIA SARA’ UNA 500 (VECCHIA)

Il Documento di Programmazione Economica e Finanziaria (Dpef) presentato il 28 giugno dovrebbe essere la base per la prossima legge finanziaria (che il Consiglio dei Ministri ha l’obbligo di approvare entro il 30 settembre) e trasmettere all’esame del Parlamento all’inizio di ottobre. Svolge questa funzione il documento predisposto dal Governo Prodi? L’Istituto Bruno Leoni lo ha definito “un Dpef sottotono”. Ancora meno benevoli gli economisti de Lavoce@info (un gruppo che si a sinistra del centro) che , unitamente ad altri, hanno lamentato come l’Esecutivo non si sia potuto avvalere nel 2007 dell’apporto dell’economista Riccardo Faini (morto all’improvviso l’inverno scorso) che tanto aveva contribuito, sotto il profilo tecnico, al Dpef dell’anno precedente. In effetti, anche se la qualità del documento lascia a desiderare, i nodi che rendono il Dpef 2007 inutile, e per certi aspetti, dannoso non sono tecnico-professionali ma politici.

Un cenno agli aspetti tecnico-professionali, tuttavia, è essenziale. In primo luogo, il documento non esplicita il metodo e la strumentazione utilizzata nell’effettuare stime quantitative degli effetti delle politiche, dei programmi e delle misure proposte. Verosimilmente, le stime sono state elaborate utilizzando il “consensus”, ossia una sintesi dei risultati dei principali modelli econometrici aggregati sia italiani sia stranieri. Tale strumento consente di stimare con una buona approssimazione le dinamiche macro-economiche ma dovrebbe anche essere accompagnato da un’analisi di reattività che consenta di individuare quale sono le politiche, i programmi e le misure a cui le variabili macro-economiche sono più reattive e, quindi, quali sono gli aspetti di politica economica da tenere sotto più intenso monitoraggio. Non permette, poi, di stimare gli effetti di singole politiche, programmi e misure rispetto alla situazione che si verificherebbe ove tali politiche, programmi e misure non venissero realizzati. Ciò è particolarmente importante alla luce del fatto che in nessuna delle quattro aree indicate come prioritarie nel precedente Dpef (previdenza, sanità, pubblica amministrazione, liberalizzazioni) sono stati fatti progressi di rilievo. A riguardo occorre sottolineare che la strumentazione tecnica esiste e viene utilizzata da alcune Regioni italiane (Oltralpe è stata appena applicata dall’Esecutivo francese per analizzare i ddl più significativi inviati all’Assemblea Nazionale). Dovrebbe essere aggiornata in quanto uno sei suoi elementi principali - la matrice di contabilità sociale, ossia una rappresentazione dei flussi finanziari tra settori ed istituzioni, predisposta dall’Istat risale al 1995 ed il suo aggiornamento è stato interrotto a ragione della riduzione degli stanziamenti effettuati dal primo Governo Prodi. Aggiornamenti limitati sono stati fatti, però, quando durante la XIV legislatura è stata messa in campo una strumentazione analoga allo scopo di valutare la transizione tra televisione analogica e digitale. Quindi è legittimo il sospetto che ci siamo spogliati di una strumentazione importante quasi per non conoscere (e non fare conoscere) gli effetti delle politiche non realizzate e di quelle ora proposte.
Sotto il profilo macro-economico, secondo Economic Outlook dell’Ocse, è in atto un rallentamento della crescita e nel 2008 l’Italia sarà il fanalino di coda dell’Ocse (una crescita appena dell’1,5% rispetto al 2,3% stimato per la media dell’area dell’euro) , a ragione anche dell’incremento del prelievo fiscale e contributivo attuato con l’ultima finanziaria. Il rallentamento della crescita comporterà pure un rallentamento dell’aumento del gettito (che nel 2007 ha avuto una dinamica particolarmente rapida soprattutto a ragione delle misure di politica tributaria attuate nel 2001-2005). Il Governo è stato, in parte, in grado di resistere alla richieste presentate dai dicasteri a valere sul presunto “tesoretto”. Ciò nonostante, anche se si vocalizza di “finanziaria leggera”, le stime per la manovra prossima futura variano da un minimo attorno ai 5-10 miliardi ad un massimo di 45 miliardi. Sono due scenari estremi. Nel primo, si ipotizza che il Ministro del Tesoro diventi un bastione nei confronti delle richieste sindacali e ministeriali; nel secondo si assume che per soddisfare tutte le componenti della coalizione (ed i loro elettori) Via XX Settembre sia costretta a cedere su tutta la linea. Per quanto riguarda le implicazioni finanziarie più significative, nella prima ipotesi si resterebbe al limite degli impegni presi dall’Italia in sede europea. Nella seconda, invece, ci si porrebbe fuori dal percorso europeo, aumenterebbe lo spread tra i tassi nostrani e quelli del resto dell’area dell’euro e ci troveremmo in serie difficoltà. Tra questi due estremi, un quadro probabile è che soltanto una piccola frazione delle richieste ministeriali venga accolta. La vera incognita è se ed in che misura, il Ministro dell’Economia e delle Finanze riuscirà a reggere l’urto sull’abolizione (o sostanziale modifica) dello “scalone” previdenziale che ha ormai assunto valore simbolico non solo per i sindacati ma anche per i Ministri del Lavoro e della Solidarietà Sociale (su questo punto insieme, pur se divergono su molti altri) e per buona parte dello schieramento che intende confluire nel Partito Democratico (oltre che per la sinistra reazionaria). Il futuro dei conti pubblici (e dello spread dei tassi) dipende, dunque, in gran misura dagli esiti nel negoziato sulla previdenza, una trattativa che Prodi ha avocato a sé (espropriando in essenza competenze dei Ministri dell’Economia & delle Finanze e del Lavoro & della Previdenza Sociale) ed in corso in questi giorni. Proprio in materia di futuro del sistema previdenziale il Governatore della Banca d’Italia ha inteso mettere paletti chiari (quali l’aumento dell’età media effettiva in cui si va in pensione) in occasione dell’audizione alle Commissioni Bilancio di Camera e Senato.
La strada per riequilibrare gli aspetti distributivi del sistema e renderlo sostenibile richiede cinque mosse (l’una strettamente connessa all’altra): a) aumentare l’età minima per avere accesso alle pensioni di anzianità (con eccezioni per i lavori davvero usuranti) ed eliminarle nel giro di pochi anni per avere, come in gran parte degli altri Paesi industriali, una previdenza pubblica unicamente di pensioni di vecchiaia; b) introdurre subito il meccanismo contributivo (estendendo a tutti le tecniche di computo “pro-quota” già in atto per coloro che il primo gennaio 1996 erano iscritto all’Inps o ad altri enti) anche perché altrove analoghe transizioni (da meccanismi “retributivi” a “contributivi” per il calcolo delle spettanze) sono state fatte nell’arco di tre-cinque anni invece dei 18-30 previsti da noi; c) applicare i nuovi coefficienti di calcolo delle spettanze (quali proposti dal Nucleo di valutazione della spesa previdenziale del Ministero del Lavoro circa un anno fà) per tenere conto dell’allungamento delle aspettative di vita e facilitare la “totalizzazione” in sintonia con la caratteristiche del mercato del lavoro; d) aumentare le pensioni più basse ed agganciarne l’evoluzione all’andamento dei salari (come prima del 1993); e) prevedere un indicizzazione ancora più forte per chi supera gli 80 anni (a ragione delle più alte spese per la cura della persona in cui si incorre in tarda età). I risparmi sulle voci a), b) e c) – di cui oggi beneficia, di norma, chi ha redditi alti o medio alti, servirebbero a finanziare le voci d) ed e) , dirette invece a chi è in condizioni di vero disagio.
L’intesa raggiunta all’alba del 20 luglio, ed approvata il giorno stesso dal Consiglio dei Ministri (con i voti contrari di Emma Bonino e Paolo Ferrero) rappresenta una contro-riforma rispetto a quanto varato nel 2004 ed esaminato in dettaglio su “Il Domenicale” . Favorisce chi è già privilegiato mantenendo l’età più basse d’Europa per pensioni di anzianità di cui beneficeranno coloro che andando a riposo con il sistema “contributivo” avranno trattamenti pari al 70% dell’ultimo stipendio mentre i loro figli e nipoti potranno, al meglio, sperare in trattamenti “retributivi” pari al 40-50% dell’ultima paga. Aggrava il peso della previdenza sui conti pubblici. E’ utile ricordare che è la prima volta che un Ministro dell’Economia e delle Finanze assicura con un sorriso, ma senza fornire dati dettagliati (quali quelli disponibili presso la Ragioneria Generale dello Stato,Rgs) della “sostenibilità” di un accordo che ha fatto tenere in sospeso il fiato degli esperti, delle istituzioni finanziarie europee, dell’Ue e dei mercati. I dati sono disponibili in quanto il modello della spesa previdenziale della Rgs può fornirli in tempo reale e corredandoli di “scenari controfattuali” (ossi di proiezioni basate su ipotesi alternative dell’andamento sia della spesa sia delle variabili macro-economiche). In passato, Ciampi, Amato, Dini, Berlusconi non hanno mai osato presentare un riassetto alla previdenza senza le analisi finanziarie essenziali. De Michelis, nella veste di Ministro del Lavoro, lo fece ben quattro volte nell’arco di due anni (ed allora il modello Rgs era molto più difficile da operare).
Padoa Schioppa dovrà spiegare, all’approdo delle misure in Parlamento, in termini professionali se, con l’intesa, il 16% del pil (o giù di lì) ora destinato alla previdenza aumenta o diminuisce (e di quanto), se si scongiura la stima secondo cui il debito giunga al 180% del pil prima del termine della legislatura e si smentisco le previsioni del Ministero del Lavoro (di cui nessuno pare essersi accorto), secondo cui il saldo negativo dello stato patrimoniale dell’Inps passerebbe dai 120 miliardi di euro (all’ultima conta) a circa 580 miliardi di euro.
L’assordante silenzio di questa calda estate previdenziale si spiega con il fatto che ancora una volta si pensa a qualche contributo e balzello improprio (come già fece Romano Prodi nel 1996) per coprire, quatti quatti, i costi di una riforma che avvantaggia soltanto poche persone (ma danneggia tutte le altre).

I CAVALLI DI TROIA DEL SUBPRIME

Cassandra, tutto sommato, aveva ragione e sapeva valutare bene i rischi: non venne ascoltata e finì schiava incatenata al carro di Agamennone trionfatore. Chi la ha dileggiata, ora si morde le mani in quanto aprì le porte al cavallo di Troia. Per valutare il rischio di contagio della crisi del subprime Usa sui mercati europei, occorre tenere conto che si tratta di un fenomeno differente di quello del crollo delle Borse del 19 ottobre 1987. Allora, come messo acutamente in rilievo da Jian Yang e David Bessler dell’Università del Texas in un saggio che apparirà in settembre nell’ European Journal of Operation Research, la crisi venne scatenata dell’aumento vertiginoso dei titoli mobiliari (in vari mercati), nonostante gli utili medi d’impresa non fossero brillanti. Si trattò, quindi, di un riaggiustamento simultaneo che dal Nord America si estese a Europa e Asia; le banche centrali riuscirono a contrastarlo con un’iniezione di liquidità. Al momento, rapporto prezzi:utili delle azioni dello Standard & Poor 500 è 16,8:1 quindi in linea con la media (16,1:1) dalla fine della seconda mondiale. Ove di tenga conto non degli utili nell’ultimo anno ma della media degli ultimi dieci , l’indicatore sfiora 27:1 – è quindi vicino ad un’area di rischio. Ciò spiega le iniezioni di liquidità. Anche se non è chiaro che risolveranno il problema (come fecero nel 1987).
L’incremento in progressione geometrica della valorizzazione dell’immobiliare ha spinto, specialmente negli Usa e nel Regno Unito, a comportamenti spericolati da parte di istituti di credito. I rischi del contagio dipendono in primo luogo dal fatto che, nel mercato dei derivati, i mutui senza garanzie (quindi subprime) sono stati impacchettati con altri titoli e ceduti in combinazioni più o meno complesse (in gergo Cdo) a banche, assicurazioni, fondi pensione e gestori di risparmio del resto del mondo. Questo è il primo cavallo di Troia. E’ essenziale che la mappa richiesta alle autorità di regolazione e vigilanza venga fatta al più presto e nel modo più completo. Se quelle europee ed italiane non saranno all’altezza si dovrà ridisegnare il sistema di vigilanza.

Il secondo cavallo di Troia - sottolinea Geoffrey Wood dalla Cass Business School di Londra – consiste nel fatto che le banche europee tendono a prendere rischi maggiori di quelli degli istituti Usa in quanto non è ancora entrato nella loro mentalità il divieto ai salvataggi pubblici (sul tipo di quelli che hanno interessato il Crédit Lyonnais in Francia ed i banchi meridionali in Italia). La mancanza di un sistema regolatorio, e di vigilanza, europeo rende tale cavallo di Troia particolarmente insidioso. La nomina di consiglieri indipendenti nei CdA sarebbe dovuta essere la linea di difesa. Un’analisi comparata (22 Paesi, e 799 s.p.a) della City University di New York ha concluso che se il quadro legislativo, regolatorio (e di vigilanza) è debole, l’indipendenza è più nominale che effettiva.

Il terzo cavallo di Troia sono le regole contabili. L’International Financial Accounting Standards (Ifas) si applicano, formalmente dal 2005, ma secondo Iain Coke dell’Institute of Chartered Accountants di Londra, le norme mordono meno di quanto non sembrino; ci sono ancora differenza di interpretazioni di definizioni importanti. Ci si basa principalmente sul lavoro dello società di revisione, in particolare di quello dei quattro “grandi” del settore (Pricewaterhousecoopers, Deloittle Touche Tomatsu, Ernst & Young, Kpmg). In un’analisi in corso di pubblicazione nel periodico Contemporary Accounting Research, viene esaminata l’interazione tra qualità della revisione in un vasto campione di s.p.a in 42 Paesi. La conclusione è che la qualità della revisione aumenta (se affidata ad uno dei quattro “grandi”) solo nei Paesi a quadro legislativo-regolatorio “forte” .

Non basta, quindi, iniettare liquidità. Ci vogliono segnali concreti che si sta operando nelle direzioni specifiche indicate al fine di bloccare i cavalli di Troia prima che portino distruzione..

DOBBIAMO RIPRENDERE A PRIVATIZZARE

Non siamo più gli ultimi della classe. Anzi nella classe non ci siamo più. Ci hanno messo fuori dalla porta. In attesa di riammetterci in aula, se ci comporteremo bene. Questo è l’esito dell’ultima tornata del Privatization Barometer , un indicatore costruito delle Fondazioni Iri e Eni Enrico Mattei – non proprio covi di liberisti ad oltranza. Per coincidenza, è stato pubblicato il giorno in al Ministero dell’Economia e delle Finanze, Francesco Parlato, con una lunga esperienza all’Iri, assumeva l’incarico di direttore generale, finanza e privatizzazioni, diventando, quindi, la guida delle strategie e delle politiche di privatizzazioni in Italia. Il Privatization Barometer riguarda il primo semestre 2007: la Francia (non ancora Sarkoziana) è il capofila della vendita di attività pubblica; seguono la Finlandia, la Gran Bretagna, la Svezia, la Germania e molti Paesi di recente adesione all’Ue (soprattutto la Polonia e la Repubblica Cèca).
Nel Dpef di poco più di un anno fa (e nella relazione alla finanziaria presentata il 30 settembre scorso), l’Italia aveva annunciato privatizzazioni alla grande (per evitando di toccare i dossier lasciati in eredità del Governo precedente: Rai, Poste, ulteriori cessioni di Enel e Eni). A livello centrale, quella dell’Alitalia sarebbe stata “la madre di tutte le privatizzazioni” ed avrebbe inciso in misura significativa in materia di politica dell’industria e della tecnologia. Si sarebbe, in parallelo, privatizzato e soprattutto liberalizzato in grande stile nel settore dei servizi pubblici locali. In effetti, non si è fatto un bel nulla, né a livello centrale né a quello locale: in passato, eravamo agli ultimi posti del Barometer, adesso neanche più in quelli. Alcuni componenti dell’Esecutivo, in vacanza, sono imbarazzati. Altri (quelli della sinistra reazionaria), anche loro in vacanza, gongolano.
Il Tempo ha seguito con attenzione la saga inconcludente del beauty contest per l’Alitalia. Il primo agosto, Il Tempo ha fatto il punto (sulla base di analisi quantitative) in materia del nulla di fatto nel campo dei servizi pubblici locali. Quindi, gli esiti del Barometer non ci giungono inattesi.
Come uscirne? Se, per una ragione o per l’altra, non si vuole procedere in materia di Rai, Poste, Enel ed Eni, il perno resta sempre la privatizzazione di Alitalia in quanto, a livello locale, il processo di riaggrerazione in corso si aggiunge a nodi strutturali che né il Parlamento né gli enti locali sembrano intenzionati ad affrontare. A fine agosto, il CdA Alitalia dovrebbe varare piano industriale, propedeutico ad una nuova asta, gara o selezione competitiva di sorta per porre in vendita la partecipazione di controllo del Ministero dell’Economia e delle Finanze (Mef) nell’azionariato della compagnia. Sempre che non avvenga un colpo di scena: invece della privatizzazione, un aumento di capitale ampliando la compagine azionaria con l’ingresso di privati (anche stranieri). Voci insistenti sostengono che sarebbero in corso trattative con alcuni Swf (Sovreign wealth fund), fondi di investimento molto liquidi controllati da Stati Sovrani e da essi utilizzati per operazioni all’estero sia in portafoglio sia dirette. Swf è sigla ancora poco nota in Italia; secondo The Economist, i Swf disporrebbero di una liquidità di 1.500-3.500 miliardi di dollari (circa 1.200-3.000 miliardi di euro) con cui operare. Esperti del Fmi affermano che i capitali Swf in cerca di impieghi sarebbero almeno 5.000 miliardi di dollari (attorno a 4.500 miliardi di euro). Un saggio di Larry Summers, ex- Segretario al Tesoro Usa, sottolinea che i Swf possono spesso avere obiettivi pi vasti di quelli della redditività finanziaria. Proprio come l’Iri di un tempo. Ed ora due ex-Iri sono alla guida rispettivamente di Alitalia e delle privatizzazioni.
La tentazione di irizzare Alitalia con un Swf è forte. Oscar Wilde amava dire che si può resistere a tutto tranne che alle tentazioni. Auguriamoci che Prodi e TPS lo smentiscano.